Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
ACCADE NELLA FRAZIONE DI RIPOLI, IN COMUNE DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO, IN VAL DI SAMBRO…I LAVORI HANNO PORTATO ALL’EVACUAZIONE DI SETTE FAMIGLIE
I lavori del tunnel della variante di Valico che si sta scavando ai piedi di una frana a Ripoli, tra
Bologna e Firenze, vanno avanti.
A dirlo è il Prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia, affiancato da tutti gli enti locali e naturalmente da Autostrade, committente della grande arteria che collegherà il nord col sud Italia.
I lavori, che hanno già provocato l’evacuazione di sette famiglie e che da alcuni mesi stanno mettendo in allarme tutta la piccola frazione di Ripoli-Santa Maria Maddalena, in comune di San Benedetto in Val di Sambro, dopo il vertice di oggi avranno solo, secondo quanto emerso dall’incontro, un monitoraggio più ampio in cui saranno coinvolti tutti gli enti locali e le istituzioni che si occupano di infrastrutture o di territorio: Comune, Regione, Vigili del fuoco, Anas, provveditorato per le opere pubbliche e via discorrendo.
Rimarrà a guida delmonitoraggio anche l’Osservatorio ambientale che da anni segue i lavori della Variante.
Un osservatorio non proprio affidabilissimo, smentito nelle sue valutazioni dalla stessa Regione Emilia Romagna.
In una lettera al sindaco di San Benedetto Val di Sambro di qualche settimana fa i tecnici della protezione civile regionale dichiaravano: “Si sottolinea che la nota dell’Ing. Ricceri, presidente dell’Osservatorio Ambientale, inviata al comando dei Carabinieri di Vergato e a noi resa nota, non può essere dagli scriventi condivisa nella affermazione: ‘Le conclusioni di merito scaturite nell’incontro portano ragionevolmente ad escludere pericoli per l’incolumità dei cittadini’ per il fatto che la vulnerabilità degli edifici dipende dai fattori sopra esposti non interamente noti in mancanza di valutazioni tecniche puntuali e qualificate”.
Ma come dicono gli inglesi The show must go on.
Gennarino Tozzi di Autostrade, in prima linea nella difesa della grande opera non ha dubbi: “E’ un’opera che va conclusa subito. Nella vecchia autostrada del sole l’incidentalità è in fase crescente e la sua capacità di traffico è ai limiti”.
E se il monitoraggio darà esiti negativi, preoccupanti, l’opera si fermeranno i lavori? “Sono sicuro che non darà esito negativo”, ha risposto oggi ai giornalisti.
Autostrade, per bocca dello stesso Tozzi, si è detta oggi disponibile e già attiva per dare tutti i rimborsi necessari o per ristrutturare le case che dovessero venire danneggiate “Abbiamo già messo in campo circa 900 mila euro”.
Secondo l’intesa trovata oggi, ogni metro di scavo sarà preceduto da un controllo degli edifici.
“Verranno monitorate tutte le case con la loro capacità di resistere ai movimenti prevedibili. Quelle che non ce la dovessero fare verranno rinforzate. A garanzia di tutto poi ci sarebbero le delocalizzazioni”.
Cioè nuovi sgomberi, ma solo provvisori secondo Ricceri.
Per il già citato ingegnere capo dell’osservatorio ambientale infatti, “finite quelle opere questi movimenti andranno attenuandosi fino a scomparire e il paese resterà dov’è”. Diverso il parere del comitato dei cittadini secondo cui, come ha spiegato in un nostro precedente servizio l’ingegnere di Ripoli, Marco Ricci, “ci sono dei movimenti franosi ancora in atto iniziati con la costruzione dell’attuale Autosole diversi decenni fa”.
A proposito del comitato: loro, oggi, al vertice non sono stati invitati.
I cittadini della piccola frazione di San Benedetto Val di Sambro, 400 abitanti abbarbicati nell’appennino bolognese, ieri avevano hanno inviato una lettera al prefetto di Bologna per dire: “Quelli che incontrerà domani, compresi gli enti locali, non ci rappresentano”, anzi, sono conniventi con Autostrade e “del tutto allineati alle posizioni e alle richieste della Società Autostrade per l’Italia”.
La lettera al prefetto, Angelo Tranfaglia, racconta della leggerezza nell’affrontare un’opera così complessa e di forte impatto ambientale: “In corrispondenza dell’abitato di Santa Maria Maddalena per circa 500 metri non era stato eseguito ante operam alcun sondaggio, e solo a seguito della campagna di indagini integrative eseguite a partire dalla scorsa primavera (…) i progettisti hanno finalmente riconosciuto l’esistenza dell’enorme frana quiescente su cui da sempre sorge il paese e che pure era (…) segnalata sulla cartografia tematica”.
