Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
SI PENSA A UNA SOGLIA DI 1/ 1,5 MILIARDI DI EURO… SPESA PER INTERESSI E SOVRASTIMA DEL GETTITO DA EVASIONE FISCALE LE PROSSIME DUE EMERGENZE
Scatta la corsa contro il tempo per la manovra-ter del governo Monti: la caccia è aperta a 30 miliardi in due anni, circa 15 per il 2012 (un punto di Pil).
La cifra “ballerina” è quella dovuta alla caduta del Pil nel prossimo anno: Tremonti contava su uno 0,6 per cento nel 2012, la Commissione dice solo 0,1 per cento e ciò significa che il deficit-Pil sarà del 2,3 e non dell’1,6 previsto.
Circa 11 miliardi in più, a meno che l’Europa non accetti il principio che, nel ridurre il deficit, non si debba tenere conto degli effetti del ciclo economico negativo e dunque si possa usare una mano più morbida.
In questo caso nel 2013 non si raggiungerebbe il pareggio di bilancio e basterebbero dunque 30 miliardi, invece di 40.
Le bombe ad orologeria nascoste nella manovra di agosto, nonostante il possibile “abbuono” per la recessione, rischiano di esplodere sulla strada del nuovo esecutivo di tecnici.
La prima si chiama delega assistenziale e fiscale: dovrebbe dare circa un terzo dei 54,2 miliardi della manovra di agosto (a regime, nel 2013).
Tuttavia se la complicata riforma (che prevede tagli assai dolorosi e spesso impraticabili all’assistenza Inps e il riordino dei 720 sconti fiscali del nostro ordinamento) non sarà varata entro fine anno, dal settembre del 2012 scatteranno tagli lineari alle agevolazioni fiscali (5 per cento nel 2012 e del 20 per cento dal 2013).
Anche questa seconda eventualità sarebbe insostenibile: nei 20 miliardi vengono calcolate infatti anche le detrazioni per lavoro dipendente-pensioni e i carichi familiari.
Come sembra convinto il governo e come ha sottolineato ieri la Uil si tratta di detrazioni che “garantiscono principi di rilevanza costituzionale”.
Il problema è che queste risorse sono già in bilancio dal 2012 (4 miliardi) e i sostituti d’imposta dal 1° gennaio dovranno già ragionare in base ad un taglio di detrazioni e carichi del 5 per cento, magari riservandosi un conguaglio-stangata a fine anno.
Le altre due questioni, che portano all’incirca le risorse necessarie a quota 30 miliardi in due anni, sono la spesa per interessi (circa 5 miliardi) e la sovrastima del gettito da evasione fiscale (cifrata in 10 miliardi, di cui recuperabili non più di 5).
Per questo motivo si accelera.
Cresce la pressione per l’introduzione di una mini patrimoniale sui beni e valori a partire da 1 a 1,5 milioni: ieri l’hanno chiesta a Monti Pdl-Pd e Terzo Polo.
Una mossa che ha molte possibilità di entrare nel menù per evitare il fuoco di sbarramento di Cgil e Cisl che dicono sì all’Ici ma solo dopo la patrimoniale.
Sull’Ici prima casa comunque ieri è tornata Bankitalia dando il suo semaforo verde con il direttore generale Saccomanni.
Nelle prime simulazioni spiccano: Super Imu-Ici con rivalutazione delle rendite (9 miliardi), Iva (8,4 miliardi), aumento delle accise (2-3 miliardi).
Oltre ai tagli: si va dal patto per la salute, ad un nuovo intervento su enti locali e Regioni, alle contributivo pro rata sulle pensioni (2-3 miliardi), all’anticipo dei costi standard per Comuni e Province (2-3 miliardi), all’accorpamento delle sedi periferiche dello Stato (1,2 miliardi).
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Novembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
AGGIORNAMENTO DEI VALORI E RIFORMA DEGLI ESTIMI: GLI INTERVENTI DEL GOVERNO DOVREBBERO BASARSI SULLA PROGRESSIVITA’
Imu, rivalutazione delle rendite, riforma degli estimi. Il pacchetto casa si arricchisce di nuove
ipotesi. In una parola: più tasse sul mattone.
Seppur temperate da progressività ed equità . Si riparte dunque dalla proprietà per ridare fiato a lavoratori e imprese e alleggerire così Irpef e Irap.
Intanto spunta una sorpresa.
Un tesoretto finora escluso da calcoli e previsioni. Vale 60 miliardi ed è nascosto negli oltre 33 milioni di unità abitative esistenti in Italia (di cui 30 intestate a persone fisiche). A tanto ammontano le tasse annue sugli immobili – Irpef, imposte indirette sui trasferimenti e Ici – che lo Stato potrebbe recuperare se aggiornasse le rendite catastali (base di calcolo di quelle imposte) e riportasse così il valore di abitazioni, pertinenze e altri fabbricati a quello di mercato.
Valore che nel 2009 era pari a circa 3,7 volte il corrispondente fiscale. Un abisso.
Per colmarlo si dovrebbe mettere mano a una rivoluzione: la riforma delle tariffe d’estimo, ferme al 1990 (ma per legge si dovrebbero rivedere ogni dieci anni) e dunque ai prezzi e alla redditività delle abitazioni del 1988-89.
Una vita fa.
Ma è a questa rivoluzione che il governo Monti potrebbe puntare.
Per riequilibrare e adeguare – guardando all’equità – il contributo dei proprietari di immobili alla fiscalità generale.
Che appunto vale 60 miliardi (precisamente 59,858 miliardi), secondo quanto calcolato dal tavolo guidato da Vieri Ceriani, funzionario generale di Bankitalia, e composto da 31 sigle del mondo produttivo e sindacale, in vista della riforma fiscale.
La “rivoluzione” degli estimi – lunga nella sua gestazione, si parla di anni – non esclude tuttavia il pacchetto complessivo di interventi, a cui probabilmente si accompagnerà : dalla reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, trasformata in Imu (Imposta municipale unica, anticipata al 2012, aliquota del 6,6 per mille, abbinata alla Res, l’imposta su Rifiuti e servizi al 2 per mille), fino a una più immediata e spendibile rivalutazione delle rendite.
