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CULI FLACCIDI, VISI PALLIDI E FACCE DI TOLLA: L’IMPORTANTE E’ STARE A GALLA E ANCORATI ALLA POLTRONA

Febbraio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

IL GOVERNO DEGLI ACCATTONI E DEI TRADITORI DELLA DESTRA ANNASPA IN ACQUE SEMPRE PIU’ AGITATE… IL CAPOCOMICO SI INVENTA SVOLTE, SCOSSE E RIFORME CHE AVREBBE POTUTO FARE 18 ANNI FA…LA LEGA HA PAURA DEL VOTO PERCHE’ GLI ITALIANI HANNO CAPITO CHE IL FEDERALISMO PATACCA PORTERA’ SOLO PIU’ TASSE PER TUTTI… MA LA POLTRONA NON LA MOLLANO E DI ELEZIONI NON VOGLIONO SENTIR PARLARE: PREFERISCONO COMPRARE SINGOLI DEPUTATI E VIVERE ALLA GIORNATA

Partiamo da alcuni dati resi noti da vari sondaggi: oltre il 60% degli italiani ritiene che Berlusconi debba dimettersi e una percentuale ancora più alta pensa che egli debba presentarsi ai giudici di Milano.
Fatta la tara di chi non ha un’opinione, solo il 30% pare disposto ad immolarsi per difendere il gran Sultano e appena un 20% non lo critica per i suoi atteggiamenti libertini (da cui nasce il Popolo del Libertinaggio)-
Il Pdl è dato al 27% contro il 25,5% del Pd (sondaggio Ipsos), il centrosinistra supera il centrodestra di una forbice tra il 2% e il 4%.
Il Terzo Polo è dato al 18,5%, la Lega è in fase calante (dal 13% di qualche mese fa, ora oscilla intorno all’11%).
Avanza Vendola   che ha superato il 9%, mentre un 40% di italiani non sa ancora se e chi voterà , in caso di elezioni.
La maggioranza al Senato ormai Pdl-Lega se la scordano, non è più sicura neanche quella della Camera.
Se si andasse a votare, per Berlusconi sarebbe la fine e quindi egli cerca solo di mobilitare le truppe e di mettere sacchetti lungo gli argini del fiume, sperando che non trabordi, mentre Bossi arranca oscillante tra gli improperi dei padani che cominciano ad accorgersi di essere stati presi per il culo.
Altro che le riforme che Berlusconi annuncia dalla sala-caverna del Bunga Bunga di Arcore alla moda di Bin Laden, mentre i suoi miliziani talebani sparano dai tetti contro chiunque osi violare il coprifuoco del conformismo.
Sono le stesse riforme di cui parla da 18 anni e mai messe in atto: chi le ha sentite promettere quando era   bambino ormai va a prendere i propri figli a scuola.
Non fatevi ingannare: mentre le amazzoni Maria Vittoria e Danielona invitano alla carica, le truppe delle chiappe d’oro sono più pronte alla ritirata strategica ormai, che all’attacco.
Tutto quello che c’era da sbagliare i piediellini sono riusciti a farlo, tutto quello che c’era da acchiappare lo hanno nascosto nelle casseforti, tutto quello che c’era da vendere alla Lega lo hanno regalato alle fameliche truppe padagne solo per pararsi il culo dai processi.
Ormai questa e’ diventata la Repubblica del rag. Spinelli che stacca assegni per remunerare puttane, madri di Noemi e persino fidanzate che pagano gli affitti a chi va a letto col proprio fidanzato presunto.
Se il Pdl dovesse cambiare simbolo, potrebbe trovare confacente il palo della lap dance della sala del Bunga Bunga, così tanti fintidestri, venduti sulla via di Arcore, potrebbero trovare “l’ancoraggio valoriale” di cui cazzeggiano sui media.
Per uomini “tutti di un pezzo” troviamo adatto un simbolico “pezzo di palo” intorno al quale dare vita alle contorsioni politiche che li ha portati a corte.
Un governo che si regge sul voto di parlamentari che hanno cambiato in pochi anni fino a 5 partiti, alcuni sotto processo, altri indagati, altri stimolati da agopunture e dentiere rifatte.
Un partito dove vengono promosse a incarichi pubblici amanti che si esibiscono la sera con le tette al vento al palo della lap dance, dove a Palazzo entrano prostitute che si lamentano pure dei pochi inviti e minacciano di portare via l’argenteria da casa, dove un premier chiama da Parigi per far “adottare” la piccola fiammiferaia marocchina che per tacere su chi le ha messo nella busta bigliettoni da 500 euro pensa bene di chiedere 4,5 milioni.
Questa sì che è destra, questa sì che è rivoluzione liberale, questa sì che è CUL-tura (molto culo) di destra, altro che noi che siamo cresciuti con le insane letture di Gentile ed Evola, Sorel e Brasillach, Prezzolini e Spirito, Celine e D’Annunzio, Henry De Monterlant e Drieu, Platone e Codreanu.
Altro che storia dei pellerossa e dei visi pallidi, ci siamo persi il testo fondamentale per poterci definire berlusconiani: “il culto dei culi flaccidi”.
Flaccidi ma ben attaccati alla poltrona.
Finchè dura e finchè il voto non li separi.

