Maggio 6th, 2012 Riccardo Fucile
INVESTIMENTI IMMOBILIARI PER DIVERSI MILIONI DI EURO… CONTATTI CON UN PERSONAGGIO POTENTE, ANELLO DI COLLEGAMENTO CON LA ‘NDRANGHETA
Più passano i giorni più sembrano aumentare i guai per il leader leghista Umberto
Bossi. Secondo quanto riferisce il quotidiano la Repubblica, alcune delle operazioni finanziarie fatte dall’ex tesoriere Francesco Belsito sarebbero state suggerite dallo stesso Bossi.
In particolare, si legge nei verbali dell’interrogatorio, “in alcune occasioni” il Senatur avrebbe fatto proposte per investimenti immobiliari, tra cui quello per una casa di cura.
La famiglia Bossi sarebbe stata, quindi, non solo informata dei fatti, ma anche parte attiva nelle operazioni per cui l’ex tesoriere è indagato per riciclaggio.
“Ho sempre informato il segretario federale del partito, la scelta era lasciata al tesoriere e gli investimenti ordinari sono stati proposti da Banca Aletti e dalla Barca Arner Italia”, riporta il quotidiano romano.
Si parla per esempio di 4,5 milioni di euro trasferiti da Banca Aletti sul conto di Cipro intestato all’imprenditore veneto Stefano Bonet, anche lui indagato.
Ma non sono gli unici dati emersi dai documenti sequestrati all’ex tesoriere dalla Dia di Reggio Calabria.
Da carte, file e pen drive sarebbe emerso un vero e proprio sistema di controspionaggio. Belsito avrebbe ingaggiato un investigatore privato e un membro delle forze dell’ordine ancora in servizio per raccogliere informazioni su Roberto Maroni e altri membri del partito. Non solo intrusioni telematiche, ma anche sottrazioni di documenti, dati e intercettazioni ambientali e telefoniche, con i quali ricattare gli esponenti leghisti.
In più, nelle intercettazioni telefoniche ritrovate, una conversazione tra persone non ancora identificate confermerebbe i traffici tra Belsito e politici ed esponenti della ‘ndrangheta.
In una di queste, come riporta ancora Repubblica, un uomo e una donna parlano di un “personaggio potente”di Genova, Bonanno o Buonanno, in affari con Belsito, che avrebbe svolto il ruolo di collegamento tra l’ex tesoriere e la ‘ndrangheta.
Intanto, tutti i vertici della Lega Nord saranno chiamati a comparire davanti al pm di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. Da Maroni a Calderoli, da Rosy Mauro e Roberto Castelli, dovranno dire, come persone informate sui fatti, se il partito sapeva, come dichiara Belsito, degli investimenti fatti con i soldi dei rimborsi elettorali.
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Maggio 6th, 2012 Riccardo Fucile
IN LOMBARDIA SU 126 COMUNI CHIAMATI AL VOTO LEGA E PDL NE AMMINISTRAVANO 35, LA LEGA DA SOLA 10…A RISCHIO MONZA, CASSANO MAGNAGO, CREMA, CANTU’, CESANO MADERNO, LISSONE, MEDA, TRADATE, JESOLO, THIENE… E IL BARBARO SOGNANTE FA L’ELOGIO POSTUMO DELLA DC
Sarà anche «bello», come aveva annunciato Bossi.
Oppure «rigenerante», come preferisce dire Maroni.
Fatto sta che questa corsa solitaria della Lega (alleata con il Pdl solo a Gorizia, e solo perchè i berlusconiani rinunciano al logo tradizionale e si presentano come Popolo di Gorizia) non mancherà di lasciare sul campo (padano) morti e feriti.
Difficile, anzi impossibile, riconquistare in splendida solitudine – e con l’eco ancora vivissima degli incredibili scandali che hanno travolto il movimento – i tantissimi Comuni finora amministrati in condominio con i vecchi alleati.
Come Cassano Magnago, nel Varesotto, il paese natio del Senatùr, dove il Carroccio sta facendo di tutto per vincere una battaglia dal forte valore simbolico.
E sarà dura pure riconfermare quelli dove, cinque anni fa, i leghisti avevano già vinto da soli. Se si considerano solo i comuni con più di 15mila abitanti, tra Lombardia e Veneto sono una dozzina, le amministrazioni a monocolore leghista.
Se si mettono nel conto anche quelli più piccoli, solo in Lombardia Pdl e Lega ne amministravano insieme 35 sui 126 chiamati oggi al voto; e dieci il Carroccio da solo.
Sempre in Lombardia, l’elenco dei comuni maggiori a guida leghista comprende Monza, la terza città della regione per numero di abitanti, poi Cantù, Crema, Cesano Maderno, Lissone, Meda, Tradate.
