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ROSSO DI VERGOGNA: UN ALTRO ACQUISTO DEL PARTITO DEGLI ACCATTONI

Febbraio 19th, 2011 Riccardo Fucile

PARLA ROBERTO ROSSO, TORNATO NEL PDL: “I FUTURISTI VANNO A DESTRA, IO SONO LIBERALE, VERDINI MI HA CONVINTO”…”SILVIO MI HA SEMPRE VOLUTO BENE E POI E’ SALESIANO COME MIO ZIO”…. HA AVUTO GARANZIA DI INCARICHI DI ALTO LIVELLO

“Rifletti bene – mi ha detto Verdini – è l’ora della responsabilità .Te la senti di premere il pulsante contro Silvio? Te la senti? Non è più facile ricomporre i dissidi e rientrare da noi?”.
In quel preciso istante, quando cioè si stava per votare alla Camera l’autorizzazione a perquisire Spinelli, cassaforte mobile di Berlusconi, la mano di Verdini si è poggiata sulla sua spalla e il corpo di Roberto Rosso ha avuto un fremito.
“Sono andato da Gianfranco Fini e gli ho detto: non me la sento”.
L’affetto per Berlusconi è speciale.
“Mi ha sempre voluto bene, tanto bene. Le divergenze erano sorte per beghe locali in Piemonte”.
C’è anche un legame spirituale che in qualche modo la connette al premier.
“Si sa che lui è un salesiano fervente”.
E lei è…
“… San Giovanni Bosco è mio prozio”
Sembra niente, ma anche queste cose contano.
“Fini è un galantuomo, ha capito”.
Il suo è stato un momento di sbandamento.
“Una reazione alla piccola difficoltà “.
Si sente che è liberato da un peso che rendeva pesanti i suoi passi.
“Il mio rapporto con Berlusconi è meraviglioso, inossidabile, denso, felice”.
La bega locale di Torino aveva del resto le dimensioni di una cosuccia.
“Totalmente superata, abbiamo splendidamente risolto”.
La trasferta in Futuro e libertà  è durata quattro mesi.
“Sa cosa le dico? Io sono liberale e davvero al congresso di Milano ho avvertito una virata a destra. Brrrr
Sembrava invece che Fini virasse a sinistra
“.
“No, a destra. Sentivo che gli amici di Fli avevano bisogno di ritornare alla propria identità  missina”.
La sua casa è Forza Italia, il popolo della libertà .
“Ho riflettuto per tempo e il dilemma è sempre stato questo: continuo a stare in questo partito o ritorno a casa?”.
Rifletti bene, le ha ripetuto con affetto Verdini.
“E ho scelto. Fini è un galantuomo, squisito”.
E lei, nipote del santo, è amico del premier salesiano (temporaneamente peccatore).
“Il mio tragitto politico è lineare”.
Prega?
“In che senso?”
Pratica, frequenta? O è uno di quei cattolici adulti.
“Parecchie volte vado a messa. Ma perchè me lo chiede?”.
Per via di San Giovanni Bosco.
“A messa anche a Roma”.
Berlusconi l’ha infine abbracciata.
“Certo, è stato bello”.
Fini più gelido.
“Una stretta di mano. Però gentile”.

Antonello Caporale
(da “La Repubblica“)

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LA COALIZIONE DEGLI ACCATTONI SI SPACCA SULLA FESTA NAZIONALE: PDL E LEGA LITIGANO ANCHE SULL’UNITA’ D’ITALIA

Febbraio 18th, 2011 Riccardo Fucile

SIAMO L’UNICO PAESE AL MONDO GOVERNATO DA UN PARTITO CHE NON VUOLE CELEBRARE L’UNITA’ NAZIONALE…. IN ALTRI PAESI SAREBBERO IN GALERA, DA NOI SONO AL POTERE… IL 17 MARZO SARA’ FESTA, MA LA LEGA NON VOTA… PER CALDEROLI NON C’E’ COPERTURA FINANZIARIA: SI SARA’ SPESO TUTTI I SOLDI PER I LADRONI LEGHISTI DELLE QUOTE LATTE?

Dopo le polemiche delle ultime settimane, il Consiglio dei ministri ha deciso: il 17 marzo sarà  festa nazionale.
Ma la decisione non è stata indolore: i tre ministri leghisti non hanno aderito. E al termine della riunione Roberto Calderoli è stato molto netto: “Fare un decreto legge per istituire la festività  del 17 marzo, un decreto legge privo di copertura in un Paese che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale e in più farlo in un momento di crisi economica internazionale è pura follia. Ed è anche incostituzionale”.
Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli da tempo contestano la scelta di festeggiare con l’astensione dal lavoro e dalle scuole il 17 marzo.
Ma con la Lega non c’è nessuna rottura, si affretta a chiarire Ignazio La Russa, solo “diversità  di opinioni”.
Maroni aveva già  lasciato l’aula quando si è proceduto alla votazione, mentre Bossi e Calderoli, presenti, non hanno votato.
La questione della copertura finanziaria è stata superata con il trasferimento “degli effetti economici e degli istituti giuridici e contrattuali dalla festa del 4 novembre al 17 marzo. Questo varrà  solo per il 2011”, aggiunge.
E sulla riserva della Lega commenta: “Non c’è nulla di male se nel Cdm, che si è espresso a larga maggioranza, si esprime una diversità  di opinione. Ho discusso con Bossi in modo tranquillo e gli ho fatto notare che dove c’è il federalismo lo spirito nazionale è più forte. Credo che le due cose possano andare di pari passo”, dice La Russa.
Al di là  delle penose giustificazioni del ministro, rimane la brutta figura: non esiste alcun Paese al mondo in cui non si celebri unitariamente la festa nazionale e dove un   partito al governo addirittura si dissoci.
Vi sono Stati che prevedono la galera per chi sputa sulla bandiera nazionale o sostiene che il tricolore si può usare come carta igienica.
Una cosa impensabile poi per un Paese governato da un presunto centrodestra.
Eppure siamo arrivati a questo: coloro che accusano Fini di essersi spostato a sinistra sono gli stessi a non aver ribrezzo a governare con la feccia leghista.
Non se ne vanno dal centrodestra per questo, no.
Questo cialtroni che hanno venduto la destra e tradito l’elettorato di riferimento, chinano la testa, servi sciocchi di un partito antinazionale.
Complimenti pataccari, voi sì che siete di esempio al Paese e ai giovani.
Ce ne ricorderemo.

