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RESA DEI CONTI NELL’IDV: DE MAGISTRIS SULLA QUESTIONE MORALE ATTACCA DI PIETRO

Dicembre 27th, 2010 Riccardo Fucile

LETTERA DELL’EURODEPUTATO SONIA ALFANO E DI GIULIO CAVALLI E SU INTERNET PARTE IL SONDAGGIO DI MICROMEGA CHE ACCUSA DI PIETRO… IL PRESIDENTE CONTRATTACCA: “VUOLE IL MIO POSTO”

E’ stato un Natale non proprio tranquillo per l’Italia dei valori.
Dopo le improvvise “conversioni” dei deputati Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, già  antiberlusconiani di ferro che poi hanno votato la fiducia a Berlusconi lo scorso 14 dicembre, era inevitabile che sul banco degli imputati finisse nuovamente la gestione del padre-padrone del partito, quello cioè che aveva redatto le liste, Antonio Di Pietro.
Un’occasione servita sul piatto d’argento per il maggior competitor interno dell’Idv, Luigi De Magistris.
Che insieme a Sonia Alfano e Giulio Cavalli aveva scritto una lettera, durissima, all’ex pm.
Lettera presa non bene da Di Pietro che ha risposto attraverso un video pubblicato su internet.
La lettera a Di Pietro citava Enrico Berlinguer: “Nell’Idv oggi c’è una spinosa e scottante questione morale, che va affrontata con urgenza, prima che la stessa travolga questo partito. Senza rese dei conti e senza pubbliche faide, crediamo che mai come adesso il presidente debba reagire duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni”. Poi De Magistris e compagni rilanciavano “la necessità  di una brusca virata” chiedendo a Di Pietro “di rimanere indifferente al mal di mare che questa provocherà  in chi un cambiamento non lo vuole. In chi spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Gente che non ha più alcun contatto con la base e rimane chiusa nelle stanze del potere, cosciente che senza questa legge elettorale mai sarebbe arrivata in Parlamento e che se questa cambiasse mai più ci tornerebbe”.
Prima il capogruppo alla Camera Massimo Donadi aveva parlato di “pugnalata alle spalle”.
Dopo la risposta dell’ex pm di Mani Pulite, che ha sì fatto mea culpa, ma poi ha contrattaccato: “Chi critica non ha sempre ragione. A volte chi critica è interessato a prendere lui stesso il posto di chi viene criticato”.
Un modo insomma per ribadire la leadership e allontanare le pretese dell’eurodeputato: “Voglio rassicurare tutti sul fatto che c’è un impegno preciso del partito per una militanza trasparente del quale parleremo in un esecutivo nazionale a gennaio”.
Il sondaggio di MicroMega: la rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, sempre attenta ai temi e alle vicende dipietriste, è tornata a parlare della gestione dell’Idv e ha lanciato un sondaggio sul proprio sito.
Risultato: l’80% dei lettori opta per due delle quattro opzioni possibili che più o meno puntano il dito contro Di Pietro.
Che i cavalli su cui di volta in volta ha puntato Di Pietro si siano spesso rivelati inaffidabili non è una novità .
In passato ci fu Valerio Carrara: venne eletto con l’Idv al Senato e, veloce come un lampo, il primo giorno di legislatura passò col centrodestra.
Poi Sergio De Gregorio, uno di quelli che fece cadere il secondo governo Prodi.
Poi Pino Arlacchi. Poi Americo Porfidia.
Tutti ri-finiti a vario titolo con Berlusconi. Infine Scilipoti e Razzi.
Senza dimenticare che dei 29 eletti alla Camera nel 2008 con l’Idv ben sette se ne sono andati, direzione gruppo misto (a parte uno, Touadi, finito nel Pd). Per un movimento che fa della durissima opposizione al premier la propria ragion d’essere, non è il massimo.
In mezzo a questo marasma ci sono i sondaggi che arrivano sul tavolo dell’ex pm. E non fanno presagire nulla di buono.
Praticamente tutti gli istituti dicono che Sinistra Ecologia e Libertà  è diventato il secondo partito di un ipotetico Nuovo Ulivo, con picchi dell’8%.
La flessione dell’Idv è evidente e le ultime vicende non hanno certamente fatto bene: il partito viaggia tra il 4,5 e il 7%.
Segno che secondo l’opinione pubblica l’alternativa a sinistra del Pd, in questo momento, non è più quella rappresentata da di Di Pietro.

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BERLUSCONI E LE “MILLE BALLE BLU”

Dicembre 24th, 2010 Riccardo Fucile

BASTA UNA DOMANDA DEL “FATTO” PER MANDARE IN TILT IL PREMIER: “SI’ NEL GOVERNO C’E’ QUALCUNO CHE SBAGLIA”… POI IMPIEGA CINQUE ORE PER AUTOSMENTIRSI, MA SOLO PER DIFENDERE LA BRAMBILLA