E nel Veneto, sempre nei centri maggiori, ci sono in ballo le poltrone “verdi” di primo cittadino a Verona, Jesolo, Thiene, San Giovanni Lupatoto.
Tranne il veronese Flavio Tosi, di cui si pronostica una vittoria in carrozza già al primo turno, rischiano tutti.
A cominciare dal borgomastro di Monza Marco Mariani, che non a caso si era subito detto contrario al divorzio dal Pdl, salvo poi accettare – come hanno fatto più o meno volentieri gli altri suoi colleghi – la decisione presa dal consiglio federale.
E che ora rischia di non arrivare neppure al ballottaggio, nonostante i suoi cinque anni da sindaco.
Le previsioni della vigilia sono concordi, al di là delle divisioni tra bossiani e maroniani, accentuate dalla recente zampata del vecchio capo, che una settimana dopo aver incoronato l’ex ministro degli Interni come nuovo segretario, è tornato a riproporsi come leader annunciando la propria ricandidatura al congresso federale di fine giugno.
«Sarà un bagno di sangue», è il sussurro unanime che passa di bocca in bocca.
Ma è l’unica cosa che accomuna i due fronti: la Lega vecchia (come dicono i Barbari sognanti di Bobo), raccolta attorno a Bossi; e quella nuova che sta scaldando i muscoli in vista del congresso per eleggere Maroni leader.
Una rappresentazione plastica delle «due Leghe» è stata data venerdì sera, nelle due città più importanti (almeno per il Carroccio) di questa tornata amministrativa.
Comizi di chiusura del Carroccio a Monza e Verona.
Nella città di Teodolinda, con Mariani, c’era Bossi, in un teatro che mostrava parecchie poltrone vuote; in quella di Giulietta Maroni (lì il Senatùr non l’hanno proprio voluto, e per tutta la campagna elettorale), arrivato per tirare la volata a Tosi, in un tripudio di bandiere, cartelli irriverenti (Semo Tosi coi Maroni, gioco di parole che suona più o meno così: siamo ragazzi con gli attributi), e in una piazza strapiena.
Ecco, il vecchio e il nuovo.
E sul nuovo scommette il triumviro, al quale domani sera non andrebbe affatto male rivendicare, dentro una generale dèbà¢cle della Lega, la sperata vittoria a Verona come momento di palingenesi e occasione di ripartenza in un momento difficilissimo.
Obiettivo dichiarato di Maroni è «allargare i nostri consensi ai padani non leghisti», attraverso uno «svuotamento» del Pdl che ha come primo momento il passaggio di suoi esponenti locali alle liste civiche che appoggiano sindaci leghisti.
È accaduto a Verona, potrebbe accadere, anche se in altre forme, alle politiche dell’anno prossimo.
«Il problema – va ripetendo Bobo ai fedelissimi – è evitare che nel 2013 questi voti tornino al Pdl».
Ed è anche per questo che Maroni venerdì sera si è lanciato in un elogio postumo della Dc, «che non era solo il partito delle tangenti».
E lo ha fatto in sintonia con il suo discepolo Tosi, che si definisce un «leghista democristiano».
Se domani il sindaco avrà già rivinto, l’ex ministro tirerà fuori tutto quel che si è tenuto dentro da quando Bossi ha annunciato la ricandidatura al congresso.
Rompendo gli indugi e annunciando la propria.
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica”)
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Maggio 5th, 2012 Riccardo Fucile
I GIOVANI: “BOSSI DA CLANDESTINO NON POTEVA LAUREARSI”… DAL DATA BASE DELLA POLIZIA DI FRONTIERA ARRIVA LA CONFERMA: “RENZO BOSSI MAI ENTRATO IN ALBANIA”
I guai, l’imbarazzo e la polemica. La Procura di Tirana vuole vederci chiaro sulla laurea triennale presa da Renzo Bossi (e Pier Moscagiuro) all’Università privata «Kristal».
Gli inquirenti, poi, cercano anche di capire se il figlio del Senatur – chiamato a Tirana «Trofta» (trota, in albanese) – abbia mai messo piede nel Paese e come.
Secondo fonti della Polizia di frontiera nel «Tims» (il sistema che in Albania memorizza arrivi e partenze da porti e aeroporti) non ci sarebbe nessun documento riconducibile a Renzo Bossi.
E anche dall’Ambasciata italiana, in via preliminare, fanno sapere che a loro non risulta una comunicazione sull’arrivo dell’ex consigliere regionale lombardo.
Soprattutto dal 2010, anno del suo incarico al Pirellone.
«Per prassi – spiega un funzionario in servizio nell’ufficio diplomatico italiano a Tirana – l’arrivo nel Paese degli esponenti politici, nazionali e locali, ci viene comunicato».
