Novembre 8th, 2012 Riccardo Fucile
SCAMBIO DI CORTESIE TRA EX INCIUCISTI… FORMIGONI AUSPICA UN CENTRODESTRA UNITO SUL NOME DI ALBERTINI, LA LEGA PUNTA SU MARONI
«In Lombardia vinciamo noi». Lo ha detto giovedì mattina Umberto Bossi, fiducioso sul
risultato della Lega alle prossime regionali.
«Formigoni – ha aggiunto poi, rispondendo alle domande dei cronisti – è l’immagine di un sistema che sta cambiando».
Il governatore uscente invece continua a ribadire il suo progetto per il centrodestra unito alle elezioni regionali in Lombardia.
Nella sua newsletter quotidiana ha lanciato una sorta di appello alla Lega: in copertina appare infatti l’immagine di una ragazza con gli occhiali seduta – si presume a una festa – con aria imbronciata, vestita di verde, il colore dei leghisti, sotto un titolo dello stesso colore che recita: «Lega, non fare la zitella – Alle regionali della Lombardia il centrodestra sia unito».
Per Formigoni, il candidato da proporre resta Gabriele Albertini.
Qualche giorno fa, il Carroccio aveva protestato con Sel, annunciando querele, per una serie di manifesti che raffiguravano un bacio fra Formigoni e Maroni, entrambi con la coppola in testa.
La capogruppo di Sel al Consiglio regionale della Lombardia, Chiara Cremonesi, a questo punto si chiede: «La Lega, dopo Sel, ora querelerà anche Formigoni? Oppure userà due pesi e due misure, come ha già fatto per la mafia in Lombardia?».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 26th, 2012 Riccardo Fucile
I RAMPOLLI APRONO UN’AZIENDA AGRICOLA: PER ORA CI LAVORA SOLO ROBERTO, RENZO LATITA MA SI RIUNISCONO TUTTI NELLA CASA DI GEMONIO
Forse la zappa non salverà il mondo, come prevede Carlin Petrini, ma intanto potrebbe aiutare Renzo Bossi.
L’ormai ex promessa leghista è stata affidata al fratello più giovane, il 22enne Roberto Libertà , per essere avviata alla vita nei campi.
Impresa non facile.
Lo scorso 22 giugno i due figli di Manuela Marrone, seconda moglie di Umberto Bossi, hanno registrato l’azienda agricola “Tera nostra”.
La sede è a Brenta, nella cascina acquistata dalla madre per 450 mila euro nel giugno 2011: due edifici per sette vani, circondati da un bosco, un pascolo e un terreno seminato.
Un regalo a Roberto, studente modello di Agraria con una passione reale per la campagna.
“Era da sempre il mio sogno aprire un’azienda agricola”, dice arrivando nella cascina a metà pomeriggio.
Del fratello Renzo non parla volentieri, sorridendo annuisce sentendosi definire tutor del Trota. Ma sfugge, spaventato, alle domande. “Io faccio una vita normale, come sempre”. Eppure a casa Bossi molto è cambiato nel giro di pochi mesi.
Anche per Roberto, scivolato nelle carte dell’inchiesta Belsito per una Golf.
Niente di più, ma abbastanza per spingerlo a riconsegnare le chiavi e acquistare un’auto di tasca sua: una Jeep di terza mano, immatricolata nel 2005 e pagata lo scorso luglio 11 mila euro.
A Renzo è andata di certo peggio.
Perso l’amico finanziatore Francesco Belsito e costretto a dimettersi dal consiglio regionale lombardo (rinunciando a 12 mila euro di stipendio), ha dovuto salutare l’adorata bella vita.
Addio alle auto di grossa cilindrata e all’appartamento nel centro di Milano, ora si fa ospitare dalla fidanzata Silvia Baldo, in un monolocale nella periferia meneghina affacciato su palazzoni e tangenziali.
E così, dopo aver accettato benevolmente il soprannome Trota datogli dal padre, ora Renzo sembra seguire il consiglio di molti: prendere la zappa. Del resto l’aveva annunciato lui stesso, a maggio, intervistato da Vanity Fair: “Farò il muratore o l’agricoltore, per stare un po’ all’aria aperta”.
