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LA MOSSA DI NAPOLITANO: MARIO MONTI SENATORE A VITA, IMMAGINE NON DI UOMO DI PARTE MA DI “PADRE DELLA PATRIA”

Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile

ECONOMISTA, 68 ANNI, STIMATO IN TUTTO IL MONDO, POSSIBILE PREMIER DI UN GOVERNO TECNICO CHE SALVI L’ECONOMIA E RIDIA CREDIBILITA’ ALL’ITALIA NEL CONSESSO MONDIALE

Il suo nome circola da settimane. Come premier di un governo che gestisca l’emergenza economica.
Saranno i prossimi giorni a dire se l’economista stimato in tutto il mondo sarà  davvero chiamato al tentativo – difficile – di formare un governo tecnico. Intanto però entra a Palazzo Madama.
Dalla porta più prestigiosa.
Quella che viene aperta dal Quirinale: senatore a vita.
Questo il comunicato del Colle.
“Il presidente della Rpubblica, Giorgio Napolitano, ha nominato oggi senatore a vita, ai sensi dell’articolo 59, secondo comma, della Costituzione, il professor Mario Monti, che ha illustrato la patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale. Il decreto è stato controfirmato dal presidente del Consiglio dei ministri, onorevole   Silvio Berlusconi. Il presidente Napolitano ha informato della nomina il presidente del Senato della Repubblica, senatore Renato Schifani. Il capo dello stato ha dato personalmente notizia della nomina al neo senatore, porgendogli i più vivi auguri”.
E in serata cominciano a circolare retroscena sull’operazione Monti.
E sul via libera di Silvio Berlusconi.
La situazione è troppo grave per poter contrapporre gli interessi del partito o personali a quelli del Paese, questa la riflessione cui sarebbe arrivato il premier.
Il Capo dell’esecutivo ha sentito nel pomeriggio Giorgio Napolitano per analizzare la situazione politica ed economica ed i possibili sbocchi.
Non può esserci una soluzione che escluda chi ha vinto le elezioni, ma deve essere una soluzione a tempo e con un programma preciso, sarebbe stato il ragionamento del presidente del Consiglio.
Una scelta maturata però con il netto no della Lega, del tutto contraria a un esecutivo di larghe intese.
Addirittura circolano anche voci su quale potrebbe essere la composizione del governo. Amato nel ruolo di vicepremier, Gianni Letta sottosegretario a palazzo Chigi, mentre c’è chi parla di Fabrizio Saccomanni all’Economia.
Solo indiscrezioni per il momento.
Nel governo potrebbero entrare alcuni esponenti del Pdl, come Fitto e Frattini.
C’è, però, ancora una parte del partito di via dell’Umiltà  che insiste sulla necessità  di andare alle elezioni. In particolar modo per il voto anticipato è Altero Matteoli che, a suo dire, porterebbe con sè quasi 30 deputati ex An.
Ma torniamo a Mario Monti.
Solo pochi giorni fa, in una lettera aperta a Berlusconi pubblicata dal Corriere della Sera, l’ex commissario europeo aveva difeso l’euro attaccato più volte dal Cavaliere.
“La moneta non è in crisi, è stabile in termini di beni e servizi e in termini di cambio con il dollaro. Se l’Italia non fosse nella zona euro, emettere titoli italiani in lire sarebbe un’impresa ancora più ardua”.
“Gli attacchi – continuava l’economista – si dirigono contro i titoli di Stato di quei Paesi appartenenti alla zona euro che sono gravati da alto debito pubblico e che hanno seri problemi per quanto riguarda il controllo del disavanzo pubblico o l’incapacità  di crescere”.
Mario Monti è nato il 19 marzo del 1943 a Varese, dal 1995 al 1999 è stato membro della Commissione Europea, responsabile di mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria, dogane e questioni fiscali.
Nel 1965 si laurea in economia presso l’università  Bocconi di Milano, dove per quattro anni fa l’assistente, fino ad ottenere la cattedra di professore ordinario presso l’università  di Trento. Nel 1970 si trasferisce all’università  di Torino, che lascia per diventare, nel 1985, professore di economia politica e direttore dell’istituto di economia politica presso la Bocconi.
Sempre della Bocconi assume la presidenza, nel 1994, dopo la morte di Giovanni Spadolini.
Nel 1995 diventa membro della Commissione Europea di Santer, assumendo l’incarico di responsabile di mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria, dogane e questioni fiscali.
Dal ’99 e’ commissario europeo per la concorrenza.
Editorialista del Corriere della sera, Monti è autore di numerose pubblicazioni, specie su temi di economia monetaria e finanziaria.
Anche sul piano internazionale ha partecipato e partecipa ad attività  di consulenza ad autorità  di politica economica, tra cui il “Macroeconomic policy group”, istituito dalla commissione della Cee presso il Ceps (Centre for european policy studies), l’Aspen institute e la Suerf (Societe universitaire europeenne de rechercheursfinanciers).

