Settembre 20th, 2010 Riccardo Fucile
L’INVITO DEL FINIANO GRANATA: BASTA SPOSARE LA TESI DELLA CONGIURA GIUDIZIARIA CONTRO IL PREMIER…NO A TROVATE GIURIDICHE PER GARANTIRE IMPUNITA’ A CHI USA IL METODO BOFFO…OCCORRE GARANTIRE DIRITTI AI BIMBI IMMIGRATI E LIBERTA’ DI STAMPA, NECESSITANO NORME ANTICORRUZIONE E SUL CONFLITTO DI INTERESSI… IN PRIMO PIANO SCUOLA, RICERCA, FORZE DELL’ORDINE E MAGISTRATURA
Caro Gianfranco,
il distacco con il quale hai evitato di commentare la sceneggiata taorminese di Silvio Berlusconi, lo capisco profondamente, ma devo confessarti di non condividerlo fino in fondo.
La volgarità delle parole di Storace e la gravità di quelle di Donna Assunta, in una cornice da taverna da parte dei tanti “nuovi ascari” della fiamma accorsi, merita, infatti, più di una riflessione da parte nostra.
Ancora una volta il disprezzo ostentato nei nostri confronti da uno come Storace, indagato per la mala gestione della sanità laziale e da te miracolato con la nomina a Ministro e le parole durissime di chi abbiamo contribuito a far eleggere Presidente del Consiglio suonano allucinanti, mentre ancora alcuni dei nostri utilizzano toni melliflui e dorotei sui nostri rapporti con il Pdl e sulla priorità assoluta di offrire uno scudo giudiziario al Premier.
Allora, Gianfranco, voglio dirti con chiarezza e affetto: non ci sto a sposare ancora la tesi della congiura giudiziaria contro Berlusconi.
E mentre con i dossier e i giornali di famiglia continua e si fa ancora più grave il metodo Boffo nei tuoi e, in prospettiva, nei nostri confronti, non sopporto più le sofferte riflessioni e le trovate giuridiche di qualche amico al fine di provare a garantire impunità nei confronto di chi, potendo, ci cancellerebbe dalla scena politica.
Non ci sto a sopportare con rassegnazione attacchi e lezioni di moralità politica nei nostri confronti dai difensori di alcune delle figure più torbide della storia repubblicana e da chi cerca di mettere insieme, con ogni mezzo, deputati disposti a tutto.
Gianfranco, tu sai bene, ed è il tuo più grande insegnamento, che per costruire una grande forza nazionale, legalitaria, Repubblicana e Costituzionale, dobbiamo far si che i mezzi siano all’altezza dei fini: allora va bene il sostegno al programma votato dagli elettori, ma riempiamo immediatamente di contenuto politico il senso delle “mani libere su tutto il resto” che abbiamo rivendicato.
Serve immediatamente una rigorosa norma anticorruzione, e non è più rinviabile la concessione di diritti pieni di cittadinanza a tanti bambini e ragazzi nati in Italia da genitori regolarmente qui residenti e che si sentono, e sono, “nuovi italiani”.
Allo stesso tempo non è più rinviabile una rigorosa iniziativa politica e parlamentare sulla libertà d’informazione e sul conflitto d’interesse.
E poi occorre porre rimedio, con il reperimento di adeguate risorse, agli enormi problemi della scuola pubblica, della ricerca e dell’Università se vogliamo costruire percorsi di superamento del declino nazionale, come attenzione e sostegno non potranno mancare a misure straordinarie adeguate per le forze dell’ordine e per la magistratura.
Essenziali poi nuove politiche culturali e ambientali, al fine di salvaguardare e rilanciare il più grande patrimonio, e la più grande risorsa dell’Italia.
Lo spazio politico che possiamo aprire, restando fedeli alle nostre radici, ma con “capacità dinamica” di interpretare una “certa idea dell’Italia” è enorme, come enorme è la stima che gli italiani onesti hanno nei tuoi confronti.
Serve però liberarsi subito da tatticismi eccessivi e moderatismi privi di progetto e andare finalmente in campo aperto a parlare all’Italia profonda in modo semplice e coerente.
Solo così varrà la pena di percorrere questa nuova avventura politica.
