Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
I RISULTATI DEL SONDAGGIO LA STAMPA-CEIS: “POCHI TIFANO PER L’ABOLIZIONE TOTALE, SOLO IL 12,8%”
Imu o non Imu, questo è il problema.
Nelle stanze della politica non si parla d’altro ma, almeno a giudicare dai risultati dell’indagine condotta da LaStampa.it, non è l’imposta sugli immobili a togliere il sonno agli italiani.
Toccherà al consiglio dei ministri di oggi decidere sul destino della tassa della discordia, introdotta dal governo Berlusconi nel marzo del 2011 – non doveva riguardare la prima casa e sarebbe entrata in vigore solo dal 2014 – poi anticipata dall’ex premier Mario Monti.
L’esenzione totale sulla prima casa costerebbe alle casse dello Stato quattro miliardi di euro, senza contare che per scongiurare l’aumento di un punto percentuale dell’Iva almeno fino alla fine dell’anno serve un altro miliardo.
La partita è delicata: per il centrodestra l’abolizione della tassa è la condizione fondamentale per la sopravvivenza dell’esecutivo guidato da Enrico Letta.
Ma che ne pensano gli italiani?
Secondo i dati elaborati dal Ceis di Tor Vergata, dei più di 1000 lettori che tra luglio e agosto hanno risposto al questionario della Stampa, il 60% ritiene necessario un intervento del governo, mentre il 40% preferirebbe pagare la tassa sulla prima casa e destinare ad altro il gettito Imu.
Tra chi chiede di ridurre l’imposta, appena il 12,8% sogna un’abolizione totale: un dato ancor più sorprendente se si considera che circa l’80% degli intervistati è proprietario di una o più case.
La stragrande maggioranza desidera una riduzione, ma limitata: potendo disporre dei quattro miliardi della manovra, il 90% preferirebbe destinare meno di due miliardi alla diminuzione del prelievo.
Tra questi il 23% vorrebbe abbassare l’imposta solo per chi ha una casa di scarso valore, considerando anche il numero degli abitanti, il 20% vorrebbe che gli sgravi si calcolassero sul reddito Irpef, il 17% in base all’Isee.
Se il 14% è favorevole a esentare dal pagamento solo chi è più in difficoltà , un altro 10% vorrebbe invece ridurre l’imposta dello stesso importo per tutti, senza tener conto di reddito e valore catastale.
Chi si dice favorevole a un intervento sull’Imu sono per lo più lavoratori dipendenti e pensionati, con un reddito familiare netto tra i 20mila e i 40mila euro l’anno, con un minore livello di istruzione e peggio informati sui reali importi della tassa.
Ma se per un giorno i lettori potessero vestire i panni del ministro del Tesoro, a che cosa destinerebbero i 2 miliardi di euro raccolti con l’Imu?
Come ormai da mesi ripetono senza sosta – e pare anche senza ottenere granchè – commercianti, artigiani, liberi professionisti e piccoli imprenditori, al primo posto, con oltre il 50% delle risposte, c’è la riduzione delle pressione fiscale sui redditi di famiglie e imprese.
Il 16,7% degli intervistati ha scelto di destinare il tesoretto immaginario all’istruzione, seguita da sanità (7%), riduzione del debito pubblico (9%), assistenza sociale (3,5%) e un programma di aiuti per le famiglie in affitto (2,3%).
Protagonista indiscussa della politica, l’Imu non sembra quindi una priorità .
«Un altro dato interessante riguarda l’informazione economica: oltre il 70% di chi ha optato per un intervento del governo, ha un’idea errata e sovrastimata dell’Imu media pagata dagli italiani, in particolare tra chi vorrebbe eliminarla del tutto – commenta Vincenzo Atella, direttore del Ceis di Tor Vergata -. Quella che il nostro laboratorio di lettori della Stampa ci sottopone è un’agenda economica molto diversa da quella della politica. La scelta di abolire l’Imu è sostenuta da una frazione molto piccola, le risorse si vorrebbero concentrare altrove. E se anche gli italiani nel complesso la pensassero così? Non sarebbe interessante saperlo?».
(da “La Stampa“)
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Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
AD OGGI “COPERTA” SOLO LA RATA DI GIUGNO, DEL RESTO SI PARLERà€ A OTTOBRE
“Ancora una notte di lavoro e la portiamo in porto”. Gaetano Quagliariello inclinava all’ottimismo nella serata di ieri sulla questione Imu.
Per come sembrano mettersi le cose, però, più che altro il ministro pidiellino avrebbe potuto dire “ancora una notte di lavoro e poi un altro rinvio”.
Il Consiglio dei ministri di oggi — ammesso che si tenga, visto che mentre andiamo in stampa non è stato ancora convocato ufficialmente — dovrebbe sancire infatti l’ennesimo spostamento in avanti del problema.
O meglio: verrà sterilizzata la rata di giugno (che costa 2,6 miliardi di minori introiti) sulla prima casa e i terreni agricoli; per quella di dicembre — altri due miliardi — se ne dovrebbe riparlare invece a ottobre, con la legge di Stabilità , quando saranno definiti anche natura e gettito della famosa service tax che dovrebbe sostituire tanto l’Imu che la Tares (rifiuti e servizi comunali).
Ai sindaci intanto, ieri arrivati allarmatissimi a palazzo Chigi, è stato assicurato che slitterà a fine anno il termine per approntare i bilanci, in modo da avere chiaro quali risorse avranno a disposizione.
Il presidente Anci Piero Fassino ha messo comunque le mani avanti: “Ci è stato garantito che lo Stato coprirà in ogni caso l’intero gettito stimato per il 2013”.
Non solo dell’imposta sugli immobili deve però occuparsi il Tesoro.
Il ministro Fabrizio Saccomanni sta infatti cercando anche di trovare le risorse per “coprire” le missioni militari all’estero (sono finanziate fino a + settembre, servono 400 milioni di euro circa) e l’ultima tranche della Cassa integrazione (altri 600 milioni).
Il nodo, al solito, sono le coperture economiche.
Persino Renato Brunetta all’ora di cena sembrava ammansito: “Ci sono ancora un po’ di problemi, ma pensiamo di riuscirci”.