Alla fine è inciampato proprio sula domanda de Il Fatto, sulla parentopoli di governo. E dispiace.
Se non altro perchè ci aveva provocato con tono spavaldo: “Se non ci fossi io, voi de Il Fatto non esistereste, eh eh…”.
Allora glielo avevamo chiesto, senza giri di parole con questa domanda: “Scajola ha sistemato la casa, a sua insaputa. Lunardi ha sistemato l’azienda, e l’ha pure ammesso. La Brambilla ha sistemato il compagno all’Aci e ha detto che è bravo. Bertolaso ha sistemato la moglie e il cognato, spiegando che non poteva discriminarli. Bondi ha sistemato il figliastro e il marito della moglie, con le consulenze, ma ci ha detto che erano casi umani… Cosa pensa del passaggio dal governo del fare a quello del sistemare?”.
Il vecchio Caimano, un tempo non avrebbe deluso.
Avrebbe investito il cronista con fuoco e fiamme fino a incenerirlo.
Avrebbe negato tutto, individuando la responsabilità  di qualche perfido “comunista”. Invece, quello di ieri, cominciava male, provando con il trucco della diversione: “Vede, la sinistra…”. Che c’entra la sinistra?.
E lui: “…mi lasci finire! Questi del governo sono casi di puro dilettantismo rispetto a una professionalità  assolutamente elevata della sinistra in questa materia…”.
Come come? Casi di dilettantismo?
Insomma quella parentopoli Silvio Berlusconi, in prima battuta, durante la conferenza stampa, la ammette e la condanna, sia pure minimizzando:
“È nella natura umana che ci sia qualcuno abbastanza lontano dalla santità …”.
Poi in serata è costretto a un curioso comunicato di rettifica.
Curioso perchè non difende tutti i suoi ministri (come potrebbe?), ma la sola Michela Brambilla.
E dispiace anche questo, se non altro per quel tenerone di Bondi.
Ma Silvio è chirurgico: quattro ministri sono già  andati, bisogna tenersi stretta l’ultima donna che non gli dà  problemi.
Qualcosa è successo fra le 14.30 e le 19.00, quando Palazzo Chigi ha dovuto correggersi per salvare il salvabile con una rettifica riparatrice: “Il Presidente Berlusconi — si leggeva nel comunicato toppa-peggio-del buco — ha potuto verificare l’assoluta e totale inconsistenza delle infondate accuse mosse al ministro Brambilla”.
Quattro ore prima aveva detto su di lei, su Bondi, su Scajola, su Lunardi e su Bertolaso: “Sono casi spiacevoli”.
Poi la Brambilla ha alzato il telefono, si è imbufalita, ha chiesto di essere separata dagli altri.
Per lei Silvio ha corretto il tiro , per gli altri si è tenuto sul generico: “In relazione alla risposta data dal Presidente Berlusconi alla domanda del giornalista Luca Telese de Il Fatto Quotidiano, si deve precisare che le indicazioni esposte dal giornalista stesso sono frutto di mere illazioni e sue personali supposizioni”. E anche in questo caso dispiace.
Ma cominciamo dall’inizio.
Il tempo del sogno è finito, il Silvio di Berlusconi di ieri, nella tradizionale conferenza di auguri di fine anno sembrava entrato nell’età  della prosa. Niente più miracoli, niente sorrisi sfavillanti, niente sorprese, niente promesse, niente milione di posti di lavoro: “Abbiamo cercato una soluzione alla crisi, anche al vertice dei presidenti del Consiglio: non c’è” (non c’è!).
Ma ieri anche il caimano non c’era più, e nemmeno il grande venditore che incantava gli italiani.
Il tono bonario era quello del vecchio zio che rispolvera i successi di sempre, del cantante che si esibisce nel revival di se stesso, un simpatico bobbysolo del centro-destra, che da sedici anni strimpella gli stessi accordi: “Magistrati golpisti”, “Faremo un piano unico per il fisco” e altre amenità  già  fritte e rifritte mille volte.
Roma, Villa Madama. Silvio Berlusconi inizia la conferenza stampa alla sua maniera.
Una breve premessa di 60 minuti (Sic!), e alcune brevi risposte di venti minuti.
C’erano trenta domande previste, lui se la cava con venti, come le squadre della zona retrocessione che fanno catenaccio. E dispiace.
Non è più il Berlusconi scintillante delle grandi promesse e delle battute affilate, e fa quasi simpatia perchè ne sembra consapevole, bonario e crepuscolare.
A un certo punto si aggrappa alla domanda di politica estera e parla per quasi mezz’ora: i giornalisti crollano, quando parla dell’Africa sub-sahariana e del piano casa (ma quello di Gheddafi) persino il fidato Paolo Bonaiuti — un guerriero highlander — gli fa il gesto di spremitura con la mano: “Stringi! Stringi!”.
Uomo saggio: altri cinque minuti e si sarebbero addormentati tutti.Il Berlusconi di ieri parlava come se avesse 1000 anni davanti e sapesse ri rischiare di non mangiare la colomba, con il suo governo.
Anche gli effetti speciali erano da B-movie, molto teneri: “Arriverò a 325 deputati, senza coinvolgere nessun partito nella coalizione!”.
E poi: “Nei colloqui mi hanno detto che si sta costituendo un gruppo di responsabilità  nazionale” (scelta onomastica infelice. Parla di quello di Moffa, in cantiere ma con il nome di quello di Scilipoti). Penso che arriverò alla fine della legislatura”.
Berlusconi si dissocia da sua figlia (“I figli, si sa, sono influenzabili dalle madri”) adombra la possibilità  di non correre (“Nel 2013 potrei non candidarmi”).
Poi ricorre al vecchio successo contro i magistrati: “La loro tesi è che la corruzione si perfeziona non quando c’è il passaggio di denaro ma quando i soldi vengono spesi. E quando anche altri giudici convergono su questa tesi, non si può negare che ci sia nella magistratura un’associazione tesa all’eversione”.
E allora cosa propone Berlusconi?
“Una Bicamerale che accerti se non ci sia nella magistratura una associazione tesa all’eversione”.
Infine il Cavaliere individua un meraviglioso modello riformista: “In Kazakhstan si danno i permessi in una settimana”.
Dal “nuovo miracolo italiano”. Al “nuovo miracolo kazaco”.
Meno male che Silvio c’è.