Con l’ambizione di poter costruire un’Italia diversa e liberata da cricche, prepotenti e ascari.
Fabio Granata
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Settembre 19th, 2010 Riccardo Fucile
LA LOTTA DI 200.000 GIOVANI PREPARATI, MA RIFIUTATI DAL SISTEMA PRODUTTIVO DI UN PAESE IN CUI SI STA SFASCIANDO LA SCUOLA PUBBLICA…. RICERCATORI GIOVANI E DI TALENTO IN FUGA IN UN’ITALIA DI VECCHI AGGRAPPATI ALLE LEVE DI COMANDO DOVE HANNO SPAZIO SOLO I CONDANNATI AL SILENZIO
C’è stato un tempo in cui essere docente voleva dire ricoprire un ruolo reputato socialmente di rilievo.
Oggi la scuola italiana è allo sfacelo e cade a pezzi, letteralmente a pezzi. Così mentre il Paese geme, disastrato ed indebitato all’inverosimile, ed i poveri sono sempre più poveri, sullo sfondo di una lotta tra forze politiche che hanno perso il contatto con la realtà , un’intera generazione di giovani docenti, di lavoratori onesti, un esercito di disperati fatto di 200 mila persone, è pronta a tutto per tentare di salvare lo stipendio e non finire sul lastrico.
Per un osservatore attento, è interessante notare come si possano cogliere nel Paese i segnali, per il momento sporadici, di un’insofferenza e di un disagio sociale profondo che partono dal basso, dai fischi a dell’Utri, e poi a Schifani, fino al fumogeno lanciato contro Bonanni, c’è un’altra Italia che non ne può più.
In questo quadro si colloca la protesta dei precari, che ha la faccia pulita di tanti giovani coraggiosi e di talento, con alla spalle un lungo ed inutile percorso di studi.
Questi giovani sono tra quelli indicati da Fini nella piazza di Mirabello, di quelli che fa davvero male al cuore vederne i volti consumati dalle privazioni del cibo essenziale per la vita.
Ma dov’è l’ Italia del precariato?
Non la trovi certo in TV, perchè fa notizia solo se si tenta il suicidio, eppure è una realtà che si estende a macchia d’olio, che toglie ogni diritto sociale e taglia fuori dal futuro, in un Paese schizofrenico in cui è più facile trovare lavoro se sei ex detenuto da collocare in un programma di reinserimento. L’Italia è un Paese di vecchi, anzi di supervecchi avidamente aggrappati ai ruoli di comando, camuffati da sempre giovani con i sapienti trucchi che la medicina estetica consente e che quando lasciano uno spiraglio aperto ai giovani lo fanno solo e se appartieni alla cerchia familiare-amicale.
Eppure, a volte, persino in tali casi, si può notare come si radicano sentimenti di rivalsa, cosicchè gli stessi “figli di” raccontano spesso di sentirsi schiacciati dal peso di un ascendente che non vuole saperne di allentare la presa dal potere.
Questo è l’emblema che rappresenta bene la mentalità italiota corrente, la quale si è espressa attraverso scelte politiche che hanno condannato all’esilio i nostri più brillanti giovani ricercatori, che si ricostruiscono all’esterno un’identità negata in Patria.
Perchè, è bene capirlo, se da giovane sei considerato inutile, demansionato, rifiutato dal ciclo produttivo di un Paese in cui fa moda lo stile giovanilistico dei vecchi, che si riciclano eternamente, allora entra in discussione l’identità stessa dei nostri giovani, che si fa confusa ed incerta, mentre i modelli per le nuove generazioni di italiani, che il sultanato Berlusconi sta producendo, sono agghiaccianti.
Se si è una donna si è più fortunati perchè ci si può ispirare alle gheddafine, recentissimo modello del prototipo intramontabile della Velina, le abbiamo viste sfilare robotiche ed inespressive, addestrate al silenzio, mentre scarsi sono stati i riflettori per i giovani precari della scuola, che nell’indifferenza generale, sfidano la morte con la lotta estrema dello sciopero della fame ed ai quali un’altra donna, una Gelmini in versione Crudelia De Mon, dice di arrendersi senza condizioni, in un Paese in cui da sempre persino con i rapinatori che assaltano le banche si tratta la resa.