Come si sa da giorni, al Tesoro stanno mettendo insieme un’operazione di vero e proprio bricolage per arrivare almeno ai tre miliardi e mezzo che servono per arrivare sereni fino a ottobre: i maggiori introiti Iva dovuti al pagamento dei debiti commerciali della Pubblica amministrazione (1,5-2 miliardi), qualche taglio mirato, il solito lavorio su bolli e accise, l’eterna maggiore tassazione sui giochi (le slot machine in particolare) che già fa alzare grida di dolore tra le industrie del settore.
Forse si consoleranno se entrerà nel provvedimento una delle opzioni messe sul tavolo dai tecnici per recuperare qualche soldo.
Tra le ipotesi messe sul tavolo dal Tesoro infatti — spiegano fonti governative — ci sarebbe anche un minicondono mascherato sul contenzioso proprio in materia di giochi.
I dettagli non sono al momento disponibili, ma la previsione sarebbe in singolare coincidenza con la chiusura — attesa a brevissimo — dello storico conflitto tra Corte dei Conti, Monopoli e società concessionarie sulla famosa multa da 98 miliardi.
Quella cifra non esiste più: il ricalcolo dell’infrazione ha portato la magistratura contabile a condannare le aziende ad un risarcimento di tre miliardi (l’80% degli introiti) e i Monopoli ad un danno erariale di 2,5 miliardi.
Ora, però, potrebbe venir fuori il condono mascherato (forse mini, ma magari no)
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
150 o 300 METRI QUADRI? DIECI VANI O PIU’? CON PISCINA O PORTIERE?
Una girandola di incontri tra governo e partiti di maggioranza per provare a trovare la quadra sull’Imu.
La trattativa ormai è ristretta a due punti: le coperture per tagliare la tassa e la platea di coloro che continueranno a pagarla sulle prime case.
Ed è proprio su questo secondo punto che si sta discutendo molto, ossia quali case debbano essere considerate di lusso.
Con le attuali classificazioni catastali solo poche migliaia su oltre 30 milioni di abitazioni sono classificate di pregio.
Dunque si stanno cercando nuovi parametri “oggettivi”, come per esempio i metri quadri (150 o 300 sono il limite del “pregio” sul quale si ragiona”, o la presenza di alcuni elementi (piscine, portieri, etc.), che possano aiutare a definire una casa “lussuosa”.
Intanto si è chiuso l’incontro tra Guglielmo Epifani e i ministri del Pd e arriva il comunicato: “Le priorità riguardano la scuola, il rifinanziamento della Cassa integrazione guadagni, il tema degli esodati. In una fase di drammatico calo dei consumi interni sarebbe utile evitare il previsto aumento dell’aliquota Iva”.
Attorno al tavolo di via del Nazareno, oltre al capogruppo al Senato Luigi Zanda e al responsabile economico del partito Andrea Colaninno, l’intera compagine governativa: da Dario Franceschini a Graziano Delrio, da Cecile Kyenge a Maria Chiara Carrozza, da Massimo Bray ad Andrea Orlando.
Tutti insieme mettono i puntini sulle “i”: il risanamento del paese non passa per l’abolizione dell’Imu, i problemi sono altri.
Ma, ovviamente, il piatto forte è stato quello: “Il tema del superamento dell’Imu, come previsto dal programma di governo — prosegue la nota – dovrebbe essere affrontato attraverso soluzioni eque e che siano nel contesto di un riforma federale”.
Schermaglie utili al Pd per dimostrare di non aver ceduto completamente il passo alle richieste del Pdl (“Non accettiamo ultimatum, non c’è solo l’Imu”, ha ribadito Epifani), ma l’accordo sembra ad un passo, in vista dell’incontro tra il segretario del Pd ed Enrico Letta previsto per il pomeriggio.
Delrio aveva fornito un’indicazione di massima: le abitazioni di lusso sarebbero solamente 73mila su oltre 33milioni.
Il Pdl è intenzionato a restringere il più possibile la platea degli interessati, per il Pd quel numero sarebbe proprio esiguo.
La partita si gioca tutta sull’altezza su cui verrà fissata l’asticella.
Ma, nonostante le incertezze che ancora rimangono sul piatto, la strada imboccata in vista del Consiglio dei ministri di domani è quella di un sostanziale accordo: nelle more delle diverse ipotesi ancora al vaglio, l’abolizione (o la sostanziale rimodulazione) riguarderà il solo 2013. Dal 2014 , a sostituirla, arriverà la service tax, che verrà definita nella legge di stabilità .
(da “Huffington Post“)
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Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA QUELLE CHE PESANO SONO LE IMPOSTE SUL LAVORO CHE UCCIDONO L’OCCUPAZIONE E SOFFOCANO LA RIPRESA
Quel che fa più impressione, ma suscita anche una certa dose di rabbia, è l’enorme spreco di tempo e di intelligenze.
Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni e Ignazio Visco sono – ciascuno a suo modo – uomini sagaci, navigati, certo non digiuni di economia politica.
Vederli ancora impegnati a spremersi le meningi per trovare una via d’uscita sulla questione dell’Imu è uno spettacolo piuttosto sconfortante.
Tanto più dopo che il premier e il ministro del Tesoro hanno annunciato che l’economia italiana si appresta, entro l’anno, a rialzarsi da una recessione che la tiene in ginocchio ormai da parecchi anni.
Difficile soppesare quanto siano affidabili i segnali positivi da cui Letta e Saccomanni traggono buoni auspici per il futuro prossimo.
Al 30 giugno le statistiche hanno certificato una caduta del Pil ininterrotta negli ultimi otto trimestri, mentre qualche indicazione di ripresa sta ora venendo sul doppio fronte della produzione industriale e della domanda interna.
Sono piccoli indizi ma dicono che qualcosa, in effetti, si sta muovendo. Se ne può volenterosamente dedurre che forse il paese abbia toccato il fondo della crisi e possa da qui in poi cominciare una risalita.
Ma se è proprio così – e conviene sperarlo caldamente – a maggior ragione oggi la missione cruciale di governo e autorità monetaria dovrebbe essere quella di concentrarsi su misure in grado di incoraggiare e irrobustire la maturazione della così tanto attesa svolta economica.
