Maggio 20th, 2018 Riccardo Fucile
98 MILIARDI GIA’ INVESTITI, 35 DA FINANZIARE IN ALTRE DECINE DI PROGETTI… SOLO BLOCCARE LA TAV COMPORTA PAGARE ALLA FRANCIA 2,3 MILIARDI
Non solo TAV. Ieri MoVimento 5 Stelle e Lega hanno cominciato a litigare via mass media sull’Alta
Velocità , sul Terzo Valico e sulla Torino-Lione, dopo aver firmato un contratto di governo in cui simulavano un accordo inesistente.
Ma le infrastrutture potrebbero costituire a breve anche un punto di rottura per l’alleanza tra i due partiti, vista la clamorosa distanza programmatica ieri ribadita di nuovo da Luigi Di Maio, che forse per evitare gli attacchi dei NO-TAV, da sempre fiancheggiati dai 5 Stelle, ha trasformato la prudenza presente nel testo del contratto sull’Alta Velocità in una presa di posizione di netta contrarietà all’opera che però presto andrà a scontrarsi con l’ostilità dei francesi, che già ieri hanno cominciato a parlare di possibili risarcimenti in caso di cambio di verso sull’opera.
Ma c’è di più. Perchè oltre alla TAV ballano anche un centinaio di altri progetti per un costo totale di 133 miliardi di euro, di cui 98 già investiti e 35 ancora mancanti, secondo l’ultimo DEF firmato dal governo Gentiloni.
E il Corriere della Sera oggi ricorda che la disdetta dell’accordo con la Francia motivato dalla mancanza dei presupposti per l’opera (la saturazione del traffico, cui fa riferimento l’accordo bilaterale invocato dal M5S), avrebbe comunque conseguenze economiche pesanti.
Bisognerebbe rimborsare Ue e Francia della spesa fatta finora, circa 2,3 miliardi, poi ripristinare le aree dove sono state già costruite le opere.
Poi ci sono il MOSE, il TAP, la rete SNAM: e soprattutto il Terzo Valico ferroviario Milano-Genova, ovvero i collegamenti Alpi-Liguria.
Un progetto da 8,2 miliardi, già quasi interamente finanziato. Infine ci sarebbe da ricordare che il governo Lega-M5S dice che vuole far ripartire gli investimenti e le infrastrutture sono proprio investimenti.
Ma queste sono quisquilie.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 16th, 2018 Riccardo Fucile
“SE NON VOGLIONO ONORARE IL DEBITO VERSO LA LORO BANCA CENTRALE CHE GARANZIE POSSONO AVERE GLI INVESTITORI STRANIERI?”
Sarà anche stato smentito, ma nel frattempo sull’Italia era già arrivata una pioggia di
telefonate da tutte le principali capitali finanziarie: chiamavano i grandi creditori esteri dell’Italia, quelli che hanno comprato il debito sulla base dell’impegno dello Stato a onorarlo e a farlo in euro, non in una diversa moneta esposta a forti svalutazioni.
Il documento pubblicato ieri da Huffington Post Italia, firmato dai leader di Movimento 5 Stelle e Lega, secondo gli interessati sarebbe una versione superata.
Ma a Londra e a New York, a molti degli investitori che contribuiscono a tenere basso il costo del debito dello Stato, delle imprese e delle famiglie italiane non è piaciuto affatto. È da lì che è partito un tentativo frenetico di capire.
Non è piaciuto, in particolare, quel riferimento alla necessità di «introdurre specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica che consentano agli Stati membri di recedere dall’Unione monetaria».
Non è piaciuto quel riferimento a «un percorso condiviso di uscita concordata nel caso ci sia una chiara volontà popolare in tal senso»: un chiaro riferimento all’ipotesi di un referendum sull’euro.
E forse ancora meno è piaciuto quel riferimento (a pagina 38 del documento) a «congelamento e cancellazione dei Btp in pancia alla Banca centrale europea», che a fine anno varranno circa 250 miliardi di euro e dunque circa l’11% di tutto il debito. Molti investitori naturalmente hanno notato l’errore piuttosto grossolano contenuto nel programma: quei 250 miliardi di euro di titoli italiani in grandissima parte non sono in mano alla Bce, ma alla Banca d’Italia in base alle regole stabilite per gli interventi.