Il «Trota», stando al certificato di laurea, è diventato «dottore» il 29 settembre 2010.
L’università privata «Kristal» giovedì sera ha confermato la veridicità del documento (che in Albania si chiama «diploma») e ha aggiunto che Renzo Bossi «si è laureato in Gestione aziendale.
È stato regolarmente iscritto, sulla base delle leggi albanesi, nell’anno accademico 2007/2008».
Più di un anno prima dell’esame di maturità superato nel 2009 non si sa come e dove.
Ma c’è di più.
«Come ha fatto il figlio del Senatur con gli esami in lingua albanese?», si chiedono ancora i magistrati.
Dall’università hanno deciso di non comunicare più con i giornalisti.
Ma una docente dell’ateneo ha detto che «le lezioni al “Kristal” sono quasi tutte in lingua locale e senza traduttori».
Poi c’è il giallo di uno dei professori che ha firmato il certificato di laurea.
Marenglen Spiro prima ha detto di non aver mai firmato quel documento, poi ha confermato che la sigla è la sua, aggiungendo che «Renzo Bossi ha studiato qui per ben quattro anni».
Il professor Spiro ai tempi era rettore del «Kristal». Ora fa lo stesso lavoro, ma in un altro ateneo privato di Tirana.
L’inchiesta italiana sull’ex tesoriere della Lega finisce per scatenare polemiche e accuse anche nell’altra parte dell’Adriatico.
Il leader socialista albanese Edi Rama – da Firenze, dove ha incontrato i connazionali che studiano in Italia – si è scagliato contro le «fabbriche dei diplomi a pagamento».
Mentre sul web molti lettori ironizzano sulla vicenda. «Ma il figlio di Umberto Bossi ha studiato da clandestino in Albania?», si sono domandati ieri decine di giovani albanesi di fronte al ministero dell’Educazione (che ha deciso di fare luce sull’ateneo privato).
Capeggiati da un partito appena nato, l’«Alleanza Rossonera», hanno chiesto le dimissioni del ministro Myqerem Tafaj.
«A noi in Italia ci fanno sputare sangue per avere il permesso di soggiorno per motivi di studio», hanno raccontato alcuni. «Renzo Bossi ce l’aveva quel pezzo di carta?».
A far luce sul caso ci penserà una task force della sezione «Crimini economici», hanno precisato dalla Procura di Tirana.
Nel gruppo «ci saranno alcuni esperti del ministero dell’Educazione».
Le indagini «si concentreranno soprattutto sul registro delle presenze dei corsi universitari per capire se Renzo Bossi sia davvero stato iscritto all’ateneo e se abbia mai frequentato una lezione».
Immersa tra grandi centri commerciali e altri atenei privati, la sede dell’università «Kristal» – fondata nel 2005, alla periferia della capitale albanese – vive negli ultimi giorni momenti di notorietà indesiderata.
È appoggiata da una tv privata, «Planet Television», che non manca di ricordare le eccellenze dell’ateneo.
E di far vedere la facciata della sede di Tirana (ce ne sono altre sparse in Albania) con il suo ingresso che vorrebbe ricordare un college americano.
Intanto ai microfoni di Radio24 Matteo Salvini, europarlamentare del Carroccio, non ha nascosto il suo fastidio per la vicenda: «Mi incazzo con Renzo Bossi, con quelli che fanno furbate. Rispetto e capisco chi non ci voterà più dopo questi fatti. Preferisco perdere questo giro piuttosto che avere l’indifferenza degli elettori».
E il «Trota»? «Ha chiuso con la politica – ha risposto l’europarlamentare -. Se si dovesse candidare di nuovo glielo diranno gli elettori».
Leonard Berberi
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 5th, 2012 Riccardo Fucile
PARE DI VEDERLI, RENZO BOSSI E MOSCAGIURO, IN VIAGGIO DA CLANDESTINI SUL GOMMONE DA OTRANTO A TIRANA, MENTRE RIPASSANO A BORDO LE LEZIONI IN ALBANESE STRETTO
Dopo anni di calunnie e facili ironie, finalmente trionfa la verità : Renzo Bossi s’è
laureato davvero.
Il rampollo dell’ampolla, matricola accademica 482, è stato promosso “dottore in gestione aziendale” al prestigioso ateneo Kristal di Tirana il 29 settembre 2010, quando secondo il suo autista si trovava regolarmente in Italia.
Insieme con lui s’è laureato in Sociologia il bodyguard canterino di Rosi Mauro, Pier Moscagiuro.
Paghi uno, prendi due.
E pare di vederli, Trota e Pier, in viaggio sul gommone da Otranto a Tirana, che ripassano le lezioni in albanese stretto.
