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VOTATE IL SONDAGGIO: CHE GIUDIZIO ESPRIMETE SUL GOVERNO MONTI?

Novembre 21st, 2011 Riccardo Fucile

IN QUESTA FASE ERA UN ESECUTIVO NECESSARIO PER LA GRAVE SITUAZIONE ECONOMICA DETERMINATASI NEL NOSTRO PAESE? O ERA PREFERIBILE ANDARE SUBITO AL VOTO? SI STA MUOVENDO IN MODO POSITIVO O NEGATIVO?

Vi segnaliamo che nella colonna sinistra del sito abbiamo lanciato un nuovo sondaggio in merito al giudizio che ritenete di dare sul governo Monti.
Abbiamo pensato di porre quattro possibili risposte, anche sulla base degli orientamenti che stanno facendosi largo nell’opinione pubblica.
Necessario, in quanto siamo di fronte ad una situazione economica molto grave che necessita sia di uno dei massimi esperti mondiali di economia che di un governo di larghe intese, se pur transitorio.
Un esecutivo di tecnici che sappia far decantare l’aspro confronto politico e al tempo stesso abbia il coraggio di imporre misure impopolari ma necessarie per far rientrare l’Italia negli equilibri economici europei.
Non dimenticando che la figura di Monti pone fine al processo di emarginazione e di scarsa credibilità  della leadership italiana in Europa.
Meglio le elezioni, in quanto avrebbero portato a una miglior chiarimento dei rapporti di forza parlamentari, pur correndo l’Italia il rischio che i mercati non avrebbero apprezzato e avremmo quindi corso il serio pericolo di default.
E pur tenendo presente che si sarebbe andati a votare con l’attuale sistema elettorale che non garantisce una maggioranza ampia e/o certa al Senato, soprattutto alla luce di tre raggruppamenti elettorali.
Negativo, in quanto la presenza di soli tecnici appoggiati da un vasto arco parlamentare e il programma che presumete andranno ad adottare non sono idonei a traghettarci verso l’uscita dalla crisi.
Positivo, in quanto per le ragioni opposte pensate invece che sia stata la scelta migliore, con competenze tecniche tali da saper coniugare equità , rigore e risanamento dei conti, proprio per la mancata presenza di politici incapaci di operare, per interessi di partito, scelte impopolari.
Non vi resta che indicare quale risposta sia quella più vicina al vostro pensiero.
Il sistema permette di votare una sola volta, al fine di rendere più attendibile il sondaggio.

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PENSIONI, PRONTA LA RIFORMA: “CONTRIBUTIVO” PER TUTTI

Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

PREVISTA UNA “FASCIA DI FLESSIBILITA'” TRA 63 E 70 ANNI… NEI PIANI ANCHE IL RITORNO ALLA TASSA SULLA PRIMA CASA… PATRIMONIALE DA DEFINIRE

«Pagherà  di più chi finora ha dato meno». E le misure contenenti i sacrifici per rimanere nell’euro saranno all’interno di un «pacchetto organico», un unico provvedimento dentro al quale albergheranno sia il bastone che la carota.
Così sarà  più facile farle approvare.
Lo ha ammesso il presidente del Consiglio Mario Monti durante la conferenza stampa dopo il discorso alla Camera.
Le misure potrebbero arrivare già  entro tre giorni in occasione del primo Consiglio dei ministri di lunedì.
Con insistenza si parla del decollo della riforma delle pensioni, secondo il modello da tempo sostenuto dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero: contributivo pro rata per tutti (cioè d’ora in poi), sostanziale abolizione delle pensioni di anzianità  con aumento dell’età  minima a 62-63 anni, fascia di flessibilità  fino a 69-70 anni con disincentivi sotto i 65 anni e, oltre questa soglia, bonus automatici e progressivi per invogliare i lavoratori a rimanere. Potrebbe scattare anche un contributo di solidarietà  per le pensioni alte oltre i centomila euro netti all’anno.
Per escludere da questa nuova griglia i lavoratori con 40 anni di anzianità , c’è una precisa richiesta della Cgil e del Pd.
Sicuramente verrà  anche uniformata verso una aliquota unica del 33% la giungla dei contributi (quella dei parlamentari, per esempio, è dell’8,6%). Monti ieri non ha specificato se saranno decreti o disegni di legge ma di sicuro si entrerà  nel vivo dei sacrifici e degli stimoli da varare, finora semplicemente delineati secondo principi generali nei discorsi che il premier ha fatto alla Camera e al Senato.
«Si inizierà  a parlare anche dei provvedimenti e non solo dei criteri, poi si entrerà  nel dettaglio – ha precisato il ministro Fornero – e su questo bisognerà  metterci la faccia, sperando che non ce la massacriate».
Una frase significativa che anticipa più di altre indiscrezioni che i sacrifici chiesti dal governo saranno pesanti.
Lo schema di intervento resta più o meno lo stesso: oltre alle pensioni la reintroduzione della tassa sulla prima casa con aliquote progressive a seconda del numero di appartamenti posseduti, lo spostamento della tassazione da lavoro a imprese verso consumi e proprietà , la riforma degli ammortizzatori sociali per avviare l’introduzione di un nuovo contratto unico, una revisione degli ordini professionali, e una riforma delle authority per aumentare la concorrenza.
Dentro questo perimetro di intervento c’è l’aumento di uno o due punti dell’Iva sui consumi (ogni punto percentuale vale 4,2 miliardi di euro), una patrimoniale sulle ricchezze il cui peso è ancora tutto da definire.
Così come il ritorno dell’Ici che comunque si chiamerà  Imu (imposta municipale unica) in ossequio agli ultimi decreti sul federalismo fiscale.
Se l’aliquota di imposta corrisponderà  alla vecchia, cioè il 3 per mille, il totale varrà  3,5 miliardi di euro.
Se invece sarà  del 6,6 per mille come era stato indicato nella bozza dell’ultimo decreto scritto in ottobre (che comprendeva anche le tasse sui rifiuti e altri balzelli comunali) l’aliquota sale al 6,6 per mille con un incasso di circa 8 miliardi di euro.
Sempre che non vengano rivisti gli estimi catastali fermi da una quindicina d’anni. In questo caso la cifra sarebbe molto superiore.
La Cgia degli artigiani di Mestre, con la consueta solerzia, ha calcolato quanto potrebbero pesare sulle famiglie italiane i primi interventi su Ici e Iva (secondo le diverse ipotesi) stemperati da una riduzione Irpef di un punto percentuale nei primi due scaglioni di reddito (valore 4,2 miliardi di euro, intervento possibile secondo alcune indiscrezioni): si va da un aggravio minimo medio di 97 euro a un massimo di 483 all’anno.