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’ONOREVOLE RAZZI, QUASI QUASI…SOTTOSEGRETARIO

Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile

ORE D’ANSIA PER RAZZI, LO DANNO AL GOVERNO…IL DEPUTATO EX IDV E ORA PASSATO CON LA MAGGIORANZA E’ STATO VITTIMA DI UN CLAMOROSO SCHERZO DI ALCUNI COLLEGHI

Se l’onorevole Antonio Razzi sta vivendo ore di irrefrenabile ansia lo deve al talento di alcuni deputati del Partito democratico che lo hanno proiettato — con la complicità  di esponenti berlusconiani — al governo.
Senza se e senza ma.
“Capisci Antonio, tu sei stato operaio e il tuo posto naturale, l’approdo necessario per chi come te ha restituito vita a un governo morto, è il ministero del Lavoro. Almeno sottosegretario, è chiaro!”.
Francesco Boccia, il primo burlone del Pd, tira Razzi nel mondo dorato delle poltrone. Lui ringrazia e vivamente.
Con parole quasi identiche e con un senso ancora più cameratesco dei tragitti che la vita e il caso fa compiere, Salvatore Buglio, deputato e anch’egli operaio, ma torinese e di sinistra, gli spiega che l’ora x   è praticamente scoccata.
Razzi sottosegretario. Non un sogno ma una bellissima e solida realtà .
A rendere ancora più gratificante e incredibile la pur breve esperienza trasformistica del parlamentare dell’Italia dei Valori, eletto all’estero, residente in Svizzera dove ha vissuto da operaio, giungono — secondo le più accreditate ricostruzioni — le dense felicitazioni di Andrea Martella, collega veneziano, da sempre impegnato sui temi del lavoro.
I tre lavorano ai fianchi Raffaele Fitto, il ministro degli Affari regionali, al quale chiedono un occhio di burlesco riguardo, un segno di vicinanza e qualcosa in più per il talento di Razzi.
Ciò che si conosce è la digestione veloce di Razzi di tutti quei complimenti e promesse. Prima di sinistra e adesso anche di destra.
Ogni scherzetto è bello se dura poco. Ma per colpa del Pd lo scherzetto si è fatto insidioso.
Razzi è stato chiamato, e non una volta soltanto, al telefono.
I burloni, spacciandosi per Fitto, lo hanno spronato, rassicurato, infine convinto. Insomma gli hanno spiegato che il più era fatto.
A lui sarebbe toccato solo di mettere in pratica l’ultimo tassello: andare da Angelino Alfano, il delfino, il leader in pectore del Pdl e dirgli che ogni cosa era al suo posto: . “Io sono qui, questo è il mio nuovo numero di cellulare. L’ho dato solo a Verdini”.
Il ministro Alfano non capendo ha salutato con un ok e un largo sorriso il neo acquisto, consegnandolo purtroppo alla gioia più intensa.
“Ma in questi giorni devo andare in Spagna, mi aspetta mio figlio!”. “Vai in Spagna? E se ti chiamano per giurare?”.
I burloni, sadici oltre misura, hanno spiegato che la storia parlamentare è zeppa di fermate in sartoria, nell’ultimo minuto utile.
Vestito blu, pronto all’uso.
Razzi è partito e tanti auguri. Anche a Natale ogni scherzo vale.

Antonello Caporale
(da “Piccola Italia”)

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ORA LITIGANO TRA LORO: STOP DEL PREMIER A BOSSI SUL VOTO, MA LA LEGA GLI DA’ I 30 GIORNI, SOSPETTI SU TREMONTI

Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile

BOSSI: “A GENNAIO DEVI DECIDERE”… BERLUSCONI SORPRESO DALL’INIZIATIVA DELLA LEGA CONTRO FINI: “COSTRINGE CASINI A DIFENDERLO”… SOSPETTI SU TREMONTI: “E’ LUI CHE STA SPINGENDO PER ANDARE ALLE ELEZIONI, VUOLE PRENDERE IL MIO POSTO”