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FEDERALISMO: PERCHE’ IL PAREGGIO FA PAURA AL GOVERNO

Febbraio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

GLI SCENARI DOPO IL VOTO: PIU’ COMPLICATO IL PERCORSO DEL DECRETO… LE IPOTESI AL VAGLIO NON LASCIANO TRANQUILLA LA LEGA: PORTARE LA LEGGE ALLE CAMERE, RINUNCIARE ALL’OK DEI COMUNI O RICOMINCIARE TUTTO DACCAPO

Ci sono pareggi che aprono scenari più complicati di una sconfitta.
La metafora sportiva descrive bene lo stallo in cui potrebbero trovarsi maggioranza e governo dopo il voto di di oggi della Bicamerale sul fisco municipale.
Fallito anche il pressing finale sul finiano Baldassarri, che si è arenato ieri sull’istituzione di un fondo per gli inquilini, e fatti salvi ripensamenti dell’ultima ora, restano i numeri di un pari annunciato: 15-15.
Un risultato che complica le cose per un provvedimento a cui la Lega ha legato la sopravvivenza della legislatura.
Nonostante l’impegno del Presidente del Consiglio ad andare avanti e il vertice notturno con il Carroccio, una cosa è certa: senza una maggioranza politica in Commissione l’iter del decreto sul fisco municipale è destinato ad allungarsi.
E la querelle interpretativa, che si è subito aperta, testimonia le difficoltà  di trovare un percorso che non suoni come una forzatura del dettato legislativo e che metta al sicuro il provvedimento dal ricorso di qualsiasi cittadino. Almeno tre le strade allo studio dell’esecutivo:
1) Portare il testo così com’è (e quindi con le modifiche volute dall’Anci) alla prova delle Camere.
2) Eludere l’esito del voto in Commissione e tornare in Consiglio Dei Ministri (perdendo le modifiche volute dai Comuni, avverte l’opposizione) per la deliberazione finale.
3) Azzerare tutto e procedere con una nuova approvazione preliminare da parte del Cdm e un nuovo esame in Conferenza Unificata e in Bicamerale. Un’ipotesi, la terza, che appare difficilmente praticabile per il tempo necessario, mentre è già  calendarizzato, nei lavori della Commissione, l’esame dello schema di decreto che riguarda le Regioni a statuto ordinario e i costi e i fabbisogni del sistema sanitario.
Il regolamento della Commissione.
Il punto di partenza obbligato è il voto odierno.
Pdl e Lega con la senatrice dell’Svp Helga Thaler diranno il loro sì alla proposta del relatore La Loggia.
Scontato, dichiarazioni alla mano, il no di Pd e Idv con i 4 voti allineati del Terzo Polo (Baldassari, D’Alia, Lanzillotta, Galletti).
Parità  perfetta.
A questo punto il regolamento della Commissione all’art.7 parla chiaro: “Le deliberazioni della Commissione sono adottate a maggioranza dei presenti, considerando presenti coloro che esprimono voto favorevole o contrario. In caso di parità  di voti la proposta si intende respinta”.
Contrariamente a quanto successo per i tre decreti attuativi precedenti, quindi, la palla tornerebbe al governo senza un parere positivo della Commissione.
“Il dato politico non può passare inosservato”, ha già  avvertito il Pd, “non ci sono le condizioni nè politiche nè giuridiche per andare avanti”.
Senza dimenticare, poi, che la bozza al vaglio della Bicamerale è quella che ha ottenuto il sì dell’Anci, mentre sul testo originario i Comuni avevano posto il loro veto.
“Un parere non espresso”, secondo il presidente Enrico La Loggia, consentirebbe comunque un ritorno al Consiglio Dei Ministri per il pronunciamento finale.
Solo sulla versione iniziale del provvedimento, ribatte il segretario della Commissione, Linda Lanzillotta (Api) sottolineando come “in mancanza di una procedura corretta, a parte l’aspetto promulgativo, si rischi di esporre tutto il sistema ai ricorsi di qualunque cittadino”.
In realtà  che la strada da seguire non sia tanto chiara neanche alla maggioranza lo dimostra che sulla questione è stato chiesto un parere ai presidenti di Camera e Senato.
Ad illustrare il responso di Fini e Schifani sarà  probabilmente lo stesso La Loggia nella conferenza stampa convocata dopo il voto.
Cosa prevede la legge.
Il dibattito maggiore ci concentra comunque su quanto prevede la legge delega 42/2009, quella che istituisce anche la Commissione Bicamerale e le assegna il compito di “esprimere i pareri sugli schemi dei decreti legislativi”. Sono almeno due i passi che si prestano a interpretazioni divergenti, entrambi contenuti nell’articolo 4, comma 2.
Nella parte iniziale si afferma: “decorso il termine per l’espressione dei pareri di cui al comma 3, i decreti possono essere comunque adottati”.
Una dicitura che sembrerebbe andare incontro alla maggioranza.
Meno chiara appare l’interpretazione di quanto segue: “Il governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo”.
E’ evidente, spiega Lanzillotta, “che in questo caso il governo non avrebbe nessun parere a cui non intende conformarsi”.
L’esecutivo potrebbe comunque andare in Aula per spiegare le sue ragioni, chiedere eventualmente un voto e dopo 30 giorni adottare comunque il provvedimento.
Con i numeri di Montecitorio perennemente in bilico, fanno notare dall’opposizione, paradossalmente, per un provvedimento tanto caro a Umberto Bossi, potrebbero essere preziosi gli umori dei Responsabili composti da diversi esponenti di Noi Sud.
Non è l’unica votazione a rischio.
Per il momento è passata in secondo piano la questione del voto in Commissione Bilancio, nonostante secondo l’opposizione, “diverse misure contenute nel provvedimento lascino dubbi sulla copertura finanziaria”. Formalmente la Bilancio dà  un parere al governo e non alla Bicamerale e quindi contrariamente ad altre commissioni si riunirà  dopo il voto di oggi, spiegano in Parlamento.
A leggere tra le righe, notano alcuni esponenti centristi, con “i numeri in bilico anche in questo caso a Montecitorio, la mossa mira a non aggravare la situazione e a levarsi per il momento d’impaccio”.
Che il quadro sia già  abbastanza complesso infatti non c’è dubbio: quanto basta per far perdere la pazienza a chi sul federalismo fiscale ha puntato tutto.