La sola Ici vale 3,5 miliardi l’anno di gettito aggiuntivo.
Con le rendite elevate del 50 per cento (oggi la percentuale di rivalutazione è ferma al 5 per cento) siamo a 11,2 miliardi.
Del 100 per cento, a 20 miliardi. Del 150 per cento a 28,3 miliardi.
Aumenti che, nelle ipotesi circolate finora, dovrebbero comunque essere mitigati, quasi calmierati, per tener conto del reddito complessivo del contribuente o del numero di immobili posseduti.
Proprio per restituire “equità ” a un prelievo di certo non gradito – visto che il 79 per cento delle famiglie italiane è proprietario di casa – e che oggi esclude proprio le prime case.
Aggiornare i valori catastali, in un modo o nell’altro – rivalutandoli o adeguandoli al mercato – vuol dire accrescere in modo proporzionale i relativi tributi. Non solo.
La rendita dell’immobile – anche ora che l’Ici sulla prima casa non si paga – va comunque dichiarata e fa lievitare il reddito complessivo del contribuente.
A una rendita maggiore, corrisponderà una base imponibile maggiore (ed è per questo che il tavolo di Ceriani include anche le rendite non aggiornate tra le forme di “erosione” fiscale).
Un incremento delle rendite potrebbe comportare la perdita, dunque, di altri benefici. L’esenzione dal ticket o anche i requisiti per la pensione di reversibilità , ad esempio, sono calcolati proprio sul reddito complessivo.
(da “La Repubblica“)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
FILIPPO MILONE, CAPO DELLA SEGRETERIA DI LA RUSSA, CHIEDE UN APPOGGIO “NON COME FINMECCANICA, MA CON UNA SOCIETA’ ESTERNA” PER FINANZIARE LA FESTA DELLA LIBERTA’ A MILANO
C’erano Augusto Minzolini e Gianluigi Paragone, Vittorio Feltri e Nicola Porro. 
Il Pdl aveva ancora il vento in poppa e per salire sul palco della Festa della libertà in quelle giornate del 2010 le firme della destra non si facevano pregare.
All’apertura della convention il coordinatore dell’epoca del partito, Ignazio La Russa prendeva la parola per sottolineare: “Questa è una festa senza sponsor, abbiamo deciso di farla con le sole risorse del Popolo della libertà . Una piccola scelta di etica”. Con un simile plotone di giornalisti pronti a prenderlo in castagna sull’etica, non c’è dubbio che saranno stati i militanti a pagare Ornella Vanoni, Patty Pravo, Giusy Ferreri e Nek, il cabaret e lo spettacolo Si canta, condotto da Pupo e pure l’allestimento della mostra fotografica sulle missioni internazionali del premier Berlusconi.
Anche se a leggere le carte dell’indagine Enav-Finmeccanica un dubbio viene.
Si scopre infatti che pochi giorni prima della convention, il capo della segreteria di Ignazio La Russa, Filippo Milone, in passato presidente della Grassetto di Ligresti, uomo chiave del potere siculo-milanese sull’asse Ligresti-La Russa, implorava Finmeccanica di versare soldi.
La circostanza (senza citare però i nomi, a parte Borgogni) è citata nella richiesta di custodia cautelare contro Lorenzo Borgogni, rigettata dal Gip Anna Maria Fattori perchè questa vicenda non c’entrava nulla con quella per la quale il pm Paolo Ielo aveva chiesto l’arresto del direttore centrale Finmeccanica, auto-sospeso con stipendio garantito dopo l’articolo di domenica del Fatto sui suoi 5,6 milioni incassati da società legate a Finmeccanica e scudati.
Per il pm Paolo Ielo “vi è una conversazione intercettata dalla quale si evince con solare evidenza come il ruolo di Borgogni dentro Finmeccanica fosse anche quello di occuparsi di contribuzioni illecite ai partiti.
In particolare il 21 settembre 2010…” e Ielo a questo punto riporta la telefonata tra Marco Forlani, direttore affari internazionali Finmeccanica e Lorenzo Borgogni.
Borgogni (B): ciao Marco
Marco Forlani (M): c’hai un secondo Lorenzo?
B: sì.
M: mi ha chiamato Filippo… che dice su, su quel discorso che facciamo ogni anno della loro offerta di partito a Milano eccetera…
B: di partito?
M: sì.
B: del ministero!
M: parti… eh… bè del Pd… credo sia una cosa del Pdl, no? dice che te ne ha parlato a te pure?
B: no!
M: su Milano… su che di, lui mi ha anche detto che gli hai indicato che non volevi comparire come Finmeccanica, ma con una società esterna
B: sì. M: eh.
B: vabbè, ma se ne parla quando torni dai?
M: e no, questo sì, ok. No, perchè lui dice scusami sto all’ultimo con l’acqua alla gola eccetera, perchè lui deve parlare con qualcuno dei nostri tra oggi e domani.
B: dai Marco, maremma puttana Marco.
M: eh lo so! lui mi ha chiamato ora… lo so, lo so.
B: eh?
M: se me lo diceva, lo dicevo a Pigiani (altro dirigente Fin-meccanica, ndr) piuttosto che… che ne so! Eh? Capito
B: ci sentiamo…
Scrive il Gip Fattori, “Se, invero, si tratta di conversazioni su contribuzioni ai partiti che pur provenendo dalla Finmeccanica sarebbero dovuti apparire — cosi disvelando l’illiceità dei moventi — come provenienti da altra società , tuttavia non solo non contengono alcun elemento atto a ricondurre l’oggetto alla illecita contribuzione all’operazione di acquisto della barca del Milanese, ma presentano un dato temporale che a siffatta ipotesi contrasta”.
Insomma la telefonata è sospetta, ma non c’entra con Milanese e “per tali ragioni la domanda cautelare formulata nei confronti di Borgogni non può essere accolta”. Secondo i Carabinieri del Ros “il successivo scambio di sms tra i predetti non lasciava dubbi circa la preoccupazione di Borgogni nell’affrontare tali argomenti per telefono: alle 17: 28 Forlani invia il seguente sms a Borgogni: “Ma non ho capito, te la sei presa con me? Forse perchè ti parlavo al telefono? “.