La perdita sarebbe dunque imposta allo stesso Paese che la decreta, se solo una scelta del genere fosse concepibile.
Ma soprattutto, molti dei banchieri e dei gestori di fondi internazionali che hanno chiamato, gli stessi che detengono debito pubblico italiano per circa 700 miliardi e sono capaci di venderlo in un istante, facendo esplodere lo spread, hanno fatto un’immediata equivalenza: se chi ha steso quella bozza di programma di governo M5S-Lega è disposto a non onorare il debito verso la stessa Banca centrale, che garanzie restano che rispetti gli impegni verso gli altri creditori?
«Non riesco a credere che questo non sia un fake», commentava ieri un investitore europeo con decenni di esperienza.
Queste sono le domande che hanno motivato molte delle richieste di chiarimenti piovute all’improvviso sull’Italia da tutto il mondo.
Del resto a tutti è molto evidente che la relativa quiete dei mercati sull’Italia dipende dall’aspettativa che M5S e Lega al governo siano in futuro molto più cauti e concreti di quanto siano stati in campagna elettorale.
Poche ore prima che uscisse quel documento diceva Carlo Capuano di Dbrs, una delle quattro agenzie di rating dalle quali dipende l’accesso delle banche italiane alla liquidità della Bce: «Rispetto al passato, i partiti hanno moderato le loro posizioni euroscettiche, anche relative al referendum sull’euro».
Ma se tutto questo cambia, o gli investitori internazionali iniziano a temere che possa cambiare, diventeranno riluttanti a prestare denaro o a investire nel capitale di qualunque soggetto in Italia.
Anche prima di stanotte i segni si vedevano già . Il titolo di Stato italiano a dieci anni doveva offrire già lo 0,22% annuo più di quello portoghese, anche se quest’ultimo è quattro volte meno liquido e dunque meno facilmente vendibile.
Un chiaro segno di diffidenza: la stessa che ha iniziato a manifestarsi ieri sera nelle telefonate piovute su Roma e su Milano da tutto il mondo.
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 16th, 2018 Riccardo Fucile
MILANO PERDE QUASI IL 3%, FANALINO DI CODA IN EUROPA
Lo spread tra Btp e Bund torna a salire a 150 punti base, mentre Lega e M5s dicono di essere alla stretta finale per dar vita al nuovo governo.
Dopo i moniti dell’Europa sul rispetto delle regole, in particolare dell’impegno a far scendere il debito pubblico, secondo la piattaforma Bloomberg il Btp decennale italiano di riferimento è tornato a rendere il 2% e il differenziale con gli omologhi titoli tedeschi si è portato fino a 150,1 punti (dai 130 della chiusura di ieri sera): massimi da metà gennaio.
Nelle sale operative, annota l’agenzia finanziaria Usa, pesa soprattutto l’indiscrezione di un possibile accordo sulla richiesta all’Eurosistema di cancellare 250 miliardi di debito italiano.
Un’idea che rimette al centro del dibattito soluzioni radicali: Jason Simpson, da Societe Generale, ricorda come i mercati hanno dato per scontato – negli ultimi mesi – che gli aspetti più estremi dei programmi elettorali sarebbero stati limati.
Il rialzo di queste ore, va detto, s’iscrive in una generale crescita dei rendimenti del comparto obbligazionario. Per gli addetti ai lavori è da leggere come un segnale di preoccupazione, anche se gli isterismi del passato erano ben altra cosa.
“Brutta reazione stamane sia per l’azionario che per il governativo dopo il contratto pubblicato ieri sera”, dice a caldo Vincenzo Longo da IG Markets. “Anche se i partiti hanno detto di aver rivisto i punti più discussi, gli investitori sembrano essere rimasti spiazzati dalle ipotesi (poco credibili e realizzabili) prese in considerazione dalle parti politiche”.
A Milano, Piazza Affari peggiora repentinamente a metà mattina e quindi arriva a perdere il 2,5%. Soffre il comparto bancario, che viene come sempre penalizzato dalla crescita dello spread.
In positivo le altre Borse europee: Londra sale dello 0,1%, Francoforte aggiunge lo 0,2% e Parigi è invariata.
