Aprile 3rd, 2020 Riccardo Fucile
QUATTRO AVVISI DI GARANZIA: MINACCE E OBBLIGO DI DIMOSTRARE ALL’USCITA DEL SEGGIO DI AVER RISPETTATO GLI ORDINI A FAVORE DELL’ATTUALE CAPOGRUPPO DEL CARROCCIO
Voti comprati e anche estorti. Con tanto di minacce e l’obbligo di dare prova all’uscita dal seggio di
aver rispettato gli ordini.
Alla luce di quanto emerso nell’inchiesta sul clan di origine nomade Di Silvio, denominata “Alba pontina”, l’Antimafia di Roma ha aperto un’inchiesta autonoma sulle attività che avrebbe svolto a Latina nel 2016 la malavita per gonfiare i consensi dell’allora candidato sindaco e attuale capogruppo della Lega alla Regione Lazio, Angelo Tripodi.
I pm Barbara Zuin e Luigia Spinelli hanno quindi spedito quattro avvisi di garanzia e gli indagati, essendo state anche ultimate le indagini preliminari, prima che gli inquirenti chiedano per loro il rinvio a giudizio, possono ora depositare memorie, documenti e chiedere di essere interrogati.
In base alle testimonianze raccolte, alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dei riscontri fatti dalla squadra mobile, l’Antimafia ha indagato Angelo Morelli, detto Calo, esponente dell’omonima famiglia di origine nomade, Ismail El Ghayesh, l’imprenditore Roberto Bergamo e Antonio Fusco, detto Marcello, tutti di Latina.
Bergamo, candidato al consiglio comunale e capolista di una delle liste a sostegno di Tripodi, e Morelli, per la Dda di Roma, nel 2016 avrebbero promesso 30 euro per ogni voto.
El Ghayesh avrebbe invece cercato di estorcere denaro a un giovane a cui aveva venduto cocaina, minacciandolo pesantemente: “Se entro il 10 non mi porti i soldi ti spezzo le gambe con la mazza e ti porto a refertare”. E poi avrebbe costretto lo stesso giovane, accompagnandolo al seggio, a votare per Tripodi e a esprimere la preferenza per Bergamo, facendosi anche consegnare la prova che avesse votato così come gli era stato imposto.
Fusco infine avrebbe aiutato il clan Di Silvio, con una soffiata, a evitare i controlli della Polizia mentre il clan cercava di farsi consegnare il denaro di un’estorsione.
A dicembre, quando i pentiti in aula avevano parlato anche dei voti comprati per Tripodi, il presidente della commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, aveva dichiarato di voler avviare una serie di audizioni su Latina e di voler sentire lo stesso esponente del partito di Salvini. “Non ho nulla da temere”, aveva replicato Tripodi. Ora i quattro avvisi di garanzia.
(da agenzie)
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Febbraio 25th, 2020 Riccardo Fucile
MAXI OPERAZIONE CONTRO IL CLAN ALVARO, 65 ARRESTI… E’ IL SESTO ESPONENTE DEL PARTITO DELLA MELONI NEI GUAI PER REATI DI MAFIA
Gravitano nell’orbita di clan che ha scritto di proprio pugno la storia della ‘ndrangheta e dall’Australia alla Calabria, passando per la Lombardia, si è dimostrato in grado di dominare la vita economica e politica di intere comunità .
Ma soprattutto di mettere a libro paga politici e rappresentanti istituzionali, fra cui il neoeletto consigliere regionale di Fratelli d’Italia Domenico Creazzo, sindaco di Sant’Eufemia e vicepresidente del parco dell’Aspromonte, finito ai domiciliari anche per gli spasmodici tentativi di ramazzare preferenze per le regionali del mese scorso e un parlamentare per il quale è stata presentata richiesta di autorizzazione a procedere.
Si tratta del senatore di Forza Italia Marco Siclari. Insieme a Creazzo e Siclari, travolti dall’inchiesta anche diversi politici locali, arrestati in qualità di esponenti del clan.
In totale sono sessantacinque fra capi, gregari e uomini a disposizione del clan Alvaro, le persone arrestate questa mattina all’alba dagli agenti della Squadra Mobile di Reggio Calabria e del commissariato di Palmi.
Su richiesta della procura antimafia guidata da Giovanni Bombardieri e per ordine del Tribunale in 53 sono finiti in carcere e 12 ai domiciliari, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, diversi reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, aggravati dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta, nonchè di scambio elettorale politico mafioso.
I POLITICI COINVOLTI
È quest’ultima l’accusa contestata al neoconsigliere Domenico Creazzo, che per essere certo dell’elezione in assemblea regionale si è rivolto ai clan, prima tramite il fratello Antonino, in contatto diretto con figure apicali degli Alvaro, poi direttamente, con il preciso intento di sbaragliare gli avversari politici e strappare un ruolo in Giunta.