Fino a pochi mesi fa infatti la frana e i pericoli per Ripoli non erano stati presi in considerazione e solo a gennaio scorso il sindaco di San Benedetto Val di Sambro, Gianluca Stefanini, aveva chiesto che Autostrade monitorasse quello che stava avvenendo a Ripoli. Ciononostante i lavori di scavo dell’imbocco nord della galleria erano andati avanti fino a poche settimane fa, quando sono stati sospesi dalla Cmb, l’azienda che sta lavorando all’imbocco nord.
Una sospensione che era stata attuata anche sull’onda del clamore che le case evacuate e le crepe decimetriche che attraversano il paese stanno creando.
I movimenti di questo mostro franoso da due milioni di metri cubi di terra starebbero poi intaccando lo stesso lavoro della galleria (cosa che oggi Tozzi ha decisamente smentito). Secondo quanto scritto dal comitato nella lettera di ieri a Tranfaglia infatti, “gli spostamenti franosi attivatisi stanno coinvolgendo la stessa galleria in costruzione con valori di deformazione dei rivestimenti definitivi di ordine centimetrico per gli avanzamenti da nord (impresa CMB) e decimetrico per gli avanzamenti da sud (impresa Toto) e con diffuse fessurazioni nelle murature”.
Nella lettera del comitato, l’accusa ad Autostrade è di essere passata sopra la vita dei cittadini pur di finire al più presto: “L’ unico scopo della Società Autostrade per l’Italia è palesemente quello di pervenire nel più breve tempo possibile al completamento dei lavori (…) indipendentemente dalle pesantissime ripercussioni che si sono prodotte a partire già dall’avvio dei lavori, nel 2007, in tutta le porzioni di versante sino ad ora interessate dagli scavi per la galleria Val di Sambro, con il progressivo danneggiamento anche totale di tutte le abitazioni sino ad oggi incontrate, delle strade, delle reti di distribuzione (elettricità e gas)”.
Il comitato Autosole-Ripoli, guidato dalla combattiva famiglia Ricci ci tiene a non passare per un comitato che non vuole la Variante di Valico.
Il problema per Dino Ricci, un geometra in pensione che in passato costruiva autostrade, è quello di questa galleria, che potrebbe avere, se Autostrade volesse, un tracciato alternativo.
Ma Tozzi non ne vuole sentire parlare: “L’idea di pensare a una variazione del tracciato comporterebbe difficoltà tecniche, economiche e di tempistica assolutamente onerose per l’intera economia del Paese che rischierebbe di non risolvere l’attuale problema dell’attraversamento appenninico non prima di ulteriori 5-10 anni.
Oggi il prefetto ha anche detto che incontrerà il comitato. “Società Autostrade ci ha fatto un resoconto. Dagli elementi che ci ha portato emerge che allo stato pericoli per la pubblica e privata incolumità non ne esistono, sicuramente non ne esistono con urgenza, ma nemmeno allo stato dell’avanzamento dei lavori in maniera prevedibile. I cittadini si fidino delle istituzioni”.
Intanto l’inchiesta della magistratura per disastro colposo, prosegue.
Questa è l’Italia…
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
SULLE TV PESA LA SCONFITTA POLITICA DEL PREMIER E LA FINE DELLE LEGGI AD AZIENDAM… NEL TERZO TRIMESTRE I PROFITTI RIDOTTI A SOLI 2,2 MILIONI E PUBBLICITA’ IN CALO
Nel giorno più duro per i Btp, i mercati hanno affossato anche i titoli targati Berlusconi. Le quotazioni di Mediaset, più volte sospesa per eccesso di ribasso, sono precipitate perdendo oltre il 12 per cento.
Per gli investitori le fortune delle tv del Biscione si è strettamente legate al destino politico del premier-azionista. Se Berlusconi affonda, allora anche il suo gruppo, finora protetto dal governo, rischia grosso.
E poi c’è la questione dei conti, che ormai da mesi non vanno affatto bene in casa Mediaset.
Andiamo con ordine.
La relazione trimestrale presentata ieri conferma che l’azienda televisiva viaggia con il motore ingolfato.
Gli utili sono scesi al livello più basso degli ultimi dieci anni.
Le cose vanno peggio rispetto al 2009, ai tempi della recessione e anche in confronto al 2001, dopo l’attentato alle torri gemelle.
Nei tre mesi chiusi a settembre i profitti di Mediaset si sono ridotti al lumicino, solo 2,2 milioni di euro, e da gennaio il risultato netto del gruppo si è ristretto del 13,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2010.
Aumentano i debiti (1,8 miliardi a settembre contro 1,6 miliardi di fine 2010), mentre i ricavi non crescono più: fermi a poco di 3 miliardi, proprio come nei primi nove mesi dell’anno scorso.