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2018 Riccardo Fucile
VOGLIONO ANCHE VENDERE CASERME E MONUMENTI AGLI ITALIANI COME TOTO’ CON LA FONTANA DI TREVI
La questione dell’enorme debito pubblico italiano viene affrontata da Luigi Di Maio e Matteo Salvini con la richiesta alla Banca centrale europea di Mario Draghi di cancellare 250 miliardi di titoli di Stato: «La loro cancellazione vale 10 punti percentuali».
Di fatto il documento chiede a Mario Draghi di cancellare tutto il debito italiano che Francoforte ha acquistato negli ultimi tre anni nell’ambito del piano di allentamento monetario. Si dirà : un’ottima idea. Peccato non sia praticabile: si tratterebbe di un’aperta violazione dei Trattati europei che vietano il finanziamento monetario degli Stati.
Altra misura per ridurre il debito, la vendita agli italiani di caserme, monumenti e altri beni del patrimonio pubblico, attraverso una cartolarizzazione che dovrebbe andare anch’essa all’abbassamento del debito pubblico di altri dieci punti percentuali.
La pubblicazione della bozza-bomba dell’accordo tra Lega e M5S ha infatti fatto concentrare l’attenzione sulla questione dell’euro e del referendum sulla moneta unica che i leghisti avevano bocciato a più riprese sostenendo — a ragione — che avrebbe provocato un assalto agli sportelli.
Quella parte è stata però cancellata dal contratto per fare posto a una fumosa dichiarazione d’intenti che dovrebbe tranquillizzare i più
Ma, spiega oggi Il Sole 24 Ore, fonti Cinque Stelle confermano l’accordo sull’idea di chiedere alla BCE di cancellare 250 miliardi di titoli di Stato che l’istituto di Francoforte avrà in bilancio alla fine del Quantitative Easing (e che tecnicamente si trovano in pancia della Banca d’Italia).
L’ipotesi sarebbe stata elaborata dal Movimento e accolta dalla Lega, all’interno di una cura anti-debito che prevederebbe anche la costruzione di una sorta di fondo immobiliare con 200 miliardi di euro di patrimonio pubblico; le sue quote sarebbero vendute al mercato retail con l’obiettivo di «trasferire il risparmio degli italiani dal debito pubblico al patrimonio immobiliare».
Entrambe le mosse, che si accompagnano nella bozza alla vendita a Cdp di 70 miliardi di partecipazioni del Tesoro, promettono ovviamente di incendiare i rapporti con l’Europa.
Per cancellare i 250 miliardi di BTp comprati con il Quantitative Easing non ci sarebbe da convincere solo Mario Draghi, ma anche tutte le banche centrali che sono azioniste di Francoforte: un elenco che vede ai primi tre posti la Bundesbank, la Banca di Francia e Bankitalia, e prosegue con gli istituti centrali degli altri Stati membri.
In questo quadro, sempre secondo la bozza, si dovrebbe poi anche avviare un confronto con l’Unione europea per utilizzare una quota di fondi comunitari nel finanziamento del reddito di cittadinanza.
La richiesta ha anche altri punti di criticità : il regolamento della Banca Centrale Europea impone di avere collaterali (come sono, appunto, i titoli di Stato) a fronte di immissioni di moneta sul mercato.
Bisognerebbe quindi capire come la proposta di Lega e M5S andrebbe ad armonizzarsi con le leggi e come si vorrebbe eventualmente trovare il consenso necessario per cambiarlo.
E già qui siamo a livelli lunari.
È vero che pochi anni dopo la fine della II guerra mondiale venne cancellato il debito della Germania nei confronti degli altri Stati. Ma in quel caso i tedeschi uscivano dalla guerra: le condizioni non sembrano esattamente identiche.
Senza contare che una decisione del genere equivarrebbe a una monetizzazione del debito pubblico. Ovvero un default interno. Con tutte le conseguenze del caso.
Ma anche per questo non basta la volontà di un (o due, con la Grecia) paese. Ma ci vuole quello degli altri membri. Oppure si va alla rottura.
Con l’uscita dall’euro che rientrerebbe dalla finestra.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
A MARZO E’ AUMENTATO DI 15,9 MILIARDI
Il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, non fa in tempo a lanciare il suo monito dalle colonne di Politico sulla necessità italiana di ridurre il debito, che Bankialia dà una cifra al problema: 2.302,3 miliardi.
A tanto, a marzo, è arrivato il debito pubblico delle amministrazioni tricolori.