Ma fra gli arrestati ci sono anche il vicesindaco di Sant’Eufemia, Cosimo Idà , in manette come elemento di vertice del clan, il Presidente del Consiglio Comunale Angelo Alati, considerato il “mastro di giornata” della cosca, il Responsabile dell’Ufficio Tecnico ingegnere Domenico Luppino, referente per gli appalti pubblici del Comune e Domenico “Dominique” Forgione, consigliere comunale di minoranza, che aveva il compito di monitorare appalti e lavori per consentire l’infiltrazione da parte delle imprese riconducibili alla cosca eufemiese.
BOSS IN MANETTE
In manette sono finiti anche capi storici del clan, luogotenenti e giovani leve che condizionavano totalmente la vita di Sant’Eufemia e di tutto il comprensorio aspromontano. Fra loro ci sono Domenico “Micu” Alvaro (cl.77), Salvatore “Turi Pajeco” Alvaro, Cosimo “Spagnoletta” Cannizzaro (cl.44), l’imprenditore Domenico “Rocchellina” Laurendi e Francesco Cannizzaro alias “Cannedda” (cl. 1930) uno dei patriarchi della ‘ndrangheta, fra i partecipanti allo storico summit di Montalto del 1969 che ha sancito l’unitarietà della ‘ndrangheta. Nuove accuse hanno raggiunto in carcere anche il boss Cosimo Alvaro “Pelliccia”, già detenuto per altra causa.
AFFARI E RAPPORTI DALLA CALABRIA ALL’AUSTRALIA
Tutti rivestivano un ruolo di peso nella cosca di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Un clan feroce, aggressivo, ramificato, in grado di imporre estorsioni a tappeto, assunzioni di maestranze e acquisti di forniture agli imprenditori impegnati nei lavori pubblici in paese e nelle zone limitrofe, come di gestire un giro assai ben strutturato di traffico e spaccio di cocaina e marijuana.
Considerato parte dell’èlite della ‘ndrangheta reggina, il clan era chiamato a decidere anche le sorti delle propaggini di ‘ndrangheta delle famiglie da tempo radicate in Australia. Nel corso delle indagini, più di un esponente di vertice del clan degli Alvaroè stato monitorato nei suoi viaggi, sollecitati dall’estero per dirimere controversie.
Ma il clan era attivo anche in Lombardia, soprattutto nel pavese, dove gli Alvaro sono storicamente radicati, e nelle Marche, dove con un’operazione collegata tre professionisti marchigiani e un imprenditore calabrese, Domenico Laurendi sono stati fermati per i reati di riciclaggio e autoriciclaggio commessi con l’aggravante mafiosa. Arresti e perquisizioni sono in corso nella provincia di Reggio Calabria, Milano, Bergamo, Novara, Lodi, Pavia, Ancona, Pesaro Urbino e Perugia.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2020 Riccardo Fucile
IL FIGLIO DEL’AGENTE SCHIFANI: “PURTROPPO CHI RIMANE LI’ O MUORE O DIVENTA COME LORO”
“Con mio zio non c’erano rapporti. Da tempo. Zero rapporti”. A dirlo all’Adnkronos è Emanuele
Schifani, figlio di Vito Schifani, l’agente di scorta di Giovanni Falcone morto nella strage di Capaci, commentando l’arresto dello zio Giuseppe Costa, fratello della madre Rosaria, perchè ritenuto uomo d’onore della Famiglia mafiosa dell’Arenella di Palermo.
Poi, il giovane Schifani, che è capitano della Guardia di Finanza, aggiunge: “Purtroppo, chi rimane lì o muore o diventa come loro…”. E aggiunge: “Per combattere bisogna allontanarsi, riorganizzarsi e tornare più forti”.
La madre Rosaria, in un’intervista a Repubblica Palermo, afferma di essere “devastata per tutto questo”. La vedova di Schifani commenta l’arresto del fratello Giuseppe, avvenuto ieri nel blitz antimafia White Shark: ”È come se fosse morto ieri purtroppo”, dice la donna a proposito del fratello accusato di associazione mafiosa.
“Di Costa possiamo fidarci – disse il capomafia di Resuttana a un suo fidato, Maurizio Spataro, poi diventato collaboratore di giustizia – si è comportato bene, ha preso le distanze da sua sorella”.