Pronta era la risposta di Borgogni alle 17 e 29: “Certo… “; alle 17: 37 Marco concludeva: “Scusa allora, ma non era nulla di delicato, sto sempre attento, son fuori da giovedì e non ti ho mai chiamato su nulla infatti. Mi dispiace”.
Marco Forlani è un dirigente stimato per la sua serietà e, alla luce dello scambio di sms, è in buona fede, anzi pecca di ingenuità agli occhi dello scafato Borgogni. Comunque di tutti i protagonisti contattati dal Fatto, Forlani è l’unico a ricordare bene: “Era semplicemente una sponsorizzazione. Me la ricordo perchè è la prima e l’unica volta in cui mi sono occupato di una cosa simile. Il Filippo di cui si parla era Filippo Milone, capo della segreteria dell’allora ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Con lui mi sentivo spesso per ragioni di ufficio e aveva chiesto a me perchè non trovava Borgogni. Durante un incontro per ragioni istituzionali mi disse di ricordare questa sponsorizzazione e lo feci. Quando tornai a Roma, Borgogni mi disse di lasciar perdere perchè se ne occupava lui”.
Fonti di Finmeccanica confermano: “Era una richiesta di un contributo per la festa del Pdl a Milano che si teneva in quei giorni”.
Sentito dal Fatto Quotidiano l’ex capo segreteria di La Russa, Filippo Milone non ricorda nulla: “Non ho memoria e comunque penso che un domani magari potrei essere chiamato a parlarne con un magistrato”.
Anche Borgogni non ricorda: “Di solito evitiamo di sponsorizzare le feste di partito. Dissi a Forlani di non parlarne al telefono perchè era un brutto periodo per me. Non so poi se il contributo è stato dato”.
L’ex ministro La Russa invece al Fatto replica: “Mi sto provando un abito, non ho tempo per voi”.
( da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
I NOMI DI ALEMANNO E MATTEOLI…”GUARGUAGLINI AUTORIZZO’ I PAGAMENTI”
Tutti i partiti partecipavano alla spartizione delle nomine in Enav e Finmeccanica.
Anche i Comunisti italiani sono riusciti a ottenere un consigliere. Ma quando si è trattato di distribuire affari e favori, la parte del leone l’avrebbero fatta Udc, An e Forza Italia.
Gli imprenditori che volevano ottenere i lavori consegnavano i soldi ai manager e questi li giravano ai politici, talvolta riuscendo a ottenere una robusta «cresta».
Ma nei verbali di interrogatorio e negli altri atti processuali dell’inchiesta che ha portato agli arresti l’amministratore delegato Guido Pugliesi e due manager ci sono pure i finanziamenti non dichiarati, le società segnalate dai parlamentari e agevolate per ottenere l’assegnazione delle commesse, i ministri che avrebbero ottenuto il via libera nell’assegnare i posti di dirigenza.
Sono le rivelazioni di chi, dopo essere finito in carcere, ha deciso di collaborare con la magistratura e ha coinvolto il leader udc Pier Ferdinando Casini, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, l’ex titolare dei Trasporti Altero Matteoli, il parlamentare Marco Follini, quando era vicepresidente del Consiglio.
Tra loro Tommaso Di Lernia, che ha svelato di aver portato insieme a Pugliesi, 200 mila euro al tesoriere udc Giuseppe Naro il 2 febbraio 2010 e poi ha chiamato in causa molti altri parlamentari e membri di governo.
Ma soprattutto il consulente del presidente Pier Francesco Guarguaglini e della moglie amministratore di Selex Marina Grossi, Lorenzo Cola.
Entrambi stanno rispondendo da tempo alle domande del pubblico ministero Paolo Ielo. I manager dimostrano di esserne informati, tanto che in una intercettazione ambientale un dirigente di Enav afferma: «Ielo pensa di fare il milanese, ma a Roma le cose si fanno alla romana. O si calma o lo calmano».
Il 27 giugno 2011, nel carcere di Regina Coeli Di Lernia afferma: «Enav ha acquisito per una cifra spropositata un ramo di azienda di Optimatica, per un valore di circa 15 milioni di euro. Optimatica è una società vicina al ministro Matteoli, credo che eroghi finanziamenti alla fondazione a lui riconducibile ed è attraverso questi favori che Pugliesi si è garantito l’appoggio per la conferma nel ruolo di amministratore delegato. Fondamentalmente la conferma di Pugliesi alla carica di ad è dovuta a due canali: l’appoggio di Matteoli e l’appoggio di Milanese, favorito attraverso l’operazione della barca (il pagamento delle rate di leasing ndr ) e la somma di 10 mila euro mensili che l’imprenditore Proietti erogava a Milanese per pagare un affitto per il ministro Tremonti. Il manager Raffaello Rizzo era un uomo di Pugliesi e il suo ruolo era quello di favorire le imprese che erogavano finanziamenti all’Udc e alla frangia romana riconducibile all’attuale sindaco, di Alleanza nazionale.
Sostanzialmente tali imprese portavano finanziamenti all’Udc alle feste del partito, a fare delle donazioni.
Per contro i finanziamenti agli uomini di An, secondo quanto mi ha riferito Pugliesi, avvenivano direttamente nell’ufficio di Pugliesi, dove gli imprenditori portavano le somme di denaro che Pugliesi dava agli uomini di An».
Poi Di Lernia si concentra sull’Udc: «Ricordo anche che in un’occasione, in relazione ai lavori fatti a Venezia, vennero assegnati lavori a una società che si chiama Costruzioni e Servizi, vicina a Follini, all’epoca vicepresidente del Consiglio. Con riferimento al versamento dei 200 mila euro Pugliesi mi disse che erano destinati a Casini. Vennero consegnati al tesoriere dell’Udc perchè erano assenti sia Cesa che Casini, impegnati in un’operazione di voto, secondo quanto mi disse il tesoriere medesimo».
