Ottobre 10th, 2011 Riccardo Fucile
PER OLTRE VENTI ANNI BOSSI HA SISTEMATICAMENTE MORTIFICATO I SUOI RIVALI E CONTESTATORI…ORA SCOPPIA LA RIVOLTA
Non doveva succedere ed è successo. 
Inesorabili, però, questi fischi.
Fischi padani, fischi di cuore, fischi fatti in casa, a Varese, culla della Lega, quindi specialmente simbolici.
Fischi a lungo temuti, oltretutto, e sventati in extremis neanche due mesi fa quando attorno al loro destinatario, fino a quel momento barricato in un salottino dietro un muro di guardie del corpo, si avvertì che in Cadore c’era aria di contestazione, piccoli capannelli si formavano per la strada, voci che si rincorrevano e allora — «Brutto, brutto, meglio andare» — via di corsa nottetempo dall’hotel Ferrovia di Calalzo.
E insomma, nonostante tutti gli scongiuri e le operative cautele del caso l’energia non soltanto sonora di questi benedetti fischi ha finalmente perforato la barriera incantata del Cerchio Magico e adesso Bossi è un po’ meno Bossi.
A riprova che il carisma non è dato per sempre, e che non esiste re a cui il destino non rechi prima o poi in cortese o meno cortese dotazione una qualche forma di bambino che come nella famosa fiaba di Andersen a un certo punto se ne esca: il re è nudo, appunto — e a vederli, questi sovrani vecchi, infermi e denudati non sono mai spettacoli piacevoli, ma istruttivi sì, altrochè se lo sono, e per tutti, a cominciare da loro stessi.
Inutile adesso ricordare con quanta superba e fragorosa efficacia per vent’anni e più Bossi ha sistematicamente mortificato coram populo i suoi rivali e contestatori, sollecitando gli istinti meno misericordiosi della folla leghista.
Chiedere a Bobo Maroni, qualificato, pensa un po’, «braccio debole da amputare», l’unico peraltro su cui poi si esercitò la magnanimità del Senatùr, anche se per estrema beffa spedito con tanto d’incarico a diffondere il verbo della Lega nel Mezzogiorno d’Italia (maggio 1995).
Ma almeno a quei tempi i congressi non si svolgevano a porte chiuse.
Mentre invece ieri i giornalisti, i fotografi e le telecamere, soprattutto, hanno trovato sbarrata la sala dell’Ata hotel e l’unica inconfessabile motivazione di questo inaudito divieto è che non dovevano trasmettere non già lo spettacolo irresistibile del dissenso, ma quello ancora più irresistibile e definitivo della dissacrazione.
Vana speranza, al giorno d’oggi: e non solo perchè, a differenza della televisione, che per sua natura e vocazione consacra il potere di chi ce l’ha, i nuovi media della rete hanno già ampiamente contribuito a profanare l’autorità del leader padano mostrandone in via seriale i segni sempre più evidenti della malattia, le frasi sconnesse, quelle che non si capiscono, le carezze di Berlusconi, l’imboccamento della Polverini, le pernacchie e gli altri frequentissimi gestacci.
E’ che nulla ormai, nessun Cerchio o Circo magico può contro quella “Bestia apocalittica” (Ceronetti) che è la comunicazione,e così come negli ultimi due mesi l’operazione alla cataratta o la misteriosa caduta dalle scale o dal letto hanno colpito l’immaginazione del pubblico, ieri si è subito saputo lo stesso che Bossi era stato tenuto prudentemente al riparo in un’altra sala, e i fischi prima durante e dopo il suo intervento si sono ben sentiti,e poi sulla rete s’è visto il clip dei delegati che uscivano fuori furenti, e magari domani ci fanno il remix con la musica e la partecipazione straordinaria del Trota, dell’altro figlio Riccardo, il rallysta, della signora Manuela e della vicepresidente badante del Senato Rosy Greco, doppiata mentre mette ai voti qualche emendamento.
Questo per dire che se nel mondo delle visioni a distanza il precario stato di salute di Bossi ne ha eroso il carisma, e più velocemente il disinganno lo sta facendo svanire, la sconfitta politica e l’assenza di prospettive creano le premesse per la sua più violenta e rumorosa abolizione.
Ora, va da sè che il processo non si risolve in un pomeriggio, ma per la prima volta è apparso chiaro che l’icona ha perso tutto o quasi il suo smalto dorato e che il totem si è incrinato nel luogo da cui è partita la straordinaria avventura leghista e nel tempo in cui quello strambo agitatore dell’autonomismo è ormai divenuto un ministro della Repubblica, anzi l’uomo nelle cui mani stanno le sorti della maggioranza, del governo, di Tremonti, dello stesso Berlusconi e del suo impero.
Colpisce che tale esito vada manifestandosi poco dopo che il ritratto di Bossi è stato appeso — privilegio unico per un uomo di governo — alle pareti delle sedi distaccate dei ministeri padani nella villa di Monza.
Eppure, in quella strana sequenza di eventi che per convenzione o apatia si continua a definire politica, non sarebbe la prima volta che l’inizio della fine coincide con il suo apparente contrario. E’ una lezione che vale per tutti.
Nei partiti carismatici l’obbedienza è terribile perchè abitua chi comanda a sentirsi infallibile e chi obbedisce prima a non avere idee, e poi solo fiato da buttare fuori con rabbiosi sibili.
