Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
SI E’ DIMESSA LA RELATRICE FINIANA DELLA COMMISSIONE: “MAI AVALLERO’ QUESTO OBBROBRIO”… IL PDL DELIRA: “CARCERE PER I GIORNALISTI”
L’agenzia Moody’s taglia il rating dell’Italia di tre livelli. 
Dieci giorni fa il downgrade di Standard&Poor’s.
Ma le priorità del governo sono altre, in primis il disegno di legge per limitare l’uso delle intercettazioni da oggi in esame alla Camera che ha bocciato le questioni pregiudiziali di Pd e Idv al testo.
Con 307 no (Pdl e Lega), 230 voti a favore (Pd e Idv) e 63 astenuti (i deputati del Terzo polo), le pregiudiziali di costituzionalità sono state respinte. Risultato analogo anche della votazione sulla pregiudiziale di merito: 229 sì, 307 no e 64 astenuti.
Ma se la ‘partita’ in aula è appena cominciata, a livello politico lo scontro è già in atto da tempo.
E i toni sono da battaglia. Nel pomeriggio dopo una piccola polemica con il Guardasigilli Francesco Nitto Palma (guarda il video), sono arrivate le dimissioni di Giulia Bongiorno, presidente della Commissione giustizia alla Camera che già ieri aveva minacciato di lasciare l’incarico dopo aver detto “non sarò io la relatrice di questo obbrobrio” .
Al suo posto, il deputato Pdl Enrico Costa, autore dell’emendamento-compromesso messo a punto con l’obiettivo di rendere impubblicabili le intercettazioni fino alla cosiddetta “udienza filtro”.
”L’accordo su questo testo era stato raggiunto due anni e mezzo fa. Ed era stato il frutto di lunghe trattative. Io avevo già fatto la relazione in aula su questa versione. Ora, il fatto che vogliano stravolgere tutto è chiaramente una violazione di questo accordo”, ha spiegato l’avvocato Bongiorno.
”Vorrei ricordare — ha sottolineato la presidente della commissione Giustizia alla Camera — che io avevo già fatto una relazione in Aula proprio perchè era stato raggiunto un accordo su questo testo. Poi arrivò l’ordine dall’alto di lasciar perdere, perchè era considerato un provvedimento troppo annacquato. Ma per me l’accordo era e resta su quella versione del ddl”. “Pertanto — ha concluso — rimettere le mani ora sulla riforma stravolgendola la ritengo una violazione dell’intesa raggiunta e quindi non ho potuto far altro che dimettermi da relatore, indicando al mio posto il capogruppo del Pdl Enrico Costa”.
“Avevamo lavorato tanto su questo provvedimento — ricorda la parlamentare finiana — e avevamo raggiunto l’intesa dopo decine di incontri con Ghedini e con gli editori. Ora, nel giro di due giorni, si è deciso di stravolgere tutto questo. Cambiando profondamente un testo sul quale si era raggiunto, ripeto, un accordo, che era il presupposto per il mio sì”.
“Con i giornalisti ci andrei con i piedi di piombo”, ha esordito il neo relatore Costa augurandosi che sul provvedimento arrivino le proposte anche dell’opposizione.
“Bisogna allargare il consenso, spero che ci possa essere un’ampia convergenza, noi andiamo avanti”, ha detto Costa senza specificare se la maggioranza metterà la fiducia sul provvedimento.
Il deputato Pdl Maurizio Paniz ospite di ’24 Mattino’ su Radio 24 è tornato a chiedere il carcere per i giornalisti: “Il cronista che pubblica ciò che non può pubblicare dovrebbe subire una sanzione penale. Il carcere magari è un percorso più lungo. Che ne so, ci vorrebbe una sanzione da 15 giorni a un anno, poi il giudice graduerà a seconda della violazione, vedrà se sono possibili riti alternativi, pene pecuniarie o multe o — ha ripetuto il deputato Pdl — se il giornalista debba andare in carcere. Cosa che è tutto sommato molto rara nel nostro ordinamento per questa tipologia di situazione”.
Poi ha fornito dati falsi sul numero degli intercettati in Italia.
Paniz ha sostenuto che ogni giorno vengono ascoltate 3 milioni di conversazioni.
Una cifra iperbolica calcolata sulla base di questo ragionamento: secondo il deputato-avvocato Pdl ogni anno in Italia vengono intercettate 150 mila persone e, visto che ciascuna di esse fa in media una ventina di chiamate a testa, il conto è presto fatto.
Peccato però che 150 mila siano le utenze e non le persone intercettate (qualsiasi spacciatore di droga utilizza più telefoni, ndr) e che quelle 150 mila utenze non vengano ascoltate per 12 mesi di seguito, ma a seconda dei casi, anche per pochissimi giorni.
La maggioranza ormai è al delirio e invoca leggi speciali.
Tira aria di regime.
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Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
ENNESIMA BRUTTA FIGURA DELLA LEGA: IN UN MESE SVELATO IL BLUFF…NESSUN MINISTERO AL NORD, SOLO IL SOLITO SPOT PER I GONZI
I ministeri leghisti di Monza aprono le porte a una delegazione del Partito Democratico e magicamente da sedi distaccate, annunciate in pompa magna dai Padani (presunti) secessionisti, si trasformano in “sedi di rappresentanza”.
A declassare il rating degli uffici è lo stesso padre del trasferimento dei ministeri al Nord: Roberto Calderoli.