Il 6 settembre viene interrogato il commercialista Marco Iannilli che risulta in società con Di Lernia e afferma: «Consegnai a Di Lernia 300 mila euro su indicazione di Cola, parte dell’acconto dovuto a Pugliesi (complessivamente 600 mila euro) la cui quota parte, nella misura di 300 mila euro, avrebbe dovuto essere consegnata al partito di riferimento di Pugliesi, l’Udc».
Il 24 agosto 2011 Lorenzo Cola conferma lo schema già acquisito dai pubblici ministeri ma aggiunge dettagli e nomi.
Afferma a verbale: «Sul piano strettamente formale il potere di nomina del cda di Enav apparteneva al ministero dell’Economia, sul piano sostanziale era frutto di una precisa spartizione politica. In concreto, nella prima fase ossia tra il 2001 e il 2002 vi era un tavolo delle nomine o laboratorio interno alla maggioranza composto da Brancher, Cesa, Gasparri o La Russa e un uomo della Lega. Quanto ai riferimenti politici dei soggetti che si sono succeduti nel tempo, posso dire che Pugliesi è sempre stato in quota udc originariamente riferibile a Baccini. Devo aggiungere che dentro Finmeccanica il riferimento è Bonferroni, deputato ancora ora confermato nel ruolo di cda della holding. A quanto mi risulta Nieddu venne nominato direttamente dal Tesoro, Martini aveva come riferimento An e il ministro Matteoli».
E poi rivela: «Nell’ultima tornata di nomine io fui messo a conoscenza che Matteoli aveva ottenuto un accordo con Tremonti per il quale avrebbe potuto decidere le presidenze delle società … Ed è proprio per ingraziarsi Matteoli che Pugliesi, tre giorni prima dell’ultima nomina del Cda di Enav fa l’operazione Optimatica chiudendo un contratto poco inferiore alla soglia oltre la quale sarebbe scattata la necessità di una delibera del Cda. Nieddu mi ha riferito di un incontro avvenuto all’Harry’s bar di Roma tra Matteoli, un suo parente e un apicale di Optimatica nei giorni precedenti la delibera di Pugliesi. Poco dopo Optimatica ha assunto quel parente di Matteoli».
Cola racconta di «buste» piene di soldi – anche 300 mila euro – che l’ex direttore generale di Alenia Paolo Prudente gli consegnava da portare a Lorenzo Borgogni «per le necessità di pagamento di entità istituzionali».
E poi racconta come «agli inizi del 2008 è avvenuta la consegna di somme di denaro a Bonferroni quando portai a Borgogni 300,350 mila euro in contanti».
Codice con Guarguaglini: «fare i compiti»
Per mesi Cola ha negato che i vertici di Finmeccanica fossero a conoscenza delle tangenti versate ai politici e invece il 24 agosto scorso rivela: «Nelle nostre discussioni (con Guarguaglini, ndr ) l’attività di sovrafatturazione e di pagamento di tangenti veniva definita “fare i compiti”.
Locuzione che serviva per definire anche l’attività di mettere a posto le carte, la contabilità e tutto il resto, per evitare si scoprissero i fatti illeciti che intervenivano. Quando qualcuno incappava in qualche vicenda giudiziaria, e a ciò veniva dato risalto mediatico, dicevamo che avevano fatto male i compiti».
Anche l’amministratore di Selex era «consapevole», secondo Cola.
Afferma il consulente nell’interrogatorio del 9 dicembre 2010: «Si parlava con l’ad Marina Grossi del fatto che per lavorare in Enav occorreva pagare tangenti. È un sistema che lei ha ereditato e che ha continuato a realizzare».
Di fronte ai magistrati di Napoli, con i quali ha cominciato a collaborare da qualche settimana, il responsabile delle relazioni istituzionali di Finmeccanica Lorenzo Borgogni si è definito «collettore dei rapporti con i politici».
Cola gli assegna un ruolo diverso: «Borgogni gestiva il livello di pagamenti destinati ai politici». Lo stesso manager ammette di aver fatto «assumere la figlia di Floresta (Ilario, ex deputato di Forza Italia, ndr ), che ne aveva fatto richiesta a Martini, in una delle società del gruppo Finmeccanica».
Agli atti è allegata un’intercettazione telefonica dello stesso Borgogni con tale «Marco».
Marco: senti mi ha chiamato Filippo eh, che dice su, su quel discorso che facciamo ogni anno della loro offerta di partito a Milano eccetera…
Borgogni: di partito? del ministero!
Marco : parti …eh del Pd, credo sia una cosa del Pdl, no? dice che te ne ha parlato a te pure|
Borgogni: no
Marco: su Milano, lui mi ha anche detto che gli hai indicato che non volevi comparire come Finmeccanica ma con una società esterna
Borgogni: Vabbè, ma se ne parla quando torni dai
Marco: e no, questo si ok! no perchè lui dice scusami sto all’ultimo con l’acqua alla gola eccetera, perchè lui deve parlare con qualcuno dei nostri… tra oggi e domani.
Borgogni impreca e poi, via sms, spiega che di questa cosa non bisognava parlare al telefono.
Scrive Ielo nella sua richiesta di arresto poi negata dal giudice: «Il tenore della telefonata appare essere inequivoco. Si tratta di una contribuzione al Pdl che rischia di essere confusa con una contribuzione al Pd, palesemente illecita, in ragione del fatto che deve essere effettuata con una società esterna. Carattere di illiceità emerge anche dalla reticenza e dal fastidio manifestati da Borgogni il quale evidentemente sa o presume di essere intercettato».
Fiorenza Sarzanini
(da Il Corriere della Sera)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
SVOLTA NELL’INCHIESTA ENAV. DAI VERBALI SPUNTANO I NOMI DI MATTEOLI, LA RUSSA, CASINI, CESA E ALEMANNO
Raccontano gli atti dell’inchiesta Finmeccanica-Enav che il Sistema era “corrotto” fin negli interstizi,
le gare d’appalto “pennellate”, i fondi neri, creati con sovrafatturazioni fino al 60 per cento del valore delle commesse, la regola.
Che la Politica era vorace, nelle sue richieste di denaro e non solo.
Che Enav è stata “tasca” e “feudo dell’Udc”, dei suoi leader Pierferdinando Casini e Lorenzo Cesa.