Pasquale Notargiacomo
(da “La Repubblica“)

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TORNA (PER LA QUARTA VOLTA) IL PIANO CASA: NEL 2008 FU UNA DELLE TANTE PROMESSE MAI REALIZZATE

Febbraio 3rd, 2011 Riccardo Fucile

SENZA DECRETO LEGGE NON POTRA’ MAI FUNZIONARE, AMMESSO CHE INTERESSI QUALCUNO: LE DOMANDE SONO STATE APPENA 91 IN LOMBARDIA E 22 IN SARDEGNA (UNA RIGUARDAVA VILLA CERTOSA, PROPRIETA’ DEL PREMIER)….INVECE CHE LAVORO, IL BLUFF DEL GOVERNO HA GENERATO FINORA SOLO LA PROTESTA DEGLI IMPRESARI EDILI

Il Cavaliere sognava («con immodestia», precisò) di passare alla storia grazie al grande Piano per la casa che nel 2008 era stato uno dei pilastri della campagna elettorale berlusconiana.
Confessò la debolezza davanti alla telecamere di Porta a Porta, tre giorni prima delle elezioni, ricordando quasi con commozione il piano varato nel 1949 da Amintore Fanfani.
Paragone ardito, visto com’è andata finora.
Perchè a quasi tre anni di distanza il presidente del Consiglio ha dovuto prendere atto di un imbarazzante buco nell’acqua.
«Siamo fermissimi: non si può fare niente. Abbiamo fatto un Piano casa per ampliare le abitazioni, abbattere vecchi edifici, aumentare del 33% la cubatura. Ma non mi risulta che siano stati aperti cantieri», ha detto alla conferenza stampa di fine anno, il 23 dicembre 2010.
La colpa? Silvio Berlusconi punta il dito contro i «politici professionisti» dei Comuni e degli enti locali, dove «il rilascio delle licenze è sempre un’opportunità  per introiti illeciti ».
Comunque un’ammissione clamorosa di impotenza, alla luce della determinazione con la quale il premier, nel marzo del 2009, quando dal fronte delle Regioni erano stati sollevati numerosi problemi, aveva sentenziato: «Decideremo noi».
E ora, fra emendamenti (abortiti) al Milleproroghe, promesse e annunci, siamo al terzo, quarto, o forse quinto tentativo di rilancio.
Vedremo quale coniglio uscirà  venerdì dal cappello del consiglio dei ministri.
Il flop non ha risparmiato nemmeno le amministrazioni in mano all’attuale maggioranza: nonostante Berlusconi si fosse esposto a più riprese in prima persona.
«Garantisco che le Regioni di centrodestra daranno via al Piano casa entro la fine del mese», aveva proclamato il 13 giugno del 2009.
Arrivando a precettare i governatori a lui fedeli, poche ore prima delle regionali del 2010: «Dove vinceremo approveremo immediatamente il Piano casa ».
E così, più o meno, è stato.
Dei risultati attesi, però, nemmeno l’ombra.
La Lombardia, per esempio. In quella Regione la legge che ha recepito il piano nazionale è passata a tambur battente.
Peccato che le domande, sei mesi fa, fossero soltanto 91. Novantuno su 1.546 Comuni.
Volume d’affari, si e no 200 milioni, come ha scritto sul Corriere Andrea Senesi, contro i sei miliardi previsti dal governatore Roberto Formigoni. Seguendo le più elementari regole dello scaricabarile la responsabilità  del fallimento è stata addossata ai sindaci, colpevoli di non aver garantito un’adeguata grancassa all’operazione.
Nella Sardegna di Ugo Cappellacci, invece, le pratiche erano appena 22.
Una di queste riguardava Villa Certosa, la residenza di Berlusconi. Oggetto: costruzione di bungalow abitabili.
Forse il premier del «governo del fare» sperava nell’effetto emulazione. Ma non ha funzionato…
A modo suo, tuttavia, il presidente del Consiglio ha ragione. I problemi sono in periferia.
Anche se più che nei «politici professionisti» le responsabilità  della paralisi locale del Piano casa vanno individuate nella incredibile stratificazione di regole e competenze locali in materia urbanistica.
Una faccenda ben nota a Palazzo Chigi fin da quando si è cominciato a discutere il progetto, fra mille difficoltà , con le Regioni.
Tanto che, il governo aveva promesso di sbloccare la situazione con un decreto legge per semplificare le procedure edilizie.
Quel provvedimento, però, nessuno l’ha ancora visto.
Dal varo del piano è trascorso un anno e mezzo e il governo ha dovuto incassare anche una protesta di piazza senza precedenti degli imprenditori edili.
Per ora quella «sferzata da 50 miliardi di euro all’economia » nella quale confidava Berlusconi ancora un anno fa grazie al Piano casa, resta una pia illusione.

Sergio Rizzo
(fa “Il Corriere della Sera“)

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APPALTI E CORRUZIONE: TUTTI GLI AFFARI DELLA FAMIGLIA BERTOLASO, CONSULENZE D’ORO A MOGLIE E COGNATO

Febbraio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

DA UNA INFORMATIVA DEI RIS NUOVI DETTAGLI SUI RAPPORTI TRA BERTOLASO E IL SISTEMA ANEMONE-BALDUCCI… DALL’ANALISI DEGLI ESTRATTI CONTO DELLA MOGLIE E DEL FRATELLO DELLA DONNA EMERGE UN RITORNO ECONOMICO GRAZIE AI LEGAMI CON IL COSTRUTTORE