Nel mese si è registrato un incremento di 15,9 miliardi, di nuovo sopra la soglia di 2.300 che era già stata superata nel luglio del 2017, quando si arrivò per la precisione a 2.308 miliardi.
L’incremento, spiega il consueto Bollettino di via Nazionale, è dovuto al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (20,1 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro: il conto corrente centrale si è alleggerito di 3,5 miliardi, a quota 44,8: erano 54,6 miliardi a marzo 2017.
Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, segnala ancora Palazzo Koch, il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 16,0 miliardi e quello delle amministrazioni locali è diminuito di 0,1 miliardi.
Il debito degli enti di previdenza è rimasto pressochè invariato.
Dal Bollettino si legge anche l’aggiornamento sull’andamento delle entrate: a marzo quelle tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 28,5 miliardi, pressochè invariate al livello dello stesso mese del 2017.
Nel primo trimestre 2018, rendono ancora noto da Palazzo Koch, le entrate tributarie sono state pari a 91,7 miliardi, risultando sostanzialmente stabili rispetto allo stesso periodo dello scorso anno; al netto di alcune disomogeneità contabili, si può stimare che le entrate tributarie siano aumentate.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL COLOSSO DELLA DISTRIBUZIONE NATO DUE ANNI FA REGISTRA UN CALO DELLE VENDITE DELL’ 1,6%
Bilancio in rosso per il gigante delle cooperative: il 2017 di Coop Alleanza 3.0 — colosso della
distribuzione nato due anni fa dalla fusione di Coop Adriatica, Estense e Nordest – si è chiuso con perdite da 37,6 milioni di euro e un calo delle vendite dell’1,6% rispetto all’anno precedente.
Il giro d’affari ne ha risentito soprattutto a Ferrara e Modena, mentre su una scala territoriale più ampia sono Friuli e Veneto a far registrare un arretramento più sensibile, seguite da Sud e isole.
I numeri di un’annata complicata sono stati comunicati ai soci di Coop Alleanza 3.0 — un esercito di 2,3 milioni di persone — dal presidente Adriano Turrini, che ha anche spiegato le ragioni delle perdite, a cominciare dagli investimenti ingenti dell’anno scorso: 180 milioni che sono stati destinati all’apertura di nuovi negozi, a interventi di ristrutturazione e al lancio di servizi innovativi.
Un insieme di progetti «avviati in tempi rapidissimi che nell’immediato ha generato diseconomie superiori alle previsioni».
A peggiorare le cose ci si è messa anche la concorrenza più aggressiva subita nelle piazze storiche della cooperativa, tutti fattori che hanno contribuito al rosso in bilancio e al ridimensionamento delle vendite, ridotte complessivamente a 4,1 miliardi.
Le difficoltà potrebbero proseguire anche quest’anno anche se, assicura il presidente ci si aspetta «una netta inversione» nelle vendite.
Lo scorso febbraio è stata avviata una revisione del piano industriale, mentre la cooperativa sta lavorando a una riforma del proprio statuto sociale. Nel 2017 hanno sofferto anche le librerie Coop e le televisioni che fanno capo a Tr-Media. Notizie positive invece dalla controllata Robintur e dall’erogazione di carburante.
«Il nostro piano strategico 2017-2019 — spiega Turrini nella lettera ai soci — prevedeva numerosi investimenti per lo sviluppo della cooperativa, mettendo in conto una perdita in attesa di segnali incoraggianti dai progetti intrapresi. Abbiamo affrontato lunghe e complesse ristrutturazioni dei negozi e rinnovato gli assortimenti per rispondere ai nuovi bisogni di soci e clienti». I dati del primo bilancio in rosso di Coop Alleanza 3.0 saranno discussi il 16 maggio in 18 assemblee dei soci in tutta Italia.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2018 Riccardo Fucile
LE RESTRIZIONI COMMERCIALI DI TRUMP DARANNO LUOGO A PREVEDIBILI RITORSIONI CON IL RISCHIO DI PORTARE A UN CALO DI 1-2 PUNTI DELLA CRESCITA COMPLESSIVA
È ufficiale. Il 1 maggio scoppierà la più grave guerra commerciale dell’era della globalizzazione e, probabilmente, dell’intero dopoguerra.