Roberto Bagnoli
(da “Il Corriere della Sera”)

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IN NOME DEL PAPA LETTA

Novembre 19th, 2011 Riccardo Fucile

GIANNI ELOGIATO DA MONTI COME SALVATORE DELLA PATRIA BENEDICE LA CAMERA, IL NIPOTE ENRICO SI OFFRE AL PREMIER

Vedendoli tutti e due protagonisti, alla Camera, proprio ieri, uno morigeratamente calvo, e l’altro soavemente cotonato.
Vedendoli entrambi in scena, uno in tribuna e l’altro in platea, era impossibile non osservare il cambio di epoca che stiamo vivendo: si passa dal governo del Bunga Bunga al governo del Letta-Letta.
Quello che sta accendendo i motori è un governo che gira con un hardware tecnocratico (il programma di tagli e riforme ancora parzialmente coperto) e con un software postdemocristiano (il sapere antico e raffinatissimo, che ha permesso lo sbullonamento della vecchia maggioranza grazie al risveglio dei guerrieri di terracotta dello scudocrociato in sonno nel Pdl).
Sta di fatto che il governo Monti fonda la sua solidità  sull’inchiavardatura bipartisan fornita dai due padrini e garanti, a destra e a sinistra: da un lato il delegato all’amministrazione delle cose di governo di Bersani, Enrico, e dall’altro quello di Berlusconi , Gianni.
Oppure: il Letta-di-sopra (in questo caso Gianni) e il Letta-di-sotto (Enrico) così denominati per la geometria che hanno disegnato in Aula ieri: il primo sul loggione, l’altro sotto il livello degli scranni ministeriali, immortalato dalla salvifica perizia del fotografo che ci ha restituito il testo integrale del cruciale bigliettino inviato al premier.
Le sedute parlamentari hanno questo di bello: prima o poi ti restituiscono sempre una immagine-verità .
Ieri, il cortocircuito simbolico che ha fotografato l’alchimia costitutiva del nuovo governo, era racchiuso da questa iconografia quasi euclidea (un triangolo isoscele Letta-Monti-Letta) e da due problemi politici: il primo è quello che quel bigliettino del Letta-di-sotto a Monti ha documentato demolendo le barriere architettoniche del “retroscena”.
Il secondo è quello che le parole mielose del presidente incaricato dedicate all’eminenza azzurrina hanno rivelato, rendendo intuibili le ragioni di un salamelecco così solenne.
Da un lato le apprensioni del Pd, dall’altro le necessità  di rassicurazione del Pdl.
Così occorre partire dal testo, quasi poetico, del Letta-di sotto nel suo pizzino a Monti: “Mario
quando vuoi, dimmi forme e modi con cui posso esserti utile dall’esterno. Sia ufficialmente (Bersani mi chiede per es. di interagire sulla questione dei vice), sia riservatamente. Per ora mi sembra tutto un miracolo! E allora i miracoli esistono! Enrico”.
Enrico Letta è una persona civile, perbene, e anche simpatica.
Quindi l’entusiasmo di questo messaggio neofitico non è una finzione, ma un sentimento di autentico trasporto.
Mentre la rassicurazione richiesta a Monti è insieme la spia di un malessere e del limite strutturale del nuovo esecutivo: nel cielo iperuranio ci sono i ministri tecnici, con il loro modo di fare “marziano” e la loro autonomia (anche troppa vista la gaffe del neoministro Clini sul nucleare).
Nelle stive della nave, invece, c’è il corpaccione dei parlamentari commissariati, che devono assicurare il consenso pressochè unanime, ma che vanno coinvolti.
In mezzo non c’è ancora nulla.
Così il problema di queste ore, è questo: l’asse Letta-Letta deve garantire la solidità  dei corpi celesti intermedi, sottosegretari e viceministri, i “Vice”, appunto.
Ovvero gli unici che possono impedire il distacco fra il cielo iperuranio del governo, e il girone infernale dei peones e dei politici di rango, declassati a portatori d’acqua.
Il secondo problema politico è il coinvolgimento del Pdl.
Ed era fin troppo evidente nelle parole dedicate da Monti al Letta-di-sopra: “Sia ieri che oggi una persona che so essere molto rispettata da tutti mi ha usato la cortesia di essere presente in tribuna. Mi riferisco al dottor Gianni Letta”.
L’aula applaude a lungo, più di quanto abbia fatto sul ringraziamento a Berlusconi.
Monti fa addirittura un cenno di saluto verso la tribuna: “Letta ha ricevuto in questi giorni apprezzamenti più elevati del mio, ma mi permetto di associarmi a queste espressioni”.
Se l’impalpabile atmosfera pre-inciucista aveva bisogno di un segno di distensione fra gli eserciti, quel gesto lo era.
Il secondo, poi, è stato clamoroso. Appena inizia il voto Berlusconi si alza. Si avvicina quasi di soppiatto ai banchi di governo. Stringe la mano al primo ministro della fila. Poi al secondo. Al terzo. Quindi a Passera, subito dopo a tutti quelli della seconda fila. E infine a Monti.
Era lo stesso Berlusconi che diceva: “Stacco la spina quando voglio?”.
Ieri Letta ha cambiato l’umore del leader, e Monti lo ha risarcito dell’ombra dell’inchiesta dei farmaci Menarini che forse lo ha fermato sulla soglia dell’esecutivo.
Un supporter del governissimo, Bruno Tabacci, ricorda la chicca di un precedente storico dimenticato: “Nel 1982 doveva iniziare il cammino del governo-mai-nato di Marcora. Il governo ‘modernizzatore’, un altro parto di origine varesina.
Lo sai chi erano i giovani sostegni di quel governo? Baldassarri. Poi il sottoscritto. E quindi un giovane di sicuro avvenire: Monti”.
Poco distante, in un altro capannello, uno dei più lucidi analisti del Transatlantico, il piddino (ma anche lui ex Dc) Gigi Meduri, cesella una ipotesi: “Pensateci: se il Gianni-di sopra — dice alzando gli occhi al cielo — fosse il prossimo senatore a vita nominato, il governo avrebbe vita più facile”.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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PDL E LEGA IN CONFUSIONE MENTALE: SU MONTI TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO

Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

DA “DEMOCRAZIA SOSPESA” A “BUONA PARTENZA”… DA UN GOVERNO “LACRIME E SANGUE” DA CACCIARE E UNO CHE “MERITA ATTENZIONE”… NELLE CONTRASTANTI DICHIARAZIONI DI BERLUSCONI E DELLA LEGA IL SEGNO DELLA PROFONDA CRISI DELLA BECERODESTRA

Sì dal Pdl e no dalla Lega. In apparenza tutto chiaro e semplice, ma le cose stanno davvero così?
A leggere la girandola di dichiarazioni che hanno fatto da sfondo all’insediamento del governo di Mario Monti farsi venire qualche dubbio è più che legittimo.
Per capire davvero la posizione della ex-coalizione di governo occorre infatti leggere, anche tra le righe, le tante esternazioni arrivate da Silvio Berlusconi e dagli stati maggiori del Carroccio.
E il quadro che emerge è decisamente più articolato e movimentato.
Quanto ripetuto in queste ore dall’ex presidente del Consiglio ha in apparenza dello schizofrenico.
Da un lato il governo Monti rappresenta una “sospensione della democrazia”, dall’altro “ha iniziato bene”.
Da un lato durerà  solo il tempo concesso dal Pdl perchè “possiamo staccare la spina quando vogliamo” (espressione poi smentita da Berlusconi, ma che nella sostanza era stata illustrata dallo stesso segretario Alfano in occasione delle consultazioni con Napolitano), dall’altro “opererà  in maniera tale da essere utile al Paese per tutto il tempo che rimane”.
Contraddizioni che segnalano le difficoltà  in cui si dibatte il Cavaliere, stretto dal desiderio di apparire un politico responsabile, ma allo stesso tempo intimamente proiettato verso una nuova campagna elettorale in grado di cancellare con i suoi toni urlati una legislatura trascorsa, tra problemi politici, economici, giudiziari e privati, come un autentico calvario.
Un desiderio di correre al voto che si scontra però con la consapevolezza che accelerare troppo i tempi rischia di spingere gli ex-malpancisti del Pdl dritti dritti nelle braccia di Casini.
Uno scenario che Umberto Bossi non si nasconde.
Mario Monti? “Durerà  – dice il Senatur – fino a quando faranno il partito dietro di lui”.
E non c’è nessun dubbio che quel “faranno” sia riferito a Casini e Fini, pronti ad attingere a piene mani tra gli ex Dc del Popolo della Libertà .
“Sì – dice ancora il leader della Lega – (Monti, ndr) l’hanno messo loro lì”.
Berlusconi sa quindi che il tempo rischia di lavorare contro di lui, ma in questo momento non è in grado di forzare la mano e in pubblico ostenta quindi lealtà  verso Monti e un inedito spirito repubblicano.
Paradossalmente all’interno della Lega la situazione è però esattamente speculare.
Anche nel Carroccio covano infatti da tempo tensioni scissionistiche.
Così per un Bossi che parlando del neo presidente del Consiglio dice “lo cacceranno quando la gente si incazzera”, lo scalpitante Roberto Maroni appare molto più cauto.
“Mi aspetto da Monti che faccia una cosa che non siamo riusciti a fare per l’opposizione del ministro dell’Economia: se rivede il patto di stabilità  per far spendere soldi ai Comuni virtuosi, noi voteremo sì”.
E per un Roberto Calderoli che inveisce a più riprese contro il Professore, concludendo con la chicca “mi aspettavo lacrime e sangue, non mi aspettavo che ci fregassero anche il fazzoletto”, Flavio Tosi si spinge pesino più in là  di Maroni: “Se Monti propone misure condivisibili nulla vieta che le si possa sostenere senza alcun problema”, dice il sindaco di Verona, aggiungendo quella che sembra essere una pietra tombale sulla possibilità  di una ricucitura con il Pdl.
“Per esempio una patrimoniale sui grandi patrimoni sarebbe – sottolinea – di assoluto buonsenso, piuttosto che colpire in modo generico le famiglie o i Comuni come ha fatto anche Berlusconi”.
Come avrebbe detto Mao, “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Resta solo da capire per chi.

