Gennaio 4th, 2011 Riccardo Fucile
“SUI TEMI ETICI OGNUNO RISPONDE ALLA PROPRIA COSCIENZA”…”UN PASSO INDIETRO DI BONDI SAREBE OPPORTUNO”…”ASPETTIAMO L’ESPLOSIONE DI QUESTO CENTRODESTRA ESTREMISTA A TRAZIONE LEGHISTA”
E’ il momento dei conti.
Nervi saldi, maggior equilibrismo, attenzione alle sfumature: ora i gruppi parlamentari valuteranno la propria forza su temi specifici. Ostici.
Fine vita, legge elettorale, mozione contro il ministro Sandro Bondi, aborto, alcuni degli scogli.
In mezzo, sempre la Chiesa (“Che deve influenzare, ma senza fare pressioni”, spiega Italo Bocchino). Qualcuno rischia grosso. A partire da Futuro e Libertà , ancora alle prese con lo schiaffone del 14 dicembre scorso, quando tre deputati gli hanno girato le spalle.
Onorevole Bocchino, partiamo dal fine vita…
In tutti i partiti è una questione rimessa alla coscienza dei singoli, sarebbe grave se un tema così importante venisse utilizzato come strumento per far nascere divisioni interne.
Divisioni che in Fli esistono.
Se lei prende il Pdl, troverà anche quella di un Matteoli laico contro un Gasparri cattolico.
Qual è la sua?
Trovare un equilibrio che rispetti la laicità dello Stato e allo stesso tempo la nostra cultura cattolica.
Andiamo al concreto: l’avrebbe staccata la spina a Eluana Englaro?
No. Nel mio testamento biologico chiederò l’accanimento terapeutico, però rispetto chi decide il contrario: la laicità sta proprio in questo. Mio padre, ad esempio, volle che a un certo punto ci si fermasse.
Parliamo di aborto: in Lombardia Formigoni è stato condannato da Tar per “eccessive restrizioni”
La situazione è complicata: sono un anti-abortista convinto e anche un po’ estremista. In Italia bisognerebbe fare una sorta di tagliando alla 194, una legge nata per tutelare la vita e che è diventata uno strumento di interruzione di gravidanza post-rapporto. Anche se adesso non c’è la possibilità , in Parlamento, di intervenire in maniera laica. Insomma, si aprirebbe uno scontro epocale.
Meglio lasciare tutto cosi?
Temo di sì.
E su Formigoni?
Ribadisco: i cambiamenti devono avvenire per la via maestra, quella parlamentare e non negli escamotage delle attuazioni da parte delle regioni.
Quindi Formigoni ha sbagliato?
Prescindo dal fatto e dal merito. Mi limito al metodo.
Legge elettorale: quale vorrebbe?
Non deve mai essere un dogma ma uno strumento. Detto questo, è chiaro che quella che abbiamo non va bene, l’abbiamo applicata due volte e altrettante è andata in crisi. Il Mattarellum ha dimostrato ben altro, con due legislature di cinque anni.
Quindi?
È fondamentale farla insieme. L’unico problema è su quale modello trovare la convergenza.
Ma lei cosa preferirebbe?
Non è importante, certo il ritorno al Mattarellum non mi convince molto. Oppure si potrebbe lasciare la legge attuale, con due modifiche: il premio di maggioranza solo oltre il 45% e di far eleggere almeno la metà dei parlamentari nei collegi.
Mozione-Bondi: voterà per le sue dimissioni?
Decideremo insieme a tutta la nuova coalizione, ma il mio giudizio è lo stesso emerso dal sondaggio dei Club della Libertà .
Di un passo indietro…
Esatto, sarebbe opportuno.
Oltre al ministro della Cultura, c’è qualche altro esponente del governo che dovrebbe lasciare?
Non faccio valutazioni personali.
Neanche sulla Brambilla?
No, no, non voglio entrarci. Quella di Bondi è una questioni politica perchè c’è una mozione all’ordine del giorno. Mentre mi tengo fuori dalle questioni personali.
Bè, le inchieste de “il Fatto” sul ministro del Turismo denunciano ben altro.
Deve essere valutato dai giusti soggetti. Certo non sono episodi edificanti.
Crede ancora nell’anti-berlusconismo?
Credo non possa essere la nostra missione: il problema non può essere lui, la questione è quella di costruire.
Tornasse indietro, rifarebbe quell’incontro con il premier poco prima del voto?
Prima di una rottura bisogna verificare tutte le strade.
Quindi non è stato un errore?
Gli errori non si giudicano a caldo, ci vuole il tempo medio e lungo.
È passato un mesetto…
È ancora poco.
Bene, ampliamo la prospettiva temporale: un errore fatto in questi sei mesi?
Non le so dire, non è facile: è stato un periodo talmente concitato. Credo che l’errore di fondo, di tutti, sia stato quello di non generare un dialogo virtuoso all’interno del Pdl. E lì è nato il cortocircuito.
Questo è un Bocchino inedito, meno falco e più colomba: tutto questo perchè è stato indicato come tra i più odiati dentro a Fli?
Non sono odiato, nel caso si può sempre verificare dentro l’assemblea del gruppo, oppure chiedere un congresso e votare. Non c’è problema.
Dopo i tre deputati persi il 14, teme altre fuoriuscite?
Non penso, ma il nostro progetto va oltre la conta. Noi aspettiamo solo l’esplosione di questo centrodestra estremista a trazione leghista.
In questa intervista ha parlato spesso di valori laici: c’è una Chiesa troppo presente nel dibattito politico?
Sono molto rispettoso delle posizioni, sono cattolico ma non praticante. Al di là di questo c’è sicuramente una forte influenza della Chiesa, bisogna fare in modo che questa influenza abbia il giusto peso, senza mai sconfinare nella pressione. È inaccettabile per uno stato laico.
Questione di fede?
Purtroppo la fede non si sceglie, si incontra.
Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile
UN PAESE SENZA UNA STORIA CONDIVISA NEL PROFONDO, GOVERNI CHE OSCILLANO TRA RETORICA E OPPORTUNISMO…UNA POLITICA DEBOLE CHE NON RIESCE A SPIEGARE LE CIVILI RAGIONI DEL NOSTRO PAESE E SUBISCE PRIMA LA DOTTRINA MITTERAND, POI QUELLA SARKOZY E ORA PURE QUELLA DI LULA
La mancata estradizione di Cesare Battisti dal Brasile non è soltanto una sconfitta
diplomatica per l’Italia, ma il certificato simbolico della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.
Un paese abituato a cavarsela con la furbizia, a strappare arrangiamenti, a rendersi concavo con gli interlocutori convessi e convesso con i concavi, ma che quando si arriva al dunque non sa comunicare agli altri le ragioni del suo essere nazione perchè non ha una storia condivisa nel profondo, ma in oscillazione perenne tra la retorica e l’opportunismo.
E tutto ciò, sia chiaro, vale per la destra oggi al governo e per la sinistra che pure al governo c’è stata.
Il riconoscimento dello status di rifugiato politico a Battisti è uno schiaffo a tutto il paese.
La battaglia diplomatica per riavere l’ex terrorista (un criminale comune transitato alla sovversione politica, assassino riconosciuto in ogni grado di processo) trent’anni dopo la sua fuga dall’Italia era difficile, probabilmente impossibile.
Ma in ogni partita, oltre al risultato, conta come si gioca e la consapevolezza della posta in gioco, in questo caso la legittimità del nostro sistema giudiziario che nei riguardi del terrorismo è parte stessa della nostra storia.
Insomma, c’era in gioco l’interesse nazionale.
Ed è proprio quel che non si è visto affermato da noi, nè riconosciuto dagli altri.
Inutili le gesticolazioni dell’ultima ora: quando il presidente del Brasile Inacio Lula è venuto in visita in Italia abbiamo assistito allo spot del presidente del Consiglio Berlusconi che esibiva i giocatori brasiliani del suo Milan e abbiamo saputo che l’argomento Battisti non era nemmeno stato affrontato nei colloqui.
Ma d’altra parte nemmeno Massimo D’Alema (era stato lui stesso a confermarlo) aveva affrontato la questione nel suo incontro conl’ex leader della sinistra sindacale brasiliana divenuto presidente.
E così Lula, con la sua decisione di non estradare Battisti, non ha fatto altro che dar seguito a un sentimento comune, affermatosi a Parigi, trasmesso in Brasile e riverberato tale e quale da media e opinione pubblica sudamericana.
Dagli aneddotici caffè della Rive gauche all’esotica spiaggia di Copacabana è passato il messaggio di un criminale più forte di quello di un paese che doveva invece esigere il rispetto di un sentenza nel nome della sua storia e dei suoi cittadini.
Ma nessun leader italiano ha affrontato a viso aperto la questione.
Inutile — quando perdente e se c’è davvero stato — il lavorìo diplomatico. Melodrammatico e velleitario appare ora l’appello del ministro La Russa al boicottaggio dei prodotti brasiliani.
Il Brasile è un grande paese in piena espansione economica, destinato a guidare il sud del mondo con Cina e India in un futuro prossimo. E Lula di questo paese è stato un leader pragmatico, per nulla incline a sentimentalismi o a nostalgie pseudo rivoluzionarie.
Il fatto che sia proprio lui ora ad accordare lo statuto di rifugiato politico a Battisti che in Italia rischierebbe l’incolumità è una lezione inaccettabile e paradossale considerato lo stato delle carceri brasiliane.
D’altra parte l’equivoco ha radici lontane, almeno dalla metà degli anni Ottanta quando Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, concordò con il presidente socialista francese Franà§ois Mitterrand un accomodamento della situazione dei rifugiati italiani: Parigi avrebbe restituito solo i colpevoli dei “crimini di sangue” e tollerato gli altri purchè deponessero armi, propositi rivoluzionari e vivessero alla luce del sole.
In realtà , come ci raccontò anni dopo Gilles Martinet, allora ambasciatore francese a Roma, Craxi voleva evitare l’imbarazzo di gestire il rientro di ingombranti personaggi, a cominciare da Toni Negri.
Il “florentin” Mitterrand cavalcò la faccenda con cinismo e ipocrisia.
Nacque la “dottrina” intestata a suo nome che consisteva nel respingere ogni richiesta di estradizione, anche quelle per “crimini di sangue”.
Si installò allora tra gli intellettuali e l’opinione pubblica francese il mito dei sovversivi italiani rifugiati nella patria dei diritti civili e braccati da uno stato corrotto, mafioso e sostanzialmente rimasto fascista nel profondo.
Nessuno ha mai spiegato ai francesi che cosa erano stati gli anni di piombo in Italia e come se ne era usciti, in un concorso di solidarietà nazionale che aveva unito il paese.
Cesare Battisti è divenuto il prototipo perfetto del clichè: sottoproletario, criminale comune politicizzato, sovversivo dichiarato, evaso dalle carceri “speciali” e infine scrittore di “polar”, il genere più sociale e, naturalmente, “maledetto”.
Arrivato a Parigi nell’89 e subito arrestato non fu estradato per un vizio di forma. Ma allora il governo italiano non insistette più di tanto. Fino al 2002, quando fu un gardasigilli impolitico come il leghista Castelli a concordare con il collega Perben, per la prima volta dopo tanti anni la lista dei rifugiati da estradare: colpo di spugna sugli altri, ma rientro per una dozzina di assassini condannati.
Tra loro Battisti.
Il suo arresto, nel 2004, ha sollevato il caso che si è probabilmente chiuso per sempre.
Una mobilitazione di intellettuali e politici, un dibattito falso e ridicolo,nessuno che sapesse niente dell’Italia e di cosa era stato il terrorismo, un giornale come l’Humanitè arrivò a scrivere che Battisti era stato condannato da un tribunale militare senza diritto alla difesa.
E pensare che la Francia ha annientato fisicamente i propri, scarsi, terroristi condannati essi sì da un tribunale speciale sull’accusa di una procura speciale.
