Destra di Popolo.net

I RIBELLI PDL SALGONO A VENTI, GOVERNO SENZA PIU’ MAGGIORANZA

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

SAREBBE GIA’ PRONTO IL GRUPPO AUTONOMO ALLA CAMERA… SE SI REALIZZA PER BERLUSCONI E’ LA FINE…IL TERZO POLO PER UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE CHE AFFRONTI L’EMERGENZA

I ribelli, finora, hanno viaggiato in ordine sparso.
Adesso vogliono offrire la prova di forza finale contro Berlusconi: un gruppo parlamentare da costituire tra domani e dopodomani.
Venti deputati che si uniscono sotto la stessa sigla per chiedere al premier di lasciare mandando in frantumi la maggioranza.
Si potrebbe chiamare, fantasticando, “PI”: il gruppo del “passo indietro”. Giustina Destro, che si è sfilata dal Pdl qualche giorno fa, lo annuncia senza esitazioni: “Siamo pronti”.
Nomi e cognomi sono nel taccuino di chi sta organizzando il dissenso.
Alcuni già  noti, ma non sufficienti per avere un proprio spazio autonomo alla Camera.
Quelli tenuti coperti però fanno schizzare all’insù le adesioni e gettano nel panico Denis Verdini e gli altri reclutatori del Pdl.
I firmatari della lettera che ha messo in mora il premier mercoledì scorso costituiscono il nucleo chiave del gruppo.
Sono Roberto Antonione, Fabio Gava, la Destro, Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio e Giancarlo Pittelli.
Nessuno di loro si è mosso, nessuno ha ceduto ai ripensamenti.
A questa pattuglia bisogna aggiungere Giuliano Cazzola e Giancarlo Mazzuca. Bolognesi, il primo ex sindacalista il secondo ex direttore del Resto del Carlino. Sono in sofferenza e non lo nascondono.
Credono a un nuovo governo Pdl-Lega ma senza Berlusconi.
Sponsorizzano l’ipotesi Letta. Aspettano, trepidano.
Potrebbero votare il Rendiconto e poi salutare la baracca governativa.
Vacilla un fedelissimo della maggioranza come Pippo Gianni. Il suo partito, il Pid, è stato il più premiato dopo il 14 dicembre con l’assegnazione di un ministero a Saverio Romano nonostante i guai giudiziari.
Eppure Gianni non si nasconde e mette nero su bianco il suo disagio.
Siamo a quota 9, lontani dalla meta.
I riflettori adesso sono puntati sulla improvvisa defezione di tre responsabili. Giovedì hanno lasciato Popolo e Territorio, il gruppo di Silvano Moffa, Arturo Iannacone, Elio Belcastro e Americo Porfidia.
Sono passati al gruppo Misto garantendo la fiducia all’esecutivo.
Ma la loro può essere solo una tappa di avvicinamento alla sfiducia.
Si era parlato di dissidi con il capogruppo, cosucce personali da risolvere con una bella chiacchierata. Non è così.
Giustina Destro conteggia anche i tre. Ieri i ribelli consideravano conquistata alla causa anche l’ex olimpionica Manuela Di Centa.
Lei smentisce con decisione: “Farò quello che mi dice di fare Berlusconi”. Eppure il nome compare nel taccuino di Antonione, friulano come lei.
Manca lo sprint decisivo.
Michele Pisacane e Antonio Milo hanno già  tenuto Berlusconi con il fiato sospeso durante il voto di fiducia del 14 ottobre.
Pisacane creò ad arte un po’ di suspence entrando per ultimo nell’aula di Montecitorio. Il loro disagio però è sempre presente.
E può portare il gruppo del dissenso a 15 deputati.
Ma Cicchitto, Verdini e Alfano sanno che sono molti di più i parlamentari pronti alla fuga.
E l’approdo in un gruppo autonomo è sicuramente più appetibile di una frammentazione nei gruppuscoli del maldipancia che si sono formati in queste ultime settimane.
Questi movimenti nella maggioranza vengono seguiti e spinti dai sostenitori dell’esecutivo di emergenza.
Gianfranco Fini manda un messaggio al premier: “Se lascia può scegliere lui il successore”.
E Pier Ferdinando Casini garantisce un futuro a chi pensa al dopo Silvio: “In questo momento serve un armistizio tra tutte le forze politiche, non le elezioni anticipate”.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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LETTA, ALFANO E VERDINI UNITI: “SILVIO, LA MAGGIORANZA NON C’E’ PIU'”

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

DRAMMATICO VERTICE A PALAZZO GRAZIOLI: “MEGLIO FARE SUBITO UN PASSO INDIETRO”… MA IL PREMIER NON MOLLA LA POLTRONA, MARTEDI’ IL GIORNO DECISIVO…SPUNTA UN NUOVO ESECUTIVO