Ieri lo ha confessato: “Sono solo sedi di rappresentanza”.
Appena tre mesi fa ad ogni comizio e incontro pubblico il ministro per la Semplificazione rilasciava dichiarazioni entusiaste su quelli che definiva i ministeri al Nord.
“Il 23 luglio il mio ministero e quello di Bossi apriranno a Monza. Che piaccia o non piaccia a Roma” disse lo scorso 11 luglio nel corso di un incontro pubblico in provincia di Varese quando, lanciando l’affondo sulla devolution dei dicasteri, aveva assicurato ai militanti che la Lega non si sarebbe fermata di fronte alla levata di scudi che era seguita alla proposta leghista di “trasferire al Nord i ministeri”.
Proposta che era stata sostenuta anche da una raccolta firme lanciata a ridosso del tradizionale raduno di Pontida del 19 giugno scorso.
Alcuni hanno creduto al progetto.
Altri hanno iniziato a fare i conti di quanto sarebbe costato portare a termine il trasloco.
Ma sono bastate poche settimane e il 23 luglio, giorno dell’inaugurazione, il trasferimento dei ministeri era già stato declassato a semplice apertura di non meglio identificate sedi distaccate.
Trasferimenti o distaccamenti, poco importa, i promotori dell’iniziativa erano comunque felici e potevano dire di aver aperto i loro ministeri del nord.
Alla festa organizzata alla Villa Reale di Monza si sono presentati in pompa magna Umberto Bossi, Roberto Calderoli, Giulio Tremonti e Michela Vittoria Brambilla. Quattro ministri in tre stanze “che allo Stato non costano niente”, come aveva detto Bossi il giorno del taglio del nastro, ricordando che a nord “sono tutti contenti”, lasciando intendere che non gli importasse un gran chè delle polemiche sollevate da Gianni Alemanno e Renata Polverini.
Dopo l’inaugurazione, per tornare a parlare dei ministeri del nord si è dovuto attendere il primo settembre, giorno dell’annunciata apertura. In quell’occasione alla Villa Reale dei ministri non s’è vista nemmeno l’ombra.
Si è presentata invece una delegazione di agguerritissimi imprenditori padovani, infuriati per il contenuto della manovra fiscale e i provvedimenti eccessivamente penalizzanti per la categoria.
Dalla prima protesta passano una dozzina di giorni e finalmente la sede distaccata dei ministeri ospita una vera riunione.
Ma al di là del nome altisonante più che in una sede istituzionale pareva di essere in una struttura di partito.
A quella riunione hanno partecipato il ministro Roberto Calderoli, il ministro Umberto Bossi e uno stuolo di presidenti di provincia: tutti rigorosamente leghisti. Unica eccezione, il ministro Giulio Tremonti, che dopo aver fatto capolino in Villa ha smentito di aver mai partecipato ad alcuna riunione.
Su questo strano incontro di partito la procura di Monza ha anche aperto un fascicolo per indagare la reale natura degli uffici ministeriali di Villa Reale.
Ieri nella sede dei ministeri trasferiti, anzi no, distaccati, il ministro Calderoli ha incontrato alcuni esponenti del Partito democratico brianzolo.
Alla riunione hanno partecipato il capogruppo Domenico Guerriero, il vicepresidente del consiglio provinciale Vittorio Pozzati, il segretario provinciale Gigi Ponti e il consigliere Adriano Poletti.
All’uscita Guerriero ha riferito del colloquio avuto con il ministro, dichiarando che Calderoli ha ammesso che quelle monzesi “sono sedi di rappresentanza e non decentrate”.
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Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile
RITORNA ALLA LUCE IL PATTO DAL NOTAIO CON CUI IL PREMIER SI E’ ASSICURATO L’APPOGGIO A VITA DEL SENATUR… SI PARLA DI DECINE DI MILIARDI DI LIRE
L’ex direttore della Padania è intervenuto nel programma di Lucia Annunziata, In
mezz’ora, confermando la tesi secondo cui la fedeltà del Carroccio al premier dipenderebbe da una fidejussione di due miliardi di lire stipulata dal Cavaliere nel 2000 per coprire tutti i debiti contratti nel tempo dal partito di Bossi
Ne aveva parlato Gilberto Oneto in una puntata de L’Infedele, ora l’indiscrezione è stata confermata e ripetuta anche dall’ex direttore de La Padania Gigi Moncalvo nel corso del programma di Lucia Annunziata, In mezz’ora.
Moncalvo, direttore del quotidiano del Carroccio dal 2002 al 2004, ha spiegato le origini del patto di ferro che lega Silvio Berlusconi a Umberto Bossi e che avrebbe spinto la Lega, fra l’altro, a votare per il salvataggio di Marco Milanese e Saverio Romano, il ministro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo il giornalista, che cita tra le altre fonti la ex giornalista di Radio Padania Rosanna Sapori e il giornalista di Famiglia Cristiana Guglielmo Sasimini, ci sarebbe un “vero e proprio contratto stipulato davanti a un notaio”.
L’accordo, datato gennaio 2000, sarebbe stato firmato un anno prima delle politiche del 2001 in cui Bossi e Berlusconi erano alleati.
Nel giugno del 2000 infatti, come aveva documentato Mario Calabresi su Repubblica, Giovanni Dell’Elce,, allora amministratore nazionale di Forza Italia e oggi deputato del Pdl, scrisse alla Banca di Roma per comunicare una fideiussione di “due miliardi di vecchie lire a favore della Lega”.