Un cambiamento radicale, anche se finora a Brenta il Trota si è visto appena due volte.
Nell’azienda di “allevamento di ovicaprini e coltivazioni ortofrutticole” si impegna quotidianamente il solo Roberto.
“Faccio tutto io, mi piace”, garantisce. Ha seguito i lavori di restauro della cascina, terminati a fine settembre e costati poche decine di migliaia di euro, ripulito il bosco e il prato dalle erbacce, smosso e preparato la terra all’inverno.
Il tutto con l’aiuto di alcuni militanti leghisti della zona molto legati al Senatùr che gli hanno anche insegnato a guidare il trattore.
Mancano gli animali. C’è un cane di media taglia e la coppia di asini che aveva trovato qui. O meglio: c’era solo un asino,
Roberto ha convinto il padre a comprare l’asina “così possono riprodursi”, spiega oggi soddisfatto.
È contento della sua azienda. E ci tiene a prendere le distanze da quel mondo politico che, dice, lo ha schifato. “Io per la Lega ho sempre fatto il mio, in piccolo, sul territorio perchè mi piaceva”.
Renzo “è stato un capro espiatorio” afferma, ma della vicenda Belsito non vuole parlarne, si innervosisce. “Non devo nè dimostrare nè spiegare nulla a nessuno, io so quello che ho fatto e non ho nulla da temere, gli altri non so. Ma io non devo difendermi, faccio la mia vita”, dice indicando la terra che lavora.
La cascina è gestita da lui, seppur intestata alla madre.
Raramente i genitori vengono fin quassù, nonostante Gemonio sia a pochi chilometri. Ma dopo lo scandalo dei fondi del partito finiti a casa Bossi per pagare anche le spese dei dentisti, le multe e persino le canottiere del Senatùr, la famiglia è stata costretta a un repentino e inatteso ritorno alla normalità .
I figli sono tutti tornati all’ovile.
Roberto parte al mattino per andare in cascina, ma mangia e dorme a Gemonio, dove in pianta stabile vive il terzo fratello, Sirio Eridano.
Renzo, invece, durante la settimana sta spesso dalla fidanzata, ma nei weekend rientra con frequenza a Gemonio.
Anche se ancora tenta la fuga dalla normalità .
Frequenta volentieri Salò, ospite dell’amico Alessandro Uggeri, compagno dell’ex assessore regionale leghista Monica Rizzi, una delle vittime della ramazza di Roberto Maroni e oggi impegnata nella raccolta delle olive.
Dissolto dagli scandali e archiviato con la cartellina The Family, anche il Cerchio magico.
A Manuela Marrone rimane la gestione della famiglia, aiutata da un’infermiera che segue costantemente Umberto.
Ogni tanto alla casa di Gemonio suona la fedelissima amica Rosi Mauro.
Viene a far visita, ma solo la sera perchè durante il giorno la moglie del Senatùr lavora regolarmente alla sua scuola Bosina. Fino alle 16.
Poi le commissioni e a casa. Il volto è sempre più duro e impassibile. Parcheggia la sua Panda azzurrina, scarica la spesa.
Vestita con pantaloni grigi e giacca blu di lana stopposa e sformata, con passi lenti in mocassini neri maschili trascina la rabbia dentro casa e, lanciando le ultime occhiate di disprezzo, chiude il cancello di Gemonio sperando di tener fuori anche il passato. Impresa non facile, almeno quanto far prendere la zappa in mano a Renzo.
Ma a Gemonio sperano di vedere presto chi li ha cacciati dal partito a colpi di ramazza seguire il destino del Trota: dover lasciare la scopa per impugnare la zappa.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
NEL VOLUMETTO DI 50 PAGINE DECANTAVA VIZI E VIRTU’ DELL’EX CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LEGA…CONDANNATO A 1.000 EURO DI MULTA E 5.000 EURO DI RISARCIMENTO
Mille euro di multa, 5000 di risarcimento e l’obbligo di rifondere 2500 euro di spese
legali. Tanto dovrà pagare Michel Abatangelo, il blogger italo francese che nel 2009 aveva pubblicato “il diario segreto del Trota” un volumetto di 50 pagine scaricabile in pdf e diffuso a puntate sul suo blog “100 cose così” nel quale decantava vizi e virtù dell’ex consigliere regionale lombardo.