Alle otto di sera, nel salotto di palazzo Grazioli, la bandiera bianca viene alzata dall’ultimo uomo da cui il Cavaliere si aspetterebbe il colpo: Gianni Letta.
“Silvio, i numeri sono questi, forse è arrivato il momento di farsene una ragione”. Berlusconi è stanco, fissa i suoi interlocutori.
Ha davanti a sè Denis Verdini, Letta, Angelino Alfano e Paolo Bonaiuti.
Li guarda senza davvero capire quello che gli stanno dicendo. È finita.
Ha passato la notte precedente a trattare con Obama e Sarkozy, ora gli stanno dicendo che la fine della sua stagione politica è stata decisa da Stracquadanio e Bertolini.
Ma è così.
Denis Verdini, l’uomo che ha garantito nell’ombra tutte le trattative con i parlamentari, stavolta ammette che i numeri non ci sono più.
Se si votasse domani sul rendiconto dello Stato i numeri si fermerebbero a 306 deputati.
Ma il coordinatore stavolta è anche più pessimista: oltre a quelli che sono già  andati via c’è anche un’altra area di dissenso, un’area grigia di una quindicina di deputati pronti a staccarsi dalla maggioranza, portando così la conta finale a 300. Sarebbe la fine.
Sono ore drammatiche, il premier incassa questi numeri ma non ci sta. Si ribella, alza la voce. E prova a resistere.
“Non ci credo. Li chiamerò uno ad uno personalmente. È tutta gente mia, mi devono guardare negli occhi e dirmi che mi vogliono tradire. Io lo so che sono arrabbiati, è gente frustrata, si rompono le palle a pigiare tutti i giorni un pulsante, ma non hanno un disegno politico. Ci parlerò”.
Verdini e Alfano non condividono l’ottimismo del Cavaliere e stavolta non hanno paura a dirlo: “Ci abbiamo già  parlato noi, è stato inutile”.
Berlusconi li ascolta, a volte sospira e sembra rendersi conto della gravità  della situazione.
Per la prima volta le sue certezze traballano, inizia a prendere in considerazione l’impensabile.
“Io potrei anche lasciare il posto a qualcun altro, come dite voi. Se vedessi un nuovo governo potrei fare un passo indietro, il problema è che non lo vedo”. E tuttavia i suoi uomini insistono.
La pressione per allargare la maggioranza all’Udc è sempre più forte.
Nel governo, nella componente dei forzisti, ormai è un coro. E non resta molto tempo, le lancette corrono veloci.
Martedì si voterà  il Rendiconto dello Stato, poi probabilmente partirà  una mozione di sfiducia.
A quel punto sarà  troppo tardi.
Così, nella lunga notte di palazzo Grazioli, viene elaborata una strategia per affrontare i prossimi passaggi.
Prendendo in considerazione i numeri ma anche l’insistenza del Cavaliere nel provare a resistere. Viene studiato un possibile atterraggio morbido.
Da oggi a lunedì Berlusconi farà  le sue telefonate ai ribelli e le sue convocazioni.
Prima del voto alla Camera verrà  fatto un ultimo controllo, un check nome per nome, tracciando il bilancio definitivo.
Sarà  in quel momento che verrà  presa la decisione finale perchè, se i numeri saranno ancora negativi, al Cavaliere hanno consigliato di andarsi a dimettere senza passare per un voto di sfiducia.
“Possiamo anche andare allo scontro – gli hanno spiegato Alfano e Letta – ma se perdiamo, e stavolta è probabile che perdiamo, la palla passa agli altri. A quel punto possiamo solo subire”.
Al contrario, se Berlusconi si decidesse a pilotare il passaggio con delle dimissioni volontarie, continuerebbe a essere il regista dell’operazione. Spianando così la strada a un nuovo governo, a maggioranza Pdl, a cui il Terzo polo non potrebbe dire di no.
Un governo guidato da Gianni Letta o Mario Monti.
A quel punto la vera incognita sarebbe la Lega. Anche di questo si è discusso a via del Plebiscito, ipotizzando che Roberto Maroni possa restare al Viminale.
La strada del voto anticipato, il mantra ripetuto fino a ieri da Berlusconi e dallo stato maggiore del Pdl fin dentro lo studio del capo dello Stato, non viene nemmeno preso in considerazione.
Serve alla propaganda, ma i sondaggi sono impietosi.
Per il Pdl andare alle urne in questa situazione sarebbe un naufragio rovinoso.
Al contrario, nel caso il Cavaliere accettasse di favorire il passaggio a un governo diverso, per il centrodestra si aprirebbero opportunità  vantaggiose. “Con Gianni Letta a palazzo Chigi – hanno spiegato al premier – allarghiamo l’alleanza a Casini e possiamo decidere noi se andare al voto tra sei mesi o tra un anno. Quando ci conviene di più”.
Ma anche se Napolitano incaricasse Mario Monti per un governo di “salvezza nazionale”, con una dura agenda di sacrifici – quella tracciata ieri a Cannes con l’Ue e il Fondo monetario – per il Pdl e Berlusconi ci sarebbero vantaggi. “Avremmo tutto il tempo di riorganizzarci e preparare la candidatura di Alfano nel 2013”.
Inoltre si alleggerirebbe la responsabilità  per il micidiali tagli che dovranno essere approvati.
E resterebbe solo Mario Monti come artefice della purga.
Altre strade, nonostante Berlusconi resista, non ci sono.
“Oggi siamo a 306, ma potremmo finire a 300”, gli hanno ripetuto in coro. L’unica incognita a questo punto resta la data dell’attacco che sarà  scelta dall’opposizione.
C’è chi pensa martedì, chi punta alla settimana successiva.
Tra il Pd e l’Udc su questo punto non c’è identità  di vedute. Bersani vorrebbe assestare subito il colpo, sul Rendiconto dello Stato (lasciando che ad approvarlo sia un nuovo governo).
Al contrario Pier Ferdinando Casini ormai è convinto che la partita sia già  vinta.
E tanto vale far passare il Rendiconto con un’astensione, portando l’assalto finale qualche giorno più tardi.
Sempre che Berlusconi, come lo imploravano ieri i suoi, non decida di anticiparli e gettare la spugna da solo.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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GOVERNO CON IL FIATO SOSPESO E I RADICALI NICCHIANO