Moncalvo ha aggiunto che “Berlusconi aveva fatto un intervento economico pesante a favore della casse della Lega” che allora versava in uno stato finanziario critico: la sede del partito era stata pignorata e i giornalisti non ricevevano più lo stipendio.
A quel punto Berlusconi avrebbe rinunciato “a un serie di cause civili per gli slogan e le paginate” de La Padania in cui il premier “veniva accusato di essere mafioso” in cambio della cessione della titolarità del simbolo del Carroccio.
Una compravendita che Moncalvo definisce “tipica della mentalità di Berlusconi”.
A fare da mediatore nell’acquisto, di cui Umberto Bossi, la moglie Manuela Marrone e Giuseppe Leoni avrebbero disposto del 33% ciascuno, sarebbe stato Aldo Brancher, il ministro con la più breve carica nella storia della Repubblica.
Oltre alla titolarità del simbolo, il patto prevedeva anche la formazione di un think tank per la formulazione di una riforma costituzionale per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica.
E se fosse passata col referendum, Napolitano, aggiunge Moncalvo, sarebbe stato “costretto a dimettersi”.
Dall’altra parte Berlusconi, “convinto di essere eletto dal plebiscito popolare”, sarebbe andato al Quirinale.
A fare parte del think tank, aggiunge l’ex direttore de La Padania, anche “Tremonti, Calderoli e La Russa” mentre “Follini e Fini combatterono fino in fondo” affinchè la riforma non passasse.
Di fatto il piano ha subito un arresto l’11 marzo 2004, in corrispondenza della “fermata ai box di Bossi per motivi di salute”.
Dunque, ha osservato Lucia Annunziata, Bossi e Berlusconi “si confermano legati a una partita finchè morte politica non ci separi”.
Il modo per mettere a tacere queste voci?
Secondo Moncalvo uno solo: che il Senatùr faccia cadere il governo.
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Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile
INFURIA LA BATTAGLIA CONGRESSUALE NEL CARROCCIO, DOMENICA SCONTRO A VARESE…IN VENETO GLI UOMINI DI TOSI HANNO GIA’ PRESO BELLUNO, VENEZIA, VICENZA E VERONA
Coi pugnali tra i denti. 
All’indomani del congresso di Brescia, che ha segnato un’altra sconfitta del Cerchio magico, la Lega corre verso la balcanizzazione.
Non c’è solo il pesantissimo ukase di Roberto Calderoli contro il maroniano Flavio Tosi, colpevole di aver violato lo Statuto del movimento con le sue dichiarazioni men che tiepide nei confronti dei proclami secessionisti di Bossi, (ma anche di aver definito una «schifezza» la legge elettorale firmata dal ministro alla Semplificazione), e per questo in odore di espulsione.
C’è soprattutto l’endorsement notturno del Senatùr, che domenica ha di fatto incoronato come nuovo segretario provinciale di Varese Maurilio Canton, sindaco di Cadrezzate molto vicino al capogruppo Marco Reguzzoni, a sua volta nemico dichiarato di Roberto Maroni ed esponente di punta dei cerchisti.
Lo ha fatto, il Senatùr, prefigurando l’esito del congresso di Varese, che si terrà tra cinque giorni.
E lo ha fatto nonostante le candidature alla segreteria fossero già state presentate.
A dare l’idea del clima, ecco quel che dicono i maroniani su questo improvviso comizio notturno di Bossi: «La moglie, furibonda per la sconfitta di Brescia, lo ha tirato giù dal letto convincendolo a dire quel che il Capo ha poi detto».
Già la moglie, Manuela Marrone.
Vestale della Lega di famiglia e mamma di quel Renzo che alla vigilia del congresso di Brescia, ancora ammaccato dalla sconfitta subita in Valle Camonica, inviava ai delegati, via sms, un consiglio perentorio: «Votate Capitanio, il candidato di papà ». Oplà , ha vinto l’altro, Fabio Rolfi, e per questo, nelle menti degli anti-maroniani, bisognava correre subito ai ripari.
I varesini legati a Maroni adesso sono furibondi, qualcuno pure con il loro capocorrente.
Protetto dall’anonimato, un big di Varese disegna scenari apocalittici: «Non si può sempre subire, a questo punto è meglio che ognuno vada per la propria strada, che ci si conti per stabilire chi ha vinto e chi ha perso».
E un altro dirigente: «È intollerabile che siccome “loro” (i cerchisti, ndr) stanno perdendo i congressi facciano schierare il Capo all’ultimo momento, quando le truppe sono già in campo».
Dall’altra parte si risponde pan per focaccia: «I “geni”, come li chiama Bossi, fanno il bello e il cattivo tempo nei congressi, ma queste sono solo beghe di condominio, e quando arriva il padrone di casa non ci pensa un minuto a dare loro il foglio di via». Un modo un po’ cinico per ribadire che l’ascesa per via democratica dei maroniani deve essere bloccata.
A cominciare dalla Lombardia, dove è segretario l’ancora potente Giancarlo Giorgetti, uomo sommamente inviso ai cerchisti, che ha come vice proprio Reguzzoni. Convivenza difficile, anche per la presenza di un secondo vice: il battitore liberissimo Matteo Salvini, pure lui nel mirino dei cerchisti.
La speranza dei maroniani è celebrare il congresso regionale, ma con questi chiari di luna sembra parecchio difficile.
Quella di Varese, anche per la sua valenza simbolica, è una vicenda dilaniante.