La sentenza è stata pronunciata dal giudice monocratico di Varese Anna Giorgetti, a fronte di una richiesta da parte del Pm Monica Crespi di 30 mila euro di risarcimento e 7 mesi di reclusione.
Le motivazioni della sentenza ancora non si conoscono.
Il giudice ha infatti dato lettura del dispositivo di condanna, ma il deposito avverrà solo tra qualche giorno.
Nel frattempo Gianmarco Beraldo, l’avvocato difensore di Abatangelo, che in aula aveva invocato il diritto di satira, ha già annunciato di voler ricorrere contro questa decisione, come si legge nel commento del legale postato sul blog del condannato: “Abbatangelo ha solo esercitato il suo diritto di critica”, inoltre: “non si può certo imputare ad Abatangelo se Renzo Bossi sia oggetto da tempo di ironie”.
Secondo la difesa, infine: “la satira è sempre contro il potere e non può essere elegante”.
Anche il blogger non ha tardato a postare la sua opinione sulla sentenza di condanna, senza perdere la caustica ironia che contraddistingue i suoi scritti: “Perchè ho come l’impressione che si tratti di una tirata d’orecchi?! Sarei curioso di leggere la sentenza, diffamazione… una barzelletta padana senz’altro!”.
E poi conclude: “La scrittura satirica non è uno sport, cioè, non chiede eleganza e rispetto delle leggi, chiede soltanto la forza di una sopraffazione. E a questo punto tutti i mezzi sono buoni”.
In tutto questo il “Diario segreto del Trota” oggetto della condanna è ancora disponibile in rete si tratta di una serie di novelle satiriche che prendevano di mira il figlio del Senatur, dallo stesso battezzato “Trota”, che evidentemente si è sentito leso nella reputazione e nella dignità .
Questo anche se lo stesso autore aveva palesato lo spirito del suo scritto fin dal principio: “Una letteratura satirica, iconoclasta, dissacrante, disincantata e surreale con episodi gustosissimi a due passi dalla realtà e talvolta più veri della Realtà stessa quando ispirano l’oggetto stesso della satira Renzo Bossi. Ebbe a dire una volta Pablo Picasso: Per dire la verità talvolta ci si deve servire della menzogna”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IN LIBRERIA IL NUOVO LIBRO DI CORRIAS, PEZZINI E TRAVAGLIO SUL SENATUR… PUBBLICHIAMO UNA PARTE DELL’INTRODUZIONE
Umberto Bossi ha avuto tre vite. La prima è stata uno spasso, la seconda un trionfo, la terza
una tragedia.
È venuto su nel verde assoluto di Soiano, frazione di Cassano Magnago, provincia agricola di Varese, quando ancora c’erano i carri trainati dai buoi, l’acqua si prendeva dal pozzo e il granturco asciugava nelle aie al sole.
Per quarant’anni ha impiegato il tempo sgocciolandolo via senza curarsene troppo.
“Mai studiato in vita sua, mai lavorato un giorno” dicono di lui i paesani.
Ma si sbagliano, quel disfare è stato il suo apprendistato.
Compresa la mitica Scuola Radio Elettra di Torino — “Fu la prima tappa nella mia marcia di avvicinamento alla cultura” —, che in realtà fabbricava diplomi per corrispondenza e alibi per gli studenti più svogliati.
E poi i lavori da due lire, il barista, il fattorino, l’installatore di antenne, l’impiegato all’Aci, il supplente, l’infermiere, il finto medico, persino il cantante.
E nei mesi da disoccupato, battitore libero dei biliardi di zona, ad assorbire le chiacchiere da nulla degli amici e degli avventori al bancone, che poi sono il racconto quotidiano di quella terra, di quella gente — fatto con parole semplici: la famiglia, la casa, i figli, le donne, le tasse, i meridionali, il lavoro — che ha ascoltato nei bar e nelle bocciofile di Cassano, di Samarate, di Besnate, su fino a Sesto Calende, dove il cielo d’alta Lombardia entra nel Lago Maggiore e i piccoli sogni dei laghèe diventano la malinconia del tempo immobile che fugge.