“Come di An”, di almeno un suo ex ministro (Altero Matteoli), della “corrente del sindaco Alemanno”, di “Gasparri e La Russa”.
Che bussavano a denari onorevoli del Pdl (Milanese, Floresta, Brancher), e che anche la Lega voleva un posto al sole.
E ancora: che i vertici di Finmeccanica e Selex – Pierfrancesco Guarguaglini e la moglie Marina Grossi – ne erano “pienamente consapevoli” e raccomandavano di “fare bene i compiti”, perchè ne sarebbe andata della loro riconferma nella carica.
Che il verminaio aveva un suo custode, Gran Ciambellano e ambasciatore della corruzione a Palazzo, Lorenzo Borgogni, dimissionario direttore delle relazioni esterne della holding, facile a confondersi se le richieste arrivavano “dal Pd o dal Pdl”.
E che lui, una fetta della torta l’ha trattenuta per sè.
Per stare solo ai contanti, 7 milioni di euro accumulati negli ultimi cinque anni su conti in Svizzera e Inghilterra.
Tra il giugno e l’ottobre di quest’anno, in 15 diversi verbali di interrogatorio al pm Paolo Ielo e a ufficiali di pg del Ros dei carabinieri, Lorenzo Cola, già “consulente globale di Finmeccanica” e Tommaso Di Lernia, proprietario della società “Print Sistem”, l’uomo dei fondi neri, per gli amici del giro “er cowboy” o “er magrebino”, illuminano il fondo di questo pozzo nero.
Ecco il loro racconto.
Soldi all’Udc, lavori per Follini
Il 2 febbraio del 2010, negli uffici romani dell’Udc in piazza di Spagna, alla presenza dell’ad di Enav Guido Pugliesi che li ha sollecitati, Di Lernia consegna 200 mila euro in contanti nelle mani del tesoriere del partito, Giuseppe Naro.
Dice: “Pugliesi mi disse che quei soldi erano destinati a Casini. Vennero consegnati al tesoriere dell’Udc, perchè erano assenti sia Lorenzo Cesa (il segretario del partito, ndr) che Casini, impegnati in un’operazione di voto, secondo quanto disse il tesoriere”.
La presenza di Pugliesi e la circostanza che il “contributo” venga chiesto a un imprenditore che lavora con Enav e sia destinato all’Udc, non sono un caso.
“Il braccio destro di Pugliesi in Enav, Raffaello Rizzo, aveva il ruolo di favorire le imprese che erogavano finanziamenti all’Udc. Sostanzialmente, portavano finanziamenti alle feste del partito e facevano donazioni”.
Il rapporto con l’Udc è “antico”. Sicuramente risale al primo governo Berlusconi.
“Ricordo anche – aggiunge Di Lernia – che in un’occasione, per appalti a Venezia, vennero assegnati lavori alla “Costruzioni e Servizi”, società vicina a Follini, all’epoca vicepresidente del Consiglio”.
Matteoli e la corrente di Alemanno
Enav, come il suo amministratore delegato, ha due padroni. Con l’Udc, la vecchia An.
Spiega Di Lernia: “Rizzo favoriva anche le imprese che erogavano finanziamenti alla frangia romana riconducibile al sindaco Alemanno. I finanziamenti agli uomini di An, secondo quanto mi ha riferito Pugliesi, avvenivano direttamente nel suo ufficio, dove gli imprenditori portavano le somme di denaro che lui poi dava agli uomini di An”.
E, in un caso, i ricordi di Di Lernia si fanno nitidi. “Enav acquisì per una cifra spropositata, circa 15 milioni di euro, un ramo di azienda della “Optimatica”, società vicina al ministro Altero Matteoli, che finanzia una fondazione a lui riconducibile.
Enav affidò a Optimatica con delibera dell’amministratore delegato, appalti per 9 milioni e 900 mila euro, di poco inferiore alla soglia per cui era necessario l’intervento del cda. Si trattava di lavori privi del valore indicato nell’assegnazione”.
Di “Optimatica”, prosegue Di Lernia, Matteoli parla direttamente con Pugliesi in un incontro a Roma. “Nieddu (ex presidente di Enav, che in un’occasione Di Lernia corrompe con 300 mila euro), mi parlò di un incontro avvenuto all’Harry’s bar tra Matteoli, Pugliesi e Tulliani di Optimatica.
Matteoli, all’epoca, sponsorizzava Luigi Martini (già deputato di An) per la nomina a presidente di Enav, perchè debitore verso Martini di un favore che aveva ricevuto.
Non so se si trattò dell’assunzione in Alitalia, ovvero del passaggio di un brevetto o un’abilitazione del figlio di Matteoli.
Circostanza che ne ha poi consentito l’assunzione in Alitalia. Martini faceva parte della commissione di concorso”.
Un fatto, a dire di Di Lernia, è certo: “L’appoggio a Matteoli garantì a Pugliesi la sua riconferma quale ad”.
Il tavolo Udc-An-Lega
I ricordi di Di Lernia sono confermati da Lorenzo Cola, che spiega: “Il potere di nomina del Cda di Enav solo formalmente apparteneva al Ministero dell’Economia. In realtà , già nel 2001, 2002 vi era un tavolo delle nomine all’interno della maggioranza composto da Brancher, Cesa, Gasparri o La Russa e un uomo della Lega. Pugliesi è sempre stato in quota Udc, originariamente riferibile a Baccini. Mentre dentro Finmeccanica il riferimento dell’Udc era l’ex deputato e consigliere di amministrazione della holding Bonferroni, che è colui cui Borgogni consegnò alla mia presenza i 300-350 mila euro, le “zucchine” che Paolo Prudente di Selex mi aveva incaricato di portargli”.
“Il Pdl e la Lega hanno bisogno”
Diventato consigliere di amministrazione di Enav, Ilario Floresta, ex deputato del Pdl, aggancia Di Lernia.