Tutti, a cominciare da Angela Merkel, l’ultima ad aver incontrato il presidente americano, si aspettano che la Casa Bianca applichi davvero, da martedì, le tariffe del 10 per cento alle importazioni dall’Europa di acciaio, finora congelate, e la Ue risponderà imponendo dazi sui jeans Levi’s, sulle moto Harley Davidson, sul bourbon. Al contrario delle guerre vere, i conflitti commerciali sono film che si possono interrompere in qualsiasi momento e riavvolgere in un attimo.
Ma questo potrebbe espandersi in modo esplosivo. A differenza degli scontri dei passati decenni, infatti, non è limitato a capitoli specifici come la “tassa sui polli”, le bistecche agli ormoni e gli Ogm.
In linea di principio può diventare, una ritorsione dopo l’altra, un conflitto a 360 gradi. L’unico vantaggio è che Trump diventa un po’ meno imprevedibile.
Ora sappiamo che l’unica bussola del presidente americano sono gli umori della fascia di elettorato che lo ha portato alla Casa Bianca, anche se questo lo pone contro i grandi interessi che sostengono il suo partito.
E sappiamo anche che il suo mondo di riferimento è quello della sua infanzia, negli anni ’50, quando il commercio internazionale era fatto di prodotti finiti che andavano da un paese all’altro.
Nell’era della globalizzazione, è stato il commercio a trainare l’economia, sviluppandosi sistematicamente più velocemente della produzione.
Gli economisti calcolano, dunque, che una guerra commerciale a livello globale (i dazi di Trump sull’acciaio sono contro Ue, Cina, Giappone) le tariffe doganali finirebbero per aumentare, mediamente, al 32 per cento.
La crescita mondiale verrebbe decurtata di 1-2 punti percentuali. Nell’immediato, a subirne di più le conseguenze sarebbe la Ue, che esporta l’equivalente del 3,5 per cento del suo Pil, il doppio dell’1,7 per cento della Cina.
Ma, come nel flipper, non si sa dove va, rimbalzando, la pallina: se un paese importa qualcosa, è perchè è più efficiente che produrselo da solo.
Le ragioni. Trump non è il primo a lagnarsi dei furti di prorietà intellettuale dei cinesi e del torrente di esportazioni tedesche. Lo aveva fatto anche Obama. Ma è dubbio che riesca a mettere all’angolo Pechino senza allearsi con europei e giapponesi.
E conferma di muoversi in una visione degli scambi commerciali che non esiste più. Il presidente americano ripete che gli Usa hanno un deficit con l’Europa di 151 miliardi di dollari. Ma, insieme ai beni, ci sono i servizi (assicurazioni, noli, finanza) dove gli americani hanno un attivo di 50 miliardi di dollari. Il deficit è, dunque, di 100 miliardi.
Dice che le auto Usa pagano un dazio del 10 per cento in Europa, quelle europee del 2,5 per cento in America. Ma si dimentica dei Suv, i fuoristrada così cari agli americani.
Questi pagano un dazio, negli Usa, del 25 per cento. Il risultato è che, nella media delle vendite, le tariffe si equivalgono. Troppe auto tedesche sulle strade americane? Bmw, Mercedes, Vw producono, nelle loro fabbriche americane, più macchine di quante ne importino dalla Germania.
Funziona? Gli economisti dicono che le guerre commerciali non giovano a nessuno. I dazi sull’acciaio rendono la vita più facile ad aziende che impiegano 150 mila lavoratori e più difficile (perchè aumentano i prezzi della materia prima) quella di aziende che ne impiegano dieci volte di più.
Più in generale – ha spiegato per tutti Maurice Obstfeld, il capoeconomista del Fmi — i deficit commerciali non si curano con i dazi.
Lo squilibrio tamponato con le tariffe rispunta in un altro settore. Perchè se un paese spende più di quanto guadagna (gli Usa, con i debiti di famiglie e dello Stato) finirà sempre per importare e uno che guadagna più di quanto spende (la Germania) per esportare. In più, un paese che è già ai limiti della capacità produttiva (gli Usa, con la disoccupazione sotto il 4 per cento) non ha i margini per sostituire le importazioni con la produzione interna.