Da laggiù Umberto Bossi ha scalato Roma e poi l’Italia intera nominandosi guerriero del Nord, narratore di una rivoluzione sempre imminente, di una battaglia che non si vedeva ancora a occhio nudo ma che lui sentiva nel pugno e nel cuore.
Una lotta che nei primissimi anni della sua marcia gli capitava di dettare ai fogli del ciclostile in forma di vaticinio, anzi di minaccia: “Si avvicina l’anno del Samurai, quando la Lega taglierà la gola al Sistema da orecchio a orecchio”.
Così, straparlando da finto guerriero, finì per trovarsi un vero esercito di delusi disposto a seguirlo. E, seguendolo, a infiammarsi.
Da quella polvere di parole — “Basta! È il momento di liberare la Lombardia dalla vorace e soffocante egemonia del governo centralista di Roma ladrona!” — Bossi ha inventato una nuova lingua politica fatta di punti esclamativi, invettive, insulti, semplificazioni di massima efficacia compresa la pernacchia, il gestaccio, la chiamata alle armi per la “lotta di liberazione da Roma!”.
Ha inventato uno stile, battezzato barbarico, che esibiva le giacche stazzonate e la canottiera come simbolo di purezza popolana, e il dito medio come scettro del nuovo Regno che avrebbe liquidato il vecchio.
Ha inventato un territorio da difendere e uno da sconfiggere: il primo immaginario, la Padania, il secondo tanto vero da coincidere con lo Stato unitario.
Si è attribuito la protezione di un dio che scorre nel Grande Fiume e nell’Ampolla.
La titolarità di un colore sacro, il verde della Pianura.
Un inno con cui commuoversi, un destino da condividere.
E anche se il destino era fatto con gli elastici del rancore sociale, lo spago della rivolta antitasse e la vernice spray con cui di notte, per anni, ha disegnato sui cavalcavia della pedemontana le lettere immense e bianche di lega nord, a certificarne un’esistenza almeno visiva, quattro milioni di italiani adulti gli hanno creduto.
Perchè comunque quel destino immaginario e immaginifico era meglio del nulla che passava la vecchia Italia dei partiti e dei Palazzi, dell’assistenzialismo meridionalista e del pubblico impiego fannullone.
Perchè sollecitava un ideale puro, la “Libertà del Popolo!”, che sembrava più attraente delle vuote promesse della politica.
Perchè i partiti sguazzavano negli scandali, mentre la gente annegava in un mare di tasse pagate senza vantaggio.
Perchè quel destino era una identità . Era l’idem sentire che tornava a declinarsi coerente ai vincoli del sangue e del suolo, negli stessi anni in cui l’economia globale, governata dai misteriosi poteri forti che sovrastano persino gli Stati centralisti, quei vincoli iniziava a triturarli, mischiando geografia e culture, cancellando orizzonti antichi, abitudini, sicurezze, tradizioni, fino a trasformare la lingua e il territorio.
La prima minacciata dall’arrivo dei forestieri, “prima i terroni, poi gli africani”, che la corrompevano fino a renderla irriconoscibile.
Il secondo alterato dalle speculazioni, dalla crescita sregolata, oppure malamente abbandonato, e comunque violentato fino a sfigurarlo, a renderlo spesso ostile, se non addirittura estraneo.
Al punto da innescare quella furente malinconia che genera lo spaesamento, quella paura orizzontale, quotidiana, di chi non si sente più, come ai bei tempi andati, “padrone a casa propria”.
Per dissigillare quei tempi andati Bossi ha promesso la chiave.
Affidandola alle avanguardie del risarcimento, i militanti della Lega, detta anche la Potentissima, l’Imbattibile, la Padrona del Nord.
Il territorio e la lingua sarebbero stati restituiti ai legittimi proprietari: il popolo.
E anche l’anima, anche lo spirito: un immenso conguaglio politico che aveva bisogno di una sola parola magica per diventare vero, bastava pronunciarla e pronunciarla bene, scandendo le sillabe come nei mantra: “Fe-de-ra-li-smo!”.
