Novembre 9th, 2015 Riccardo Fucile
E’ UNO DEI VOLTI STORICI DEL MOVIMENTO, HA BATTUTO I FAVORITI
La differenza l’ha fatta un comizio. Poi gli anni di militanza nel Movimento 5 Stelle e la capacità di
evocare il senso di appartenenza di chi c’era anche quando “eravamo un gruppo di matti in uno scantinato”.
Il M5S a Milano dopo un giorno di voto tra gli iscritti ha deciso di candidare per la poltrona di sindaco Patrizia Bedori: 52 anni, disoccupata e diplomata in comunicazioni visive, ha battuto i due favoriti Livio Lo Verso e Gianluca Corrado (secondo e terzo stando alle prime indiscrezioni).
“Sono emozionata di far parte di questa bellissima comunità ”, ha detto Bedori subito dopo l’annuncio. “Spero di cambiare davvero Milano. Ora la voce va data ai cittadini: lo dice anche il primo articolo della Costituzione”.
L’elezione è stata fatta con il metodo Condorcet: per ogni candidato si poteva esprimere un voto da 1 a 8.
I dati ufficiali saranno diffusi a partire da martedì 10, ma secondo alcune indiscrezioni questa è la classifica di gradimento finale in ordine decrescente: Patrizia Bedori, Livio Lo Verso, Gianluca Corrado, Franz Forcolini, Antonio Laterza, Fulvio Martinoia, Matteo Cattaneo e Walter Monici.
Circa 300 le persone che si sono presentate all’auditorium Valvassori Peroni nell’arco della giornata (si votava dalle 11 alle 18).
Attesi ma non si sono visti Gianroberto Casaleggio e il figlio Davide.
Il deputato Manlio Di Stefano ha provato a telefonare al fondatore M5S, ma “aveva il cellulare staccato” e l’ipotesi finale dopo una lunga attesa di militanti e giornalisti è che “non abbia la residenza a Milano”.
Potevano votare gli iscritti certificati e abitanti del capoluogo lombardo, mentre i candidati sono stati segnalati ciascuno dai meetup di ogni zona.
Alla fine ha vinto l’unica donna in corsa e il volto che più riporta alle origini il Movimento.
Bedori era tra i nomi che avrebbero potuto strappare l’investitura, ma a convincere la platea è stato il comizio di presentazione lunedì 2 novembre.
Lì ha parlato delle sue battaglie nel quartiere (dalla campagna per togliere la plastica dalle mense agli accessi gratuiti agli impianti sportivi per i disabili) e ha rivendicato “di non conoscere nemmeno i corridoi della Casaleggio associati”.
Grillina della prima ora, lei c’era in uno dei giorni fondativi del Movimento 5 Stelle (Teatro Smeraldo, anno 2009) e sempre lei ha convinto tutti di poter essere la donna che difenderà principi e valori nella lunga campagna elettorale che aspetta il M5S. Papà musicista e con una lunga storia nella sinistra, Bedori va a scuola da qualche mese per imparare la democrazia partecipata (ha appena finito un master sull’argomento).
Ha vinto così il volto genuino che ricorda le origini, con un passo indietro che manda un segnale forte anche ai vertici.
Non ce l’hanno fatta l’avvocato Corrado (che tanto il consigliere Mattia Calise avrebbe voluto) e nemmeno il dipendente della pubblica amministrazione ed esperto di tematiche del lavoro Livio Lo Verso.
Le speranze di vittoria nella difficile Milano sono ancora risicate e gli attivisti hanno deciso di seguire più l’istinto e meno le strategie elettorali.
A introdurre la vincitrice è stato il consigliere Calise che ha lasciato così il testimone: “Oggi scegliamo il candidato sindaco in una situazione diversa rispetto al 2011″, ha commentato.
“Sono emozionato di essere qui. Nonostante lo scarso peso in consiglio comunale in questi anni abbiamo visto crescere la nostra esperienza e le altre forze politiche cambiare. Non siamo più il gruppo di pazzi che ha candidato un ventenne (cinque anni fa Calise aveva 20 anni ndr). Oggi corriamo per vincere, abbiamo un gruppo di parlamentari e uno staff: tutti lavoriamo in squadra per cambiare la politica. E’ un contesto diverso che ci metterà alla prova”.
I 5 Stelle a Milano sanno di avere davanti una sfida difficile nonostante i buoni sondaggi a livello nazionale.
Anche per questo hanno deciso di accelerare i tempi per la scelta del candidato e di essere tra i primi a presentare un volto.
Dal prossimo weekend si penserà al programma, il vero nodo su cui sperano di fare la differenza. La lunga giornata elettorale per i 5 Stelle in realtà è stata piuttosto l’occasione di rivedersi e scaldarsi per la campagna.
Nel gazebo davanti ai seggi si distribuivano volantini, ma anche vino, pane e Nutella. “Togliamoci questo peso del candidato da dare in pasto alla stampa”, borbottavano i gruppetti davanti ai cancelli, “e poi pensiamo alle cose serie.
