Destra di Popolo.net

L’ULTIMA E’ ESILARANTE: “DI MAIO HA RICEVUTO LA MAIL, MA HA SBAGLIATO A LEGGERE”

Settembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

“NON HA CAPITO CHE LA MURARO FOSSE INDAGATA: LA PENOSA BUGIA…E QUESTO VORREBBE FARE IL PREMIER?

“Ha sbagliato a leggere la mail”. La lunga giornata di Luigi Di Maio, finito nel mirino dei colleghi del Direttorio, per non aver comunicato loro dell’iscrizione dell’assessore all’Ambiente Paola Muraro nel registro degli indagati, finisce così: con una surreale giustificazione secondo la quale la tanta agitazione del Movimento 5 Stelle e della base sarebbe semplicemente il frutto di un equivoco.
Insomma, un misunderstanding. In pratica, Di Maio, responsabile degli Enti locali e leader in pectore, non avrebbe capito il contenuto della mail, inviatagli dal mini-direttorio, da Paola Taverna in primis, che lo informava del fatto che l’assessore Muraro fosse indagata.
A tarda sera viene spiegato all’Adnkronos che il vicepresidente della Camera aveva inteso, dalla mail, che il fascicolo sulla Muraro si riferiva all’esposto del numero uno di Ama, Daniele Fortini, che il due agosto si era recato alla Procura di Roma, notizia rimbalzata sui giornali. Tre giorni dopo, il 5 agosto, Di Maio riceve la mail e pensa che il fascicolo Muraro sia riconducile all’affaire Fortini, ormai di dominio pubblico.
Tutto questo insieme di garbugli viene fatto filtrare dalla comunicazione M5S alla fine di un’estenuante giornata per il mondo pentastellato e dopo undici ore di riunione. Praticamente un conclave a porte chiuse.
Nel frattempo Di Maio disdice la sua partecipazione a Politics e si apre un giallo sulla sua presenza o meno all’incontro tra Direttorio (Carla Ruocco, Roberto Fico, Carlo Sibilia) e il mini direttorio (Paola Taverna e Stefano Vignaroli).
Il tutto va avanti con un’aura di mistero, fino a quando si apprende che il vice presidente della Camera era presente. In contatto c’era anche Beppe Grillo.
Qualcuno racconta che agli altri componenti del Direttorio proprio non sia andato giù di essere stati tenuti all’oscuro di tutto e inoltre non hanno gradito il fatto che Di Maio non li abbia informati del caso Muraro.
Non a caso, appena appresa la notizia durante l’audizione in commissione Ecomafie, Ruocco e Sibilia hanno subito twittato di non saperne nulla.
Versione da loro confermata anche alla fine della riunione.
A domanda precisa “Di Maio sapeva?”, i due rispondono: “Io non sapevo”. Ma nessuno di loro e neanche Fico dicono con chiarezza se Di Maio fosse a conoscenza o meno.
Sibilia si lancia in un “forse Di Maio non ha considerato importante un’iscrizione nel registro degli indagati perchè non è un avviso di garanzia ed è stata Muraro a chiedere informazioni alla Procura sul suo conto”.
Poco dopo viene battuta l’agenzia sul vice presidente di Montecitorio che invece non aveva capito il contenuto della mail.
A pensar male si fa peccato, ma tutto lascia pensare a un modo studiato e articolato dalla comunicazione 5Stelle per salvare il salvabile e quindi la posizione barcollante di Di Maio, finito sotto attacco dei più puri sul tema della trasparenza.
Si racconta che Ruocco e Fico fossero i più infuriati durante il tesissimo vertice.
È stato il giorno più difficile nella storia dei 5Stelle è quello in cui tutti si sono convinti del fatto che “Di Maio non poteva non sapere”, anzi in questo caso “sapeva e non poteva non aver capito”.

(da “Huffingtonpost”)

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SETTE REAZIONI (DIVERSE) PER SETTE FARDELLI: QUANDO UNO NON VALE UNO