Tutta colpa del mercato degli spot che rallenta il passo.
Le difficoltà dell’economia si fanno sentire sugli inserzionisti grandi e piccoli che tirano il freno.
E così la raccolta pubblicitaria in Italia perde il 3 per cento rispetto al periodo tra gennaio e settembre del 2010. Sono risultati a dir poco deludenti anche se la Rai, con un calo ben superiore al 5 per cento della raccolta, riesce a fare molto peggio del suo principale concorrente.
Per i vertici di Mediaset non è una gran consolazione battere la tv pubblica.
Succede sempre così: quando il mercato tira, il gruppo berlusconiano cresce più del colosso pubblico.
Se invece la pubblicità perde quota, ecco che i risultati della televisione di stato si sgonfiano più in fretta di quelli dell’azienda presieduta da Fedele Confalonieri.
Questo è lo scenario degli ultimi dieci anni, con Berlusconi al governo (salvo la breve parentesi di Romano Prodi) che controlla Media-set e sceglie i manager delle reti di Stato. L’era del conflitto d’interessi sembra però molto vicina alla fine ed è proprio questo che preoccupa i vertici delle tv berlusconiane.
Che succede se una prossima maggioranza di centrosinistra provvederà a smantellare l’impalcatura di leggi e leggine “ad aziendam”, a cominciare dalla famigerata Gasparri, che hanno fin qui garantito il predominio di Mediaset sul mercato televisivo?
Se cambierà il vento della politica che ne sarà dei grassi utili del gruppo con base a Cologno Monzese?
Non è da escludere, ragionano gli analisti, neppure una legge che fissi nuovi tetti alla raccolta pubblicitaria, rimettendo ordine su un mercato squilibrato a favore del concorrente privato.
Un provvedimento come questo potrebbe trasformarsi in una vera mazzata per i bilanci delle televisioni berlusconiane.
Gli investitori in giro per il mondo temono il peggio ed è soprattutto per questo motivo che negli ultimi 12 mesi, in coincidenza con le crescenti difficoltà politiche di Berlusconi, la quotazione delle sue tv ha perso oltre il 50 per cento.
Nei mesi scorsi, in agosto e in settembre, la capogruppo Fininvest e poi anche la Holding italiana seconda controllata direttamente da Berlusconi, hanno approfittato dei prezzi di saldo per comprare in Borsa titoli Mediaset per un valore di circa 25 milioni.
Questi acquisti però non sono di certo sufficienti per rilanciare la quotazione.
Anche perchè, nei ragionamenti degli investitori, sul futuro del gruppo gravano, oltre a quelle politiche, anche le incognite legate agli equilibri tra i due figli di primo letto del premier, cioè Marina e Piersilvio entrambi già attivi nelle aziende paterne, e i tre eredi (Barbara, Eleonora e Luigi) nati dal matrimonio con Veronica Lario.
La trattativa sul divorzio si sta trasformando in una battaglia legale dagli esiti imprevedibili.
Un aspetto tutt’altro che secondario nel confronto tra i legali delle due parti riguarda le garanzie patrimoniali che la madre ha chiesto per i tre figli più giovani del Cavaliere.
Per un gruppo che naviga a vista tra incertezze di ogni tipo non è proprio il massimo non sapere neppure chi comanderà nei prossimi anni.
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
VERGOGNOSA REINTRODUZIONE DELLA POSSIBILITA’ PER I PARLAMENTARI DI DISTRIBUIRE FONDI PER I PROPRI COLLEGI…LE OPPOSIZIONI: “VERGOGNA, PER GENOVA NEANCHE UN EURO”… LE MARCHETTE DELLA LEGA LADRONA
La commissione Bilancio del Senato ha approvato la legge di stabilità e il relativo maxi-emendamento del governo alla legge di stabilità .
La maggioranza ha votato a favore, il Pd si è astenuto, Idv ha votato contro mentre il terzo Polo non ha partecipato al voto.
Il testo sarà in aula domattina per essere licenziato in giornata.
Intanto, nelle pieghe del ddl Stabilità , arriva anche il rifinanziamento della ‘legge mancia’ in base alla quale i fondi sono decisi dai parlamentari per i loro collegi.
Lo prevede l’emendamento omnibus al ddl Stabilità presentato dal relatore, Massimo Garavaglia (Lega), che destina 150 milioni di euro per il 2012-2013 al “finanziamento di interventi urgenti finalizzati al riequilibrio socio-economico e allo sviluppo dei territori e alla promozione di attività sportive, culturali e sociali” previste dalla legge di Stabilità del 2010.
L’emendamento rifinanzia di 100 milioni per il 2012 e di 50 milioni per il 2013 la legge dello scorso anno che stanziava 50 milioni per l’anno in corso.