Tanto per noi uno vale l’altro: l’importante è che ci ascolti”.
Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
RIPRENDE IL TERRORISMO VERBALE DI GRILLO: “LACRIME E SANGUE PER LA CAPITALE”… I SOLITI SEGNALI DI CHI VUOLE SOLO “CONGELARE” LA PROTESTA DEL PAESE
Si può imparare dai propri errori? Certamente sì, a patto di riconoscerli tali.
L’anno scorso — sabato 17 maggio, nel rush finale per le elezioni europee — ero come al solito davanti a un’edicola per fare il quotidiano pieno di carta stampata.
Mi precede un signora che chiede il Manifesto; testata indicativa di una precisa collocazione nel campo politico da parte dell’acquirente; non certo simpatizzante per i destrorsi. Eppure quella si volta, mi riconosce (forse per qualche comparsata nelle televisioni locali) e dice: “Spero che vinca Renzi”.
Sono stupefatto all’accoppiata a dir poco indebita organo di stampa/scelta elettorale; e lo lascio intravedere. Quella prova a spiegarsi: “Grillo mi fa paura”.
Erano i giorni in cui il personaggio-immagine dei Cinquestelle si aggirava per piazze e televisioni rifacendo sturmtruppen: “Arrendetevi!”, “siete circondati”, “siete morti”.
Poi sappiamo come è andata: il Partito Democratico che doppiava il M5S (40,81% a 21,16), con relativa incoronazione di un premier mai votato personalmente dagli italiani e il via libera alla sua opera restaurativa in senso reazionario; in un mix che assembla il peggio della tradizione politica italiota: la comunicazione a reality mendace di stampo berlusconiano, il decisionismo craxiano, il costituzionalismo piduista, il cinismo democristiano e la salsiccia con piadina nelle Feste dell’Unità .
Un vero disastro: l’autogol per chi prometteva la liberazione della politica dall’indebita occupazione da parte del ceto politicante e affaristico, la frustrazione in chi lo aveva sperato.
Fatto sta che la storia sembra ripetersi anche nel decisivo appuntamento romano odierno.
Una situazione favorevolissima, per cui l’amico direttore di una rivista della capitale a cui collaboro da quarant’anni, che sino a ieri mi imputava un eccesso d’acquiescenza nei confronti dei ragazzi pentastellati, ora manifesta il suo orientamento a votarli.
Ma ecco — sul più bello — che Grillo riattacca con il terrorismo verbale: “Una cura lacrime e sangue per Roma”, “se governeremo, ci saranno effetti collaterali pesanti”… Se l’intendimento è quello di invertire la tendenza per non vincere, lo si dica chiaramente.
Lo si dica che il disegno è quello di restare una pur importante minoranza per non doversi confrontare con le responsabilità di governo (e mantenere il controllo del giocattolo, che potrebbe essere sottratto al duo di attempati Saturno che si fanno i figli e se li mangiano).
Si dica che per le scarse capacità analitiche e progettuali della cabina di regia del movimento (il fantomatico Staff) è molto meglio lo scenario di un Alfio Beautiful Marchini vittorioso, in nome e per conto della immane ammucchiata chiamata “Partito della Nazione”.
Così da poter ricicciare all’infinito il repertorio dell’oppositore apocalittico. Lo si dica che il problema è quello di evitare che le seconde generazioni del Movimento tirino su la testa sovvertendo equilibri consolidati.
Non a caso parrebbe che l’astro nascente Luigi Di Maio abbia subito una ridimensionata in quel di Imola.
C’è una logica (seppure suicida) nel fatto che il golden boy Alessandro Di Battista non venga messo in pista nella competizione capitolina (dove sarebbe in pole position), per candidature mediaticamente poco spendibili; sulla base di rigidezze dottrinarie da Scientology (e come tali sottoposte all’arbitrio dei supremi sacerdoti).
Lo si dica, perchè se un parte dei voti che stanno determinando l’ascesa del M5S derivano dall’appartenenza di stampo religioso perinde ac cadaver (e scopro che i Cinquestelle raziocinanti definiscono “thugs” i colleghi fanatizzati, come nei romanzi di Emilio Salgari), il salto di qualità lo assicura il consenso d’opinione; interessata moltissimo allo sblocco del quadro politico e per nulla ai vaticini della Sibilla lombarda Casaleggio o i mugugni cosmici di Grillo.
Come ha scritto Flores d’Arcais nell’editoriale dell’ultimo numero di MicroMega, “il mood ideologico dei due, greve di ingredienti esoterico-reazionari”.
Questo è quanto mi conferma l’osservatorio ligure, con la gente di svariata provenienza che si avvicina al Movimento: dal vecchio piccista con tessera Uaar (l’associazione degli atei e agnostici), al funzionario pubblico consapevole che la giunta Toti rifà in peggio (se possibile) quella Burlando, l’operaio a rischio dell’Ilva che non si riconosce più in un sindacato ridotto a lobby.
Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 4th, 2015 Riccardo Fucile
IL PERSONALE COSTA DAI 3 AI 5MILA EURO… PER L’AFFITTO CIFRE INTORNO AI 1.500 EURO
La politica costa: anche per chi ha fatto del taglio ai costi della politica un cavallo di battaglia, come
i Cinque Stelle.
Costa vivere a Roma, ad esempio, e pagare lo staff. E questo fa sì che ogni mese una buona parte dei rimborsi venga trattenuta, anche dai pentastellati.
Tra diaria e fondi per l’esercizio del mandato, le Camere versano mediamente dai 7 ai 10 mila euro al mese circa per parlamentare.
Pochi emettono regolarmente bonifici «di restituzione» della diaria che superano i 2 mila euro, stando ai dati 2015.
Di più invece, una cinquantina (sui 127 tra Camera e Senato), i 5 stelle che non rimandano indietro, in media, più di mille euro al mese.
E il resto, quei 6-7 mila euro mensili di rimborso? Sono i costi della politica.
Legittimi, anche per un Movimento che si è definito «francescano» e che, in passato, ha deciso espulsioni portando agli atti gli scontrini.
Ma il M5S in questi anni ha avuto una sua evoluzione. E forse anche l’integralismo sui soldi può essere rivisto.
Come vengono spesi i 7-10 mila euro a disposizione
Premessa: i pentastellati fanno a meno ogni mese di parte dello stipendio.
Esempio: un deputato a cui spettano 5.034 euro ne incassa 3.283.
La differenza (1.751) va al fondo per le piccole imprese (dove il M5S ha versato finora 14 milioni).
I bonifici sono sul sito Tirendiconto , con i dati su diaria e rimborsi, cioè la parte dei compensi parlamentari che, per il M5S, va trattenuta solo per le spese rendicontate: il resto va al fondo per il microcredito.
Da qui, fuori dallo stipendio base, si pagano casa (solitamente nelle dichiarazioni M5S si legge di affitti per circa 1.500 euro al mese), pasti, telefono, trasporti, staff (di norma tra i 3 e i 5 mila euro), consulenze, eventi sul territorio e spese varie. Che prendono buona parte dei 7-10 mila euro a disposizione.
Le restituzioni a «zero euro»
Quanto di questo viene restituito? Nei rendiconti 2015 (molti aggiornati fino a maggio) si scorgono disparità di spesa. Ci sono, appunto, i pochi (circa 25) che versano con regolarità cifre che si attestano in media sopra i 2 mila euro o, in certi casi, oltre i 3: al Senato, Sergio Puglia restituisce spesso più di 4 mila euro; Loredana Lupo ha ridato in un mese oltre 6 mila euro; alla Camera, Massimiliano Bernini è tra i più virtuosi.
C’è poi un’ampia fascia che versa in media tra mille e duemila euro. Il resto è sotto i mille.
Per otto parlamentari, le restituzioni mensili sul sito segnano «zero».
Daniele Del Grosso, deputato, ha ricevuto rimborsi forfettari che variano da 7 a 10 mila euro al mese: non ne ha restituito nulla, fino a maggio.
Così Nunzia Catalfo (i rendiconti si fermano a marzo, mese in cui ha segnato oltre 700 euro di taxi). Zero per Federica Dieni, Dalila Nesci, Claudia Mannino, con 1.800 euro di spese per il vitto in un mese, Maria Edera Spadoni, con 1.600 euro tra pranzi, cene e bar solo a febbraio (il vitto, ristoranti inclusi, supera i mille euro per diversi parlamentari, nonostante Camera e Senato abbiano servizi a prezzi convenzionati.
Zero restituzione per Gianni Girotto e Nicola Morra: tra le spese dell’ex capogruppo un affitto da 2.155 al mese .
Il rendiconto di Arianna Spessotto a gennaio mostra la restituzione di 3 euro e 59 centesimi contro 10 mila euro di rimborso.
Marta Grande, tra gennaio e maggio, ha restituito in tutto 333 euro di diaria: è di Civitavecchia, paga un appartamento a Roma 1.800 euro al mese, ma le spese per l’alloggio, con pulizia e bollette anche sopra 400 euro, superano i 2.200 euro.
Consulenti, eventi e ztl (per oltre mille euro)
C’è chi spende più per voci «politiche» che per vitto e alloggio.
Roberta Lombardi, romana, non ha il problema della casa. Nei primi sei mesi dell’anno registra una sola restituzione della diaria da 514 euro, poi zero.
Dichiara a volte spese superiori ai circa 7 mila euro di rimborsi mensili: a parte la curiosità di un 1.054 euro alla voce «Ztl», il grosso va via tra collaboratori (circa 5 mila euro) e consulenze (oltre mille).