(da “La Repubblica”)

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LA RICETTA CHE SERVE AL PAESE E LA DISCONTINUITA’ DI MONTI

Novembre 18th, 2011 Riccardo Fucile

PER LA PRIMA VOLTA E’ STATO DELINEATO UN DISEGNO ORGANICO, CON PRIORITA’ E STRATEGIA A LUNGO TERMINE…UN “GOVERNO DI IMPEGNO NAZIONALE” CHE COINVOLGA GLI ITALIANI TUTTI

Molte delle cose sentite enunciare da Mario Monti negli ultimi dodici anni le avevamo già  ascoltate da Berlusconi e da Prodi: la promessa di abbassare le aliquote, ad esempio, è stata la parola d’ordine di tutti i governi di centro-destra, mentre la formula trinitaria «rigore-crescita-equità » è stata il leit motiv dell’ultimo governo di centro-sinistra.
La novità  del discorso di Monti è un’altra.
La novità  sta nell’assemblaggio, ben più che negli ingredienti.
Quel che Monti ci ha offerto è una visione dei problemi della società  italiana al tempo stesso scontata e nuovissima.
Scontata perchè, come ha sottolineato egli stesso in un passaggio del suo discorso, le misure per uscire dalla crisi sono le stesse che «gli studi dei migliori centri di ricerca italiani» invocano da anni.
Nuovissima perchè mai, in nessun discorso dei precedenti presidenti del Consiglio, le priorità  del Paese sono state enunciate con altrettanta forza, e in un ordine così preciso.
In questo senso la discontinuità  c’è stata davvero, ed è stata una discontinuità  con tutti i governi dell’ultimo decennio, non solo con l’ultimo governo Berlusconi.
Qual è il nucleo di tale discontinuità ?
Qual è l’idea forte, non ovvia, del governo cui il Parlamento si appresta ad accordare la fiducia?
Ognuno di noi, è chiaro, non può che aver provato un moto di gioia, per non dire di felicità , al solo sentir enunciare credibilmente, alcune idee-chiave: responsabilità , promozione del merito, lotta contro i privilegi, riduzione dei costi della politica, valorizzazione del talento dei giovani e delle donne.
Però il punto cruciale, il punto che segna una vera svolta rispetto al passato, è la priorità  assegnata alle misure per la crescita.
Una priorità  basata su una amara, per non dire spietata, constatazione riguardo al passato: «l’assenza di crescita ha annullato i sacrifici fatti».
E al tempo stesso un messaggio di speranza, perchè non si limita ad annunciare nuovi sacrifici, ma ci chiama tutti a raccolta, per far sì che i sacrifici servano a migliorare la nostra vita e quella dei nostri figli.
Non a caso, cercando di definire il nuovo esecutivo, Mario Monti ha scelto l’espressione «Governo di impegno nazionale», a sottolineare il contributo attivo che spetterà  ad ognuno di noi.
Nel suo discorso di insediamento Monti ha detto in modo piuttosto chiaro che il problema del nostro enorme debito pubblico non lo risolveremo nè con una gigantesca imposta patrimoniale, nè con lo smantellamento dello Stato sociale, nè con la lotta all’evasione fiscale, ma adottando tutte le misure necessarie per modernizzare finalmente l’Italia e consentirle così di tornare a crescere.
E fra tali misure ha indicato non solo quelle che producono effetti nel periodo mediolungo, come le liberalizzazioni, ma anche l’unica misura che ha qualche possibilità  di produrre effetti significativi nel breve periodo: un significativo abbassamento delle aliquote che gravano sui produttori di ricchezza, ossia lavoratori e imprese.
L’idea centrale di Monti, in altre parole, pare essere quella di utilizzare sia i proventi della lotta all’evasione, sia i margini di manovra impliciti nella delega fiscale, per cambiare radicalmente la composizione del gettito: aliquote più basse su lavoratori e imprese, finanziate contrastando il sommerso e aumentando il prelievo su consumi e patrimoni.
Sottostante a tale idea vi è la convinzione che la montagna del debito pubblico italiano – quasi 2000 miliardi di euro – non possa essere seriamente intaccata imponendo anni e anni di lacrime e sangue ai contribuenti, ma solo chiamando le migliori energie del Paese a far crescere un’altra montagna, quella della ricchezza prodotta.
Tanto più che di tale ricchezza vi sarà  sempre più necessità , visto che il nostro Stato sociale è largamente incompleto, privo com’è di ammortizzatori sociali universali e di politiche contro la povertà  e la non autosufficienza.
«Vasto programma», avrebbe forse detto il generale De Gaulle.
Ma è precisamente quello di cui l’Italia ha bisogno.

Luca Ricolfi
(da “La Stampa“)

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IL WELFARE AL CAPOLINEA: LA STANGATA ARRIVA CON IL NUOVO ANNO

Novembre 17th, 2011 Riccardo Fucile

TRASPORTI PUBBLICI, SERVIZI SOCIALI E SANITA’: I TAGLI FARANNO SENTIRE I LORO EFFETTI…TRENI DEI PENDOLARI E BUS RISCHIANO IL BLOCCO, MOLTI BAMBINI RESTERANNO FUORI DALL’ASILO, L’ASSISTENZA TAGLIATA A NUMEROSI ANZIANI…LE PROIEZIONI DEGLI ENTI LOCALI NON INDUCONO ALL’OTTIMISMO

