Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI PARLA 20 MINUTI RIUSCENDO A FAR APPISOLARE BOSSI 12 VOLTE…NELL’AULA VUOTA VA IN ONDA IL CAVALIER SBADIGLIO
E venne il giorno del “Cavalier sbadiglio”. Dodici appisolamenti del tuo miglior alleato, al
tuo fianco, dodici crolli di attenzione: di fatto un epitaffio.
L’uomo-ovunque che cuciva i limoni sugli alberi a Pratica di mare, il leader coreografo che faceva il casting delle gambe sulla prima fila del congresso pidiellino a Roma, il capo che regalava lo spray per l’alito ai parlamentari affetti da fiatata sulfurea, è drammaticamente caduto sul suo primo postulato — l’immagine — marchiando a fuoco il proprio discorso con la rappresentazione plastica della sonnolenza.
Ti arrampichi sulla tribuna stampa di Montecitorio per assistere all’ultimo ruggito del Re Leone.
Pensi a tutti i precedenti, alle ovazioni, agli sfottò, alle invettive rivolte all’opposizione, alle trovate studiate a tavolino, come quel giorno che nel 1994 si
alzò platealmente per stringere la mano a Giorgio Napolitano. E va bene che glielo aveva suggerito Giuliano Ferrara, che in quei mesi sarebbe arrivato a girare con il gesso tra banchi del governo, ed era ministro dei Rapporti con il Parlamento.
Però nessuno poteva negarglielo: l’omaggio a Re Giorgio era una berlusconata che spiazzava.
Adesso le trovate non ci sono più, persino l’originario antiparlamentarismo sembra addomesticato, il dietrista inquadrato nella diretta televisiva è Umberto Bossi, e l’unica cosa che ci ricorderemo di questo discorso sono i dodici, terrificanti sbadigli a scena aperta del senatùr.
Dodici sbadigli in dodici minuti: una catastrofe.
Le agenzie discettano sulla definizione tecnica: “Sbadiglio. Atto involontario accessorio della respirazione caratterizzato da una abnorme apertura della bocca”.
Un tempo non era così: che dire di quella volta che i fotografi — nella seduta inaugurale — scoprirono, con un abile gioco di teleobiettivi, il bigliettino premuroso scritto per due deputate del Pdl?
Era il primo giorno della legislatura e il premier scriveva euforico: “Gabri, Nunzia, state molto bene insieme! Grazie per restare qui, ma non è necessario. Se avete qualche invito galante per colazione, Vi autorizzo (sottolineato) ad andarvene!”.
E nel retro: “Molti baci a tutte e due !!! Il ‘Vostro’ presidente”.
C’era persino un Berlusconi gaffeur, ma simpatico, come quella volta che aveva detto, sicuro: “Adesso do la parola al ministro Martino!”.
Dimenticandosi, però del fatto che la parola la dà il presidente della Camera, ma non un membro del governo.
Un’altra volta Berlusconi si era lamentato con un cronista: “Cosa dovrei andare a riferire? Non mi faccia più certe domande!”.
Un’altra volta si era lamentato: “Non è piacevole passare una giornata in Parlamento a schiacciare bottoni”.
Disse una volta Oscar Luigi Scalfaro: “Berlusconi non sa cos’è il Parlamento!”.
Ma l’imperizia, la rottura del galateo, le papere regolamentari erano pur sempre energia, vita, rispetto al cloroformico dibattito di ieri.
Berlusconi diceva: “I parlamentari la tirano così a lungo con le leggi, perchè devono dimostrare ai figli e alla moglie che non vanno a Roma solo perchè lì hanno l’amante”.
Adesso, invece, scopriamo che l’aula può servire per addormentare gli amici.
Anche stavolta il consigliere è Giuliano Ferrara.
Faceva una certa impressione sentire Berlusconi dire “chiedo scusa per la bocciatura del Rendiconto”, fotocopiando, di fatto, l’editoriale de Il Foglio di ieri.
Un tempo avremmo versato fiumi di inchiostro, adesso non ce ne accorgiamo nemmeno, perchè non si riesce a staccare gli occhi dal leader della Lega, quando fra le 11:15 e le 11:20 tracolla, prova disperatamente a mettere la mano davanti alla bocca per mascherare lo smascellamento. Ma non ci riesce.
C’è chi sbadiglia di mattina, perchè ancora non ha preso conoscenza, chi di primo pomeriggio perchè si abbatte come una mannaia la fase post-prandiale, chi di sera, perchè crolla stremato per la stanchezza.
Nessuno, fino a oggi, aveva avuto il tracollo di metà mattina. Ma questi sono il Bossi e il Berlusconi di oggi. Il lettore di un discorso precotto e l’uditore sofferente.
Poi, però, se ci pensi meglio, mentre la guardi dall’alto, quest’aula semivuota, con emiciclo in cui risuona l’eco, con Bobo Maroni che se ne va in gita goliardica sui banchi dipietristi, se la guardi dall’alto, la scena, improvvisamente ti pare di capire qualcosa di più.
In questi anni di crisi, il berlusconismo ha mascherato il suo svuotamento con la teologia del nemico, ha supplito al tradimento dei suoi sogni con il tonico della tirata apocalittica, il corpo a corpo, la sfida.
Ora, mentre l’aula vuota rende mezzo Parlamento desertificato, e la curva sud piediellina diventa inutile, è come se Berlusconi fosse costretto a combattere contro il suo fantasma, come se dovendo ascoltare se stesso perdesse le energie.
Umberto e Silvio, 145 anni in due.