Elezione dopo elezione, dai 186.255 voti raccolti nel 1987, passando ai 3,4 milioni del 1992, fino ai 4 milioni e rotti del 1996, Bossi ha trasformato quel primo movimento di eccentrici, fabbricato con gli scampoli del vecchio autonomismo regionale, nel più dinamico tra i nuovi partiti della Seconda repubblica e il quarto per consistenza numerica. Capace di diventare la compatta colonna della destra di governo, la dura guarnigione della protesta al Sistema e infine il caposaldo del berlusconismo trionfante — anni 2001-2006 —, che è stato insieme l’apogeo della sua storia e l’inizio del suo declino.
Pino Corrias, Renato Pezzini e Marco Travaglio
Edizioni Chiarelettere pag. 208 Euro 13
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile
IL SENATUR ESPERTO IN SCUOLE BOSINE FINANZIATE DALLO STATO ITALIANO E IN UNIVERSITA’ TAROCCO ALBANESI STRONCA PURE I PROMESSI SPOSI
Umberto Bossi è un disco rotto.
Alla festa della Lega Nord di Corgeno, in provincia di Varese, torna nuovamente sugli stessi temi di sempre.
Espone la teoria del complotto nei suoi confronti: “E miei figli non c’entrano niente” e che “sono stati tirati in mezzo per colpire me”.
Nel lungo discorso di Bossi (ha parlato per 40 minuti) c’è stato ancora spazio per le parabole di Armin (il generale germanico che ha sconfitto tre legioni romane) e di Bobby Sands (l’eroe dell’indipendentismo irlandese, che si è immolato in carcere lasciandosi morire di stenti), ripetute allo sfinimento in ogni occasione pubblica.
Tra le tante frasi ripetute, Umberto Bossi ha avuto un guizzo, introducendo un nome nuovo nell’elenco dei nemici giurati della Lega: Alessandro Manzoni.
Lo scrittore, reo di essersi piegato alla volontà del Re di trovare una lingua che unisse l’Italia, si è meritato l’appellativo di “traditore” e “canaglia”.
“Siccome per fare una nazione serviva una lingua — ha affermato — il re trovò un grande traditore, una canaglia, cioè Alessandro Manzoni e gli fece scrivere “Fermo e Lucia”.
Poi aggiunge: “Per questo motivo si studia a scuola- continua — non perchè è una grande opera, visto che è un mattone, ma perchè era scritto nella lingua italiana” di Alessandro Madron.
C’è da credergli, lui di scuole se ne intende: quella della moglie, finanziata con soldi pubblici e gli atenei albanesi tarocco del figlio.
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
“NON DIVIDERO’, MA SORVEGLIO MARONI”… IL VECCHIO LEADER NON MOLLA
Adesso che il “Capo” non è più il capo, adesso che i più maligni tra i rottamatori
leghisti lo chiamano «Bossy Solo» – non in onore dei suoi trascorsi canori – raccontano che, per uscire dal cono d’ombra, Umberto Bossi voglia giocarsi la carta Berlusconi.
Sì, perchè la solitudine di un (ex) numero primo, se è Bossi, oltre che da una tavola deserta può passare anche dalla pianificazione di una vacanza (mai state una priorità le ferie).
«Basta montagna, quest’anno forse vado in Sardegna… C’è giù la mia nipotina, la Lavinia (figlia di Riccardo). Faccio un po’ il nonno, e poi Silvio mi ha invitato…», ha raccontato il destituito druido padano a una festa verde in quel di Soncino, Cremona.
E già , Silvio di villa Certosa come il mago Silvan.
E il vulcano finto, magari. Roba che all’Umberto non gliene è mai importato di meno (dopo il blitz pre-ribaltone in canotta nel ’94 non ci ha più messo piede, delegando il Trota che nel parco di Punta Lada si divertiva a derapare con la macchina da golf), ma che di questi tempi, un po’ colpo di teatro, un po’ suggestione da mozione affettiva, potrebbe avere il suo perchè.
«Mi hanno lasciato solo» ha certificato il Senatur. E’ vero.
Però i leghisti 2.0 non gradiscono che si dica, chè non è elegante, anzi, fa proprio brutto, e infatti ieri sera a Bergamo (dove partì la rivolta delle scope padane) l’ex segretario federale è stato accolto con meditato calore da tutto lo stato maggiore orobico, Calderoli in primis. «Visto che non l’abbiamo messo da parte?», ha chiosato un maroniano doc.