E allora, i precari si affamano, si sfiniscono perchè sanno che oltre la lotta non c’è orizzonte, perchè sanno che essere precario è peggio di tutto, si deve imparare a pensare in piccolo, i pensieri si fanno striminziti e ti ricordano che non puoi osare, perchè si perdono le prerogative stesse della giovane età , il desiderio di conoscenza di sè e del mondo.
Una condizione da giovane “senza lavoro” si traduce in un limbo senza vie d’uscita, e rispetto a tale condizione lo sciopero della fame, quale forma pacifica di protesta, eleva questi uomini sconosciuti dalle vite comuni e tranquille al di sopra di tutti noi.
Vittoria Operato
Coordinamento Regione Campania Generazione Italia
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Settembre 18th, 2010 Riccardo Fucile
IL FINIANO FILIPPO ROSSI PRIMA VIENE INVITATO DA PARAGONE QUESTA SERA A “ULTIMA PAROLA”… POI STAMANE LA DIREZIONE GENERALE RAI METTE UN VETO SU DI LUI PER MISTERIOSE “RAGIONI BUROCRATICHE”… STASERA VA IN ONDA LA TV DI REGIME
Quella che segue è una storiella di regime.
Di un regime “soft”, per carità , ma pur sempre regime è. Andiamo con ordine.
Ieri pomeriggio mi arriva una telefonata: è Gianluigi Paragone, che mi invita alla prima puntata de L’Ultima parola (in onda questa sera su Rai due).
Il tema? Gianfranco Fini, ovviamente.
Tra gli altri ospiti previsti, ci sono Vittorio Feltri, Lucia Annunziata, Peter Gomez. Accetto molto volentieri.
È un’occasione per dar voce a un’area del centrodestra italiano, peraltro chiamata direttamente in causa, che altrimenti sarebbe rimasta spettatrice silenziosa.
Questa mattina mi arriva una seconda telefonata.
È sempre Gianluigi Paragone.
Un po’imbarazzato (almeno così fa apparire).
Mi spiega che la direzione generale ha messo il veto su di me per
ragioni burocratiche.
“Magari puoi venire la prossima settimana. Forse abbiamo Gaucci…”,mi dice. Ovviamente prendo tempo. Persona non gradita. Punto e basta.
E stasera, niente ultima parola. Niente parola, anzi.
Ecco, se quello visto finora “dall’esterno” non bastava a capire in che tempi viviamo, adesso ne ho testimonianza diretta.
Ho la testimonianza diretta e personale di cosa è diventata l’informazione pubblica in questo paese: i telegiornali che diventano fogli d’ordine, i bavagli e i silenziatori, i veti sugli ospiti sgraditi, le trasmissioni di approfondimento che diventano occasioni di propaganda.
Una deriva che ormai non conosce più freni.
E non conosce più ritegno.
E così siamo arrivati al capolinea.
Siamo arrivati a un servizio pubblico che diventa di fatto privato.Che fa gli interessi non di un partito politico (il che sarebbe già grave).
Ma di un uomo soltanto.
Quello che succede in questi giorni non è più un problema di “finiani” e non.
È un problema di democrazia.
Filippo Rossi
Farefuturoweb
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Settembre 16th, 2010 Riccardo Fucile
AL FRESCO DEL GIARDINO SULLA NOMENTANA, VANNO A BACIARE LA MANO ALL’AMBASCIATORE LIBICO ANCHE MANGANELLI E DE GENNARO, D’ALEMA E LA TORRE, VALENTINO PARLATO E LA BIANCOFIORE, CARRA E PISANU, LA TODINI E LA MARZOTTO, LA PARIETTI E DINI… CONFINDUSTRIA, MILITARI E POLITICI, TUTTI A CELEBRARE il 41° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE
L’ipocrisia della classe politica italiana si era già potuta notare ieri mattina a Montecitorio, quando Elio Vito, ministro per i Rapporti con il Parlamento, ha letto in Aula la relazione del governo sulla sparatoria di cui è rimasto vittima il peschereccio italiano ad opera della motovedetta libica in acque internazionali (oltre 30 miglia dalla costa).