Risorto dopo il suo tracollo, ieri Bossi sembrava tornato a ruggire: “Domani sera — diceva — il governo ci sarà !”.
Non c’è motivo di dubitarne.
A patto, però, che riesca a restare sveglio.
Luca Telese blog.
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Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO LEGHISTA FA LA PARTE DI CHI CERCA DI RICUCIRE E FINISCE PER IRRITARE PURE I SUOI: L’ETERNO INDECISO PENSA SIA PREMATURO RISCHIARE…MA IL CERCHIO MAGICO HA PRONTA LA LISTA DI CHI EPURARE
Dopo le polemiche del congresso varesino della Lega Nord, con la contestazione dei delegati all’imposizione di un candidato unico da parte di Umberto Bossi, martedì sera il ministro Roberto Maroni ha partecipato alla riunione del direttivo cittadino.
Da parte sua nessuna dichiarazione, nessun commento alle divisioni e alle spaccature che stanno agitando il Carroccio.
Anzi. Secondo quanto riferito dai militanti presenti alla riunione il ministro ha cercato di placare gli animi, di convincere i dissidenti a ricucire lo strappo con il neosegretario Maurilio Canton: “E’ lui il nuovo segretario, lasciatelo lavorare”, avrebbe detto Maroni alla presenza dello stesso Canton, passato dalla sede storica di piazza del Podestà per una visita.
Se l’assemblea si è svolta in un clima allegro e conviviale, non si può dire che i partecipanti abbiano accolto a braccia aperte il neosegretario.
Canton è stato ricevuto a riunione iniziata nel totale silenzio (nessun applauso per lui), qualcuno avrebbe anche imbastito un processo contro la sua nomina, tentativo stoppato dal ministro che ha interpretato a pieno il ruolo del conciliatore.
La base continua a chiedere una reazione al ministro Maroni, che per ora non sembra voler muovere alcun passo contro Bossi, e resta immobile.
Chi si sta muovendo, per mettere in atto il proprio progetto per assumere il pieno controllo del partito, è il cosiddetto Cerchio magico.
Dopo aver ottenuto la piena fiducia del Senatur, sembra che entro la fine dell’anno in Lombardia verrà celebrato il congresso nazionale (così si chiama il congresso regionale nel linguaggio leghista) e sono previsti nuovi colpi di scena.
Protagonista della partita, probabilmente, sarà il segretario uscente Giorgetti.
Al posto sono insistenti le voci che vorrebbero Rosi Mauro, fedelissima di casa Bossi.
Intanto a Varese sembra che dopo l’animato congresso di domenica sia pronta una prima lista di proscrizione per 47 nomi.
Si tratta di sindaci, assessori, consiglieri comunali, personaggi di spicco del panorama politico locale che potrebbero essere presto espulsi dal movimento.
Persone che a vario titolo e in modo più o meno pubblico hanno dimostrato di essere “maroniani” e soprattutto hanno criticato i fedelissimi di Bossi.
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Ottobre 13th, 2011 Riccardo Fucile
L’OPPOSIZIONE DISERTA, RADICALI IN AULA, VENTI MINUTI DI BANALITA’ PER DIRE QUELLO CHE GIA’ TUTTI GLI ITALIANI SANNO: RESTANO ATTACCATI ALLA POLTRONA….DOMANI UN VOTO SCONTATO
Venti minuti di intervento, undici applausi e lo sbadiglio di Umberto Bossi in diretta
televisiva mentre il premier parla alla Camera.
Più delle parole di Berlusconi sono le immagini a dare il senso della situazione della maggioranza. Il Cavaliere garantisce che “non esiste nessuna alternativa a questo governo” e al suo fianco il leader del Carroccio sbadiglia.
E nell’aula per metà vuota, con i parlamentari dell’opposizione che disertano l’emiciclo, si vedono quattro ministri seduti sui banchi dell’Italia dei Valori. Palma, Galan, Maroni e Calderoli. E’ dunque più il contorno a colpire.
Giulio Tremonti che spinge in aula Bossi dicendogli “muoviamoci altrimenti ci accusano di essere assenti”.
Domenico Scilipoti che entra correndo e Alessandra Mussolini che lo riprende: “Stai attento a te”.
E Daniela Santachè che non si vede ma, garantisce, è solo in ritardo.
La maggioranza doveva mostrarsi al completo, invece si contano oltre venti assenti.
Ma alle undici Berlusconi prende la parola, puntuale.
E già le prime parole confermano che Gianni Letta è riuscito a far desistere il premier dallo scontro: “Mi scuso per l’incidente parlamentare, la bocciatura del rendiconto è una anomalia da sanare”.
Il premier legge un testo scritto, senza sbavature.
E la mano di Letta si riconosce anche nel passaggio sul Quirinale. “La vigilanza istituzionale del Capo dello Stato è impeccabile”, scandisce il premier.
“Sorveglia sul regolare svolgimento delle istituzioni e stimola i soggetti della politica senza fare politica”.
Un tentativo di rispondere alle due comunicazioni che Giorgio Napolitano ha inviato al governo in meno di 24 ore. Ma il Colle aveva chiesto provvedimenti concreti.
E invece stamani, il Consiglio dei ministri convocato proprio per mettere mano al rendiconto economico e trovare una soluzione, ha rimandato tutto a dopo il voto di fiducia previsto per domani.
In pratica l’esecutivo ha deciso di incassare prima la fiducia e poi individuare una strategia.
La preoccupazione di non superare l’esame di Montecitorio è concreta.
Timore confermato anche dai toni pacati e distensivi usati dal premier.