Settembre 6th, 2016 Riccardo Fucile

FRA I SINDACI INDAGATI O I COMUNI TURBOLENTI: TUTTI I NODI APERTI NELLE CITTA’ A CINQUESTELLE

“Ora tutto cambia, 38 comuni a cinque stelle” recitava con scritta campale sul blog Beppe Grillo all’indomani delle comunali di giugno.
E in effetti tutto cambia, ma proprio tutto, e in continuazione.
Cambiano i pesi e le misure del MoVimento 5 stelle ad ogni grana, ad ogni sintomo di insofferenza.
In quasi cinque anni di amministrazioni grilline (ad oggi siamo appunto a 38 comuni governati) i casi di avvisi di garanzia o indagini riguardanti sindaci, assessori e consiglieri sono tutti stati gestiti in maniera differente.
1) Pizzarotti (sospeso).
Il caso più eclatante è quello del sindaco di Parma. E’ stato sospeso dal Movimento ufficialmente con la motivazione di non aver avvisato dell’indagine sul Teatro Regio di cui era a conoscenza e che lo riguardava.
Un avviso che, secondo M5s, doveva essere fatto subito sia a direttorio che a responsabile dei Comuni (Di Maio), un avviso di cui i cittadini dovevano essere informati pubblicamente.
Tant’è che l’allora candidata Raggi commentò così il caso ducale: “C’è stato un problema di trasparenza nei confronti soprattutto dei cittadini. Pizzarotti questa situazione la conosceva da tempo e purtroppo non l’ha resa nota”.
2) Raggi-Muraro (in attesa).
Nella vicenda più recente, Paola Muraro, assessore della giunta Raggi, è indagata dal 21 aprile 2016. Virginia Raggi era a conoscenza di ciò dal 18 luglio e, a suo dire, il sindaco di Roma aveva avvertito i vertici (direttorio).
A differenza del caso Parma (in cui erano indagati anche assessori oltre al sindaco), la comunicazione Comune-direttorio ci sarebbe dunque stata.
Ma, come doveva essere dalle regole paventate dai Cinque Stelle, i cittadini di Roma non sono stati avvisati dell’indagine. Sul futuro di Raggi e Muraro si attendono chiarimenti a breve.
3) Nogarin (difeso da M5s).
Caso simile a quello di Federico Pizzarotti è quello riguardante Filippo Nogarin, sindaco di Livorno indagato in concorso per bancarotta fraudolenta insieme ad alcuni assessori.
Il sindaco pubblicò però allora le carte (non l’avviso di garanzia) e avvisò i vertici grillini della situazione.
Per questo motivo non fu sospeso ma anzi difeso dal MoVimento che si dimostrò garantista in attesa di chiarezza. Nogarin è ancora saldamente alla guida del Comune toscano.
4) Fucci (indagato ma non sospeso).
All’indomani degli scandali Parma e Livorno un altro sindaco M5s, Fabio Fucci di Pomezia, raccontò su Facebook di essere stato indagato.
“Sapete cosa è successo? Anche io ho ricevuto un avviso di garanzia ma è già  tutto archiviato. Chissà  come mai nessuno ne ha parlato prima. Pensate che disastro se mi fossi dimesso per un avviso di garanzia basato su accuse inconsistenti e reati inesistenti”.
La questione, rivelata dopo l’archiviazione, non è costata alcun provvedimento da parte del MoVimento.
5) Messinese (espulso).
Il sindaco di Gela, Domenico Messinese, è stato espulso dal movimento 5 stelle dato che “è venuto meno agli obblighi assunti con l’accettazione della candidatura e si è dimostrato totalmente fuori asse rispetto ai principi di comportamento degli eletti nel movimento e anche alle politiche ambientali energetiche e occupazionali più accreditate in ambito europeo. Pertanto si pone fuori dal Movimento, di cui, da oggi, non fa più parte”.
Il sindaco attaccò il Movimento, definito come “latitante nei mesi” : “Se sono stati latitanti per preservare la libertà  di gestione dell’amministrazione locale questo è un merito, ma se invece è per poter abbandonare un sindaco che crede nel Movimento 5 Stelle questa è un’altra cosa”. E’ stato espulso senza appello.
6) Fabbri (espulso).
Non indagato, ma semplicemente reo di essersi candidato alle elezioni provinciali nonostante i divieti dei vertici, fra i primi sindaci espulsi di M5s ci fu Marco Fabbri di Comacchio, cacciato poco dopo l’espulsione del consigliere regionale emiliano Andrea Defranceschi.
Curioso il metodo (trasparente?) utilizzato per l’espulsione: Fabbri fu cacciato con un solo rigo postato in calce sul blog di Grillo (anche se i vertici affermarono di averlo avvisato, ma lui smentì).
7) Capuozzo (prima difesa e poi espulsa).
Altro caso con pesi e misure differenti fu quello del sindaco di Quarto, Rosa Capuozzo, non indagata ma finita nella bufera per un presunto inquinamento del voto, con legami camorristici, nel suo Comune.
La Capuozzo venne ascoltata dall commissione Antimafia e inizialmente difesa dai vertici M5s che poi, con l’infuriare delle polemiche, la scaricarono per non aver rispettato gli ordini e non aver denunciato per tempo le minacce che stava subendo.