Non è stata una passeggiata, per l’enfant prodige del Senatur: ha dovuto superare ben 29 esami, tutti in lingua albanese e con voti altissimi (dall’8 al 10), in un corso di laurea che gli studenti normali completano in tre anni e lui invece ha bruciato in un solo anno (la maturità scientifica l’ha conseguita nel luglio 2009).
E un simile genio vuole lasciare la politica per fare “il contadino o il muratore?”.
Ma via, un po’ di autostima, che diamine.
Anche perchè ormai alla cultura il Dottor Trota ci ha preso gusto: punta alla seconda laurea in un’università privata di Londra dove — come ha giurato telefonicamente al padre Umberto la sera delle dimissioni, appena esplose lo scandalo — si sta laureando un’altra volta a tempo di record.
Alla fine impiegherà meno per due lauree che per il diploma, conseguito solo al terzo tentativo dopo due mortificanti trombature.
A conti fatti, l’investimento sostenuto a suo tempo da The Family, anzi da Belsito, anzi dai contribuenti per maturarlo si rivela azzeccato e a prezzi piuttosto modici: appena 99 mila euro e 69 centesimi, secondo i carabinieri del Noe (cui vanno aggiunti i 12 mila per la laurea albanese e i 130 mila euro per quella inglese).
Ormai la maturità del Trota travalicava la dimensione scolastica per diventare un fatto squisitamente politico, anzi razziale.
L’erede al trono padano, al secondo tentativo da privatista al collegio Bentivoglio di Varese, aveva presentato una dotta tesina su Carlo Cattaneo, l’incolpevole pensatore federalista usato dalla Lega per dare una pennellata di cultura alla secessione e alla devolution.
Ma il corpo docente, insensibile alle istanze indipendentiste, lo bocciò con la banale motivazione che “ha mostrato gravi lacune di preparazione in quasi tutte le materie”.
Parola del rettore don Gaetano Caracciolo.
Ma il Senatur, impegnato nel governo B. a ripristinare la meritocrazia, spiegò che dietro quel giudizio impietoso c’era ben altro: i professori terroni.
Invano il rettore fece osservare che, a parte lui, la commissione era composta da nove insegnanti del Nord e “la maturità è il risultato aritmetico di una serie di prove: purtroppo la somma di tutte non ha raggiunto i 60 punti, il minimo per la promozione”.
Di fronte a quegli aridi calcoli da bottegaio, il papà ministro delle Riforme istituzionali non battè ciglio e ordinò su due piedi una nuova riforma istituzionale: “Dopo il federalismo, bisogna riformare la scuola. Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord. Il problema della scuola è molto sentito perchè tocca tutta la famiglia. È la verità , un nostro ragazzo (uno a caso, ndr) è stato bastonato agli esami perchè ha presentato una tesina su Cattaneo. Questi sono crimini contro il nostro popolo e devono finire: noi padani non siamo mai stati schiavi”.
Nemmeno la circostanza che la sua signora Manuela Marrone fa l’insegnante ed è siciliana lo smosse di un millimetro.
Anche lui, ai suoi tempi, dopo il diploma per corrispondenza alla scuola Radio Elettra, subì le angherie dei prufesùr terùn dell’università .
Per far credere alla prima moglie di essere dottore in medicina anche se aveva dato solo qualche esame, dovette inscenare ben due feste di laurea e uscire ogni mattina di casa con la valigetta da medico condotto, salvo poi fermarsi al bar dietro l’angolo per giocare al biliardo.
Altri tempi, quando ancora il Kristal era una marca di champagne.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 4th, 2012 Riccardo Fucile
MANIFESTAZIONI SOTTO IL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, CHIESTE LE DIMISSIONI DEL MINISTRO: “UN CASO CHE DIMOSTRA IL DEGRADO DEL SISTEMA UNIVERSITARIO ALBANESE”
La notizia della laurea conseguita da Renzo “Trota” Bossi all’Università Kristal di
Tirana, arrivata nel 2010 a un anno dalla maturità dopo tre bocciature, ha provocato scandalo anche in Albania dove la Procura generale della Repubblica ha deciso di avviare verifiche sul caso, per verificare se il figlio del Senatùr si sia recato nel Paese per seguire gli studi.
Stamane il partito di ispirazione nazionalista Aleanca Kuqezi ha manifestato davanti al dicastero dell’Istruzione per chiedere le dimissioni del ministro Myqerem Tafaj, responsabile, secondo loro, del degrado del sistema universitario del Paese dove “lo scandalo del figlio di Umberto Bossi rappresenta solo l’ultima vergognosa vicenda”.
Nel frattempo l’Ateneo privato albanese, fondato nel 2005, ha diffuso un comunicato che ha del surreale: “I cittadini italiani Pierangelo Moscagiuro e Renzo Bossi sono stati iscritti regolarmente a questa Università , presentando regolare documentazione in conformità con la legislazione albanese”. Secondo l’amministrazione della Kristal, il Trota si sarebbe iscritto ai corsi di business managment a partire dall’anno 2007-2008.