Perchè questa è la culla del leghismo, la città di Bossi di cui tra l’altro è sindaco quell’Attilio Fontana che ha capeggiato la rivolta bipartisan degli amministratori contro la manovra del governo, poi costretto a dimettersi dalla presidenza dell’Anci lombarda da un diktat di Calderoli e ora sempre più scoraggiato dalla piega che hanno preso gli eventi.
L’uomo del Viminale, varesino pure lui, ovviamente non gradisce affatto la mossa del Senatùr.
Ma fa buon viso a cattivo gioco. Scontentando ancora di più i suoi, tra cui starebbe facendo capolino addirittura l’idea – e sarebbe davvero clamoroso – di far mancare il numero legale al congresso in programma domenica.
Del caso Varese i due hanno parlato ieri in via Bellerio, durante la solita segreteria del lunedì. Maroni ha rassicurato Bossi: al congresso, «da militante», seguirà le indicazioni del segretario votando per Canton, «anche se non lo conosco».
Tanto l’altro candidato, Leonardo Tarantino, non è neppure un maroniano doc, e non sarebbe bene che passasse come tale se i supporter del ministro lo sostenessero solo per odio nei confronti di Reguzzoni e compagnia.
Altrimenti, è il ragionamento del ministro dell’Interno, si farebbe solo il gioco dei cerchisti, che puntano a contrapporlo direttamente al segretario federale, a rappresentare lo scontro interno non come lotta fra colonnelli, ma tra Maroni e Bossi.
È qualcosa che Bobo il temporeggiatore vuole assolutamente evitare, e in questa chiave si può leggere il suo disappunto anche nei confronti di un fedelissimo come Tosi.
Insomma, Maroni esclude che il sindaco di Verona venga espulso, però ha vissuto come una fuga in avanti quelle sue ultime esternazioni così platealmente antibossiane. Eterogenesi dei fini, nella prudente strategia di Maroni.
Che però non tiene contro della rivolta in corso fra i leghisti veneti, ben più decisi dei lombardi a invocare un nuovo corso.
Senza Berlusconi e in nome di un «ritorno alle origini» che ha il vago sapore di una rifondazione.
Tosi ha già vinto i congressi di Belluno, Vicenza, Venezia e Verona, che è anche la città del suo grande antagonista, il capogruppo al Senato Federico Bricolo, altra star del cerchismo (non a caso è stato lui a invocare più volte, e non da oggi, provvedimenti disciplinari contro il sindaco ribelle).
Ma Tosi si prepara, sempre che le altre assemblee provinciali vengano convocate, a sfidare Gian Paolo Gobbo (che invece controlla in modo saldo la sua Treviso, città di cui è sindaco) per strappargli la segreteria della Liga veneta in un altrettanto ipotetico congresso regionale.
Il tutto nel silenzio di Luca Zaia, che da governatore è il leghista più rappresentativo. E proprio Gobbo è alle prese con un’altra grana, quella rappresentata dal suo vice in Comune Giancarlo Gentilini, anche lui stufo di sentir parlare di secessione, oltre che di Berlusconi.
Pure lo «sceriffo», come lo chiamano, rischia l’espulsione per aver dato ragione a Napolitano.
Grande disordine sotto il cielo, ma – sempre parafrasando Mao – la situazione per una Lega dilaniata non è affatto eccellente.
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile
MARONI DIVENTA PRUDENTE: “MAI CHIESTO ELEZIONI”….SCONTRO CALDEROLI-TOSI…PER BOSSI “SE SI VA SOLI ALLE ELEZIONI VINCE LA SINISTRA”
Tira aria di tempesta nella Lega.
Umberto Bossi giura fedeltà al governo Berlusconi, poi irrompe nella delicata stagione dei congressi padani. E lo scontento tra le camicie verdi è sempre più esplosivo.
Domenica notte il Senatùr si è presentato a sorpresa alla festa di partito di Buguggiate, nel varesotto.
Gli uomini legati al Cerchio Magico – il cordone sanitario che dalla malattia circonda fisicamente Bossi e famiglia – hanno appena perso il congresso di Brescia e della Val Camonica in favore dei maroniani.
Così il “Capo” interviene: domenica si gioca la partita più importante, la provincia di Varese. E Bossi si schiera, sostiene Maurilio Canton, il candidato della Lega di famiglia
Si tratta del sindaco di Cadrezzate che – stando a quanto raccontano i leghisti della zona – al momento ha solo un terzo dei voti.
Troppo rischioso mandarlo a perdere nella provincia che è il cuore della Lega, il territorio da dove vengono tanto Bossi quanto Maroni, così come il cerchista Reguzzoni e il segretario lombardo Giorgetti, già nel mirino dei pretoriani di Gemonio.
Con il suo intervento Bossi fa saltare anche l’ultima mediazione alla ricerca di un candidato di sintesi.
Nel pomeriggio Maroni va in via Bellerio dove incontra il Capo circondato da Reguzzoni e Bricolo.
Cerca un chiarimento ma all’uscita deve precisare che il suo appoggio al referendum non guardava al voto anticipato (l’ipotesi aveva allarmato tutto il centrodestra): «Sono retroscena infondati, frutto di libera fantasia».
Il secondo scontro che fa tremare la Lega arriva dal Veneto.