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

OGGI PER I RADICALI E’ “IMPROBABILE LA NOSTRA FIDUCIA”, DOMANI CHISSA’… AUMENTANO I DISTINGUO NELLA MAGGIORANZA

“Non so quanti giorni o settimane ha davanti il governo. Di certo una maggioranza che si regge su pochi voti non può andare avanti molto”.
Guido Crosetto sintetizza così lo stato di salute dell’esecutivo. Lo fa mentre a Palazzo Chigi si fa la conta dei voti in vista della prossima fiducia sul maxi emendamento alla legge di stabilità  con le misure anti-crisi e con l’ansia di nuove defezioni che cresce.
E che l’allarme in casa Pdl sia davvero ai massimi livelli lo confermano le parole di Maurizio Sacconi. “Per quanto riguarda il maxi emendamento che sarà  varato dal governo contro la crisi è meglio non parlare al momento di ricorso al voto di fiducia”, ha detto il ministro del Lavoro.
“Di fiducia in questo momento non si deve parlare – ha precisato – perchè l’auspicio è che quel maxiemendamento sia valutato senza pregiudizio”.
“Mi auguro – ha aggiunto il ministro – che nella commissione parlamentare vi sia un esame oggettivo per quelle misure fondamentali per la nostra economia e che non vi siano posizioni ostruzionistiche e pregiudiziali”.
Berlusconi vede materializzarsi quota 314, ovvero la perdita della maggioranza assoluta in aula alla Camera.
Senza contare i frondisti scajoliani e l’area dei “dissidenti” (Roberto Antonione, Isabella Bertolini, Giancarlo Pittelli e Giorgio Stracquadanio), firmatari della lettera che chiede al premier di promuovere un nuovo esecutivo.
E alla lista degli indecisi si aggiunge anche il Pri di Francesco Nucara: “Ci riserviamo di votare la fiducia al governo solo sulla base dei contenuti che saranno presentati alle Camere”.
Oscillante, invece, l’atteggiamento dei sei deputati radicali, eletti nel centrosinistra e da tempo in rotta di collisione con il Pd: “Se il governo si dovesse presentare con un emendamento che contiene la traduzione legislativa di tutti i punti contenuti nella lettera del governo all’Europa, la domanda è un’altra: perchè mai non dovremmo votarlo?” dice Rita Bernardini.
Ma Silvio Viale frena: “Una cosa è valutare le proposte e i provvedimenti nel merito ed eventualmente votarli, altra cosa è dare la fiducia al governo”.
“Il 90 per cento corrisponde a grandi linee ai nostri referendum di 15 anni fa”, sottolinea Maurizio Turco, ma “noi siamo all’opposizione e non voteremo al fiducia al governo”.
Nel frattempo il governo mostra tutte le tensioni che lo agitano. “Un passo indietro di Berlusconi andrebbe fatto – dice il deputato del Pdl Giancarlo Mazzuca – se è per il bene del Paese, perchè l’importante è quello, oggi è in gioco il Paese”.
Ma c’è anche chi prova a fare muro tirando il ballo coerenza e fedeltà : “Se Bonciani e D’Ippolito quando ci sarà  da votare voteranno contro, saranno degli irresponsabili” attacca Stefano Saglia, sottosegretario allo sviluppo economico con delega all’energia. Mentre Sandro Bondi rimanda al mittente la proposta di Pier Ferdinando Casini di un governo dalle large intese (e senza Berlusconi):
“Casini dispiega tutta l’arte della lusinga e della dissimulazione nei confronti del Pdl. Casini, al pari di Bersani, sa bene che un governo di larghe intese non è fra le cose possibili, e nasconde semplicemente l’obiettivo di diventare l’ago della bilancia nella prossima legislatura”.
Rincara la dose Osvaldo Napoli: “Il governo se deve cadere è bene che cada in Parlamento. Le crisi extraparlamentari non si addicono a questo tempo nè alla virulenza di questa crisi”.
Disco rosso anche dal ministro Ignazio La Russa: “Non c’è bisogno di fare ammucchiate, governi di larghe maggioranze, basterebbe che per qualche mese ciascuno, a partire dalla maggioranza, facesse il proprio dovere, avendo come primo obiettivo quello di affrontare e superare un momento difficile”.
Ma l’ipotesi di un esecutivo di transizione trova una certa freddezza anche nel campo dell’opposizione.
“E’ necessario andare alle urne al più presto – commenta Antonio Di Pietro – Attenti ai governi tecnici perchè una maggioranza che poi di fatto finirebbe per fare le stesse che non vogliamo faccia Berlusconi, sarebbe come cadere dalla padella alla brace”.
Il Pd, che domani chiama a raccolta i suoi militanti a Roma, dice di essere pronto “a fare la propria parte per l’emergenza” senza temere le elezioni.
“L’esecutivo ha le ore contate e non deve trascinare il paese nel baratro. Siamo, come abbiamo dimostrato in questi mesi, responsabili e pronti a un governo d’emergenza. Ma, di fronte all’irresponsabilità  di altri, non abbiamo paura delle elezioni”, conclude Ventura.