Giuseppe Costa era davvero un uomo fidato del clan, teneva addirittura la cassa, si occupava della riscossione del pizzo e dell’assistenza alle famiglie dei detenuti. “Per me è come se fosse morto ieri”, dice sua sorella.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2020 Riccardo Fucile
PAOLO RUGGIRELLO E’ IN CARCERE DAL MARZO SCORSO: FAVORI IN CAMBIO DI SUPPORTO ELETTORALE
L’ex deputato regionale del Pd Paolo Ruggirello è stato rinviato a giudizio dal gip di Palermo Filippo Serio con l’accusa di associazione mafiosa.
Il processo comincerà l’8 aprile davanti al tribunale di Trapani. L’ex parlamentare è in carcere da marzo scorso. E’ stato arrestato nel’ambito di una indagine coordinata dal procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido e dal pm Gianluca De Leo, insieme ad altre 24 persone ritenute organiche ai clan trapanesi legati al boss latitante Matteo Messina Denaro.
Ruggirello era finito in carcere nel marzo scorso, assieme ad altre 24 persone ritenute organiche a Cosa nostra trapanese, la mafia dei fedelissimi del latitante Matteo Messina Denaro.
Nel capo d’imputazione, si contesta all’ex deputato Pd di “aver sostenuto presso gli uffici amministrativi della Regione Sicilia l’aggiudicazione di un appalto per la fornitura di mobili in favore della ditta ‘Gulotta Design di Vincenza Costa’, segnalata da Carmelo Salerno”.
E ancora di aver “sollecitato l’assunzione, come guardia giurata, di Vito Costa, persona segnalata ancora da Salerno, a cui avrebbe promesso pure un interessamento per la posizione lavorativa del figlio”.
Secondo l’accusa l’ex deputato regionale “si rivolgeva, in distinte occasioni, ad esponenti dell’associazione mafiosa, tra cui Salvatore Crimi (della famiglia mafiosa di Vita), Pietro Virga, Francesco Orlando, Carmelo Salerno, Pietro Cusenza (tutti della famiglia mafiosa di Trapani) per ottenere supporto elettorale in occasioni delle consultazioni regionali del 2017 e nazionali del marzo 2018”.
Davanti ai pm di Palermo Gianluca De Leo e Claudio Camilleri Ruggirello ha ammesso di aver incontrato il boss trapanese Piero Virga poco prima delle regionali del 2017, ma ha sostenuto di non aver saputo, prima dell’incontro, che il capomafia sarebbe stato presente.
Dopo l’interrogatorio di garanzia seguito alla richiesta di conclusione delle indagini l’ex deputato ha chiesto al gip la revoca del carcere e la sostituzione coi domiciliari, ma il giudice ha respinto l’istanza, definendo “inverosimili” le spiegazioni fornite dall’ex deputato.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 28th, 2020 Riccardo Fucile
I CLAN HANNO MESSO LE MANI SULLA POLITICA FACENDO ELEGGERE CHI VOLEVANO, GESTENDO VOTI, MUOVENDO GALOPPINI…ECCO TUTTI I NOMI CHE EMERGONO DAI VERBALI
Giorgia Meloni non ne aveva dubbi. Scandiva le parole: «A Latina possiamo contare obiettivamente su quella che è forse una delle migliori classi dirigenti di Fratelli d’Italia».
Era il 2014, elezioni europee. Il cavallo di razza che appariva accoppiato con il suo nome sui manifesti elettorali era Pasquale Maietta. Un vero mito a sud di Roma. Commercialista di successo, da sempre il primo degli eletti a destra, patron del Latina, squadra che sfiorò, all’epoca, la serie A.
Calcio, affari e politica. Giorgia Meloni guardava Maietta compiaciuta, scambiando sorrisi: «Lo dico da un anno, perchè non ti prendi anche la Roma?».
Dal 2013 era diventato un politico di primo piano a livello nazionale. Giorgia si fidava talmente tanto da affidargli il portafogli, nominandolo tesoriere del partito alla Camera dei deputati. Era l’ascesa, apparentemente inarrestabile, dell’enfant prodige della destra.
Poi venne uno tsunami. Giudiziario, sconvolgente. Di quella classe dirigente che poco prima la leader di Fratelli d’Italia portava come esempio è rimasto poco. Maietta, terminato il mandato, è finito agli arresti, con l’accusa di essere il “perfetto stratega” di un complesso sistema di riciclaggio che partiva da Latina per arrivare a Lugano.
Non in una fiduciaria svizzera qualsiasi, ma nello studio SMC Trust, il “family office” presieduto da Max Spiess, subentrato nella carica al più noto Giangiorgio Spiess, l’avvocato tutore degli interessi di Licio Gelli nel Canton Ticino.