Una relazione taroccata che tende a sminuire le responsabilità libiche, in nome della real politik e degli interessi economici.
Da segnalare lo squallido gioco delle parti ad opera della Lega; prima Maroni aveva quasi giustificato i libici, colpevoli “solo” di aver scambiato il peschereccio italiano per un una nave che trasportava clandestini, poi il leghista Stefani sulla Padania invece sosteneva la linea dura al grido “le scuse non possono bastare”, infine Cota che difendeva Maroni e, in preda ad allucinazioni, lo definiva “un grande ministro”.
Anche un grave incidente, dove i nostri marinai hanno rischiato di morire assassinati, viene utilizzzato per le lotte interne alla Lega tra le varie correnti.
In Parlamento l’umore sulla vicenda libica oscillava invece tra l’imbarazzo e lo sdegno per il comportamento dei seguaci di Gheddafi.
Ma il meglio della farsa doveva ancora arrivare: sarebbe andata in scena la sera in via Nomentana, presso l’Ambasciata libica a Roma, dove si celebrava il 41° anniversario della Grande Rivuluzione del 1 settembre, ovvero la commemorazione di un colpo di Stato, quello con cui Muammar Gheddafi prese il potere nel 1969.
Una festa che celebra l’apologia della dittatura in uno Stato dove vengono negate le libertà fondamentali, dove gli oppositori vengono eliminati fisicamente, dove i profughi vengono abbandonati nel deserto, quando non vengono imprigionati o affogati in mare.
E a poche ore dalle mitragliate sparate ad altezza d’uomo contro i nostri marinai, senza alcun soprassalto di dignità , ecco sfilare il gotha imprenditoriale, politico e militare del nostro Paese, per chinarsi a baciare la mano all’ambasciatore libico a Roma.
Politici che avrebbero potuto essere a far finta di piangere ai funerali dei nostri connazionali, ora si abbuffano nei giardini ben curati sulla Nomentana.
Un party raffinato cui hanno pensato bene di non mancare il nostro ministro degli Interni Maroni, il capo della Polizia, Antonio Manganelli, il direttore del Dipartimento informazioni per la sicurezza, Gianni De Gennaro.
I quali non si sono posti la domanda se lo loro prsesnza fosse cosi opportuna in questo momento, per rispetto al popolo italiano ancora indignato dal comportamento dei libici e in attesa di spiegazioni.
Ma non erano i soli: pronti ad omaggiare Gheddafi vi erano anche Enzo Carra e Pisanu, i piediellini Biancofiore e Pianetta, i Pd Massimo D’Alema e Nicola La Torre, fino a Valentino Parlato del Manifesto e a Lamberto Dini.
Tra il ghota industriale non mancavano la Marzotto, Colaninno e la Todini, con cotorno di militari, peones e veline.
Una bella serata, insomma, per festeggiare chi non rispetta i diritti umani, chi non riconosce il limite delle 12 miglia di acque territoriali, chi spara ai nostri lavoratori.
Complimenti a tutti.
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Settembre 16th, 2010 Riccardo Fucile
NON ESISTE SOLO LA MAFIA CHE GOVERNA CERTI TERRITORI DEL SUD, SOSTITUENDOSI ALLE LEGGI DELLO STATO….A VENEZIA, DURANTE IL RADUNO DELLA LEGA, C’E’ LA MAFIA PADANA CHE IMPEDISCE DI ESPORRE LA BANDIERA ITALIANA… E LA PRESUNTA DESTRA, INVECE CHE SCENDERE IN PIAZZA A DIFENDERE IL TRICOLORE, LASCIA ALLA SINISTRA LA DIFESA DELL’UNITA’ NAZIONALE
Il fatto, di cui oggi parlano diversi quotidiani nazionali, è emblematico dello stato confusionale
in cui versa la destra italiana, vera o presunta che sia.
Illustriamo il fatto da cui partire per una analisi.
“Fermati ed identificati dalla polizia per avere con noi il tricolore. Insultati e derisi da decine di leghisti esaltati ed urlanti – rischiando il linciaggio da parte di questi ultimi e una denuncia (per manifestazione non autorizzata e per aver provocato disordini) da parte della polizia”.