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IL PIANO DELL’OPPOSIZIONE: SALVARE I CONTI E AFFOSSARE BERLUSCONI

Novembre 4th, 2011 Riccardo Fucile

PD, UDC E FLI AVREBBERO UN PROGETTO COMUNE PER FAR CADERE IL GOVERNO GIA’ LA PROSSIMA SETTIMANA, PUR APPROVANDO I DECRETI INDISPENSABILI…DAI MALPANCISTI DEL PDL A UNA MOZIONE DI SFIDUCIA, POI ELEZIONI O UN GOVERNO TECNICO CON MONTI O LETTA

Silvio Berlusconi pensa di blindare le sorti del governo con la fiducia sul maxiemendamento, ma l’opposizione avrebbe pronto un contropiano per farlo cadere.
Un contropiano che dovrebbe cominciare a realizzarsi già  martedì, quando la Camera dovrà  votare il rendiconto generale dello Stato, provvedimento sul quale l’esecutivo era già  andato sotto qualche settimana fa.
L’approvazione è richiesta dalla Costituzione e indispensabile per la stabilità  dei conti pubblici.
Il rendiconto quindi passerà , ma — ecco la strategia di cui si parla nei corridoi romani — in modo da rendere manifesta l’inesistenza di una maggioranza di governo.
Vale a dire con il voto contrario di molti “malpancisti” del centrodestra — con le ultime defezioni i sostenitori di Berlusconi a Montecitorio precipitano pericolosamente verso i 300, insufficienti a tenere — ma con le palesi (e momentanee) stampelle offerte dall’opposizione.
A questo punto, afferma la presidente del Pd Rosy Bindi, se il presidente del Consiglio non si farà  da parte annunciando le proprie dimissioni, “ci sarà  un atto parlamentare di fronte al quale trarremo le conseguenze che noi chiediamo da tempo: o un governo di responsabilità  nazionale o le elezioni”.
Lo strumento che potrebbe essere utilizzato è una mozione di sfiducia “costruttiva” che, anche se non prevista nel nostro ordinamento, mostri la volontà  politica di mandare a casa l’esecutivo per sotituirlo immediatamente con uno nuovo in grado di varare le misure anticrisi e fare le riforme.
Ovviamente la decisione dovrebbe passare per il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si troverebbe di fronte un’alternativa già  discussa tra i partiti.
Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza come guida dell’ipotetico nuovo governo ci sono Mario Monti e Gianni Letta.
Un ruolo di primo piano in questa tessitura l’avrebbe avuto Pier Ferdinando Casini, che ha appena accolto nell’Udc i transfughi del Pdl Ida D’Ippolito Viale e Alessio Bonciani.
E starebbe lavorando su altri.
Per tutti i berlusconiani convertiti — anticipa l’agenzia Ansa — sarebbe pronta una casa comune in cui convergere, la cosiddetta Costituente dei moderati, popolari e riformisti, che a breve potrebbe costituirsi come gruppo alla Camera.
Il progetto avrebbe il pieno appoggio del presidente della Camera Gianfranco Fini, e di Fli, e del Pd, i cui leader vanno ripetendo in queste ore che il governo Berlusconi ha “le ore contate”.
L’agenzia Adn Kronos riferisce di un incontro riservato avvenuto tra Casini e il segretario del Pd Pier Luigi Bersani.
All’ordine del giorno, appunto, la strategia comune da adottare nella votazioni della prossima settimana per affondare il Cavaliere.
Per Berlusconi si profilano guai anche al Senato.
Il gruppo raccolto dall’ex ministro dell’Interno Beppe Pisanu si starebbe allargando, in più si parla di alcuni senatori piemontesi in contatto con Luca Cordero Montezemolo, e di altri ancora tentati dall’Udc.
Lamberto Dini ha manifestato la disponibilità , all’occorrenza, di proporsi come candidato a guidare una fase di transizione.
Sul maxiemendamento i senatori ‘ribelli’ — al momento se ne conterebbero una decina — potrebbero non far mancare il proprio voto.
Ma si trattarebbe di una fiducia condizionata: per ottenere il via libera sulle misure promesse all’Europa, Berlusconi dovrebbe annunciare le dimissioni in aula.
Il presidente del consiglio, però, al momento non sarebbe intenzionato a recedere.
La linea discussa con i collaboratori sarebbe quella di resistere a oltranza.
E in caso di crisi, invocare le elezioni immediate. Se invece passasse l’ipotesi di governo tecnico, il Pdl resterebbe all’opposizione.
Intanto si fa sentire un altro “frondista”, l’ex ministro Claudio Scajola, intervenuto a Porta a porta: ”Bisogna allargare la maggioranza di governo, non attraverso un golpe di palazzo. Alcuni giornali cosiddetti amici del centrodestra hanno confuso la chiarezza del dibattito politico con un attentato alla disciplina. Berlusconi non può essere allontanato dal tradimento di qualcuno. Se ritiene di poter fare questa svolta gestendo lui stesso la presidenza del Consiglio lo faccia, altrimenti si faccia da parte”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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APPALTO COMPUTER ALLA CAMERA: DIETRO LA SOCIETA’ SCHERMATA SPUNTA UN EX CORRUTTORE DI MANI PULITE

Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

GIUSEPPE BONIFACINO, ATTUALE DIRIGENTE DI TECNOINDEX SPA NEL 1993, DA DIRIGENTE DI SIEMENS NIXDORF, CORRUPPE IL SENATORE SOCIALISTA PUTIGNANO… LA SOCIETA’ CHE HA PERSO L’APPALTO DENUNCIA: “DIETRO TECNOINDEX UN GIOCO DI SCATOLE CINESI PER NASCONDERE I PROPRIETARI”