Non c’è nemmeno da dubitare che a Palazzo Chigi e in Via Nazionale si ignori quali siano i nodi prioritari da sciogliere per aiutare il ritorno della crescita. Sul terreno fiscale si tratta di impegnare ogni pur minima risorsa disponibile per alleggerire il peso delle tasse sul lavoro e sulle imprese, al duplice scopo di ridare ossigeno alla domanda interna e alla ripresa degli investimenti.
Sul terreno monetario si tratta di indurre le banche a un bilanciamento dei loro impieghi che, fra acquisti di titoli del Tesoro e crediti al sistema produttivo, sia un poco più favorevole a quest’ultimo.
Operazioni certo non facili, ma sulle quali sarebbe giusto attendersi il massimo di impegno da parte di chi governa debito e moneta.
E invece no: a più di cento giorni dalla nascita del governo Letta, ancora tutto è bloccato dalla bomba politica e contabile dell’Imu.
Il buon Saccomanni ha cercato di disinnescare l’ordigno mostrando, conti alla mano, limiti e sostanziale irrazionalità di un’abolizione dell’Imu.
Ma il fatto è che Silvio Berlusconi ha fatto di questa ipotesi la carta vincente della sua campagna elettorale e ora la condizione vitale del suo sostegno al “governo di necessità “.Al novello Ghino di Tacco non interessa che in tutti i Paesi civili sia in vigore un prelievo fiscale sulle case, non importa che questo tributo tenda a riequilibrare in senso patrimoniale un sistema fin troppo sbilanciato a danno dei redditi da lavoro, tanto meno si cura della perdita di gettito e del conseguente buco nei conti.
Ancorchè certificato ora come delinquente fiscale dalla Cassazione, Berlusconi esige che questa tassa sia tolta di mezzo perchè lui così ha promesso.
E dunque, come minacciano i suoi bravi: o via l’Imu o via il governo.
Dinanzi a simili ricatti, che impongono di compiere una scelta economica sbagliata pur di tutelare un puntiglio politico di parte, ce n’è abbastanza perchè a Palazzo Chigi si ritrovi il coraggio di recuperare una gerarchia più seria delle cose da fare.
Il dossier Saccomanni con i suoi conti accurati ha spianato la strada.
Per esempio: già oggi è prevista una franchigia di 200 euro, la si porti a 400 e non se ne parli più.
Almeno fino a quando – opera di equità questa sì indispensabile – saranno stati aggiornati i valori catastali.
Chi guida il Paese avrà così più tempo e più risorse per aiutare imprese e lavoratori ad agganciare la sperata ripresa.
I berlusconiani faranno saltare il banco? Data la posta in gioco, val la pena di vedere se lo faranno.
Massimo Riva
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Agosto 19th, 2013 Riccardo Fucile
LO STATO SARA’ MULTATO SE RITARDA: 30 EURO PER OGNI GIORNATA PERDUTA
Contro la mole di adempimenti e scartoffie che schiaccia le nostre vite e le nostre imprese, la parola d’ordine è: semplificare.
Ed è proprio in questa direzione che sta andando il governo Letta, varando o mettendo a punto una serie di provvedimenti (nuovi o ereditati) per sbloccare entro l’autunno le sabbie mobili in cui si arena lo sviluppo del Paese.
Senza «pietà » per nessuno: se è la Pubblica amministrazione a rallentare, dovrà pagare.
Come prevede una norma contenuta nel decreto del Fare, che domani dovrebbe essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per entrare in vigore martedì: si chiama «indennizzo automatico e forfettario», e stabilisce che quando la Pa perde tempo, deve pagare un risarcimento al cittadino di 30 euro per ogni giorno di ritardo, fino ad un massimo di 2.000 euro.
Per i prossimi 18 mesi la norma sarà valida solo per le domande che riguardano l’avvio e l’esercizio dell’attività di impresa.
Entro un anno e mezzo, con un apposito decreto del presidente del Consiglio, verrà definito l’indennizzo anche per gli altri procedimenti.
Ma non è l’unica novità «semplificatrice» del Dl fare.
Che punta prima di tutto a venire incontro ai contribuenti strozzati dalla crisi, allentando le maglie della riscossione forzata per chi è in ritardo con i pagamenti. Equitalia non potrà pignorare la prima casa in cui si abita, purchè non sia di lusso, mentre per le altre abitazioni l’espropriazione potrà scattare solo se il debito supera i 120 mila euro (e non i 20 mila come prima).
Si allungano anche i tempi della dilazione: fino a 120 rate, e solo se non se ne pagano otto (anzichè due) si blocca l’agevolazione.
Sempre nell’ottica di facilitare la vita dei contribuenti, non ci saranno più scadenze a scaglioni, ma tutti gli obblighi fissati al 1° luglio o al 1° gennaio.
Tante anche le misure per snellire i permessi per ristrutturare: è il «pacchetto edilizia» che dovrebbe far risparmiare 500 milioni all’anno.
Gli strumenti tecnologici saranno molto più pervasivi anche nella Pa: a partire dagli uffici, dove sarà eliminato l’uso del fax, fino ai certificati medici di gravidanza, trasmessi per via telematica.
Mentre alcuni documenti spariranno del tutto: è il caso dei certificati di idoneità psico-fisica o quelli di sana e robusta costituzione richiesti per alcuni lavori.
Un provvedimento sulla scia di quello adottato da Monti che da gennaio 2012 ha inserito l’obbligo dell’autocertificazione nei rapporti con gli uffici pubblici: in un anno 20 milioni di certificati in meno, -55%.
Ma il «Fare» dà anche una grossa accelerata alla carta d’identità elettronica: annunciata dall’ex ministro Brunetta, sperimentata dal governo Monti, il «documento digitale unificato», che assorbirà la tessera sanitaria, dovrebbe entrare in vigore entro la metà del 2014
E questo è solo il primo capitolo.
Perchè è in arrivo una legge sulle semplificazioni — il disegno è approdato in Commissione al Senato l’8 agosto — che punta a dare un’altra sfoltita al sistema: dal rilascio dei titoli di studio in inglese alla cancellazione delle comunicazioni al Pra.
E pure il cambio di residenza, che dall’anno scorso è valido dal momento in cui viene richiesto, sarà più facile.
Valentina Santarpia
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 19th, 2013 Riccardo Fucile
COMPRAVENDITE IMMOBILIARI A PICCO, I PRESTITI RICHIESTI CALANO DELLO 0,8%
Quando si tratta di fare pagare di più, l’Italia si tiene stretta i suoi record. 