Un’informativa del Ros dei carabinieri di Firenze del 13 novembre 2010 svela nuovi, cruciali dettagli sui rapporti tra l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso e il Sistema Anemone-Balducci.
Le 15 pagine del rapporto – contenute nei sessanta faldoni di atti istruttori depositati dalla Procura di Perugia a conclusione delle indagini preliminari sui Grandi Appalti (G8 della Maddalena, Grandi Eventi, Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità  d’Italia) – documentano attraverso l’analisi degli estratti conto bancari di Gloria Piermarini, moglie di Bertolaso, e di suo fratello Francesco Piermarini, il “ritorno” economico di cui entrambi, nel tempo, hanno goduto nei loro rapporti ora con società  riconducibili al cartello di Anemone, ora con la grande committenza pubblica.
“La signora Gloria Piermarini – annotano i carabinieri – è titolare del conto corrente (…) presso la filiale Bnl di Roma (…) e già  dall’esame dell’estratto possono essere rilevate operazioni di interesse investigativo”.
Almeno quattro, tra l’ottobre del 2004 e l’aprile del 2007, per un totale di oltre 100mila euro. “Il 15 ottobre 2004, 25.650 euro da “Italferr spa”. Il 30 maggio 2005, 27.750 ancora da “Italferr”.
Il 22 settembre 2006, 36.400 euro dalla “Sac”, Società  appalti costruzioni di Emiliano Cerasi. Il 5 aprile 2007, 24.750 euro dalla “Redim” del Gruppo Anemone”.
Delle quattro operazioni, una sola era sin qui nota (e per altro era stata a suo tempo “giustificata” dallo stesso Guido Bertolaso): i 24mila euro ricevuti da Anemone nell’aprile 2007.
La signora, infatti, di mestiere è paesaggista e quel bonifico, segnala il Ros, “risulta corrisposto dal Gruppo Anemone quale compenso per la progettazione preliminare relativa alla sistemazione degli spazi verdi e dei parcheggi del Centro “Salaria Sport Village””.
Più difficile, a quanto pare, trovare una ragione per le altre tre operazioni. Dagli estratti conto non emergono infatti “giustificativi” intelligibili per spiegare gli oltre 50 mila euro ricevuti dalla signora da una società  del Gruppo Ferrovie dello Stato.
Ma, soprattutto, agli occhi degli inquirenti, appare significativo il compenso ottenuto dalla “Sac”.
La “Società  appalti costruzioni” di Emiliano Cerasi non è infatti un’azienda qualunque.
Scrive il Ros: “Il 25 maggio del 2007, la “Sac” figura in associazione temporanea di imprese con il “Conscoop Consorzio Cooperative Forlì”, cui aderisce la cooperativa “L’Internazionale Coop” di Altamura (Bari), riferibile all’imprenditore Vito Matteo Barozzi, in stretti rapporti le imprese del gruppo Anenome. E questo gruppo di imprese si aggiudica i lavori di restauro del teatro Petruzzelli di Bari per l’importo di 24 milioni 303mila 812 euro”. Ebbene, “in quell’appalto, Angelo Balducci, su proposta dell’allora Capo del dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso, è stato nominato Commissario delegato alla ricostruzione del Teatro di Bari”.
Nè Bari, sembra un caso. “Il 28 dicembre 2007 – annotano ancora i carabinieri – la “Sac”, in associazione temporanea di imprese con la “Igit spa”, riferibile all’imprenditore Bruno Noni, in stretti rapporti con Diego Anemone, si aggiudica i lavori di realizzazione del Nuovo Teatro di Firenze (parte del programma di Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità  d’Italia) per un importo di 69 milioni e 820 mila euro”.
E, guarda caso, “entrambe le gare di appalto (Bari e Firenze) hanno uno stesso presidente di gara: Salvo Nastasi”, direttore generale del ministero dei Beni Culturali ed intimo di Guido Bertolaso.
Più di una sorpresa arriva anche dall’analisi degli estratti conto di Francesco Piermarini, il cognato di Guido Bertolaso.
Il professionista di 52 anni, cui molti si riferiscono come ingegnere (ma che da una verifica del Ros ingegnere non risulta essere), fino all’aprile del 2004, attraverso la società  “Le Grand Bleu”, sembra occuparsi di produzioni cinematografiche.
Sappiamo già  – e l’informativa del Ros lo documenta – che l’avventura si limita a una sola pellicola – “Il Servo ungherese” – finanziata con il sostegno dei Beni Culturali e sostenuta dalla “Medusa” del Gruppo Fininvest: “Il 24 settembre 2003 risulta a favore di Piermarini Francesco su conto Bnl (…) un bonifico di 120mila euro per “diritti film”. Il 25 novembre dello stesso anno, un bonifico di 50mila euro, “per anticipo fattura””.
E sappiamo anche che Francesco Piermarini lavorerà  nei cantieri del G8 della Maddalena.
Quel che non sapevamo e che scoprono il Ros e la Guardia di Finanza è che, nel 2005, il cognato del potente capo della Protezione civile viene tirato dentro da Diego Anemone (con cui i rapporti sono di tale familiarità  che, nel 2009, da lui acquista una Bmw usata) nei lavori di ristrutturazione della ex caserma Zignani, individuata dal Sisde come nuova sede del suo reparto “Roc”.
“Il 26 ottobre 2005 – annota infatti il Ros – la “Anemone Costruzioni” incarica con apposita lettera di conferimento di incarico professionale, Francesco Piermarini di provvedere alla “supervisione e revisione della contabilità ” dei lavori di ristrutturazione della Caserma Zignani per un compenso convenuto di 35mila euro, corrisposto, a fronte di fattura, con due assegni bancari, di 12mila e 23mila 920″.
Sembra tutto regolare. Sembra.
Perchè – si legge ancora nell’informativa – di fronte alle spiegazioni sul lavoro svolto offerte dal cognato di Bertolaso (“Mi sono adoperato a contattare vari istituti di credito per reperire le migliori condizioni per l’eventuale finanziamento delle commessa”), la conclusione investigativa suona tranchant: “Le prestazioni rese da Piermarini non appaiono idoneamente documentate”.
Al contrario della sua consulenza fiorita, tra il 2008 e il 2009, all’ombra di una delle tante emergenze italiane: 67mila euro (anche questa sin qui ignota) per lavorare con il “Commissario Delegato per l’emergenza nella Laguna di Marano Lagunare e Grado” (Friuli).
Un’avventura in cui figura anche (ma forse è solo una coincidenza), anche Gianfranco Mascazzini, quale presidente del Comitato Scientifico di supporto al Commissario delegato.
Quello stesso Mascazzini arrestato nei giorni scorsi a Napoli nell’ultima inchiesta sulla monnezza napoletana.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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IL CONSIGLIERE LEGHISTA DEL CSM, ORA INDAGATO PER ABUSO D’UFFICIO, CONDANNATO IN PRIMO GRADO A SEI MESI PER VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI MANTENIMENTO DELLA FIGLIA