“Consegnai al senatore Putignano, in occasione di un appuntamento con lo stesso avvenuto nei pressi di Roma-Eur, una busta contenente circa 230 milioni di lire in contanti”.
Era il 1993, l’anno di Mani Pulite, e a parlare era Giuseppe Bonifacino, all’epoca dirigente di Siemens Nixdorf, e attuale direttore operativo di Tecnoindex spa.
La tangente all’epoca era servita per corrompere il senatore Psi Nicola Putignano, al fine di ottenere un appalto miliardario per la fornitura di computer presso il ministero del Lavoro.
Lo si legge negli atti del Senato, e più esattamente in una domanda di autorizzazione a procedere contro l’allora senatore socialista, firmata dai pm Antonio di Pietro, Piercamillo Davigo e Francesco Borrelli.
“Siemens avrebbe dovuto fornire calcolatori elettronici per 17 miliardi di lire per gli anni 1990-1993″, spiegava Bonifacino ai magistrati. E grazie alla tangente, Siemens ottenne il contratto.
Curiosamente, proprio in questi giorni, lo stesso dirigente, che dalla Siemens è passato alla Tecnoindex spa, si è aggiudicato l’appalto per la gestione dei servizi informatici della Camera dei deputati (15 milioni per tre anni).
Vent’anni dopo, cambiano i nomi delle società , ma non le persone.
A nulla, infatti, è valso il ricorso della società  che è ha perso la gara, la Business-e di Ravenna. Come anticipato da Il Fatto Quotidiano.it l’impresa romagnola aveva denunciato il fatto che dietro Tecnoindex ci fosse un gioco di scatole cinesi mirato a nascondere i proprietari: la società  risulta partecipata al 94% dalla Brianza fiduciaria, che a sua volta è controllata dalla lussemburghese De Vlaminck.
In questo modo, secondo i legali di Business-e, sarebbe stato violato il divieto di intestazione fiduciaria previsto dal codice degli appalti pubblici, finalizzato, tra le altre cose, a prevenire le infiltrazioni mafiose.
Ma il collegio d’appello presieduto dal deputato Pdl Maurizio Paniz ha deciso proprio in questi giorni (come ha fatto sapere una nota della Camera) di confermare l’aggiudicazione a Tecnoindex.
La fiduciaria avrebbe comunicato che quel 94% di quote schermate appartengono alla società  romana Nous Informatica.
Resta il fatto, però, che Montecitorio si ritrova in affari con i commercialisti brianzoli che amministrano Tecnoindex per conto di Nous Informatica.
Tra questi spicca Franco Riva, socio di Brianza Fiduciaria, ed ex sindaco di Giussano in quota Udc.
Durante il suo mandato, il Comune balzò agli onori della cronache per aver rilasciato un documento d’identità  falso a un superlatitante della ‘ndrangheta.
Inoltre, da luglio scorso, Riva risulta indagato per corruzione in un’inchiesta urbanistica.
Tra i suoi “protettori” ci sarebbe l’ex assessore regionale all’Ambiente, il brianzolo Massimo Ponzoni (Pdl), arrestato l’anno scorso per corruzione in una maxi-operazione antimafia: avrebbe ricevuto alcuni boss della ‘ndrangheta nel suo ufficio.
Infine, il presidente della Brianza fiduciaria, l’avvocato milanese Federico Di Maio, fu arrestato nel 2007 per riciclaggio di valuta estera dalle Fiamme Gialle di Reggio Calabria.

Elena Boromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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QUINTUPLICATO LO STIPENDIO PUBBLICO DELLA MOGLIE DEL “RESPONSABILE” PISACANE: 140.000 EURO L’ANNO

Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ANNALISA VESSELLA E’ STATA NOMINATA A.D. DELL’ISTITUTO DI SVILUPPO AGROALIMENTARE, L’AGENZIA FINANZIARIA DI CUI E’ SOCIO UNICO IL MINISTERO DELL’AGRICOLTURA DI SAVERIO ROMANO