Il sindaco di Verona Flavio Tosi, maroniano di ferro, liquida così una domanda su Napolitano per il quale la Padania non esiste: «È un dibattito che non serve, possiamo discutere se la Padania esista o meno, dove inizia o finisce. È filosofia, ma i problemi del Paese restano».
Così Tosi – già nel mirino per le ripetute dichiarazioni contro Berlusconi e il suo governo – viene stroncato da Calderoli: «Dissento profondamente, le sue dichiarazioni contrastano con le finalità del nostro statuto che il sindaco dovrebbe conoscere e rispettare».
Inevitabile la marcia indietro di Tosi, che si giustifica sottolineando di aver voluto evitare tensioni con il Colle.
Ma si combatte anche a Treviso, dove i vertici locali si riuniscono per decidere l’eventuale espulsione di un altro leghista scontento, l’ex sindaco-sceriffo Gentilini che si era detto d’accordo con Napolitano.
Anche se in serata il segretario provinciale, Antonio Da Re, placa gli animi dicendo che «non ci sarà nessuna espulsione», il clima resta incandescente con Castelli che ribadisce che chi non è d’accordo sull’indipendenza «vada in un altro partito» e Gentilini che ribadisce «l’Italia è una sola, quando avremo il 50% dei voti ne riparleremo».
Così la giornata della Lega finisce com’era iniziata, all’insegna delle minacce e della tensione.
Già , perchè Bossi nel comizio notturno aveva attaccato chi non si uniforma al pensiero unico dicendo che «nella Lega ultimamente vedo troppa gente che parla a vanvera, troppi geni» che chiedono di mollare Berlusconi.
Il Senatùr dice di avercela con chi «all’inizio della Lega non c’era» (quindi forse non con Maroni, ma con i suoi sì), torna a difendere la moglie (per molti ispiratrice del Cerchio Magico) dicendo che «i soldi per fare la Lega li ha messi la Manuela».
Poi parla di governo, dice che la Lega «è leale» e zittisce chi (la maggioranza del partito) non vuole più l’alleanza con il Cavaliere: «Alle elezioni si può andare da soli, però sapendo già che vince la sinistra».
Rilancia sulla Padania e a Napolitano dice che «è facile negare che esista per rassicurare, ma tutti hanno capito che l’Italia non tiene più».
Chiude con un attacco a Confindustria e a Della Valle: «Se gli imprenditori stanno gridando è perchè anche loro qualche difetto ce l’hanno, non c’è più nessuno che è capace di inventare un lavoro».
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile
IN ATTESA DELLA PRONUNCIA DELLA CONSULTA, DIETRO IL QUESITO ELETTORALE SI GIOCA LA PARTITA DELLE ALLEANZE… IL PREMIER, PER EVITARE IL REFERENDUM, POTREBBE PUNTARE A ELEZIONI ANTICIPATE
“Pungolo” o “grimaldello” che sia, il possibile via libera al referendum elettorale che punta ad abolire l’ormai famigerato Porcellum per tornare al Mattarellum, apre scenari e interrogativi su quello che potrà essere il nuovo sistema elettorale italiano.
E su chi ne beneficerà maggiormente.
Infatti, se l’attuale Porcellum sarà abolito e si ritornerà al ‘Mattarellum’, gli ingranaggi della politica potrebbero rimettersi in movimento.
Anche perchè la legge elettorale è materia delicatissima.
Al punto che la caduta del governo Prodi arrivò proprio in occasione dei negoziati sulle nuove regole elettorali (con la conseguente rivolta dei partitini).
I promotori del referendum hanno consegnato le firme in Cassazione, primo vaglio di validità , in attesa della pronuncia della Corte costituzionale.
Perchè è quella la spada di Damocle che incombe sull’iter referendario.
La possibilità che la Consulta bocci il referendum dichiarandolo incostituzionale perchè porterebbe una vacatio legis del parlamento.
Nell’attesa, però, le grandi manovre sono già in atto.
Partendo da due punti.
Il primo: il Mattarellum non piace al Pdl, alla Lega, all’Udc e anche a una parte del Pd.
Il secondo: la riforma elettorale è strettamente connessa alla precaria situazione politica.
E’ chiaro infatti che gli scenari che si aprono divergono a seconda della permanenza dell’attuale governo fino alla scadenza naturale della legislatura, della nascita di un nuovo esecutivo di larghe intese o dI elezioni anticipate.
Schierati a spada tratta per il ritorno al Mattarellum sono l’Idv di Di Pietro, Sel di Vendola, la Rete dei referendari di Segni, il Pli, Popolari (ex asinello).
La logica che si porta dietro il Mattarellum è quella delle grandi coalizioni (solo il 25% è proporzionale).
Ipotesi che a Di Pietro e Vendola piace.
Senza contare che i due hanno da tempo sposato l’onda lunga referendaria come nel caso dell’acqua pubblica.
Più complessa la posizione del Pd che, nelle settimane scorse, ha messo sul tavolo una disciplina che ricalcherebbe il sistema ungherese: in pratica un misto di maggioritario a doppio turno, proporzionale con diritto di tribuna.
Bersani, viste le divisioni interne, ha evitato di schierarsi apertamente a favore del referendum. Da una parte spiegando che “non tocca ai dirigenti di partito promuovere referendum” e ribadendo che la via maestra è quella parlamentare, dall’altra mettendo a disposizione le feste del Pd per raccogliere le firme.
Non è un mistero, però, che la freddezza del segretario sia anche legata alla nettà contrarietà dell’Udc nei confronti del referendum.