Febbraio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

I PRECEDENTI DI MATTEO BRIGANDI’, AVVOCATO DI BOSSI, E LA SUA   STRANA VISITA A PALAZZO GRAZIOLI IL 25 GENNAIO… QUELLA SERA ERA PRESENTE ANCHE WALTER LAVITOLA, L’EDITORE DELL’AVANTI IN GITA PREMIO A ST.LUCIA…E DUE GIORNI DOPO SU “IL GIORNALE” ESCONO   LE CARTE RISERVATE SULLA BOCASSINI,   MENTRE FRATTINI INTERVIENE SUL CASO TULLIANI

Il consigliere del Csm Matteo Brigandì, membro laico in quota Lega, è indagato dalla procura di Roma per abuso d’ufficio in relazione all’inchiesta per la quale è stata eseguita una perquisizione nell’abitazione della cronista de Il Giornale, Anna Maria Greco.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Pierfilipo Laviani, è partita da una segnalazione ufficiale fatta dal Consiglio superiore della magistratura. Brigandì, secondo l’accusa, avrebbe passato documenti interni al Csm alla giornalista che ha poi redatto un articolo sul procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, dal titolo “La doppia morale di Bocassini”.
A disporre le perquisizioni è stato il pubblico ministero Silvia Sereni. Il provvedimento è stato disposto per la presunta violazione dell’articolo 323 del codice penale, quello relativo all’abuso d’ufficio.
Brigandì non è nuovo agli onori delle cronache.
Ex democristiano, ex socialista poi leghista.
Ex avvocato di Umberto Bossi, “procuratore della Padania”, nel 2006 viene condannato in primo grado per truffa aggravata alla regione Piemonte. Memorabile, nell’occasione, la difesa d’ufficio di Bossi: “Se non è una questione di donne, Matteo è innocente”.
E difatti Brigandì sarà  poi definitivamente assolto nel 2009.
Messinese di origine, trapiantato a Torino da piccolissimo, si porterà  dietro il soprannome di “terrone” fino all’ingresso in Parlamento.
Ma sarà  proprio la considerazione per gli atteggiamenti con il gentil sesso a dargli notorietà .
Come quando Striscia la notizia lo coglie a fare giochini poco consoni in pieno lavoro parlamentare: l’avvocato ha in mano un foglio di carta con un buco, le mani dietro mimano parti anatomiche…
Il rapporto con le donne, del resto, gli costa ancora oggi un altro processo da affrontare.
L’esponente leghista è infatti imputato in corte di Appello per violazione degli obblighi di assistenza nei confronti della figlia, oggi ventiduenne, quando questa aveva 15 anni.
In primo grado è stato condannato a sei mesi con la condizionale, e durante il processo ha versato 28mila euro alla figlia.
Ma il giudice lo condanna per gli anni precedenti.
Ecco uno stralcio delle motivazioni della sentenza: “L’imputato negava di essersi disinteressato della figlia. Segnalava pure che aveva un reddito di 5mila euro mensili, che doveva mantenere un’altra figlia, che doveva una cospicua somma di denaro al partito di cui faceva parte”.
Una giustificazione che non fa presa sulla corte: “Sul fatto che l’imputato sarebbe onerato da obblighi   verso il partito… non pare si debbano spendere molte parole sulla priorità  dei suoi obblighi”.
Ma torniamo a oggi.
Secondo la procura di Roma, infatti, il leghista Matteo Brigandì è la talpa che ha permesso al quotidiano di Paolo Berlusconi di attaccare il procuratore aggiunto Ilda Boccassini, titolare dell’indagine sul giro di prostitute legate al premier.
Brigandì ha consultato un fascicolo sulla Boccassini vecchio di trent’anni.
La sera del 25 gennaio, come risulta dalla foto, partecipa al vertice del Pdl nell’abitazione romana di Silvio Berlusconi.
Due giorni dopo, il Giornale (perquisita questa mattina la sede) pubblica un pezzo intitolato “La doppia morale di Ilda Boccassini”.
All’incontro di Palazzo Grazioli, quel giorno ci sarà  anche Valter Lavitola, l’editore dell’Avanti che a Santa Lucia ha investigato sulle società  offshore che gestiscono l’appartamento di Montecarlo del cognato di Gianfranco Fini. E sempre 48 ore dopo dopo il ministro degli Esteri Franco Frattini interviene in Parlamento per parlare del caso Tulliani.
Il consigliere del Csm Brigandì nei giorni scorsi aveva ammesso di aver visionato il fascicolo sul procedimento disciplinare di Ilda Boccassini e aveva anche aggiunto di averlo restituito agli uffici di Palazzo dei Marescialli dopo pochi minuti escludendo di aver mai passato le carte ai giornalisti de Il Giornale.
Lo stesso Brigandì, aveva chiesto la settimana scorsa al vice presidente del Csm, Michele Vietti, di far luce sull’episodio.
Come sia andata veramente cercheranno di capire i magistrati, che hanno anche fatto sigillare dai carabinieri i suoi uffici al Csm.
Come che sia, Matteo Brigandì rischia ora di essere sospeso dalla carica di consigliere del Csm.
L’articolo 37 della legge del 1958 istitutiva del Csm prevede infatti che ogni consigliere del Csm può essere sospeso se sottoposto a un procedimento penale per un delitto non colposo; si tratta dunque di un provvedimento facoltativo, mentre la sospensione è “di diritto”, cioè automatica nel caso in cui un componente del Csm sia sottoposto alla custodia cautelare o arrestato. La decisione nei casi facoltativi spetta allo stesso organo di autogoverno dei magistrati.
Su Brigandì, però, potrebbe anche abbattersi una tegola ancora più pesante, ma non in relazione all’inchiesta della procura di Roma: rischia di dover lasciare definitivamente il Csm se la Cassazione confermerà  una delle due condanne che gli sono state inflitte in appello.
Oltre alla violazione degli obblighi di assistenza familiare, infatti, l’ex avvocato di Bossi è sotto processo per diffamazione nei confronti di un direttore della Regione Piemonte.
E’ ancora infatti la legge istitutiva del Csm a prevedere la “decadenza di diritto” qualora un componente del Csm sia stato condannato con sentenza irrevocabile per un delitto non colposo.