Filippo Ceccarelli
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 10th, 2011 Riccardo Fucile
ALTRO CHE “FATTI IN TEMPI CERTI”: SONO PASSATI QUATTRO MESI E DELLE RICHIESTE AVANZATE AL GOVERNO NON NE E’ STATA REALIZZATA NEANCHE UNA… MA I LEGHISTI RESTANO ATTACCATI ALLA COMODA E BEN REMUNERATA POLTRONA
“Fatti in tempi certi”.
Era scritto così nel volantino diffuso dalla Lega a Pontida.
Il Carroccio era alle corde, stretto tra gli scandali del Premier e lo scontento dei militanti.
Ecco la soluzione: prendersi degli impegni e indicare le scadenze entro cui sarebbero stati mantenuti.
Peccato soltanto un dettaglio.
Nel volantino si diceva: “Impegno da parte del Governo a realizzare i seguenti punti programmatici entro le date stabilite”.
Era il 19 giugno, quasi quattro mesi fa.
Molte delle scadenze sono abbondantemente passate e la gran parte delle promesse non sono state mantenute.
Altre sono state realizzate solo molto parzialmente.
Ma per alcune, addirittura, il Governo ha agito in senso opposto alle promesse fatte. Chissà , forse nel Carroccio speravano che tutti si sarebbero dimenticati degli impegni.
Invece quel manifesto sta diventando un boomerang per la Lega: il forum di Radio Padania Libera (prima di essere “momentaneamente” chiuso) è stato sommerso dai messaggi dei militanti inferociti.
I dirigenti leghisti hanno di salvarsi in corner stampando una seconda versione del manifesto con le date opportunamente sbianchettate.
Troppo tardi.
Qualcuno, come il senatore veneto Marco Stradiotto, si è preso la briga di fare le pulci al volantino.
Ecco le scadenze indicate dagli uomini di Umberto Bossi: “Entro due settimane (cioè all’inizio di luglio, ndr)” si arriverà “all’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della Riforma Costituzionale (dimezzamento numero parlamentari, Senato Federale), mentre l’approvazione definitiva da parte del Parlamento giungerà entro 15 mesi”.
Il Pd oggi fa notare: “Il Consiglio dei Ministri non ha ancora approvato la riforma costituzionale promessa dalla Lega”.
Secondo punto: sempre entro due settimane sarebbe dovuta arrivare “l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del decreto legge sulle missioni militari con riduzione dei contingenti impegnati all’estero”. Anche qui nessuna traccia del provvedimento.
Entro un mese (dal 19 giugno) doveva arrivare “l’attivazione delle procedure per l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle Regioni che le abbiano richieste”. Che cosa è successo? Niente.
Ancora: si prometteva “L’approvazione di misure per la riduzione delle bollette energetiche”. E qui ecco il paradosso: con l’aumento dell’Iva si è realizzato l’esatto contrario.
Il volantino prometteva poi “la riforma del patto di stabilità interno per i comuni e per le Province”. Anche qui si è realizzato l’esatto contrario: il patto di stabilità , modificato con le manovre estive, sarà più stringente e applicato anche ai comuni al di sotto dei cinquemila abitanti. Il meccanismo premiale per gli enti virtuosi risulta inapplicabile.
Un contentino arriva dal “taglio dei costi della politica” che, seppur in minima parte, è stato portato a casa.
Però “il finanziamento del trasporto pubblico locale” di nuovo non è arrivato. Anzi, ecco nuovi tagli alle Regioni.
Non va meglio per gli impegni da realizzare entro 60 giorni: “Approvazione della metodologia per la definizione dei costi standard da applicarsi alle amministrazioni dello Stato”. Ancora nessuna traccia.
Ecco poi le più clamorose promesse della Lega.
Come quella di far approvare, entro l’estate, “da parte del Consiglio dei ministri la proposta di Legge di Riforma Fiscale e sua approvazione definitiva in Parlamento entro la fine dell’anno”. E qui Stradiotto punta sull’amara ironia: “Nessuna traccia del provvedimento, a meno che per riforma non si intenda il taglio di detrazioni e deduzioni Irpef”.
C’è poi la questione delle quote latte da risolvere entro l’autunno: se intendono far condonare 1,6 miliardi di multe per farle pagare alla collettività , beh allora è vero, ci stanno provando.
Fino all’ultimo obiettivo: “L’approvazione definitiva — entro dicembre — del codice delle Autonomie”. Obiettivo in teoria ancora possibile.
Ma gli altri sono quasi tutti saltati.
I leghisti che cosa dicono?
Il Fatto ne ha interpellati diversi, a cominciare dai capigruppo Reguzzoni e Bricolo, ma hanno preferito tutti non rispondere.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 9th, 2011 Riccardo Fucile
IL SENATUR LO NOMINA PER ACCLAMAZIONE DOPO AVER FATTO RITIRARE GLI ALTRI DUE CANDIDATI… MA NELL’ELEZIONE DEL NUOVO DIRETTIVO VINCONO I MARONIANI 6-3
Era rimasto l’unico candidato in gara dopo l’investitura pubblica ricevuta una settimana fa da Umberto Bossi, che ha spinto al ritiro in extremis gli altri due pretendenti.
E Maurilio Canton, 44 anni, sindaco di Cadrezzate, è diventato senza sorprese il nuovo segretario provinciale della Lega Nord di Varese, nel congresso celebrato a porte chiuse in un grande albergo della città .