Il braccio di ferro tra Berlusconi e Bossi è solo rimandato a gennaio.
Anche se il Cavaliere smentisce i retroscena che danno conto della sua crescente irritazione verso “il mio amico e alleato Umberto”, ormai tra il premier e la Lega, che spinge per andare alle urne in primavera, è guerra di nervi.
L’ultimo episodio che ha fatto saltare a Berlusconi la mosca al naso è stata la richiesta leghista di un dibattito parlamentare per sfiduciare il presidente della Camera.
Una mossa che Gianfranco Fini giudica con i suoi “soltanto demagogica”, mentre Andrea Ronchi sfida i leghisti a trovare “un solo atto che indichi una mancanza di imparzialità  del presidente della Camera”.
Non che il Cavaliere sia diventato improvvisamente amico di Fini, il fatto è che Berlusconi è stato colto alla sprovvista dall’iniziativa del Carroccio e non l’ha affatto presa bene.
“Non ne sapeva nulla”, confida Claudio Scajola.
Nel Pdl ribollono umori neri a riguardo.
E i più arrabbiati sono proprio gli uomini che credono possibile un riavvicinamento tra il Pdl e l’Udc.
“Chiedendo ora le dimissioni di Fini – spiega preoccupato Gaetano Quagliariello – si ottiene solo un risultato: costringere Casini a difendere Fini, rafforzando la prospettiva del terzo polo”.
Maurizio Gasparri è ancora più drastico: “Non mi è sembrata un’idea molto intelligente, almeno potevano aspettare la fine del dibattito al Senato”.
Ma, al di là  della tempistica, è soprattutto il modo a insospettire lo stato maggiore del Pdl.
E l’obiettivo nascosto: quello di alzare la tensione e arrivare al voto.
È vero infatti che il capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni aveva preventivamente informato Fabrizio Cicchitto dei contenuti della conferenza stampa, ma ne aveva anche ricevuto una riposta negativa: “Riflettiamoci bene, quanto meno sarebbe meglio se aspettaste la chiusura del Parlamento”.
Niente da fare, d’accordo con Bossi i leghisti sono andati avanti da soli.
A Palazzo Grazioli “l’incidente” è stato oggetto di commenti pungenti da parte del premier.
“È chiaro – si è sfogato – che vogliono portarci a votare”.
La sparata del Carroccio rischia infatti di pregiudicare l’altra operazione su cui Berlusconi si sta spendendo, quella del rientro di alcuni finiani rimasti nel Fli. “È evidente – osserva un ministro del Pdl – che molti di loro sono legati a Fini da un rapporto di lealtà  personale e se vedono attaccato il proprio leader sono costretti a schierarsi di nuovo con lui”.
Insomma, un disastro.
Che potrebbe impedire l’allargamento della maggioranza e quindi rendere impossibile la prosecuzione della legislatura.
È stato dunque questo l’oggetto della discussione serale a Palazzo Grazioli tra il premier e la prima linea della Lega.
Berlusconi ha chiesto a Bossi di “pazientare ancora”, per consentirgli di puntellare la maggioranza con nuovi ingressi.
Ma Bossi ha posto un ultimatum: “Caro Silvio, a gennaio dobbiamo decidere. O trovi i numeri oppure si va a votare”.
L’intransigenza leghista spaventa e irrita il Cavaliere. Che mantiene un buon rapporto con Bossi, ma teme che dietro il gran capo leghista si muova un regista con altri obiettivi.
Nelle conversazioni private di questi giorni il sospetto ricade sempre sul ministro dell’Economia: “È Giulio che sta pungolando Bossi per andare a votare”.
Questo stato d’animo nei confronti del ministro dell’Economia non può venire fuori in pubblico e Berlusconi è costretto ogni giorno a mordersi la lingua. Tuttavia ogni tanto qualche battutina gli scappa.
Ieri a Palazzo Chigi, tagliando un enorme panettone di fronte ai dipendenti della presidenza del Consiglio, il Cavaliere non ha resistito: “Scusate, ho qualche difficoltà . L’unico esperto di tagli oggi non è presente”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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LA LEGA CHIEDE UN DIBATTITO SU FINI? I FINIANI CHIEDANO CHE I DUE CONDANNATI BOSSI E MARONI SI DIMETTANO

Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile

LA MANOVALANZA LEGHISTA, PER CONTO DEL PARTITO DEGLI ACCATTONI, VUOLE UN DIBATTITO SUL RUOLO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA… E’ ORA CHE QUALCUNO SI CHIEDA PIUTTOSTO SE DUE CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA DALLA GIUSTIZIA ITALIANA POSSANO ESSERE MINISTRI DELLA REPUBBLICA… E IL TEST ANTIDROGA PER I MINISTRI E’ NECESSARIO

La Lega chiede con una lettera all’ufficio di presidenza della Camera, al presidente Fini e ai capigruppo, di valutare la calendarizzazione di un dibattito in Aula sul ruolo del presidente Gianfranco Fini.
Spiega il capogruppo del Carroccio Marco Reguzzoni: «le dimissioni stanno nella coscienza di ognuno, ma è necessario che almeno il Parlamento possa esprimersi», perchè «a nostro avviso andando avanti così si lede la dignità  delle istituzioni e si crea un precedente pericoloso».
La richiesta è che la questione venga valutata già  alla riunione dei capigruppo dell’11 gennaio.
Durante la conferenza alla Camera, con i vertici del gruppo della Lega, Reguzzoni ha divulgato il testo della lettera inviata all’Ufficio di presidenza. «Sappiamo che non ci potrà  essere un voto perchè non è previsto dal regolamento – ha spiegato il presidente dei deputati del Carroccio – ma riteniamo giusto che almeno ci si possa esprimere».
Sono tre, in particolare, i comportamenti di Fini che la Lega stigmatizza: «Non era mai accaduto che un presidente della Camera chiamasse nel suo studio parlamentari per convincerli a votare una mozione di sfiducia nei confronti del governo; che ministri e sottosegretari rimettessero il loro mandato nella mani di un presidente della Camera, che un presidente della Camera chiedesse le dimissioni del presidente del Consiglio davanti alle telecamere e convocando i giornalisti prima che si svolgesse il dibattito in aula”.
Forse al capogruppo lecchino di Varese, arrivato a quel posto dopo ampie lotte interne e protetto dal cerchio magico di donna Manuela, sfugge un dettaglio.
Una delle due presidenze istituzionali, prima dell’avvento di Berlusconi, per decenni è sempre stato affidato a un esponente della minoranza che come tale, fermo restando l’imparzialità  nel’esercizio delle sue funzioni, faceva tranquillamente politica di partito.
Fini è sempre stato imparziale nella gestione dei lavori, riceve chi gli pare e chiede le dimissioni di chi gli pare in quanto capo di un partito.
Fossimo in lui, aggiungeremmo che avrebbe diritto anche a dare due calci nel culo a chi pare, fuori dalla Camera.
Soprattutto ai cialtroni pregiudicati.
Sarebbe invece opportuno che il Parlamento avviasse un dibattito se sia compatibile che due   condannati in via definitiva per resistenza a pubblico ufficiale e finanziamento illecito al partito possano ricoprire il ruolo di ministri.
E invitiamo anche una volta per tutte la presidenza della Camera a rendere obbligatorio il test antidroga almeno per i ministri, se non per i parlamentari.
Sarebbe certamente incompatibile la carica di un dicastero con l’uso di sostanze stupefacenti.