A parte un attacco all’opposizione e una alla stampa (definita “patiboli di carta”).
“A chi ci chiede un passo indietro noi rispondiamo che mai come ora sentiamo al responsabilità di non accondiscendere a questa richiesta — ha detto Berlusconi — il nostro governo comunque andrà avanti senza farsi condizionare da nulla se non dal rispetto della Costituzione e degli impegni presi”.
“Questo governo non ha alternative credibili e le elezioni anticipate non sarebbero una soluzione ai problemi che abbiamo” oggi, ha proseguito Berlusconi, “il nostro primo dovere è di mettere l’Italia al riparo dalla crisi economica”.
“Le opposizioni — ha sottolineato — esercitano un legittimo diritto dovere di critica anche aspra ma sono frastagliate, anzi oggi addirittura sparite. Non hanno nè un esecutivo di ricambio nè un programma alternativo da sottoporre agli elettori. Io sono qui e con me una maggioranza politicamente coesa al di là degli incidenti d’aula”.
Nel suo intervento Berlusconi ha infatti definito lo scivolone della maggioranza sul rendiconto di bilancio “un incidente parlamentare di cui la maggioranza ha la responsabilità e di cui mi scuso”, un incidente che ha “determinato una situazione anomala che dobbiamo sanare con un voto di fiducia politica”.
Il governo, ha spiegato, “presenterà al Parlamento nuovo provvedimento di un solo articolo al quale aggiungerà tabelle e dati contabili” che sarà poi “sottoposto alla Corte dei Conti e presentato in Senato”.
“A questa soluzione non c’è alternativa” ha detto il premier.
Secondo Berlusconi parlare di “sfiducia” al governo per il voto negativo sul Rendiconto “è del tutto improprio perchè si tratta di un atto squisitamente contabile”.
Berlusconi ha poi affrontato il tema della crisi economica: “Sono qui per testimoniare che l’Italia ce la farà battendo la strategia del pessimismo” ha detto sottolineando che “la stabilità dell’euro è il pilastro della costruzione europea” ma che “la moneta unica ha un vizio d’origine perchè non esiste ancora una autorità europea che possa coordinare le politiche fiscali ed emettere bond. L’Europa deve fare un passo avanti decisivo nel coordinamento della politica fiscale”.
Il presidente del Consiglio ha assicurato che il “il decreto sviluppo sarà un mattone” importante per ricostruire la fiducia e che il governo “continuerà a lavorare nell’interesse delle famiglie e delle impresse anche se contro di noi è stata montata una campagna di inusitata violenza basata solo sull’antiberlusconismo”.
Poco altro.
Poco di nuovo oltre a quello già detto il 14 dicembre, impegni.
Ma la maggioranza ha applaudito. “Bel discorso, domani il governo ci sarà ancora”, ha garantito Bossi.
Dopo lo sbadiglio.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 13th, 2011 Riccardo Fucile
IL DISCORSO MAI LETTO DEL SEGR. PROV. USCENTE STEFANO CANDIANI, MARONIANO DOC, E’ STATO TAGLIATO PER TIMORE DI POLEMICHE… “ABBIAMO MANDATO PER ROMPERE IL SISTEMA, NON PER MANTENERLO”
“Non vogliamo tenere in piedi un’Italia cotta e decotta, corrotta e puttaniera che sfrutta il
lavoro dei padani! Noi non abbiamo nulla da spartire con questa gente e con questa idea di politica”. Eccolo qui il discorso che i delegati del congresso leghista di domenica a Varese non hanno potuto ascoltare.
Ed è un discorso pesante.
Perchè non avrebbe dovuto pronunciarlo un iscritto qualsiasi, ma il segretario provinciale uscente, Stefano Candiani.
E invece niente. Quelle parole che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere, non le ha ascoltate nessuno.
Perchè, per ordine di Umberto Bossi, il presidente dell’assemblea Andrea Gibelli, ha chiuso la porta al dibattito.
E al posto di Candiani (maroniano doc) è stato imposto — senza votare — il bossiano Maurilio Canton.
Così le parole del segretario uscente diventano il simbolo della spaccatura feroce che divide il Carroccio proprio nella terra che lo ha visto nascere.
Sui contenuti dell’intervento, il segretario uscente minimizza: “Nulla di devastante, solo espressioni di affetto. Non ci sono proclami rivoluzionari”.
In realtà , dalla lettera emergono con chiarezza le differenze di vedute tra maroniani e bossiani (ad esempio quando Candiani scrive: “Tre anni fa fui eletto segretario, quella volta, sì, per acclamazione…”).
E il mal di pancia della base leghista e di molti dirigenti viene fuori in diversi passaggi.
Scrive Candiani: “Noi abbiamo chiesto il mandato ai cittadini per cambiare il sistema, per romperlo e non per mantenerlo”.
L’insofferenza verso la situazione interna del partito è un ritornello che ricorre in diversi passaggi del discorso mai pronunciato: “È evidente a tutti che se oggi siamo a congresso con un unico candidato è solo per rispetto e fedeltà nei confronti di Umberto Bossi. Ma è anche evidente che questa non è una scelta che rispetta e compatta i militanti, cosa di cui ci sarebbe invece molto bisogno”.
La scelta di negare la parola a Candiani ha certamente contribuito ad alimentare quel sentimento di rancore covato dalla gran parte dei delegati del lungo l’arco di una mattinata estremamente tesa, sfociata poi nella più aspra manifestazione di dissenso mai partorita dal partito più bulgaro della Seconda Repubblica.