(da “la Repubblica”)

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LA MOSSA DELL’AUTODISTRUZIONE DELLE DUE SIGNORE

Settembre 6th, 2016 Riccardo Fucile

L’ATTEGGIAMENTO ELUSIVO E ARROGANTE DELLA RAGGI E DELLA MURARO SONO L’ANTITESI DELL’ONESTA’ E DELLA TRASPARENZA

Non ci si può credere. Magari alla fine si scoprirà  che non si tratta del più grave caso di corruzione che un assessore abbia dovuto affrontare, ma di sicuro è il più sorprendente.
Dunque, abbiamo appreso nel corso di una audizione della Commissione sulle Ecomafie che Paola Muraro, assessore all’Ambiente, uno dei settori chiave che gestisce anche i rifiuti, è indagata dal 21 aprile 2016.
Abbiamo ulteriormente appreso che lei ne era a conoscenza fin dal 18 luglio. 11 giorni dopo l’insediamento della Giunta Capitolina.
Abbiamo poi appreso che anche la Sindaca Virginia Raggi ne era stata informata il giorno successivo, il 19 luglio.
Cioè la massima autorità  del Campidoglio e un assessore capitolino sapevano di questa indagine e non hanno detto nulla. Anzi, hanno continuato in questi mesi a negare.
A dare la colpa a complotti, a poteri forti, ai giornalisti. Invece stavano semplicemente mentendo.
Mentire è stata una scelta frutto di incompetenza, di superficialità , o di vera e propria malizia? E’ stata fatta in buona o cattiva fede? O magari è il risultato finale di un errato calcolo politico nella sempre più aspra guerra interna?
Le prime risposte date dalle due durante la audizione in Commissione fanno trapelare un intreccio di tutti questi motivi. A fronte delle rivelazioni, infatti, sia la Raggi che la Muraro si sono distinte per un atteggiamento sia elusivo che arrogante.
Intanto non c’è stata da parte loro nessuna operazione “verità ” – la informazione è stata data in apertura dei lavori dal Presidente della Commissione Alessandro Bratti che ha comunicato di aver “inoltrato alla Procura di Roma una richiesta formale per conoscere se Paola Muraro sia persona sottoposta ad indagini. La procura ci ha risposto che si procede nei suoi confronti per il seguente reato: art. 256 comma 4, legge 152/2006. Muraro è stata iscritta nel registro degli indagati il 21/4/2016. Non sussiste segreto investigativo visto che il 18/7/2016 è stato rilasciato a Muraro il certificato attestante l’iscrizione e che la stessa ha nominato difensore l’avvocato Salvatore Sciullo”.
Solo dopo esser stata “smascherata” la Muraro ha ammesso, e la Sindaca ha a sua volta detto di essere stata anche lei informata da tempo, ma solo dopo esser stata “pressata da domande”.
Entrambe per altro hanno continuato a difendere la menzogna: si sapevo, ha detto la Sindaca, “ma si trattava di una contestazione generica e non c’è ancora alcun avviso di garanzia e soprattutto abbiamo fatto questa valutazione in una riunione dove era presente anche l’ex capo di gabinetto che ci ha confortato dicendoci che era tutto troppo generico per sapere di cosa si stava parlando”.
Con una involontaria (almeno così speriamo) gaffe Virginia Raggi ha anche fatto sapere di non aver letto i documenti che le portò l’assessore: “Muraro mi portò un pacco di documenti, ma non mi sono messa a leggere chili di carta, quello no”.
La Muraro a sua volta si è rifugiata in giustificazioni persino divertenti: “I giornalisti mi hanno sempre chiesto se avevo ricevuto un avviso di garanzia e io non l’ho mai avuto”.
Da queste parole non sembra proprio che le due siano consapevoli delle gravità  della loro scelta di tacere.
E questa inconsapevolezza è forse l’elemento più sorprendente, quello che autorizza più domande.
Com’è possibile che la Sindaca e il suo assessore non abbiano capito che per una forza politica, come i pentastellati, che alla radice della sua fondazione (e del favore popolare di cui gode) ha due parole, “onestà ” e “trasparenza”, la menzogna è la peggior violazione dell’etica che il loro movimento vuole ricostruire, è il tradimento delle migliaia di cittadini che li hanno votati proprio in nome della loro onestà ?
E a chi altro hanno mentito? Al Direttorio? Ai propri consiglieri nella Giunta? A Di Battista? Di Maio, Grillo?
Quella delle due signore del Campidoglio è a tutti gli effetti una mossa di autodistruzione.
Che rischia di trascinare la reputazione di tutto il Movimento, e di vanificare la spinta ideale di chi questo Movimento l’ha votato.

Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost“)

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VIRGINIA RAGGI HA MENTITO SAPENDO DI MENTIRE E HA DICHIARATO IL FALSO PIU’ VOLTE AI ROMANI

Settembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

“L’EVENTUALITA’ DI UN AVVISO DI GARANZIA PER MURARO E’ UN’IPOTESI AL MOMENTO IRREALE, SE SI DOVESSE VERIFICARE VALUTEREMO”….VERGOGNA! SAPEVA DAL 19 LUGLIO E ANCHE GRILLO E DI MAIO ERANO STATI INFORMATI

«Trasparenza e onestà », era lo slogan di Virginia Raggi durante le “comunarie” per ottenere la candidatura dei grillini.
«Trasparenza, trasparenza», la parola d’ordine ripetuta all’infinito agli elettori per distinguersi dalle ombre e dalle bugie della vecchia politica infettata dalla suburra romana.
A 80 giorni dal trionfo, oggi la sindaca ha ammesso che il suo assessore ai rifiuti, Paola Muraro, le aveva raccontato di essere stata iscritta nel registro degli indagati già  lo scorso 19 luglio.
Il giorno prima l’assessora ne era venuta a conoscenza direttamente dalla procura di Roma, che l’ha indagata per abuso d’ufficio.
Il fatto è grave, non solo per l’indagine penale (siamo garantisti e speriamo che la Muraro possa dimostrare di essere totalmente estranea alle accuse). Ma soprattutto perchè la vicenda odierna ha dimostrato che la Raggi ha mentito alla stampa e ai cittadini romani.
Mentito sapendo di mentire: il 29 luglio, quando era consapevole già  da 10 giorni dell’apertura del fascicolo sulla sua collaboratrice di punta, ha infatti detto: «Paola Muraro indagata? Non vorrei rispondere su supposizioni. Quando ci sarà  qualcosa da dichiarare lo dichiareremo».
Nessuna “supposizione”: la sindaca era tra le pochissime persone a conoscere l’esistenza dell’indagine, ma ha preferito sviare.
L’assessora all’Ambiente sapeva di essere inquisita dal 18 luglio. Ma lo ha sempre negato. Facendo esporre, nella sua difesa, i vertici del M5S e la sindaca Virginia Raggi.
Per non aver comunicato di aver ricevuto un avviso di garanzia il sindaco di Parma Pizzarotti rischia ancora l’espulsione
Una settimana dopo, il 5 agosto, alla domanda di un cronista che gli chiedeva cosa avrebbero fatto i Cinque Stelle «nel caso Muraro fosse indagata», il capogruppo grillino in Campidoglio Paolo Ferrara ha ribadito con sprezzo e ironia: «”Se fosse, se fosse”. Qui andiamo avanti con i “se fosse”. Vediamo giorno per giorno, Roma ha bisogno di lavorare. Poi vedremo che succederà , ma non credo che questa cosa accadrà ».
Se è possibile che Ferrara non fosse al corrente dell’indagine perchè anche lui come noi tenuto all’oscuro della faccenda, la Raggi smentisce l’esistenza di un avviso di garanzia anche il 10 agosto: «L’eventualità  di un avviso di garanzia per Muraro è un’ipotesi al momento irreale. Se si dovesse verificare valuteremo». Una bugiarda impenitente, la neosindaca di Roma.
Che persino stamattina, in un’intervista al “Corriere della Sera”, ha confermato che l’assessore Muraro «mi ha garantito che non le è arrivato neanche un avviso di garanzia».
Mentire è un peccato. Per i politici è un peccato grave.
Ma per i politici che predicano trasparenza assoluta, rischia di essere un peccato capitale.

Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)