Che racconta: “Mi disse che la sua nomina in Enav la doveva all’allora presidente della Commissione trasporti e dunque che doveva recuperare risorse economiche da destinare al suo partito di riferimento, il Pdl. In un’occasione mi disse che avrei dovuto dargli 500 mila euro. Mi disse dunque di attivarmi dentro “Selex” per conto della quale avrebbero dovuto essere erogate somme di denaro anche in relazione alle delibere del Cda relative alla gara europea per il “Four flight”, un software per la gestione del traffico aereo”.
Non è tutto. “In quella fase, Floresta mi disse che c’erano richieste economiche provenienti anche dal consigliere in quota Lega, credo si chiami Chiatti o Piatti. Aveva fatto pressioni per ottenere il permesso di atterrare su una pista gestita da una società controllata da Finmeccanica. Poi, voleva entrare in partita. Cioè ottenere somme di denaro”.
Brancher e i fondi Fas per Palermo
Anche i rapporti con il deputato Pdl Aldo Brancher sono intensi. Di Lernia finanzia la sua “Officina delle libertà ” e ha come interlocutore il suo spicciafaccende Fabrizio Gori, “sua emanazione”.
“Brancher doveva intervenire su Lombardo (il governatore della Sicilia, ndr) perchè venissero messi a disposizione i fondi Fas per l’aeroporto Falcone-Borsellino.
E venne fatto un accordo, alla presenza di Gori, che prevedeva il versamento di 300 mila euro ad Antonino Vecchio Domanti, dirigente di Enav. Somma che consegnai in contanti”.
“Pd? Pdl? Maremma puttana”
“In Finmeccanica era Borgogni incaricato di erogare somme a rappresentanti politici ed istituzionali”, spiega Cola.
E almeno un’intercettazione telefonica, conferma le sue parole. Il 21 settembre 2010, Borgogni parla con un tale Marco. “Mi ha chiamato “Filippo” – dice Marco – Per quella cosa che facciamo ogni anno della loro offerta di partito a Milano… Del Pd.. credo sia una cosa del Pdl. Mi ha detto che gli hai indicato che non volevi comparire come Finmeccanica, ma con una società esterna”.
Borgogni va fuori dai gangheri. Non vuole che di quella roba si parli al telefono: “Marco, Maremma puttana, Marco… “.
Chiosa il pm Paolo Ielo: “È emblematico l’equivoco Pd, Pdl. Si spiega solo con la circostanza che il flusso di finanziamenti è in tutte le direzioni politiche, è sistemico”.
“Quel pm vuole fare il milanese”
E dire che in Enav e Finmeccanica pensavano sarebbero riusciti a farla andare diversamente questa storia. In un’intercettazione ambientale, Giampaolo Pinna, responsabile della security di Enav, ora indagato per favoreggiamento, la dice con la pancia, la minaccia: “Questo Ielo pensa di fare il milanese, ma a Roma le cose si fanno alla romana. O si calma o lo calmano”. Non lo hanno “calmato”.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
TRENTA MILIARDI IN PIU’ IN DODICI MESI, FAMIGLIE E IMPRESE IN DIFFICOLTA’
Le sofferenze bancarie — i prestiti erogati dagli istituti di credito che potrebbero non rientrare e
trasformarsi così in rosso di bilancio — hanno fatto un balzo del 40 per cento in dodici mesi, sfondando e superando, nello scorso mese di settembre, quota 100 miliardi.
«Una situazione preoccupante, soprattutto per le famiglie italiane », commenta Elio Lannutti, presidente di Adusbef.
E di certo non una buona notizia per le banche, già sotto pressione sul fronte della ricapitalizzazione e degli spread e sempre più restie a concedere nuovi crediti.
Da una parte, dunque, il boom degli incagli.
Dall’altra, la minaccia di un nuovo credit crunch, la stretta nelle erogazioni.
Sono proprio le famiglie — a quanto si legge nell’ultimo supplemento al Bollettino statistico della Banca d’Italia dedicato a “Moneta e finanza” — ad essere sempre più esposte: quasi 34 miliardi su un totale di 102 miliardi “ballerini”, perchè a rischio esigibilità , risultano difatti in capo a nuclei familiari.
Sia in qualità di “famiglie consumatrici” (24 miliardi) che come “famiglie produttrici” (10 miliardi), ovvero società semplici, di fatto e piccole imprese individuali con pochi addetti.
Nel settembre del 2010 — un anno prima dell’attuale rilevazione di Bankitalia — le sofferenze “familiari” ammontavano a 24 miliardi, dieci in meno.
Ben un terzo, dunque, dei maggiori capitali “zoppicanti”, prestati dalle banche e ora pericolosamente iscritti nei loro bilanci, è stato accumulato proprio dalle famiglie. Sempre più incagliate nella crisi e dunque in difficoltà con le rate.
Questa situazione è la «prova provata di una crisi lunga e difficile che interessa soprattutto l’Italia », aggiunge Lannutti.
Ma, a suo avviso, è anche la conseguenza di certe «allegre erogazioni del credito». Questi prestiti molto probabilmente dovranno «essere iscritti quasi totalmente a perdite nei bilanci delle banche», prosegue Lannutti.
Per questo l’Adusbef chiederà un monitoraggio (e relative sanzioni) sulle «sofferenze bancarie derivanti da erogazioni e affidamenti deliberati fuori dai criteri prudenziali sulla meritorietà del credito ad alcuni grandi gruppi industriali, da tempo decotti, ma tenuti in vita da robuste iniezioni di denaro, mediante fidi incautamente rinnovati, se non aumentati».
Sul fronte delle imprese si registra senza dubbio una vera e propria impennata.
A settembre Bankitalia annotava 67 miliardi di sofferenze.
Erano 48 miliardi nel settembre di un anno prima. Un rialzo del 40 per cento.
Tutti crediti difficilmente recuperabili.
L’ammontare record dei prestiti a rischio si presenta di gran lunga superiore anche rispetto all’inizio della crisi.
Nel 2008, ad esempio, le sofferenze attribuite alle famiglie “consumatrici” erano pari a soli 9,1 miliardi.
Saliti a 12,8 miliardi nel 2009. Poi raddoppiati fino ai 24 attuali.
Segnali poco rassicuranti che preannunciano un 2012 difficile, con la recessione che incombe e l’emorragia di posti di lavoro, oltre che di commesse.