Sic transit gloria mundi. Addio corti e cerchi magici, basta processioni fuori dalla porta, e capo qua e capo là .
Eccolo il nuovo Presidente Ad Affectum («il suo ruolo è solo affettivo, non ha poteri» lo ha sistemato Bobo neosegretario). Fino a ieri gli bastava sollevare il sigaro per concedere udienza o fare tacere; adesso lui fuma e gli altri trattano e decidono. Altrove. A prescindere dal “Vate” o dal «vangelo», per dirla con la pasdaran bossiana Paola Goisis.
Gemonio, sei e mezza della sera. «Capo, i sigari… Quanti ne prendiamo?», gli chiede Giambattista, uno degli uomini ombra, il meno calvo ma anche il meno atletico della paranza orobica che da anni bada al fondatore della Lega.
La voglia di fumarsi Garibaldi, inteso come sigaro, al Senatur non gli è mai passata: figurarsi in questi mesi tribolati.
Assieme alle amate nuvole di fumo Umberto convive con una nuova compagna di viaggio: la solitudine. Sconosciuta. Detestata.
«Se ne sono fregati, nessuno dei dirigenti era seduto con me al tavolo», ha commentato l’impietosa foto di Trescore: lui piantato lì, e neanche un cane a fargli compagnia. Uno che in due decenni non ha passato un pranzo, una cena, una pausa caffè senza avere attorno una corte che di due o 200 persone.
«Prima venivano tutti da me, adesso mi vogliono pensionare ma io non mollo. Voglio vederli tutti in faccia – ha confidato a chi era con lui quella sera – capire chi è stato ed è sincero, e chi era ed è solo un lecchino».
La maggior parte.
Molti già riposizionati nel nuovo corso leghista. «La Lega deve restare unita – ragiona Bossi tra uno strappo e una toppa – . Niente scissioni, niente divisioni. Ce ne sono già state troppe. Ma guardo come uno si comporta, controllerò che tutti facciano bene le cose, che righino dritto…». Tutti.
Segretario federale compreso. Quello a cui il Senatur ha assestato un altro fallo di frustrazione («il capo sono io, i cani piccoli abbaiano ma non spaventano»).
Al funerale di Cesarino Monti l’altro giorno Bossi e Maroni secondo qualcuno si sono salutati freddamente e con imbarazzo; secondo altri ci sono stati invece affetto, cordialità , battute.
La verità forse sta nel mezzo, e non ha nulla a che vedere con la parvenza di un rito funebre. La racconta uno che c’era prima e c’è adesso. «Bossi in questo momento dentro la Lega solo». Le abitudini le ha mantenute tuttE.
In ufficio tutti i giorni, mai troppo presto.
Ma la geografia del potere in via Bellerio è cambiata: i dirigenti vanno tutti da Maroni, al primo piano.
Quelli che prima aspettavano ore fuori dalla porta dell’anziano leone, su al secondo piano della palazzina, hanno lasciato il posto ai militanti, ai soldati semplici. La “base” passa, saluta il “presidente”. Commentano con discrezione. «L’ufficio di Renzo l’hanno dato all’addetto stampa di…», «Riccardo non si è più visto».
La “sua” Lega cambia i simboli, il linguaggio sotto i suoi occhi; la faccina di Bossi sull’home page del sito è lassù, schiacciata a destra, sul bordo; esce quasi fuori dallo schermo.
Lui abbozza, poi attacca di nuovo. «Io e Berlusconi potremmo tornare, il capo sono ancora io».
La sera tardi Bossi lo trovi sempre lì, nel suo “dehor”. Il bar Bellevue di Laveno, sul lago, a due passi da Gemonio. Mastica discorsi amari, a volte aspri, beve Coca Cola e acqua e menta e, intorno, atterrano gli “aerei di Mussolini”.
Li hanno ribattezzati così: sono gli ultimi cortigiani. Gli adulatori fuori tempo massimo. Q
uelli che «Umberto il capo sei sempre tu, per noi non è cambiato niente». Lo prendono da parte e gli soffiano nelle orecchie.
Li ha lanciati lui: poltrone, carriere a pioggia. Senza di lui sono finiti. Leonardo Carioni, già presidente della provincia di Como, i deputati Desiderati, Meroni, Chiappori, Torri, Goisis (la pasdaran veneta che ha lanciato in aria la tessera al congresso che ha eletto Maroni). Più una mezza dozzina tra impiegati e addetti stampa.