(da “La Repubblica”)

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FUGGI FUGGI DAL PDL: LA SLAVINA DEL VITALIZIO

Novembre 10th, 2011 Riccardo Fucile

TRA TRAME, SOSPETTI, RECUPERI E ALTRI TRADIMENTI IN VISTA, IL PDL PRENDE TEMPO PER FRENARE L’EMORRAGIA DI PEONES SVENTOLANDO LA PERDITA DELLA PENSIONE IN CASO DI ELEZIONI ANTICIPATE

Con due mesi di ritardo sulla Storia. Dall’Otto Settembre all’Otto Novembre.
Di martedì.
Nel foglietto davanti a sè, carta minuta con l’intestazione della Camera dei deputati, il neopremier di minoranza (e dimissionario a parole) ne segna otto di traditori.
In realtà  i badogliani del centrodestra sono più di una decina.
L’ultimo arriva dopo il voto disastroso sul rendiconto. È buio e piove.
Luigi Vitali si precipita a dichiarare: “Berlusconi rassegni le dimissioni”.
Nel pancione in subbuglio del Pdl, la sorpresa è enorme. L’avvocato Vitali è un antico specialista delle leggi ad personam.
I sospetti si addensano sulla sua provenienza geografica. Vitali è pugliese e risponde al ministro Raffaele Fitto.
Così come era vicina a Fitto, la bionda Gabriella Carlucci passata all’Udc l’altro giorno. In un preoccupato capannello di peones ci s’interroga con ansia a vicenda: “A che gioco sta giocando Fitto? Vuoi vedere che ha ripreso a trattare sottobanco con Casini? In fondo sono due democristiani”.
Solitario y peon, Domenico Scilipoti avanza a passo di marcia nel Transatlantico e si confida : “Il mio cuore è turbato”.
Questione di sentimenti. Scilipoti è l’icona dei Responsabili che salvarono il Cavaliere nella fatidica fiducia del 14 dicembre 2010.
Oggi però tira un’aria completamente diversa.
L’elenco delle defezioni di ieri supera gli otto traditori appuntati a penna dal premier.
In una nota Giustina Destro, Roberto Antonione, Fabio Gava, Giancarlo Pittelli, Antonio Buonfiglio annunciano che non voteranno il rendiconto.
I primi quattro fanno parte della pattuglia frondista dell’Hassler.
Ne mancano due, Giorgio Stracquadanio e Isabella Bertolini, recuperati all’ultimo momento, almeno per questo voto.
Buonfiglio è un peone che ondeggia da settimane tra Pdl e Fli. Adesso si è accodato a Gava e Destro che potrebbero formare il gruppo montezemoliano della Camera.
Se arrivano a venti potrebbero chiamarsi proprio “Italia Futura”.
Gli altri assenti sono sparsi tra ex Pdl ed ex Responsabili: Francesco Stagno D’Alcontres, Luciano Sardelli, Santo Versace, Calogero Mannino.
Per motivi di salute manca il segretario del Pri Francesco Nucara.
Ricoverato in ospedale.
Qualcuno maligna: “Nucara aveva già  detto che non avrebbe più votato la fiducia, è stanco e arrabbiato con il premier”.
In aula si astiene Franco Stradella del Pdl. Poi il caso di Gennaro Malgieri.
L’ex direttore del “Secolo d’Italia”, nonchè ex consigliere d’amministrazione della Rai, scompare al momento del voto.