Del Mattarellum Casini non vuol sentire parlare anche perchè un sistema che privilegi le grandi coalizioni rischierebbe di mettere l’Udc (e in neonato Terzo Polo) in una situazione di marginalità .
Per questo i centristi chiedono da sempre un sistema proporzionale con ritorno alle preferenze anche se Casini, convinto che l’unica via di riforma possibile debba essere quella parlamentare, ha offerto una sponda a Bersani: “Noi siamo per il proporzionale alla tedesca ma possiamo, l’ho detto anche a Bersani, a discutere del loro disegno di legge”.
Apparentemente più netta la posizione di Fli: “Se il Pdl fosse tentato da una nuova legge elettorale contro il Terzo Polo si renderebbe inevitabile un’alleanza tecnica e costituzionale con il centrosinistra e con il Pd in tutti i collegi”.
Come dire: a mali estremi, estremi rimedi.
Eppoi c’è la Lega che, nei mesi scorsi, non ha chiuso le porte al ritorno al proporzionale anche perchè il Mattarellum obbligherebbe il Carroccio ad allearsi, in una fase in cui il dopo Pdl senza Berlusconi è tutto da disegnare.
Meglio avere le mani libere, dunque.
Chi invece non ha ancora scoperto le carte è il Pdl.
L’attuale legge ha permesso al centrodestra di poter godere su di una solida maggioranza parlamentare e, in passato il Cavaliere ha sempre detto che non aveva intenzione di cambiarla, ritenendolo un sistema in grado di garantire la governabilità e il bipolarismo.
Adesso, però, qualcosa sembra muoversi.
Non a caso il neosegretario Alfano ha tratteggiato un abbozzo di proposta articolata su due punti: stop ai parlamentari nominati, ma il bipolarismo non si discute.
In pratica si tratterebbe di un’ipotesi che, pur mantenendo in vita l’attuale sistema nei suoi aspetti fondamentali, andrebbe incontro alle richieste di correzioni che sono state avanzate da più parti, a cominciare dall’esigenza di superare il sistema delle liste bloccate o comunque di consentire agli elettori di scegliere i propri rappresentanti.
Un altro punto sul quale intervenire potrebbe essere il premio di maggioranza e anche su questo aspetto la proposta studiata dal Pdl prevede un intervento che pur non accogliendo la richiesta di abolizione del meccanismo tuttavia lo corregge.
Ma anche in questo caso, come per il Pd, la nuova legge elettorale diventa uno strumento di dialogo con l’Udc. In particolare per chi, nel Pdl, punta ad un processo di “riunificazione del centrodestra”.
I centristi, per adesso, frenano: “Il Terzo polo andrà da solo alle elezioni, perchè serve un’alternativa di serietà “.
Ed è a questo punto che occorre fare un passo indietro e interrogarsi su quelli che potrebbero essere gli scenari politici.
A partire dal fatto che Berlusconi potrebbe far saltare il banco.
Lo dice, senza mezzi termini, il presidente lombardo Roberto Formigoni: “Siccome la legge elettorale che uscirebbe dal referendum è assolutamente contraria agli interessi nostri potremmo essere portati ad andare ad elezioni nel 2012”.
Con il Porcellum, che tante gioie ha regalato al Cavaliere.
E pazienza se, a dispetto di tante promesse, gli elettori si troveranno nuovamente a “scegliere” candidati imposti dall’alto.
Matteo Tonelli
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 4th, 2011 Riccardo Fucile
VEDIAMO COME FUNZIONANO: IL PRIMO REGOLA L’ATTUALE LEGGE ELETTORALE, IL SECONDO, SE PASSASSE IL REFERENDUM, POTREBBE SOSTITUIRLO
Come funziona il Porcellum. 
Si tratta di un sistema proporzionale con liste bloccate. L’elettore cioè non può esprimere preferenze e i candidati vengono eletti secondo l’ordine di presentazione in base ai seggi ottenuti dalla singola lista.
Alla Camera sono previste soglie di sbarramento su base nazionale: il 10% del totale dei voti validi per le coalizioni e il 2% per le liste che ne fanno parte; il 4% per le liste che si presentano al di fuori di una coalizione.
All’interno della coalizione partecipa alla ripartizione dei seggi anche la lista che abbia conquistato più voti tra quelle che non hanno conseguito il 2% dei voti.
Alla coalizione di liste (o alla lista non coalizzata) più votata, qualora non abbia già conseguito almeno 340 seggi, è attribuito un premio di maggioranza tale da farle raggiungere il numero di seggi in questione.
Anche per il Senato è previsto un premio di maggioranza volto ad assicurare almeno il 55 per cento dei seggi regionali alla coalizione (o alla lista) che abbia ottenuto più voti.
Il meccanismo opera perciò su base regionale, con la consegenza che può determinarsi una maggioranza diversa da quella formatasi alla Camera.
Anche le soglie di sbarramento operano su base regionale: 20 per cento per la coalizione che abbia al suo interno almeno una lista che abbia raggiunto il 3%; 8% per le singole liste; 8% per le liste che fanno parte di coalizioni che non hanno raggiunto il 20%.
All’interno delle coalizioni partecipano al riparto dei seggi le liste che abbiano ottenuto almeno il 3%.
Come funziona il Mattarellum.
E’ un sistema misto, che alla Camera prevede l’elezione del 75% dei deputati con collegi uninominale e il 25% con sistema proporzionale.
Per la parte maggioritaria viene eletto il candidato che ottiene più voti.