“Nel primo trimestre 2013 le compravendite immobiliari sono a picco del 13,8% rispetto a fine 2012″, rileva un rapporto di Confartigianato.
“Colpa anche del costo dei mutui che, nonostante la diminuzione di 27 punti base registrata nell’ultimo anno, si confermano i più cari d’Europa con un tasso medio d’interesse, a maggio 2013, pari al 3,53%, superiore di 66 punti base rispetto al tasso del 2,87% dell’Eurozona”.
L’allarme lanciato da Confartigianato non è, purtroppo, una novità .
Un report dell’Adusbef ha segnalato a luglio che su un mutuo di 100mila euro un italiano paga 23mila euro in più rispetto a un altro cittadino europeo.
E all’inizio dell’anno la stessa associazione a tutela dei consumatori ha rilevato che sui mutui trentennali in Italia si pagano 25mila euro in più che in Europa.
Confartigianato precisa che “segnali di difficoltà arrivano dalla diminuzione del 37,4%, registrata tra il 2012 e il 2011, del numero di mutui e finanziamenti per acquisto di abitazioni.
Complessivamente lo stock di mutui erogati alle famiglie italiane per comprare casa è pari a 364,1 miliardi e a giugno di quest’anno è in flessione dello 0,8% su base mensile.
Una percentuale in controtendenza rispetto a quanto avviene nell’Eurozona dove, a giugno 2013, lo stock di mutui per abitazioni è in crescita dello 0,8% rispetto al mese precedente.
Addirittura in Francia si segnala un aumento del 2,7% e in Germania del 2,1%. Fa peggio di noi la Spagna con un calo del 3,8%”.
Anche sul fronte dei tassi di interesse applicati ai mutui per comprare casa Confartigianato mostra il record negativo dell’Italia rispetto agli altri Paesi dell’Ue.
A fronte del nostro 3,53%, la Francia si ferma al 2,77% (vale a dire 76 punti base in meno rispetto all’Italia), la Spagna al 2,90% (63 punti base di differenza), la Germania al 2,91% (62 punti base in meno rispetto all’Italia).
A livello territoriale, il rapporto di Confartigianato mette in evidenza che, sul totale dei prestiti alle famiglie per acquisto di abitazione, l’80,8% si concentra nel Centro-Nord e il restante 19,2% nel Mezzogiorno.
Tra le regioni che utilizzano il maggior volume di mutui è in testa la Lombardia, con il 24,5% del totale, seguita da Lazio (12,7%), Emilia Romagna e Veneto (entrambe 9,2%), Piemonte (7,8%) e Toscana (7,2%).
Secondo il Segretario generale di Confartigianato, Cesare Fumagalli, “la situazione del settore costruzioni impone interventi in più direzioni. Ben venga quindi il piano da 5 miliardi annunciato dal Governo per agevolare l’erogazione di mutui a famiglie e imprese. Ma senza dimenticare l’efficacia di misure come le detrazioni fiscali per le ristrutturazioni”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
GLI EFFETTI DELLA CRISI: GLI SFRATTI SONO PASSATI DA 40.000 A 70.000 L’ANNO… E LO STATO NON OFFRE ALTERNATIVE AL MARCIAPIEDE
Non siamo ancora ai livelli della Spagna dove, il 17 luglio, un uomo di 62 anni si è sparato alla testa davanti all’ufficiale giudiziario che gli aveva appena notificato un provvedimento di sfratto per morosità , e dove nell’ultimo anno sono stati ben 15 i suicidi di persone che, non potendo più pagare l’affitto, si sono viste mettere per strada.
Non siamo ancora a quei livelli, per fortuna, ma anche da noi la situazione di quanti a causa della crisi non riescono più a pagare l’affitto è pesante, al punto da essere diventata da tempo una vera e propria emergenza nell’emergenza.
I numeri, presentati dall’Unione inquilini, parlano chiaro: su 10 sfratti, 9 ormai sono per morosità . Famiglie che non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese e che, costrette a tagliare sulle spese, alla fine non pagano più l’affitto.
«Una vera emergenza sociale», la definisce il presidente dell’Unione inquilini, Walter De Cesaris. «Anche perchè nella maggioranza dei casi nessuno fornisce mai un’alternativa al marciapiede»
Sono almeno cinque anni che gli sfratti hanno subito un’impennata.
Fino al 2007, infatti, i provvedimenti hanno mantenuto un andamento omogeneo attestandosi sui circa 40 mila l’anno.
Dal 2008, quando la crisi economica ha cominciato a mordere, la tendenza è cresciuta senza più fermarsi, tanto che nel 2012 gli sfratti registrati sono stati 70 mila. «Quasi il doppio.
Ma a preoccupare è il fatto che tra le motivazioni dello sfratto (finita locazione, necessità dell’appartamento da parte del proprietario e mancato pagamento dell’affitto) a crescere è stata proprio la morosità , che nel 2012 è stata la causa di oltre 60 mila sfratti su 70 mila», prosegue De Cesaris.
Altra novità : se in passato gli sfratti riguardavano soprattutto le grandi città , adesso il fenomeno si è allargato fino a coinvolgere anche i centri più piccoli e i paesi.
Con una maggiore concentrazione – come ricorda sempre l’Unione inquilini – al nord
L’autunno che si avvicina per ora non lascia sperare in niente di buono.
E questo anche se alcuni comuni, come Roma e Genova, capita la necessità di correre al più presto ai ripari hanno chiesto di estendere il blocco degli sfratti anche alle cause per morosità (quello deciso dal governo Monti fino al 31 dicembre 2013 riguarda infatti solo le finite locazioni).
Anche il governo, nel frattempo, si muove.
Per il 28 agosto è previsto il consiglio dei ministri in cui verrà discusso il nuovo «Piano casa», che però finora prevede misure solo a favore dei proprietari e poco o niente a favore degli inquilini, nella speranza di ridare ossigeno a un mercato, quello dell’affitto, definito al tracollo.
In particolare si ragiona su un aumento della deducibilità dell’affitto fino al 15% (oggi al 5% in seguito alla riforma Fornero).
La seconda misura riguarda una rimodulazione della cedola secca, in modo da renderla più semplice e meno onerosa. Infine un intervento sull’Imu, fissando al 4 per mille l’aliquota per le case in affitto.