I nuovi colonnelli li irridono: «Si incontrano a Roma, come i carbonari…».
Piazza Navona, esterno notte. Riecco l’espulsa Rosy Mauro, relitti di cerchio magico e lui al centro, depotenziato eppure sempre tirato per la giacchetta. Dopo le immagini della rimpatriata hanno preso a girare voci.
Che l’ex “badante” starebbe facendo il diavolo a quattro per convincerlo a entrare nel nuovo movimento “Siamo gente comune” (uguale suicidio politico; «chi esce dalla Lega fa una brutta fine», sentenziò).
E se non lui almeno la moglie Manuela, e magari Renzo e altri epurati, e poi si vedrà . Che Bossi stia aspettando il primo insuccesso di Maroni per prendersi la rivincita. L’autostima è intatta. «La gente mi vuole bene, sono qui da sempre e molti, da destra a sinistra, parlano ancora con me».
Chi lo conosce bene scommette che non andrà ai giardinetti.
E che, vecchia volpe, sulla nuova condizione di padre nobile-isolato ci stia marciando un po’ su. Si ritorna alla tavola di Trescore. «E’ arrivato alle sei e mezza anzichè alle otto e mezza, ovvio che non ci fosse un’anima», spiega un testimone. «Il dubbio che quel vuoto sia stato organizzato ad arte, viene».
(da “La Stampa”)
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Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile
“IL TROTA” RICOMPARE A LAZZATE PER I FUNERALI DEL SEN. MONTI.. IN PRIMA FILA ALLA CERIMONIA UMBERTO E MARONI FANNO FINTA DI VOLERSI BENE
“Non ho bisogno di vivere con la politica, la politica si fa anche nei bar, ora faccio
l’agricoltore”.
Parole che Renzo Bossi ha pronunciato conversando con i giornalisti al termine del funerale del senatore leghista Cesarino Monti.
L’ex consigliere regionale lombardo, che non partecipava a incontri pubblici dalle sue dimissioni in seguito allo scandalo sui rimborsi elettorali del Carroccio, è arrivato a Lazzate in compagnia del fratello minore Sirio Eridanio.
“Sono venuto qui per Cesarino”, ha spiegato Bossi junior. “Era un amico, un combattente, mi ha sempre trattato come un figlio”.
Ai funerali ha partecipato lo stato maggiore della Lega Nord.
Al primo banco della chiesa di San Lorenzo martire erano seduti, l’uno vicino all’altro, il segretario Roberto Maroni e il presidente Umberto Bossi.
In chiesa anche Roberto Calderoli, Roberto Cota, Federico Bricolo, Matteo Salvini.
E’ stato un addio commosso, quello che Lazzate ha tributato al suo sindaco.
La chiesa era già gremita almeno mezz’ora prima dell’inizio della cerimonia e non è riuscita a contenere le centinaia i cittadini che si sono accalcati all’esterno e sul sagrato.
Al termine della cerimonia funebre Umberto Bossi e Roberto Maroni si sono scambiati auna stretta di mano e pacche sulle spalle, prima di partire ciascuno con la propria auto.
Fra i due non è mancata anche qualche battuta.
A Bossi, che non si ricordava il nome di una militante che si era avvicinata a salutarlo, Maroni ha detto scherzando: “Stai perdendo colpi”.
Al termine della cerimonia religiosa la bara del senatore è stata portata sulla piazza a fianco alla chies, dove i figli e alcuni amici del sindaco scomparso si sono trattenuti per ricordare Monti.
Prima della partenza per il cimitero la bara è stata quindi salutata dalla banda che ha intonato il Va’ pensiero di Giuseppe Verdi.
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
“CI SONO TANTI PICCOLI CANI CHE ABBAIANO MOLTO MA NON FANNO PAURA”
«Non rispondo, ma il capo sono io». 
Così Umberto Bossi, conversando in Transatlantico risponde a chi gli chiede un commento alle parole di Maroni: «Ci sono tanti cani piccoli – aggiunge – che abbaiano molto ma non fanno paura».