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LA PRESTIGIACOMO SBATTE LA PORTA: DONNE SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI

Dicembre 23rd, 2010 Riccardo Fucile

LE DONNE DEL CAPO NON OBBEDISCONO PIU’ PERCHE’ SENTONO CHE IL CAPO NON COMANDA PIU’: E’ IL SINTOMO DELLA DISSOLUZIONE E DELLA FINE DI UN CICLO POLITICO

Il caos delle Libertà  sembra un film di Pedro Almodovar.
Gli manca quel tocco leggero di “pietas” che il regista di Ciudad Real è riuscito a mettere nei suoi lavori più commoventi (da “Tutto su mia madre” a “Parla con lei”). Ma per il resto gli ingredienti ci sono tutti.
Prima l’affondo di Veronica Lario in Berlusconi, sul “ciarpame politico” delle veline candidate alle elezioni del 2008, “offerte come vergini al drago”: una deriva che costrinse la moglie del premier a chiedere il divorzio.
Poi la stagione delle minorenni e delle escort, tra Noemi Letizia, Patrizia D’Addario e Ruby Rubacuori, che espose il premier ai velenosi report riservati dell’Ambasciata americana e pubblicizzati da WikiLeaks: un “uomo debole e stanco”, troppo impegnato nei “festini privati” per occuparsi della cosa pubblica.
Poi lo strappo di Mara Carfagna (dimissionaria da tutti gli incarichi previa denuncia della metamorfosi del Pdl da partito del popolo a “comitato d’affari”), ricomposto a fatica dal Cavaliere in cambio di un po’ più di agibilità  politica nella Campania di Cosentino.
Poi la lite delle comari tra la stessa Carfagna (accusata di “flirtare” con il nemico futurista Italo Bocchino e immortalata con mms rubato a Montecitorio) e Alessandra Mussolini (debitamente ripagata con un sonoro “vajassa”, l’epiteto più classico del basso partenopeo).
Poi, ancora l’accusa di Barbara Lario in Berlusconi alla stessa Carfagna, “l’ultima che si deve lamentare”, essendo transitata senza colpo ferire “dai Telegatti a ministra”.
Poi Rosy Mauro, che da vicepresidente del Senato incappa in un clamoroso “fallo di confusione”, approvando di testa sua gli emendamenti al ddl Gelmini sull’Università  senza farli votare da un emiciclo di Palazzo Madama, nel frattempo trasformato nel solito bivacco di manipoli.
Infine, l’ultima rottura: molla anche Stefania Prestigiacomo, ministra dell’Ambiente che dice (anche lei) di “non riconoscersi più nel Partito del popolo delle Libertà “.
E annuncia (anche lei) il trasloco nel Gruppo Misto, che di questo passo, tra transfughi dell’una e dell’altra parte, diventerà  il primo partito del Parlamento italiano.
“Donne sull’orlo di una crisi di nervi”.
È il minimo che si possa dire, della nutrita e colorita “quota rosa” che anima la vita politica, notturna e diurna, di questo centrodestra.
Ma sarebbe un gioco fin troppo facile limitare l’analisi al problema (pur drammaticamente e statisticamente rilevante) della convivenza della componente femminile in un partito machista e sessista come quello berlusconiano.
Qui c’è di più.
La diaspora “di genere” che si è aperta dentro il Pdl è il sintomo più oggettivo e vistoso della dissoluzione finale di un ciclo politico.
Le donne del Capo non obbediscono più, perchè sentono che il Capo non comanda più.
Il Cavaliere non è uscito da trionfatore, dall’ordalia parlamentare del 14 dicembre.
È uscito da sopravvissuto.
E non alla testa di un “governo di legislatura”, ma alla coda di un “governo della non sfiducia”.
Un Andreotti qualsiasi, senza l’ambizione del disegno politico che, nel bene o nel male, resse per quasi un biennio quell’esperienza del 1976.
Il “divorzio” della Prestigiacomo certifica questo decadimento progressivo, che ci accompagnerà  almeno fino all’11 gennaio, quando cadrà  l’unico appuntamento che sta davvero a cuore al presidente del Consiglio: la decisione della Consulta sul legittimo impedimento.
Fino ad allora, sarà  “caos calmo”, per usare un’altra metafora cinematografica.
Poi, a seconda di quello che decideranno gli ermellini della Corte costituzionale, può succedere di tutto.
Chi non ricorda il finale del “Caimano” di Nanni Moretti, se lo vada a riguardare.
È ancora cinema.
Ma non lo è forse anche quello che stiamo vedendo ogni giorno?