La criticità di famiglie e imprese, moltiplicata dalle tensioni della finanza globale e dalla crisi dei debiti sovrani europei, potrebbe spingere le banche a chiudere ulteriormente i rubinetti del credito.
Come nel 2008 e 2009. A fine settembre i prestiti erogati erano pari a 1.984 miliardi, dai 1.914 del 2010.
Solo settanta miliardi in più.
Un timido aumento del 3,6 per cento.
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
IL TAR HA DATO RAGIONE AGLI STUDENTI: GLI ISCRITTI PAGANO PIU’ DI QUANTO PREVISTO DA UNA LEGGE DEL 1997…MA QUESTO SUCCEDE IN TANTI ALTRI ATENEI
Tasse universitarie eccessivamente alte e l’ateneo deve restituire il “maltolto” agli studenti.
E’ accaduto a Pavia per effetto del ricorso al Tar presentato dall’Unione degli universitari.
La sentenza definitiva condanna l’università degli studi di Pavia al pagamento di 1,7 milioni di euro.
Per gli studenti si tratta di una “storica vittoria contro l’innalzamento spregiudicato delle tasse universitarie che apre la concreta possibilità di ricorsi a catena in ogni università italiana”.
In almeno una ventina di atenei italiani le tasse sforano il tetto imposto dalla legge attuale.
A spiegare la mezza rivoluzione che potrebbe creare il pronunciamento dei giudici amministrativi di Milano è l’avvocato Francesco Giambelluca, che ha patrocinato l’Udu. “Con la sentenza, definitiva, il Tar di Milano ha dichiarato fondato e ha pertanto accolto il primo motivo di ricorso stabilendo che è stata illegalmente violata la soglia non superabile del 20 per cento che pertanto tutta l’eccedenza, pari a circa 1,7 milioni di euro, deve essere restituita sia ai ricorrenti, attivandosi d’ufficio verso tutti gli altri studenti”.
Di che si tratta? Una legge del 1997 stabilisce che il contributo posto carico degli studenti (le cosiddette tasse universitarie) non possono superare la soglia del 20 per cento del finanziamento pubblico ricevuto dallo Stato: il cosiddetto Fondo di finanziamento ordinario degli atenei.
E siccome dal 2008 a oggi il Ffo è stato progressivamente assottigliato per fare fronte ai colpi della crisi economica per fare quadrare i conti pubblici, tutti si aspettavano un calo anche delle tasse universitarie.
Ma le cose sono andate in maniera diversa.
“Con due diverse verificazioni eseguite dalla Ragioneria generale dello Stato – spiega Giambelluca – è stato accertato uno sforamento pari all’1,331 per cento”.
E il Tar ha condannato l’università di Pavia a restituire gli importi non dovuti agli interessati.
“E’ una sentenza storica e rivoluzionaria per l’università italiana – commenta Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell’Udu – il Tar Milano ha sancito quello che noi ripetiamo da tempo: quel 20 per cento non è un parametro indicativo bensì vincolante, perchè tutela il diritto allo studio”.
Ma non solo.
“Questa sentenza – prosegue Orezzi – è un enorme argine verso l’innalzamento selvaggio delle tasse universitarie che sta diventando il peggiore ostacolo sociale per accedere al mondo accademico e rappresenta inoltre la risposta migliore a quanto scritto nella lettera di Berlusconi inviata all’Unione Europea, che ipotizzava un aumento selvaggio delle tasse per accedere all’Università “.
E’ uno dei 39 punti di domanda rivolti dalla Commissione al governo italiano prima che cadesse sotto i colpi inferti dai mercati.
L’Europa ha chiesto di sapere “in pratica, che cosa implica la frase “maggior spazio di manovra nello stabilire le tasse di iscrizione?”.
Secondo gli studenti, che hanno manifestato in piazza per mesi, “è un chiaro messaggio al nuovo governo Monti e al neo ministro Francesco Profumo: le tasse non solo non si possono più alzare, ma sono già ora troppo alte, tra le più alte d’Europa”. Chi ha orecchie per intendere intenda.
Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)
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Novembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
LA CASTA TAGLIA LA CASTA: SI INVOCANO DA PIU’ PARTI MISURE PIU’ STRINGENTI SULLE IMPOSTE
“Cari signor presidente, onorevole Harry Reid, onorevole John Boehner, vi scriviamo per chiedervi con urgenza di mettere il nostro paese davanti alla politica, per la salute fiscale della nostra nazione e per il benessere dei nostri concittadini vi chiediamo di aumentare le tasse sui redditi oltre il milione di dollari”.
Comincia così la lettera firmata da 138 milionari statunitensi e inviata al presidente Barack Obama e agli speaker dei due rami del Congresso.
“Il nostro paese è di fronte a una scelta — prosegue la lettera — . Possiamo pagare i nostri debiti e costruire per il futuro, oppure possiamo schivare le nostre responsabilità finanziarie e azzoppare il potenziale della nostra nazione”.
“Il nostro paese è stato buono con noi. Ci ha dato le fondamenta grazie a cui abbiamo potuto avere successo. Adesso vogliamo fare la nostra parte per rendere quelle fondamenta più solide in modo che altri possano avere il successo che abbiamo avuto noi. Per favore, fate la cosa giusta per il nostro paese. Aumentate le nostre tasse”.
Il gruppo, nominatosi Milionari Patriottici, tra ispirazione dalla iniziativa del multimilionario Warren Buffett che in estate, attraverso il New York Times aveva iniziato una campagna proprio per sostenere l’aumento di tasse per i più ricchi.
E al suo nome rimanda la cosiddetta Buffett Rule, uno dei tasselli del piano finanziario di Obama per spingere l’economia statunitense oltre gli scogli della crisi.
La Buffett Rule (Regola Buffett) prevede di estendere la pressione fiscale sui redditi oltre un milione di dollari per portarla, in proporzione, in linea con quella dei redditi della middle class. Buffett, che è stato consigliere di Obama durante la campagna presidenziale del 2008, ha più volte denunciato l’egoismo dei suoi concittadini più ricchi che approfittano largamente dei vantaggi fiscali di cui godono i guadagni sugli investimenti rispetto a quelli sui redditi.