Difficile crederlo dato che è riuscito a diplomarsi (dopo due bocciature ufficiali, più una contestata) nel luglio 2009, all’età di 21 anni.
Ciò nonostante anche l’ex rettore della Kristal, Maringlen Spiro, quello che ha apposto la propria firma sul diploma del Trota, in un’intervista alla tv nazionale albanese continua a sostenere che Renzo ha “frequentato per quattro anni gli studi accademici”.
In attesa di chiarire la vicenda, la polemica politica continua a gonfiarsi anche sulla sponda est del Mare Adriatico.
Il leader del Partito socialista albanese Edi Rama mette sotto accusa tutto il sistema universitario: “Qui le Università sono diventate delle fabbriche di diplomi illegali”.
E sull’attestato del dottor Trota non ha dubbi: “E’ stata comprata”.
Anche secondo Rama, il casi del figlio del Senatur e dell’autista tuttofare di Rosi Mauro sono emblematici per capire in che stato versi il sistema universitario del Paese.
A partire almeno dal 2005, quando la riforma della scuola ha dato il via alla proliferazione di atenei privati sullo stile della Kristal, dove il controllo dello Stato non è mai stato molto severo.
C’è più di un dubbio che queste scuole siano effettivamente dei terminali del “traffico di certificati”.
E la timidissima reazione del ministero dell’Educazione di Tirana sembra confermarlo: nessuna dichiarazione ufficiale e la timida promessa di fare qualche controllo sulla scuola del Trota.
Il portavoce della Procura generale della Repubblica Plator Nesturi ha inoltre aggiunto di volere costituire un gruppo tra inquirenti ed esperti del ministero dell’Educazione che si occupino delle verifiche sul caso.
La prima potrebbe essere realizzata sul sistema elettronico di controllo che registra le entrate e le uscite dalle frontiere albanesi, per vedere se il figlio di Bossi sia venuto o meno a Tirana per seguire gli studi.
E le polemiche sono affiorate anche sui siti dei principali media albanesi, in cui i lettori hanno ironizzato sui leghisti e il loro razzismo antialbanese, e sugli esami in lingua albanese che ‘il Trota’ avrebbe sostenuto.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
DALLA CASSAFORTE DI BELSITO SPUNTA A SORPRESA LA LAUREA IN GESTIONE AZIENDALE DI RENZO BOSSI RILASCIATA DALL’ATENEO PRIVATO DI TIRANA KRISTAL.. CONSEGUITA A SETTEMBRE 2010 E SI IPOTIZZA PAGATA COI SOLDI PUBBLICI DEL PARTITO… RITROVATO ANCHE UN DIPLOMA INTESTATO AL FIDANZATO DI ROSI MAURO
Agli atti delle procure di Napoli e Milano c’è un diploma universitario che Renzo Bossi ha conseguito in Albania.
È stato trovato dalla Gdf nella cassaforte di Belsito dove era custodita la cartella «The Family».
E il sospetto è che il corso sia stato pagato con i fondi della Lega.
Si tratta di un diploma di laurea di primo livello, paragonabile probabilmente a una laurea triennale italiana: il «Trota» si è laureato in gestione aziendale alla facoltà di Economia aziendale della capitale albanese, sostenendo «29 esami» del corso di «gestione aziendale», acquisendo «180 crediti», che prevedono una percorso di studi di 3 anni.
Il figlio del Senatur, però, stando anche alle prime analisi degli investigatori, avrebbe ottenuto la laurea in un anno circa.
Renzo Bossi, infatti, ha preso il diploma di maturità in Italia nel luglio 2009 a 21 anni.
Il certificato di laurea nella facoltà albanese reca invece la data del «29 settembre 2010» come conseguimento e dell«’8 ottobre 2010» come consegna dell’attestato. 
Sempre nel certificato, tutto in lingua albanese, Renzo Bossi è registrato col numero di matricola «482».
Accanto la sua fotografia.
Gli investigatori della Gdf, che hanno perquisito la cassaforte dell’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito a Roma, trasmettendo poi le carte anche al Noe, hanno rintracciato un diploma dell’Università Kristal di Tirana in Albania, fondata nel 2005.
La laurea, come risulta dallo stesso certificato, è stata conseguita dal «Trota» il 29 settembre del 2010. Il diploma reca la data di consegna dell’8 ottobre 2010 e si tratta di un corso di laurea in «gestione aziendale» della Facoltà di «Economia aziendale».
Il documento universitario è scritto in lingua albanese ed è corredato dai voti che Renzo Bossi avrebbe preso nelle varie materie come «sociologji».