Contro un leader, Bossi, finora considerato intoccabile quantomeno nei suoi territori.
Il vecchio segretario è stato costretto a battere in ritirata apostrofando come “fascisti dell’Msi” i suoi compagni di partito che lo contestavano.
Ma soprattutto la novità sta nel fatto che i “dissidenti” non sono stati zittiti — come sarebbe accaduto fino a pochi mesi fa — dalla maggioranza dei delegati.
Anche se si è evitata la votazione, è parso evidente a tutti che il leader non rappresenta l’unità , e probabilmente nemmeno la maggioranza, del suo partito.
“Oltre a me — dice ancora Candiani — avrebbero voluto e dovuto parlare in molti, altrimenti che congresso è?”.
Ma oltre al contenuto dell’intervento, alla luce dei fatti è rimasto qualcosa di non detto?
“Certo sono mancate la voce e il voto della base, che deve sempre avere la possibilità di esprimersi”.
Nelle ore della rabbia sono stati in molti a esporsi con affermazioni fino ad oggi inimmaginabili da parte di un tesserato leghista.
Arriveranno altre prese di posizione da parte dei militanti? “Per quanto mi riguarda no, non vogliamo fare danno alla Lega, dobbiamo pensare a tenere unita la base”.
Unita sì, ma attorno a cosa?
Le parole di Candiani non sembrano essere molto rassicuranti per il neo segretario, il bossiano Maurilio Canton. A lui toccherà il difficile compito di gestire il partito nella terra di Bossi e Maroni, di Giorgetti e Reguzzoni, ma come farà a lavorare senza il sostegno della base?
“È una cosa impossibile da immaginare — dice Candiani -. Se non c’è la base non c’è il segretario, se vorrà guidare il partito in provincia di Varese Canton dovrà guadagnarsi il rispetto dei militanti”.
E a giudicare dalle prime reazioni e dopo lo striscione “Canton segretario di nessuno”, per lui la strada sembra decisamente in salita. Ma per Bossi, d’ora in poi, lo sarà ancora di più.
Intanto i vertici del partito si sono dati appuntamento in via Bellerio da dove non è arrivata — ufficialmente — alcuna reazione all’onda anomala del dissenso varesino.
Bossi, Calderoli, il segretario della Lega lombarda Giorgetti, i capigruppo alla Camera e al Senato Reguzzoni e Bricolo, il presidente della Regione Piemonte Cota e il Trota, Renzo Bossi, si sono chiusi nella sede federale.
Bocche cucite, clima teso e facce scure.
Li ha raggiunti anche il ministro dell’economia Giulio Tremonti che si è intrattenuto con loro per un’ora.
Ufficialmente si è parlato delle misure da inserire nel decreto sviluppo, ma non è stato fornito alcun dettaglio sui contenuti della riunione.
Alessandro Madron
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 12th, 2011 Riccardo Fucile
DOMANI BERLUSCONI ALLA CAMERA PER CHIEDERE LA FIDUCIA…FORSE LE OPPOSIZIONI DISERTERANNO IL VOTO
La strategia del governo è andare avanti, nonostante la bocciatura alla Camera dell’articolo 1 del rendiconto dello Stato.
Silvio Berlusconi chiederà la fiducia alla Camera giovedì alle 11, subito dopo aver concluso un consiglio dei ministri.
La verifica verrà votata venerdì.
La Giunta per il regolamento della Camera si è già espressa per quel che riguarda il provvedimento presentato martedì. «L’iter è concluso».
La palla è passata ai capogruppo che, dopo una riunione con il presidente della Camera Gianfranco Fini, hanno deciso di far parlare Berlusconi giovedì e non oggi. Una decisione che non piace alla maggioranza.
Tanto che il capogruppo della Lega, Marco Reguzzoni accusa Fini di essere «di parte non consentendo al governo di riferire in data odierna».
Secondo l’esponente del Carroccio «ha espresso valutazioni politiche in una sede istituzionale sul comportamento del governo, valutazioni che non competono al presidente della Camera».
In ogni caso il co-fondatore del Pdl ed ex alleato del premier si recherà al Quirinale, su invito dell’opposizione, per spiegare come sia diventato difficile, vista la situazione in cui versa la maggioranza, garantire il normale andamento dei lavori parlamentari. In particolare Fini dovrebbe spiegare al Capo dello Stato le ragioni dell’opposizione secondo cui non è possibile procedere alle comunicazioni del presidente del Consiglio dopo la bocciatura dell’articolo 1 del rendiconto 2010.
Ed è proprio Napolitano, in una nota, a chiedere una «risposta credibile» anche per «capire se la maggioranza è in grado di operare», dopo il voto martedì.
In altre parole, «la mancata approvazione dell’articolo 1 del Rendiconto Generale dell’Amministrazione dello Stato, e, negli ultimi tempi, l’innegabile manifestarsi di acute tensioni in seno al governo e alla coalizione suscitano interrogativi e preoccupazioni i cui riflessi istituzionali non possono sfuggire».
Dunque, «la questione che si pone è se la maggioranza di governo ricompostasi nel giugno scorso con l’apporto di un nuovo gruppo sia in grado di operare con la costante coesione necessaria per garantire adempimenti imprescindibili come l’insieme delle decisioni di bilancio e soluzioni adeguate per i problemi più urgenti del paese, anche in rapporto agli impegni e obblighi europei. È ai soggetti che ne sono costituzionalmente responsabili, Presidente del Consiglio e Parlamento, che spetta una risposta credibile».