La sua nomina, però, rischia di costare parecchio al Carroccio, che per la prima volta in anni recenti ha assistito a un acceso confronto di umori nella base davanti ai dirigenti, per una nomina risultata indigesta (sulla carta) ad almeno la metà degli oltre 300 delegati.
Bossi – intervenendo fuori scaletta, dopo aver atteso un’ora prima di entrare in sala e uscendo subito dopo – ha applaudito l’esito dicendo di aver voluto portare “aria nuova” nella Lega di Varese e liquidando le contestazioni come qualcosa di “organizzato” e animato da “alcuni ex fascisti” seduti nelle prime file (in ogni caso iscritti e delegati leghisti).
Eppure a nessuno dei partecipanti è sfuggito che appena dopo che il Senatùr aveva parlato a favore di Canton, all’indicazione del presidente Andrea Gibelli di procedere per acclamazione, una parte consistente dei delegati ha replicato rumoreggiando in crescendo al motto di “voto, voto”, come avevano già di prima mattina alla presentazione dell’ordine del giorno.
Passati i minuti più accesi, però Canton è stato proclamato segretario provinciale formalmente per acclamazione.
Col risultato che dopo quattro ore di congresso decine di militanti si sono allontanati di corsa, avari di sorrisi e ostentando irritazione (“è stato il giorno più brutto della Lega”, ha urlato un sindaco davanti alla stampa; “Un voto sovietico”, ha detto un altro), lasciando solo un terzo dell’assemblea a festeggiare il neoeletto.
Canton, ritenuto vicino alla famiglia Bossi e sponsorizzato dal capogruppo Marco Reguzzoni, ha garantito di lavorare “per tutta la Lega e non per dividere”.
Un compito comunque difficile, perchè l’elezione del direttivo provinciale ha portato alla scelta di sei maroniani contro i tre vicini al neosegretario, che aggiunti ai componenti di diritto mantengono la stessa proporzione.
Roberto Maroni e il segretario della Lega Lombarda, Giancarlo Giorgetti, hanno partecipato ai lavori, essendo militanti varesini, ma non hanno mai preso la parola, allontanandosi senza incrociare nemmeno i giornalisti.
Del resto con la presenza inattesa di Bossi, accompagnato dal figlio Renzo e Rosi Mauro, rimanevano pochi margini di manovra.
Il leader ha criticato la gestione uscente del maroniano Stefano Candiani, invocando “gente nuova” per “rilanciare la Lega sul territorio”.
“La Lega? E’ unita intorno a Bossi”, ha chiosato Reguzzoni, l’unico dirigente a parlare davanti alle telecamere in una sala ormai deserta.
Sembra vero…
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Ottobre 9th, 2011 Riccardo Fucile
IMPOSTO DA BOSSI IL CANDIDATO UNICO: VIENE ELETTO PER ACCLAMAZIONE PER EVITARE LE SCHEDE BIANCHE, MA I DELEGATI CONTESTANO LA DECISIONE… LA BASE PADANA: “PER LA LEGA OGGI E’ IL GIORNO PEGGIORE”
“Quando ho parlato ho visto in seconda, terza fila, un paio che me li ricordo a Varese nel Msi,
dei fascisti”.
Così il leader della Lega Umberto Bossi risponde a chi, durante il congresso provinciale a Varese, lo ha contestato. R
imostranze, secondo il capo del Carroccio, “un po’ organizzate”.
Ma i mal di pancia nel partito della Padania sono evidenti: “E’ il giorno peggiore da quando sono nella Lega”, ha detto Mario De Micheli, sindaco leghista di Caronno Varesino all’uscita dal congresso.
Una frase che sintetizza lo stato d’animo di gran parte dei miliatanti, visibilmente e apertamente delusi dal risultato del meeting.
Tanti i no comment, tante le smorfie, ma qualcuno non si trattiene e si lascia scappare un: “Sono deluso”, altri, come la sindaca nera di Viggiù, Sandy Cane, si spingono oltre: “E’ uno schifo”.
Tanta parte della Lega non ha digerito l’imposizione del nuovo segretario provinciale, Maurilio Canton, eletto per acclamazione dopo l’intervento di Umberto Bossi.
È stata una mattinata intensa quella varesina, che secondo l’opinione di tanti militanti ha segnato una pagina nera per il partito.
Trapela anche qualche indiscrezione.
Sembra infatti che Roberto Maroni non abbia voluto intervenire, neppure su richiesta della sua base.
Non c’è stato, nemmeno questa volta l’atteso strappo tra bossiani e maroniani. Uno strappo che probabilmente ai vertici non avverrà mai, ma che alla base è già stato consumato da tempo.
Ma ecco come è andato il congresso: tutto inizia verso le 10 del mattino, con l’arrivo dei delegati all’Ata Hotel.
Entrano alla spicciolata, tra di loro anche Roberto Maroni e altri big del partito, nessuno rilascia dichiarazioni.
Si capisce da subito che sarà una mattinata tesa.
I giornalisti vengono allontanati, dentro alla sala i militanti si cimentano in interventi a favore della democrazia di partito, per l’elezione del nuovo segretario provinciale si chiede a gran voce il voto.
Ma qualcosa va storto.
Verso le 11 arriva a sorpresa Umberto Bossi che dopo una lunga anticamera entra in sala e, al termine di una mattinata concitata, impone l’elezione di Maurilio Canton per acclamazione.
Un gesto inconsueto per la Lega e i leghisti, che volevano votare, magari scheda bianca, anche per contarsi.