Così come quello di Luigi Di Maio. Che ha rinunciato ai trattamenti da vicepresidente della Camera, ma ha restituito meno di 476 euro complessivamente nei primi 5 mesi dell’anno.
«Francescane» le spese di alloggio e vitto: il grosso, per uno dei volti più noti del M5S, è soprattutto sulla partecipazione a eventi sul territorio (in alcuni mesi per quasi 5 mila euro ).
Altri membri del direttorio si mostrano più solerti nella restituzione, come Alessandro Di Battista, spesso oltre i 2 mila euro di rimborso, e Roberto Fico.
Ma anche per loro le spese sono soprattutto tra staff e consulenze.
I costi della politica, appunto.
Renato Benedetto
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
GLI OTTO NOMI IN CORSA PER LA CANDIDATURA A SINDACO
Un avvocato, un designer, una disoccupata, un architetto, un pensionato, un consulente
informatico, un dipendente della Pubblica amministrazione, un programmatore.
Sono questi gli otto candidati sindaco del Movimento 5 Stelle a Milano che domenica 8 novembre gli iscritti potranno votare alle urne (vere e non in rete, anche se su computer allestiti sul posto) per arrivare a una scelta finale condivisa.
Nella lista nessuna sorpresa: per i vip o gli intellettuali della società civile bisognerà aspettare ancora.
I nomi infatti, proposti dai Meetup delle singole zone in cui è divisa la città , sono quelli di attivisti storici che a Milano militano nel Movimento dagli inizi: facce conosciute tra incontri e banchetti, ma che per il momento dicono poco a chi non è dell’ambiente.
In serata gli 8 si presenteranno per la prima prova: la graticola.
In una sala comunale saranno sottoposti alle domande incrociate degli attivisti e dovranno motivare la loro decisione di candidarsi per la poltrona di sindaco.
In regia i parlamentari lombardi (da Manlio Di Stefano a Vito Crimi) e naturalmente il consigliere comunale Mattia Calise, cinque anni fa considerato il ragazzo prodigio nel Movimento, ma che per il momento ha deciso di ritirarsi dalla corsa.
Gianluca Corrado, Livio Lo Verso, Antonio Laterza e Fulvio Martinoia sono le facce che partono in vantaggio.
Corrado è di Lipari (Isole Eolie), ma “milanese di adozione”. 39 anni, è avvocato e attivista dal 2012 ed è conosciuto per il sostegno che ha dato ai gruppi locali dal punto di vista legale.
Il suo è il nome che piace nei corridoi della Casaleggio associati.
Lo Verso (48 anni) invece si presenta con il biglietto da visita della delibera popolare (di cui è stato il primo firmatario) per l’introduzione del referendum propositivo a Milano.
Una battaglia vinta a fine 2014 e che gli ha fatto acquisire una forte credibilità all’interno del Movimento. E’ dipendente della Pubblica amministrazione, attivista dal 2010 e laureato in Scienze politiche.
Nel gruppo dei favoriti c’è poi Martinoia. 34 anni, diploma in telecomunicazioni e sistemista informatico, è stato candidato (ma non eletto) alle elezioni politiche del 2013.
E’ stato molto attivo nella campagne elettorale per le Regionali in Liguria: sempre a fianco di Alice Salvatore, era nello staff ufficiale per il voto di maggio scorso.
Nel gruppo di quelli che sperano nell’investitura c’è anche Laterza: 47 anni, consulente informatico e una laurea in ingegneria, è un altro dei nomi che in tanti si aspettavano. Forse tra i volti più comunicativi, anche se in generale nessuno brilla su quel fronte.
In corsa c’è una sola donna: Patrizia Bedori. 52 anni, un diploma in comunicazioni visive e attualmente disoccupata, è portavoce del consiglio di zona 3 a Milano.
Attivista dal 2009, è l’unica chance per i 5 Stelle di candidare un volto femminile (aspetto che non dispiace nemmeno a Gianroberto Casaleggio), ma di sicuro non parte tra i favoriti. Condizione simile per Matteo Cattaneo, architetto di 53 anni. Attivista della zona 7, in questi anni, dice, ha concentrato il suo impegno “in particolare su problematiche urbanistiche e ambientali”.
Chiudono la lista Francesco Forcolini (70 anni) e Walter Monici (66 anni).
Sono i meno giovani del gruppo e per una buona parte degli attivisti questo viene visto come un elemento a favore.
Dopo l’esperienza del giovanissimo Calise, in tanti pensano che non sarebbe male giocare la carta dell’esperto. Forcolini (“Francesco detto Franz”) è pensionato, ha un diploma di maturità scientifica ed è attivo nei Meetup milanesi dal 2012.
Il suo più diretto avversario è il designer Monici che, laureato in architettura, rivendica il suo impegno nei gruppi locali da 3 anni per la “mobilità sostenibile”.
I 5 Stelle partono così per primi per la corsa alle Comunali 2016.