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GLI AMICHETTI DI SILVIO: MAZZETTE PER I SEGGI, INDAGATO CICCHITTO

Febbraio 18th, 2011 Riccardo Fucile

IN ABRUZZO UN SENATORE DEL PDL, PER ENTRARE IL LISTA, AVREBBE PAGATO 600.000 AL LEADER REGIONALE DEL PARTITO: UN PARTE DELLA CIFRA SAREBBE STATA INTASCATA DA CICCHITTO… UN GIRO VORTICOSO DI TANGENTI E FAVORI RIVELATI DALLA MOGLIE DELL’ESPONENTE LOCALE DEL PDL, LE PRIME AMMISSIONI

«Cherchez la femme”.
Da Mario Chiesa a Cesare Previti, dietro i grandi scandali politico-giudiziari c’è spesso profumo di donna.
E anche quella che sta per scoppiare in Abruzzo è una tempesta tutta al femminile, che rischia di costare cara al Popolo della libertà .
Protagonista è Maria Maurizio, moglie separata di uno dei leader regionali del partito, Sabatino Aracu.
Adesso Aracu vede a rischio la sua travolgente carriera di imprenditore e parlamentare, segretario del gruppo Pdl a Montecitorio, presidente della Federazione italiana hockey e pattinaggio: è finito sotto inchiesta con capi di imputazione che vanno dalla tentata concussione al peculato all’associazione per delinquere.
Al termine di una complicata e dolorosa rottura matrimoniale, l’ex signora Aracu ha scritto un infuocato memoriale al procuratore di Pescara Nicola Trifuoggi.
C’è di tutto. Accusa il marito di avere corrotto funzionari pubblici per mettere a segno i suoi affari privati.
Lo chiama in causa per avere preteso tangenti dai baroni della sanità  privata regionale, a cominciare da quel Vincenzo Angelini titolare della clinica Villa Pini di Chieti che lo scorso anno ha provocato con le sue rivelazioni l’arresto dell’ex governatore Ottaviano Del Turco.
Infine, un capitolo sulla compravendita dei posti in Parlamento: la donna parla di somme a cinque zeri intascate per inserire candidati nelle liste forziste al Senato. Come nel caso di Filippo Piccone, eletto nel 2006 a palazzo Madama e diventato primo coordinatore del Pdl in Abruzzo, che secondo la Maurizio avrebbe consegnato ad Aracu 600 mila euro.
Una parte dei soldi, secondo quanto la Maurizio ha riferito, sarebbero finiti a Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Popolo della libertà  alla Camera: i pm lo hanno iscritto nel registro degli indagati.
Da mesi i magistrati lavorano per raccogliere riscontri alle dichiarazioni di Maria Maurizio.
Vincenzo Angelini ha già  confermato al procuratore Trifuoggi e ai sostituti Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli le accuse della signora, confessando di avere effettivamente consegnato ad Aracu oltre 500 mila euro.
Su tutto il resto sono in corso accertamenti.
Nel j’accuse della moglie separata ci sono megatangenti e piccole ruberie.
I nuovi condizionatori d’aria fatturati a Forza Italia, destinati alla sede pescarese di piazza Salotto e finiti invece a casa dell’onorevole.
O la gestione disinvolta delle società  del marito nel settore dei call center.
Ci sono persino i rimborsi da quest’ultimo richiesti come presidente della Federazione di hockey: anche il Coni ha svolto un’indagine interna inviando i risultati alla Procura regionale del Lazio della Corte dei conti.
Un capitolo riguarda le spese del comitato promotore dei Giochi del Mediterraneo inaugurati a giugno.
Ma c’è anche spazio per le operazioni immobiliari in nero e la presunta corruzione di dirigenti per ottenere commesse: «Mio marito predisponeva con il mio aiuto scatole contenenti, oltre alle cravatte, notevoli somme di denaro. Il tutto da consegnare a dirigenti Inps, Enel e Telecom».
L’interesse della Procura si è concentrato soprattutto sulla nuova puntata dello scandalo sanitario che lo scorso anno ha travolto la giunta abruzzese di centrosinistra e coinvolto anche quella precedente di centrodestra, presieduta da Giovanni Pace.
Proprio insieme all’assessore alla Sanità  di quest’ultimo, il forzista Vito Dominici (finito lo scorso anno agli arresti domiciliari), la Maurizio ha spiegato che Aracu avrebbe richiesto e ottenuto dalle case di cura private somme che di «solito si aggiravano intorno a un milione di euro per ciascuna clinica».
Secondo l’ex moglie queste tangenti, al pari di molte altre, Aracu era poi «solito dividerle con l’onorevole Fabrizio Cicchitto di Forza Italia. Quest’ultimo era ed è il padrino politico dell’onorevole Aracu».
Ogni cosa, secondo il memoriale, seguiva regole scientifiche.
«Mi torna in mente che nel periodo in cui Dominici aveva l’incarico di assessore alla Sanità  e mio marito era stato eletto coordinatore regionale di Fi, poco dopo il 2003, ci trovammo io, Dominici e mio marito seduti a un tavolo di una trattoria di Roma. Nell’occasione mio marito annotava i nomi delle case di cura operanti in Abruzzo con a fianco l’indicazione degli importi di denaro. Dominici esaminava i nomi e le cifre, correggendo o confermando. Fra le cliniche ricordo che era annotata la Villa Pini di Chieti per un milione di euro e la Villa Letizia dell’Aquila per circa 200 mila euro».
Di alcuni dei pagamenti, lei è stata testimone diretta: «A tanto hanno provveduto, anche in mia presenza, fra gli altri, Angelini e il dottor Conca manager della Asl di Chieti (anche lui arrestato lo scorso anno per lo scandalo sanitario, ndr).
Tali somme avevano sicuro significato di tangenti».
Il racconto è ricco di dettagli e circostanze specifiche.
Il manager Asl Conca si recava spesso nell’abitazione di Aracu in via Sulmona a Pescara per «consegnare a mio marito somme di denaro in contanti che variavano da 100 mila a 200 mila euro».
Dazioni che si ripetevano una volta al mese e che sarebbero proseguite per tutto il periodo in cui Aracu è stato coordinatore regionale di Fi.
Un rito al quale si sottometteva anche Angelini che presso l’abitazione di via Sulmona consegnava «non solo il denaro, ma anche gioielli e orologi di marca Rolex» che sabbero andati pure «a ciascuna delle mogli di uomini politici con i quali l’Angelini stesso si relazionava»: oltre a lei, «anche la signora Dominici e la signora Paolini, consorte quest’ultima del vicepresidente della Regione Abruzzo» (si tratta di Enrico Paolini, non rieletto alle ultime elezioni).
Dove venivano acquistati questi preziosi?
Dal rivenditore Rolex e presso la gioielleria Cazzaniga di Pescara, dove secondo la Maurizio venivano anche comprati «gli omaggi destinati alle consorti di uomini politici» puntualmente elencati nel memoriale: «On.le Cicchitto, on.le Bondi, on.le Letta, on.le Colucci, questore della Camera dei deputati».
Infine, gli altri brani scottanti sui passaggi di quattrini tra Aracu e Cicchitto.
La ex moglie non ha prove, ma afferma di ritenere sulla base di una serie di elementi che suo marito «abbia consegnato all’onorevole Cicchitto, anche per sostenere la propria candidatura, somme certamente non inferiori a 500 mila euro».
Dice di avere saputo dallo stesso Aracu, «che quest’ultimo effettuava consegne di denaro nelle mani di Cicchitto per importi annui di almeno 500 mila euro. La cosa avveniva a Roma e la dazione consisteva in somme in contanti».
Con l’onorevole Cicchitto, aggiunge la Maurizio, «abbiamo trascorso una vacanza estiva in Sardegna. Il deputato di Fi, anche in mia presenza, assicurava a mio marito che gli avrebbe conservato l’incarico di coordinatore regionale del partito in considerazione delle attenzioni riservategli».
Attenzioni che avrebbero trovato puntuale conferma nella vicenda riguardante la candidatura di Filippo Piccone. «Ricordo che mio marito», scrive la moglie di Aracu, «si fece dare da costui l’importo di 600 mila euro per ottenere la candidatura al Senato. Di tale somma 150 mila euro circa vennero consegnati all’onorevole Cicchitto. Il tutto mi è stato riferito da mio marito. Piccone, inoltre, che opera nel campo della realizzazione di infissi, non si è mai fatto pagare da mio marito per la vendita dei predetti».
Finestre o porte in omaggio per avere ingresso nel portone del Palazzo: davvero riconoscente.