Qualcuno stenta a crederci, parte la contestazione contro questa decisione e qualcuno minaccia anche ricorsi contro il risultato del congresso.
Servirà ancora del tempo per capire se e quali saranno le mosse dei delusi. Alle 14 si sono spalancate le porte, dentro Maurilio Canton si lascia andare a manifestazioni di giubilo, con dichiarazioni di compattezza e unione. Tutt’attorno, però, c’è la tempesta.
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Ottobre 9th, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI HA COSTRETTO AL RITIRO GLI ALTRI DUE CANDIDATI, UNO VICINO A MARONI (CHE AVEVA GIA’ VINTO IL CONGRESSO DI BRESCIA)…ESPLODE IL DISSENSO IN SALA, GIORNALISTI SPINTONATI
“Voto, voto, voto!”.
Dalla sala congressi dell’Ata Hotel di Varese si leva forte la richiesta dei militanti leghisti.
Vogliono votare il loro segretario provinciale.
Vogliono contare e contarsi.
Nonostante l’imposizione di un candidato unico (Maurilio Canton, incoronato da Bossi e imposto dai colonnelli), il rischio di una fitta pioggia di schede bianche sarebbe altissimo.
E per questo, visto che il candidato è uno solo, i vertici bossiani hanno pensato di evitare del tutto la votazione.
Sono circa 300 i delegati che si sono radunati nella sala, tra di loro anche il ministro Roberto Maroni.
I vertici del partito volevano e vorrebbero che dal congresso uscisse l’immagine di una realtà coesa.
Ma tutti gli indizi dicono il contrario. Oltre alle richieste di andare al voto (e quindi alla conta delle reali forze dei del cerchio magico) dalla sala si è sentito anche il rumore di un fischietto.
Poi si sono levati gli inviti alla calma.
Hanno preso la parola in molti, qualcuno ha anche azzardato interventi coraggiosi: “Io se fossi in Canton mi sentirei una merda. Non solo ha fatto fuori gli altri candidati, ma ora vuole anche essere eletto per acclamazione. Io non ci sto. Voglio il voto”.
E che l’atmosfera sia estremamente tesa lo si è capito anche dal trattamento riservato ai giornalisti, presenti in massa al congresso di Varese.
Prima sono stati allontanati dalle porte della sala, poi sono stati cacciati dall’atrio adiacente la sala, fino ad essere espulsi a spintoni dal piano interrato dell’albergo. T
utt’attorno agli accessi hanno iniziato a girare le ronde del servizio di sicurezza: “Abbiamo ricevuto l’ordine di non far avvicinare nessuno”.
Così ai giornalisti è stata preclusa la possibilità di carpire qualche anticipazione, qualche “fuori onda” utile per tastare il polso della situazione. Evidentemente c’è molto da nascondere.
Di tanto in tanto dal bunker del congresso esce qualche personaggio.
Il senatore Fabio Rizzi, l’eurodeputato Francesco Speroni, il capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni, il sindaco di Varese Attilio Fontana, poi altri borgomastri, assessori, consiglieri e semplici delegati.
Volti tesi e nervosismo.
Conciliaboli e riunioni carbonare.
Ma nessuno apre bocca. Nessuno si sbilancia sull’andamento dell’assemblea.
Prima dell’inizio del congresso è arrivato anche Umberto Bossi, ma pare che non abbia proferito verbo fino all’ultimo, rimanendo nell’anticamera, senza farsi vedere, forse nell’attesa di imporre l’acclamazione per il suo candidato, l’unico.
Fuori dalla sala un grande striscione che recita “Busto è con Bossi”.
Un altro elemento che fa pensare alle divisioni del Carroccio.
Busto infatti è la capitale dei sostenitori del cerchio magico, contrapposti ai maroniani, che ad oggi sono la vera maggioranza del partito.
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Ottobre 9th, 2011 Riccardo Fucile
SERBATOI IN ROSSO PER I MEZZI DESTINATI A TRASPORTARE I DETENUTI… LO STATO NON PAGA E NESSUNO FA PIU’ CREDITO…BLOCCATO PER 72 ORE IL FUNZIONAMENTO DELLA GIUSTIZIA AD AREZZO E SOLLICCIANO…META’ DEI MEZZI SONO INUTILIZZABILI DA TEMPO, C’E’ IL RISCHIO CHE QUALCHE DETENUTO DEBBA ESSERE LASCIATO LIBERO NELL’IMPOSSIBILITA’ DI DAR LUOGO AI PROCESSI PER DIRETTISSIMA
Auto della polizia a secco saltate 16 udienze
Sono finiti i soldi per il carburante e la giustizia rischia il disastro. Al tribunale di Arezzo è già assoluta emergenza e si è rischiato di dover liberare arrestati anche pericolosi per l’impossibilità di celebrare i processi con il rito direttissimo o di tenere le udienze di convalida. Ieri la paralisi dei mezzi del Nucleo traduzioni detenuti della polizia penitenziaria di Sollicciano ha cominciato a riflettersi anche sugli uffici giudiziari di Firenze.
Per ore è stato impossibile far arrivare in corte d’appello i detenuti che dovevano essere processati davanti alla seconda sezione penale.
“Siamo letteralmente allibiti”, commenta Francesco Falchi, vicesegretario regionale del sindacato autonomo della polizia penitenziaria Sappe: «Si ha l’impressione di essere insolventi come la Grecia. Però a Roma si occupano di altro».