Anche in questo caso la Rèpublique ha dato lezioni di cinismo e ipocrisia: Battisti è stato dichiarato estradabile dai giudici ma quando il governo stava per emettere il decreto di rinvio all’Italia, l’ex terrorista è stato graziosamente aiutato a fuggire.
Gli uomini dei servizi — è stato lui stesso a raccontarlo — gli hanno fornito due passaporti e consigliato il Brasile.
Da Mitterrand, a Lula, passando per Sarkozy che per opportunismo ha preferito evitare uno scontro frontale con gli amici della sua bella moglie così sensibile all’esprit dei rifugiati.
Le buone e civili ragioni dell’Italia non gliele ha spiegate nessuno.
Cesare Martinetti
(da “La Stampa“)
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Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI E IL BERLUSCONISMO NON HANNO NULLA A CHE FARE CON QUELLA CATEGORIA POLITICA, MA MOLTO HANNO A CHE SPARTIRE CON IL “PUTINISMO”… DI DARE SENSO ALLA PAROLA, CON RITARDO, SI INCARICHERA’ FINI… L’ANALISI DI PAOLO FLORES D’ARCAIS
Per abitudine e forza d’inerzia parliamo di “destra” anche in Italia, benchè una tale forza politica, nel senso europeo del termine, da noi non esista proprio. “Destra” ha voluto dire, dalla fine della guerra ad oggi, Churchill e De Gaulle, Thatcher e Chirac, e in Germania una tradizione che va da Adenauer a Kohl e infine ad Angela Merkel (il “centro” non esiste).
C’è qualche traccia dei valori e dei comportamenti di queste personalità che si possa individuare in Silvio Berlusconi e nei suoi quasi vent’anni di attività politica?
Neppure col microscopio a scansione elettronica.
“Destra” in Europa ha significato e significa partiti di orientamento liberal-conservatore che insistono fin quasi all’ossessione sul senso dello Stato e delle istituzioni, sull’unità della Nazione (sempre maiuscola), sulla riaffermazione intransigente e addirittura punitiva della legalità (che cosa c’è di più giustizia-lista della politica che sbandiera “law and order”?).
In campo economico le posizioni sono più variegate, dal liberismo “duro e puro” della signora Thatcher ai corposi innesti di solidarismo della Cdu, fino al vero e proprio cotè sociale e spesso statali-sta del gollismo, ma comune è l’ostilità di principio ai monopoli privati (abc ovvio e intrattabile di ogni liberismo).
È perciò evidente che Berlusconi e il berlusconismo nulla hanno a che fare con la destra nel senso europeo del termine.
Il progetto di Berlusconi è — fin dall’inizio — quello di un regime che cancelli la divisione dei poteri, che umili l’autonomia dei magistrati nell’obbedienza al potere politico, che instauri un rapporto di dipendenza plebiscitaria tra “il popolo” e il leader, che riduca a mero simulacro la libertà di informazione, che consenta al capo e alle sue cricche di “fare” senza più controlli e contrappesi di alcun genere. Per questo, da anni, sosteniamo che la sostanza del berlusconismo è il putinismo.
Per chiunque avesse “orecchie da intendere” era impossibile non accorgersene, fin dal giorno della nefasta “discesa in campo”.
Chi blatera di una scommessa/promessa di “rivoluzione liberale” da parte di Berlusconi, che sarebbe poi fallita o dimenticata/tradita (specialisti sommi di questo genere letterario i Galli della Loggia e gli Ostellino), semplicemente non ha voluto vedere quello che Berlusconi con i suoi comportamenti, e con infinite “voci dal sen fuggite”, squadernava fin dalle origini della sua avventura: una insopprimibile vocazione al regime padronale delle istituzioni, della cosa pubblica, della politica.
Su Berlusconi “liberale” era impossibile sbagliarsi, tanto erano sfacciate ed esibite le sue intenzioni anti-costituzionali.
Ipotizzando buonafede in chi ha voluto per anni spacciare una ridicola leggenda, si scadrebbe in quanto di più offensivo: rimproverare a corifei e cheerleader un’inguaribile cecità , una ciclopica stupidità .
Il Gianfranco Fini che ora definitivamente rompe con Berlusconi rappresenta esattamente il progetto di dar vita in Italia a una destra conservatrice di stampo europeo.
La sua decisione è maturata in lunghi anni. Troppi, certamente.
Ma Fini e il pugno di dirigenti che lo hanno seguito venivano dal fascismo, è bene non dimenticarlo, e una conversione autentica dagli “eia eia alalà ” alla democrazia liberale non avviene con la rapidità di una caduta da cavallo sulla via di Damasco.
Del resto, proprio qui sta la spiegazione dei (troppi) anni nei quali Fini ha fatto da spalla guardiaspalla e protesi alla costruzione del regime putiniano di Berlusconi. Fini deve a Berlusconi un rapidissimo “sdoganamento” (il Pci per ottenerlo parzialmente, e benchè fosse co-fondatore a pieno titolo della Repubblica italiana, ha dovuto penare per una quarantina d’anni, dopo la destalinizzazione), la sua legittimazione è stata perciò (troppo) a lungo sotto sequestro (volontario) nella cassaforte di Arcore.
Fini può ora farcela?
La destra di conio europeo che ha in mente può avere successo?
Con Berlusconi ogni conflitto è a somma zero, anche questo lo ripetiamo inutilmente da anni.
I compromessi non sono possibili, o lo si manda a casa (il posto adeguato in effetti sarebbe la galera) o si viene schiacciati.
La condizione “sine qua non” per una destra europea è perciò lo smantellamento integrale del berlusconismo, cioè la liberazione dell’Italia delle macerie morali, culturali, sociali e istituzionali nelle quali Berlusconi e le sue cricche l’hanno ridotta.
Berlusconi, contro Fini, ha dalla sua non solo una potenza di fuoco corruttiva gigantesca ma anche quasi l’intero passato della storia d’Italia.