A sua volta questa norma riprendeva una disposizione della Finanziaria del 2003 che fu rifinanziata nei tre anni successivi.
Il nome di questa legge è dovuto al meccanismo in base al quale i soldi stanziati verranno ripartiti: sarà una risoluzione bipartisan delle commissioni Bilancio di Camera e Senato a indicare le opere a cui andranno i fondi (“attività sportive, culturali e sociali” dice l’emendamento del relatore) e che in passato hanno riguardato molti piccoli interventi di qualche decina di migliaia di euro (associazioni, parrocchie, oratori, società sportive, ecc) specie nei piccoli comuni dei collegi di senatori e deputati.
Una norma che provoca le ire dell’opposizione: “A quanto pare finora nel ddl stabilità non c’è un euro per i danni dell’alluvione a Genova e in Liguria. A fronte di questa grave inadempienza appare ancora più incredibile lo scandaloso rifinanziamento con 150 milioni di euro della legge mancia, un chiaro atto da maggioranza e governo al capolinea”.
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
DURO ATTACCO AL “COMPORTAMENTO IRRESPONSABILE” DI BERLUSCONI CHE “HA MESSO I PROPRI INTERESSI DAVANTI A QUELLI DEL PAESE”…LA STRADA MAESTRA E’ UN ESECUTIVO CHE PORTI AVANTI LE RIFORME CON AMPIA MAGGIORANZA
“L’unica strada possibile per la salvezza di Roma”: è questo il titolo dell’editoriale che apre
oggi la pagina delle opinioni e dei commenti sul Financial Times.
Il sottotitolo spiega quale sia questa via da seguire: “Un governo di unità nazionale deve fare seguito alle dimissioni di Berlusconi”.
L’articolo non firmato, dunque espressione della direzione del più importante quotidiano finanziario d’Europa (e scritto ieri pomeriggio, evidentemente prima delle ultime indicazioni di Berlusconi a favore di un governo di transizione guidato da Mario Monti), comincia notando che il comportamento del Cavaliere negli ultimi giorni non potrebbe essere un migliore esempio della sua irresponsabilità politica: “Prima ha rifiutato ostinatamente di dimettersi, quindi ha voluto un voto sul budget 2010 nonostante le ammonizioni che non aveva più una maggioranza, poi dopo averlo perso ha acconsentito a dare le dimissioni ma solo secondo i suoi tempi”, e nel fare ciò ha messo “i propri interessi davanti a quelli del paese”.
La reazione di panico dei mercati è stata la drammatica risposta.
E’ vero che la situazione italiana peggiora in parte per ragioni tecniche, osserva il Ft, ma ciò spiega solo in parte quanto sta accadendo.
“Gli investitori sono preoccupati da quanto ci vorrà per risolvere la crisi politica”.
In un mondo ideale, prosegue l’editoriale, Berlusconi dovrebbe ripensarci e dimettersi subito. In alternativa, il parlamento deve approvare nel più breve tempo possibile la legge sulle misure d’emergenza richieste da Bruxelles.
Ma a questo punto nemmeno questo basterebbe.
Perciò, conclude il Financial Times, il parlamento deve anche “appoggiare un nuovo governo che porti avanti l’agenda delle riforme, guidato da una figura che può promettere con credibilità di pareggiare il budget e realizzare un piano di crescita economica.
E deve essere un governo con un’ampia base, inclusa una rilevante proporzione dell’attuale coalizione di centro-destra”.
Nonostante le sue molte debolezze, afferma l’editoriale, l’economia italiana, con una ricchezza stimata in 8600 miliardi di euro cioè quattro volte il debito nazionale, è in condizioni molto migliori della politica italiana.
“I parlamentari italiani devono fare tutto quello che possono per risolvere dunque quello che è il vero problema di Roma”.
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
ANCHE FORMIGONI TRA I PRETENDENTI, BERLUSCONI VUOLE LETTA E PALMA… IL PD VUOLE COINVOLGERE ANCHE IDV E SEL
Le riunioni dei vertici di Pdl, Lega, Terzo polo e Pd, con Berlusconi ancora in carica, si
trasformano in un vorticoso totoministri.
I democratici parlano a lungo, durante il loro vertice, dei possibili ministri che il Pdl intende salvare e quelli che al contrario pensa di sacrificare.
Nomi e cognomi. Con un criterio che già si affaccia nei contatti informali.
Tra gli schieramenti si stabilisce il principio di “veto reciproco”, la possibilità di esprimere dei no davanti a certe candidature, quindi l’apertura a “rose” per arrivare alla condivisione finale.
Silvio Berlusconi chiede di tenere al loro posto Frattini (Esteri), Nitto Palma (Giustizia), Fitto (Affari regionali) e soprattutto Gianni Letta nel cuore di Palazzo Chigi.