Manovra, maxiemendamenti, nuove richieste dell’Europa.
La cronaca rischia di farci dimenticare che la mannaia di Berlusconi e Tremonti ha già  tagliato sette miliardi di trasferimenti dallo Stato a Regioni, Province e Comuni per il 2012.
Questo vuol dire – secondo le stime degli amministratori locali – che tre settori-chiave del nostro welfare stanno per crollare
Frastornati da manovre e maxiemendamenti gli italiani non hanno la percezione della mannaia dei tagli già  decisi nel 2010 e 2011, ai quali vanno aggiunti i prossimi imposti dalla Unione europea.
Nel 2012, infatti, i trasferimenti dallo Stato a Regioni, Province e Comuni scenderanno di 7 miliardi di euro.
Tre i settori che rischiano il crollo: il trasporto pubblico locale, le politiche sociali e la sanità .
Partiamo dal trasporto pubblico locale.
Il Fondo nazionale passa da 2 miliardi e 55 milioni di euro nel 2010   a 400 milioni nel 2012.
Una parte di questi soldi, più di un miliardo di euro, venivano destinati ai contratti con Trenitalia per il trasporto ferroviario regionale.
Il 10 novembre scorso l’amministratore delegato di Fs Mauro Moretti ha lanciato l’allarme: “Dal primo gennaio del 2012 saremo costretti a chiudere il servizio regionale, visto che il miliardo e mezzo di tagli non sono stati nemmeno compensati con la legge di stabilità “.
Una dèbacle che rischia di lasciare a piedi le centinaia di migliaia di pendolari che tutte le mattine prendono il treno per raggiungere il posto di lavoro.
“Chiederemo alle Regioni se hanno la copertura per i servizi, altrimenti non sappiamo come fare — afferma Moretti — io ho un contratto e con quello faccio un certo numero di servizi. Se i soldi non ci sono, non so cosa fare, così non ho neanche i soldi per pagare gli stipendi”.
Ma non sono solo i treni regionali a rischiare il blocco. Anche il trasporto su “gomma”, vale a dire bus urbani, metropolitane e linee di pullman regionali, è sull’orlo del collasso. “Alla fine del primo trimestre del 2012 i fondi saranno esauriti e scoppierà  il caos”, annuncia Luca Ceccobao, assessore ai Trasporti della Regione Toscana.
Secondo gli esperti, il trasporto pubblico locale “vale” più sei miliardi di euro.
Un taglio di un miliardo e mezzo rappresenta una terapia mortale.
Cosa possono fare Regioni e Comuni per trovare una soluzione?
Potrebbero aumentare il costo dei biglietti, che oggi coprono in media il 25 per cento delle entrate delle aziende di trasporto, ma non risolverebbero il problema.
L’altra strada e quella di raschiare il fondo del barile dei bilanci regionali e comunali tagliando nel contempo altri servizi.
Una politica suicida.
Nelle settimane scorse la Conferenza delle Regioni e il governo avevano concordato un tavolo tecnico per affrontare la situazione.
Il tavolo non si è mai riunito. In quegli stessi giorni il ministro Raffaele Fitto aveva promesso: “I fondi sono stati inseriti nel maxiemendamento alla manovra”.
Bugie ed ancora bugie. Intanto la Irisbus Fiat, l’unica fabbrica di bus in Italia, sta chiudendo i battenti per mancanza di commesse pubbliche. Settecento lavoratori andranno presto a casa.
Pessime prospettive anche per i dipendenti delle aziende di trasporto: in caso di default molti rischiano il posto di lavoro ma per loro non esistono ammortizzatori sociali.
Politiche sociali.
Per avere una chiara visione delle prospettive future bastano pochi numeri.
Nel 2010 la spesa sociale ha raggiunto i 7 miliardi e 300 milioni.
Nel frattempo i trasferimenti da parte dello Stato sono passati da 1 miliardo e 400 milioni nel 2008 ai 211 milioni nel 2011.
Tra l’altro il governo ha azzerato il fondo per la non autosufficienza e non sono previsti soldi per il 2012.
Stessa sorte per i fondi destinati alle pari opportunità  e al disagio giovanile.
A cosa servono i fondi per le politiche sociali?
Ancora pochi numeri per capire. 260mila bambini accolti negli asili nido e nei servizi per la prima infanzia. 40mila nuclei familiari e oltre un milione di persone seguite dai servizi sociali. 90mila disabili assistiti a domicilio. 400mila anziani assistiti a domicilio. 280mila interventi in aiuto a persone appartenenti a fasce di disagio sociale.
Le conseguenze dei tagli sono facilmente immaginabili. “Sono tagli nella carne viva — afferma Lorena Rambaudi assessore regionale alle Politiche sociali della Liguria e coordinatrice nazionale del settore — e tutto questo mentre aumentano gli anziani e tra di loro quelli non autosufficienti.
Le prospettive sono catastrofiche: 50mila anziani perderanno il diritto all’assistenza, 20mila nuovi nati non avranno la possibilità  di entrare nei nidi d’infanzia.
Nel 2012 le risorse saranno dimezzate, non solo per la mancanza dei finanziamenti nazionali, ma per i pesanti tagli effettuati ai bilanci regionali e comunali.
Dal 2010 — conclude — per Regioni e Comuni i tagli hanno raggiunto i 10 miliardi a cui si aggiungono quelli dei ministeri che vengono destinati a spese finalizzate ai servizi sociali ed altri interventi come ad esempio il sostegno agli affitti”.
E intanto cresce la spesa privata per l’assistenza: le famiglie italiane hanno speso nel 2010 9 miliardi di euro per pagare le 800mila badanti con regolare permesso di soggiorno. Nessuno ha idea di quante siano quelle irregolari e quanto pesino sui bilanci familiari.
La sanità  pubblica.
“La manovra non toccherà  la sanità  pubblica”, parola del ministro della Salute Fazio.
Lo stesso si è dovuto ricredere dopo pochi mesi: “I fondi sono chiaramente sottostimati”. Il governo ha cominciato con i tagli lineari decisi nel 2010 dal ministro Tremonti: tre miliardi e mezzo dal 2011 al 2014.
Poi il cielo sembra rassenerarsi con l’accordo per il riparto del Fondo sanitario nazionale per il 2011 e per i tre anni successivi. I finanziamenti verranno incrementati del 3 per cento ogni anno. Balle.
Arriva la manovra finanziaria del 2011 e l’accordo non viene rispettato: due miliardi e mezzo di tagli nel 2013 e 5 miliardi e 450 milioni nel 2014.
Ma non basta: l’incremento dello 0.5 per cento nel 2013 e dell’1.4 per il 2014 non copre nemmeno l’inflazione.
Che le cose si stessero mettendo male si era capito nel giugno del 2011 quando Tremonti aveva annunciato che non c’erano più soldi per evitare l’introduzione dei ticket. In sostanza una truffa a danno delle Regioni costrette a recuperare 400 milioni di euro entro la fine del 2011.
Ecco la storia di questo pasticcio epocale.
Nel 2009 governo e Regioni firmano il Patto per la salute e, per evitare nuovi ticket sulle visite specialistiche, il ministero stanzia 860 milioni l’anno da versare nelle casse regionali.
A giugno del 2011 cambia tutto: non ci sono più soldi, l’aumento dei ticket diventa automatico: 10 euro in più per le visite specialistiche ed altrettanti per gli esami diagnostici, in più 25 euro per chi entra al pronto soccorso e viene classificato “codice bianco”.
Alla notizia tutti i presidenti delle Regioni protestano.
Tremonti fa orecchio da mercante.
Alla fine le Regioni si adattano, in caso contrario, come dice il governatore della Lombardia Roberto Formigoni, “c’è il rischio di essere accusati di danno erariale”.
Nel frattempo cinque Regioni (Lazio, Molise, Campania, Puglia e Calabria) sono alle prese con i piani di rientro del deficit sanitario accumulato negli anni.
Un altro salasso per cittadini che devono sobbarcarsi l’aumento costante delle tasse regionali.
E l’assistenza? Con il blocco del turn over nel pubblico impiego, medici, infermieri, tecnici e ausiliari che vanno in pensione non vengono sostituiti.
Particolarmente pesante la situazione in uno dei settori vitali della sanità  pubblica. Se le cose non cambiano, gli anestesisti e i rianimatori in servizio non riusciranno a coprire tutti gli interventi in camera operatoria.