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DIBBA ORA CORRE DA PREMIER: GRILLO LO ELOGIA, DI MAIO LO SOFFRE

Settembre 4th, 2016 Riccardo Fucile

DALLA VISITA IN ISRAELE FALLITA SI E’ ACUITA LA RIVALITA’ TRA I DUE EMERGENTI

La crisi attorno alla Raggi illumina in controluce quanto si stanno modificando in questo momento i rapporti di forza tra i due personaggi più dotati, ma assai diversi, del Movimento: Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.
Rivali ma costretti a convivere, legati ma quasi opposti, istituzionale uno, movimentista l’altro, avevano fino all’altro ieri un patto abbastanza solido, nato nella consapevolezza paradossale che simul stabunt simul cadent, e nella coscienza che ognuno sa tantissime cose dell’altro, quindi potrebbero farsi molto male a vicenda, se solo aprissero lo scrigno.
Ora però gli equilibri sono mutati. «Per la prima volta – ci dice una fonte molto importante – Alessandro (Di Battista, nda.) è davvero in corsa anche lui, non solo Luigi, per diventare il candidato premier del Movimento».
Non significa che lo sarà , sia chiaro; ma non era mai stato così forte prima.
C’è già  stata una prima occasione in cui Di Battista fece valere una strategia diversa da di Di Maio: il vicepresidente della Camera si era apparecchiato la visita in Israele, Di Battista ottenne di far emergere potentemente l’anima filo-palestinese del Movimento proprio su Gaza, utilizzando Manlio Di Stefano; risultato: l’accreditamento del gemello-rivale fallì.
Fu un caso? E se Di Battista avesse invece un piano?
Di certo, ora, dalla crisi-Raggi Di Maio esce scornato: si è alienato la fiducia di tanti grand commis e del “suo” Minenna (mandandolo allo sbaraglio contro Marra, poi non coprendolo, infine ricevendone giudizi durissimi), e ha dovuto esporsi in dichiarazioni sdrucciolevoli tipo «le lobby contro di noi».
Di Battista invece se n’è rimasto fino a ieri pomeriggio beatamente silente, un segno di forza interno, il non aver bisogno di dire nulla, l’osservare la situazione dall’alto della collina; ha continuato sereno il suo tour per il no alla riforma Boschi.
Qui siamo in grado di documentare la sua ascesa attraverso tre passaggi.
Il ruolo di Beppe Grillo, innanzitutto. Il fondatore del Movimento è un istintivo, non fa progetti politici.
Da qualche tempo ha preso a manifestare insofferenza per l’entrismo istituzionale di Di Maio, i suoi incontri con i lobbisti, la smania di chiedere appuntamenti coi potenti. Grillo parla, e esprime giudizi a volte anche molto coloriti, su chi a un certo punto non lo convince o non lo entusiasma o lo ha seccato.
Così come esprime giudizi positivi altrettanto di pancia, e in questo momento non fa che elogiare Di Battista, è arrivato a dire che un po’ si rivede in lui.
Se dovessimo riassumere questa estate in due fotografie, agosto gli riconsegna un Di Maio a tavola coi lobbisti e invece un Di Battista trionfante in scooter nelle proteste di piazza.
Inutile dire quanto questo piaccia a Grillo, e anche a quei cinque stelle che pensano (non sempre in buonafede) sia possibile mascherare la trasformazione istituzional-romana del Movimento dietro qualche posa rivoluzionaria a buon mercato e alcuni ottimi comizi.
Il secondo passaggio incrocia la crisi attorno a Virginia Raggi. Grillo, non giriamoci attorno, è insofferente ormai della Raggi.
L’incontro tra i due fu «una scazzottata», di fatto. Lui la considera molto inesperta (forse ha usato un altro termine, scusateci, ma il senso è questo), e ritiene che si circondi di persone non buone (chiaro il riferimento al network-Alemanno, a Marra, ma pensa anche ad altri, Beppe?).
Carla Ruocco, che nel Movimento è considerata da tutti una specie di portavoce informale di Grillo, ormai digerisce a fatica la Raggi e ne parla non bene (eufemismo); insomma, nel Movimento c’è l’automatismo che quando Ruocco si espone così, in molti parlamentari pensano abbia appena messo giù il telefono con Grillo.
Vera o falsa che sia, questa è la sensazione che hanno.
Il terzo passaggio riguarda quello che ci dicono due senatori di peso.
«Se si votasse in questo momento sul blog per scegliere il candidato premier, Di Battista vincerebbe a mani basse. E vincerebbe anche in una consultazione tra i parlamentari. Si è mosso con molta abilità , più signorilità  nei rapporti, pestando meno piedi».
Al netto delle sue idee caoticamente protestatarie, Di Battista è uno che sa far sentire al centro del mondo l’interlocutore del momento. È caldo. Non esattamente una caratteristica emotiva del suo gemello-rivale ghiacciolo. Sebbene siano entrambi calcolatori.
Naturalmente, non significa che Di Battista sarà  il candidato premier del Movimento, perchè Di Maio cercherà  un accordo con lui per evitare un voto, e peraltro Di Battista potrebbe concederglielo, cioè essere proprio lui a sfilarsi.
Ma da un rapporto di forza ribaltato, che fa di questo bizzarro Che Guevara romanesco (ma in scooterone e coi Ray-ban, simbolo di destre anni settanta) l’uomo che può mascherare al popolo la trasformazione del Movimento in una pura enclave di potere.

Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)

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RAGGI SCARICA MARRA PER SALVARE SE STESSA: SARA’ DESTINATO AD ALTRO INCARICO