E proprio a Fini vanno i ringraziamenti del Presidente «per averlo messo al corrente delle ragioni che ad avviso dei presidenti dei gruppi parlamentari di opposizione rendono politicamente complesso il superamento della situazione determinatasi a seguito del voto contrario all’art. 1 del rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato».
Il premier si presenterà in Parlamento per porre la fiducia a un nuovo provvedimento. Già perchè, secondo la Giunta per la regolamentazione, l’iter dell’attuale legge «può considerarsi concluso», visto che si tratta di una norma legata alla Costituzione.
La sua idea, insomma, è quella di non prestare il fianco alle opposizione e «dimostrare di avere i numeri. Li sbugiarderemo».
Si presenterà giovedì in Parlamento per un discorso programmatico di pochi punti sul rilancio dell’attività di governo. Intanto i lavori in Senato sul Documento di economia e finanza vanno avanti con le proteste dell’opposizione.
Ma anche le opposizioni non mollano.
Dall’Udc al Pd a Idv a Fli, stanno valutando se dare un segnale politico e istituzionale, disertando l’aula durante le comunicazioni del premier sulla fiducia e non partecipando al voto.
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Ottobre 12th, 2011 Riccardo Fucile
“ANCHE TREMONTI SI DOVRA’ RICREDERE”…IL PREMIER PUNTA ALLA SANATORIA FISCALE E A QUELLA EDILIZIA… PER BOSSI I CONDONI “SONO ROBA DA TERRONI”
Berlusconi è carico come una molla.
Stavolta non è disposto a fare retromarcia sul decreto Sviluppo: è convinto infatti di aver ingaggiato la battaglia decisiva, quella che determinerà il risultato delle prossime elezioni.
E sa che un passo falso non sarebbe perdonato. “Tremonti – ha detto il premier a uno dei coordinatori del Pdl – ha assunto una posizione ideologica sul condono, ma si dovrà ricredere”.
Per il capo del governo non ci sono infatti altre strade possibili per incassare quei miliardi che servono a finanziare la crescita.
E non sente ragioni: “Se facciamo il condono fiscale, se lo uniamo magari a una sanatoria sui piccoli abusi edilizi e diamo una scossa all’economia, vi assicuro che le prossime elezioni le rivinciamo noi”.
I suoi gli suggeriscono anche una patrimoniale leggera, ma su questo non hanno ancora fatto breccia
La speranza di risalire nei sondaggi e potersi quindi ripresentare, unita alla mobilitazione di tutto il Pdl – ne è una prova il piglio antitremontiano assunto ieri da Chicchitto e Bondi – lo sta spingendo verso un nuovo corpo a corpo con il ministro dell’Economia.
E in molti, nel governo e nel partito di maggioranza, si augurano che sia quello definitivo, che il duello si concluda insomma con la testa del “professore” sul piatto.
“Tremonti con la sua rigidità – è il sospetto di un ministro di peso – finirà per far cadere il governo. È questo che vuole? Sta cercando l’incidente per una crisi?”.
Le mosse del ministro dell’Economia vengono passate ai raggi X e la decisione di partecipare ieri al direttivo della Lega, insieme con Bossi e tutti i colonnelli del cerchio magico, è stato un segnale che a palazzo Chigi è arrivato forte e chiaro. “Tremonti – spiega un fedelissimo del premier – è andato a cercare la sponda del Carroccio contro di noi. Non a caso, dopo l’incontro a via Bellerio, Bossi e Tremonti hanno fatto filtrare il loro comune “no” all’ipotesi del condono”.
Desta sospetti nel Pdl anche l’apparente disinteresse dei leghisti sui contenuti del decreto Sviluppo, quasi preludesse a un disimpegno dall’alleanza di governo, motivato proprio con la stroncatura di un provvedimento che non li ha visti protagonisti.
La tensione è tornata quindi alle stelle.
A via dell’Umiltà sono certi che “le posizioni di Tremonti si vanno indebolendo giorno dopo giorno” e la riprova starebbe nella circostanza che il ministro “è stato costretto a cercare la protezione del Carroccio”.
È un fatto tuttavia che questa “protezione” è arrivata, eccome.
Un ambasciatore del premier che ieri ha provato a sondare Bossi sul condono, si è sentito rispondere al telefono con un vocione roco: “È roba da terroni, al Nord non serve”.
Quanto al decreto Sviluppo, Tremonti ha garantito al ministro Romani il supporto tecnico di un team di via Venti Settembre, ma nulla di più.
Anzi, parlando con un amico non ha resistito a una battuta delle sue: “Quello pensa di essere Romani-San, ma io lo aspetto in cima alla montagna con la mia Katana”. Insomma, quando il povero Romani andrà a presentare il decretone a Tremonti, troverà il ministro pronto a brandire lo spadone del “costo zero”.
È infatti su questi due ceppi che il ministro dell’Economia ha per ora incatenato Berlusconi: no al condono e misure a “costo zero”.
Ma c’è un’altra battaglia in vista nel governo fra Tremonti e tutti i suoi colleghi, quella sui tagli da sette miliardi ai ministeri.
E il giorno caldo sarà giovedì, quando il Consiglio dei ministri dovrebbe dare via libera alla Legge di Stabilità , il nuovo strumento (che contiene le tabelle con i tagli) che ha sostituito la vecchia Finanziaria.
Le sforbiciate ai ministeri sono state fissate da un decreto di Berlusconi, ma spetta ai singoli ministri decidere a cosa rinunciare nel 2012.
Il fatto è che, nonostante il termine sia scaduto da una settimana, alla Ragioneria non hanno ancora ricevuto alcuna tabella.