In luglio il Sappe aveva lanciato l’allarme: anche allora erano finiti i soldi per il carburante e la Q8, che ha una convenzione con il carcere di Sollicciano, aveva bloccato le card, le speciali carte di credito che consentono al Nucleo traduzioni di alimentare i mezzi per trasportare i detenuti.
Poi la situazione si era sbloccata, ma a distanza di tre mesi si è ripresentata più grave che mai.
Ieri il Nucleo è stato costretto ad annullare cinque servizi, in parte fuori sede, in parte a Firenze.
Il budget già striminzito del Nucleo traduzioni di Sollicciano ha cominciato sempre più drammaticamente a scarseggiare quando ai già gravosi impegni per il sovraffollato carcere di Sollicciano si sono aggiunti quelli per tutti gli arrestati del tribunale di Arezzo.
Anche Prato ha gravissime difficoltà e spesso hanno bisogno di aiuto Pistoia e Livorno.
I consumi di carburante sono aumentati ma gli stanziamenti non altrettanto.
E ora Q8 ha chiuso le pompe. Intanto anche il tribunale di Arezzo ha finito i buoni benzina, sicchè un gip ha dovuto arrivare a sue spese a Sollicciano per le udienze di convalida di quattro arrestati.
Sulla carta il Nucleo traduzioni di Sollicciano ha a disposizione 31 mezzi di trasporto, di cui però solo 15 efficienti.
Efficienti è dire molto, perchè in realtà non più di dieci sono in grado di viaggiare tutti i giorni (se c’è il denaro per il carburante).
Tre o quattro sono euro zero, i blindati sono degli anni ’80 e ’90, alcuni regalati dai carabinieri anni e anni fa.
Quasi tutti hanno percorso centinaia di chilometri. La prima a fermarsi è stata un’auto usata per i trasporti dei collaboratori di giustizia. Ha percorso quasi 400 mila chilometri.
Di recente un furgone che trasportava quattro detenuti ad Arezzo ha dato pericolosi cenni di cedimento.
C’era il rischio che si fermasse in autostrada ed è stato necessario raggiungerlo con un altro mezzo e sostituirlo.
«Da dieci anni – scuote la testa Francesco Falchi – il dipartimento non assegna più un automezzo al carcere più importante della Toscana. E non c’è manutenzione. I mezzi hanno le gomme lisce, i freni inesistenti. Siamo lavoratori anche noi».
Il Sappe teme che, se non verrà posto rimedio al drammatico sovraffollamento di Sollicciano e a questa situazione intollerabile che rischia di paralizzare i processi, il futuro possa riservare tensioni e disordini. «Basta che qualcuno accenda una miccia».
Il segretario generale della Uil-Pa Penitenziari Eugenio Sarno spiega che “sono saltate 16 udienze e tre visite in ospedale- Il blocco delle attività di 72 ore è stato causato dall’impossibilità di effettuare il pieno agli automezzi per mancanza di fondi. Quanto accaduto a Firenze è il più eloquente degli esempi di quanto può accadere su scala nazionale se non si provvede immediatamente a finanziare i capitoli di bilancio. Siamo di fronte ad un concreto rischio di paralisi dell’attività giudiziaria”.
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Ottobre 7th, 2011 Riccardo Fucile
DEI PADRI DELLA PATRIA SONO RIMASTI IN TRE: MARONI LA SCAMPO’ DI POCO
Miracolosamente sopravvissuto all’auto-espulsione, decisa quando sentenziò con solennità su La Padania del 26 luglio 1999 che «chi farà accordi con l’Ulivo e con Berlusconi sarà espulso dalla Lega», il Senatur è indeciso: cosa fare di ogni traditùr che emerge giorno dopo giorno?
In altri tempi, non ci avrebbe pensato un minuto: raus!
Ma le cose, oggi, si sono fatte più complicate…
Come la pensi Bossi si sa.
Lo ha ribadito mille volte: «La Lega è il partito più democratico di tutti».
Salvo precisare: «Io sono un segretario semplice, che si comporta semplicemente. Se uno pianta casino, vedo che non ha interesse per il federalismo e la Padania, lo mando via, non perdo tempo».
Tesi ribadita con un riferimento trasparente a Roberto Maroni, al sindaco di Verona Flavio Tosi e a quello di Varese Attilio Fontana, rei di avere posizioni non sempre allineate: «Ci metto due secondi a chiedere al Consiglio federale l’espulsione di chi si mette di traverso, anche se ci sono persone importanti».
Dialettica brezneviana in salsa verde.
Assai apprezzata da diversi «federali» sparsi per il territorio.
Come il segretario provinciale di Treviso Gianantonio Da Re che, appena Giancarlo Gentilini ha osato dire la sua («È inutile fare il sogno della Padania e della secessione: l’Italia è una, quando noi della Lega avremo il 50% più uno dei consensi ne riparleremo») ha intimato: «Se dice ancora una sola parola contro la Padania e la secessione è fuori del partito».
Epurazione sostenuta anche dal senatore Piergiorgio Stiffoni, il quale, famoso per una sparata su certi immigrati rimasti senza tetto a Treviso («peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto») ha liquidato lo storico sindaco-sceriffo in due parole che sarebbero state bene in bocca a un funzionario di Lavrentiy Beria: «È un virus da estirpare».
È una storia lunga, quella delle epurazioni nel Carroccio.