Settembre 3rd, 2016 Riccardo Fucile

LA MOSSA PER PLACARE LO SCONTRO INTERNO AL M5S

E’ la figura più dibattuta nel Campidoglio, complice un passato ‘macchiato’ -per i 5 stelle più ortodossi- da esperienze al fianco di Gianni Alemanno e Renata Polverini: Raffaele Marra, vice capo di gabinetto della giunta capitolina e fedelissimo della sindaca Virginia Raggi, è al centro di un braccio di ferro che nel M5S va avanti da giorni e che, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti autorevoli, potrebbe finire a breve, già  a inizio prossima settimana, con un depotenziamento dello stesso Marra, destinato a ricoprire altro ruolo nello staff della sindaca grillina.
Raggi avrebbe voluto Marra capo di gabinetto, ma fu scoraggiata a nominarlo da Beppe Grillo in persona.
La rinuncia alla difesa del suo uomo sarebbe un tentativo di placare il durissimo scontro andato in scena negli scorsi giorni e che ha coinvolto i vertici nazionali.
“In una cloaca come Roma ci vuole una squadra – si sfoga con l’Adnkronos un parlamentare di peso nel Movimento, chiedendo l’anonimato – ma di gente preparata, seria, credibile. Se tra un Marra e il M5S scegli il primo, il problema è risolto: evidentemente non sei un 5 Stelle”.
Fatto sta – scrive l’agenzia di stampa – che già  lunedì o al più tardi martedì, assieme alla nomina del nuovo capo di gabinetto e del neo assessore al Bilancio chiamato a sostituire Marcello Minenna, a quanto apprende l’Adnkronos arriverà  il nuovo ruolo per Marra, nonchè la ‘sforbiciata’ al compenso di Salvatore Romeo, capo della segreteria politica della sindaca e altro fedelissimo di Raggi molto vicino a Marra. L’obiettivo è di mettere fine alle ostilità . Un vero e proprio armistizio, chissà  se destinato a durare.
Si va dunque verso un nuovo corso in Campidoglio nella modalità  di scelta per le nomine nei ruoli chiave rimasti vacanti dopo le dimissioni rassegnate nei giorni scorsi. A quanto si apprende si faranno valutazioni allargate, dopo una prima scrematura, anche agli esponenti della giunta e ai consiglieri.
È questo il nuovo metodo che la sindaca di Roma Virginia Raggi vorrebbe portare avanti per sciogliere il nodo delle nomine.
(da “Huffingtnpost”)

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DARIO FO: “NEL M5S BEGHE DA VECCHI PARTITI, GRILLO VUOLE RESETTARE TUTTO”

Settembre 3rd, 2016 Riccardo Fucile

“OCCORRE RIPARTIRE DA CAPO”

“Ho sentito di queste beghe insensate. Non so molto di più, ma una cosa è chiara: nel Movimento bisogna che si cancelli tutto. Occorre che tutto torni ad essere come una pagina bianca. Poi si potrà  tornare a fare i conti. E si potrà  ripartire da capo”.
Lo afferma Dario Fo, in un’ intervista a Repubblica, in riferimento a quanto sta avvenendo nell’M5S a Roma.
E in un intervento sul Fatto Quotidiano scrive che “non si può andare contro le regole del Movimento” e “fare eccezioni per casi singoli, come ha fatto la Raggi”; “ora bisogna coinvolgere nuovamente la base in maniera seria”.
Su Repubblica, Fo insiste per un reset, “perchè non può più stare in piedi una struttura come la loro, così come l’hanno creata ed è diventata. Vedo le beghe di un classico gruppo politico. E invece loro devono essere altro, devono essere l’opposto. Hanno bisogno di distinguersi nettamente dalle altre forze politiche”. “Ci siamo visti con Beppe – dice Fo – e con il gruppo dei cinque del direttorio.Ho ragionato con Grillo e con Di Maio. Loro hanno capito che il punto è cominciare da capo. Non hanno altra possibilità : serve cancellare tutto e ripartire”.
Nell’intervista, il Nobel per la Letteratura accenna anche al fatto che “lo Stato turco ha decretato che nessuna compagnia teatrale straniera può mettere in scena Shakespeare, Brecht, Cechov e Dario Fo. Una circostanza che mi ha molto colpito”.
A questo proposito, a La Stampa e al Corriere della Sera, sottolinea che “dietro la messa all’indice delle nostre opere c’è una manovra sola: cancellare la cultura democratica occidentale. E dunque cancellare la democrazia”.
Poi usando l’ironia, si dice “onorato. Manderò una lettera di ringraziamento a Erdogan per avermi inserito in un così nobile consesso”, “un’ottima compagnia. Lo considero un secondo premio Nobel”.

(da “Huffingtonpost”)

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M5S, PERSO IL 5%, L’IPOTESI CHOC DEI VERTICI: TOGLIERE IL SIMBOLO ALLA RAGGI