Tutte misure che per l’Unione inquilini non bastano.
Se i provvedimenti annunciati dovessero limitarsi a una aumento degli sgravi fiscali per la proprietà , dice infatti De Cesaris, «saremmo a un’ennesima forma di maquillage che lascia inalterate le contraddizioni del mercato immobiliare: case senza gente (per i prezzi troppo alti) e gente senza case (per i redditi troppo bassi)».
Misure che non aiuterebbero a trovare una risposta alle 650 mila domande inevase di famiglie che sono in graduatoria ma restano in attesa perchè non ci sono case.
Al governo l’associazione chiede quindi il blocco immediato di tutti gli sfratti, compresi quelli per morosità , un intervento per calmierare il mercato degli affitti concedendo sgravi fiscali solo in cambio di un dimezzamento del canone e, infine, la realizzazione di un piano di edilizia popolare che punti non sulla costruzione di nuove case ma sul recupero del patrimonio immobiliare pubblico.
Carlo Lania
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Luglio 29th, 2013 Riccardo Fucile
LA RIFORMA DEL CATASTO E’ NECESSARIA, IN BALLO CI SONO 5.400 MILIARDI… E IL TESORETTO DI QUATTRO FAMIGLIE SU CINQUE
Trecentocinquantamila case fantasma: l’equivalente di una città delle dimensioni di Napoli, sconosciute al catasto e scovate solo grazie a una serie di fotografie aeree del territorio nazionale.
Non basta: un milione e seicentomila unità immobiliari che compaiono regolarmente nei faldoni dell’anagrafe immobiliare, ma non nelle dichiarazioni dei redditi presentate dagli italiani.
Come se non avessero un legittimo proprietario.
E ancora: quattro milioni di appartamenti e garage dei quali finora non c’è stato verso di conoscere la reale metratura.
Sono i numeri intorno ai quali si sta giocando in Parlamento una partita che ha una posta in palio di 5.400 miliardi di euro: il patrimonio immobiliare che gli italiani hanno costruito nel tempo, mattone su mattone.
Una cifra stratosferica, pari a poco meno della ricchezza prodotta dall’intero Paese nell’arco di quattro anni, sommerso compreso.
Ma dalla quale nel 2012 è arrivato un gettito fiscale di soli 41,18 miliardi di euro (compresi 12,67 miliardi di imposte sulle compravendite), destinati a salire quest’anno a 43-45 miliardi.
Perchè in materia di immobili il fisco ha costruito un sistema che tra inefficienze e smagliature dà il peggio di sè.
Basti pensare che, mettendo a confronto i dati delle dichiarazioni dei redditi degli italiani con quelle di un’indagine campionaria anonima (e quindi presumibilmente più veritiera) della Banca d’Italia, i rentiers conquistano di gran lunga il primato nazionale dell’evasione, con un tasso dell’83,7 per cento.
Roba da Guinness dei primati.
Soprattutto se si pensa che già beneficiano di una pioggia di detrazioni e deduzioni. Vieri Ceriani, ex sottosegretario e oggi nello staff del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, che ha passato in rassegna le 720 agevolazioni concesse dallo Stato alle più svariate categorie per un totale di 253 miliardi e 754 milioni di euro, nella sua “Relazione finale” sull’erosione ne ha conteggiate alla voce “casa” per 9,48 miliardi l’anno.
Tutto ciò con buona pace delle direttive dell’Europa per fronteggiare la recessione.
Si legge nel documento “Gli immobili in Italia 2012″, curato dal Dipartimento delle Finanze: «Le raccomandazioni del Consiglio dell’Unione europea e dell’Annual Growth Survey del 2012 si sono concentrate sulla necessità per gli Stati membri di spostare gradualmente l’asse del prelievo dalle imposte sul lavoro e sul capitale, che scoraggiano l’occupazione e deprimono gli investimenti, alle imposte sui consumi e le proprietà ».
Noi abbiamo fatto il contrario: secondo “Fisco equo”, la rivista telematica dell’Associazione per la legalità e l’equità fiscale, nel 2012 l’incidenza di stipendi e pensioni è cresciuta ancora, arrivando al record dell’82 per cento del reddito complessivo dichiarato dagli italiani.
La rivoluzione del catasto immobiliare, inserita nell’articolo 2 della delega fiscale colata a picco con il governo di Mario Monti e oggi tornata a far capolino in parlamento, è la madre di tutte le riforme fiscali.
Se ne discute da trentacinque anni. Ma finora sono state solo parole in libertà .
E non è un caso: il 78 per cento delle famiglie italiane, e dunque degli elettori, è proprietario di un appartamento che, pur con gli alti e bassi del mercato, costituisce il suo vero tesoretto.
Si tratta, dunque, di un terreno minato per i partiti, nessuno dei quali ha voglia di candidarsi al suicidio, tanto meno in un momento in cui l’orizzonte elettorale appare tanto confuso.
Per questo, tutte insieme appassionatamente, le forze della maggioranza hanno concordato su una premessa che è ancor più una promessa: anche se i valori catastali potranno subire incrementi medi del 60 per cento (con punte del 685 per cento a Milano e del 902 a Roma) una rimodulazione dei coefficienti garantirà che la riforma sia a saldo zero per il fisco.
Non servirà insomma a far cassa, ma solo a ridurre le formidabili iniquità attuali, facendo pagare a ciascuno il giusto.
Il che vuol comunque dire ridurre le tasse a chi oggi paga troppo rispetto al bene che possiede e aumentarle a chi gode di un indebito privilegio.
Facendosi così nemici questi ultimi.
E la vicenda dell’Imu sta dimostrando, qualora mai ce ne fosse stato bisogno, quanto gli elettori siano sensibili in tema di fisco sulla casa.
In confronto alla riforma del catasto, la nuova imposta diretta sugli immobili è poco più che un bruscolino.
Un documento di dieci pagine, appena sfornato dal Dipartimento delle finanze e aggiornato al 25 gennaio scorso, rivela che su un gettito complessivo di 23,7 miliardi, quello relativo alla prima casa si è fermato, al netto delle variazioni di aliquote applicabili dai comuni, a 3,4 miliardi, con un incremento di soli 100 milioni rispetto alla vecchia Ici.