Lo sa bene lo stesso ministro degli Interni, che nel 1994, illuso da un sondaggio di Famiglia Cristiana che lo dava più popolare del Senatur, osò ribellarsi alla decisione di buttare giù il governo Berlusconi: «Può uno come me assistere allo squagliamento del partito perchè il suo leader ha sbagliato tutto?».
Finì con una fischiata al congresso, una selva di insulti (fra i tanti, quello di Erminio Boso: «È uno scimmiotto ammaestrato ad Arcore»), uno striscione che diceva: «La Lega ce l’ha duro e i Maroni ce li ha sotto».
L’epilogo: dovendo scegliere tra tornare a fare il dipendente della Avon o andare a Canossa, «Bobo» si cosparse il capo di cenere: «Bossi ha sempre ragione». Cosa che gli tirò addosso le ironie di Irene Pivetti: «Pare un rieducato di Pol Pot».
Fu l’unico, a scamparla, Maroni.
«Dovevo ancora risarcirlo per il bidone di vernice che una volta gli avevo rovesciato nella macchina nuova», avrebbe ridacchiato mesi dopo l’Umberto.
A tutti gli altri dissidenti è andata in maniera diversa.
Basti ricordare la lista di quanti, nello studio del notaio Giovanni Battista Anselmo di Bergamo, diedero vita nel 1989 alla Lega Nord: pochi anni dopo i superstiti sarebbero stati solo tre: Umberto Bossi, Francesco Speroni e Gipo Farassino.
Tutti gli altri, uno ad uno, erano stati espulsi o costretti ad andarsene.
È andata così fin dall’inizio, dai tempi della Liga veneta.
Espulso Achille Tramarin, il primo parlamentare a parlare in dialetto alla Camera. Espulso Graziano Girardi, che vendeva mutande e flanelle nei mercati ed era finito per primo a Palazzo Madama.
Espulso Franco Castellazzi, padrone di una discoteca con striptease maschili, presidente del movimento e primo capogruppo leghista alla Regione Lombardia: «Bossi diceva che me la facevo con Craxi, la Cia e il Kgb».
E poi espulsi, tra i fondatori, il ligure Bruno Ravera e gli emiliani Giorgio Conca e Carla Uccelli e il toscano Riccardo Fragassi e il piemontese Roberto Gremmo, liquidato a sentire Castellazzi «con una storia tutta inventata di film porno, fellatio e marocchini».
E poi espulsi il fondatore della Liga Franco Rocchetta e la moglie Marilena Marin, colpevoli di contestare la guerriglia bossiana contro il primo governo del Cavaliere: «Traditori! Cospiravano per fare il partito unico berlusconiano».
E ancora espulsi tutti i parlamentari contrari alla decisione del Senatur di abbattere l’esecutivo Berlusconi.
A partire da Luigi Negri, fratello della moglie di Calderoli, Sabina, la quale avrebbe raccontato in una irresistibile intervista a Claudio Sabelli Fioretti del cataclisma familiare di cui fece le spese, a Natale del 2004, anche un cappone (che restò sulla tavola senza che alcuno avesse voglia di mangiarlo) e della spietatezza del marito contro i parenti-serpenti che chiamava «I coniugi Ceausescu».
Una dedizione al capo che l’attuale ministro per la Semplificazione aveva totale: «Roberto espellerebbe anche me se glielo chiedesse Bossi».
Tra le vittime dell’epurazione, oltre alla moglie di Luigi Negri, Elena Gazzola, allora presidente leghista del Consiglio comunale milanese, finì perfino la loro cagnetta Gilda, rea di scodinzolare in modo anti-bossiano ed espulsa da Palazzo Marino con una insuperabile disposizione «ad-canem» dell’allora sindaco Marco Formentini, che a sua volta sarebbe stato successivamente convinto ad andarsene per passare al centrosinistra.
E via così.
Fuori, con un gran sbattere di porte, il primo ministro leghista al Bilancio, Mimmo Pagliarini.
Fuori il primo ministro all’Industria, Vito Gnutti, bollato da Bossi come «il nano della Val Sabbia».
Fuori il fedele autista Pino Babbini: «L’Umberto mi accusò d’avergli rubato una macchina fotografica, ma anche che gli insidiavo la moglie. Tutte balle. Qualcuno nella Lega non voleva che gli dicessi quello che non andava».
Fuori, prima di una successiva riconciliazione, l’ideologo Gianfranco Miglio, liquidato dal Senatur come «una scorreggia nello spazio».
E poi fuori Elisabetta Bertotti, la «miss Camera» che aveva osato dire che alle comunali di Trento il candidato leghista era così razzista che avrebbe votato il candidato dell’Ulivo. Fuori il primo capogruppo Luigi Petrini.
Fuori il segretario della Liga veneta Fabrizio Comencini.
E fuori Irene Pivetti, la prima presidente leghista di Montecitorio, che per aver ricordato come la secessione non fosse nello statuto nè fosse stata «decisa da alcun congresso» fu espulsa con un sovraccarico di insulti: «L’eretico sarei io? Ma digh de andà a da via el cu..».
E fuori ancora Domenico Comino, già capogruppo alla Camera, colpevole di avere teorizzato l’alleanza con la destra due mesi troppo presto rispetto al «contrordine, padani» del segretario.
Tutti fuori.
Inseguiti da invettive che ricordano l’espulsione di Baruch Spinoza dalla comunità ebraica di Amsterdam: «Che la collera e l’indignazione del Signore lo circondino e fumino per sempre sul suo capo».