La mancanza di una società civile autonoma: una imprenditoria “parassitaria”, una borghesia che “adegua il merito all’intrigo” e manifesta una “psicologia primitiva, da corsari e da speculatori schiavisti” che produce “un’epoca di corruzione e di decadenza nei costumi”, come stigmatizzava il liberale Piero Gobetti, che non a caso la “rivoluzione liberale” (quella vera) l’affidava all’alleanza con i consigli operai sostenuti da Gramsci.
Tanto più difficile costruirla oggi, una destra liberale in Italia, quando le tradizionali destre europee sembrano sempre meno immunizzate dalle sirene autoritario-populiste e dai compromessi con un kombinat di affarismo speculativo, di finanza drogata (e inquinata dal riciclaggio), di razzismo soft (e talvolta hard), di ostilità per il libero giornalismo e di “non olet” verso le mafie. Dalla sua Fini ha però il collasso nel quale Berlusconi sta precipitando il paese, i livelli da terzo mondo del tasso corruttivo, della disinformazione, dell’incultura di massa, che già hanno innescato la decadenza economica.
Peccato che in questo scontro manchi ancora la sinistra.
Paolo Flores D’Arcais
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
DITE LA VERITA’ AL PAESE: LE COSE NON VANNO BENE E IL PANORAMA E’ SCONFORTANTE….PAGHIAMO MALI ANTICHI, MA OCCORREREBBE UN BILANCIO IMPIETOSO E UN GENERALE ESAME DI COSCIENZA…LA POLITICA RESTA IN SILENZIO TRA I PATETICI “GHE PENSI MI” E LA VACUITA’ DI TANTI: MAI UNA PROPOSTA CONCRETA PER RISOLVERE UN PROBLEMA…L’ANALISI DI GALLI DELLA LOGGIA SUL “CORRIERE DELLA SERA”
Non vanno bene le cose per l’Italia.
Prima che ce lo dicano le statistiche – comunicandoci per esempio un dato lugubre: che nel 2010 il reddito pro capite degli italiani sarà in termini reali inferiore a quello del 2000 – ce lo dice una sensazione che ormai sta dentro ciascuno di noi e ogni giorno si rafforza.
Basta che ci guardiamo intorno per scorgere un panorama sconfortante: abbiamo un sistema d’istruzione dal rendimento assai basso; una burocrazia sia centrale che locale pletorica e inefficientissima; una giustizia tardigrada e approssimativa; una delinquenza organizzata che altrove non ha eguali; le nostre grandi città , con le periferie tra le più brutte del mondo, sono largamente invivibili e quasi sempre prive di trasporti urbani moderni (metropolitane); la rete stradale e autostradale è largamente inadeguata e quella ferroviaria, appena ci si allontana dall’Alta velocità , è da Terzo mondo; la rete degli acquedotti è un colabrodo; il nostro paesaggio è sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose.
Per finire, tutto ciò che è pubblico, dai concorsi agli appalti, è preda di una corruzione capillare e indomabile.
C’è poi la nostra condizione economica: abbiamo contemporaneamente le tasse e l’evasione fiscale fra le più alte d’Europa, mentre gli operai italiani ricevono salari ben più bassi della media dell’area-euro; il nostro sistema pensionistico è fra i più costosi d’Europa malgrado le numerose riforme già fatte e siamo strangolati da un debito pubblico il pagamento dei cui interessi c’impedisce d’intraprendere qualunque politica di sviluppo.
Ancora: nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia, ma gruppi stranieri mettono gli occhi (e sempre più spesso le mani) su quanto resta di meglio del nostro apparato economico-produttivo; nel frattempo il processo di deindustrializzazione non si arresta e la disoccupazione, specie giovanile, resta assai alta.
Nessuno di questi mali ha un’origine recente, lo sappiamo bene.
Non paghiamo cioè per errori di oggi o di ieri: o almeno non solo per quelli.
È piuttosto un intero passato, il nostro passato, che ci sta presentando il conto.
Oggi cominciamo a capire, infatti, che qualche tempo fa – quando? nel ’92-’93? un decennio dopo con l’adozione dell’euro? – si è chiuso un lungo capitolo della nostra storia.
Nel quale siamo diventati sì una società moderna (qualunque cosa significhi questa parola), ma pagando prezzi sempre più elevati, accendendo ipoteche sempre più rischiose sul futuro, chiudendo gli occhi davanti ad ogni problema, rinviando ed eludendo.
Prezzi, stratagemmi, rinvii, che negli Anni 70-80 hanno cominciato a trasformarsi in quel cappio al collo che oggi sta lentamente strangolando il Paese.
Lo sappiamo che le cose stanno così.
Ce ne accorgiamo ogni giorno che l’Italia perde colpi, non ha alcuna idea di sè e del suo futuro.
Ma ci limitiamo a pensarlo tra noi e noi, a confidarcelo nelle conversazioni private.
Avvertiamo con chiarezza che avremmo bisogno di bilanci sinceri e impietosi fatti in pubblico, di un grande esame di coscienza, di poterci specchiare finalmente e collettivamente nella verità .
Che ci servirebbero terapie radicali. Invece sulla scena italiana continua a non accadere nulla di tutto ciò.
Chi dovrebbe parlare resta in silenzio.
Resta in silenzio il discorso pubblico della società italiana su se stessa, consegnato ad una miseria che diviene ogni giorno meno sopportabile.
Ma soprattutto resta in silenzio la politica, divisa tra lo sciropposo ottimismo di Berlusconi, il suo patetico «ghe pensi mi» da un lato, e la vacuità dei suoi oppositori dall’altro.
Bersani, La Russa, Bossi, Fini, Bondi, Vendola, Verdini, Di Pietro, Casini, e chi più ne ha più ne metta credono di parlare al Paese con le loro dichiarazioni, le loro interviste, i loro attacchi a questo o a quello, i loro progetti di alleanze, di controalleanze e di governi: non sanno che in realtà se ne stanno guadagnando solo un disprezzo crescente, ne stanno solo accrescendo la distanza dal loro traballante palcoscenico.