Hanno quintuplicato il suo stipendio di amministratore delegato di un’azienda di Stato.
Ed è già  consigliere regionale della Campania a quasi diecimila euro al mese.
E, per di più, è anche moglie di un parlamentare.
Un’interrogazione parlamentare fa tornare la signora Annalisa Vessella agli onori della cronaca. E di riflesso anche il marito, Michele Pisacane.
Annalisa e Michele, una famiglia che vive di politica. Alla grande.
Lei l’abbiamo lasciata a settembre fresca di promozione da consigliera di amministrazione ad amministratore delegato dell’Istituto di Sviluppo Agroalimentare (Isa), a chiederci maliziosamente se esistesse un nesso tra la nomina e la circostanza che sia la moglie di un deputato dei Responsabili decisivo per le sorti del governo B.
Il peone Pisacane, eletto nell’Udc dopo aver collezionato una raffica di pettorine tra centro destra e centrosinistra, ha infatti lasciato Casini per diventare uno dei trasformisti alla Scilipoti.
Nel 2010 la moglie si candidò (e venne eletta) al consiglio regionale scegliendo di comparire sulla scheda col cognome Pisacane, mentre lui tappezzava la provincia napoletana di manifesti con la scritta ‘Vota Pisacane’.
Per di più, lui, ex sindaco di Agerola, paese di collina della provincia napoletana che affaccia sulla costiera amalfitana, è il cofondatore dei Popolari di Italia Domani insieme a Saverio Romano, ministro delle Politiche Agricole e in questa veste socio unico dell’Isa, l’agenzia finanziaria del ministero che eroga finanziamenti a tassi agevolati alle imprese agricole, circa 200 milioni di crediti già  assegnati.
La lievitazione dello stipendio della signora Vessella Pisacane è rivelata da un’interrogazione a risposta in commissione Politiche Agricole presentata dal deputato calabrese Nicodemo Oliverio e in attesa di essere evasa.
Oliverio mette nero su bianco che prima del rinnovo estivo del Cda il compenso spettante ai consiglieri uscenti dell’Isa ammontava a 25.000 euro su base annua, fatta salva un’indennità  aggiuntiva al presidente e all’amministratore delegato.
In base a un decreto legge del 2010 — ricorda Oliverio — le indennità  dei Cda delle società  interamente pubbliche andrebbero ridotte del 10%.
Invece all’Isa le cose sarebbero andate diversamente.
L’assemblea — afferma il deputato Pd — ha “rideterminato i compensi su base annua prevedendo per il presidente (Nicola Cecconato, un 45enne di Treviso, ndr) un compenso di 160mila euro, per il vice presidente e per l’amministratore delegato (la signora Vessella, laureata in legge ed ex segretario comunale, ndr) un compenso di 140mila euro, per i consiglieri un compenso di 80mila euro”.
Come se non bastasse, si legge nell’interrogazione, il Cda successivo all’assemblea avrebbe attribuito a presidente ed Ad indennità  aggiuntive da nababbi: 137.500 euro per il presidente e 117.500 per l’ad “oltre al riconoscimento di un rimborso spese forfettario per alloggio ed auto pari a euro 55mila annui ciascuno”.
Per farla breve: tra lei col doppio stipendio di Ad dell’azienda pubblica e consigliere regionale, e lui con l’indennità  parlamentare, la famiglia Pisacane intasca più di 30mila euro mensili.
Che si sarebbero ridotti a poco più di 20mila euro se i compensi dell’Isa fossero rimasti quelli del vecchio Cda.
Pisacane intanto a ottobre ha guadagnato una meritatissima fama per essere stato il 316° e ultimo deputato a votare la fiducia a Berlusconi, nella zona Cesarini della seconda chiamata.
Un voto maturato al termine di una lunga meditazione. “Così ora Berlusconi mi sape”, avrebbe esclamato in dialetto napoletano riferendosi a chi doveva capire ed ha capito. Non si capisce, invece, se sia stato opportuno nominare un consigliere regionale (e persino moglie di un parlamentare) alla guida di una società  pubblica che eroga finanziamenti ai potenziali elettori.
L’interrogazione di Oliverio prova a sollecitare il ministro Romano anche su questo punto.
Chissà  se otterrà  risposta.
“Il ministero delle Politiche Agricole — afferma il deputato calabrese — avrebbe bisogno di un ministro che affronti le difficoltà  del settore e non di uno impegnato in tutt’altre faccende per rafforzare le sue clientele, quelle degli amici e degli amici degli amici”.

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BERLUSCONI PERDE ALTRI DUE DEPUTATI IN FUGA VERSO L’UDC: GOVERNO A QUOTA 314

Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ALESSIO BONCIANI E IDA D’IPPOLITO LASCIANO IL PDL PER PASSARE CON CASINI…PIPPO GIANNI ANNUNCIA CHE POTREBBE VOTARE CONTRO LA FIDUCIA…. TRE RESPONSABILI TORNANO AL GRUPPO MISTO

Con il passare delle ore i “maldipancia” della maggioranza si stanno trasformando in vere e proprie coliche.
Dopo le manovre degli “scajoliani”, i malumori dell’area che fa riferimento a Beppe Pisanu, i distinguo di un fedelissimo come Paniz e la lettera dei sei “frondisti”, lo stillicidio di prese di distanza da Silvio Berlusconi è proseguito anche oggi.
A nulla sono servite la decisione del premier di porre la fiducia sul maxiemendamento al ddl Stabilità    e l’ottimismo del segretario Angelino Alfano secondo cui “si risolverà  tutto” perchè gli scontenti “non sono usciti ma hanno posto questioni politiche che valuteremo con attenzione”.
Due in meno.
La novità  di oggi pomeriggio è il passaggio di altri due deputati dal Pdl all’Udc.   “Alessio Bonciani e Ida D’Ippolito. Benvenuti!”, ha “twittato” Roberto Rao, braccio destro di Pier Ferdinando Casini, per salutare l’ingresso dei due parlamentari nelle file dell’opposizione.
Scelta confermata dal presidente di turno della Camera, Rocco Buttiglione, che ha formalizzato durante la seduta d’Aula il cambio di gruppo dei due deputati.
Si torna a quota 314.
Secondo un primo conteggio, con la perdita di questi ulteriori due voti Berlusconi perde la maggioranza assoluta in aula alla Camera, finendo sotto quota 316, cioè a quota 314, quella faticosamente raggiunta il 14 dicembre, quando l’assemblea di Montecitorio bocciò per soli tre voti la mozione di sfiducia.
Dentro questa maggioranza, però, ci sono tante zone d’ombra e se, ad esempio, i nomi dei cosiddetti “dissidenti” si traducessero in voti contrari al governo, il Cavaliere rischierebbe di essere sfiduciato.
Nei 314 deputati ci sono infatti Roberto Antonione, Isabella Bertolini, Giancarlo Pittelli e Giorgio Stracquadanio.
I quattro del pdl che, insieme a Fabio Gava e Giustina Destro (che già  non hanno votato la fiducia lo scorso 14 ottobre), hanno firmato la lettera degli scontenti che chiede al premier di promuovere un nuovo esecutivo.
Soltanto così la maggioranza scenderebbe a quota 310.
Ma le incognite non sono finite qui.
Resta per esempio in bilico il futuro di Pippo Gianni, eletto nelle liste dell’Udc e poi passato ai Reponsabili (chiamati ora Popolo e Territorio) che ha annunciato un voto contro il governo “al 75-80%”.
“Voterò la fiducia solo dopo aver visto il decreto”, ha anticipato alla trasmissione Radio2 ‘Un giorno da Pecora’. “Se conterrà  delle norme   sull’occupazione nel Meridione e nel Centro Sud lo voterò, altrimenti non lo voterò. Io non sono stato nominato da Berlusconi e non vengo dalla maggioranza…”.
Ancora   da decifrare invece la mossa di altri tre parlamentari di Popolo e Territorio, Amerigo Porfidia, Elio Belcastro e Arturo Iannaccone, che hanno mollato il loro gruppo a Montecitorio per passare in quello Misto seppure, garantisce Iannaccone, “non solo confermiamo la fiducia, ma aggiungiamo che la nostra fiducia va personalmente a Silvio Berlusconi”.
“Ricostituiamo la componente del Misto, da cui già  provenivamo – precisa ancora il deputato – perchè siamo impegnati a organizzare il nostro partito sul territorio meridionale e ci serve la visibilità  che ci garantisce formare una nostra componente nel Misto”.