Per un curioso caso del destino nello stesso governo potrebbero trovarsi zio e nipote. Enrico Letta infatti è il primo dei candidati democratici per un ministero o per la carica di vicepremier.
Il Pd chiederà sicuramente il dicastero del Lavoro.
Appoggerebbe poi la nomina di Giuliano Amato all’Interno.
Sul nome dell’ex premier si sono diffuse le voci più frenetiche. Berlusconi lo avrebbe voluto come premier tecnico, contando sul sostegno del capo dello Stato.
Poi Monti ha ripreso quota, ma secondo i democratici Amato avrebbe adesso chance concrete per il ministero della Giustizia o per la funzione di vicepremier.
La linea del Pd è un mix di tecnici e politici.
«O lo subiamo o per non subirlo dobbiamo starci dentro». Nelle parole di Massimo D’Alema, al coordinamento del Pd, c’è la conspevolezza di una scelta delicatissima, ma anche la volontà , condivisa da Bersani e Enrico Letta, di affiancare a Mario Monti nel governo che verrà i dirigenti del Partito democratico.
Mettere cioè un po’ di politica nel nuovo esecutivo. E quindi i politici.
Di questo si discute nel Pd, del profilo dei ministri.
Visti i tempi strettissimi escono anche i nomi. Molto anticipato, ma il toto- governo è già una realtà .
Il presidente del Copasir, come il segretario e il vice, pensa infatti che la seconda opzione sia quella giusta, che il Pd debba essere visibile nell’esecutivo del neosenatore a vita.
«Le due strade – avverte D’Alema – hanno entrambi rischi alti. L’importante è scegliere ».
E i democratici hanno già scelto: cercare un mix di personalità tecniche e di uomini (e donne) di partito. Sono le premesse per la nascita di un vero governo di grande coalizione.
Per i ruoli tecnici i nomi sono Fabrizio Saccomanni o Lorenzo Bini Smaghi al ministero dell’Economia.
La casella di Via XX settembre andrà sicuramente a un espero fuori dalla politica.
Pier Ferdinando Casini, grande sponsor di un’intesa politica tra Pd e Pdl, cioè di larghe intese vere, non potrà sottrarsi dall’esprimere dei candidati del Terzo polo.
Il nome, a metà strada, è per il momento quello di Piero Gnudi, ex presidente dell’Enel. Non solo tecnico, ma anche un po’ politico.
Ma le spine sono fuori da questo perimetro. D’Alema ancora una volta dà voce a una fetta consistente del suo partito che parla apertamente di «suicidio».
Per tenerla sotto controllo, per favorire davvero una scelta condivisa e consapevole. «Dobbiamo tenere dentro tutte le opposizioni». A cominciare da Antonio Di Pietro, che sta in Parlamento. E per schivare il cannoneggiamento di Vendola, che naturalmente avverrebbe a danno del Partito democratico. È bene saperlo: il governo Monti farà saltare il Nuovo Ulivo. Per questo è necessario metterci dentro «segnali di cambiamento rispetto alla politica sbagliata di questi anni, idee, contenuti diversi». Non appiattirsi sulla lettera della Bce in maniera acritica, sviluppare programmi nuovi.
È l’antico rovello di un’abdicazione della politica da scongiurare a ogni costo. Altrimenti nel Pd crescerà la tentazione, attribuita anche al segretario, di far durare l’esecutivo il tempo necessario ad affrontare l’emergenza per andare comunque a votare prima del 2013.
Dall’altra parte si lavora sulla trincea della Lega.
Un ministero a Roberto Formigoni può ammorbidire i toni: lascerebbe infatti libera la poltrona di governatore di Lombardia.
Va risolto il problema degli ex An. Lo strappo di Altero Matteoli può essere recuperato magari proponendo proprio a lui una conferma.
Ma non siamo nemmeno all’inizio.
Però i mercati non si fermano.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
MATTEOLI GUIDA GLI EX AN: IN 30 PER LE URNE… IN TUTTO SONO CIRCA 280 QUELLI CHE A PAROLE VORREBBERO TORNARE A VOTARE CONTRO 80 CHE SONO GIA’ PER IL GOVERNO TECNICO
«Sono contrario, anzi contrarissimo. Se ci sono elezioni anticipate esco dal gruppo, dal Pdl, da tutto». Giuseppe Pisanu non vuol sentire parlare di andare a votare “sotto la neve”.
Un no alle elezioni e un sì al governo di emergenza che è solo la punta dell’iceberg che si aggira pericolosamente nel mare del Pdl, dove riunioni e vertici si succedono a ritmo frenetico.
Un’altra fronda che oggi troverà corpo con la nascita di un nuovo sottogruppo del Misto alla Camera: sono in 11, si chiamerà Costituente popolare e ne faranno parte Antonione, Gava, Sardelli, Destro, Pittelli, altri “malpancisti” e i quattro di Mpa.