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LUCA BARBARESCHI LASCIA FINI? LUI REPLICA: “SOLO ILLAZIONI” E OGGI INCONTRA FINI

Febbraio 1st, 2011 Riccardo Fucile

LUNEDI’ E’ STATO RICEVUTO AD ARCORE DAL PREMIER: “SOLO UN CONFRONTO ALLA VIGILIA DEL DECRETO MILLEPROROGHE CHE RIGUARDA ANCHE IL MONDO DELLO SPETTACOLO”…”SONO SEMPRE CONVINTO DELLA SCELTA CHE HO FATTO, LA DILUIZIONE DI FLI NEL TERZO POLO PERO’ E’ UN ERRORE, ANNACQUA LA NOSTRA IDENTITA’: OCCORRE RECUPERARE QUELLA PERDUTA DAL PDL”

«Il clamore con il quale i giornali celebrano il mio ritorno nel Pdl si basa esclusivamente su illazioni».
Luca Barbareschi, deputato di Futuro e Libertà , smentisce così, in una nota, un suo passaggio da Fli al gruppo dei «responsabili» di Silvano Moffa che appoggia il Popolo della Libertà .
Anzi nel pomeriggio incontrerà  il presidente della Camera Gianfranco Fini.
Barbareschi, 54 anni, attore, finiano doc, «copywriter» di Futuro e libertà , l’oratore che dal palco di Bastia Umbra ha declamato commosso il Manifesto del partito di Gianfranco Fini, riferisce del suo incontro lunedì ad Arcore con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, precisando che si è trattato di «un confronto» alla «vigilia di scadenze importanti, quali il decreto Milleproroghe e una tornata di nomine strategiche per il mondo delle telecomunicazioni».
Il deputato finiano entra anche nel merito del suo «disagio» per «l’errore» dell’adesione di Fli al progetto del «Terzo Polo» e per i rischi di andare «a braccetto con coloro che fino a ieri sono stati nostri avversari, abbandonando uno schieramento che ci deve vedere ancora protagonisti».
Infine, Barbareschi ribadisce comunque «la ferma intenzione di continuare sul cammino che abbiamo intrapreso a Bastia Umbra» con Fli.
Ecco il testo della nota di Barbareschi: «La notizia vera – spiega – è che ieri pomeriggio sono stato ad Arcore per incontrare il Premier, e sono contento di questo incontro, visto che in Parlamento ho sottolineato più volte come mancasse in questa legislatura un confronto con la leadership del Governo, che troppo spesso ha demandato a colonnelli e portaborse il rapporto con i parlamentari».
«All’incontro con Berlusconi – prosegue – ho parlato della situazione politica e dei diversi problemi che seguo, in particolare la cultura in tutte le sue espressioni e le telecomunicazioni. Il clima avvelenato che viviamo ci fa scordare i problemi del Paese, viceversa rivendico con forza l’urgenza di affrontare questioni determinanti per il nostro futuro. Già  in occasione della sfiducia a Bondi avevo confermato la mia indipendenza di giudizio, pensare con preoccupazione e con spirito costruttivo ai problemi del Paese non significa cambiare casacca. Ho visto dunque volentieri il Capo del Governo alla vigilia di scadenze importanti, quali il decreto Milleproroghe – determinante per il futuro del mondo dello spettacolo – e una tornata di nomine strategiche per il mondo delle telecomunicazioni».
«Il mio passaggio in Futuro e Libertà , fin dalla sua fondazione, è stato convinto e chiaro, e ancora oggi credo che quanto annunciato nel Manifesto degli italiani sia ancor di più attuale – rimarca – solo mi interrogo su alcune scelte successive che sono avvenute in modo repentino e soprattutto troppo poco condiviso. La fondazione del Terzo Polo e la diluizione di Fli in esso – è stato infatti chiaro, fin dall’inizio, la leadership di Casini e di un certo tipo di centrismo – è secondo me un errore; sono infatti convinto che la fondazione di Futuro e Libertà  dovesse essere la nascita di un soggetto che recuperava l’identità  perduta nel partito del Predellino, e non vorrei che questo passaggio ancora una volta annacquasse la nostra identità ».
«Futuro e Libertà  ha un lungo percorso avanti a sè, e credo che il nostro collocamento all’interno del centrodestra non debba essere messo in discussione, così come credo che ci voglia maggiore coinvolgimento nelle scelte, non basta un triumvirato a decidere, con Gianfranco Fini occupato giustamente nel suo ruolo di garanzia di Presidente della Camera – conclude – Occupiamoci dei veri problemi del nostro Paese, sono convinto che anche i nostri elettori non capirebbero se andassimo a braccetto con coloro che fino a ieri sono stati nostri avversari, abbandonando uno schieramento che ci deve vedere ancora protagonisti, la nostra scelta deve essere chiara verso il bipolarismo. Con questi presupposti ho la ferma intenzione di continuare sul cammino che abbiamo intrapreso a Bastia Umbra».

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LA LEGA CE L’HA MOLLE

Febbraio 1st, 2011 Riccardo Fucile

MOLTA VASELINA E’ PASSATA SOTTO I PONTI PADANI, ORA I LEGHISTI TITOLANO PONTI A MARIANO RUMOR… DICEVA LONGANESI: “IN ITALIA LE RIVOLUZIONI COMINCIANO IN PIAZZA E FINISCONO A TAVOLA”…I FEDERALISTI SERI VEDONO NEL PATERACCHIO DI CALDEROLI LA MESTA AGONIA DI UN FEDERALISMO CHE FINIRA’ SOLO   PER AUMENTARE LA PRESSIONE FISCALE…E LA LEGA PERDE VOTI