Primo Di Nicola
(da “l’Espresso“)

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UNA COLOMBA FINIANA NON FA PRIMAVERA: UN SENATORE DI MENO, TANTA SALUTE DI PIU’

Febbraio 17th, 2011 Riccardo Fucile

CHI HA LAVORATO PER SFALDARE IL GRUPPO FLI AL SENATO, SI RITROVERA’ UN GRUPPO UNICO DEL TERZO POLO CON VENTI SENATORI GUIDATO FORSE DA PISANU…FINI: “VADANO PURE, TANTO NON LI RICANDIDO NEMMENO”… L’ACCATTONE MOFFA PRENDE LA PORTA IN FACCIA PURE DAI RADICALI

Ieri è suonata forte la grancassa dei “culi flaccidi” alla notizia che “il gruppo di Futuro e Libertà  al Senato si era sfaldato”: al momento della votazione del decreto milleproroghe infatti quattro senatori finiani hanno votato contro, uno si è astenuto, uno (Menardi) ha votato a favore, quattro sono risultati assenti.
In realtà , assenti giustificati a parte, il caso riguarda il senatore di Cuneo Guseppe Menardi, prossimo al ritorno al partito del bunga bunga, la cui defezione porterebbe al venir meno dei 10 componenti minimi richiesti per poter fare gruppo al Senato.
Da qui la irrefrenabile gioia del partito degli accattoni che ogni giorno lavora per comprarsi qualche parlamentare, con scarsi esiti peraltro, in modo da non perdere anzitempo le poltrone.
Ma vediamo la motivazione addotta da Menardi: “Non condivido un’alleanza di “tutti contro Berlusconi” che ci esclude dal campo del centrodestra”.
Menardi è inorridito al pensiero di una alleanza che intanto non esiste, ma che per   lui deve essere un incubo notturno.
L’ipotesi, solo l’ipotesi, badate bene, di un fronte comune con la sinistra per liberarsi di questo governo, lo scandalizza.
Ma come mai non lo ha scandalizzato dividere per due anni la compagnia della Lega, l’unico partito antinazionale e xenofobo che dovrebbe essere quanto di più distante dalla sua solida cultura di destra?
Come mai altrettanta indignazione non l’ha mostrata quando i leghisti hanno usato il tricolore per pulirsi il culo?
Su, diccelo Menardi, esempio di corenza e di virtù.
O forse non è lo stesso Menardi che a Mirabello aveva detto: “La rottura con il Pdl è inevitabile, noi siamo per una destra repubblicana, sul modello gollista”.
Forse la stessa, caro Menardi, che in Francia ha rifiutato ogni rapporto con Le Pen, mentra qua il Pdl si fa ricattare ogni giorno da Bossi?
O vogliamo dimenticare cosa avevi dichiarato, caro Menardi, uscendo dal Pdl pochi mesi fa?
Non ricordi? Ti aiutiamo noi: “Il Pdl non ha dato seguito alla mission che era stata annunciata al momento della sua fondazione”
Per questo ci ritorni ora?
Per domostrare la tua coerenza?
Sistemato Menardi, passiamo al gruppo: non esiste alcun problema.
Si formerà  e ci stanno già  lavorando Fini e Casini, il gruppo del Terzo Polo con 9 senatori Fli, 4 Udc, 5 rutelliani e 2 Mpa.
Contatti in corso anche con Musso e la Poli Bortone.
Corre anche voce che il colpo a sorpresa potrebbe essere l’adesione di Pisanu in qualità  di capogruppo.
Oltre venti senatori per la gioia dell’accattone Moffa che ieri mattina aveva annunciato l’adesione al governo dei sei radicali, salvo essere sputtanato in serata da Pannella con un gelido: “Noi non entriamo”.
L’unica cosa certa è che Fini non ha alzato nemmeno il telefono per cercare di conciliare con Urso, Viespoli e Ronchi: “Quei tre, per quanto mi riguarda, vadano pure, tantro non li ricandido nemmeno”.
Chi l’ha avvicinato, ha definito Fini determinato e “spietato”, deciso a dar un segno di cambiamento al partito e a porsi come riferimento di una nuova destra, anche nel metodo.
Finito il tempo dei colonnelli e dei ricatti, ormai si guarda avanti.
E, come ha sottolineato Granata, il Sel Vendola non ha rappresentanti in Parlamento, ma viene accreditato di un 9% di consensi, quindi il problema non si pone.