Questo è accaduto, secondo la denuncia di un consigliere comunale di Venezia, Marco Gavagnin della lista Cinque stelle e del Blogger Paolo Papillo di Informazione dal basso domenica scorsa, durante la Festa dei popoli padani: i due hanno voluto provare a vedere cosa sarebbe successo a passeggiare per il capoluogo veneto con indosso una bandiera italiana.
Il risultato per quanto sorprendente è descritto da loro stessi: “Siamo stati identificati noi, non quelli che ci insultavano; e ci avrebbero senz’altro aggrediti, se non ci fosse stato il cordone di polizia a proteggerci. Ci hanno cacciato, accompagnati distanti dal luogo della manifestazione leghista e fatti disperdere. Esporre il tricolore durante la festa della Lega – festa che vedeva presente lo stesso Ministro degli Interni – è diventata una provocazione politica”.
“Eravamo in una decina – raccontano – ci eravamo incamminati lungo il ponte dopo il quale iniziava a svolgersi la manifestazione leghista, ci è stato impedito da agenti in tenuta antisommossa e da uomini della Digos di proseguire verso Riva dei Sette Martiri e Via Garibaldi: luoghi paradossalmente scelti quali teatro della manifestazione di questa forza di governo che non si riconosce nei simboli della nostra Repubblica e ne disconosce la storia scritta nel sangue di tanti patrioti”.
“Subito dopo – continua il racconto – decine di leghisti (uomini e donne, vecchi e giovani) ci hanno spintonato e strattonato, cercando anche di sottrarci le telecamere; ci hanno insultato anche pesantemente, con vari improperi che andavano da “pirla” a “cretini”, da “pagliacci” a “omossessuali” e “culattoni”. Naturalmente ci hanno accusati di essere “comunisti”, dei “rompicoglioni”, o più semplicemente dei “lazzaroni”: “andate a lavorare!” ci dicevano.
“Questi però – si lamentano – non sono stati identificati. No. Eravamo noi – quelli col tricolore – l’anomalia, quelli fuori posto, i sobillatori. Mentre loro – quelli che inneggiavano alla secessione, i fautori della “padania che non c’è”, con le magliette e gli striscioni con la scritta “padania libera” – erano quelli normali… un completo ribaltamento di senso!”.
Mettiamo pure in conto che l’iniziativa possa essere stata interpretata come una provocazione, ma i grillini erano dieci, non migliaia.
Va ricordato che da oltre un migliaio di finestre della città erano esposte delle bandiere tricolori, come forme di civile dissenso nei confronti dei fautori del dito medio alzato e dei rutti padani.
Se non vi fosse un odio per il nostro Paese, alla base di certi comportamenti, i dieci ragazzi sarebbero stati ignorati e lasciati camminare civilmente, come altrettanto civilmente possono passeggiare i leghisti per le strade del sud.
E non vi sarebbe stata neanche la notizia e le relative polemiche sullo strano atteggiamento della polizia che, su imput evidentememte dall’alto, ha provveduto a identificare solo chi portava il tricolore e non la teppaglia che insultava.
E’ il nuovo corso di cui dobbiamo ringraziare Silvio per aver messo un incapace al ministero degli Interni.
Ma andiamo oltre nel ragionamento: dov’era la destra?
Quella presunta e militante dei Gasparri e dei La Russa, degli Alemanno e degli Storace, quella idealista della Santanchè e di Feltri, quella di Veneziani e Malgieri?
Quelli che accusano Fini di aver tradito le idee della destra, dov’erano?
Nascosti nei cessi del Danieli?
Come mai hanno lasciato ai grillini e alla sinistra il monopolio della difesa del tricolore?
Forse lo hanno sostituito nel frattempo con la bandiera libica?
Dov’era la destra che in altri tempi sarebbe scesa in piazza per difendere l’unità nazionale?
Quella destra avrebbe sommerso di pitali di urina del Po le teste degli spacciatori padani.
Oggi invece dovremmo votare per un premier “sedicente capo di un govermicchio di centrodestra affaristico” che invita i taroccatori secessionisti ogni lunedi a cena nella sua magione, che regala loro voti e presidenze di regioni, che gli permette di incollare sui banchi di scuola simboli di partito scippati, cosa che non hanno mai fatto neanche i veterocomunisti a suo tempo.