Un tempo era il Re Mida e trasformava in oro qualunque cosa toccasse.
Ora invece porta sfiga anche a se stesso.
È talmente disperato che chiede aiuto perfino a Bersani per un “piano bipartisan per la crescita” (soprattutto la sua), subito respinto al mittente.
E viene scaricato financo da D’Alema.
Il che è davvero tutto dire.
Il suo mortifero contagio miete vittime a ritmi ormai quotidiani.
Prendete Mubarak: regnava tranquillo sull’Egitto da trent’anni, poi lui l’ha evocato come zio di Ruby e l’ha stecchito sul colpo.
E la Lega? A furia di abbracciare il suo cadavere politico, s’è trasformata geneticamente: perso quel che restava della sua carica vitale e celodurista, è diventata un budino verde gelatinoso, molliccio, tremolante.
Bobo Maroni scrive letterine tremebonde al Pompiere della Sera, roba che nemmeno Bondi dei tempi d’oro, denunciando “l’antiberlusconismo manicheo, elitario e inconcludente” (tipo quello della Lega delle origini, quando Berlusconi era “il mafioso di Arcore”) e invocando “una tregua” con linguaggio doroteo.
Fa una certa tristezza ricordare che proprio 20 anni fa la Lega teneva il suo congresso fondativo: “La rivoluzione della Lega — tuonò Bossi — è l’unica rivoluzione possibile!”.
Da allora molta vaselina è passata sotto i ponti padani, visto com’è finito il noto movimento rivoluzionario che oggi si aggira in pantofole nelle mense e negli angiporti del magnamagna romano.
Come diceva Longanesi, “in Italia le rivoluzioni cominciano in piazza e finiscono a tavola”.
Figurarsi l’entusiasmo dei lumbard duri e puri nell’apprendere che l’altro giorno Flavio Tosi, il terribile sindaco di Verona con 85 denti, tutti canini, s’è ridotto a intitolare “con orgoglio e soddisfazione” un ponte sull’Adige a Mariano Rumor, elogiandolo come “grande statista veneto e italiano, che non solo fu una delle figure che segnarono politicamente il nostro Paese, ma che ancor oggi è per tutti noi un modello e un esempio di come è possibile fare politica in modo onesto, con grande impegno e dedizione a servizio della gente”.
Rumor, il “pio Mariano” fondatore dei dorotei, il premier dei governicchi balneari, il maestro del dolce far nulla e del tirare a campare, il triumviro del Pi-ru-bi (Piccoli-Rumor-Bisaglia), l’omino curiale, lattiginoso ed effeminato dalla manina flaccida e sudaticcia?
Rumor nuovo “modello ed esempio” dei leghisti?
Pare proprio di sì, a giudicare come si muove un altro ex celodurista come Calderoli, il coniglietto mannaro che ogni giorno smussa un pezzo di federalismo per farlo digerire a questo e quello.
Col risultato che ormai — scrive Luca Ricolfi sulla Stampa — persino i federalisti più convinti “vedono con raccapriccio che quello che si sta consumando a Roma, fra infinite riunioni, tavoli tecnici, negoziati non è l’ultimo passaggio di un lungo cammino, ma una mesta, lenta e non detta agonia del federalismo”.
E arrivano ad “augurarsi che tutto si blocchi, tali e tante sono le concessioni che gli artefici della riforma sono stati costretti a fare alla rivolta degli interessi costituiti e alla miopia del ceto politico locale”.
Basti pensare che, dopo gli ultimi assalti dei comuni del Centro-Sud, si dà      per scontato che il federalismo non ridurrà , ma aumenterà  la pressione fiscale.
Un affarone.
Senza contare — ricorda Ricolfi — “l’obbrobrio anti-federalista per cui i comuni si finanzieranno con tasse pagate dai non residenti (imposta di soggiorno e Imu sulle seconde case), con tanti saluti al principio del controllo dei cittadini sui loro amministratori”.
Infatti, fra l’aborto del federalismo e i racconti edificanti delle bunga-bunga girls, la Lega che fino a qualche mese fa volava nei sondaggi oggi perde punti a rotta di collo.
Ci vorrebbe il Carroccio di 20 anni fa, o almeno di 15, per scaricare il “mafioso di Arcore” prima di finire nella tomba con lui.
Ma non si esclude che un paio di capoccia lumbard, pur decrepiti e malmessi, conservi ancora un pizzico di memoria.
Alzheimer permettendo.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA MAGLIA NERA DI MONTECITORIO: ANTONIO GAGLIONE, ASSENTE AL 92,15% DELLE VOTAZIONI, L’UOMO CHE DA’ SEMPRE BUCA A TUTTI

Febbraio 1st, 2011 Riccardo Fucile

MAI UN INTERVENTO IN AULA O IN COMMISSIONE, PRESENTE SOLO A 604 VOTAZIONI SU 7732, ELETTO NEL PD, POI PASSATO A NOI SUD, INUTILMENTE CERCATO DAI “RESPONSABILI” PER AIUTARE IL GOVERNO: E’ RIUSCITO A SPARIRE ANCHE IL GIORNO DELLA FIDUCIA AL GOVERNO… “STARE IN PARLAMENTO E’ UNA PERDITA DI TEMPO E UNA VIOLENZA CONTRO LA PERSONA, NON MI VA DI REGGERE LA CODA AL POTENTE DI TURNO”