Sempre più, infatti, la loro produzione quotidiana di parole suona eguale a se stessa: ripetitiva, irreale, ridicola.
Mai una volta che uno di essi proponga al Paese una soluzione concreta per qualche problema concreto: chessò, come eliminare la spazzatura a Napoli, come attrarre investimenti esteri in Italia, come finire la Salerno-Reggio Calabria prima del 3000, come iniziare a risanare il debito pubblico.
Mai: anche se a loro scusante va detto che nel solcare quotidianamente l’oceano del nulla sono aiutati da un sistema dell’informazione anch’esso perlopiù perduto dietro la chiacchiera, il «retroscena», il titolo orribilmente confidenziale su «Tonino» o «Gianfri», il mortifero articolo di «costume».
Nelle pagine e pagine dedicate dai giornali alla politica diventa sempre più difficile distinguere il vero dal falso, scorgere qualche spicchio di realtà tra i fumi dell’aria fritta.
È così che alla fine siamo condannati a questo necessario, disperato, qualunquismo.
Agli italiani non sta restando altro.
Disperato perchè frutto dell’attesa vana che finalmente da dove può e deve, cioè dalla politica, venga una parola di verità sul nostro oggi e sul nostro ieri. Una parola che non ci esorti – e a che cosa poi?
A credere in un ennesimo partito, in un’ennesima combinazione governativa? – ma che ci sfidi: ricordandoci gli errori che abbiamo tutti commesso, i sacrifici che sono ora necessari, le speranze che ancora possiamo avere.
Per l’Italia è forse iniziata una corsa contro il tempo, ma non è affatto sicuro che ce ne resti ancora molto.
Ernesto Galli Della Loggia
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 30th, 2010 Riccardo Fucile
IL CAVILLO USATO DAL CONSIGLIO DI STATO ORA POTREBBE ESSERE UTILIZZATO PER ANNULLARE ANCHE LE MAXI-SANZIONI DA 98 MILIARDI DI EURO… ESULTANO I CONCESSIONARI, IN VISTA L’ENNESIMO VERGOGNOSO COLPO DI SPUGNA, COMPLICI I PARTITI
Una sentenza del Consiglio di Stato che annulla una penale da 7 milioni di euro. 
È passata quasi inosservata nel mare di decisioni prese dalla magistratura amministrativa.
Ma potrebbe cancellare i 98 miliardi che la Procura della Corte dei Conti ha richiesto alle società concessionarie delle slot machine.
La decisione sulla penale più grande mai richiesta dalla magistratura contabile italiana arriverà dopo l’estate.
L’opinione pubblica ha seguito tutta la vicenda sulle pagine del Fatto, del Secolo XIX, nelle inchieste di Striscia la notizia e sul blog di Beppe Grillo dove sono piovuti migliaia di messaggi.
Ma la sentenza del Consiglio di Stato è stata salutata come un trionfo dai padroni delle slot…
Per capire perchè, bisogna leggere tutte le 25 pagine.
I magistrati hanno accolto il ricorso di BPlus Gioco Legale Ltd e hanno annullato le penali delle nuove slot irrogate dai Monopoli di Stato nel 2008. Tutto parte dal ritardo contestato nell’avvio della rete delle slot che avrebbe provocato, secondo l’accusa, un danno ai Monopoli.
Una vicenda complessa, che si è divisa in una miriade di giudizi, ricorsi e controricorsi, dal Tar fino alla Corte dei Conti.
La sentenza del Consiglio di Stato, come ricorda l’agenzia specializzata Agicos, “riguarda solamente le penali, per la precisione il secondo conteggio, quello basato sugli atti integrativi delle convenzioni di concessione siglati nella primavera del 2008 che hanno reso più favorevoli i parametri per il conteggio delle penali”.
BPlus (una volta si chiamava Atlantis) è la compagnia con il maggior numero di apparecchi installati.
Ad essa i Monopoli avevano contestato penali per circa 7 milioni di euro (ma la Corte dei Conti aveva parlato di 31 miliardi).
Il Tar aveva confermato le penali. Ma ecco la decisione di appello del Consiglio di Stato.
Il passaggio chiave: “Con riferimento alle violazioni più gravi imputate” alle società concessionarie, “cioè al mancato collegamento di apparecchi entro il 31 dicembre 2004, va condivisa la tesi… secondo cui occorre tener conto delle modifiche alla Convenzione (tra concessionari e Monopoli, ndr)” intervenute successivamente.
È il nodo della questione: la nuova Convenzione.
Quella che per le concessionarie è l’ancora di salvezza e che per i critici invece è sempre parsa un colpo di spugna voluto da tutti, partiti compresi, per cancellare decine di miliardi di penali previste per le concessionarie.
La nuova disciplina deve essere applicata anche a violazioni precedenti…?
In materia penale le leggi più favorevoli sono retroattive.
Ma qui siamo in un ambito completamente diverso, parliamo di contratti e convenzioni.
I legali delle concessionarie cantano vittoria: “Una sentenza ottima che chiude in maniera tombale la questione. Il Consiglio di Stato afferma che i ritardi non hanno causato danni alla pubblica amministrazione. Una sentenza destinata ad avere ripercussioni anche sul procedimento della Corte dei Conti”.
Maa è davvero il preannuncio che le casse pubbliche devono dimenticarsi i famosi 98 miliardi…?
No, perchè il giudizio della Corte dei Conti si basa anche su altri atti e perizie, non sempre favorevoli alle concessionarie.