La pipì o una medicina da prendere.
I suoi ex amici finiani interpretano: “Malgieri ha una lunga tradizione di assenze strategiche al momento di votare, sin dai tempi del Fronte del Gioventù”.
Alla fine, trecentotto è il numero che inchioda il Cavaliere al suo nerissimo Otto Novembre.
In aula controlla e ricontrolla i tabulati elettronici e non si fa capace.
I cosiddetti malpancisti e potenziali frondisti aspettano gli eventi.
I finiani di Fli riferiscono che “due del Pdl” sono pronti a passare.
Una “ha il nome straniero”. È l’unica: Souad Sbai. L’altro è un uomo, ma non si sa chi. Siamo ancora allo stillicidio, non alla slavina che B. teme da giorni.
Un malpancista rivela il pensiero di fondo che anima le riunioni segrete: “Il vero punto è chi potrà  garantire la durata della legislatura fino al 2013. Se Berlusconi vuole andare a sbattere per chiedere le elezioni anticipate, ci sarà  un esodo notevole”.
Ed è per questo che viene considerata una kamikaze la sottosegretaria Daniela Santanchè che quasi grida: “Dimissioni mai, prima fiducia al Senato poi alla Camera”.
Un suicidio. Smentito dallo stesso B. in serata al Quirinale: legge di stabilità  e poi dimissioni. È vera resa senza conti ulteriori?
La mossa spiazza tutti.
A microfoni spenti, nel Pdl ammettono: “Serve anche a prendere tempo, una settimana in più di sopravvivenza poi si vedrà ”. E soprattutto potrebbe tamponare l’emorragia di peones in nome dello stipendio da parlamentare fino al 2013 e relativa pensione.
Claudio Scajola, frondista ante-litteram insieme al senatore Beppe Pisanu, riunisce i suoi parlamentari nella fondazione Cristoforo Colombo e conferma il pensiero di fondo alla base dell’eventuale slavina: “Quel che è sicuro è che da domani comincerà  il fuggi fuggi dal Pdl. Gli altri partiti si ingrosseranno per evitare le elezioni”.
La svolta di B. fino a che punto imbriglia i piani dei traditori?
In ogni caso i “contenitori” per raccogliere sono pronti: il gruppo montezemoliano di Gava e Destro, l’Udc di Casini e Cirino Pomicino (grande protagonista degli ultimi movimenti), pure il Fli di Gianfranco Fini.
In serata, altre riunioni e cene.
Ma un malpancista informato raffredda gli entusiasmi generali per la caduta di B. e rivela: “A Napolitano potrebbe non bastare una nuova forza di 40/50 deputati per il governo Monti. Il nodo è politico e riguarda Berlusconi e il Pdl. Senza di loro non farà  nulla”. Questa è la Rodi dei frondisti e qui bisogna saltare.
Per farlo c’è tempo ancora una settimana lunghissima.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BERLUSCONI: “MI DIMETTO”, MA PRENDE ANCORA TEMPO

Novembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

CHIUSO NEL BUNKER PROVA A GIOCARE L’ULTIMA CARTA: FAR PASSARE PD & CO. COME LE VERE SANGUISUGHE…C’E’ DA FIDARSI?….DONNE CIANURO E TRAPPOLE, LA RESISTENZA DEL CAIMANO