(da “La Repubblica“)

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SOLO MINISTRI TECNICI PER IL SENATORE: NON PASSA IL TANDEM AMATO-LETTA

Novembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

BERSANI CHIAMA LETTA: “MI SPIACE, MA NON E’ NIENTE DI PERSONALE”

Mario Monti incassa la sua prima delusione.
Non è bastato l’intervento deciso del Quirinale, nè è servito il vertice segreto di lunedì sera, in un’abitazione privata al centro di Roma, che ha visto seduti nello stesso salotto Pier Luigi Bersani, Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini.
Alla fine, se la notte appena passata non porterà  consiglio, il Professore dovrà  rassegnarsi: il suo sarà  un governo composto esclusivamente di tecnici.
Nelle ultime 48 ore lo scontro si concentra tutto su questo punto.
Ed è anche il cuore di una telefonata tra il leader democratico e il sottosegretario uscente.
Del resto che il veto del Pd su Gianni Letta fosse insormontabile Monti lo comprende già  dalla mattina, ricevendo la delegazione democratica a palazzo Giustiniani.
Il Professore annuncia: «Avrei intenzione di chiamare Giuliano Amato alla Farnesina».
Ergo servirà  inserire Gianni Letta nella squadra per far digerire al Pdl l’ex premier socialista.
Casini, la sera precedente, aveva usato con Bersani e Alfano argomenti simili: «Amato gli serve. Mettere agli Esteri un diplomatico, seppure di prestigio come Terzi di Sant’Agata, lascia Monti scoperto sul piano politico. Quando vai a incontrare uno come Alain Juppè, che è stato primo ministro, serve un altro personaggio di caratura simile».
Ma l’argomento non fa breccia nel Pd.
«Amato va bene – spiega Bersani a Monti –, se questa è la sua scelta faccia pure. Ma non può essere messo in carico a noi, non si può usare Amato come il bilancino. E comunque è meglio se lei non inserisca politici nel governo: l’importante adesso è fare presto, è rischioso andarsi a infilare in questo ginepraio».
Bersani, quando più tardi racconterà  ai suoi dell’incontro con il presidente incaricato, si mostrerà  sempre inflessibile su questo punto: «A Monti ho detto che deve star tranquillo, deve andare avanti. Ma l’ho messo in guardia: se lei insiste con questa storia dei politici, il Pdl ne chiede uno, noi un altro, Casini un altro ancora e alla fine le viene giù tutto il condominio».
Insomma, la preoccupazione è che il tentativo Monti fallisca, mentre i democratici «non vogliono elezioni, vogliono servire Monti al meglio fino al 2013».
Secondo Bersani nemmeno nel Pdl ci sarebbe poi tutto questo entusiasmo nel chiedere che Gianni Letta venga nominato ministro.
Il segretario del Pd ne è convinto e lo dice anche a Monti: «Lei deve capire che non è tanto il centrodestra che sostiene Letta, ma sono altri mondi. Io ho parlato con Alfano e se lei gli chiede di indicare uno del Pdl si dispera: è circondato da ex ministri che sgomitano per essere riconfermati».
E tuttavia Monti non demorde.
Sale al Quirinale all’ora di pranzo e aggiorna Napolitano sullo stallo. Intravede spiragli e chiede: «Presidente, vorrei provarci ancora ad avere Letta in squadra in tandem con Giuliano Amato».
Supplemento di trattativa accordato dal Quirinale, fissando comunque il termine ultimo a questa mattina per la lista definitiva, e il pomeriggio per il giuramento. Anche per Napolitano infatti la linea è di ricercare e sostenere «ogni soluzione che rafforzi, politicamente e operativamente, la nascita del governo».
Nella notte Monti dovrà  anche incrociare definitivamente nomi e caselle degli undici ministri, visto che il dodicesimo, quello dell’economia, ha comunicato al capo dello Stato di volerlo tenere per sè.
E potrebbe scapparci qualche «sorpresa» rispetto ai nomi circolati. Il presidente della Repubblica, prima della colazione con il premier incaricato, sonda in prima persona anche Bersani, ricevuto nel suo studio.
Il segretario insiste sulla «discontinuità », teme contraccolpi nel partito o con l’Idv.
In fondo però, gli viene fatto notare, Letta non è neanche iscritto al Pdl e ha ricoperto solo un ruolo istituzionale.
Un profilo che si concilia con un governo «tecnico», così come sarebbe per Amato. Monti dunque tratta ancora, con il mandato però a non forzare a tutti i costi.
Eppure il tentativo appare al limite dell’impossibile.
Viene respinta dal Pdl l’offerta di nominare Letta ministro dei rapporti con il Parlamento. Berlusconi semmai lo vorrebbe alla Giustizia.
Ma soprattutto sembra distante dalla trattativa. Ancora con la testa ovattata dopo la botta delle dimissioni.
L’opposizione che Amato trova nel Pdl rende anche più difficile l’inserimento di Letta. Basta un dettaglio.
Quando Monti riceve Alfano, Cicchitto e Gasparri, si sente fare questo discorso: «Caro Professore, con Amato il suo governo nascerebbe troppo sbilanciato a sinistra. O convince il Pd su Letta oppure niente».
Per rafforzare il concetto vengono persino squadernati sulla scrivania alcuni editoriali di Monti molto critici verso il governo Berlusconi: «Vede Professore, già  lei non è stato troppo tenero con noi e ora vuole anche mettere Amato? ».
Monti obietta: «Se aveste con voi la collezione del Corriere trovereste articoli ugualmente critici verso Prodi».
Ma la discussione finisce lì.
La fotografia dell’impasse viene scatta nel pomeriggio a Montecitorio.
Nello studio di Fini si trovano Gianni Letta, Casini e Alfano.
Parte una telefonata in viva voce con Bersani.
Dal segretario Pd Letta apprende che non c’è «niente di personale» contro di lui.
Ma la scelta è fatta.