argomento: Berlusconi, Casini, governo, Parlamento | Commenta »

ALLA CAMERA APPALTO A SOCIETA’ SCHERMATA DA UNA FIDUCIARIA: IL RISCHIO INFILTRAZIONE ENTRA A MONTECITORIO

Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile

ASSEGNATO L’APPALTO DA 15 MILIONI DI EURO PER LA FORNITURA DI COMPUTER A UNA DITTA COPERTA AL 94% DA UNA FIDUCIARIA LOMBARDA…LA SOCIETA’ ESCLUSA PARLA DI PALESE VIOLAZIONE DEL CODICE DEGLI APPALTI PUBBLICI

I computer della Camera dei deputati potrebbero essere affidati a una società  di cui non si conoscono i reali proprietari.
L’anno scorso, infatti, Montecitorio, col placet del collegio dei questori (capeggiati dall’ex Psi e attuale Pdl, Maurizio Colucci) ha assegnato un appalto da 15 milioni di euro per la gestione dei propri servizi informatici alla Tecnoindex spa.
Si tratta di una società  con sede a Roma, schermata al 94% da una fiduciaria lombarda (che a sua volta è controllata al 61% dalla lussemburghese De Vlaminck sa, n.d.r.): un’architettura che di fatto consente di nascondere l’identità  dei soci.
Sulla carta, dunque, i pc della Camera, con tutti i loro contenuti, potrebbero essere messi nella mani di una società  dietro cui potrebbe nascondersi chiunque.
Eppure, nel codice degli appalti pubblici è previsto il “divieto di intestazione fiduciaria”: una norma che ha proprio lo scopo di evitare che le amministrazioni appaltanti non abbiano il controllo del reale soggetto che si aggiudica l’appalto, e di contrastare il rischio di infiltrazioni occulte e mafiose.
Proprio a questo divieto si sono aggrappati i legali della società  che è arrivata seconda alla gara, la ravennate Business-e, per presentare ricorso al Consiglio di giurisdizione della Camera.
“L’appalto è stato aggiudicato a una società  la cui effettiva gestione e direzione è affidata a un’altra società , la De Vlaminck sa, di cui non è possibile conoscere gli effettivi soci, con palese violazione dell’articolo 38 del codice degli appalti pubblici”, sostengono gli avvocati.
Inizialmente, il ricorso è stato accolto dal Consiglio presieduto dal finiano Giuseppe Consolo, che ha provveduto così ad annullare l’aggiudicazione.
Ma successivamente, l’amministrazione della Camera ha presentato appello contro questa stessa sentenza, con l’obiettivo di assegnare definitivamente l’appalto (15 milioni di euro per tre anni) al raggruppamento Intersistemi-Tecnoindex.
Secondo lo staff di Montecitorio, non c’è nessun mistero dietro la società  vincitrice: il 29 novembre 2010 (cioè solo dopo che e-Business ha presentato ricorso), la Brianza fiduciaria, infatti, avrebbe svelato l’identità  dei soci nascosti.
Si tratterebbe della Nous Informatica, una società  “tutta italiana” che nulla ha a che vedere col Granducato.
Resta il fatto che, secondo gli avvocati di Business-e, “la società  lusemburghese ‘De Vlaminck’ è socia di maggioranza della Brianza fiduciaria, che a sua volta è azionista al 94% proprio della Tecnoindex spa”, come scrivono i legali nel contro-appello presentato lo scorso 28 luglio.
La disputa ora dovrà  essere risolta dal collegio d’appello della Camera, dove, oltre a Paniz (Pdl), siedono Donato Bruno (Pdl), Pierluigi Mantini (Udc), Renato Zaccaria (Pd), e Alessandro Ruben (Fli).
Il verdetto è atteso proprio in questi giorni.

Elena Boromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: economia, Parlamento, sprechi | Commenta »

IL GOVERNO PENSA A “MISURE CHOC”: PATRIMONIALE E PRELIEVO FORZOSO SUI CONTI CORRENTI

Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

IL TUTTO UNITO A CONDONI VARI, DISMISSIONI, BLOCCO CONTRATTI… TREMONTI HA CONSIGLIATO A BERLUSCONI DI FARE UN PASSO INDIETRO, LA MAGGIORANZA SI STA SFALDANDO