Il vero salotto che conta nel mondo finanziario internazionale, da sempre Gotha impenetrabile. Soldi, tantissimi soldi, un tesoro che passava attraverso il Latina calcio, controllato da patron Maietta, utilizzato – secondo la procura – come una enorme lavatrice di denaro “di dubbia provenienza”.
L’alleanza tra l’ex tesoriere di Fratelli d’Italia e il trust svizzero, che durava, secondo le indagini, dal 2007, era consolidata e ben oliata.
Quello che per gli investigatori era “un gruppo organizzato di soggetti che forniscono in modo stabile e professionale consulenza e servizi per il riciclaggio di fondi di provenienza illecita” aveva un terminale molto lontano dai salotti ovattati di Lugano. Le radici del potere del “sistema Latina” affondano sulla riva di uno dei tanti canali della bonifica, a Campo Boario.
Case basse, leoni lucidi di ceramica, il kitsch e i cavalli da corsa lasciati a pascolare nei campi sportivi comunali. È il mondo di sotto, il regno dei Di Silvio-Ciarelli. Clan Sinti, parenti diretti dei più noti Casamonica, arrivati in terra pontina nel dopoguerra, negli anni ’90 hanno preso il controllo del narcotraffico sottraendo il territorio di Latina ai casalesi e imponendo alla città il loro modo di comandare.
Taglieggiando, occupando pezzi di quartieri, sparando e uccidendo, quando serviva. «Se pijamo Littoria», dicevano in alcune intercettazioni del 2010.
Hanno fatto di più – stanno raccontando oggi alcuni collaboratori di giustizia – prendendosi soprattutto la politica. Gestendo voti, garantendo affissioni intoccabili, muovendo galoppini. Diventando la batteria elettorale dei nostalgici del Boia chi molla.
Brigata Littoria
Latina vuol dire destra, da sempre. Basta mettere in fila i nomi dei gruppi degli ultras della squadra di calcio: “Falange”, “Brigata Littoria”, “Commando”. Per anni governata da un sindaco con un passato nei “Ragazzi di Salò”, Ajmone Finestra, venne definita da Gianfranco Fini “il laboratorio politico” nazionale. Latina era un simbolo con il parco comunale intestato ad Arnaldo Mussolini, fratello di Benito, e l’edificio nel cuore della città chiamato “M”, per la sua forma, omaggio al duce in epoca fascista.
Oggi Latina vuol dire Lega. Il travaso degli ex missini, di quella classe politica cresciuta attorno al mito di Littoria e di “quando c’era lui”, è stato massiccio.
Il crollo – giudiziario, politico – dell’enfant prodige di Fratelli d’Italia è stato il vero motore dell’assalto alla diligenza di Matteo Salvini.
Certo, contava il marchio, in quello che in questa terra appare oggi più come una sorta di franchising politico che una vera e propria struttura di partito. Il dato certo è che i quadri di Matteo Salvini hanno quasi tutti un passato nero, in alcuni casi nerissimo. Orlando Tripodi, fino al 2016 in Forza nuova, è diventato il capogruppo leghista in Consiglio regionale, dopo aver perso sonoramente le elezioni comunali con una lista civica.
L’ex An Matteo Adinolfi in quello stesso anno è passato alla Lega, guadagnando un posto in consiglio comunale, per poi essere eletto deputato europeo nelle ultime elezioni del 2019.
Proviene dalla destra – il sindacato UGL – anche Claudio Durigon, deputato della Lega e responsabile del dipartimento lavoro del partito. Ma è il sentiment quello che conta nella città , nella antica Littoria.
La base della destra a Latina ha radici profonde nella squadra di calcio. E nei clan di Campo Boario. È questa la terra di mezzo dove – secondo le indagini – si incontrano politica, tifoserie e manovalanza criminale.
Gruppi ultras duri, ascoltati, nel 2014, mentre nella loro sede preparavano spranghe di ferro da portare in trasferta. Pronti, quando serviva, a spostare voti.
Il Latina fino al 2017 è stato il regno assoluto di Pasquale Maietta. E del suo amico di sempre, Costantino “Cha cha” Di Silvio, uno dei primi esponenti dei clan a finire agli arresti. Aveva un ruolo di primo piano, sempre presente nelle trasferte, pronto ad accompagnare le autorità nella tribuna Vip. In città lo conoscevano come l’amico fedele dell’ex tesoriere di Fratelli d’Italia, che lo accompagnava spesso nello struscio tra i negozi del centro.
Il fantasma dei Di Silvio
Negli ultimi mesi nel feudo della destra laziale, per sentire parlare di politica, conviene affacciarsi nell’aula del Tribunale, ascoltando le testimonianze nel processo chiamato “Alba pontina”, istruito dalla Dda di Roma.