Settembre 3rd, 2016 Riccardo Fucile

GRILLO INFURIATO RINUNCIA ALL’INCONTRO

Bombardato dalle telefonate, costretto a tornare dalle ferie, Beppe Grillo lunedì sarebbe dovuto venire a Roma. Poi ha cambiato idea. Presto, però, verrà .
I 5 Stelle hanno chiesto l’intervento del padre fondatore per invertire la rotta della macchina amministrativa che potrebbe schiantarsi trascinando nel baratro l’intero Movimento nazionale e le sue speranze di governo.
Raccontano di un comico genovese sbuffante, arrabbiato di fronte al riproporsi di un film già  visto tre anni fa: scontrini, diarie, faide, veleni.
Paola Taverna e Carla Ruocco lo hanno sentito, e a lui hanno consegnato i loro sfoghi contro Virginia Raggi e il suo giro di fedelissimi chiusi nel fortino.
«Beppe dobbiamo fare qualcosa contro questi, ci portano alla rovina». Inizialmente la soluzione che il direttorio stava preparando con la comunicazione era «da ora in poi la sindaca fa le sue scelte e si prende le sue responsabilità ».
Per il resto sarebbe partito il martellamento sul «pressing delle lobby» che vogliono condizionare il Campidoglio. Ma non regge.
Nella concitazione emotiva per la prima volta si sarebbe parlato di togliere alla sindaca il simbolo del M5S. Roberta Lombardi ha ricordato quello che andava dicendo da tempo: «Abbiamo dei valori e un metodo. E lei non li rispetta».
Stesse affermazioni di un nutrito gruppo di consiglieri romani.
Grillo ha chiamato il sindaco e si è fatto dare la sua ricostruzione dei fatti, non nascondendole la delusione per quanto sta accadendo e per l’immagine di una città  non amministrata, ostaggio di liti tribali.
Ma soprattutto perchè è ripiombato al centro delle cronache il nome di Raffaele Marra, il dirigente promosso a vicecapogabinetto e ancora al suo posto, nonostante lo stesso leader avesse chiesto due volte di mandarlo via.
Grillo non capisce le resistenze di Raggi, si chiede chi sia questo Marra. Stesse domande che si pone Luigi Di Maio, l’unico ad averci messo la faccia in difesa della sindaca. Ancora ieri sera la difendeva pubblicamente: «Stanno provando a farci cadere in tutti i modi: ma non ci riusciranno. Raggi ha tutta la nostra fiducia. Non arretreremo di un millimetro».
I vertici pentastellati stanno cominciando a farsi qualche calcolo.
Ieri, in un giro di telefonate, si è parlato di sondaggi: «Potremmo aver perso 5 punti percentuali» è stato ipotizzato in vari colloqui intercorsi tra la Casaleggio Associati e lo staff romano.
Quanto vale, invece, il sostegno incondizionato a Raggi? E’ chiaro che la sindaca si sta prendendo a gomitate il suo spazio di autonomia.
Tolti di mezzo Marcello Minenna e Carla Raineri, si è liberata dei due nomi più pesanti in Campidoglio, piazzati lì dal direttorio. Ma la lettura che danno i suoi avversari interni comincia a incubare altre ipotesi che dalla base dei militanti rimbalzano fino a Taverna e Ruocco.
«Virginia e Daniele (Frongia, il suo vice, ndr) sono al secondo mandato, non possono più essere rieletti. Ora è il momento di fare quello che vogliono».
Ma tutti nel M5S, dal direttorio in giù sanno che bisogna puntare a compromettere il meno possibile la corsa a Palazzo Chigi.
La scelta è complicatissima: far finta di nulla sperando che si torni alla normalità , o prenderne le distanze come avvenuto con Federico Pizzarotti?
In realtà  quello che si pensava impossibile in soli due mesi si sta facendo largo nelle ire funeste di una parte del direttorio: degradare Raggi a sindaca senza patria, levandole l’utilizzo del simbolo. È l’extrema ratio, per ora, ma se ne parla soprattutto nelle chat degli attivisti più in vista di Roma, legati alla cordata del presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito e di Lombardi.
Toccherebbe a Grillo, in quanto garante, l’ultima decisione. Se Raggi insisterà  a fare di testa sua, i vertici potrebbero lasciarla al suo destino, ratificando quel malumore che sta crescendo dietro la convinzione di chi pensa che «Virginia non si comporta più come una 5 Stelle».
A Cernobbio intanto, in un corridoio di villa d’Este, Renzi confidava ieri mattina un certo ottimismo: «Lasciamola lavorare. Tanto i risultati sono sotto gli occhi di tutti».
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)

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GRILLO FURIOSO: “ADESSO CAVATEVELA DA SOLI”

Settembre 3rd, 2016 Riccardo Fucile

IL FONDATORE BLOCCA UNA LETTERA DI SOSTEGNO ALLA RAGGI… MINENNA: “CON VIRGINIA GENTE SBAGLIATA, DEFICIT DI TRASPARENZA”… TAVERNA E RUOCCO CHIEDONO CHE LA RAGGI SIA PRIVATA DEL SIMBOLO