E la cifra non cambia granchè (sale a 4 miliardi) se nel conto si mettono anche gli inasprimenti municipali: due sindaci su tre, infatti, si sono ben guardati dallo sfidare le ire dei concittadini-elettori alzando le percentuali (lo stanno facendo ora sulle seconde case, generalmente di proprietà di non residenti, che quindi alle elezioni votano altrove).
Così, alla fine e grazie anche alle detrazioni (200 euro, più 50 per ogni figlio), un quarto dei proprietari non ha scucito un euro e 17,8 milioni si sono dovuti far carico di 225 euro a testa.
Solo il 6,79 per cento ha dovuto mettere mano al portafogli per più di 600 euro.
Non esattamente un terremoto.
Eppure Silvio Berlusconi, cui la capacità di intercettare gli umori della gente non fa certo difetto, continua a ripetere che sull’Imu (e sull’Iva) è disposto a far cadere il governo.
L’agenzia di rating Standard & Poor’s l’ha preso talmente sul serio che, preoccupata per la tenuta dei nostri conti pubblici, martedì 9 luglio ha declassato i titoli di debito italiani. Lui è andato dritto per la sua strada: «Da noi le tasse sulla casa sono molto più alte che in Francia o in Gran Bretagna», ha arringato i clienti di una trattoria del centro di Roma la sera di venerdì 12 luglio.
E chissà dove diavolo avrà preso i dati, se quelli dell’Ocse (pre-Imu e senza le imposte sui trasferimenti di proprietà , d’accordo) davano le imposte sul mattone allo 0,6 per cento in Italia al 2,4 in Francia, al 3,5 in Gran Bretagna e all’1,1 nella media dei paesi avanzati.
Come dimostrano i grafici e le tabelle oggi in Italia il mattone è tassato, verrebbe quasi da dire, a casaccio: se i valori delle case fossero assegnati a sorte sarebbero forse più vicini alla realtà rispetto a quelli attribuiti dal catasto.
In media, un appartamento in via Mario de’ Fiori, nel cuore di Roma, a due passi da piazza di Spagna, che per il fisco ha un valore imponibile di 1.211 euro al metro quadrato, sul mercato costa 10 mila euro al metro, che vuol dire 8,3 volte di più. Questo accade in tutta Italia.
E la differenza tra i due valori si accentua man mano che si sale verso la fascia alta del mercato abitativo.
Già così sarebbe da non crederci.
Ma il bello deve ancora venire: la quotazione reale, quella basata sulle compravendite, non è rilevata da qualche istituto privato, ma dall’Omi, che è l’osservatorio dello stesso catasto.
Non solo.
Il divario non si ferma ai valori assoluti, ma riguarda anche quelli relativi: per restare a Roma, la casa di via Mario de’ Fiori è valutata ai fini fiscali quasi un terzo meno di una analoga nella zona suburbana di via Raffaele Piria, tra via Tiburtina e Ponte Mammolo, a undici chilometri da piazza Venezia.
Una zona che l’ultima pubblicazione in materia dell’Agenzia delle entrate (“Quaderni dell’osservatorio — Appunti di economia immobiliare”) indica tra le quattro di valore più basso della città .
Vai a capire.
Il fatto è che il catasto è nato vecchio. Hanno cominciato a costruirlo nel 1939.
Poi è arrivata pure la guerra. Così ne sono venuti a capo solo nel 1962, quando ancora gli sportelli delle automobili Fiat si aprivano al contrario rispetto a oggi (“a vento”). I comuni sono stati suddivisi per aree censuarie, omogenee sotto il profilo socio-economico e urbanistico.
Gli immobili per categorie (che tengono conto della loro destinazione d’uso) e per classi (basate su parametri come le rifiniture, l’esposizione o il piano).
Con questi elementi si determina la tariffa d’estimo, che moltiplicata per il numero dei vani fornisce la rendita catastale, la base cui si applicano le imposte.
I primi estimi sono stati tarati sugli affitti di mercato del triennio 1937-1939. Poi, in base alla legge, si sarebbe dovuto procedere a un aggiornamento ogni dieci anni.
Ma siamo in Italia. E così, a parte una modesta rivalutazione annuale (o quasi, chè qualche volta è saltata anche quella) per tener conto dell’aumento del costo della vita, c’è stata un’unica revisione, nel 1990, in previsione dell’arrivo dell’Ici.
In quel caso, per calcolare gli estimi (zone censuarie e classi sono rimaste invariate), si è preso come riferimento il livello delle locazioni del biennio 1988-89, quando il regime dell’equo canone aveva fatto scendere in picchiata i valori.
Poi c’è stato solo, nel 1997, un aumento lineare (del 5 per cento) per tutte le rendite. Un’alzata di ingegno capace di far da moltiplicatore alle iniquità che a quel punto si erano già generate.
Nel frattempo, infatti, mentre le case di nuova costruzione venivano accatastate con valori anche di tre o quattro volte superiori a quelle degli anni Sessanta, il quadro abitativo nazionale era completamente cambiato.
Se prima la gente scappava dai fatiscenti edifici dei centri storici, sempre più degradati, da tempo è in corso una migrazione inversa. Anche perchè gran parte degli immobili nel cuore delle città sono stati ristrutturati
Ma quasi sempre chi ha ammodernato il proprio stabile, dotandolo per esempio dell’ascensore, l’ha tenuto nascosto agli uffici competenti, proprio per non doverci pagare più tasse.
E se il comune non l’ha scoperto intimandogli di mettersi in regola, cosa piuttosto rara, l’ha passata in cavalleria.
Così, oggi, secondo i dati del centro-studi Scenari Immobiliari, il 13,8 per cento delle case italiane ha un prezzo superiore ai 500 mila euro.
E il 3,5 per cento sta sopra il milione. Il che vuol dire che un alloggio su sei non è proprio una bicocca.
Al catasto, però, non se ne sono accorti: per loro su 33.807.982 unità immobiliari residenziali solo 35.694, pari allo 0,11 per cento del totale, risultano di tipo signorile: una su mille.
Percentuale che non sale poi di troppo nelle strade più chic delle grandi città , se le case di un qualche pregio sono il 2 per cento nella romana via Mario de’ Fiori, così come a Corso di Porta Ticinese a Milano, una zona un tempo popolare ma oggi ricercatissima. In tutta Asti, 73.973 abitanti che devono passarsela davvero male, se ne conta una sola. E vai a sapere se ci abita il prefetto o il gioielliere alla moda.