E meno male che non esiste una Siberia padana coi campi di rieducazione…
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 6th, 2011 Riccardo Fucile
ACCUSATI DI AVER CRITICATO IL SEGRETARIO GOBBO ALLA SAGRA DI SCHIO, DUE ELETTI DELLA LEGA SONO STATI RIDOTTI DA MILITANTI A SEMPLICI SOSTENITORI
All’indomani della visita a sorpresa di Maroni al sindaco di Verona Flavio Tosi, nella Lega
Nord sponda Veneto continua il regolamento di conti.
Ormai è guerra aperta, per bande.
Gli ultimi due epurati, ma sarebbe più appropriato dire purgati, sono l’assessore all’urbanistica Umberto Zanella e il consigliere comunale Guglielmo Dal Ceredo del comune di Arzignano, la cui sezione negli ultimi tempi è stata prima commissariata e poi azzerata in seguito allo scandalo dell’evasione fiscale accertato dalla Guardia di finanza nel distretto della concia: 21 su 31 iscritti, sono stati raggiunti da un provvedimento disciplinare di declassamento, ridotti da militanti a semplici sostenitori.
Senza diritto di voto.
Provvedimento firmato da Gianpaolo Gobbo, uomo fedelissimo di Bossi, segretario nazionale del Veneto, impegnato in prima persona a mettere in atto quella che molti chiamano la “circolare Ceausescu”, circolare che limita, pena severissimi provvedimenti, le esternazioni dei sindaci su tutto quello che non è materia loro.
Negli ultimi giorni Gobbo oltre a Tosi ha dovuto tenere a freno anche lo sceriffo Gentilini, reo di aver messo in discussione, anche lui, due concetti cardine quali la Padania e la secessione.
Ed è proprio secondo molti la segreteria di Gobbo che dura ininterrottamente dal 98, il vero problema non solo ad Arzignano ma in tutto il Veneto.
Il destino e le sorti dei militanti di fede padana infatti, dipendono dall’esito della lotta tra gli uomini che mal sopportano la segreteria di Gobbo e chiedono un ricambio in favore di Tosi e quelli invece schierati come un sol uomo al suo fianco.
Alcuni con la memoria più lunga sottolineano però che non è cosa recente l’ambizione del sindaco di Verona alla carica di segretario.
Ricordano infatti che la sua corsa al congresso di Padova nel 2008 fu interrotta bruscamente da Bossi in persona, che dal palco acclamò Gobbo come segretario, poi eletto all’unanimità e Tosi come candidato alla presidenza del Veneto dove invece poi finì Zaia.
Da allora è guerra.
Il 29 luglio di quest’anno, ad esempio, è saltato un altro elemento di spicco, il senatore Alberto Filippi, 18 anni di militanza, il cui pensiero è “non metto in discussione Bossi, ma tutto il resto sì”.
L’accusa, che gli è costata la tessera della Lega, è di poca trasparenza in una compravendita di terreni e di essere coinvolto nel caso Ghiotto, un altro esempio eclatante di evasione fiscale: Filippi avrebbe sponsorizzato la squadra di calcio a 5 di Arzignano “Grifo calcio” di proprietà di Ghiotto.
Ora la partita decisiva in Veneto è fissata per il prossimo congresso che prima o poi si farà , dato che il mandato triennale di Gobbo è scaduto a luglio.
Intanto però le argomentazioni per purgare gli eretici si sono fatte un po’ piu spicciole. I fatti che riguardano le espulsioni di ieri dell’assessore Zanella e del consigliere Dal Ceredo risalgono al 19 agosto scorso.
Alla sagra padana di Schio. I due sono presenti assieme a tanti altri militanti alla festa del Carroccio.
Complice forse qualche birra di troppo, si lasciano andare a un acceso dibattito sotto al palco, sulla politica della Lega al governo, i toni forse sono un po’ troppo alti, la discussione è vivace ma a dire degli interessati non riguarda il discorso del segretario Giampaolo Gobbo in quel momento oratore sul palco.
Eppure qualche parola di troppo e non gradita deve essere stata riportata e riferita come episodio di aperta contestazione.
Ieri il provvedimento di espulsione non ancora ufficialmente comunicato ai due, ma l’accusa gravissima è quella di aver fischiato e pubblicamente Giampaolo Gobbo.
Ai due non è concessa difesa.
Zanella dichiara amareggiato e sorpreso al Corriere del Veneto “in quell’occasione c’è stato un confronto con degli altri sostenitori, tutto qui.
Non sono pienamente d’accordo con la politica di Calderoli, Bossi e Gobbo.” E poi aggiunge quasi serafico “io non voto per Gobbo”.
E c’è chi dice che al congresso, se mai si farà , saranno molti quelli che non voteranno per lui.
Se fino ad allora non saranno stati anche loro declassati a semplici sostenitori, senza diritto di voto.
Nicola Busetto
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 6th, 2011 Riccardo Fucile
LA FORTUNATA MOGLIE DEL VICESINDACO DI BRESCIA TRA CONCORSI E ASPETTATIVE
A Fabio Rolfi (neosegretario provinciale della Lega a Brescia e vicesindaco della città ) le auto blu non piacciono.
Così quel giorno a Milano a sistemare la moglie ci andò in treno.
Si apre il nuovo capitolo di famigliopoli leghista in salsa bresciana che racconta molto del “nuovo che avanza” anche in casa del Carroccio.