L’accusa per i membri del clan è pesante, associazione mafiosa. Alcuni imputati sono già stati condannati con rito abbreviato nei mesi scorsi e oggi il dibattimento principale sta diventando una sorta di schermo gigante dove scorre la storia della città . Una presenza asfissiante, fatta di piccole e grandi estorsioni: «Non era necessario usare le armi – ha raccontato un collaboratore – non c’era bisogno perchè ormai la gente sapeva che ti sparavano». Bastava il nome per abbassare la testa.
Quando, nel 2015, scattò la prima operazione contro il clan Sinti, accadde qualcosa di mai visto. Un senso di liberazione sembrò attraversare al città .
La sera degli arresti – che colpirono anche l’amico fidato di Maietta, “Cha cha” Di Silvio, oggi in carcere – una folla andò in corteo verso la Questura.
Dal portone si affacciarono gli agenti della squadra mobile e i due poliziotti che avevano cambiato le sorti della città , il questore Giuseppe De Matteis (oggi a Torino) e chi aveva condotto le indagini, Tommaso Niglio. Vennero simbolicamente abbracciati, quel sistema di potere stava iniziando a sgretolarsi.
L’ascesa dei Di Silvio – e la loro potenza – nasceva da una alleanza, profonda, che durava da anni. Visibile a tutti, ma coperta dal silenzio. Dopo aver preso in mano il narcotraffico nel capoluogo, il clan aveva la necessità di entrare in qualche maniera nell’economia visibile. Non avevano, tra i loro uomini, chi era in grado di far girare il denaro, di ripulirlo, di farlo tornare visibile. L’alleanza con la classe imprenditoriale e con alcuni commercialisti li rese forti, in grado di penetrare i salotti buoni della città .
Il suicidio dell’avvocato
Mancavano due giorni al Natale del 2015 quando l’avvocato di Latina Paolo Censi, già presidente della Camera penale, si toglie la vita nel suo studio. La squadra mobile tra le sue carte trova la traccia che porterà ad una svolta nelle indagini sul Latina calcio e su Pasquale Maietta: «Dei fogli di un Block notes strappati, gettati al secchio e sui quali erano riportate diverse parole che, collegate tra loro, evidenziavano l’esistenza di uno scenario inequivocabile», scrivono i magistrati nell’ordinanza di custodia cautelare che, nel 2018, porterà in carcere l’ex tesoriere di Fratelli d’Italia.
In particolare due erano i riferimenti che colpirono gli investigatori: “Svizzera” e “Riciclaggio”.
Due anni dopo uno degli uomini di fiducia del clan Sinti di Latina, Renato Pugliese, figlio illegittimo di “Cha cha” Di Silvio, inizia a collaborare.
Ricostruisce il potere di quel mondo dove convivevano pezzi di politica, commercialisti scaltri e manovalanza criminale. Ricorda anche quel suicidio del 23 dicembre 2015, dando elementi importantissimi: «Riccardo Agostino (altro membro del clan, anche lui oggi collaboratore di giustizia, ndr) mi diceva che dietro la morte di Censi ci fosse una questione di soldi in Svizzera, circa 50-60 milioni di Maietta».
Le successive indagini, con rogatoria in Canton Ticino, sono riuscite a ricostruire il percorso solo di una parte di quel tesoro.
I primi racconti di Pugliese escono sui giornali il 26 aprile dello scorso anno. Tre giorni dopo, nella notte tra il 29 e il 30 aprile sulle chat WhatsApp frequentate anche da ultras del Latina calcio appare un video. È Cha cha Di Silvio, il padre del collaboratore, che gira nudo su un risciò a Milano Marittima, gridando «Come la va onorevole?», riferendosi, evidentemente, a Pasquale Maietta. Il video era stato girato cinque anni prima, secondo le ricostruzioni dei giornali locali, durante una trasferta del Latina. Un messaggio ben chiaro, il segno che il “sistema Latina” si è solo immerso.
La batteria elettorale
Le indagini non si sono fermate alla pista Svizzera. La collaborazione di Pugliese apre scenari inediti. Che arrivano fino al mondo politico di oggi, sfiorando i dirigenti passati dalla destra dura alla Lega di Matteo Salvini.
L’attuale sindaco della città , Damiano Coletta, cardiologo, eletto con una lista civica quando la destra crollò dopo le prime indagini, non ha nessun dubbio. Esiste un “sistema Latina”: «Abbiamo dovuto ricostruire l’intera macchina amministrativa, ricreare le procedure, non è stato facile». Ha provato, da primo cittadino, a chiedere aiuto a Salvini ministro dell’Interno il 29 settembre del 2018. Il leader della Lega stava per arrivare in città , per un comizio in un terra dove il consenso cresceva. Coletta ha chiesto un incontro, formalmente, per consegnare una nota dove raccontava come per il capoluogo pontino non si poteva più parlare solo di infiltrazione della mafia, ma di gruppi autoctoni, «non senza la compiacenza o almeno la colpevole disattenzione della classe politica».