Ci sono poi 11 milioni e 700 mila abitazioni di tipo civile. Il resto sarebbero poco più che catapecchie. Oltre dodici milioni sono accatastate come economiche.
Cinque milioni e 700 mila come popolari e quindi, secondo la classificazione effettuata nel primo dopoguerra, dovrebbero essere prive di riscaldamento.
Quasi un milione come ultrapopolari, senza un bagno privato, almeno in teoria. Il riassunto finale sta in un numeretto che indica la discrepanza tra la rendita catastale e il valore di mercato. Con l’Ici era pari a 3,7. Con l’Imu, che ha rivalutato la base imponibile del 60 per cento, è scesa al 2,25 per le abitazioni principali e a 2,42 per tutte le altre.
Potrebbe non sembrare granchè, ma solo a chi non avesse tenuto ben a mente che stiamo parlando di un patrimonio da 5.400 miliardi.
La storia dell’anagrafe immobiliare è punteggiata di mini-riforme rimaste regolarmente sulla carta.
Nel 1998, per esempio, l’allora ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, aveva disposto che la rendita venisse calcolata in base ai metri quadri e non più ai vani. Misura mai applicata, benchè oggi il catasto disponga del dato: se l’è dovuto procurare — scannerizzando le piantine degli immobili — per rendere applicabile la Tares, la nuova tassa su rifiuti e servizi.
E migliore fortuna non era toccata, un anno prima, a Franco Bassanini che aveva stabilito il passaggio del Catasto ai comuni, logicamente ritenuti in grado di controllare più da vicino il territorio e dunque scoprire gli abusi. I municipi vedevano la novità come il fumo negli occhi.
Per due motivi. Primo: si sarebbero dovuti far carico, pro quota, del personale del catasto (nel 2006 i dipendenti erano 11 mila e costavano 563 milioni l’anno; oggi sono 9 mila e in nome della spending review sono confluiti con tutta l’Agenzia del territorio nel perimetro delle Entrate, cosicchè non si sa neanche bene per quale cifra gravino sulla comunità ).
Secondo e più importante motivo: le amministrazioni municipali non volevano assumersi l’onere politico di un’operazione che sarebbe stata considerata dai loro elettori come l’anticamera di un rialzo della tassazione immobiliare.
Così, pur rivendicando a parole la competenza catastale, si erano dati di gomito quando la giustizia amministrativa aveva accolto un ricorso della potente lobby della Confedilizia (i proprietari di case: vedere il box a pagina 32), bloccando tutto. Ora se ne parla di nuovo.
Ma i sindaci, che in base alla riforma dovrebbero in futuro raccogliere i dati per determinare le nuove rendite e i valori patrimoniali sulla base delle quotazioni di mercato dell’ultimo triennio e poi determinare i coefficienti, non hanno cambiato idea. Il 14 luglio 2011 il rapporto finale sull’attività del Gruppo di lavoro “Economia non osservata e flussi finanziari”, guidato dall’attuale ministro del Welfare e già numero uno dell’Istat, Enrico Giovannini, denunciava: «Solo lo 0,32 per mille delle unità immobiliari pubblicate sul Portale per i comuni è stato oggetto di variazione della rendita catastale in seguito alle segnalazioni di incoerenza prodotte dai municipi».
Da allora non è cambiato nulla.
Lo dimostra un dato citato dal grande capo dell’Agenzia delle Entrate e di Equitalia, il suo braccio armato per la riscossione.
Il 4 giugno scorso, davanti alla commissione Finanze di Palazzo Madama, Attilio”Artiglio” Befera ha svelato quanti comuni si sono avvalsi di una legge del 2004 (la numero 311 del 31 dicembre) che consentiva loro di riclassare le microzone dove il rapporto tra i valori di mercato e quelli catastali avesse superato il 35 per cento: in nove anni si sono presi la briga di farlo 17 comuni. Su oltre 8 mila. Peccato.
Un documento interno dell’Agenzia dice che per 152.295 appartamenti su un totale di 193.833 presenti nelle microzone comunali riclassate c’è stato un aumento della rendita catastale. Per un totale di 60.158.397 euro e 6 centesimi.
I buchi nelle maglie del Catasto non hanno un costo solo in termini di mancato gettito delle imposte immobiliari dirette.
Ma pesano pure sul bilancio dei servizi sociali.
Lo ha ricordato Befera nella stessa audizione: «Lo strumento selettivo per l’accesso alle prestazioni di welfare viene determinato tenendo conto anche del patrimonio immobiliare valutato su base catastale. Una valutazione iniqua degli immobili trasferisce, dunque, i suoi effetti anche sull’accesso alle prestazioni di welfare». Il riferimento di Mister Tasse è all’Isee, l’autodichiarazione compilata da quel 30 per cento di italiani che chiede l’accesso gratuito (o scontato) a certi servizi: dal ticket sanitario all’assegno di maternità , fino alle tasse universitarie e al bonus elettrico.
In realtà , Befera dice una mezza verità .
Nel senso che, come detto, l’Isee è almeno per ora un’autocertificazione e quindi il catasto (con tutti i suoi limiti) può servire solo a verificare a posteriori i dati patrimoniali inseriti dal contribuente nel modulo.
Solo un deterrente, insomma, la cui efficacia risulta risibile.
Le 132 pagine dell’ultimo rapporto Isee pubblicato dal ministero del Lavoro dimostrano che i contribuenti non sono esattamente intimoriti dalle capacità di controllo dell’amministrazione. «Per quanto riguarda il titolo di godimento dell’abitazione principale nella popolazione Isee la metà dei nuclei familiari è in abitazione di proprietà , una quota, come notato nelle precedenti edizioni, significativamente inferiore a quella dei proprietari nella popolazione complessiva, pari a tre famiglie su quattro». Insomma, i conti non tornano. Non tutti coloro che hanno una casa la denunciano al momento di compilare l’Isee. E quelli che lo fanno la descrivono come una vera e propria baracca.