Vantaggi fiscali, peraltro, consolidati tanto durante l’era Reagan quanto nei tre mandati dei Bush, padre e figlio, e mai intaccati in modo sostanziale dalle due amministrazioni Clinton.
I Milionari Patriottici, però, non si fermano alla firma della lettera.
Il loro sito raccoglie in pillole informazioni utili a sostenere la campagna per aumentare le tasse sui ricchi.
Informazioni che sembrano uscite da Occupy Wall Street: solo 375 mila cittadini americani, si apprende, hanno un reddito superiore al milione di dollari.
Tra il 1979 e il 2007, i redditi dell’1 per cento più ricco d’America sono cresciuti del 281 per cento.
O ancora: nel 1963 il tasso di imposizione fiscale massima sui milionari era del 91 per cento, nel 1976 del 60 per cento, oggi del 35 per cento.
Se i tagli fiscali che, sottolinea il sito, non sono mai stati pensati come permanenti, venissero aboliti per il 2 per cento più ricco della popolazione statunitense, nel giro di dieci anni il deficit verrebbe ridotto di 700 miliardi di dollari.
Allora, perchè non viene fatto?
La risposta dei Milionari Patriottici è semplice: “Il 44 per cento dei membri del Congresso è costituito da milionari”.
Un pezzo della casta che difende la sua ricchezza, dunque.
Ma anche una sapiente campagna mediatica per evitare che la rabbia della main street statunitense diventi puro e semplice odio contro i pochi ricchi che anche nella crisi sono riusciti ad aumentare la propria fortuna.
Joseph Zarlingo
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Novembre 21st, 2011 Riccardo Fucile
PROBABILE AUMENTO DI UNO O DUE PUNTI DELL’ALIQUOTA IVA DEL 21%…MA ANCHE QUELLA DEL 10% POTREBBE ESSERE TOCCATA
Più tasse sulle cose. Meno tasse sulle persone.
Un primo, “equo”, scambio potrebbe essere proprio questo.
Ovvero, aumentare l’Iva, ma diminuire l’Irpef. Alzando di uno o due punti l’aliquota ordinaria dell’imposta sui consumi, oggi al 21 per cento (e forse di uno anche l’aliquota ridotta del 10 per cento). In contropartita, ridurre i primi due scaglioni di Irpef al 22 e 26 per cento: un punto in meno dei livelli attuali.
Non proprio uno scambio alla pari, almeno per le famiglie italiane: 6,3 miliardi in più dagli scontrini, 4,2 miliardi in meno nelle dichiarazioni dei redditi, almeno secondo le proiezioni della Cgia di Mestre.
Ma di certo un segnale del percorso che il governo Monti intende seguire in ambito fiscale: graduale riduzione delle tasse sulle persone e sul lavoro (Irpef e Irap) “finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà “, ha detto il professore nel suo discorso alle Camere per la fiducia. In pratica, Iva e Ici.
Il paracadute Iva di certo porta rapidamente denari in cassa.
Ma deprime i consumi, accelera l’inflazione, erode il potere d’acquisto.
Senza contare l’incentivo all’evasione, già fortissima in questo campo (nell’area Ocse l’Italia fa meglio solo di Turchia e Messico nel rapporto tra gettito Iva effettivo e teorico).
E con una pressione fiscale che il Documento di economia e finanza (nella Nota aggiornata lo scorso settembre) stima pari al 43,9% nel 2013 – record in Europa – si tratta di una leva da azionare con cautela.
Un punto di Iva in più vale 4,2 miliardi annui (lo riporta la Relazione tecnica alla manovra d’agosto).
Se dunque l’aliquota ordinaria, che colpisce la quasi totalità dei beni di consumo, passasse dal 21 (livello appena rivisto all’insù di un punto proprio dalla manovra estiva) al 23 per cento, lo Stato incasserebbe ben 8,4 miliardi.
Di questi 6,3 verrebbero dalle tasche di 25 milioni di famiglie italiane.
Su cui graverebbe di nuovo l’Ici sulla prima casa (si chiamerà Imu, Imposta municipale unica) e la Res (nuova tassa comunale su Rifiuti e servizi).
Alla fine, ipotizza la Cgia, un esborso annuo medio di 483 euro a famiglia (ipotesi Imu al 6,6 per mille e Res al 2 per mille).
E 16 miliardi totali per le casse pubbliche.
Alzare anche l’aliquota Iva ridotta del 10 per cento è ancora più insidioso.
Intanto l’aumento di un punto vale “solo” 854 milioni all’anno.
Ma si abbatte su alcuni beni alimentari di base (carne, pesce, uova, acqua, frutta e verdura, pasticceria), alberghi, bar, ristoranti, farmaci, trasporti, spettacoli, elettricità , gas, telefono.
Carne viva.
La Banca d’Italia, rielaborando i dati Istat sui consumi e la spesa delle famiglie italiane, avverte che gli effetti redistributivi di eventuali inasprimenti dell’Iva non sono omogenei: “L’aumento dell’aliquota ordinaria incide maggiormente sulle famiglie con redditi più elevati. Quello delle aliquote ridotte incide significativamente sulle famiglie in condizioni economiche meno favorevoli”.
Nel primo caso, il rialzo di un punto (ad esempio dal 21 al 22 per cento) pesa sul 21 per cento della spesa delle famiglie del primo decile (le più povere) e sul 36 per cento per il decile più alto (le più ricche).
Al contrario, nel secondo caso (Iva dal 10 all’11 per cento) la quota di spesa interessata è il 26 per cento dei meno abbienti e il 21 per cento dei benestanti.
Coniugare rigore, crescita ed equità – il leit motiv del governo Monti – è anche considerare questi rapporti.
E incidere su evasione, elusioni, frodi carosello.
Che rendono l’Iva (95 miliardi di entrate nel 2010, il 6 per cento del Pil) un’imposta soggetta a “degrado” del gettito.
Nel 2006, secondo uno studio della Commissione europea, il gettito effettivo dell’Iva italiana era del 22 per cento inferiore a quello teorico, contro il 12 del complesso dell’Ue.
Un triste primato.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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