Tutto per pararsi il culo da due processi cui avrebbe avuto il dovere, come i comuni cittadini, di presentarsi, in base al principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Ma oggi c’è chi è più uguale di altri.
Oggi si può giustificare anche chi mitraglia, da una nave italiana da noi regalata e con a bordo dei nostri ufficiali, dei nostri connazionali inermi.
Oggi si può sputare sul tricolore e su chi lo porta.
E’ la grande rivoluzione nazionale, patriottica e liberale del centrodestra italiano.
Un dono dal cielo, come Putin per la Russia, tanto per capirci.
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Settembre 15th, 2010 Riccardo Fucile
“CI VERGOGNIAMO DI CIO’ CHE DOBBIAMO FARE, VOGLIAMO TORNARE IN ITALIA”…”IN LIBIA CI FANNO VIVERE IN UN ALBERGO RECINTATO, NON POSSIAMO USCIRE”… E MOLTI RIFIUTANO DI PARTIRE: “I RESPINGIMENTI SONO UN SERVIZIO INFAME”
E’ un ufficiale della Guardia di Finanza, 45 anni, oltre la metà trascorsi in mare in servizi di pattugliamento nel Canale di Sicilia.
Ha rilasciato una drammatica intervista oggi all’inviato de “la Repubblica” sui retroscena della nostra missione e sull’uso delle motovedette regalate dal nostro governo alla Libia.
L’ufficiale racconta che su ognuno di quei mezzi salgono cinque o sei italiani, ognuno con un compito preciso: chi si occupa dei sistemi di comunicazione, chi dei propulsori, della condotta o di altri aspetti.
Non possono interferire, i libici si comportano da padroni arroganti.
Ma i soldi che guadagnano non valgono più il gioco, soprattutto “quando dobbiamo assistere impotenti a vedere le nostre armi usate contro dei nostri connazionali indifesi”.
E sul caso specifico del peschereccio di Mazara, precisa: “Sparare è l’ultima ratio, solo in caso di enorme pericolo: per fermare un peschereccio esistono tecniche che lo permettono senza bisogno di sparare. Mentre i libici sparavano, noi non potevamo intervenire, abbiamo le mani legare dal governo. Il nostro unico compito è quello di insegnare ai libici come governare le motovedette che gli abbiamo regalato”.
Il testimone rivela che “tutti i miei colleghi a bordo non vedono l’ora di rientrare in Italia, i libici ci trattano pure male: siamo ospitati in un albergo recintato, una sorta di prigione da cui possiamo uscire solo per andare a bordo”.
L’ufficiale confida al giornalista: “siamo tra due fuochi: da un lato ci sono gli ordini che vanno rispettati, dall’altro finiamo indagati per aver respinto gli immigrati in acque internazionali, cosa dobbiamo fare?”
E si sfoga: “Questo dei respingimenti è un servizio infame, da mesi si registrano casi di ammutinamento: molti pattugliatori che dovevano partire dai porti liguri e toscani per darci il cambio non partono affatto: piuttosto che fare questo servizio ci si dà malati o si trova la scusa che l’imbarcazione ha un problema tecnico”.
E racconta: “Ci sono clandestini che minacciano di uccidersi piuttosto che essere riportati in Libia, donne con bambini che ci pregano di salvare i piccoli, gente disperata che minaccia di farsi annegare. Io sono un militare, ma soprattutto un padre. A costo di rischiare provvedimenti disciplinari, non lo farò mai più. Un giorno dovrò rendere conto a qualcuno e voglio avere la coscienza pulita”.
Ma il comportamento del nostro governo sta irritando tutti, persino l’ammiraglio Usa, responsabile Nato per il Mediterraneo, che ha criticato il comportamento italiano nei confronti della Libia.
Per non parlare della Unione europea e della Cei.
Non abbiamo il coraggio di difendere i confini delle acque internazionali e paghiamo Gheddafi per affogare i profughi per nostro conto.
Una politica vile, inconciliabile con le convenzioni internazionali che abbiamo firmato e con il buon senso.