I danni. Paradossalmente i danni maggiori della guerra possono venire dalla pace successiva. Il dogma della globalizzazione è che i vantaggi commerciali garantiti ad un paese si estendono automaticamente a tutti gli altri. Se si torna a trattative e accordi bilaterali — come vuole Trump — si torna alla legge della giungla.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
LE STORIE DEI QUATTRO INSERITI DA POETS & QUANTS TRA I MIGLIORI DOCENTI DI ECONOMIA AL MONDO: “NOI ALL’ESTERO PER LIBERA SCELTA, NON SIAMO CERVELLI IN FUGA”
Giovani, talentuosi e sconosciuti. Paolo Aversa, Ileana Stigliani, Paolo Taticchi e Stefano Tasselli sono stati inseriti nella lista dei 40 migliori professori del mondo di business dalla rivista americana Poets & Quants, considerata la «Bibbia» del settore. Ma in Italia non li conosce nessuno.
Non chiamateli «cervelli in fuga» perchè hanno scelto loro di studiare, fare ricerca e insegnare nelle migliori università del mondo. Segnatevi questi nomi, perchè ne sentiremo parlare in futuro.
PAOLO AVERSA
“Studio la Formula 1 per capire quando è il momento di innovare”
Cosa c’entra la Formula 1 con l’innovazione?
«Alla Cass Business School, dove tuttora insegno ho scoperto che quando c’è un cambiamento nel mercato del lavoro importante, non sono le innovazioni radicali a dare più benefici, ma quelle più semplici e meno ambiziose. Tante imprese innovative hanno fallito per questo motivo. Si ricorda il Concorde, considerato il più veloce degli aerei? O il Betamax che all’epoca era molto più avanzato come tecnologia del vhs?».
E la Formula 1?
«Ogni anno in Formula 1 gli ingegneri adattano la macchina dell’anno prima in base al nuovo regolamento: dall’elettronica al design, fino al motore. Nel 2009 diedero la possibilità a tutte le squadre di mettere un motore ibrido. Ferrari e McLaren lo fecero, mentre la povera Brawn cambiò solo il diffusore. Risultato? Quei team ebbero la monoposto in panne una gara sì e l’altra pure. Mentre la Brawn del modesto Jenson Button riuscì a vincere il mondiale. Ma quando l’ambiente di mercato è più stabile, le innovazioni radicali sono quelle più giuste».
Tornerebbe in Italia?
«Sto bene qui. Prenderei in considerazione un ritorno solo se ci fossero le condizioni giuste e l’opportunità di fare bene».
ILEANA STIGLIANI
“Insegno ai futuri manager come risolvere i problemi. Le soluzioni sono nel design”
Ileana Stigliani, dopo la Bocconi e un anno al Mit di Boston ha iniziato a insegnare il «Design thinking» all’Imperial College di Londra.
Di cosa si tratta?
«Insegno le migliori pratiche usate dai designer per sviluppare nuovi prodotti e servizi di successo. Modi di pensare applicabili anche ai manager quando devono risolvere dei problemi delle aziende, come il calo delle vendite».
In teoria quello dei designer è un altro lavoro.
«Siamo abituati al problem solving analitico: uno parte da un problema, sviluppa delle ipotesi, le testa, le conferma o le confuta. Invece i designer hanno un altro approccio: passano molto tempo nell’esplorare la radice del problema».
E come si fa?
«Mettendosi nei panni del consumatore. Oggi tutto cambia continuamente, così come i gusti e le richieste delle persone, ormai sempre più sofisticati. Andando a fondo nelle cose, si capiscono quali sono i veri bisogni che magari gli stessi consumatori nemmeno conoscono».
Come fa a insegnarlo ai suoi studenti?
Li mando nei musei di Londra, chiedendo di mettersi nei panni di visitatori ciechi e di riprogettare l’esperienza museale per loro. Se crei un’esperienza soddisfacente per una categoria particolare, lo farai anche per tutti gli altri».
STEFANO TASSELLI
“Ho osservato che in ufficio la personalità cambia in base ai vicini di scrivania”
Da poco Stefano Tasselli è stato nominato «Alumnus» del mese dall’Università di Cambridge. Di solito si conferisce a ex studenti anziani, mentre lui ha solo 35 anni.
Perchè?
«Forse qualcosa di buono l’ho fatto qui all’Università di Rotterdam studiando il comportamento personale e delle organizzazioni nei luoghi di lavoro».