Mentre a destra si cerca il nome che possa mettere d’accordo Lega e Forza Italia e a sinistra si tenta di arginare l’effetto delusione per il passo indietro del sindaco Pisapia, i grillini nel giro di 7 giorni avranno il volto su cui puntare il tutto e per tutto.
Ancora una volta però, non c’è il nome noto che possa trascinare il Movimento a una vittoria concreta.
Tra le città al voto Milano resta la più difficile e l’obiettivo per il momento è reggere il colpo, o almeno quello di dare la rincorsa per quello che è l’unico pensiero fisso di Grillo e Casaleggio: le prossime elezioni politiche.
Martina Castigliani
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 31st, 2015 Riccardo Fucile
I TEMPI PER LA SCELTA DEL CANDIDATO, APERTA ALLA SOCIETA’ CIVILE, SARANNO DILATATI
Un candidato per vincere: il messaggio è chiaro, ma la strada è ancora lunga. E le suggestioni sono diverse.
La partita dei Cinque Stelle per il Campidoglio sta per aprirsi.
Il blitz romano di Gianroberto Casaleggio e il successivo summit dello stratega con Beppe Grillo sono serviti per mettere a punto la strategia. Anzitutto, nessuna ansia. I tempi di selezione saranno dilatati.
«Il confronto sarà allargato quanto più possibile: non solo gli attivisti duri e puri, ma anche altre facce», dicono nel Movimento.
Tradotto: gli incontri con gli attivisti per selezionare il candidato sindaco avranno più fasi e difficilmente si concluderanno, come previsto inizialmente, entro dicembre
L’altro punto fermo è che non ci sarà nessun homo novus in lizza: «Il candidato sarà scelto tra chi fa parte del Movimento», spiegano esponenti pentastellati.
Ma le maglie saranno molto più larghe.
Un modo per attrarre le attenzioni (e i voti) anche della cosiddetta società civile, verso cui ci sarebbero spiragli e aperture.
C’è chi si lascia sfuggire anche qualche indizio sull’identikit del possibile candidato: «Una figura di alto profilo, forse un avvocato o un giudice, che sia apprezzato dalla base, non abbia problemi a superare delle selezioni e offra una immagine di garanzia e solidità ».
L’identikit è quello di Ferdinando Imposimato, vincitore delle «Quirinarie», spesso in prima fila nelle battaglie dei Cinque Stelle.
La scelta, però, non è così scontata, le sensibilità all’interno della galassia M5S sono molteplici: non è ancora tramontata l’ipotesi di indicare la consigliera uscente Virginia Raggi e non è neppure esclusa una «sorpresa» da svelare al momento dei primi incontri tra meet up
Intanto, sui social network e sul blog, Grillo dà il via alla campagna elettorale.
Prima posta l’immagine di un sondaggio che dà i Cinque Stelle al 33% a Roma, poi – in un intervento successivo – punge: «Una domanda per il Pd: quando si vota a Roma?».
Il tema Comuni e comunali rimane preponderante: Roberto Fico annuncia via Facebook che il comune di Quarto, il primo amministrato dal M5S in Campania, uscirà dall’Anci, l’associazione nazionale comuni italiani.
Il deputato campano – spiegando le motivazioni della scelta – punta l’indice sulla «reale convenienza e opportunità di restare a far parte di un’associazione che dal 2011, cioè dopo l’accordo concluso dalla precedente giunta, a Quarto non ha prodotto alcun progetto utile, alcun servizio e alcun ritorno economico tangibile per la comunità ».
Altri enti guidati dai pentastellati sarebbero in procinto di seguire le orme di Quarto. Non tutti però. Alcuni, come Parma, sono propensi a rimanere all’interno dell’Anci. Intanto, sul fronte sindaci, si continua a lavorare per il summit degli amministratori locali saltato in estate e rimandato, e poi rinviato ancora, alla kermesse di Imola.
Al confronto prenderà parte Luigi Di Maio, che ha il ruolo di referente per gli enti locali ed è in realtà il «mediatore» tra le diverse anime.
L’appuntamento dovrebbe tenersi a Roma, la data ipotizzata al momento è quella del 12 dicembre.
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 28th, 2015 Riccardo Fucile
STILE PODEMOS: “DOBBIAMO VINCERE, CERCHIAMO VOTI”
Roma val bene una svolta. Un cambio di pelle e di prospettiva: da Movimento solo per
attivisti doc, a un M5s spalancato a donne e uomini di associazioni e movimenti civici.
Da inglobare in lista, come benzina preziosa per prendersi il Campidoglio.
Convinto che quella per Roma sia la partita delle partite, e che “perderla sarebbe imperdonabile”, il co-fondatore dei Cinque Stelle Gianroberto Casaleggio si presenta tra la sorpresa generale alla Camera, con il cappellino d’ordinanza.
E con il Direttorio e le parlamentari romane Roberta Lombardi e Paola Taverna mette nero su bianco la sterzata: nella lista per il Campidoglio si lascerà largo spazio a esponenti di movimenti civici, associazioni ambientaliste,comitati di quartiere.