Si dice che Tremonti, preoccupato di dover fronteggiare la rivolta, abbia provato intanto a dividere il fronte nemico.
Garantendo a Ignazio La Russa, che resta anche uno dei coordinatori del Pdl, parte dei fondi incassati con l’asta della banda larga.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 12th, 2011 Riccardo Fucile
MALESSERE TRA I DEPUTATI: NEL MIRINO “TERRA INSUBRE”, ASSOCIAZIONE ERETICA
Il devastante congresso della Lega varesina di domenica scorsa potrebbe essere per il
Carroccio il punto da cui non si ritorna.
La poco oculata regia dell’assise ha messo Umberto Bossi in grave difficoltà a casa sua, costringendolo a un atto d’imperio su cui molto si elucubra in tutte le federazioni provinciali.
E c’è già chi parla della necessita di «fare network», di organizzarsi e studiare il modo per evitare che quanto è accaduto a Varese possa ripetersi in casa propria: ormai, il gruppo intorno a Umberto Bossi, il cui simbolo è diventato il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, è vissuto come un avversario da abbattere o da cui essere abbattuti.
Non solo.
La piega presa dal movimento rischia di determinare amare sorprese anche alla Camera. Dove un buon numero di parlamentari potrebbe decidere di modulare il proprio voto con l’obiettivo di dare bruschi segnali al partito.
Una tentazione moltiplicata all’ennesima potenza dal fatto che il capogruppo a Montecitorio è lo stesso Reguzzoni.
La logica che rischia di prender piede in ampie fasce del movimento è un inquietante «tanto peggio, tanto meglio».
Così illustrata da un parlamentare: «Qui rischia di venir giù tutto. Perchè molti pensano che con questa Lega non potranno avere futuro: sul territorio saranno epurati, e dalle liste elettorali saranno cancellati».
E del resto, su Varese, i primi atti del neosegretario Maurilio Canton sembrano fatti apposta per gettare benzina sul fuoco.
In tutte le sezioni, ieri, è stata recapitata la delibera varata nel 2010 dal consiglio federale che sancisce l’incompatibilità tra la tessera del Carroccio e quella di Terra Insubre, l’associazione che si occupa del passato celtico dell’area pedemontana in cui si riconosceva la stragrande maggioranza della Lega varesina e oggi in dura contrapposizione con l’area di Reguzzoni.
Il documento è arrivato senza alcuna lettera di accompagnamento o altre indicazioni. Cosa che ha consentito a un segretario di sezione di definirla «alla stregua di una pallottola in una busta».
E pazienza se lo stesso Umberto Bossi, nel congresso dei disastri, abbia invitato Canton a governare «con l’affetto e non con il comando. Perchè la gente ti vuol bene se vede che tu gli vuoi bene».
In definitiva, il problema è proprio Umberto Bossi.
Perchè i moltissimi oppositori del nuovo corso leghista sono divisi su un punto soltanto. C’è chi dice che «il capo» presto o tardi si accorgerà di quanto sta accadendo al movimento.
E c’è chi invece, da domenica, sostiene che è ormai tutto chiaro: «Il problema non è più il cerchio magico e coloro che stanno intorno al capo. Il problema è che lui, e il congresso lo ha dimostrato, non vuole vedere le cose. Rifiuta di prendere atto della realtà ».
E aggiunge ciò che fino a pochi mesi fa non avrebbe mai aggiunto: «Forse, è venuto davvero il momento di un congresso federale».
Quello che potrebbe eleggere un segretario diverso da Umberto Bossi.
Ieri, il capo padano è stato in via Bellerio in compagnia di Giulio Tremonti.
Qualcuno racconta che abbiano parlato del futuro governatore di Bankitalia.
Molti, invece, son convinti che la visita del super ministro all’Economia sia semplicemente un segnale per Silvio Berlusconi riguardo alla solidità del vecchio «asse del nord» tra i due ministri.
«Sempre – aggiunge un dirigente – che una Lega che nei sondaggi vale il 5% sia ancora funzionale a Silvio Berlusconi».
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Ottobre 11th, 2011 Riccardo Fucile
DA VARESE ESPLODE LA PROTESTA DOPO L’IMPOSIZIONE FARSA DI UN CANDIDATO UNICO AL CONGRESSO…IL CARROCCIO STA DERAGLIANDO ED E’ QUOTATO INTORNO ALL’8%
“Qui la Lega di Bossi è nata e qui Bossi l’ha condannata a morte”.
A Varese, nella sede numero uno del Carroccio, i telefoni squillano a vuoto.
I militanti che fino a domenica per vent’anni hanno tenuto in vita il partito, dalle feste ai comizi, cominciano a disertare.
“à‰ la reazione naturale al Soviet, al madornale errore commesso dal Capo”, spiega con assoluta disinvoltura Giulio Moroni, capogruppo del Carroccio in Comune a Varese. Parole che nel Carroccio garantiscono l’immediata espulsione.
Lui lo sa, ma garantisce: “Non mi interessa. Perchè “se non cambiamo qualcosa, la nostra Lega è destinata a morire”.
Come lui la pensano i vertici locali del partito e, soprattutto, i militanti, la famosa base. Quella che da mesi critica il Capo perchè continua a sostenere Silvio Berlusconi.
La base che vuole Roberto Maroni leader: lo ha chiesto a Pontida, gridato a Venezia e ribadito in ogni occasione utile.
Per questo il congresso di Varese era un passaggio cruciale. “Qui l’unico dirigente che la gente salva è Maroni”.