Cioè?
«Studio come l’interazione tra le nostre personalità , motivazioni e percezioni contribuiscono a sviluppare relazioni con gli altri e come queste hanno un impatto su quello che facciamo. Ovvero se avremo successo o meno, ma non solo questo».
Qual è stato l’aspetto più originale della ricerca?
«Siamo abituati a pensare che la nostra personalità sia immutabile, ma non è così. Le esperienze all’interno dell’organizzazione e le relazioni con i colleghi possono cambiare la nostra personalità . Se per esempio lavori con persone depresse è più probabile che tu abbia sintomi di depressione, se hai invece un capo carismatico è più probabile che tu stesso possa mostrare comportamenti carismatici».
Perchè ha scelto Rotterdam e non l’Italia?
«Non è una questione di fuga di cervelli, anzi. L’ambito di cui mi occupo è di natura internazionale. Per questo ho scelto una soluzione che mi consentisse di coniugare il tempo per sviluppare la mia ricerca con l’insegnamento».
PAOLO TATICCHI
“Creo modelli per le imprese che rispettino l’ambiente facendo quadrare i conti”
Paolo Taticchi, è stato il più giovane direttore di MBA al mondo, a soli 29 anni.
Perchè ha deciso di lasciare l’Italia?
«Da semplice ricercatore nel 2009 ho lanciato un master MBA a Spoleto, in Umbria, con la prestigiosa Bradford School of Management e l’Università di Perugia. Per problemi amministrativi e politici dalla sera alla mattina mi sono sentito dire «Ti dobbiamo staccare l’email perchè non hai più il contratto da ricercatore». Ma non mi considero un cervello in fuga, all’epoca avevo un incarico a New York. Ora sono contento di essere qui all’Imperial College di Londra»
Dove insegna Management e sostenibilità d’impresa. Di cosa si tratta?
«Dal 2008 sviluppo e insegno modelli di business più sostenibili affinchè le aziende possano cambiare le proprie strategie ed essere più sostenibili dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Ma sono sempre rimasto legato all’Italia. In questi anni ho fatto anche studi e progetti nella mia regione, l’Umbria».
Quali?
«Per esempio ho aiutato una piccola e media impresa umbra che si trovava ad affrontare la tremenda crisi del settore costruzioni a diversificare il proprio business e sviluppare un nuovo ramo di impresa caratterizzato da prodotti sostenibili e un modello di business legato all’economia circolare. Il progetto è diventato un caso di studio internazionale».
(da “La Stampa”)
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Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile
COSA E’ SUCCESSO NEGLI STATI CHE L’HANNO UTILIZZATA E CHE FINE HANNO FATTO I SERVIZI FINANZIATI CON LE TASSE
Mentre Matteo Salvini non ha ancora deciso se accordarsi o meno con Luigi Di Maio, il quale dice che con il leader della Lega “si potrebbero fare grandi cose”, Report dedica una puntata a una di quelle cose grandi che la Lega ha promesso insieme al resto del centrodestra nella sua campagna elettorale: la flat tax.
La puntata di lunedì della trasmissione d’inchiesta condotta da Sigfrido Ranucci si dedica alla “tassa piatta”, come la chiama Giorgia Meloni in omaggio al passionale idioma italico e contro gli inglesismi del popolo dei cinque pasti, dovrebbe sostituire i cinque scaglioni di IRPEF oggi in vigore: da un minimo del 23% a un massimo del 43%.
La proposta della Lega, invece, farebbe un favore ai ricchi: ogni anno, le famiglie con più di 70 mila euro di reddito guadagnerebbero 12 mila euro; solo 24 euro il vantaggio per chi ne guadagna meno di 10 mila.
Gli estimatori della flat tax, tra cui c’è l’Istituto Bruno Leoni, sostengono però che i vantaggi di sistema derivati dall’abbassamento delle tasse superano di gran lunga gli svantaggi: maggiori consumi e investimenti e quindi maggiore crescita.
Roberto Rotunno sul Fatto Quotidiano racconta in anteprima i risultati dell’inchiesta di Report sugli effetti:
Emblematica è l’esperienza dell’Illinois, dove le persone pagano il 4,95% del reddito e le imprese il 7%.