Prologo. Se Silvio Berlusconi è chiuso nel bunker, allora la fida Maria Rosaria Rossi è andata a fare provviste.
Alle sei di sera solca il Transatlantico semideserto con un bustone di generi alimentari appena acquistati alla buvette: “Lei è de Il Fatto? Allora le devo spaccare la faccia! Mi avete dipinto come la badante! Mi avete affibbiato questo nomignolo osceno!”.
Obietti: guardi che deve essere stato Dagospia….
Lei è un fiume in piena: “Ma chi siete? Cosa sapete di me, cosa ho fatto nella vita?”.
Malgrado l’umore azzardi una domanda: “Scusi, preferisce essere definita Claretta o Eva Braun?”.
Maria Rosaria ha il senso dell’umorismo: “Guardi, cianuro a parte, noto un miglioramento di status: se ci pensa, noterà  che la prima è amante, la seconda è moglie. Anche dal punto di vista ereditario c’è una bella differenza”.
Le chiedi come sia stata la notte con il Cavaliere prima della battaglia.
Nick Cosentino – sorrisone dentato – le corre in soccorso: “Maria Rosaria, fregatene della badante! E vienitene via… A me da quando loro dicono che sono il capo della Camorra le cose vanno benissimo. Tutti hanno paura di me!”.
Ma la deputata ha ancora qualche sassolino nella scarpa, e un finalino pepato condito con ironia: “Primo: sono molto spiritosa. Secondo: stia attento a scrivere che la faccia gliela spacco davvero”. Terzo: “Ieri notte c’ero, ma bisogna guardare gli orari. E poi non ho una Smart, come hanno scritto, ma una Toyota”. Quarto, gran finale: “Più che Eva Braun sono Eva Kant”.
Divina.
Ultime dalla notte.
Epilogo. E allora immaginate che questo è il giorno delle dimissioni del Caimano, la fine di un’era, il giorno dell’esercizio vocale più difficile per il Cavaliere: le dimissioni.
La notte della vigilia inizia con il conforto delle vestali rassicuratrici, non solo la Rossi, ma anche Francesca Pascale l’eroina del comitato Silvio Ci manchi.
E poi il giorno più lungo. Si parte con i segnali ottimistici, Silvio siamo a 316, gli dicono.
Poi la doccia scozzese del voto sul rendiconto: 308.
Per ore i fedelissimi provano a raccontare che non accadrà  nulla, che già  altre volte la maggioranza ha avuto delle flessioni. Ma non tiene.
Dopo il conto dei voti il peso dei nomi consente valutazioni politiche più pesanti.
Il repubblicano Nucara era in ospedale, per carità , Gennaro Malgieri è arrivato tardi di un soffio. E siamo a 310.
È vero che Maurizio Paniz annuncia colpi di scena sul caso Papa.
Ma anche immaginando evasioni dai domiciliari, la realtà  è che alle emorraggie dell’ultima fiducia si sono aggiunti due nomi pesantissimi: quello di Stagno D’Alcontres e quello di Stradella.
Due ex dc. Lui compulsa i tabulati in Aula con la Ravetto e la Brambilla. È incredulo.
Insomma, su Roma cala il buio, quando nel bunker di Palazzo Grazioli si deve prendere atto che una strategia, quella della resistenza ad oltranza è al capolinea.
Non ci sono più ribaltamenti possibili, colpi di scena, storie da raccontare a Giorgio Napolitano.
Guadagnare tempo
Alle 18.45 quando Berlusconi sale sul Colle, ha già  detto ai suoi che non ci sono alternative: “Ora dobbiamo guadagnare tempo, rendere irreversibile il voto anticipato”.
Già , ma come?
A Napolitano sia Bossi che Berlusconi ripetono che non ci sono alternative alla crisi: “Il Pdl – dice Berlusconi – non può sostenere nessun governo se non quello uscito dalle urne del 2008”. Quindi nessun “passo di lato”, nessun arrocco, niente spazio per un governo di Alfano e Maroni.
A uccidere questa ipotesi, oltre l’aut-aut del Cavaliere è stato il niet di Casini.
Fino a un mese fa il leader Udc diceva che doveva dimettersi Berlusconi.
Ma ora dice: “È troppo tardi”.
Senza ampliamento all’Udc non c’è sopravvivenza, nè per Berlusconi, nè per un altro premier Pdl.
Così non restano che il voto, e “il guadagnare tempo”. B. dice a Napolitano che si dimetterà  solo dopo l’approvazione della legge di stabilità .
È la fine di un’epoca, il passaggio irreversibile che lo porterà  fuori da palazzo Chigi per sempre. Ma non è ancora l’ultimo atto del dramma.
Quelle due settimane che si possono guadagnare, spiega il Cavaliere, sono la frontiera che occorre presidiare perchè diventi impossibile un altro governo, il governo istituzionale, il governo Monti.
Non occorrono retroscena, è quello che ripete lui stesso in una raffica di telefonate ai tiggì della sera: “Spetta al capo dello Stato decidere sul futuro, ma dopo le mie dimissioni vedo solo le elezioni”.
Arrivare fino a dicembre, per il Cavaliere, è un modo per ipotecare le elezioni a marzo.
E qui si aprono due scenari. Un governo istituzionale potrebbe nascere solo se almeno 40 deputati Pdl scegliessero di sostenerlo. Se ci fosse lo smottamento.
Tagli a doppio taglio
Ride, un deputato come Carmelo Porcu: “Silvio è certo che non ci saranno crolli: con questa legge elettorale, torniamo in 200-250… Tutti quelli che non tradiranno troveranno un seggio. E tutti quelli che tradiranno – aggiunge – sanno che li faremo ballare mentre votano misure indigeste”.
Già , l’altra trappola è questa.
Berlusconi vuole mettere nell’angolo il Pd: se fa passare la sua legge di stabilità , come suggerisce Anna Finocchiaro, è corresponsabile dei tagli.
Se non lo fa mette a carico dei successori di B. la manovra lacrime e sangue, e il Cavaliere va al voto immacolato e candido.
Ma tutto questo è il domani, tattiche e strategie.
Oggi il sovrano è sradicato dal suo trono, Berlusconi intona il canto del dolore al Tg1 : “Non ho provato solo sorpresa, ma anche tristezza, perchè a tutte le persone che ci hanno lasciato ero anche legato personalmente da anni, erano tutte persone che avevano partecipato all’inizio di Forza Italia, verso le quali io avevo un rapporto che non era solo di collaborazione politica ma anche umano di amicizia”.
Guardate, il Caimano piange.