E domenica i circa trecento delegati al congresso per eleggere il segretario provinciale volevano esprimere il loro voto “proprio per contarsi”, prosegue Moroni.
“E invece Bossi lo ha vietato. Prima ha costretto uno dei due candidati a ritirarsi, poi ha preteso la nomina per acclamazione dello sconosciuto Canton, infine lo ha imposto tra le grida dei presenti”, ricostruisce Moroni.
“Una prova di forza inutile e controproducente, Varese ora si aggiunge ai territori che non sono più con Bossi”.
Bergamo, ad esempio.
E ormai tutto il Veneto. A Belluno la scorsa estate il Senatùr è stato costretto ad annullare i comizi per evitare le contestazioni dei dirigenti locali del Carroccio, come a Ponte di Legno.
Mentre a Verona ancora non è riuscito a far cacciare dal partito il sindaco Flavio Tosi, additato da Roberto Calderoli e dal cerchio magico alla stregua di un sovversivo.
Lui resiste.
Mentre il primo cittadino di Varese, il supermaroniano Attilio Fontana, è caduto sul campo colpevole di essersi schierato contro i tagli del governo agli enti locali e costretto al silenzio.
Il suo commento su quanto accaduto domenica è emblematico del clima di terrore che il cerchio magico sta cercando di diffondere nel partito: “Ufficialmente dico è andato tutto molto bene, la Lega è unita come sempre”.
Dichiarazione che stride talmente con la realtà da dover essere letta al contrario. Ma a Fontana è stato imposto il Bavaglio, che negli ultimi mesi via Bellerio usa con estrema disinvoltura.
I forum dei siti ufficiali del partito sono chiusi ormai da aprile, mentre ieri a Radio Padania, per la prima volta nella storia dell’emittente del Carroccio, è stato messo il silenziatore anche ai microfoni: vietato parlare della nomina di Maurilio Canton.
Un perfetto sconosciuto al partito.
à‰ stato eletto sindaco di Cadrezzate in una lista civica, senza neanche il simbolo della Lega.
Mai striscione è stato più vero di quello esposto ieri davanti alla sede provinciale del Carroccio: “Canton segretario di chi? Di nessuno”.
Lo conferma anche Gianluigi Lazzarini, 66enne tessera numero quattro del partito qui a Varese.
Uno che ha cresciuto Bossi e Manuela Marrone, che qui è stata iscritta fino al 2010. Insomma Lazzarini, oggi maroniano moderato e convinto critico del cerchio magico, l’universo leghista lo conosce bene.
Ma non Canton. “Non so neanche che faccia abbia”, ammette.
“Quando lo hanno candidato ho chiesto da dove usciva, chi era; mi hanno risposto che era nel partito da vent’anni. Sarà , io ci sono da vent’anni e non l’ho mai visto, si vede che sono distratto io”, afferma Lazzarini.
L’ha visto domenica per la prima volta e “non mi è piaciuto perchè non ha neanche avuto le palle di salire sul palco a parlare”.
Alle agenzie ha invece detto di essere stato scelto da Bossi. “Ed è la verità infatti”, aggiunge Lazzarini.
Canton “s’è preso la nomina ed è scappato dal congresso, per me non ha alcuna referenza per fare il segretario provinciale”.
Domenica “è stato brutto, la Lega non è questa. È assurdo, siamo ridotti a lottare per avere un minimo di libertà nel partito. Adesso abbiamo idee bellicose, quindi aspettiamo un paio di giorni per analizzare quanto accaduto, oggi sarebbe guerra”.
Contro Bossi, ovviamente. Che secondo Lazzarini “ha usato parole non sue ed è stato consigliato male”.
Lui, da vecchio militante, il Capo non riesce ancora a criticarlo. Se la prende con Rosi Mauro, Marco Reguzzoni, Giancarlo Giorgetti.
Con quanti, “e lo dico con estremo e profondo dispiacere, lo stanno usando”.
La conseguenza, anche secondo Lazzarini, “sarà la morte della nostra Lega, i militanti non hanno più voglia di impegnarsi, siamo stanchi e aspettiamo”.
Maroni? “Certo, sì”, ammette.
Perchè qui è nata la Lega vent’anni fa e qui è nata la corrente maroniana. Era l’estate del 2010. Quando in piazza del Podestà Maroni passeggiò sottobraccio ad Andrea Mascetti, il fondatore di Terra Insubre cacciato il giorno prima da Bossi durante il comizio sul sacro prato di Pontida.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Bossi, Costume, denuncia, governo, LegaNord, Politica | Commenta »
Ottobre 10th, 2011 Riccardo Fucile
FORTI MALUMORI E TENSIONE PALPABILE ALL’ASSISE… BOSSI FISCHIATO: “HO PORTATO I FIGLI NELLA LEGA, HANNO AVUTO GRAVI DIFFICOLTA’ NELLA VITA”
«Per il bene della Lega, dichiaro Maurilio Canton segretario…».
Andrea Gibelli, negli scomodissimi panni di presidente dell’assemblea, non riesce a finire la frase.
Perchè la platea del congresso varesino esplode in un coro duro, insistito: «Voto, voto, voto».
L’inimmaginabile accade, l’inaudito si verifica: Umberto Bossi è contestato apertamente nella sua Varese, culla del movimento e cuore di Padania.
Il capo minimizza: «Ho visto in seconda, terza fila dei fascisti…».
Ma difficilmente ricorderà il congresso provinciale di ieri come una tra le pagine migliori del Carroccio: addirittura, tra alcuni militanti si arriva al contatto fisico.