Il manipolo ha i numeri per partecipare alle consultazioni del Quirinale e saluta già calorosamente il governo Monti.
E intanto Pisanu coltiva un progetto simile al Senato.
Per il momento stanno alla finestra gli scajoliani, convinti che la battaglia contro il voto si debba fare dentro il partito.
Intanto per andare alle urne subito si schierano la Gelmini e Meloni, Sacconi e Romani, Brunetta e La Russa.
E visto che la guerra interna al Pdl si consuma anche nella battaglia delle cifre, Altero Matteoli fa sapere che ci sono trenta deputati con lui a sostegno delle elezioni.
Contro anche Ronchi, con l’area ex An in subbuglio che minaccia di fare l’opposizione al nuovo governo.
Ma che il fronte del no al voto sia ampio lo testimonia anche Maurizio Lupi.
Il vicepresidente della Camera, infatti, non esclude l’ipotesi di un nuovo governo. Dice che ci sono due ipotesi: «Le elezioni o un governo ampiamente condiviso che però non può essere fatto da transfughi».
E se ci fosse bisogno di altre prove, ecco il no alle urne di Ennio Doris, socio storico di Berlusconi, che dice senza mezzi termini che l’unica soluzione possibile è il varo di un governo tecnico.
L’elenco delle personalità del Pdl che prendono le distanze dal leader pronto al voto è lungo e variegato.
Ci sono per esempio il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il governatore della Lombardia Roberto Formigoni.
Dicono no al voto anticipato Cicchitto, Verdini, un fedelissimo del premier come Luigi Vitali e si associa anche Giuliano Cazzola.
Contro le urne scendono in campo anche i deputati di Grande Sud di Miccichè.
E voci del Pdl dicono che contro il voto lavorano anche Frattini e Fitto e financo Gianni Letta.
Siamo di fronte a numeri consistenti che secondo alcuni calcoli potrebbero arrivare fino ad ottanta parlamentari.
Una frana nel Pdl che si è vista, in maniera palese, ieri alla Camera dove sul voto finale sull’assestamento di bilancio la maggioranza è scesa dai 308 voti di martedì a 294.
E in due votazioni sugli articoli è sprofondata anche a quota 283 e 281.
Ma queste defezioni come ha ricordato Gianfranco Fini, provocano un altro problema: la Camera ieri era in numero legale “tecnico”, solo perchè si conteggiavano i deputati dell’opposizione assenti, ma che avevano preso la parola.
Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica“)
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
VELOCIZZATI I TEMPI DI APPROVAZIONE DELLA LEGGE DI STABILITA’ PER FAR FRONTE ALL’EMERGENZA…IL PDL A PAROLE PARLA DI ELEZIONI, NEI FATTI TRATTA PER ENTRARE NEL GOVERNO TECNICO: SE SI VOTASSE ORA PERDEREBBE CENTO PARLAMENTARI
“Presto un nuovo governo, oppure si andrà al voto”. Giorgio Napolitano interviene
nel dibattito dopo le annunciate dimissione del premier Berlusconi.
L’Italia deve “riguadagnare credibilità e fiducia come Paese” per uscire “da una stretta molto pericolosa sui titoli del nostro debito pubblico”, aveva detto il presidente della Repubblica questa mattina: sono ”ore difficili e delicate queste”.
Che la situazione sia instabile lo ha evidenziato anche l’opposizione.
”Offriamo formalmente la disponibilità a fare in modo che la legge di stabilità ottenga il via libera entro questa settimana” ha detto Dario Franceschini riferendo l’esito di una riunione svolta alla Camera con tutte le componenti delle opposizioni.
E la stessa cosa è avvenuta al Senato, dove il capogruppo dei democratici Anna Finocchiaro ha annunciato una lettera firmata da tutte le opposizioni indirizzata al presidente Schifani, perchè “si faccia garante di una più rapida approvazione del ddl stabilità ”.
In questo clima, l’approvazione definitiva del provvedimento dovrebbe arrivare entro il fine settimana.
Nel frattempo continua nella ex maggioranza il tentativo di evitare un governo tecnico.
Mentre la voce del premier risuona tra radio e televisioni per assicurare che non si ricandiderà e che il futuro del Pdl è nelle mani di Angelino Alfano, i fedelissimi del premier agitano date e esorcizzano “ribaltoni”, anche se la fronda interna al Pdl si allarga.
Dagli scajoliani a Formigoni, in molti nel popolo della libertà hanno aperto all’ipotesi di un esecutivo tecnico.
Proprio nel giorno in cui il capo dello Stato nomina Mario Monti — il cui nome è in pole position per un esecutivo tecnico — senatore a vita.