Nel proporzionale, dove non si esprime la preferenza, accedono alla suddivisione dei seggi le liste che hanno raggiunto la soglia di sbarramento del 4%.
Prima della ripartizione occorre però applicare il meccanismo dello scorporo, per cui alla lista vengono sottratti i voti ottenuti dal candidato ad essa collegato che ha vinto nel collegio.
Al Senato i tre quarti dei seggi vengono assegnati col sistema maggioritario, in collegi uninominali, a maggioranza semplice e a turno unico.
Per il restante quarto dei seggi, si applica il metodo proporzionale ai gruppi di candidati collegati, all’interno dei quali vengono eletti i candidati sconfitti nell’uninominale meglio piazzati, una volta verificato il numero di posti spettanti in base ai voti ottenuti e applicato lo scorporo.
Anche con il ‘Mattarellum’ è accaduto che si siano formate maggioranze diverse nei due rami del Parlamento, accadde proprio la prima volta che fu applicato nel 1994.
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Ottobre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
ESCONO SCONFITTI I BOSSIANI DEL CERCHIO MAGICO: PREVALE FABIO ROLFI, SCONFITTO MATTIA CAPITANIO, SPONSORIZZATO DA RENZO BOSSI…E DOMENICA BATTAGLIA FINALE AL CONGRESSO DI VARESE
E due. Dopo la Val Camonica, i leghisti con il maldipancia si prendono anche Brescia.
Maroniani, certo: come il nuovo segretario eletto ieri dal congresso provinciale con 257 voti contro i 174 raccattati dallo schieramento avverso (e nel direttivo finisce 13 a 6).
Il vincitore è Fabio Rolfi, 34 anni, vicesindaco a Brescia. Lo sconfitto è un suo coetaneo: Mattia Capitanio consigliere comunale a Torbole Casaglia.
Non è una vittoria da poco, per gli equilibri interni al movimento: in questa provincia il Carroccio conta 106 sezioni e oltre 1.500 militanti.
Capitanio era sponsorizzato dal Trota, il figlio del Capo, e dai cerchisti stretti attorno a Bossi.
Un’altra batosta, per loro, dopo quella ricevuta una decina di giorni fa in quella Val Camonica dove Renzo era stato candidato alle ultime elezioni regionali, sollevando pesanti malumori nella base.
Che al congresso ha criticato apertamente Monica Rizzi, assessore al Pirellone e grande sponsor di Bossi junior, e si è comportata di conseguenza: 110 a 41, ha vinto una altro maroniano, Enzo Antonini.
Ieri, all’auditorium Balestrieri di Brescia, il secondo round.
Decisamente più importante del primo, se non altro per il numero di iscritti. Congresso a porte chiuse, entrano solo i delegati: così hanno deciso perchè l’aria è decisamente frizzante ed è meglio non spiattellare davanti ai giornalisti i panni sporchi di famiglia.
Ma ci vuole poco per capire che aria tira, basta ascoltare quel che dice un notabile come l’ex senatore Francesco Tirelli, tifoso di Rolfi: «Nella Lega qualcuno sa che cosa vuole, qualcuno non lo sa e qualcuno fa finta di non saperlo; noi nei sondaggi stiamo calando perchè Berlusconi provoca un effetto traino al contrario: è ora di dire che se gli alleati sono funzionali al nostro disegno bene, altrimenti bisogna andare via».
Alle due del pomeriggio, quando il verdetto è chiaro, il nuovo segretario si concede al taccuino: «Il momento è difficile, nelle sezioni c’è grande disorientamento perchè stiamo al governo e i risultati non arrivano».
La targa di maroniano Rolfi non la rifiuta affatto, anche quando dice che «oggi ha vinto la Lega, siamo tutti bossiani».
Però a lui piace tanto l’Umberto del ’94, «sono entrato nella Lega quando Bossi ha fatto cadere il primo governo Berlusconi».
All’uomo del Viminale, un peana: «Grande ministro, ha portato consensi alla Lega e al governo, ha saputo far crescere una nuova classe di amministratori».
Però qualcosa accomuna, in questo congresso: i pesanti attacchi a Napolitano, che «nega la Padania e non può essere il nostro presidente», è l’urlo di quasi tutti i delegati che intervengono.
Ma tra i vincitori questo è un modo per propiziare un ritorno al passato (torna prepotente l’espressione «indipendentismo»), che poi significa in buona sostanza farla finita con un ciclo governativo contrassegnato da rospi da ingoiare e da risultati vicino alla zero.
«Mi auguro – spiega il sindaco di Dello Ettore Monaco prima di infilare la scheda nell’urna – che adesso si passi dagli slogan ai fatti; nella Lega si parla troppo di potere e poco di filosofia federalista».
Domenica prossima tocca a Varese, anche la culla del Carroccio va a congresso.
E lì votano big come Bossi, Maroni, Reguzzoni, Giorgetti.
Un delegato di Brescia vorrebbe che anche lì «le cose fossero chiare», in nome di quell’«esercizio della democrazia» che sta galvanizzando una parte consistente del movimento, incurante – e forse sofferente – delle voci sulla pax di convenienza siglata tra maroniani e cerchisti.
Ma non è detto. Sulla carta ci sono tre candidati, uno è della Lega «di famiglia» gli altri due non sono maroniani puri, ed è per questo che tra i fedelissimi del ministro dell’Interno gira una voce: «Meglio appoggiare uno che non è proprio dei nostri, piuttosto che far prevalere gli altri».