Non c’è più tempo per trattare. E Beppe Grillo è già  stufo di Virginia Raggi: “Non posso fare sempre la vostra balia. Adesso – le ha fatto sapere il Capo – ve la sbrigate da soli”.
Considera la prima cittadina in mano al “raggio magico”. La osserva sconcertato mentre rompe con i big del direttorio nazionale.
Si infuria perchè favorisce l’ascesa di Salvatore Romeo e Raffaele Marra, i signori assoluti del Comune che hanno soffiato sul fuoco dello scontro.
Una guerra di potere ormai chiara a tutti, tra le stanze di Palazzo Senatorio. Anche a Marcello Minenna, entrato in rotta di collisione con la prima cittadina: “La verità  – si sfoga il super assessore con gli amici, a poche ore dalle dimissioni – è che non c’erano più le condizioni per il rispetto delle regole. C’è stato un problema di trasparenza, Virginia deve spiegare ai cittadini. In questi mesi ho respinto compromessi al ribasso. Virginia si è circondata di persone sbagliate, che peraltro non hanno nulla a che fare con lo spirito dei cinquestelle”.
Scorre veleno nella giunta, insomma. E il Campidoglio, destinato a diventare la vetrina del Movimento, si trasforma in una giungla.
Nel risiko a cinquestelle Virginia Raggi è circondata, quasi protetta dai centurioni del Comune.
Le offre una sponda decisiva anche Luigi Di Maio. Il reggente, pragmatico come sempre, considera decisiva la sfida capitolina e lotta per non far naufragare l’amministrazione grillina. Ieri, non a caso, è stato il primo a sponsorizzare una lettera del direttorio, poi rimessa nel cassetto da Grillo e dalle divisioni interne al vertice. Nella missiva si concedeva “piena autonomia” alla sindaca. Oneri e onori, ma senza strappi.
In piena sintonia con la dottrina Di Maio, che recita: “Arriverà  il momento in cui ognuno si assumerà  le proprie responsabilità “. L’iniziativa, come detto, è naufragata. E a farla affondare è stato proprio Grillo.
Il comico genovese non ha più voglia di blindare pubblicamente Raggi. Non intende spendersi con nuovi atti formali. E così, quando gli propongono una missione a Roma per lunedì, prima accetta e poi cambia idea. Non ci mette la firma, figuriamoci la faccia.
Per non parlare del resto del direttorio. Alessandro Di Battista si è come inabissato, impegnato com’è nel suo tour di successo in giro per la Penisola. Carla Ruocco, in sintonia con Roberto Fico, è furiosa. Paola Taverna pure. Roberta Lombardi lo è da prima del trionfo elettorale.
Le prime due hanno addirittura suggerito a Grillo di privare Raggi del simbolo.
Su tutto, pesa naturalmente l’ira del Capo. Se c’è una cosa che lo infastidisce, è aver previsto tutto senza riuscire a frenare l’ingranaggio.
Solo poche settimane fa era stato proprio il Fondatore a suggerire a Raggi di sbarazzarsi di Marra. Il vicecapo di gabinetto, invece, è rimasto in sella e ha pure tramato con Daniele Frongia per garantire la scalata di Romeo.
Di fatto, la scintilla che ha scatenato la battaglia. I tre del “raggio magico”, da quel momento, hanno alzato ulteriormente il tiro contro Raineri, difesa invece da Minenna. “Irregolare non è la sua nomina – confida il super assessore lamentando un “deficit di trasparenza” – ma la delibera che è servita a nominare Romeo”. Di certo, con il blitz d’agosto l’uomo forte della sindaca compie un balzo importante. Triplo, come l’incremento dello stipendio: da 40 mila a 139 mila euro.
È l’attimo in cui la situazione sfugge di mano. E poco importa se anche Raineri mette in guardia la sindaca dal pericolo che in quella nomina rischiano di esserci profili penali, che basta un attimo per finire indagati per abuso d’ufficio.
I due gruppi ormai si contendono ogni centimetro. Dallo staff del sindaco partono sms di fuoco contro il super assessore: “Pensa di fare il sindaco, vuole comandare da solo”. Nel mirino del “raggio magico” entra anche il capo del personale del Campidoglio, confermato ai tempi del prefetto Tronca.
E nella faida tra correnti rischia di finire stritolato pure l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini, che in privato si lamenta: “Per ben tre volte ho fatto asse con Minenna, ma siamo stati sconfitti”. I due si stimano parecchio, in effetti: “È il migliore che siede in giunta – confida il responsabile al Bilancio – Abbiamo anche avuto il tempo di fare qualcosa di bello insieme. Mi dispiace perchè sulle Olimpiadi aveva detto cose di buonsenso”.
E il direttorio nazionale? Si schiera con i tecnici della giunta. Ruocco si confronta quotidianamente con Minenna
Taverna lo considera un pilastro dell’amministrazione. A nessuno di loro piace Marra, nè aiuta il fatto che il vice capo di gabinetto – raccontano – sia stato così vicino a Gianni Alemanno da rispondere a volte addirittura al telefono per lui.
L’ultima parola, allora, spetta a Minenna: “Non sono ammesse deroghe ai valori di legalità , trasparenza, disciplina ed onore. Come diceva Casaleggio, è difficile vincere contro chi non si arrende mai”.

(da “La Repubblica”)

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