E infatti, appena battuta la notizia della nomina, tutto il mondo politico, in modo assolutamente bipartisan, ha espresso il suo apprezzamento per la scelta del Colle.
In molti vedono questa nomina come una sorta di investitura istituzionale a pochi giorni dalle consultazioni durante le quali si verificherà se sia possibile dar vita a un governo di transizione.
Tra i primi ad esprimere le loro congratulazioni al neo-senatore a vita il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il leader Udc, Pier Ferdinando Casini, il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.
Ma anche settori del Pdl favorevoli a un governo di transizione, tanto che Giuliano Cazzola, senza mezzi termini afferma che “la nomina a senatore a vita di Mario Monti rafforza l’ipotesi che sia lui a guidare un ‘governo del presidente’ di alto profilo tecnico-istituzionale, che a me pare la sola possibilita’ di garantire la prosecuzione della legislatura, in questa situazione drammatica, secondo le attese dei mercati e della Ue”.
In serata, obtorto collo, anche Berlusconi è costretto a dare il via libera a Monti premier.
La situazione e’ troppo grave per poter contrapporre gli interessi del partito o personali a quelli del Paese.
E’ arrivato cosi’ il via libera di Silvio Berlusconi all’opzione Mario Monti.
Il Capo dell’esecutivo ha sentito nel pomeriggio Giorgio Napolitano per analizzare la situazione politica ed economica ed i possibili sbocchi.
Non puo’ esserci una soluzione che escluda chi ha vinto le elezioni, ma deve essere una soluzione a tempo e con un programma preciso, sarebbe stato il ragionamento del presidente del Consiglio che in ogni caso ha dato l’ok al nome di Monti.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
ECONOMISTA, 68 ANNI, STIMATO IN TUTTO IL MONDO, POSSIBILE PREMIER DI UN GOVERNO TECNICO CHE SALVI L’ECONOMIA E RIDIA CREDIBILITA’ ALL’ITALIA NEL CONSESSO MONDIALE
Il suo nome circola da settimane. Come premier di un governo che gestisca l’emergenza economica.
Saranno i prossimi giorni a dire se l’economista stimato in tutto il mondo sarà davvero chiamato al tentativo – difficile – di formare un governo tecnico. Intanto però entra a Palazzo Madama.
Dalla porta più prestigiosa.
Quella che viene aperta dal Quirinale: senatore a vita.
Questo il comunicato del Colle.
“Il presidente della Rpubblica, Giorgio Napolitano, ha nominato oggi senatore a vita, ai sensi dell’articolo 59, secondo comma, della Costituzione, il professor Mario Monti, che ha illustrato la patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale. Il decreto è stato controfirmato dal presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Silvio Berlusconi. Il presidente Napolitano ha informato della nomina il presidente del Senato della Repubblica, senatore Renato Schifani. Il capo dello stato ha dato personalmente notizia della nomina al neo senatore, porgendogli i più vivi auguri”.
E in serata cominciano a circolare retroscena sull’operazione Monti.
E sul via libera di Silvio Berlusconi.
La situazione è troppo grave per poter contrapporre gli interessi del partito o personali a quelli del Paese, questa la riflessione cui sarebbe arrivato il premier.
Il Capo dell’esecutivo ha sentito nel pomeriggio Giorgio Napolitano per analizzare la situazione politica ed economica ed i possibili sbocchi.
Non può esserci una soluzione che escluda chi ha vinto le elezioni, ma deve essere una soluzione a tempo e con un programma preciso, sarebbe stato il ragionamento del presidente del Consiglio.
Una scelta maturata però con il netto no della Lega, del tutto contraria a un esecutivo di larghe intese.
Addirittura circolano anche voci su quale potrebbe essere la composizione del governo. Amato nel ruolo di vicepremier, Gianni Letta sottosegretario a palazzo Chigi, mentre c’è chi parla di Fabrizio Saccomanni all’Economia.
Solo indiscrezioni per il momento.
Nel governo potrebbero entrare alcuni esponenti del Pdl, come Fitto e Frattini.
C’è, però, ancora una parte del partito di via dell’Umiltà che insiste sulla necessità di andare alle elezioni. In particolar modo per il voto anticipato è Altero Matteoli che, a suo dire, porterebbe con sè quasi 30 deputati ex An.
Ma torniamo a Mario Monti.
Solo pochi giorni fa, in una lettera aperta a Berlusconi pubblicata dal Corriere della Sera, l’ex commissario europeo aveva difeso l’euro attaccato più volte dal Cavaliere.
“La moneta non è in crisi, è stabile in termini di beni e servizi e in termini di cambio con il dollaro. Se l’Italia non fosse nella zona euro, emettere titoli italiani in lire sarebbe un’impresa ancora più ardua”.