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GLI AMICI “RESPONSABILI” DI SILVIO: SE QUESTO E’ UN MINISTRO

Febbraio 16th, 2011 Riccardo Fucile

SOTTO INCHIESTA PER MAFIA, UN SUO UOMO A PALERMO E’ APPENA STATO ARRESTATO, IL SUO PADRINO POLITICO CUFFARO E’ IN CARCERE…MA SAVERIO ROMANO, PASSATO CON BERLUSCONI, E’ PROSSIMO A DIVENTARE MINISTRO

«Io al governo non entro dalla finestra, entro dalla porta».
Spavaldo di carattere, Francesco Saverio Romano, nato alla vigilia di Natale di 46 anni fa, siciliano di Belmonte Mezzagno, deputato dal 2001, ha annunciato mesi fa ad amici e sodali che il suo posto da ministro non è in discussione: semmai la postazione.
Lo quotano per le Politiche comunitarie, ma lui non ha mai fatto mistero di puntare a una poltronissima: il ministero dell’Agricoltura.
Un bel dicastero di spesa e un ricordo per così dire affettivo: il ruolo fu occupato negli anni Ottanta da Calogero Mannino, il suo maestro, quando Romano ventenne muoveva i primi passi in politica.
Toccante pensiero, specie ora che Romano, come si usa nelle migliori tradizioni, ha fatto fuori il vecchio tutore e si è messo in proprio.
È lui che prende la parola a Montecitorio a nome dei Responsabili.
È lui che spinge per andare in tv, vantando la sua prestanza fisica.
Ed è lui che parla a palazzo Grazioli con Berlusconi, provando a fare il leader.
Il resto della compagnia non è granchè, ma pazienza, nessun leader si sceglie le sue truppe.
E ora, finalmente, Romano ha l’occasione di diventare generale.
Nel vuoto lasciato dai suoi padrini: Salvatore “Totò” Cuffaro è in una cella di Rebibbia dopo la condanna per favoreggiamento delle cosche, Romano lo ha accompagnato fino alla caserma.
Con l’altro nume tutelare, Mannino, anche lui processato per i rapporti con la mafia e poi assolto, c’è stata una lite furibonda.
Resta l’amico Angelino Alfano, conosciuto nel movimento giovanile della Dc di cui Romano è stato segretario siciliano.
Con Pier Ferdinando Casini, invece, Saverio ha rotto cinque mesi fa, quando uscì dall’Udc con altri quattro deputati per fondare il Pid, Popolari per l’Italia di Domani.
Roba da rievocare don Luigi Sturzo, se non fosse che il Pid e il suo leader sono da anni al centro delle indagini giudiziarie sui rapporti tra politica e mafia.
L’ultimo arresto di un suo uomo, il deputato regionale Fausto Fagone, risale a novembre.
Eletto per la prima volta nel 2001 nel collegio di Bagheria, Romano è dal 2003 sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Si cominciò con le registrazioni ambientali del boss Giuseppe Guttadauro che parlava di Romano in termini entusiastici: «Voglio incontrarlo», spiegava a un interlocutore. «Dimmi tu quando devo venire. Pure in mezzo alla strada lo posso incontrare: avvocato è».
Colloqui in cui il capomafia si lasciava andare anche ad altre considerazioni: «Berlusconi non può pensare solo a lui, ai suoi processi, deve risolvere anche i nostri problemi».
Più gravi ancora le rivelazioni del pentito Francesco Campanella, il prototipo del neo-mafioso che si inserisce nella politica, candidandosi alle elezioni e inserendosi nelle istituzioni.
Campanella ha raccontato che durante un pranzo romano in un ristorante presso Campo de Fiori Romano gli chiese i voti in termini ultimativi: «Siamo della stessa famigghia».
Il deputato siciliano non ha smentito, data la presenza di altri testimoni, si è limitato a precisare: «Intendevo dire la stessa famiglia politica, veniamo entrambi dalla Dc».
Ora i pm potrebbero richiedere l’archiviazione per motivi tecnici, scadenza dei termini.
Ma il peso delle indagini si fa sentire, ora che in gioco c’è il grande salto: nonostante l’appoggio di Alfano e Renato Schifani per farlo entrare nel governo dalla porta principale, anche in funzione anti-Raffaele Lombardo, non è detto che al Quirinale facciano i salti di gioia di fronte alla nomina di un ministro a rischio.