Gente radicata sul territorio, che sappia parlare anche chi non è già nel mondo a 5 Stelle. Capace di portare in dote voti freschi e puliti.
È questa la terza via di Casaleggio, che da settimane ascolta parlamentari di peso sussurrargli che per le Comunali bisogna aprire alla società civile organizzata, per non soccombere alle coalizioni dei partiti.
E a cui diversi eletti chiedevano di irrobustire il M5s capitolino in vista del voto.
Il guru e Beppe Grillo non hanno mai preso in considerazione l’idea di candidare come sindaco un big (Alessandro Di Battista, Paola Taverna o Roberta Lombardi), stracciando la regola per cui un eletto deve completare il proprio mandato.
“Ma senza un nome forte e correndo da soli rischiamo di perdere il treno della vita”, obiettavano i parlamentari.
E allora, ecco una soluzione mediana: benedetta, raccontano, dal responsabile degli Enti locali Luigi Di Maio.
Si metteranno in lista cittadini reduci da esperienze civiche, a patto che non abbiano militato in altri partiti e che non siano macchiati da condanne penali.
Chissà quali e quanti correranno a gennaio nel voto sul portale di Grillo, dove si sceglierà il candidato sindaco per il Campidoglio.
Ci saranno i quattro consiglieri comunali, con in prima fila Marcello De Vito (già candidato come primo cittadino) e Virginia Raggi. Ma il M5s ospiterà anche tanti esterni.
Alternative da non sottovalutare per la poltrona numero uno. C’è chi sospetta che in lista possano infilarsi intellettuali o artisti di nome.
Dal M5s negano con forza: “Non ricorreremo a quel tipo di figure”. Anche se qualche parlamentare ieri ha notato sul blog di Grillo un video con un intervento dell’archeologo Salvatore Settis.
Ma la chiave rimane quella, i candidati civici.Comunque vada  , torneranno utili in primavera. Certo, le incognite rimangono.
Raccontano che Casaleggio abbia sollecitato un più intenso training per i consiglieri attuali, per preparargli meglio per la tv.
E rimane la consegna di schierare in prima fila nella campagna la triade Di Battista-Taverna-Lombardi.
Logico chiedersi: il modello Roma verrà esportato in altre città ? Probabile.
“In molti Comuni non si riesce a costruire una lista equilibrata, e a Milano lo sanno” ragiona un parlamentare.
Soprattutto, diversi eletti premono perchè il M5S si allei con liste civiche esterne.
Sarebbe un cambiamento epocale, per i 5Stelle che non hanno mai stretto accordi.
Una svolta alla Podemos, che a Madrid vinse con l’esponente di una lista civica.
Luca de Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 27th, 2015 Riccardo Fucile
“HA NEGATO IL NESSO CON LE MALFORMAZIONI, DIMISSIONI IMMEDIATE”… E IL SINDACO CRITICATO PER GLI INCARICHI ALL’AVVOCATO NCD
Una dichiarazione sulle malformazioni genetiche fa scoppiare un vero e proprio caso politico
all’interno del Movimento 5 Stelle a Gela.
Qui, da quattro mesi, il Movimento di Beppe Grillo amministra la città , dopo che Domenico Messinese è stato eletto sindaco, sconfiggendo al ballottaggio il candidato del Pd, Angelo Fasulo.
Una vittoria importante per i pentastellati siciliani, non solo perchè Fasulo era il sindaco uscente, ma soprattutto perchè era supportato dal governatore Rosario Crocetta, che di Gela è stato per sette anni il primo cittadino.
Per i pentastellati gelesi, però, i giorni del trionfo sembrano già lontani.
Uno dei due meetup cittadini, infatti, ha messo sotto accusa Simone Siciliano, assessore all’ambiente e allo sviluppo economico, scelto da Messinese come vice sindaco.
Il motivo? Le dichiarazioni di Siciliano, che negano un conclamato collegamento tra le malformazioni genetiche e l’inquinamento provocato dal petrolchimico. “Non c’è nesso dimostrato tra malformazioni e inquinamento, non esiste ancora una sentenza in tal senso”, aveva detto il vicesindaco, intervenendo su un tema spinosissimo dalle parti di Gela.
Ex dipendenti e familiari di ex operai deceduti sono infatti impegnati da anni in una serie di battaglie giudiziarie contro l’Eni, per dimostrare che tumori e malformazioni genetiche (che a Gela sono sei volte più diffuse rispetto al resto d’Italia) sono direttamente causate dall’inquinamento provocato dall’azienda del cane a sei zampe.
In questo senso, sono state prodotte negli anni diverse perizie di parte in alcuni procedimenti civili, e anche se da anni la procura di Gela indaga sugli effetti del petrolchimico (come il caso di Clorosoda, il reparto killer dell’Eni, raccontato dalfattoquotidiano.it) non è mai stata emessa una sentenza definitiva che mettesse il bollo sul nesso causale tra malformazioni e inquinamento.