“Gli attacchi – continuava l’economista – si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi appartenenti alla zona euro che sono gravati da alto debito pubblico e che hanno seri problemi per quanto riguarda il controllo del disavanzo pubblico o l’incapacità di crescere”.
Mario Monti è nato il 19 marzo del 1943 a Varese, dal 1995 al 1999 è stato membro della Commissione Europea, responsabile di mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria, dogane e questioni fiscali.
Nel 1965 si laurea in economia presso l’università Bocconi di Milano, dove per quattro anni fa l’assistente, fino ad ottenere la cattedra di professore ordinario presso l’università di Trento. Nel 1970 si trasferisce all’università di Torino, che lascia per diventare, nel 1985, professore di economia politica e direttore dell’istituto di economia politica presso la Bocconi.
Sempre della Bocconi assume la presidenza, nel 1994, dopo la morte di Giovanni Spadolini.
Nel 1995 diventa membro della Commissione Europea di Santer, assumendo l’incarico di responsabile di mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria, dogane e questioni fiscali.
Dal ’99 e’ commissario europeo per la concorrenza.
Editorialista del Corriere della sera, Monti è autore di numerose pubblicazioni, specie su temi di economia monetaria e finanziaria.
Anche sul piano internazionale ha partecipato e partecipa ad attività di consulenza ad autorità di politica economica, tra cui il “Macroeconomic policy group”, istituito dalla commissione della Cee presso il Ceps (Centre for european policy studies), l’Aspen institute e la Suerf (Societe universitaire europeenne de rechercheursfinanciers).
(da “La Repubblica”)
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Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile
IN STUDIO TRAVAGLIO E FELTRI, SERVIZI SULLA CRISI DI PORTO MARGHERA E COLLEGAMENTO CON GLI OPERAI FINCANTIERI DI SESTRI…OLTRE IL BERLUSCONISMO, PER RIDARE DIGNITA’ E GIUSTIZIA SOCIALE AGLI ITALIANI
Nella seconda puntata del nuovo programma di Michele Santoro si parlerà della fine dell’esecutivo di Silvio Berlusconi.
Ospite della trasmissione il presidente della Camera Gianfranco Fini
Dopo il successo di giovedì scorso con oltre 3 milioni di spettatori e il 12% di share, Michele Santoro ritorna stasera per la seconda puntata di Servizio pubblico, che andrà in onda dalle 21 su Sky, su decine di reti locali e sul web.
Nel giorno del debutto, è stato il terzo canale più visto dopo RaiUno e Canale 5 e il sito ufficiale del programma, Serviziopubblico.it, è stato il primo canale per cinque ore sulla rete. Inoltre, i sondaggi lanciati nel corso della trasmissione hanno registrato 120mila risposte, 55.000 nuovi “Mi piace” sulla pagina del social network e 5.000 commenti allo streaming.
Se la prima puntata è stata dedicata al tema di “Azzerare la Casta”, con Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, e il latitante coinvolto nel caso escort Lavitola, questa sera si discuterà di “Un altro governo“.
Al centro del dibattito la crisi dell’esecutivo e le dimissioni annunciate dal Presidente del Consiglio a seguito dell’approvazione del rendiconto finanziario che ha dimostrato che il centrodestra non ha più i numeri per sedere a Palazzo Chigi.
Sarà una puntata di approfondimento e discussione alla luce della chiarezza richiesta dall’Europa e dai mercati e del richiamo a scelte urgenti per il bene del Paese invocato da Giorgio Napolitano.
L’ospite di punta della serata sarà il presidente della Camera Gianfranco Fini e a fare da “canto e controcanto” alla fine del berlusconismo, vedremo in studio Marco Travaglio e Vittorio Feltri, per confrontarsi con i loro diversi punti di vista sulla situazione politica.
Tra i reportage messi a punto dalla redazione, la crisi di Porto Marghera e gli operai della Fincantieri di Sestri Ponente e non mancheranno, come accadeva ad Annozero, le vignette di Vauro.
La trasmissione si propone come spazio di informazione, per dimostrare che è possibile archiviare la formula del talk show, ormai obsoleta, in cui si moltiplicano solo le voci dei politici e agli spettatori, nel caos del salotto televisivo, non viene fornito alcun “servizio pubblico”.
“Un altro governo” sarà in onda a partire dalle 21 sulla rete di televisioni locali spalmate su tutto il territorio nazionale, mentre su Sky Tg24 sarà visibile sul canale 504 e tasto active dei canali 500 e 100.
Per chi vorrà seguirla online, oltre al sito dello stesso programma sarà trasmessa su Corriere, Repubblica e su il Fatto Quotidiano.
Inoltre, potrà essere ascoltata in esclusiva anche su Radio Capital.
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