Marco Damilano
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NELLE CARTE DI RUBY ANCHE LE FESTE ROMANE: TRA LE ORGANIZZATRICI ANCHE UNA PARLAMENTARE

Febbraio 16th, 2011 Riccardo Fucile

A TOR CRESCENZA GLI ONORI DI CASA LI FACEVA MARIA ROSARIA ROSSI (PDL)…CONTATTI TRA LE PROCURE DI ROMA E DI MILANO, SI APRE UN NUOVO FILONE D’INCHIESTA

C’è un nuovo filone d’inchiesta sulle feste del presidente del Consiglio. Riguarda le serate organizzate a palazzo Grazioli, ma soprattutto quelle al castello di Tor Crescenza, dove Silvio Berlusconi ha trascorso la scorsa estate.
Il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati avrebbe deciso di trasmettere ai colleghi della capitale la parte del fascicolo che riguarda tali incontri.
Il primo contatto tra i capi dei due uffici giudiziari sarebbe avvenuto un paio di giorni fa.
Quanto emerso dagli accertamenti milanesi, e prima ancora a Bari, consente di individuare le persone che portavano le ragazze alle feste del premier. Alcuni riferimenti al «giro» romano si rintracciano nelle carte depositate al Parlamento, soprattutto nelle conversazioni tra le ragazze, ma altri elementi sono stati raccolti dai magistrati e riguardano i riscontri sulle presenze a queste serate e soprattutto i preparativi.
Più volte la parlamentare del Pdl Maria Rosaria Rossi si è vantata di aver organizzato cene nel castello affittato dal presidente del Consiglio ed è possibile che il suo nome compaia nei nuovi atti, anche perchè alcuni suoi colloqui con il direttore del Tg4 Emilio Fede erano stati intercettati e allegati agli inviti a comparire notificati allo stesso capo del governo e alla consigliera regionale del Pdl in Lombardia Nicole Minetti, accusata di essere una «reclutatrice» insieme a Fede e a Lele Mora.
«Due, tre volte a settimana»
Leggendo le trascrizioni delle telefonate si capisce come le ragazze che frequentano Arcore siano quasi invidiose per quanto avviene nella capitale.
Il 23 settembre 2010 Minetti e Barbara Faggioli parlano del premier.
Faggioli: facendo i conti tra quello che ha dato… col bene che gli voglio, perchè lo sai che l’adoro… alla Marysthelle, alla Fico… a questa e a quell’altra…
Minetti: perchè te dici anche alla Raffi?
Faggioli: Raffi sicuramente sì dai. Stando a Roma lei lo vedeva anche a Roma, lo sai che fanno queste cene due o tre volte alla settimana, ultimo periodo un po’ di meno, ma prima sì… lo so perchè mi chiamavano, poi me l’ha detto anche Raffi stessa.
Minetti: ma dai?
Faggioli: e certo! Io mi sono un po’ avvicinata a lei per capire anche i giri di Roma, eh?
Minetti: e cosa ha detto, due o tre volte la settimana?
Faggioli: be’, che a volte lo vedeva anche due o tre volte, è capitato che non l’ha visto anche per un mese. Poi parlando anche con Cinzia no? Cinzia mi ha detto che si vedevano spesso, che soprattutto vedeva Valeria e Raffa… quindi anche se lui e lei dicono che no, è sì. Lui ha sempre avuto questo vizio qua di dire, no, non vedo nessuno non frequento nessuno al di fuori di voi no?… E invece non è così perchè lui non riesce cioè, io poi lo conosco da anni, lui non riesce a stare da solo.
«Andiamo al Castello»
Anche Barbara Guerra e Miriam Loddo potrebbero essere state a Tor Crescenza.
Ne parlano il 27 settembre scorso e si riferiscono ad un invito «al castello» per la domenica successiva.
Il 19 ottobre Minetti parla invece con Elisa Toti e dal colloquio riemerge la rivalità  tra i due gruppi.
Minetti: io a te, non mi ricordo quand’è che t’ho visto, però io t’avevo visto altre volte.
Toti: e io ero romana, ero romana, si cioè stavo a Roma.
Minetti: ah! Ecco tu eri romana…
Toti: frequentavo il giro di Roma, tra virgolette, poi ogni tanto hai visto venivamo su a Milano perchè se c’era qualcosa… però io stavo a Roma, poi a lui gli chiesi che comunque preferivo venire su a Milano, poi hai visto, ho iniziato a lavoricchiare qui a Milano, quindi… preferivo insomma stare qua, anche perchè poi, conoscevo, parecchi miei amici erano qua, insomma una cosa l’altra, a Roma non è che proprio mi trovassi un gran che bene.
Minetti: adesso sei qua tranquilla no?
Toti: sì…
«Mi vesto da femmina»
Tra le organizzatrici delle feste a Tor Crescenza c’era Maria Rosaria Rossi, parlamentare che frequentava anche Arcore dove, almeno a sentire le intercettazioni, si muoveva come una perfetta padrona di casa. Il 24 agosto scorso parla con Emilio Fede che le annuncia il suo arrivo a Villa San Martino.
Rossi: vieni, vieni. Chi c’è? Niente poche persone…
Fede: ecco no perchè c’ho due mie amiche.
Rossi: ah che palle che sei, due amiche, quindi bunga bunga, due de mattina, io ve saluto eh?!
Fede: no tesoro, posso non portarle, eh?! Chi c’è?
Rossi: ma scherzo, ma stai scherzando? No, c’è una delle gemelline… Manuela, e un’altra, sono tre persone, aspetta però, dimmi quanti sei tu e altre due? Siete tre?
Fede: sì
Rossi: allora avverto la cucina dai, non c’è Roberta se era quello che mi chiedevi.
Fede: no Roberta lo so, è lì.
Rossi: va be’ allora mi devo vestire da femmina pure stasera?
Emilio: stai bene anche com’eri ieri sera…
Rossi: grazie come sei gentile… vabbè mi vado a vesti’ da femmina allora, va…