Nella cassaforte di Belsito, inoltre, gli investigatori della Gdf hanno trovato anche un diploma universitario sempre in «Sociologji», della stessa università , conseguito da Pierangelo Moscagiuro, caposcorta del vicepresidente del Senato Rosy Mauro.
Laurea quest’ultima che, come risulta sempre dal documento, è stata conseguita il 29 giugno 2011, con consegna il 20 luglio successivo.
Sono in corso accertamenti per verificare se i titoli di studio siano stati acquistati con soldi della Lega Nord.
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
ROSI MAURO PRONTA A UN GRUPPO FILO-BOSSI IN SENATO… I BOSSIANI RITORNANO IN TRINCEA ALLA VIGILIA DI UNA SCONFITTA ELETTORALE CERTA
Ed è Umberto Bossi, dopo le lacrime mostrate a Bergamo e le scuse per aver candidato i figli con relativo passo indietro e incoronazione di Roberto Maroni suo successore, a mostrare i muscoli: “La Lega è mia, non la mollo”.
Lo ha ripetuto anche ieri sera a un comizio a Cassano Magnago: “Per forza” che mi ricandido .
Lo aveva ribadito nel pomeriggio in via Bellerio, dove si è chiuso al mattino per uscire solo a fine pomeriggio e dopo aver imposto a La Padania di pubblicare un tagliando “vota il tuo segretario”.
Il Senatùr è sempre più fermo nella decisione presa e annunciata il primo maggio dal palco del Lega unita day: candidarsi a segretario federale del Carroccio contro l’ex titolare del Viminale.
Che non l’ha presa bene.
Tanto da aver preferito non intervenire, come era invece previsto, in chiusura a Zanica.
Ha affidato il suo commento a facebook, in cui ha sottolineato che la dichiarazione di Bossi è arrivata “a sorpresa” e che “la battaglia continua, in tutti i sensi”. Infine ha chiamato a raccolta “tutti i barbari sognanti”, il suo esercito di militanti.
Poi, a tarda notte, Maroni ha inviato un sms al solito gruppo ristretto di amici: “Dobbiamo andare avanti”.
Perchè dietro Bossi c’è il Cerchio Magico che tenta di riorganizzarsi.
Rosi Mauro sta riorganizzando le forze in Senato, dove i maroniani sono sempre stati in minoranza, con l’intenzione di dare vita a un gruppo di transfughi di stretta osservanza bossiana.
Con lei da subito si è schierato Bodega, poi Piergiorgio Stiffoni, cacciato appena tre giorni fa dal Carroccio, seguito da Giovanni Torri e altri che al momento guardano al campo di battaglia.
Dove per primo ieri si è mosso Roberto Castelli. “Se Bossi conferma di volersi candidare , è meglio presentarsi con una candidatura unica al congresso per garantire l’unità del partito”.
Poi, nella battaglia tra fazioni, è toccato ai generali maroniani di punta: i sindaci Attilio Fontana e Flavio Tosi.
“Alla fine l’unico candidato sarà Maroni”, diffonde via agenzie di stampa il primo cittadino di Varese, in mattinata.
A fine pomeriggio, quando è ormai certa la volontà di Bossi di andare fino in fondo, Tosi affonda: “La sua candidatura è francamente inopportuna, a decidere saranno comunque i militanti.
Naturalmente il sottoscritto si augura che” il nuovo segretario “sia Maroni”.
Il tentativo di gettare acqua sul fuoco è arrivato dal triumviro Roberto Calderoli. “Non mi sembra il momento di pensare alle candidature”, ha abbozzato ai microfoni del Tg4.
Certo Calderoli era sul palco di Zanica e annuiva con vigore mentre Bossi lanciava la sua corsa alla guida del Carroccio. “Ma quella è abitudine, un po’ come Fede con Berlusconi”, fa notare un deputato leghista con casacca da colonnello maroniano.
Certo è che ieri Calderoli è stato l’unico dei capi a trascorrere del tempo insieme a Bossi in via Bellerio.
Il Senatùr era “caricato a molla” quando è entrato nella redazione de La Padania per imporre che il giornale di partito pubblichi da oggi un tagliando con scritto “vota il tuo segretario”.
Devono decidere i militanti? Bene, cominciamo a tastare il polso, ha pensato Bossi, ancora legato ai vecchi mezzi di comunicazione.
E forse ha ragione, perchè buona parte dei militanti leghisti non possiede neanche un computer, figurarsi se sa cos’è facebook.
Sul social network imperversano invece i barbari sognanti di Maroni.
E sulla sua pagina è andata in scena la rivolta contro Bossi.
C’è chi promette di ridurre in brandelli la tessera del Carroccio nel caso in cui il Senatur non dovesse arretrare. “Voto leghista da 20 anni, ma se c’è ancora Bossi, voterò Grillo. Maroni pulizia vera! Bossi fora dei bal”.