Il sito della Camera dei deputati ha appena pubblicato l’ultima rilevazione sulle presenze a Montecitorio e l’onorevole Antonio Gaglione, 57 anni, già  del Pd e ora di Noi Sud, è sempre la maglia nera: non ha partecipato al 92,15% delle votazioni. Novantadue per cento.
Apertamente se ne vanta.
“E’ così frustrante fare queste maratone alla Camera”, sbuffa.
“Sono stato poco presente perchè l’apporto del singolo parlamentare è diventato marginale”, si lamenta.
Stare in Parlamento è “addirittura una perdita di tempo e una violenza contro la persona”.
A Panorama una volta disse testuale: “E’ vero, non ci sono mai. Non mi va di reggere la coda al potente di turno”.
E sempre annuncia le sue dimissioni, che puntualmente dimentica di presentare, e attacca i giornali che si occupano “più di donne in politica che di politica vera: gli italiani vogliono i fatti, non vogliono parlare di problemi di letto”.
Intanto i fatti sono impietosi con Antonio Gaglione .
In tre anni di legislatura (fonte Openpolis) non ha fatto un solo intervento, nè in aula, nè in commissione, ha marinato gli ultimi 41 voti decisivi, risultando presente in appena 604 votazioni su 7732.
Nessuno, lontanamente, vanta una simile pagella.
Se fosse stato il dipendente di un’azienda privata l’avrebbero già  licenziato da un pezzo, invece l’onorevole fannullone percepisce ogni mese 15 mila euro netti.
Quindicimila euro.
E ogni volta che un cronista gli chiede conto delle sue assenze questo cardiologo pugliese, che le foto ritraggono con il papillon da dandy, candidamente risponde: “Ho preferito partecipare a un convegno medico”. Oppure: “Preferisco fare politica sul territorio”.
A Monica Guerzoni del Corriere confidò: “Sono un ottimo politico!”
Dal Pd lo cacciarono nell’ottobre 2009 dopo che non si era presentato al voto sullo scudo fiscale: la misura era colma.
Pare che fu Rosy Bindi a proporre la sua candidatura (ma siamo certi che si trattò di uno scambio di persona).
E’ imprevedibile: il giorno della fiducia, il 14 dicembre 2010, come raccontò Goffredo De Marchis su Repubblica, tutti i democratici pregarono affinchè non si presentasse temendo un sostegno al governo, invece spuntò a Montecitorio, tenne tutti sulla corda e poi al momento del voto abbandonò l’aula: tiè.
L’altro giorno lo davano per certo come aderente al gruppo dei Responsabili, la terza gamba della maggioranza, ma lui, da vero spirito libero, s’è sfilato in zona Cesarini: forse perchè lì ogni voto è decisivo e quindi la presenza in aula necessaria.

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CLICK DAY PER REGOLARIZZARE I LAVORATORI EXTRACOMUNITARI: 300.000 DOMANDE IN 4 ORE, MA I POSTI SONO SOLO 98.000

Febbraio 1st, 2011 Riccardo Fucile

L’INCAPACITA’ DI “GOVERNARE” IL FENOMENO IMMIGRAZIONE PORTA A TRASFORMARE LA REGOLARIZZAZIONE DI UNA BADANTE IN UNA LOTTERIA SENZA COSTRUTTO… SE UNA STRANIERA LAVORA, PERCHE’ UN ITALIANO NON PUO’ METTERLA IN REGOLA? SOLO PERCHE’ QUALCUNO, SBAGLIANDO O IN MALAFEDE, HA FISSATO L’ESIGENZA DI BADANTI IN UN TERZO RISPETTO A QUELLA REALE, RICHIESTA DAL MERCATO?

Ci risiamo con la farsa delle domande di regolarizzazione dei lavoratori extracomunitari.
Oggi duecentonovantatremila domande in quattro ore, le prime 100mila entro pochi secondi dopo le fatidiche 8, ora di inizio della procedura.
Sono i primi dati del Viminale sul primo dei tre “click day” (gli altri sono previsti il 2 e il 3 febbraio) per l’assunzione e la messa in regola di 98.080 lavoratori extracomunitari.
Duecentottomila delle domande hanno riguardato colf e badanti, le altre lavori subordinati.
I Paesi più rappresentati sono stati, nell’ordine, Bangladesh (48mila domande), Marocco (44mila), India (36.800), Sri Lanka (23mila) ed Egitto (22.600), mentre le prime tre province italiane sono state Milano (37.500 domande), Roma (22.500) e Brescia (18.800).
Tutti attenti a non commettere errori nella compilazione della domanda: anche la minima incertezza nel trascrivere un nome o un indirizzo può costare cara.
Per tanti italiani vorrebbe dire non riuscire a regolarizzare la “badante” cui affidano la cura dei loro cari.
Tutto avverrà  in poco più di un minuto nei tre click-day a disposizione che sanciscono l’incapacità  di governare i flussi migratori.
Si lascia ai professionisti delle pratiche telematiche   la scelta su chi regolarizzare e chi no: questa la coraggiosa opzione del governo.
Un Paese come il nostro non può scegliere quali immigrati far arrivare da noi, non può stabilire priorità ? .
Abbiamo uno stato sociale che non aiuta chi non è più autosufficiente e famiglie che diventano sempre più piccole, non più in grado di offrire la cura di qualità  di cui gli anziani avrebbero bisogno.
Gli immigrati che tappano questi buchi sono sempre più indispensabili, non possiamo farne a meno.
Ma riusciamo a complicarci la vita con leggi superate.
Abbiamo anche un bisogno disperato di talenti, di manodopera qualificata per riconvertirci su produzioni a più alto valore aggiunto.
Uno studente straniero che prende un dottorato da noi, molto spesso grazie a borse di studio a carico del contribuente italiano, che parla la lingua italiana e che potrebbe creare tanti nuovi posti di lavoro, è spinto ad andarsene altrove al termine dei propri studi.
Non sarebbe più efficiente cercare di trattenerlo da noi anzichè affidarsi al caso o confidare sul suo click veloce?
La verità  è che il clic day odierno servirà  soprattutto a regolarizzare chi è già  da noi illegalmente, anzichè a regolare i flussi in ingresso, come recita ipocritamente il decreto che lo istituisce.
Chiederemo a queste persone di uscire e poi rientrare col rischio peraltro di non poterlo fare, se identificate come irregolari nel momento in cui lasciano il nostro paese.
Sarebbe una beffa per chi vince la gara del click-day, una beffa pagata all’ipocrisia di leggi che fingono di regolare gli ingressi sapendo bene che finiscono per lo più per sanare irregolari già  da noi.
La Lega nei manifesti (a uso coglioni) lancia ipocritamente l’allarme contro “chi vuole farli tornare” : in realtà  non hanno mai smesso di arrivare, hanno semplicemente valicato altre frontiere mentre il governo italiano regalava 5 miliardi di dollari al galantuomo Gheddafi per fare il lavoro sporco contro i disperati delle carrette del mare.
Ci vorrebbe così tanto a garantire i diritti a chi è costretto a lavorare in nero, oltre che a far rispettare i doveri?

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