Una battaglia, quella sul nesso causale, che è diventata negli anni obiettivo principale dei 5 Stelle a Gela.
Ed è per questo che uno dei due meetup cittadini ha messo nel mirino le parole di Siciliano, lanciando la “sfiducia” al vicesindaco.
“Il clamore e la preoccupazione provocati dalle recenti dichiarazioni shock dell’assessore all’ambiente in merito al non dimostrato nesso di causalità tra inquinamento e malformazioni in quanto non ci sono ancora sentenze in tal senso, nonostante un collegio peritale nominato dagli stessi giudici abbia già ampiamente dimostrato su basi scientifiche la presenza del nesso di causa, ci impongono oggi di porre fine all’improbabile connubio, mai iniziato per la verità , con l’assessore interessato, attraverso una censura di sfiducia politica sull’adeguatezza e l’opportunità dell’operato e della stessa permanenza di Siciliano nella giunta 5 Stelle del comune di Gela”, scrivono i militanti della base 5 Stelle in un durissimo comunicato diffuso nei giorni scorsi.
“Il meetup di Gela — continuano — sfiducia politicamente e chiede le dimissioni immediate dell’assessore all’ambiente, completamente estraneo all’ambiente politico e alle battaglie attivate sul territorio dal meetup di Gela fino alla campagna elettorale delle elezioni amministrative”.
Nonostante, la durissima presa di posizione del meetup, però, Siciliano è rimasto al suo posto, consapevole di avere la fiducia del sindaco Messinese.
Il primo cittadino, tra l’altro, si è trovato a sua volta esposto al fuoco incrociato delle polemiche nei primi giorni di ottobre.
Tutta colpa di due incarichi legali, del valore di circa 11 mila euro, che il comune di Gela ha affidato il 2 ottobre scorso all’avvocato Lucio Greco.
Solo che Greco, oltre ad essere un legale molto stimato in città , è stato anche il candidato sindaco di una lista vicina al Nuovo Centrodestra, sconfitto al primo turno e poi sostenitore di Messinese al ballottaggio.
Un appoggio, quello di Greco al M5s, che aveva già provocato malumori, dopo la diffusione di una fotografia, in cui il candidato vicino al partito di Angelino Alfano abbracciava affettuosamente Messinese al termine di un comizio.
È per questo motivo che quell’incarico è stato bollato da più parti come “inopportuno”.
“Il tutto è frutto di una assoluta e normale rotazione: devolverò le somme in beneficenza ad una associazione onlus”, commenta Greco con i giornali locali, mentre ilfattoquotidiano.it ha cercato senza successo di mettersi in contatto con il primo cittadino Messinese.
Che, al netto delle critiche sull’incarico a Greco, si ritrova già con il vice “sfiduciato” dai militanti della base, dopo appena 4 mesi di amministrazione: se non è un record, poco ci manca.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 23rd, 2015 Riccardo Fucile
PASSA AL GRUPPO “PER LE AUTONOMIE” CON NAPOLITANO
Da ex candidato presidente del Senato per il Movimento 5 Stelle a nuovo forza nella
maggioranza di Matteo Renzi.
Il senatore Luis Alberto Orellana ha annunciato nelle scorse ore il suo ingresso nel gruppo Per le Autonomie-Psi-Maie (lo stesso dove è iscritto l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), che diventa così al Senato il terzo gruppo di maggioranza.
Il parlamentare lombardo raggiunge così l’ex collega Lorenzo Battista: il suo è il trecentesimo cambio di casacca dall’inizio della legislatura, come segnalato da Openpolis.
L’organismo parlamentare presieduto da Karl Zeller conta così 20 componenti.
Quelli del Pd al Senato sono 113 e quelli di Ncd 35.
I verdinani di Ala che hanno votato in linea con l’esecutivo sul ddl Boschi restano al momento 14.
Orellana era iscritto al gruppo Misto di Palazzo Madama da quando era stata espulso dal Movimento 5 Stelle.
Il 24 febbraio 2014 infatti il senatore, insieme ai colleghi Battista, Bocchino e Campanella, era stato accusato di aver creato una corrente organizzata dentro il M5S e di aver rilasciato dichiarazioni alla stampa sempre in dissenso con il gruppo.
I quattro erano stati espulsi con una votazione tra gli iscritti sul blog di Beppe Grillo. Dopo un primo tentativo di dare vita a una formazione autonoma con gli altri cacciati, Orellana era rimasto nel gruppo Misto.
Il senatore ex grillino ha già votato in linea con il governo.
A ottobre 2014 è stato il suo voto favorevole alla nota di aggiornamento del Def a salvare la maggioranza a Palazzo madama e per questo aveva ricevuto numerosi attacchi in rete.
Solo dieci giorni fa si è schierato in linea con l’esecutivo sul ddl Boschi per la riforma del Senato.