Certo, però, che la sentenza del Consiglio di Stato offre una via di uscita che i magistrati contabili potrebbero scegliere di seguire…
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 28th, 2010 Riccardo Fucile
POVERETTI, DATO CHE LA COMPRAVENDITA DEI DEPUTATI LANGUE E IL FACCENDIERE MOFFA NON RIESCE A FARE PROSELITI, ORA SI SONO INVENTATI PURE L’AUTO-ATTENTATO… IN UN PAESE CIVILE QUALCUNO SAREBBE GIA’ INTERDETTO O IN TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO, IN ITALIA GIRA ANCORA A PIEDE LIBERO
Meno male che Silvio c’è, ma soprattutto meno male che c’è “mascella volitiva” Belpietro
che anche il giorno di Natale ne ha pensata una delle sue. Ovviamente non dice chi, ma si limita a sostenere il “gira voce”, la stessa per la quale si potrebbe far circolare qualsiasi diffamazione: che Tizio è un noto puttaniere, che un altro ha rubato nella cassetta dell’elemosina durante la messa di Natale, che Caio ama andare a trans travestito da Befana, che Sempronio fa l’infamone di professione, che qualcuno in alto sniffa coca. Tutto è permesso, tanto è la “voce che gira”.
E pensare che gira anche la voce che l’attentato a un noto giornalista sia stata una patacca costruita ad arte: d’altronde alle voci come si fa a dare credito? Ci pensa invece Belpietro che ci rende edotti della ultima “voce che gira”, forse nei cessi della Stazione Centrale di Milano.
Ovvero che Fini stia cercando ( che abbia messo un’inserzione su Secondamano?… verificare prego) uno che attenti alla sua persona, pure ferendolo per rendere realistica la cosa, per la modica cifra di 200.000 euro esentasse.
Non avrà ancora trovato l’apprendista attentatore, ma ha già fissato l’attentato per primavera ad Andria.
L’importante a questo punto che il Gianfri si ricordi la data, altrimenti addio effetto elettorale.
Belpietro spiega infatti che Fini paga l’attentatore, ma la colpa deve ricadere su Berlusconi, perchè verrà lasciata una traccia per accusare il premier del vile attentato.
Che sia una copia aggiornata del colbacco usato in Russia, la bandana sarda, o l’intimo usato di qualche escort non ci è dato sapere da Belpietro: si vedrà in seguito.
L’importante è che il ferimento di Fini sia riconducibile a Silvio e che lo danneggi elettoralmente.
Magari basterebbe anche lasciare una copia di “Libero” sul luogo dell’attentato, sperando che non sia scaghazzato prima dai locali piccioni, altrimenti addio prova certificata dai Ris.
Ma Belpietro, raccolta “la voce che gira”, non è andato stranamente in Questura a denunciare la cosa, forse perchè la Ronzulli non ha potuto accompagnarlo: l’ha scritto sul suo giornale di bordo.
Ma una domanda sorge spontanea, vedendo uno che gracchia ogni giorno contro i finiani che “non contano nulla”, che “sono morti”, che hanno il 3% a malapena di consensi, mentre lui viaggia al 101, 2%, e l’altro che ogni giorno si dedica a criticare Fini per quattro pagine sottratte alle foreste amazzoniche. Se “Fini è fallito” come titola “Libero”, di che cazzo si preoccuperanno mai?
Si è mai vista una persona sana di mente preoccuparsi di chi è fallito?
O forse stanno solo facendosela sotto perchè è già passato a trovarli il frate per l’estrema unzione, ricordando loro che la resa dei conti con la giustizia divina si avvicina?
E con quella non vale il legittimo impedimento e neanche il lodo Alfano e neppure il processo breve, miei cari.
Suvvia state sereni, Fini non conta nulla, no?
Andate avanti a governare e a scrivere come sapete, vedrete che l’esecutore fallimentare saprà trovare l’indirizzo giusto di chi ha portato politicamente il Paese alla bancarotta..
E se decidete eroicamente di spararvi un colpo prima della fine, mi raccomando non ditelo in giro.
Le voci girano, meglio essere prudenti.
Non vorrete guastarci la gioia dell’effetto sorpresa.
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Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
SULLO STOP AI PROCESSI DEL PREMIER SI PREPARA UNA “SENTENZA INTERPRETATIVA DI RIGETTO” DEL RICORSO DEL PM MILANESE DE PAQUALE…LA PROPOSTA DEL GIUDICE RELATORE: L’ESSERE PREMIER O MINISTRO DI PER SE’ NON DAREBBE DIRITTO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO, IN QUANTO DIVENTEREBBE UNA IMMUNITA’…LA VALUTAZIONE CASO PER CASO QUINDI ANDREBBE AFFIDATA AL GIUDICE ORDINARIO DI COMPETENZA
Nemmeno i termini tecnico-giuridici, stavolta, riescono ad attutire la portata della notizia.
Che è la seguente: con «sentenza interpretativa di rigetto», la Corte Costituzionale si accingerebbe a respingere il ricorso proposto dal pm milanese De Pasquale circa la costituzionalità della legge sul legittimo impedimento.
Questa, almeno, è la soluzione che il giudice relatore del caso (Sabino Cassese) proporrà agli altri membri della Corte, che torneranno a riunirsi per la sentenza l’11 o il 12 gennaio.
La relazione istruttoria di Cassese dovrebbe essere già da qualche giorno a disposizione di tutti i membri della Corte, che la studieranno e ne discuteranno prima di dar via libera ad un verdetto dal cui tenore – secondo molti – dipenderebbero addirittura le sorti della legislatura.
Ma che vuol dire «sentenza interpretativa di rigetto»?
E qual è – nella sostanza – il parere che la Corte Costituzionale starebbe maturando sul legittimo impedimento?
Proviamo a spiegare nella maniera più semplice possibile l’orientamento maturato dal relatore e, quindi, quel che la sentenza di gennaio dovrebbe affermare.
Nella sostanza, il sottile confine che fa del legittimo impedimento una norma costituzionale oppure incostituzionale, sta tutto in una parola-chiave: automatismo.
Secondo il relatore, infatti, se si ritenesse (interpretasse) che l’essere ministro o presidente del Consiglio costituisse di per sè un legittimo impedimento a rispondere alla convocazione in tribunale da parte dei giudici, questo equiparerebbe di fatto lo «scudo» ad una vera e propria (e automatica) «immunità » che, in quanto tale, andrebbe disciplinata con legge costituzionale.