Tutto era pronto, ma due ore prima dalla Prefettura cancellano l’incontro. Salvini arriva in città , ignorando quella richiesta di aiuto, e sul palco fa salire un volto che Damiano Coletta conosceva bene, Orlando Tripodi, oggi capogruppo della Lega in consiglio regionale.
Era uno dei suoi avversari nel 2016, esponente dell’estrema destra prima di entrare nel partito di Salvini. Ed è uno dei tanti nomi entrati nel racconto del figlio di “Cha cha”, Renato Pugliese: «La campagna elettorale per Tripodi l’ha fatta Giancarlo Alessandrini con Sabatino Morelli e qualcuno che frequentava la curva», ha raccontato ai magistrati.
Quel gruppo era una sorta di batteria elettorale composta da ultras ed esponenti delle famiglie Sinti, i Morelli.
I clan, nel 2016, si erano divisi i candidati della destra come si fa con una piazza di spaccio, racconta Pugliese: «Noi abbiamo fatto la campagna per Noi con Salvini (…) allora avevamo l’incarico dell’attacchinaggio».
Il figlio di “Cha cha” operava nella politica insieme a un altro esponente dei clan, Agostino Riccardo, che ha iniziato a collaborare poco dopo. E in aula Riccardo ha aggiunto altri particolari, altri nomi del mondo politico della destra. Partendo dall’elezione di Maietta nel 2013. L’ex tesoriere di FdI alla Camera risultò il primo dei non eletti ed entrò solo per la rinuncia di Fabio Rampelli, presente anche in altri collegi.
Una scelta politica, ha sostenuto il vicepresidente della Camera. Un’imposizione dei clan, ha raccontato Agostino Riccardo: «L’onorevole Rampelli fu minacciato per dimettersi».
Il racconto del collaboratore attraversa gli ultimi anni della politica pontina, segnata da una sorta di passaggio del testimone. Prima l’appoggio a Maietta e Fratelli d’Italia, poi l’azione dei Di Silvio si sarebbe spostata sulla Lega: «In queste (elezioni) più recenti avevamo un candidato particolare, Adinolfi, il commercialista. Lo incontrammo nella sede di Noi con Salvini», ha dichiarato in aula il 7 gennaio scorso, citando per la prima volta l’eurodeputato della Lega. E potrebbe essere solo l’inizio di nuove inchieste. Tanti omissis coprono, ancora oggi, molti verbali.
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 26th, 2020 Riccardo Fucile
I CASI DI VITTORIA, PALAZZOLO E CATANIA
Repubblica Palermo racconta oggi una storia che riguarda l’ex vicesindaco di Vittoria, Andrea La Rosa, che ha visto il suo comune sciolto per mafia su proposta dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini e che nel frattempo si sarebbe, secondo il giornale, avvicinato alla Lega:
Ieri su Facebook l’ex vicesindaco di Vittoria, Andrea La Rosa, che ha dovuto lasciare l’incarico perchè il Comune è stato sciolto per mafia su proposta dell’allora ministro degli Interni Matteo Salvini, postava una foto con il nuovo deus ex machina del partito in Sicilia Nino Minardo.
Nei giorni scorsi scriveva che con Minardo aveva fatto «una bella chiacchierata su Ragusa, Sicilia e rafforzamento dell’organizzazione della Lega in provincia».
Nei giorni scorsi fra le file salviniane era passato invece il sindaco di Palazzolo Acreide Salvatore Gallo, balzato agli onori della cronaca nei mesi scorsi per avere polemizzato con Philippe Daverio per la scelta di Bobbio come “Borgo dei Borghi”.
Gallo, però, non si era fatto notare solo per questa curiosità : nell’estate del 2018, nel pieno della polemica sulla Diciotti, si era fatto promotore dell’accoglienza dei migranti con lo Sprar «Obioma Iblei-accoglienza diffusa della Valle degli Iblei» e postava foto con una famiglia di immigrati, dando così un segnale di moderazione all’elettorato che l’aveva appena scelto. Adesso anche lui è stato folgorato sulla via di Salvini.