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)

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FUTURO E LIBERTA’: LE COLOMBE VOLANO BASSO E TORNANO AL NIDO, FINI HA VINTO

Febbraio 15th, 2011 Riccardo Fucile

SE LA CAVANO CON UN “RESTIAMO, MA IL PARTITO SIA DI DESTRA”… NON C’ERA BISOGNO CHE LO SPIEGASSERO LORO, LO SANNO TUTTI DA ANNI… VIESPOLI FA L’ATTO DI RASSEGNARE LE DIMISSIONI DA CAPOGRUPPO… IL GRUPPO ALL’EUROPARLAMENTO INVITA ALL’UNITA’ E A LASCIAR DA PARTE AMBIZIONI PERSONALI

Nessuna fuoriuscita da Fli, malgrado la delusione per le nomine fatte da Gianfranco Fini ai vertici del partito, ma a patto che Futuro e Libertà  resti nel perimetro del centrodestra.
E’ questo, a quanto si apprende da alcuni partecipanti, l’esito della riunione svoltasi al Senato e durata tre ore tra le colombe dello schieramento.
Il malumore per le conclusioni dell’assemblea costituente del partito svoltasi domenica a Milano non restano però senza conseguenze.
Uno degli esponenti simbolo del malcontento, il presidente dei senatori Pasquale Viespoli, si è dimesso infatti dall’incarico.
“Mi sono dimesso dalla carica di capogruppo di Futuro e Libertà  – ha chiarito – per due ordini di motivi: perchè a suo tempo sono stato “nominato”; perchè l’organigramma definito successivamente all’assemblea costituente non è corrispondente al mandato che ho ricevuto dal gruppo del Senato in quella sede e con il posizionamento strategico di centrodestra emerso dall’Assemblea stessa”.
In pratica basterà  insistere un po’ perchè Viespoli torni al suo posto, nessuno se ne vuole andare, altrimenti lo avrebbe già  fatto.
Un po’ di sceneggiata napoletana non guasta.
La riunione delle colombe si era svolta proprio nell’ufficio di Viespoli.
Materia del contendere è soprattutto l’organigramma, del quale fanno parte, tra gli altri, Italo Bocchino vicepresidente del partito e Benedetto Della Vedova capogruppo alla Camera.
I tentativi di mediazione svolti ieri dallo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini sembrano quindi aver scongiurato almeno per il momento la minaccia di una possibile scissione.
La componente moderata dello schieramento, oltre a non condividere alcuni aspetti della polemica con Silvio Berlusconi (ma perchè non sono rimasti con Berlusconi allora? n.d.r.), si sente marginalizzata dalle scelte del leader e in particolare ha vissuto come un affronto l’esclusione dell’ex coordinatore Adolfo Urso da tutte le cariche di rilievo.
Ma i fedelissimi di Fini minimizzano: “Non appena all’interno di un partito si apre un confronto seppur vivace subito appaiono all’orizzonte gli avvoltoi della politica, sempre i soliti pronti a veder divisioni, frammentazioni, e rotture dappertutto”, spiega il deputato di Fli Aldo Di Biagio.
I parlamentari europei di Fli si sono invece incontrati a Strasburgo ed hanno espresso “preoccupazione per la mancata unità  del partito emersa a seguito degli assetti conclusivi dell’assemblea costituente di Milano che hanno ingenerato contrasti”.
A seguito della riunione hanno quindi rivolto un appello al presidente della Camera e a tutta la classe dirigente perchè valutino “l’opportunità  imprescindibile di superare ogni contrasto per ridisegnare, nel rispetto della dialettica interna, quel assetto unitario ed equilibrato del partito necessario ad un incisivo rilancio dell’azione politica del Fli”.
“La situazione politica, economica e morale dell’Italia ed i nuovi tragici scenari europei ed internazionali che caratterizzano l’attuale momento – sottolineano ancora gli europarlamentari futuristi – non consentono e non permettono divisioni e polemiche che indeboliscono la crescita, lo sviluppo, l’identità  del Fli e la sua azione politica, proprio nel momento in cui gli italiani guardano al nuovo partito con speranza e fiducia”.
Parole sagge da distillare a chi pensava di anteporre ambizioni personali a un progetto politico.

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ATTIVITA’ PARLAMENTARE RIDOTTA AL MINIMO: SOLO UNA LEGGE DALL’INIZIO DELL’ANNO

Febbraio 15th, 2011 Riccardo Fucile

CONSIGLI DEI MINISTRI SEMPRE PIU’ BREVI: L’ULTIMO E’ DURATO CINQUE MINUTI, LA MEDIA E’ DI APPENA UN’ORA.. IN 409 GIORNI LA CAMERA SI E’ RIUNITA APPENA 171 VOLTE, IL SENATO 129