Se, al contrario, la valutazione del legittimo impedimento invocato dall’imputato (in questo caso si parla di Berlusconi) venisse di volta in volta affidata al giudice di competenza, allora nulla osterebbe a che la materia fosse regolata (come è nel caso, appunto, del legittimo impedimento) con legge ordinaria.
Ed è precisamente così, secondo la «sentenza interpretativa» che la Corte si accingerebbe ad emettere, che la legge andrebbe dunque intesa e, quindi, applicata.
L’orientamento del relatore – se confermato dal «plenum» della Corte – potrebbe sembrare il solito bizantinismo giuridico o, peggio ancora, somigliare ad una decisione pilatesca, che rigetta la patata bollente nel campo in cui litigano da anni Silvio Berlusconi e i magistrati che provano a processarlo.
In realtà , è possibile anche un’altra interpretazione: e cioè che si tratti del tentativo da parte dei giudici della Corte di tenere assieme diritti e doveri fondamentali e costituzionalmente garantiti.
In sostanza: da una parte salvaguardare il principio secondo il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, e dall’altra il diritto-dovere dei membri dell’esecutivo a governare e ad assolvere le loro funzioni senza impedimenti e turbative.
In realtà , stante il fatto che il legittimo impedimento è regolato con legge ordinaria, è apparso fin da subito evidente che la sua applicazione avrebbe richiesto serietà di comportamento da parte dei soggetti in causa.
Serietà o – meglio ancora – quello spirito di «leale collaborazione» tra autorità politica e giudiziaria invocato dal presidente Napolitano all’atto della firma della legge, nella primavera scorsa.
Uno spirito di collaborazione che dovrebbe evitare che il premier o i suoi ministri invochino un legittimo impedimento in ragione di impegni irrilevanti e rinviabili; e che, contemporaneamente, porti il giudice a riconoscere serenamente il diritto a ricorrervi, nei casi seri e comprovati.
Nulla a che vedere, insomma, con quanto accadde nel caso di Aldo Brancher che, nominato ministro, invocò subito il legittimo impedimento in quanto occupato a «organizzare il ministero»: e dovette intervenire il Quirinale per affermare che, visto che si trattava di un ministero senza portafoglio, Brancher non aveva un bel nulla da organizzare…
Occorrerà attendere ancora un paio di settimane per vedere come finirà questa spinosissima questione e se la Corte farà propria in toto l’impostazione proposta dal relatore.
Quel che invece è certo fin da ora, è che i giudici sono attesi da un lavoro tutt’altro che facile, sottoposti come sono da giorni agli attacchi preventivi del presidente del Consiglio e sul cui capo si vorrebbe addirittura far pendere la responsabilità di una crisi di governo o addirittura di elezioni anticipate nel caso di bocciatura del legittimo impedimento.
In un Paese normale, l’interpretazione della legge che la Corte si accingerebbe a proporre e lo spirito di «leale collaborazione» invocato da Napolitano sarebbero del tutto inutili: perchè scontati e dunque superflui.
Ma sono anni che l’Italia appare quanto di più distante vi sia da un Paese normale.
E non è detto, purtroppo, che l’avvio del 2011 – con tutto quel che rappresenta quest’anno celebrativo – faccia uscire il Paese da questa insopportabile anomalia, piuttosto che tenerlo prigioniero della guerriglia politico-giudiziaria che lo soffoca da ormai vent’anni…
Federico Geremicca
(da “La Stampa“)
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Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
LA CREAZIONE DI UN GRUPPO PARLAMENTARE AUTONOMO DEI VENTI DEPUTATI DEL GRUPPO MISTO CHE HANNO SALVATO IL GOVERNO E’ GIA’ A RISCHIO… TUTTI SI SENTONO LEADER E IL FACCENDIERE EX FINIANO MOFFA NON LO VOGLIONO: LUI IN FONDO SI E’ SOLO ASTENUTO, NON HA VOTATO PER IL GOVERNO… IN BALLO CI SONO SOLDI, UFFICI E PERSONALE DA SISTEMARE
Berlusconi ostenta sicurezza quando dice che ce la farà a governare per tutta la
legislatura.
E quindi l’interrogativo è: come?
Come può una maggioranza che il 14 dicembre ce l’ha fatta per il rotto della cuffia pensare di tener duro per altri due anni?
Il tam-tam è sempre il solito: altri parlamentari sarebbero in procinto di passare dall’opposizione al soccorso della maggioranza.
Se non direttamente nel Pdl, in un gruppo neonato, una sorta di stanza di compensazione.
Nei giorni scorsi si sono visti in venti, tutti deputati del Gruppo misto, tutti quelli che hanno votato la fiducia al governo, più Silvano Moffa che il 14 è stato l’unico ad astenersi, e hanno programmato i prossimi passi.
Tra loro si chiamano i «Responsabili».
Come primo obiettivo, c’è la voglia di costituire un gruppo parlamentare autonomo, con un proprio capogruppo, un simbolo, e un notevole peso nei lavori parlamentari.
A costituire un gruppo, infatti, s’ottengono contributi economici, si possono assumere segretarie e collaboratori, si ha diritto a un ufficio, si partecipa alle riunioni sul calendario dell’Aula.
Ma c’è un ma. Tra i venti deputati del Misto praticamente tutti si ritengono capigruppo in pectore.
E così i personalismi rischiano di rendere molto più accidentato il cammino dei «Responsabili».
«Non essendoci alle spalle un partito, nè un leader naturale, costruire l’organigramma del futuro gruppo sarà un’impresa meno facile di quanto si pensi», spiega un deputato che ci tiene all’anonimato.
«E di sicuro non sarà Silvano Moffa, l’ex finiano, che non potrà avere tutto quel ruolo che gli accreditano i giornali».
Già , Moffa. In Parlamento, nei corridoi, in diversi spiegano che siccome Moffa è l’unico tra i venti a non avere votato la fiducia al governo e che il suo «strappo» s’è fermato a metà strada, è assai difficile che altri, che si sono esposti molto più di lui al momento del voto, accetteranno di sottoporsi alla sua leadership.