Non è l’unico, racconta ancora Repubblica Palermo:
Una “conversione” improvvisa come quelle di Davide Marraffino e Diego Strano, consiglieri di circoscrizione a Catania passati dal Movimento 5 stelle alla Lega: i due consiglieri fanno riferimento all’area del consigliere Giovanni Grasso e della deputata regionale Angela Foti, che guida la fronda interna al gruppo all’Ars e che cavalcandola è stata eletta vicepresidente di Sala d’Ercole.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 16th, 2020 Riccardo Fucile
“NON SOLO ARRIVERANNO NUMEROSI AGENTI SPECIALIZZATI, MA APRIAMO UNA SEZIONE DELLA DIA A FOGGIA CON VENTI PERSONE
“La risposta dello Stato c’è e faremo sentire la nostra voce”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, ai microfoni di Tv2000, a proposito della situazione a Foggia.
“Abbiamo già fatto un Comitato di ordine e sicurezza pubblica alla Prefettura di Foggia — ha aggiunto il ministro – Avevo preannunciato l’istituzione di una sezione della Dia a Foggia e oggi posso confermare che il 15 febbraio sarà operativa con 20 persone nell’unità operativa”.
Il ministro a quindi sottolineato di aver chiesto al capo della Polizia di inviare delle forze dell’ordine per presidiare maggiormente il territorio, “ci sarà dunque un sensibile incremento per questo periodo perchè voglio che lo Stato sia presente e vicino ai foggiani. È importante dare una dimostrazione di unità della parte sana della
società ”. Decisioni, afferma il ministro, che “confermano la volontà dello Stato di contrastare con la massima determinazione ogni forma di criminalità ”, perseguendo l’obiettivo di rafforzare “le strutture destinate all’attività di prevenzione e repressione e, nel contempo, di garantire il capillare controllo del territorio anche nella provincia e nella città di Foggia”.
Lamorgese ringrazia magistratura e forze dell’ordine per il lavoro svolto nel corso delle varie indagini sul territorio e anche la comunità civile per le recenti manifestazioni contro la criminalità organizzata locale: “Rinnovo l’apprezzamento — ha dichiarato — per l’intensa e complessa attività svolta e per i risultati investigativi già conseguiti dalla magistratura e da tutte le forze di polizia sul fronte del contrasto ad una criminalità pervasiva che è comunque destinata ad essere sconfitta dallo Stato. Confido nella mobilitazione di tutta la società civile che ha già dimostrato, con la partecipazione alla recente marcia di Libera, di voler rispondere senza timori agli attacchi criminali“.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2020 Riccardo Fucile
LO STATO STAVOLTA C’E’ E LA RISPOSTA SARA’ DURISSIMA…I RESPONSABILI DEL CENTRO: “ABBIAMO GIA’ RIAPERTO, NON CI FATE PAURA”
Ennesimo atto dinamitardo a Foggia. Alle 5,50 una bomba carta è stata fatta esplodere al
centro diurno per anziani di proprietà del gruppo ‘Sanità più’ il cui responsabile delle risorse umane è Cristian Vigilante.
Il manager aveva già subito un attentato dinamitardo il 3 gennaio scorso. L’ordigno è esploso mentre all’interno del centro era al lavoro una donna delle pulizie, rimasta illesa. Soccorsa da personale del 118, è stata portata al pronto soccorso in stato di shock.
A enfatizzare il fatto che si tratti di una sfida dei clan allo Stato è il fatto che nella mattinata il commissario straordinario del governo per le iniziative antiracket Annapaola Porzio incontrerà a Foggia i vertici delle forze di polizia, mentre venerdì 17 gennaio si terrà un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica all’Università di Foggia.
“Basta, cambiate vita, così non si ottiene nulla”. È il messaggio rivolto ai suoi attentatori da Luca Vigilante (fratello di Christian), presidente del gruppo “Sanità Più” che gestisce il centro diurno.”Siamo tutti esterrefatti. Questo ennesimo episodio ci preoccupa ulteriormente. Non ci aspettavamo assolutamente una cosa del genere a distanza di pochi giorni di una risposta collettiva, sociale, istituzionale”, ha aggiunto riferendosi alla marcia antimafia organizzata da Libera il 10 gennaio scorso che ha portato in piazza migliaia di persone a Foggia.
“Riapriamo subito – ha assicurato – anche perchè tutte le nostre strutture sono in sicurezza. Il centro funzionerà ordinariamente: anzi è già aperto perchè non ci sono stati danni strutturali. Noi lavoreremo tranquillamente”.
“Sentiamo la fiducia e l’affetto – ha detto ancora – di tutte le persone che si sono affidate alla nostra realtà che si è sempre classificata come un esempio per tutto il Sud”. Poi un pensiero alla dipendente che si occupa della sanificazione e che al momento dell’esplosione era nella struttura: “fortunatamente sta bene – ha detto – è solo spaventata ed è sotto choc”.