Una sola legge sfornata in quarantaquattro giorni.
E non siamo nel bel mezzo della calura estiva o nel pieno della campagna elettorale.
Per giunta, non si può certamente dire che sia stato un provvedimento particolarmente impegnativo per il Parlamento: la conversione in legge di un decreto approvato dal governo a novembre dello scorso anno sui rifiuti della Campania.
Il bilancio dell’attività  legislativa di Camera e Senato dal primo gennaio 2011 è tutto qua.
Un vuoto senza precedenti, che difficilmente sarà  colmato.
Date un’occhiata ai calendari: dopo la sfacchinata dal Milleproroghe, altro provvedimento con targa governativa sul quale i deputati si sono accapigliati nel tentativo di infilarci dentro di tutto, comprese norme maleodoranti come il blocco delle demolizioni delle costruzioni abusive in Campania o l’ennesimo condono edilizio, la Camera ha in programma la discussione di alcune interrogazioni, qualche mozione sonnacchiosa e disegni di legge parlamentari senza alcuna speranza di passare.
Basta dire che durante tutto lo scorso anno di proposte non governative ne sono state approvate soltanto dieci. Il minimo storico.
Come al minimo storico sono le sedute.
Nei 409 giorni trascorsi dal primo gennaio del 2010 l’Aula di Montecitorio si è riunita in 171 occasioni.
Ancora più sporadicamente quella di Palazzo Madama. Dove i giorni di seduta sono stati 129.
Conosciamo le obiezioni. «L’attività  parlamentare non si può limitare alle sedute. Per esempio, ci sono le commissioni…». Vero.
Ma a parte la singolarità  di certi organismi (nel Parlamento del Paese con le leggi più complicate del mondo c’è da anni anche una commissione per la semplificazione normativa, ed esistono ben due diverse commissioni d’inchiesta sulla sanità  pubblica), il loro lavoro dovrebbe sfociare quasi tutto nell’Aula.
Per non parlare dei casi in cui le commissioni fanno da tappo, com’è avvenuto in occasione del pareggio sul voto al federalismo.
Un imprevedibile effetto degli scossoni politici che hanno investito il centrodestra, certo.
Ma pur sempre un bel contributo alla paralisi che stiamo vivendo.
La situazione non sarebbe tanto diversa se a votare le leggi fossero soltanto i capigruppo, come ha proposto un paio d’anni fa Silvio Berlusconi («era una provocazione, un paradosso», si corresse poi il premier).
Per il semplice fatto che da votare c’è ben poco.
Quanto sia ormai profondo il senso di inutilità  e frustrazione dalle parti del Parlamento lo dice il clamoroso gesto di un senatore ritenuto rispettabile come Nicola Rossi.
Che ha spiegato la sua decisione di gettare la spugna in questi termini: con questo sistema elettorale i parlamentari sono nominati dai partiti, e non avendo investitura popolare non possono avere indipendenza di giudizio, e senza di questa non si lavora. Stop.
Preso atto che tale stato di cose non si può cambiare con un colpo di becchetta magica, non ha potuto fare altro che dimettersi.
Non soltanto dal suo partito, con il quale si trovava comunque in dissenso per ragioni politiche, ma dal Senato.
Consumando così fino in fondo il divorzio da un Parlamento la cui funzione principale è diventata quella di ratificare leggi preconfezionate a scatola chiusa dagli uffici governativi.
Cosa che invece non hanno fatto altri, i quali pure a parole avevano manifestato disagio.
Il leghista Matteo Brigandì, per esempio: «Mi dimetto perchè non ha più alcun senso fare il parlamentare. Le Camere sono state svuotate di ogni loro funzione. Non hanno più alcun potere di iniziativa legislativa e sono state messe nella condizione di fare solo il notaio del governo», ha dichiarato un giorno.
Ma poi è rimasto onorevole fino a quando non è stato nominato dallo stesso parlamento nel Consiglio superiore della magistratura.
Per non parlare del recordman assoluto degli assenteisti, Antonio Gaglione, che è sbottato: «Stare in Parlamento è un lavoro frustrante, una perdita di tempo e una violenza contro la persona».
Dimettendosi subito dopo dal partito, il Pd.
Ma in Parlamento ci è rimasto.
Anche la coerenza ha un prezzo: ovviamente inferiore all’appannaggio da deputato che il Nostro continua a intascare.
Non che l’attività  di governo sia particolarmente più frenetica.
Con le energie tutte concentrate a parare i colpi della magistratura che indaga sui festini nelle residenze di Silvio Berlusconi, come dimostrano i recenti propositi di rimettere in cima all’agenda dell’esecutivo il processo breve o il decreto sulle intercettazioni, resta evidentemente poco carburante per altro.
A giudicare dalla durata fulminea delle riunioni di Palazzo Chigi, le discussioni sulle questioni di merito dei singoli provvedimenti sono sempre più rapide. L’ultimo Consiglio dei ministri, quello sull’emergenza degli sbarchi a Lampedusa, è durato cinque minuti d’orologio: dalle 13.35 alle 13.40.
Il 21 gennaio, per esaminare e approvare una decina di provvedimenti, fra cui quisquilie come il Piano sanitario nazionale e la disciplina degli sfratti, oltre a quindici nomine, ci hanno messo poco più di un’ora.
La durata media delle 50 riunioni di governo dal primo gennaio 2010 a oggi è stata di 64 minuti, meno della metà  di quella del precedente (e rissoso) esecutivo di centrosinistra.
E questo di per sè potrebbe anche non essere un segnale negativo.
Se non fosse però che mentre il dibattito interno si fa sempre più flebile, rimangono penosamente al palo progetti e riforme che rappresentavano l’ossatura del programma di governo.
Rendendo forse ancora più inutile l’esistenza a Palazzo Chigi, già  di per sè sorprendente, di ben due strutture incaricate di seguire il «Programma»: quella del ministro Gianfranco Rotondi e quella del sottosegretario alla Presidenza Daniela Garnero Santanchè.
Qualche caso?
Il rilancio dell’energia nucleare (in clamoroso ritardo) e il piano casa (un flop gigantesco).
Mentre le iniziative per dare «una scossa all’economia», termine coniato dal governo Berlusconi sette anni orsono ma finora senza risultati, sono prigioniere della carenza di risorse economiche, quando non della necessità  di recuperare consensi in pericolosa discesa o della mancanza di fantasia, come sta a dimostrare il riciclaggio di vecchie promesse mai decollate.
Piani per il Sud, riforme fiscali…
E siamo poi sicuri che i tempi di alcune proposte, per esempio la riforma della Costituzione nella parte che riguarda l’impresa, siano compatibili con il fiato corto di questa sedicesima legislatura?