Un governo di vera destra è altra cosa.
Non può avere un ministro degli Interni che giustifica chi ha mitragliato dei connazionali sostenendo che ” i libici li avevano scambiati per profughi”. Allora vuol dire che abbiamo autorizzato i libici ad assassinare degli esser umani?
Vomitevole, non esiste altra parola.
Soprattutto che uno che dice certe cose non venga cacciato dal governo a calci nel culo.
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Settembre 9th, 2010 Riccardo Fucile
“C’E’ CHI NON CONCEPISCE ALTRA DESTRA CHE QUELLA CHE BERLUSCONI HA PRIVATIZZATO”…”FINI RICONQUISTA LA VECCHIA DESTRA LIBERALE E LAICA E LA FONDE CON LA DESTRA SOCIALE”…”AL NORD CI SONO MILIONI DI PERSONE ESASPERATE DAL LEGHISMO: E’ UN BACINO ELETTORALE DOVE FINI PUO’ PESCARE”
Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Michele Serra al “Secolo d’Italia”, certi di fare cosa gradita ai nostri lettori
Michele Serra, scrittore e autore tv, editorialista della Repubblica e curatore della rubrica “L’amaca”
sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, ha sempre avuto un piccolo zoccolo duro costituito da lettori di destra.
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, infatti, dirigeva il settimanale di satira Cuore, una lettura immancabile per tanti militanti del Fronte della Gioventù, che ritrovavano sfumature longanesiane nei suoi indimenticabili titoli “fustiga-potenti”.
L’estate rovente di polemiche sui quotidiani vicini alla maggioranza ha messo in evidenza che in Italia ci sono, ben distinte, due destre: il duello Berlusconi-Fini può essere inteso come un confronto tra destra populista e destra repubblicana?
Così, almeno, il duello viene percepito dall’opinione pubblica più informata: Fini cerca di sottrarre il destino della destra italiana alla sua attuale forma populista e personalistica.
Il guaio è che la gran parte dei media rappresentano lo scontro in una forma molto “pop” e molto vuota di contenuti, con grande spreco di termini come “tradimento”, “divorzio”, “riconciliazione”.
La politica come soap opera avvantaggia Berlusconi, non so se Fini e i suoi riusciranno a fare intendere anche al grosso dell’elettorato che stanno parlando di politica, non di altro.
Media e politica, tra chi ha invocato “un metodo Boffo” e chi ha condotto campagne volte alla delegittimazione dell’avversario politico interno. È sorpreso da questo trend?
Impossibile sorprendersi. Questo il menù che, lungo gli anni, il potere mediatico di Berlusconi ha servito agli italiani.
Un’accelerazione del banale che è al tempo stesso una retrocessione della politica a scontro personale e a odio fisico.
La bastonatura mediatica delle singole persone è il frutto, ripugnante, di una prassi politica che avendo abolito le idee non sa più metterle a fuoco.
E attacca direttamente le persone fisiche, perchè non è capace di riconoscere altro bersaglio.
Una parte della stampa filo-governativa incasella Fini come un “compagno”. Le posizioni culturali espresse dal presidente della Camera le sembrano di “sinistra”?
“Fini di sinistra” è la spiegazione pigra e stupida che la stampa governativa dà in pasto all’opinione pubblica di destra, e a se stessa, perchè non concepisce altra destra al di fuori di quella che Berlusconi ha privatizzato.
Quali sono i confini di una destra che si presenta come laica, sociale e sensibile al tema dell’Unità nazionale?
Sono confini interni. Di riconquista progressiva di quanto resta della vecchia destra liberale, laica e repubblicana, e della nuova destra sociale che evolve dal post-fascismo. Nessuno sa quanto valga in termini elettorali, penso nemmeno Fini.
Maggioranza e rapporto con la Lega. Nuove elezioni porterebbero a un ulteriore avanzamento delle truppe leghiste…
Dimentichiamo tutti, a sinistra come a destra, che la Lega su scala nazionale ha il dieci per cento dei voti. Arrivasse anche al 12 o al 13, siamo di fronte a un partito importante ma non soverchiante.
Da sola la Lega conta zero.
Bisognerebbe averne meno paura.