Massimo Giannini
(da “Polis- Repubblica“)

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CHI HA SALVATO CALDEROLI? I FINIANI E L’UDC SI ASTENGONO, A SINISTRA ERANO ASSENTI IN CINQUANTA

Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

NON PASSA LA MOZIONE DI SFIDUCIA CONTRO CALDEROLI, ACCUSATO DI AVER FATTO PASSARE CON UN SOTTERFUGIO LA NORMA SALVA CAMICE VERDI.. ERA STATO ABROGATO UN REATO PER SALVARE 33 LEGHISTI SOTTO PROCESSO… I FINIANI HANNO PERSO UNA GRANDE OCCASIONE PER RIMARCARE LA LORO DIVERSITA’, SALVANDO DI FATTO IL RESPONSABILE DI UNA OPERAZIONE VERGOGNOSA…E A SINISTRA LE COSE NON VANNO MEGLIO

L’Aula della Camera ha respinto la mozione di sfiducia presentata dall’Italia dei valori nei confronti del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli.
La mozione è stata bocciata con 188 sì, 293 no e 64 astenuti.
A favore della mozione hanno votato l’Idv e il Pd; Udc e Fli si sono astenuti.
Il governo era al gran completo in Aula: il banco ad esso riservato nell’Emiciclo era gremito di ministri e sottosegretari, precettati per l’occasione.
Quando la vicepresidente Rosy Bindi ha letto l’esito della votazione si è levato un applauso dai banchi del centrodestra.
I dipietristi accusavano di aver mentito «con premeditazione» al Parlamento sulla cosiddetta norma «salva-camicie verdi», sostenendo che il titolare alla Semplificazione normativa l’ha fatta abrogare con un sotterfugio.
Il ministro ha replicato spiegando che la scelta di abrogare il reato di associazione militare di stampo politico – per il quale sono sotto processo 36 camicie verdi – «risponde a una scelta effettuata dal comitato tecnico incaricato della redazione dello schema di codice dell’ordinamento militare».
Ricostruiamo i fatti.
Il 3 ottobre il ministro della Difesa, attraverso il portavoce, rilascia una nota stampa nella quale dice che l’inserimento del reato di associazione militare tra quelli da abrogare è un errore materiale e che il suo ministero si attiverà  immediatamente per ottenere la rettifica in Gazzetta Ufficiale.
A quel punto l’Idv nella stessa data presenta una richiesta di rettifica, ma arriva l’8 ottobre e il governo non fa nessuna rettifica, per cui la norma entra in vigore e il reato viene abrogato.
Il consigliere Vito Poli, con un documento ufficiale del Consiglio di Stato, fa sapere che nel testo licenziato dalla commissione scientifica da lui presieduta questo reato non c’era, è stato inserito dopo al ministero della Semplificazione. Quindi una manina lesta lo ha inserito in un secondo tempo.
“E’ una vera ‘porcata ministeriale’ – denunciò l’Idv che ha presentato anche un esposto alla magistratura – Calderoli ha mentito al Parlamento e agli italiani in diretta tv durante il question time alla Camera ed è probabilmente lui la ‘manina’ o l’ispiratore della manina che ha inserito il provvedimento nel testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e che poi ha bloccato la rettifica che era stata proposta dal ministero della Difesa”.
Proprio in ragione della mancata rettifica e, quindi, del cosiddetto ‘favor rei’, i leghisti che avevano in corso un processo a Verona “la faranno franca, alla faccia dell’art. 18 della Costituzione che proibisce le associazioni che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.
Secco il commento del presidente Idv, Antonio Di Pietro: “Non è vero che le leggi ad personam vengano fatte e servano soltanto al presidente del Consiglio, sono fatte e servono anche alla Lega. C’è una vera ‘coalizione a delinquere’ che ha inventato un nuovo sistema per agire: la via legislativa”.
Ritorniamo al voto di oggi.
L’Idv accusa il Terzo polo di aver tenuto un atteggiamento «pilatesco» con l’astensione.
«Il Terzo polo, dopo aver condiviso tutte le nostre censure al ministro Calderoli, si è pilatescamente e contraddittoriamente astenuto».
Ci preme qua esprimere tre tipi di considerazioni.
In primo luogo Futuro e Libertà  non può parlare di legalità  e poi astenersi su un fatto gravissimo come l’operazione, compiuta da Calderoli, di sottrarre degli imputati a un regolare processo.
Il fatto era così evidente che in altri Paesi avrebbe portato alle immediate dimissioni di un ministro.
In secondo luogo o Fli si mette in testa di diventare al nord l’anti-Lega per retaggio storico e culturale, incalzando la feccia razzista e denunciando gli intrallazzi della “padagna del magna magna”, o è inutile sperare di raccogliere consensi .
In terzo luogo basta fare due conti per evidenziare un fatto.
Calderoli ha avuto 293 voti a favore contro i 314 della fiducia al governo: quindi ha perso 11 voti per strada e sarebbe stato battibile.
Contro Calderoli hanno votato in 188 deputati che anche sommati ai 64 astenuti di Fli, Udc, Mpa e Ad avrebbe portato il totale a 262   rispetto ai 311 della sfiducia al governo.
Non sarebbe servito a nulla in ogni caso anche un negativo voto del Terzo polo.
Vuol dire che ben 49 deputati dell’opposizione di sinistra erano assenti e in cocca coi leghisti.
Di Pietro dovrebbe prendersela con loro e guardarsi in casa: a qualcuno evidentemente fa comodo fare favori alla Lega.
Poi nessuno si lamenti se la Lega sta portando il Paese allo sfascio.