Le cose —ha notato l’inviato di Report volato nello Stato Usa —, non vanno bene: il debito raggiunge i 148 miliardi di dollari e il pubblico non riesce neanche a sistemare le buche per strada.
Nella città più grande, Chicago, servirebbero decine di miliardi per migliorare il sistema dei trasporti e riparare le tubature dell’acqua, ma “il gettito fiscale — ha spiegato a Report il presidente del Metropolitan Planning Council di Chicago — sono insufficienti”
Per finanziare la scuola, si usano i proventi delle imposte sulle case: quindi nelle comunità più povere, dove le abitazioni costano poco, i fondi sono scarsi, questo ha portato a un aumento delle rette universitarie e tanti giovani studenti sono andati a studiare in altri Stati.
E gli effetti positivi sull’economia?
Come i pangloss nostrani (non) dicono, in realtà nulla obbliga persone e imprenditori a rimettere in circolo i soldi risparmiati grazie a sconti fiscali.
Ma c’è di più, spiega ancora il Fatto: semmai accade il contrario, come dice l’Ocse: dal 2000 è cresciuta la quota di soldi rimasti nelle casse delle aziende americane (dal 5 all’8,5% del Pil),ma gli investimenti netti sono scesi di un terzo.
Le imprese si sono tenute ciò che lo Stato non ha chiesto loro sotto forma di tributi, insomma.
In Europa dell’Est c’è chi ha provato ad “appiattire” il fisco per scucire imprese alle nazioni concorrenti.
La Slovacchia, per esempio, ci è riuscita con l’Embraco: l’azienda, che produce compressori per Whirlpool, sta per lasciare il Piemonte e trasferirsi in Slovacchia. L’esempio però non deve far pensare che sia tutto oro
Bratislava riserva alle imprese un trattamento fiscale di favore (e i salari sono molto bassi), ma l’esperimento della flat tax non è stato positivo: è stata introdotta nel 2004 al 19% per tutti, ma nove anni dopo si è dovuto fare marcia indietro e rimettere le aliquote.
Nel frattempo, non sono mancati enormi scandali di evasione.
Chi ci guadagna con la flat tax
Con l’ipotesi di tassa fissa al 23%, ovvero la stima “prudenziale” fornita da Forza Italia che secondo Silvio Berlusconi dovrebbe essere l’ipotesi di partenza su cui operare tagli — secondo Salvini deve essere più bassa — i risparmi rilevanti partono dai redditi da 25mila euro annui in su e i benefici più tangibili sono per gli stipendi più alti.
Spiega oggi Andrea Bassi sul Messaggero che con l’aliquota unica al 23% sparirebbero tutte quelle superiori: il 27%, il 38%, il 41% e il 43%.
La «no tax area», il livello di reddito al di sotto del quale non si pagano tasse, salirebbe dai circa 8.150 euro attuali (circa 8 mila per i pensionati), a 12mila euro.
Su questo primo scaglione di reddito non pagherebbero tasse tutti coloro che guadagnano fino a 28 mila euro.
Dai 28mila euro questo vantaggio andrebbe calando e si azzererebbe a 55 mila euro. Le detrazioni per i figli a carico, invece, aumenterebbero leggermente: da 950 a mille euro. Quella per i figli al di sotto dei tre anni, salirebbe invece in maniera consistente, da 1.220 euro a 2mila euro.
Verrebbero invece eliminate le detrazioni sul lavoro dipendente, su quello autonomo e sulle pensioni. Via anche il bonus da 80 euro del governo Renzi.
Per i redditi dai 12 ai 13mila euro il risparmio annuo netto sarebbe di 123 euro, mentre per quello dai 18mila ai 19mila si arriverebbe a 534 euro; 1284 euro di tasse si risparmierebbero dai 24 ai 25mila euro e così via.
Chi guadagna tra i 90 e i 100mila euro risparmierebbe ben 12mila euro di tasse. Infine, spiega il quotidiano, in una famiglia in cui lavorano sia la moglie che il marito, con un reddito di 70 mila euro lordi e due figli a carico, uno dei quali minore di tre anni, il risparmio sarebbe di quasi 4mila euro l’anno (3.918 per l’esattezza).
L’incognita più grande dell’aliquota unica sono i costi.
Ammonterebbe a 65 miliardi per le casse dello Stato il minor gettito derivante dalla flat tax.
(da “NextQuiotidiano”)
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