Al Nord ci sono milioni di persone esasperate dal leghismo: quello è un bacino elettorale almeno tanto importante quanto quello di Bossi.
Deriva carismatica e comitati elettorali che hanno soppiantato i partiti. Finiremo per gridare “Aridatece le sezioni”?
Io lo grido già adesso.
Unità d’Italia e celebrazioni. La vedremo con una spilletta delle frecce tricolore appuntata sulla giacca?
Penso proprio di sì. Un piccolo segno di identità italiana. Per un italiano che abita al Nord, oggi, dire “sono italiano” non è più così lapalissiano. Proprio per questo sta diventando un bisogno di molti.
Michele De Feudis
(da il Secolo d’Italia)
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Settembre 8th, 2010 Riccardo Fucile
LETTA CONSIDERA UN AUTOGOL LA RICHIESTA DI DIMISSIONI DI FINI, SILVIO SI DIFENDE: “E’ UN’IDEA DI BOSSI”… PISANU SI SMARCA E DIVENTA “UN TRADITORE” ANCHE LUI…I MINISTRI: “SIAMO NEL CAOS TOTALE”… PASSANO CON FINI ALTRI DUE DEPUTATI E UN SENATORE
I resoconti giornalistici parlano di una lite tra il braccio destro del premier, Gianni Letta, e Silvio
Berlusconi, con il primo che cerca di farlo ragionare sulla necessità di cedere a un accordo con Fini e il secondo che continua a ripetere che “Fini è un usurpatore”, fino al punto di far perdere la pazienza persino al notoriamente controllato sottosegretario: “Se chiedi il voto, sarà la tua fine, ricordatelo”.
Letta non ha apprezzato per nulla la richiesta di Berlusconi e Bossi di andare a chiedere a Napolitano le dimissioni da Presidente della Camera di Fini e ha rinunciato al ruolo di tramite, accusando Silvio di non capire la gravità dell’atto.
Il premier a quel punto si è difeso dicendo che “l’idea è di Bossi, ho dovuto dirgli di sì”, peggiorando la situazione.
Letta è da tempo che accusa Berlusconi di non capire che i veri nemici sono Bossi e Tremonti, non Fini, e di muoversi come un paggio della Lega.
Lo hanno capito tutti gli italiani ormai, salvo il diretto interessato.
Per Silvio conta solo che un suddito abbia osato ribellarsi al sovrano e quindi la deve pagare in ogni modo.
E’ bastato che ieri Pisanu abbia definito “irricevibile” la richiesta di far dimettere Fini, per indurre il premier a ritenerlo un traditore: “C’è un piano per farmi fuori, Pisanu vuole guidare un governo di transizione”.
Ieri Berlusconi non è neanche andato in Consiglio dei ministri per non vedere i finiani, siamo alla paranoia.
I ministri presenti erano amareggiati: “siamo nel caos più totale”, sono emerse decine di posizioni e alla fine un ministro ha usato il sarcasmo: “adesso faremo una brillante sintesi di queste 50 tesi diverse”.
In serata arriva un’altra bastonata da Fini, ospite di Mentana: nessun passo indietro, Berlusconi ha il dovere di governare, lo faccia.
E’ lui che mi ha cacciato , è lui che vuole fare di testa sua, è lui che sta sfasciando il centrodestra.
E sul caso Montecarlo Fini fa capire quello che già sa, una carta che si giocherà a tempo debito: “quando la magistratura appurerà i fatti, vedremo chi riderà e chi pagherà i danni”.
Fini sulla vicenda della casa ha giocato forte: se dava spiegazioni plausibili in prima persona, sarebbe stato ugualmente attaccato, perchè dal’altra parte c’è un disegno preciso di annientamento.
Ha allora rischiato di farsi massacrare, ma quando i giudici gli daranno ragione, moltiplicherà per due i punti persi e crescerà lo sdegno verso il mandante del killeraggio.
Come non vedere il diabolico cervello della Bongiorno dietro questa strategia?
Nel frattempo Napolitano ha fatto sapere in via informale che se il premier e Bossi vogliono udienza per parlare delle vicende politiche ben vengano, se devono parlargli delle dimissioni di Fini possono anche restare a casa. Continua »
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