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IL PDL NASCONDE I CANDIDATI SPORCHI: BARRICATE SUI NOMI DELLA LISTA PISANU

Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

IL CODICE DI AUTOREGOLAMENTAZIONE IMPEGNA I PARTITI A NON CANDIDARE ALLE AMMINISTRATIVE INQUISITI O CONDANNATI PER DETERMINATI REATI, MA LA LISTA DEGLI INDEGNI ( CIRCA 50) E’ TUTTORA SEGRETATA… LA FINIANA ANGELA NAPOLI: “IN COMMISSIONE ANTIMAFIA IL PDL SI STA OPPONENDO CON TUTTE LE SUE FORZE ALLA PUBBLICAZIONE DEI NOMI”

“Santi Zappalà  è in buona compagnia. Il consigliere regionale della Calabria, arrestato ieri perchè accusato di rapporti con la ‘ndrangheta, è stato candidato (ed eletto) nelle liste del Pdl in violazione del Codice di autoregolamentazione della Commissione Antimafia.
La lista degli “indegni”, come li chiamò lo scorso 12 ottobre lo stesso presidente dell’Antimafia, è pronta (le Prefetture inadempienti, circa 30 due mesi fa, hanno risposto all’appello di Pisanu consegnando i dati di loro competenza) ma non è detto che sia resa pubblica.
Il codice di autoregolamentazione, approvato nel 2007, impegna le forze politiche a non candidare alle elezioni amministrative (per le politiche vale tutto o quasi) “coloro nei cui confronti sia stato emesso decreto che dispone     il giudizio o misura cautelare non annullata (…) o che si trovino in stato di latitanza o di esecuzione di pene detentive o condannati con sentenza anche non definitiva” e vale per i delitti di associazione e concorso in associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, e traffico illecito di rifiuti.
In compagnia di Zappalà  ci dovrebbero essere almeno quaranta candidati (non tutti eletti), equamente distribuiti lungo lo Stivale e politicamente     trasversali, con una percettibile preferenza per il centro-destra, anche se molti dei candidati si sono presentati con liste civiche o liste civetta la cui collocazione è talvolta di difficile collocazione.
Secondo Walter Veltroni, membro dell’Antimafia, “alla ripresa dei lavori della
Commissione la lista sarà  consegnata ai presidenti di Camera e Senato e varrà  resa pubblica. C’è già  un accordo con il presidente Beppe Pisanu”. Meno ottimista Fabio Granata (Fli), che della Commissione è vicepresidente: “È una decisione che spetta all’Ufficio di Presidenza che in genere delibera all’unanimità . Noi e la sinistra abbiamo chiesto che la lista sia resa pubblica al più presto, ma il Pdl crediamo che si opporrà . Quello che emerge dalle ultime inchieste della magistratura è un quadro gravissimo e allarmante di soggetti indegni che il Parlamento e l’opinione pubblica devono conoscere, e della cui candidatura i partiti devono assumersi la grave responsabilità ”.
La sua collega di partito Angela Napoli conferma: “In Ufficio di Presidenza il Pdl si sta opponendo con tutte le sue forze alla pubblicazione della lista”. Dello stesso parere Laura Garavini del Pd: “Contiamo che a gennaio i nomi vengano resi noti, ma dubito che ci sarà  l’unanimità ”.
Beppe Pisanu, per il momento, non si pronuncia.
Secondo Fabio Granata sarebbe sua ferma intenzione dare corso alla pubblicazione dei nomi, ma le delibere dell’Ufficio di Presidenza della Commissione Antimafia sono tradizionalmente adottate all’unanimità  e il muro opposto dal Pdl rischia di tenere nascosto il tutto.
Come detto, nella black list ci sarebbero una quarantina di persone, ma c’è chi parla di centinaia: “Ci sono state fughe di notizie – dichiara Garavini – che parlano di centinaia di nomi, ma questo è dovuto al fatto che molte prefetture hanno segnalato anche fattispecie di reato non previste nel Codice dell’Antimafia”.
Insomma un esercito nemmeno troppo piccolo; e se pure qualche prefettura è stata troppo zelante, sempre di reati si tratta.
Le “fughe di notizie”, che poi fughe non sono, perchè a livello locale le liste degli “impresentabili” sono spesso ben note, annoverano esponenti di spicco di molte amministrazioni regionali un po’ in tutta Italia.
In Campania, per esempio – come ha ricordato Sergio Rizzo sul Corriere della Sera – c’è il consigliere regionale Pietro Diodato del Pdl, presidente di Commissione nonostante un’interdizione dai pubblici uffici di cinque anni a causa di una condanna definitiva a un anno e mezzo rimediata per i disordini nei seggi elettorali nel 2001.
O l’ex Margherita Roberto Conte, condannato in primo grado per concorso esterno in associazione camorristica ugualmente candidato nonostante l’opposizione dell’attuale presidente Caldoro.
La Calabria, all’onore delle cronache, annovera tra i candidati alle regionali del marzo 2010 Tommaso Signorelli, ex Pd messo in lista dalla lista di centrodestra Socialisti Uniti, arrestato nel 2008 in quanto assessore del comune di Amantea, sciolto per infiltrazioni mafiose.
Tuttavia l’elenco degli “indegni” non è certo questione circoscritta alle regioni del Sud.
Una cosa è certa: per candidarsi alle elezioni comunali, regionali e circoscrizionali è necessario – almeno formalmente – aderire al Codice di autoregolamentazione dell’Antimafia.
Per ambire a un seggio in Parlamento (con buone probabilità  di essere eletti) la fedina penale pulita è una questione al massimo di bon-ton.
Un analogo codice per le politiche, infatti, non esiste.
La proposta di legge per il “Parlamento pulito”, promossa da Beppe Grillo che ha raccolto 350 firme, giace in un cassetto del Senato.

Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA LEGHISTA ROSI MAURO E LA POLITICA DEL CINEPANETTONE

Dicembre 22nd, 2010 Riccardo Fucile

LO SHOW AL SENATO DELLA BADANTE DI BOSSI PER CONTO MANUELA…PIU’ MASSAIA RURALE ADATTA A GOVERNARE I CONIGLI CHE IL SENATO, PIU’ FURIA CHE SAGGEZZA, IERI HA RISCHIATO DI FAR SALTARE LA RIFORMA DELL’UNIVERSITA’

Il Senato affidato alla matriarca leghista Rosi Mauro “è la pucchiacchia in mano a creatura”.
E’ la sceneggiata, in mezza giornata già  un cult di youtube, sul contrasto tra la più sofisticata macchina procedurale e le maniere sbrigative di una volitiva massaia rurale che ha cercato di governare il Senato con la stessa sapienza con cui si governano e si cucinano i conigli.
Ma è anche uno dei momenti probabilmente più maschilisti del nostro Parlamento.
Un maschilismo innocuo ma inesorabile, da cinepanettone, dove gli amici di partito ridacchiano e la sfottono, mentre gli avversari le fanno “buu” come fosse Balotelli.
E intanto la leghista colpisce l’aria con una penna che sembra un matterello, “eh no, colleghi” ripete, poi grida “vergogna”, e sempre agita le braccia e si capisce che vorrebbe far partire tanti sganassoni con le sue grandi mani, mani di fatica, rosse e nodose, con il cerchio all’anulare.
Ma non può farlo e dunque accelera, è presa dalle vampe, mette ai voti un emendamento prima ancora che il precedente sia stato votato, approva e respinge senza guardare e senza capire e finisce per dichiarare approvato anche un emendamento bocciato: era dell’opposizione, di Vincenzo Vita, l’esperto di editoria del Pd, il quale comunque festeggia perchè raramente gli è capitato di essere approvato.
E sempre la presidente ignora il funzionario che elegante e discreto le sta accanto e prova a fermarla o magari solo a calmarla protendendo, per una trentina di volte, una mano inutilmente soccorrevole, “piano, si freni, non corra così”.
Ma Rosi non lo guarda neppure, solo per un momento gli lancia una di quelle occhiatacce che solitamente riserva alle donne che si avvicinano troppo a Bossi, perchè è questo, raccontano i leghisti, l’incarico che ha ricevuto dalla signora Manuela, proteggere non l’esuberanza ma la salute dell’Umberto, e dunque Rosi lo governa, presiede gli incontri come ieri presiedeva il Senato, lo maneggia, lo trasloca, lo guida, lo comanda e mette pure a posto il colletto del “trota”.
E sono tempi, questi, in cui gli occhi di Bossi diventano facilmente lucidi e perciò ci vuole subito la ruvidezza di Rosi e allora Bossi cammina verso di lei come verso un rifugio.
Ma in Senato no, ci vogliono competenze, si fanno mille alambicchi, e ci sono i vecchi e i costituzionalisti, e anche i cronisti sono più sapienti che altrove: è il tempio dell’alchimia…
Attenzione però: non perchè è leghista, Rosi non è all’altezza.
Quel mattacchione di Calderoli, per dire, presiedette con efficace sobrietà , inaspettata in un’estremista spudorato e, per molti di noi, anche razzista.
Il punto è che quel mondo, dove puoi anche arrivare con moltissimi voti, pretende una crescita, richiede una gavetta, e poi continenza e soprattutto studio delle procedure, non si possono assegnare soltanto con il “cencelli” funzioni così speciali come la vicepresidenza del Senato.
E le competenze si possono acquisire, come Rosi tutela il corpo di Bossi i funzionari tutelano la testa dei presidenti, e dunque bisogna attrezzarsi, imparare sul campo perchè, dice il proverbio, è lo stesso morto che insegna a piangere.
La morale, se davvero ce n’è una, è tutta nel contrasto tra il donnone bruno con sul petto il fiore verde da matrimonio paesano e quel funzionario aguzzo e sull’attenti, lei è quadrata e nocchiuta e lui è lieve e sicuro, stanno vicini ma sono lontanissimi, persino fisicamente sono l’uno l’opposto dell’altra, lei con quella chioma folta che si perde in svolazzi e lui con la stempiatura che mette in rilievo le forme distese e i lineamenti di un moderato.
E non c’è rapporto possibile tra loro, ed è persino ovvio che lui non riesca neppure a farsi notare perchè la signora crede solo nell’energia naturale, è la furia che non vede la saggezza, lei è in preda alle smanie e lui rimane pacato, come tutti i funzionari parlamentari ha vinto un concorso difficile, è uno degli uomini di grande dottrina e di infinita pazienza che hanno visto e sperimentato di tutto, e da bravo marinaio si è accorto subito che questa capitana non distingue la rada e il mare aperto.
È così che una della più spiritose parlamentari italiane è diventata su youtube la donna al volante delle barzellette, l’imbranata che imbottigliata nel traffico perde la testa e… via con l’acceleratore, poi il freno e poi di nuovo l’acceleratore, ma non riesce più a ingranare la marcia e qualsiasi cosa fa peggiora la sua situazione, finchè la frizione si brucia e la macchina si ferma, mentre tutti suonano, e qualcuno grida e inveisce e i guidatori maschi e gradassi si accaniscono sul genere femminile…: “Buu”.
Un giorno su questa politica che sempre più finisce su youtube, da Scilipoti alla signora Mauro al povero Bondi che è riuscito anche a votare per il collega assente (un altro “caso umano”?) si scriveranno saggi, sicuramente diventeranno documenti d’epoca.
In passato queste immagini sarebbero finite a Striscia la notizia, oggi c’è youtube che è la curva sud di Internet così come la politica è il nuovo stadio d’Italia.

Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)

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