L’unica certezza di Berlusconi è che «al Quirinale non c’è un capo dello Stato intento a ordire trappole».
Tuttavia la fiducia che ancora gli accorda Napolitano è a tempo, e di tempo il Cavaliere non ne ha più.
Indebolito dalle piazze finanziarie internazionali, accerchiato dalle manovre nei palazzi romani, e senza un accordo nel vertice d’emergenza convocato in serata, il premier ha trascorso la giornata meditando il varo di «misure choc» per salvare il Paese e il suo governo, entrambi a rischio default.
Non c’è dubbio che gli «interventi straordinari» sui quali sta ragionando «mi fanno venire l’orticaria solo a pronunciarli».
Dalla patrimoniale al prelievo forzoso, da un piano di dismissioni doloroso fino a una lunga teoria di condoni, Berlusconi valuta i provvedimenti da porre come sacchetti di sabbia sull’argine del fiume che ha già  iniziato a tracimare.
«Mi hanno detto di fare come Amato», spiega il Cavaliere, che evoca così un’altra stagione economica drammatica, quella del ’92, e le misure draconiane che vennero allora adottate per salvare la lira: guarda caso una patrimoniale sulla casa, un prelievo sui conti correnti e i depositi bancari, il blocco per un anno dei contratti del pubblico impiego e il blocco delle pensioni di anzianità .
Tanto basta per far spuntare sul volto del premier una smorfia di disgusto mista a disappunto, perchè ognuno di questi provvedimenti sarebbe «contrario ai miei capisaldi», al credo che ha divulgato per venti anni e che in parte ha già  dovuto abbandonare con la manovra estiva.
Mentre i Btp continuano a cedere terreno sui listini, Berlusconi spiega alla Merkel che «farò quanto è necessario per difendere fino in fondo la credibilità  dell’Italia», e con essa anche ciò che resta della sua credibilità  nel consesso mondiale.
Nel corso del colloquio il premier ribadisce che «il mio governo intende rispettare gli impegni», ma intanto si chiede e chiede «cosa posso fare più di quanto ho fatto».
La risposta della cancelliera tedesca non si fa attendere, è un suggerimento che somiglia tanto a una perentoria richiesta: far validare intanto da un voto del Parlamento le linee guida del piano di risanamento presentato in Europa, una sorta di imprimatur preventivo in attesa dell’approvazione dei provvedimenti.
La piena ha superato ampiamente i livelli di guardia quando Berlusconi accenna a Napolitano le «misure choc», prospettate ancora come ipotesi, segno della confusione che regna nella maggioranza e che viene indirettamente confermata dall’assenza di Bossi al vertice serale di Palazzo Chigi.
E se è vero che la conversazione con il presidente della Repubblica convince il premier che «al Quirinale non si ordiscono trappole», è altrettanto vero che il Colle è risoluto nel chiedere atti di governo che tolgano l’Italia dal mirino della speculazione finanziaria.
Il punto però non è stabilire quale sia il mezzo con cui varare i provvedimenti, poco importa se si tratti di decreti e di emendamenti da inserire nella legge di Stabilità : il nodo è il contenuto.
Ed è su questo che scoppia l’ennesimo scontro tra Berlusconi e Tremonti, considerato dal premier non più solo un «problema politico», ma un «fattore» dell’attacco speculativo all’Italia per via dell’atteggiamento assunto in questa fase: «Se un ministro dell’Economia si mostra scettico sulle misure che vengono adottate, che segnale trasmette ai mercati»?
L’accusa che Berlusconi rivolge all’inquilino di via XX settembre di «tradimento». Per tutta risposta anche ieri sera, al culmine dell’ennesimo alterco al vertice, Tremonti ha invitato il Cavaliere a fare «un passo indietro», in nome «dell’interesse nazionale», delle «aste dei titoli di Stato sul mercato».
Ma il premier non ha intenzione di dimettersi, e ieri mattina aveva studiato una road map per resistere a Palazzo Chigi.
Sul fronte istituzionale era (e al momento resta) sua intenzione convocare un Consiglio dei ministri con cui varare una prima parte di misure da presentare già  ai partner internazionali del G20.
Epperò sarà  difficile realizzare questa parte del piano, visto che ieri sera non era stato ancora raggiunto un accordo.
Sul fronte politico resta convocato l’Ufficio di presidenza del Pdl, pronto a chiedere – con un documento – che «tutte le decisioni in materia economica vengano accentrate a Palazzo Chigi».
È un modo per mettere in mora Tremonti, e al tempo stesso per tenere saldo l’asse con la Lega, dato che «le misure – questo sarà  scritto nella risoluzione del partito – dovranno essere coerenti con il piano preparato per l’Europa», quella sorta di programma di governo di fine legislatura firmato da Bossi, e che pertanto dovrebbe vincolare il Carroccio.
Dovrebbe, visto che il Senatur con la sua assenza pare volersi tenere le mani libere. Ma non è questo il pericolo maggiore per Berlusconi, sono piuttosto le crepe nelle file parlamentari a destare allarme, l’ipotesi – fondata – che altri deputati lascino la maggioranza e lascino di conseguenza il governo senza fiducia a Montecitorio.
Per questo nella sua road map il Cavaliere ha previsto di presentarsi davanti alle Camere dopo il G20, non prima, come gli hanno chiesto ieri i leader del terzo polo.
È evidente il motivo: il premier ha intuito il rischio dell’agguato e non intende andare al vertice di Cannes da «dimissionato».
Dopo, invece, potrebbe farsi scudo dei provvedimenti per sfidare il Parlamento ad accettare il piano di risanamento «nell’interesse del Paese» o staccare la spina all’esecutivo.
A quel punto – come spiegava in questi giorni il segretario del Pdl Alfano – «tutti dovranno sapere che dopo il governo Berlusconi non potrà  esserci il governo dei congiurati, ma solo il voto anticipato».

Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera“)

argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, economia, governo, la casta, Parlamento, Politica | Commenta »

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