Il valore immobiliare medio dichiarato, al netto di una franchigia di 51.646 euro, è pari a 14.400 euro. Il totale fa 66 mila euro e spiccioli. Oggi ci si può forse comprare un box auto. In periferia, s’intende. Perchè in Italia il valore medio di un appartamento è arrivato a 181.900 euro.
Nel 2011, in Calabria, la Guardia di Finanza ha messo nel sacco un tizio che chiedeva l’esenzione dal ticket sanitario. Ed era proprietario di novanta immobili.
Il luogo comune dice che in Italia il fisco si accanisce sulla casa e lo fa perchè è più difficile da nascondere rispetto ai redditi.
Due balle in un colpo solo.
Stefano Livadiotti
(da “L’Espresso”)
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Luglio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
L’IMPATTO SUL MAGGIOR TRIBUTO DOVUTO AL FISCO
Ci sono almeno due fronti aperti per la casa: la questione dell’Imu e la revisione del catasto. 
Ma quanto potrebbero valere alla fine di questo percorso gli immobili per il Fisco?
È chiaro che una qualsiasi revisione delle imposte immobiliari va preceduta da una profonda revisione dei criteri con cui si determinano i valori imponibili e quindi aggiornare radicalmente i valori catastali da cui oggi si parte per determinare non solo l’Imu ma anche le imposte sulle compravendite e sulle donazioni e successioni.
Se si dovessero prendere in considerazione le stime attuali la «rivalutazione media» sfiorerebbe il 60%.
Il tema è sul tavolo da almeno quindici anni e il precedente esecutivo era riuscito a farsi approvare dalla Camera un progetto di legge delega in materia.
Ora si torna alla carica con la proposta di legge 1122, primo firmatario Daniele Capezzone, che ripropone la stessa norma e ha iniziato il suo iter.
Come si arriverà ai nuovi valori catastali?
Innanzitutto ci si adeguerà alla realtà del mercato e quindi l’identificazione dei valori di vendita e di locazione degli immobili avverrà sulla base dei metri quadrati e non più dei vani catastali, il cui numero non è sempre collegabile a quello degli ambienti in cui è suddiviso l’immobile perchè comprende anche pertinenze e spazi comuni e la cui dimensione è variabile.
Per fare un solo esempio, il vano in media a Milano misura 18,12 metri quadrati a Roma invece 19,40.
La determinazione dei valori partirà da funzioni statistiche, dice il disegno di legge, «atte ad esprimere la relazione tra valore di mercato, la localizzazione e le caratteristiche edilizie dei beni per ciascuna destinazione catastale e per ciascun ambito territoriale anche all’interno di uno stesso comune».
Traducendo la frase in uno scenario presumibile, la base del calcolo saranno i valori dell’osservatorio del mercato immobiliare redatto dall’Agenzia delle Entrate, che suddividono i comuni in zone omogenee e che già forniscono valori di vendita e locazione a metro quadrato.
Il valore delle singole unità immobiliari sarà rideterminato applicando coefficienti in funzione delle caratteristiche dell’immobile (come potrebbero essere il piano, la vetustà dell’edificio, la strada in cui si trova).
Un sistema meno iniquo, almeno sulla carta di quello attuale, con rendite catastali che spesso appaiono attribuite a caso, ma che presenta alcune criticità .
La prima è che un criterio base per determinare il valore di mercato dell’immobile è lo stato di manutenzione, che nessuna stima teorica può determinare a priori.
La seconda è che il sistema rischia di rivelarsi molto rigido anche se è previsto un sistema di concertazione per cui i coefficienti saranno decisi dai Comuni in accordo con le associazioni dei proprietari, almeno così emerge dai lavori compiuti dal comitato ristretto della commissione Finanze che a Montecitorio sta esaminando il testo.
Confedilizia ne sottolinea la necessità , ricordando che si tratta di mettere in moto un meccanismo che poi avrà una validità di decenni.
Bisogna poi sottolineare che i valori saranno definiti sulla base della media del triennio precedente l’entrata in vigore: se questo succedesse tra pochi mesi (è però molto improbabile) sarebbe un disastro, perchè il mercato sta continuando a scendere, come mostra la tabella dei prezzi tratta dall’ultimo osservatorio di Nomisma e quindi c’è in qualche caso il rischio di vedersi sovrastimare l’abitazione.
Di qui un altro aspetto critico: la possibilità per il singolo proprietario di tutelarsi qualora l’Agenzia delle Entrate stabilisse per l’immobile un valore troppo elevato. In teoria sarebbero possibili tre strade: l’autotutela del contribuente, il ricorso alle commissioni tributarie o al Tar ma – sottolinea sempre da Confedilizia – rimane dubbia la possibilità di vedersi accogliere un ricorso che eccepisca il merito della valutazione effettuata dal Catasto se non vi sono vizi di legittimità .
C’è un quarto aspetto, il più sostanziale: a parità di aliquote un catasto basato sui valori dell’Agenzia delle Entrate porterebbe a un forte incremento delle imposte. Nella tabella, che abbiamo ricavato basandoci su dati ufficiali dell’Agenzia e cioè l’ultima edizione dello studio “immobili in Italia” e le più recenti statistiche catastali, si evidenzia che i valori di mercato identificati dalle Entrate sono più alti dei valori adottati ai fini Imu (nonostante l’incremento del 60% applicato ai fini dell’imposta) e per le imposte di acquisto per l’abitazione principale.
A Milano ad esempio il valore di una casa media ai fini dell’Imu aumenterebbe del 35,8% e del 97,5% ai fini dell’acquisto.
A Roma i valori sono rispettivamente del 44,5% e del 110,2%, a Napoli addirittura del 247,3%.
In altri Paesi, come la Spagna, il valore di mercato viene abbattuto ai fini fiscali, in genere del 30%; è possibile che si arriverà a questa soluzione anche in Italia, ed è anche probabile, se si vuole rispettare l’impegno più volte sbandierato dell’invarianza complessiva di gettito, che le aliquote saranno riviste al ribasso, ma una cosa appare certa: i proprietari delle case nei centri storici delle grandi città , e cioè di immobili che ai valori attuali del Catasto sono spesso stimati tre-quattro volte meno rispetto al mercato, finiranno per pagare molto più di oggi, mentre – forse – quelli di case nuove ma non di lusso delle periferie riusciranno a ottenere un piccolo sconto.
Gino Pagliuca
(da “il Corriere della Sera“)
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