Si aggiunga che Moffa a caldo aveva immaginato di poter attrarre a sè diverse «colombe» del Fli, allontanandole da Fini e riportandole nell’alveo della maggioranza, e per questo motivo era stato persino immaginato uno slogan («Nè con Fini, nè con Berlusconi»).
La strategia, però, a quanto pare, non sta funzionando.
E immediatamente il peso politico di Moffa è calato.
Le Festività , in ogni caso, hanno congelato ogni movimento in Parlamento. Tutti quanti, a destra come a sinistra, ipotizzano che i movimenti non siano finiti qui.
Ma il pallino di ipotetiche trattative è tutto nelle mani del Cavaliere, così come le aperture a Casini.
E intanto Pier Ferdinando se n’è andato in vacanza due settimane lontano dall’Italia.
Se i 35 deputati dell’Udc davvero andranno a rinforzare la maggioranza, ebbene, la legislatura potrà davvero ripartire.
Altrimenti, addio aiuti episodici dell’Udc, come accade ora, e addio legislatura.
Francesco Grignetti
(da “La Stampa“)
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Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile
IL BLUFF FEDERALISTA DIMOSTRA QUELLO CHE ERA CHIARO DA TEMPO: PORTERA’ A UN TAGLIO DI RISORSE E QUINDI AD UN AUMENTO DELLE TASSE LOCALI… LA FILOSOFIA LEGHISTA, COMPLICE IL PARTITO DEGLI ACCATTONI, AUMENTERA’ IL DIVARIO TRA PARTE DEL NORD RICCO E IL SUD SEMPRE PIU’ POVERO
Comuni a rischio stangata con il nuovo fisco previsto nel federalismo fiscale. Secondo uno
studio del Pd, messo a punto dal senatore Marco Stradiotto, infatti, i municipi, con il passaggio dai trasferimenti statali all’autonomia delle imposte perderebbero complessivamente 445 milioni di risorse l’anno da destinare ai servizi.
La proiezione è fatta utilizzando dati della Copaff, la commissione paritetica sul federalismo fiscale che lavora al ministero del Tesoro e dimostra che l’Aquila, ma anche Napoli come molti comuni del sud perderebbero consistenti fette di entrate (fino a oltre il 60%) con il nuovo fisco.
Va meglio, invece ai municipi del nord o a quelli come Olbia con un alto tasso di seconde case avvantaggiati dalla base immobiliare delle nuove imposte.
La perdita di risorse per i servizi per i capoluoghi di provincia è pari a 445.455.041 milioni di euro.
Il dato emerge mettendo a confronto i trasferimenti relativi al 2010 e il totale del gettito dalle imposte devolute in base al decreto attuativo sul fisco comunale (tassa di registro e tasse ipotecarie, l’Irpef sul reddito da fabbricati e il presunto introito che dovrebbe venire dalla cedolare secca sugli affitti). Tra i 92 comuni presi in esame 52 otterrebbero benefici dalla proposta di riforma e 40 ne verrebbero penalizzati.
Un taglio drastico delle risorse risulta per il comune dell’Aquila (-66%) che perde 26.294.732 milioni, seguito di poco da Napoli (-61%) che perde quasi 400 milioni (392.969.715), essendo però il comune che riceve i trasferimenti statali più alti rispetto a tutti gli altri capoluoghi italiani (668 euro per abitante di fronte a una media di 387 euro).
Se il nuovo fisco previsto nel federalismo municipale andrà in vigore il capoluogo abruzzese incasserà 13.706.592 di euro di tasse a fronte di 40.001.324 di trasferimenti avuti nel 2010.
Si tratta di -360 euro all’anno per abitante.
I cittadini aquilani pagheranno, infatti 188 euro di Imu, mentre attualmente per ognuno di loro vengono dati al Comune 548 euro.
Non va meglio a Napoli che con grazie all’autonomia impositiva incassa 252.054.150 euro, ma nel 2010 ha avuto trasferimenti per 645.023.865.
E ancora Roma perde 129.540.902 euro (il 10% delle entrate).
Olbia, tra tasse di registro e ipotecarie, Irpef sul reddito da fabbricati e cedolare secca sugli affitti raggiungerebbe 25.212.732 di euro di entrate a fronte di trasferimenti che nel 2010 sono stati 8.988.534 con un saldo di più 180%.
Va bene anche a Imperia che vede un gettito dalle tasse devolute per 18.047.194, segnando un più 122% rispetto ai trasferimenti che quest’anno sono stati 8.131.993 milioni.
Bene anche Parma (+105%); Padova (+76%); Siena (+68%) e Trevi.
Milano avrà il 34% di risorse in più, Bologna il 40%, mentre tra i capoluoghi del Nord perderanno Torino (-9%) e Genova (-22%).
Federalismo: I capoluoghi, chi perde o guadagna
……………………. Imu Trasferim. Differenza Percentuale
L’Aquila 13.706.592 40.001.324 -26.294.732 -66%
Potenza 11.680.583 26.591.682 -14.911.099 -56%
Catanzaro 16.733.178 30.899.074 -14.165.896 -46%
Napoli 252.054.150 645.023.865 -392.969.71 -61%
Bologna 208.199.304 148.323.570 59.815.734 +40%
Roma 1.188.852.8 1.318.393.7 -129.540.90 -10%
Genova 204.874.528 261.160.556 -56.286.027 -22%
Milano 668.900.317 499.195.506 169.704.812 +34%
Ancona 31.337.273 28.538.215 2.799.058 +10%
Campob. 11.171.989 10.649.507 522.482 +5%
Torino 311.014.795 365.549.542 -34.534.747 -9%
Bari 102.139.488 115.569.438 -13.429.950 -12%
Cagliari 51.414.857 50.241.018 1.173.839 +2%
Palermo 154.485.090 340.212.421 -185.727.33 -55%
Firenze 213.736.372 160.492.897 53.243.475 +33%
Perugia 47.669.193 48.456.022 -786.830 -2%
Venezia 124.631.463 99.016.787 25.614.676 +26%
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