“Abbiamo sentito un forte boato ed un rumore di vetri rotti, io abito di fronte. Abbiamo sentito un rumore fortissimo poi si sono rotti i vetri della scalinata. A Foggia stiamo in guerra”, ha raccontato un residente della zona.
Oggi sarà a Foggia per una serie di incontri già programmati la commissaria straordinaria del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura, Annapaola Porzio. In mattinata è prevista in prefettura una riunione con il procuratore della DdA di Bari ed il procuratore capo di Foggia, i vertici provinciali delle forze di polizia e rappresentanti delle amministrazioni regionali e locali.
Il 3 gennaio scorso una bomba molto potente era stata fatta esplodere sotto l’auto di Cristian Vigilante, testimone in un’inchiesta della Dda contro la mafia foggiana, e responsabile delle risorse umane della Rsa ‘Il Sorriso’. L’esplosione aveva sventrato la Discovery Land Rover del manager sanitario e danneggiato anche auto parcheggiate nella zona.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2020 Riccardo Fucile
COSCA GRANDI ARACRI: INDAGATI ANCHE L’EX VICEPRESIDENTE DELLA REGIONE E QUATTRO FINANZIERI
La Guardia di finanza di Crotone ha arrestato tre persone nell’ambito di un’inchiesta della Dda
di Catanzaro, denominata “Thomas”, sulle presunte ingerenze della cosca di ‘ndrangheta Grande Aracri sulle attività del Comune di Cutro.
Gli arrestati sono Ottavio Rizzuto, attuale Presidente del Consiglio di amministrazione della Banca di Credito cooperativo del Crotonese e già dirigente, dal 2007 al 2015, dell’Area tecnica del Comune di Cutro; Alfonso Sestito, medico cardiologo al Policlinico Gemelli di Roma; Rosario Le Rose, imprenditore.
I tre arresti sono stati fatti in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip distrettuale di Catanzaro su richiesta dei pm della Dda Paolo Sirleo e Domenico Guarascio su direttive del capo della Procura, Nicola Gratteri.
Le persone coinvolte nell’operazione sono accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso e di estorsione, abuso d’ufficio, traffico di influenze illecite, omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale, accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, reati questi ultimi tutti aggravati dalle modalità mafiose. L’attività investigativa ha fatto emergere l’appartenenza e le relazioni massoniche di alcuni fra gli indagati.
Emessa inoltre un’informazione di garanzia nei confronti di Nicola Adamo, ex vicepresidente della Regione Calabria. Risultano indagati anche quattro appartenenti al corpo della Guardia di Finanza che “attraverso l’abusiva consultazione delle banche dati in uso al Corpo, attingevano informazioni riservate ovvero coperte dal segreto istruttorio in favore di terzi soggetti, provvedendo ad informarli su attività di polizia giudiziaria o economico finanziaria in itinere, compiendo, altresì, gravi omissioni, non denunciando reati in corso di attuazione ovvero fatti suscettibili di approfondimenti investigativi”.
“Le indagini consentono di asserire – è detto in una nota stampa della Dda di Catanzaro – come negli anni la cosca di ‘ndrangheta capeggiata dal Nicola Grande Aracri abbia esercitato la sua influenza sul Comune di Cutro gestendo di fatto numerosissimi appalti e traendone diretto e cospicuo giovamento economico. Figura centrale di questa metastasi criminale era il presidente della banca.
La Guardia di finanza, nell’ambito dell’operazione, ha eseguito una serie di perquisizioni nella sede legale e nelle filiali di Cutro e di Isola di Capo Rizzuto della Banca di credito cooperativo del Crotonese. Il quadro probatorio acquisito ha consentito di far luce sulle agevolazioni ed i favoritismi che Rizzuto ha effettuato a vantaggio delle cosche di ‘ndrangheta locali in ragione delle funzioni ricoperte nel tempo, con particolare riferimento all’imprenditore Rosario Le Rose. Quest’ultimo, attraverso l’attività commerciale Idro Impianti srl, è risultato essere affidatario di tutte le commesse del Comune di Cutro, dal 2007 al 2015, operando in sostanziale regime di monopolio”.
La Dda di Catanzaro ha inoltre emesso un’informazione di garanzia nei confronti del boss Nicolino Grande Aracri, capo del Locale di ‘ndrangheta di Cutro e capo crimine della provincia di Crotone, attualmente detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Opera, a Milano. “Le indagini – si legge nella nota stampa diffusa dalla Dda – consentono di asserire come negli anni il locale di ‘ndrangheta capeggiato da Nicolino Grande Aracri abbia esercitato la sua influenza sul Comune di Cutro, gestendo di fatto numerosissimi appalti e traendone diretto e cospicuo giovamento economico”
(da “Huffingtonpost”)
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