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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SONDAGGIO DEMOS: BERLUSCONI FIDUCIA A PICCO AL 30%

Febbraio 14th, 2011 Riccardo Fucile

SOLO UN ITALIANO SU QUATTRO PENSA CHE ABBIA MANTENUTO LE PROMESSE…PDL AL 27%, PD AL 24%: IN DUE ANNI HANNO PERSO COMPLESSIVAMENTE IL 20% DI VOTI… IL CENTROSINISTRA BATTEREBBE LA COALIZIONE PDL-LEGA, TERZO POLO AL 20,1%

Silvio Berlusconi resiste.
Nonostante le inchieste, gli scandali e le proteste. Anzi, reagisce con violenza. Contro i nemici. La Magistratura, i giornali e i giornalisti della Repubblica Giudiziaria.
Perfino   –   anche se in modo meno esplicito   –   contro il Presidente della Repubblica.
Ma la sua posizione e la sua immagine ne hanno risentito sensibilmente.
Come mostra il sondaggio condotto nei giorni scorsi dall’Atlante Politico di Demos .
Oggi, infatti, la fiducia dei cittadini nei confronti di Silvio Berlusconi ha toccato il fondo.
La quota di italiani che ne valuta positivamente l’operato (con un voto almeno sufficiente) è ridotta al 30%.
Meno che nel settembre 2005, quando il Cavaliere sembrava avviato a una sconfitta pesante alle elezioni politiche dell’anno seguente.
Il che suggerisce di usare cautela, prima di darlo per finito, visto come sono andate le cose in seguito.
Tuttavia, gli avvenimenti recenti fanno sentire i loro effetti.
Quasi metà  degli italiani ritiene vere le accuse rivolte dagli inquirenti a Berlusconi.
E pensa che il Premier si dovrebbe dimettere.
Meno del 20% considera, invece, falsi i fatti che gli sono addebitati.
Anche se oltre metà  degli italiani ritiene che, per quanto colpevole, il Premier resterà  “impunito”. Come sempre.
Anche per questo la fiducia in Berlusconi, oltre che limitata, appare in declino costante e precipitoso.
È, infatti, calata di 5 punti percentuali negli ultimi due mesi, ma di 12 rispetto allo scorso giugno e addirittura di 18 rispetto a un anno fa.
I motivi di insoddisfazione degli elettori, d’altronde, vanno al di là  delle feste e dei festini a casa del Premier.
Solo un italiano su quattro, infatti, pensa che il governo Berlusconi abbia “mantenuto le promesse”.
Quasi metà  rispetto a due anni fa.
Neppure gli elettori leghisti sembrano disposti ad ammetterlo.
Da ciò la crescente in-credibilità  di Berlusconi.
Sempre più indebolito sul piano del consenso personale.
Mentre tutti gli altri leader politici hanno migliorato la propria immagine presso gli elettori, negli ultimi due mesi.
Nella maggioranza (e non solo), Tremonti resta il più apprezzato.
Nel Terzo Polo, non solo Casini – di gran lunga il più stimato   –   ma anche Fini ha recuperato (un po’ di) credibilità , dopo la battuta d’arresto subìta il 14 dicembre.
Nel Centro-Sinistra, infine, Vendola si conferma il “più amato”, per quanto anche Bersani abbia allargato la propria base di consensi.
È significativo il seguito di una outsider come Emma Bonino.
Nonostante il peso elettorale, limitato, del suo partito. A conferma del disorientamento di quest’epoca, senza riferimenti fissi.
Senza baricentri.
Come emerge, con chiarezza, dalle intenzioni di voto.
Contrassegnate, anzitutto e soprattutto, dal calo sensibile dei due partiti principali. Il PDL, infatti, scende al 27%, il PD al 24%.
Insieme: poco più del 50%.
Alle elezioni politiche del 2008 superavano il 70%.
Segno definitivo che l’illusione bipartitica è finita.
Compromessa   –   se non finita   –   insieme alla capacità  di Berlusconi di unire e dividere il mondo (politico) italiano.
Con la conseguente frammentazione, che, più degli altri, premia la Lega, a destra, e SEL, a sinistra.
I dati del sondaggio parlano del Pdl al 27,2%, Lega all’11,8%, Fli al 5,5%, Udc al 7,1%, Pd al 24,3%, Idv al 5,9%, Seal all’8,2% .
È interessante osservare come il quadro cambi sensibilmente di fronte a scenari di coalizioni possibili.
In primo luogo, si assiste a una riduzione consistente degli indecisi.
I quali, praticamente, si dimezzano con effetti evidenti sugli equilibri politici.
Secondo le stime dell’Atlante Politico, infatti, l’attuale coalizione di governo, allargata alla Destra di Storace, perderebbe nettamente il confronto (57% a 43%) con una – ipotetica – “Grande Alleanza” di opposizione, che dal Terzo Polo arrivasse fino a SEL, passando per il PD e l’IdV.
Ma appare sfavorita anche in una competizione tripolare.
Il Centrosinistra (PD e IdV insieme a SEL) vincerebbe, infatti, in misura più larga rispetto a due mesi fa (6 punti percentuali in più).
Aiutato, per un verso, dal voto di elettori incerti di centrosinistra; per altro verso, dalla crescita del Terzo Polo a spese del Centrodestra.
Finirebbe con la sinistra al 41,4%%, Pdl-Lega al 39,7%, Terzo Polo al 20,1%.
Si spiega così la resistenza del Premier di fronte a ogni ipotesi di voto anticipato.
Assecondato, con malcelato disagio, dalla Lega.
Si spiegano, allo stesso modo, le telefonate del Premier durante le trasmissioni “nemiche”, la crescente pressione esercitata sui media.
Ma anche la guerriglia condotta dagli uomini della maggioranza contro ogni sondaggio sfavorevole.
Il Premier, il PdL, il centrodestra sono impegnati a modificare il clima d’opinione loro sfavorevole. Con ogni mezzo. E ad allontanare le elezioni anticipate.
Visto che oggi il Centrodestra ha la maggioranza   –   ipotetica e incerta   –   in Parlamento, ma è minoranza nel Paese, fra gli elettori.
Oggi, un’alleanza tra le forze di opposizione avrebbe grandi possibilità  di rappresentare la “maggioranza”   –   dei cittadini ma anche degli elettori.
È ciò che teme Berlusconi.

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