Il “maroniano” Rolfi al congresso provinciale ha sbaragliato (255 preferenze su 434 votanti) l’avversario protetto dalla “casta” di Lady Bossi.
Un film già visto per la verità un paio di settimane prima, quando il duo (Trota) Renzo-Monica Rizzi era stato sbeffeggiato con la nomina del nuovo segretario in Valle Camonica.
Cambiano le facce, ma non le abitudini.
E se il Senatur piazza i figli (dopo Renzo in arrivo anche Roberto Libertà ) in politica, gli altri seguono l’esempio con le mogli, parenti e affini.
Sempre di famigliopoli si parla.
Protagonista questa volta Silvia Raineri in Rolfi, balzata agli onori della cronaca nazionale per una vicenda di collocazione parentale alla Provincia di Brescia.
A un concorso pubblico, indetto dall’ente guidato dal leghista Daniele Molgora, la moglie di Rolfi ottiene il miglior risultato allo scritto e il peggiore all’orale , riuscendo ad arrivare quarta tra centinaia di persone che ambivano a quei fantastici otto posti. Una storia —che coinvolge anche altre signore vicine alla Lega — che non è passata del tutto inosservata ed è ancora in fase di accertamento, tanto che la famiglia Rolfi ha deciso di guardare altrove.
Ecco dunque che la signora ci riprova, con un concorso all’Asl di Milano dove trova una collocazione lavorativa come impiegata amministrativa a tempo indeterminato nella direzione generale.
Silvia Raineri infatti, nonostante si fosse piazzata solo diciottesima al concorso, dal 16 dicembre 2010 viene assunta a tempo indeterminato proprio per quell’unico posto disponibile nell’azienda sanitaria del capoluogo lombardo.
Fin qui quasi nulla di strano se non fosse che il giorno dopo la neo assunta ottiene l’aspettativa.
Per cosa? Per un contratto a termine (dal 17 dicembre 2010 al 16 dicembre 2011) niente meno che in Regione Lombardia.
Così, l’Asl di Milano adotta una delibera (la numero 2226 del 31 dicembre 2010 e pubblicata dal sito Tempo Moderno) in cui viene concessa l’aspettativa non retribuita dal servizio a tempo indeterminato per assumere quello a tempo determinato al Pirellone.
Ma rimane tutto in famiglia visto che la signora Raineri sembra destinata alla segretaria del consigliere leghista di Bergamo, Daniele Belotti.
Insomma i casi sono due: o la signora Raineri- Rolfi è una donna fortunata (vince un concorso a tempo indeterminato in un’Asl a Milano e all’indomani ottiene l’aspettati – va per lavorare in regione Lombardia) oppure Fabio Rolfi (34 anni) neo segretario della Lega (e vice del sindaco pidiellino Paroli) di strada ne ha fatta da quando, giovane militante, appiccicava furtivamente (e abusivamente) i manifesti contro Roma ladrona.
Diplomato in agraria, ha sempre vissuto solo di politica.
Figlio di un piccolo imprenditore, Rolfi è entrato in Lega come protetto dell’ex assessore regionale alla Sanità Alessandro Cè.
Finita la stagione dei gazebo e delle lotte come presidente di circoscrizione (di minoranza durante la giunta di centrosinistra) ha capito che con la politica si guadagna.
Ecco allora il suo primo incarico nel 2005, sempre in Provincia, come “consulente informatico a 22 mila euro lordi” pochi mesi retribuiti grazie all’appoggio dell’allora vicepresidente (altro leghista epurato, Massimo Gelmini).
Vicesindaco con delega alla Sicurezza è l’autore di tutte le delibere più originali: vietato sedersi sui monumenti (unica multata un’anziana signora marocchina), giocare a cricket nel parco e organizzare pic-nic sull’erba pubblica.
Lo si ricorda anche per aver fatto tagliare la corrente nel campo rom dove, tra l’altro, c’era un bambino la cui vita dipendeva da apparecchiature elettriche.
Fabio Rolfi ha un chiodo fisso: gli stranieri. Quando ancora non contava si spese per la raccolta di firme contro l’ampliamento della moschea.
Oggi? Preferisce occuparsi delle questioni immobiliari affidate a un suo fedelissimo architetto, nominato presidente della società controllata Brixia Sviluppo.
Peccato che sull’operato della società la Procura di Brescia abbia aperto un fascicolo, così come è stata presentata un’inter rogazione parlamentare rispetto all’acquisizione di immobili da parte del Comune “al fine di verificare la legittimità del contratto d’acquisto”.
Come a dire: maroniani? Il nuovo che avanza.
E nelle altre parrocchie leghiste cosa succede?
Ieri, pur di guadagnarsi un titolo sui giornali, il viceministro ai Trasporti Roberto Castelli ha dichiarato: “Napolitano che dice il popolo padano non esiste mi offende e mi fa paura. Si vede che per lui non esisto e sono un ectoplasma”.
Bocche cucite invece a Varese, dopo che è dovuto intervenire il Senatur per risolvere le beghe congressuali di domenica prossima.
Aria pesante invece in Veneto dove scoppia il caso Tosi (spalleggiato dall’ex sindaco-sceriffo di Treviso Gentilini) che ha dichiarato: “Secessione? Solo filosofia, i problemi sono ben altri”.
Insomma sempre più fratelli coltelli quelli della Lega e magari fosse solo questione di “cerchio magico” e “maroniani”.
Elisabetta Reguitti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Bossi, LegaNord, Politica | Commenta »