E se la rissa, sfiorata, non esplode, di certo un partito sotto choc ha poco da festeggiare.
Sono in molti coloro che sottoscriverebbero l’amarezza del sindaco di Castronno varesino, Mario De Micheli, all’uscita dal congresso: «È il giorno più brutto da quando sono in Lega».
Un delegato esce a grandi passi dal congresso: «La tessera, questa volta, la brucio».
Alla fine, certo, Umberto Bossi porta a casa il risultato.
Riesce a far nominare il segretario da lui prescelto per Varese.
Eppure, non può farlo votare: Maurilio Canton viene «dichiarato».
Perchè è Bossi il primo a rendersi conto dei rischi e chiede a Gibelli, appunto, di non mettere ai voti l’indicazione.
Non solo. Il «non eletto», come già lo chiamano gli avversari, si aggiudica un record: è probabilmente il primo segretario politico nella storia dell’Occidente a non pronunciare nemmeno una sillaba durante il congresso che lo elegge.
Troppo alto il rischio di nuove contestazioni. Non avrà di che annoiarsi.
Per il consiglio direttivo, infatti, il voto c’è stato: il suo gruppo, quello dei vicini a Marco Reguzzoni, si aggiudica soltanto tre dei nove eletti (tra cui la sorella del capo dei deputati).
Il congresso parte subito in salita.
Domenica scorsa, Umberto Bossi aveva indicato come segretario in pectore Maurilio Canton, il sindaco di Cadrezzate.
Venerdì scorso, il segretario lombardo Giancarlo Giorgetti era riuscito a persuadere i due candidati alternativi a ritirarsi.
Ma il movimento, persino nella sua culla, è troppo diviso.
E allora, i primi interventi al congresso sono di fuoco. Stefano Gualandris, capogruppo in Provincia, distingue tra autorità e autorevolezza.
Certo, quella di Umberto Bossi è pacifica: «Sei il capo indiscusso e lo sei sempre stato. Oggi però in questo congresso quell’aura del Bossi autorevole non l’ho percepita».
Poi tocca a un altro militante: «In questo congresso c’è qualcosa che non quadra. Questa non è la Lega».
Troppi «nepotismi», troppi «amici degli amici».
Ma il più duro di tutti è un sindaco.
Richiama un ricorrente discorso di Bossi sulle «tre “c” necessarie alla politica: cervello, cuore e cogl…».
Eppure, prosegue, «non vedo nessuno di questi elementi. Vedo piccole lobby interne che portano avanti interessi di bottega».
Il sindaco osa ancora di più: «Non ho capito perchè sia Canton il candidato. Tutti in giro dicono «Canton chi?».
Sempre più spietato: «Bossi ci ha insegnato la distinzione tra capi e capetti. I capi uniscono, i capetti dividono. Secondo me, Bossi ha intorno troppi capetti».
Poi, un invito pesante. Quello che probabilmente spinge Bossi a rinunciare a far votare il suo candidato: «Scrivete Umberto Bossi sulla scheda. Perchè è per lui che si fa questo».
Gran finale con citazione di Jim Morrison: «Meglio alzarsi e morire che vivere strisciando».
Gibelli vede la mala parata, chiude le iscrizioni a parlare, e mette al voto il direttivo tra le proteste dei delegati che vogliono votare anche il segretario.
Come peraltro prevede una risoluzione del consiglio federale del marzo scorso.
Ma finalmente, il vicepresidente della Lombardia può asciugarsi il sudore, tocca a Umberto Bossi. «I maroniani non ci sono, aveva ragione Roberto – esordisce -. La verità è che i burattinai di tutto questo casino sono i giornalisti».
Poi, il leader spiega le ragioni di una scelta: «Meno male che alla fine si è trovata una via. Canton non era nel vecchio gruppo di Varese, è come spalancare la finestra per fare entrare aria fresca».
Di più: «Il nuovo segretario deve far entrare le associazioni nelle sezioni, rompere la continuità , dare nuove energie».
Poi, il mea culpa: «Si doveva intervenire prima, non lasciar peggiorare la situazione come è peggiorata».
Quindi, partono le accuse alla precedente gestione: «Pensate che i miei figli non ottenevano la tessera della Lega. Io li ho allevati per essere leghisti, li portavo con me alle feste. Anche se, per questo, loro hanno avuto gravi difficoltà nella vita».
Esilarante.
Arriva l’appello a stare con i militanti: «Voglio i parlamentari tutti i lunedì nelle sedi della Lega».
Bossi torna su Maroni: «Leggevo sui giornali dei maroniani, ma io sapevo che non ci sono. Io e lui siamo amici. Lui era uno di quelli che c’era all’inizio. In consiglio dei ministri ci basta un’occhiata».
In chiusura, però, arrivano le turbolenze. «Spero che voterete Canton…».
I militanti lo prendono in parola e cominciano a scandire «vo-to, vo-to, vo-to».
Bossi se ne va, qualcuno giura che avesse le lacrime agli occhi per il clima dell’assemblea.
La parola torna a Gibelli, che cerca l’acclamazione.
Ma il coro non cambia: «Vo-to, vo-to, vo-to».
È il manicomio, la sala ribolle.
Un delegato fa per fotografare la scena, il presidente s’infuria: «Vedete, dove sono i problemi? La gente viene qui a registrare…».
Meglio chiudere e in fretta: «Per il bene della Lega, dichiaro Maurilio Canton segretario…».
Marco Cremonesi
(da “Il Corriere della Sera“)
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