Chissà , forse è anche vero che “Bobo” non vuole stravincere, per non tirare troppo la corda in un momento obiettivamente difficile per la Lega.
In ogni caso vale l’invito a evitare «fughe in avanti», come quella del sindaco di Macherio uscito allo scoperto troppo presto con una lettera pubblica ultra-critica nei confronti dei vertici del Carroccio.
«Non era ancora il momento – spiega un altro delegato maroniano – bisogna fare un passo alla volta».
Ma di pazienza a questa base ribollente ne è rimasta pochina.
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
IL CAPO E MARONI IN SILENZIO SU NAPOLITANO…A RADIO PADANIA URLANO: ANDIAMOCENE
Per non sentire il male che fa, in via Bellerio la chiamano “Operazione Gattopardo”. 
Si sono convinti che dietro la “lezione” del presidente Napolitano, quella in cui ha detto all’Italia intera che il popolo padano non esiste, ci sia una gran paura.
È il “terrore che le cose cambino”, è il rischio che “l’antipolitica possa arrivare fino alla rivolta del Nord”.
Non è che, domanda il capogruppo Marco Reguzzoni, “tutte queste polemiche” hanno “come unico obiettivo quello di favorire l’avvento di un governo tecnico?”.
Ci sono rimasti male per i “toni eccessivi” usati dal Capo dello Stato, loro che in fin dei conti, una volta arrivati a Roma, i toni li hanno ammorbiditi parecchio.
Nessuno ha il coraggio di dirlo pubblicamente, ma in privato confessano che se i padani sono pronti alla secessione non è perchè lo dice Bossi (come ha fatto a Venezia poche settimane fa) ma perchè hanno perso il lavoro, non arrivano alla fine del mese e ce l’hanno con tutti, anche con loro, i parlamentari che si mettono la cravatta verde.
In questo senso la testimonianza del deputato Luca Rodolfo Paolini vale oro: lui, leghista che vive nelle Marche, nemmeno nelle valli bergamasche, da un po’ di tempo se ne va in giro con la sua busta paga fotografata sull’I-phone, “perchè ormai non ci crede più nessuno”.
Il popolo padano esiste, quindi, ma non è detto che abbia ancora voglia di votare Lega.
Nella sede de La Padania dicono che l’iniziativa “Padani dite la vostra” inaugurata ieri, stia andando “molto bene”, ma non si sbilanciano con i numeri.
Il direttore Leonardo Boriani è convinto che l’errore del presidente Napolitano sia stato quello di usare il sostantivo “popolo” e l’aggettivo “padano”.
“Sulla questione politica si può discutere — spiega Boriani — sostenere che ‘non esiste una via democratica alla secessione’ è discutibile ma è lecito: dire che non esiste un popolo padano, no”.
Ma nelle parole dei leghisti c’è una calma, una prudenza inusuale.
Solo Calderoli dice che il federalismo può “fare sì che il cittadino venga trattato come tale e non come suddito”.
Bossi non ha detto nulla, Maroni non ha “nulla da aggiungere” alla “linea” del quotidiano di via Bellerio.
Che ieri — con il titolo “Io esisto e sono padano” – è stata quasi più morbida di Libero e Il Giornale.
Ma contro le parole del Capo dello Stato (sottoscritte ieri dai presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani) tra le camicie verdi c’è anche chi torna a sbottonarsi come ai vecchi tempi.
Basta ascoltare le proteste della base su Radio Padania e leggere un po’ di commenti lasciati in giro per la Rete per capire che intorno l’aria è molto meno serena. “Uscite dal governo. È ora di lottare!”, dicono in collegamento telefonico.
E invitano a “non pagare le tasse” visto che “per Napolitano noi esistiamo solo come contribuenti e non come persone”.
“Napolitano – insiste una elettrice bergamasca – è in Parlamento da sempre. Sarebbe uno come lui che vuole il cambiamento? Quelli come lui non vogliono cambiare un c….”.
Fino ad arrivare quasi alle minacce: “Sono padana e a Napolitano dico: invece di andare a Napoli venga in Padania a dire certe cose”.
E così, alla fine, a dare manforte agli ascoltatori arriva anche l’europarlamentare Mario Borghezio: “Il capo dello Stato si preoccupi di meno dei nostri slogan indipendentisti e pensi a come vengono spesi e sprecati i miliardi per le celebrazioni del 150 esimo anniversario dell’Unità d’Italia”.
Per l’Italia dei Valori la questione è “eversiva”.
Per questo Antonio Di Pietro ha chiesto al presidente del Consiglio di “ascoltare il Capo dello Stato e di revocare l’incarico al ministro delle Riforme” perchè è “inammissibile” che Umberto Bossi invece di lavorare per migliorare il Paese, lo veda come un nemico e ne mini la sua integrità ”.
Il Pdl dice che non ce n’è bisogno, che è lui “garante dell’unità nazionale”. Napolitano invece ieri è tornato a dire che “o questo Paese cresce insieme o non cresce”.
Ha chiarito che non si tratta di politica perchè lui è “imparziale” con tutti i partiti. E poi ha lasciato perdere la Padania ed è tornato a parlare delle cose che esistono:
“Il sovraffollamento delle carceri è una vergogna per l’Italia”.
Ci vorrebbe un’amnistia?
“Non se si creeranno le condizioni, ci vuole un accordo politico che allo stato non c’è”.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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