Francesco Bei e Umberto Rosso
(da “La Repubblica“)

argomento: economia, emergenza, governo, Monti | Commenta »

DI BIAGIO (FLI) DENUNCIA: “UN COMITATO D’AFFARI GESTISCE L’ITALIA”. I TANTI LAVITOLA DEL GOVERNO BERLUSCONI

Novembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

IL LEGAME TRA POLITICA E MALAFFARE: “UN ESEMPIO? LA DISMISSIONE DELLA TIRRENIA, LE IMPRESE CON A CAPO PERSONAGGI RICONDUCIBILI A DEPUTATI VICINI A BERLUSCONI”

È la denuncia di Aldo Di Biagio deputato di Fli, una delle vittime ribellatesi al metodo Verdini del “dimmi cinque cose che desideri” a cui in cambio della fiducia al governo è stato anche consigliato di farsi una Fondazione dove avrebbero fatto arrivare soldi di Finmeccanica: “Non hanno cancellato l’Ice per sbaglio, altro che crisi, lo hanno fatto perchè non serviva più un Istituto per il Commercio Estero, anzi era ingombrante, tanto a chiudere i contratti per il Sudamerica c’era Lavitola che non accompagna il ministro Frattini e il premier per piacer suo, e per l’Est Europa altri faccendieri”.
Ma il ministro Paolo Romani aveva annunciato di voler fare un passo indietro sulla cancellazione dell’Ice trasformandolo in Ace.
Sì, Romani stava lavorando per inserire nel decreto Sviluppo la creazione dell’Ace, una nuova Agenzia per il commercio estero, che di fatto spogliava l’Ice di tutte le sue funzioni. E pare che avesse già  pronta la nomina a Direttore generale per la sua cara amica Francesca Esposito che ha ottenuto un contratto da 150 mila euro l’anno in qualità  di portavoce e capo della sua segreteria tecnica. Stipendio, considerato, evidentemente misero, visto che pochi giorni prima della caduta del governo ha cercato di ottenere un aumento.
Chi sarebbero i Lavitola che gestiscono i contratti nell’Est Europa?
In Russia sicuramente il Console Onorario Pierpaolo Lodigiani che risponde all’onorevole del Pdl Valentino Valentini, in pratica l’ombra di Berlusconi.
In base a cosa lo afferma?
Ho partecipato in qualità  di capo missione a Krasnodar alla Missione Sistema Italia in Russia. Mentre io partecipavo ai tavoli tematici e incontravo le delegazioni, i contratti li chiudeva Pierpaolo Lodigiani su ordine dell’onorevole Valentino Valentini in qualità  di consigliere internazionale dell’ex premier o come lo definisce l’ambasciatore Spogli — nel sito di Assange — “l’intermediario d’affari di Berlusconi in Russia”, socio del console onorario Lodigiani. La missione in Russia, dal 5 al 9 aprile 2009, a cui ha partecipato tutto l’apparato: banche, camere di commercio, ministeri, è costata al Paese diversi milioni di euro, ma si è conclusa con contratti di Eni e Finmeccanica, mentre le migliaia di imprese italiane sono tornate a mani vuote.
Ma in cosa consisterebbe il vantaggio per Berlusconi se i contratti li ha chiusi Eni e Finmeccanica?
Ai contratti chiusi dall’Eni vi partecipa una serie di società  offshore di cui, ovviamente, si ignorano i proprietari e i beneficiari dei beni. Non credo sia difficile intuire i loro nomi. Chiediamoci: quale vantaggio ha portato al mercato italiano l’ingresso di Gazprom? Quali benefici ne hanno ricevuto consumatori e le imprese? Altro che interesse nazionale. Guardi la Missione in Russia è stata mortificante. Tutto quello che si svolgeva ufficialmente era di facciata, chi era lì per fare affari li faceva in separata sede poi se ne andava. Anche la presenza delle imprese è stata di facciata e gli imprenditori lo hanno capito e se ne sono lamentati fortemente. Avreste dovuto vedere come il Console Onorario Lodigiani si rivolgeva al governatore di Krasnodar, lo trattava come fosse un suo dipendente. Quando arrivammo a Mosca partecipammo alla visita al Cremlino con una delegazione di imprenditori, c’era anche Scajola che ai tempi era ministro dello Sviluppo economico, il presidente di Finmeccanica Guarguaglini e restai colpito dall’atteggiamento di Paolo Scaroni che è arrivato, si è appartato con Mendev e se n’è andato.
Quello che lei descrive è una sorta di sistema satellite che occupa tutti i gangli dello Stato.
È così. Andate a vedere chi è il Gruppo Maccaferri che ha chiuso l’accordo per le 15 centrali idroelettriche tra Serbia, Bosnia e Montenegro. Maccaferri è legato all’ex ministro dello Sviluppo Scajola. Per non parlare delle Fondazioni.
Cioè?
Prenda la Fondazione Italia-Usa che come tutti sanno fa capo al banchiere, coordinatore del Pdl Denis Verdini presieduta dal suo uomo di fiducia, il deputato del Pdl Rocco Girlanda, amministratore delegato del Gruppo che edita Il Corriere dell’Umbria, di Siena, di Arezzo, della Maremma, di Viterbo e di Rieti, ex componente della commissione bilancio e Giustizia. Sarebbe molto interessante sapere da chi riceve finanziamenti la Fondazione Italia-Usa. Magari, chissà , si scoprirebbe che vi arrivano anche i soldi di Finmeccanica!
Crede che il governo Monti potrà  contribuire a ridare dignità  allo Stato?
È un primo passo necessario per poi tornare alle urne. Società  come Eni, Finmeccanica, Poste, Enel debbono riconquistare il loro ruolo strategico per il bene del Paese e debbono riemergere i veri uomini di Stato soffocati da questa piovra.

Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Berlusconi, denuncia, economia, Energia, Esteri, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »

L’ULTIMA RAFFICA DI GALAN: AMICI E MOGLI DI POLITICI NOMINATI IN ZONA CESARINI

Novembre 16th, 2011 Riccardo Fucile

DAL TALK SHOW DI MARZULLO ALLE COMMISSIONI SUL CINEMA: CI SONO ANCHE LE MOGLI DI FERRARA E MARTUSCIELLO

A ridosso del cambio della guardia al ministero dei Beni culturali, il conduttore demitiano e un’ampia pattuglia degli ospiti di “Cinematografo” ottengono la nomina negli organismi che valutano le pellicole e decidono i finanziamenti, racconta “Il Secolo XIX”.
Già  zeppe di amici e familiari di politici, spesso digiuni dell’argomento
Sono le nomine in extremis lasciate in eredità  dal ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan, del Pdl.
Il caso lo solleva Il Secolo XIX, in un impietoso ritratto dedicato alle scelte compiute dall’ex governatore della Regione Veneto negli ultimi giorni del suo incarico, prima di lasciare l’ufficio al prossimo ministro probabilmente scelto da Mario Monti.
A cominciare dallo stesso Gigi Marzullo, messo in Rai da Ciriaco De Mita e da allora inamovibile, conduttore del programma serale “Cinematografo”, su Raiuno.
Marzullo entra nella commissione ministeriale dedicata alla promozione cinematografica.
Insieme al critico del Mattino Valerio Caprara, polemista del programma e già  presidente della Campania Film Commission, “che è un ruolo istituzionale e quindi sarebbe stato meglio lasciar perdere”, nota il quotidiano genovese.
Napoletano è anche l’altra new entry, il giornalista politico di Panorama Carlo Puca. Per il quale “fu galeotta, pare, un’intervista al ministro Galan”.
Nella commissione che invece si occupa di vagliare le opere prime e seconde va un altro ospite fisso di Marzullo, Gianvito Casadonte, animatore del Magna Grecia Film Festival in Calabria.
Nella stessa commissione già  siede il volto più noto di “Cinematografo”, la critica Anselma Dell’Olio (moglie di Giuliano Ferrara), insieme a Carlo Cozzi, che scrive di film su Il Secolo, storico giornale dell’Msi e successive trasformazioni.
Dall’ente che valuta i registi esordienti se ne va Antonia Postorivo, avvocato e moglie di Antonio D’Alì, senatore berlusconiano siciliano, già  sottosegretario all’Interno.
Ma solo per approdare alla commissione più “sostanziosa”, quella che decide i finanziamenti delle opere ritenute di interesse culturale nazionale.
A dispensare denaro dello Stato per il cinema, Galan piazza anche Valeria Licastro Scardino, in passato segretaria di Fedele Confalonieri e in contatto con il ministro mancato Aldo Brancher.
Attualmente è responsabile delle relazioni istituzionali della berlusconiana Mondadori e grande animatrice della mondanità  romana, nonchè moglie dell’ex deputato forzista campano Antonio Martusciello (sistemato all’Agcom).
Ma, scrive ancora Il Secolo XIX, “nessuno si spiega, neppure al ministero, perchè la bionda signora, non proprio nota come esperta di cinema, debba esprimersi sui film d’autore da coprodurre coi soldi pubblici”.
In compagnia, tra gli altri, di Alessandro Voglino, esponente di Alleanza nazionale a Roma.

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