La rabbia è palese, tant’è che in più di un post cade l’ultimo tabù: la malattia del Capo. “Bossi all’ospizio”; “In casa di riposo subito”; “E’ meglio che cominci a stare a casa plaid e minestrina”.
In tanti, tantissimi, chiedono il passo indietro di Bossi annunciato più volte ma ieri, a sorpresa, ritrattato. “Vada in pensione e cominci più a seguire i suoi figli da padre che è meglio”; “largo ai giovani? meritocrazia? con Bossi fra i piedi niente è credibile”, scrive un militante leghista.
La parola d’ordine è “Maroni segretario”, sul social network e anche ai microfoni di Radio Padania.
“La ricandidatura di Bossi è una forma di trasformismo che dalla Lega non accetto”. In pochi difendono il vecchio Capo. Maroni, intanto, temporeggia. A fine serata rilancia la necessità di fare pulizia interna al partito perchè “non è ancora finita”, ribadisce.
E poi va un comizio a Cuneo, quello della sua Lega.
L’altra metà del partito è a Cassano.
Intanto sui telefonini dei maroniani l’invito a comprare la Padania e scrivere Maroni sul tagliandi-no voluto dal Senatùr.
Anche questa è una guerra.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
MARONI: “PECCATO PER LE SUE PAROLE”… IN RETE SCOPPIA L’IRA DEI BARBARI TRASOGNANTI
La piccola Pontida di Zanica che doveva sancire la ritrovata unità leghista sembra trasformarsi nella Caporetto politica interna di Umberto Bossi.
L’annuncio del Senatùr della sua ricandidatura alla segreteria della Lega ha spiazzato la base.
La novità è che questa volta il dissenso contro il “Capo” è palese, urlato.
Sulla bacheca Facebook di Maroni i messaggi sono impietosi: «Bossi all ospizio», «Umberto ha rotto le balle», «ditegli che ha stufato», «ne abbiamo tutti le scatole piene di essere ridicolizzati dall’ex condottiero e dalla sua famiglia allargata».
Tra i lumbard volano stracci, ma ora nessuno si prende più la briga di difendere il Senatùr.
Nella notte interviene lo stesso Maroni e lo fa senza nascondere la sua disapprovazione: «Grazie a tutti coloro che sono venuti a Zanica oggi. Peccato solo che la dichiarazione (a sorpresa) di Bossi di volersi candidare alla segreteria federale abbia consentito ai giornalisti di mettere in secondo piano la protesta fiscale contro l’IMU sulla prima casa. Ma la battaglia continua, in tutti i sensi».
Sul palco del “Lega Unita Day” convocato nel paese della Bergamasca, il Senatùr aveva preso la parola per ultimo.
Tuonando contro il governo Monti e dicendo di non voler fare la fine del rivoluzionario irlandese Michael Collins, «ucciso dai suoi ex compagni».
Ma era stato solo più tardi, davanti ai cronisti e al riparo da possibili contestazioni, che un Bossi affaticato aveva lasciato scivolare l’annuncio più importante della giornata.
Si candiderà o no al congresso federale convocato per la fine di giugno?
«Sì, penso di sì. Per forza, per la gente», era stata la risposta del Senatùr. «Altrimenti — aveva aggiunto Bossi – la gente pensa che non siamo uniti. Lo farò se serve a tenere unita la Lega».
Apriti cielo, la maschera è caduta.
Decine di iscritti prendono d’assalto la pagina Facebook di Maroni.
E’ lì che va in scena il parricidio virtuale padano. «Se Bossi si ricandida, la Lega è finita», scrive Paolo. «Bossi ha fondato la Lega e come Sansone vuole farla sparire ammazzando tutti i filistei», accusa Maurizio.
Un militante lancia il suo personalissimo ultimatum ai dirigenti del partito: «O si cambia e si recupera in credibilità o io la faccia non ce la metto più».
«Per quel che mi riguarda — avverte Simona – o Bobo o niente».
Le risponde Fabrizio: «Il niente si è purtroppo ricreduto… Mi sa che si rimangerà le scuse di Bergamo e tutto il resto. Belsito hai vinto tu».
Su Radio Padania va in onda la frustrazione di un popolo diviso.
Arriva una telefonata da Vicenza: «Piuttosto del ritorno di Bossi è meglio chiuderla qui, non ne possiamo più».
In studio Igor Iezzi prova a riportare la discussione sull’iniziativa anti-Imu, con scarsi risultati. Passa qualche chiamata, tocca a Enzo da Monza: «La ricandidatura del Senatùr è negativa, è una forma di trasformismo che non accetto dalla Lega».
Avanti un altro: «Siamo stufi, Bossi non può autoproclamarsi capo a vita. Così non c’è giustizia».