Il nuovo segretario federale della Lega aveva detto in un’intervista a Sette: «La presidenza di Bossi è un ruolo affettivo. Non ha nessun potere. È il riconoscimento concesso alla sua storia personale».
Parole che non devono essere piaciute al senatur.
Ormai nella Lega Nord si parla da separati in casa: Roberto Maroni da una parte, Umberto Bossi dall’altra.
E l’intervista al magazine del Corriere è forse l’atto ufficiale con cui l’eterno delfino del Carroccio ha messo alla porta il padre storico del movimento padano, riaffermando la propria leadership.
Bossi ha poi rivolto un pensiero a Berlusconi, invitando l’antico alleato a stare in guardia, se davvero è intenzionato a scendere di nuovo in campo.
«Come si è fatto vivo, la magistratura lo ha mazzolato subito», ha spiegato il presidente della Lega citando anche l’inchiesta Stato-mafia.
«Deve stare attento a quel che fa…», ha aggiunto Bossi.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
BOSSI E’ ORMAI SOPPORTATO IN LEGA SOLO “PER UN MOTIVO AFFETTIVO”… SI ACCENTUA LO SCONTRO TRA PASSATO E PRESENTE DEL CARROCCIO, SEMPRE A RISCHIO SCISSIONE
Ormai nella Lega Nord si parla da separati in casa: Roberto Maroni da una parte, Umberto Bossi dall’altra.
L’eterno delfino del Carroccio mette alla porta il Senatur e riafferma la sua leadership: «Bossi non ha nessun potere – chiarisce – E la sua presidenza è un ruolo affettivo, il riconoscimento concesso alla sua storia personale».
Sono parole che non lasciano spazio ad interpretazioni. Dure e amare.
Anche se non è dato sapere come siano state accolte dal diretto interessato: Bossi, infatti, non replica.
Tace ancora ed all’avanzata del suo successore oppone soltanto una “resistenza gandhiana”.
C’è Giacomo Stucchi, deputato della vecchia guardia bossiana, che difende il ‘capò. Ed attacca Maroni: «È incredibile come un figlio possa disconoscere l’opera del ‘padrè », afferma a Montecitorio il parlamentare ligure.
Insomma, il dramma padano ha tutti i contorni di una guerra interna dalle conclusioni più inattese, anche una impensabile (almeno fino a qualche mese fa) ‘scissionè leghista.
Il partito è attraversato da fremiti separatisti, ma stavolta solo interni.
Maroni, forse infastidito dalle continue punzecchiature di Bossi, sbaraglia il campo da fraintendimenti sulla guida del partito: «Al congresso – spiega – ho detto chiaramente ai delegati: ‘Se mi eleggete sappiate che voglio pieni poteri sulla linea politica e sulla gestione del partitò. Mi hanno eletto».
Insomma, il partito l’ho conquistato con i voti dei militanti e la linea la detto io.
Bossi, dal suo canto, appare impegnato in una guerra di trincea: piccole sortite che innervosiscono l’avversario per poi ritirarsi nel silenzio.
Come le dichiarazioni negli incontri pubblici in giro nei feudi leghisti: a corrente alterna dà un colpo alla leadership di Maroni e poco dopo esprime parole di elogio per Bobo.
I due vengono descritti da separati in casa anche a Via Bellerio.
Maroni impegnato in lunghe riunioni con il nuovo gruppo dirigente per rilanciare il partito e dar vita al “Fronte del Nord”.
Bossi, chiuso nel suo studio, che riceve le visite dei suoi fedelissimi e fa le pulci al neosegretario.
Così l’ex responsabile del Viminale smentisce che il ‘senatur’ abbia ancora poteri di comando e decisionali: «Non è così», dice seccamente.
Una risposta indiretta al ‘capò che invece, durante alcuni incontri pubblici, aveva avocato a sè i poteri di reintegro nel partito di chi è stato espulso.
A sentire i bossiani, comunque, di «scissioni interne non se ne parla. I panni sporchi si lavano in famiglia».
Al massimo – spiegano – si può creare una corrente come fu quella dei ‘Barbari sognantì. Sarà .
Eppure, in Parlamento tra qualche deputato è sempre più forte il sospetto che in futuro possa nascere una “Rifondazione leghista”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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