Quello di Orellana non è il primo caso di passaggio dal Movimento 5 Stelle alla maggioranza.
Al Senato è il caso di Lorenzo Battista (gruppo Per le Autonomie) e Fabiola Anitori (Ncd). Maurizio Romani e Alessandra Bencini hanno invece aderito all’Italia dei Valori e in alcuni casi si sono espressi in linea con l’esecutivo.
Situazione simile a quella di Bartolomeo Pepe (Verdi) e Paola De Pin (Gal).
Alla Camera invece c’è stato addirittura l’ingresso di Tommaso Currò e Alessio Tacconi nel Partito democratico, mentre Ivan Catalano si è iscritto a Scelta civica.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 20th, 2015 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA: IMOLA DOVEVA ESSERE LA CONSACRAZIONE PER DI MAIO, E’ FINITA PER ESSERE LA PRESA D’ATTO DEL POTERE DECISIONALE DEI DUE FONDATORI
Finora Casaleggio lo aveva detto in un’intervista lontana un anno fa. 
Lui al governo per il M5S? «Dipende dal Movimento, ma perchè no?».
Dopo Imola siamo in grado di raccontare che la tentazione di tornare in campo direttamente lui – e non per interposta persona, non con l’investitura a nessun giovane candidato leader tra i parlamentari – sia di nuovo molto forte nel cofondatore del Movimento.
Casaleggio ha detto molto chiaramente: «Noi non facciamo nessuna investitura a nessuno».
Ha anche detto che «il candidato premier verrà scelto online»; quando qualcuno gli ha chiesto in privato che cosa significa, che lui aprirà la piattaforma per quella votazione? la risposta è stata un elusivo «ora devo andare».
Traduzione: la procedura verrà tutta gestita alla Casaleggio associati.
Insomma: chiunque voglia fare il candidato premier (e ce n’è uno che si è molto, troppo esposto in questa sua ambizione) di lì deve passare.
Il terzo elemento sono le condizioni di salute: Casaleggio sta meglio rispetto a qualche mese fa, e tutti i calcoli su un suo abbandono della scena sono stati affrettati.
L’uomo è di nuovo abbastanza resistente da reggere lo sforzo, chi nel Movimento contava che rapidamente potesse mollare la presa si trova di fronte a un argine imprevisto.
La terza è che, in una conversazione privata tra i due creatori del Movimento – Grillo l’anima, Casaleggio la testa – hanno esplicitamente rimarcato, con compiacimento, «ci siamo sempre noi».
Osservando Imola hanno colpito alcune cose.
La kermesse doveva essere – e così era stata venduta da alcuni amici del direttorio M5S – come la grande investitura di Di Maio leader.
Non solo questa investitura non c’è stata, ma per la prima volta Grillo, che finora aveva fatto battute su tutti, ma non sul giovane di Pomigliano d’Arco, ne ha fatte tre molto acri, sia pure col suo stile di satira.
Ha detto «quando l’abbiamo raccolto, Di Maio parlava che sembrava Bassolino»; dove – ci spiega qualcuno che sa – il riferimento proprio a Bassolino non è casuale affatto, è una sferzata mirata, della serie «fly down».
La seconda è che sul palco – palco su cui c’era quasi solo la fazione vincente attuale: quasi tutte le voci libere (e nel Movimento sono tante) erano state tenute rigorosamente giù – Grillo alla fine ha detto «pensate a cosa eravate due anni fa… niente, senza di me. Siete dei miracolati, non guadagnavate un c… e ora prendete stipendi meravigliosi».
Il che conferma tra l’altro che sull’uso dei soldi – come La Stampa puntualmente scrisse – il francescanesimo è andato a farsi benedire.
Di Maio era rabbuiato, e è stato confinato mediaticamente a un discorso tra i tanti, sovrastato dalla presenza dei due storici capi.
La domanda che bisogna porsi allora è: quali sono le forze interne di questa disfida, e quale visione di Movimento vincerà ?
Il Movimento originario del limite del doppio mandato e del rigore sui soldi, o il Movimento attuale dell’appeasement e della comoda vita romana?
E soprattutto: chi sta con Casaleggio, e chi con col gruppo Di Maio?
Casaleggio è ormai isolato; più o meno tutti i suoi uomini hanno fatto il salto dall’altra parte – cosa che lui potrebbe aver capito (starebbe, ci dicono, escogitando rimedi che potremo vedere solo in seguito: candidare una donna premier?).
Grillo diventa decisivo: a Imola, come mai nella stagione recente, lo si è visto unitissimo a Casaleggio.
Fonti ottime raccontano che non ha gradito un eccesso di protagonismo dei più scalpitanti dei giovani, fino al punto di dire «perchè dobbiamo scegliere il candidato attraverso la tv?».
È una partita aperta, ma non si può dire che tatticamente e strategicamente i due fondatori, lontani dai luoghi del potere, siano messi benissimo contro i rottamatori, ormai pienamente romanizzati.
Jacobo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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