Angela da Bergamo adombra complotti: «La ricandidatura di Bossi è l’ultimo tentativo di Berlusconi di riagganciare la Lega, io ormai non ci credo più».
Sul Web qualcuno esce dal coro e prova a dare la colpa ai «soliti giornalai servi di Roma ladrona».
Ma a vincere è la delusione: «Però potevate dircelo che era tutto uno scherzo».
La parola d’ordine è Maroni segretario. «Se non diamo una svolta seria e credibile per la Lega è finita — scrive Gian Piero -. Lo chiedono la maggior parte dei militanti e i simpatizzanti delusi che aspettano una svolta per tornare a votarci».
Fulvio concede l’onore delle armi, ma nulla di più: «Bossi è stato un grande leader, ma è ora che si faccia da parte. Se sarà candidato unico al congresso io non andrò neanche a votare».
Paolo è dello stesso avviso: «Mi pare arrivato il momento di dire basta. A Bossi voglio bene, ma se non capisce da solo che è arrivato il momento di farsi da parte, bisogna che qualcuno glielo faccia capire».
Gabriele Martini
(da “la Stampa”)
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Maggio 1st, 2012 Riccardo Fucile
ANCHE SENZA CERCHIO IL SENATUR TENTA IL COLPO “MAGICO”: MARONI, CHE AVEVA ANNUNCIATO CHE AVREBBE VOTATO BOSSI IN CASO DI SUA CANDIDATURA, SI E’ FREGATO DA SOLO…LA RIVOLUZIONE ANNUNCIATA SI RISOLVERA’ IN UN PATERACCHIO ALL’ITALIANA
Sindaci come guerrieri. Roberto Maroni usa questa immagine e lanciare la
protesta fiscale al raduno della «Lega Unita» di Zanica, nella Bergamasca.
Dal palco detta la linea, accanto a lui c’è Umberto Bossi che poi prende parola e chiude gli interventi, a dispetto delle previsioni che volevano invece fosse l’ex ministro dell’Interno a parlare per ultimo con quella scansione da scaletta che fra i lumbard individua il peso dei leader.
Ancora Bossi, a margine del comizio, risponde a una domanda diretta dei giornalisti: si candiderà o no al congresso federale convocato per la fine di giugno?
«Sì, penso di sì. Per forza, per la gente».
E aggiunge: «Altrimenti la gente pensa che non siamo uniti. Lo farò se serve a tenere unita la Lega».
La notizia viene battuta dalle agenzie e a stretto giro arriva un comunicato di Roberto Castelli: «La Lega ha bisogno di Bossi ancora per molto».
Il tema sembra però cadere durante il pranzo a cui lo Stato maggiore presenzia dopo il comizio, con alcuni commenti rilasciati ai cronisti solo alla fine del pomeriggio: «Se Bossi si ricandiderà ? Io lo voterò», dice l’europarlamentare Francesco Speroni.
Per il vicepresidente della Regione Lombardia Andrea Gibelli «ogni decisione sarà presa dai militanti», mentre il triumviro Roberto Calderoli ai media parla di congressi: «Prima di pensare al federale mi sembra dobbiamo pensare ai nazionali».
Fra i militanti in sala intanto circola la voce di una presa di posizione più morbida del Senatur («Ha spiegato che la Lega la guideranno lui e Maroni…»), mentre l’ex ministro dell’Interno non torna sul tema con la stampa.
Perchè se è vero che a Zanica Maroni invita i sindaci guerrieri alla disobbedienza civile, è altrettanto vero che l’ex ministro degli Interni di guerriero ha ben poco.
Se avesse gli attributi, come si dice in gergo, avrebbe cercato di prendere le redini del partito, dopo aver primeggiato in tanti congressi.
Il momento è propizio, Bossi è travolto dagli scandali famigliari, ma Maroni temporeggia senza una linea precisa da seguire.
In causa di restaurazione, quelli che rischiano di più sono proprio coloro che si sono esposti per Bobo e che ora rischiano di essere le prime vittime del clima di restaurazione.
L’alternativa? Che Maroni vestisse per una volta i panni del guerriero e puntasse alla vittoria al Congresso.
Ma per dirla alla don Abbondio “se uno il coraggio non l’ha, non può darselo”: e poi, quanto potrebbe costare in termini di immagine un eventuale attacco mediatico contro di lui?
Quali carte ha in mano il cerchio magico per poter solo ipotizzare di neutralizzare l’avanzata dei barbari sognanti?
Evidentemente a sufficienza per indurre Maroni a ritornare al ruolo a lui congeniale: quello di eterno secondo, magari trattando qualche poltrona e posto di potere in più.
Insomma il solito pateracchio all’italiana, pardon alla Padagna del magna magna.
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