Luca Telese blog

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GOVERNO DIMISSIONATO: NAPOLITANO COSTRINGE BERLUSCONI AD ANNUNCIARE L’USCITA DOPO LA LEGGE ANTI-CRISI

Novembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

SE NON VI SARANNO MODIFICHE SUL CALENDARIO DELLE CAMERE BERLUSCONI RESTERA’ FINO A FINE MESE

Colpa della debolezza della maggioranza, ma colpa anche della debolezza dell’opposizione che non è riuscita a rendere visibile una “maggioranza alternativa” nemmeno nel voto di ieri pomeriggio a Montecitorio.
La strategia parlamentare di “non votare”, infatti, non solo non ha fatto finire sotto il governo, ma ha reso invisibili anche i numeri effettivi di cui dispone la truppa che vuole mandare a casa Berlusconi .
È questa una delle ragioni che ha convinto il capo dello Stato a praticare una strada che fino a oggi non si ricorda essere stata praticata: quella del governo “dimissionato” con una nota ufficiale della Presidenza della Repubblica, ma con una data di scadenza indicata nelle settimane a venire.
Vale a dire che Berlusconi rimetterà  il proprio mandato solo una volta che sia stata approvata la legge di Stabilità , architrave fondamentale delle scelte economiche del Paese.
Passata la norma economica, il presidente del Consiglio rimetterà  il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica.
Al Colle inizieranno le consultazioni dei gruppi politici.
E il Quirinale potrà  valutare se tra le forze politiche esista la disponibilità  di costituire un nuovo esecutivo, o se l’unica strada percorribile sia quella del voto anticipato.
È stato lo stesso Berlusconi, arrivato nella serata di ieri al Quirinale per una doverosa consultazione dopo il magro bottino di 308 voti racimolato alla Camera nella votazione sul Rendiconto generale dello Stato, a indicare la strada da percorrere una volta messa da parte l’idea delle dimissioni immediate.
È la stessa nota diramata dal Quirinale a informare come il premier abbia espresso “viva preoccupazione per l’urgente necessità  di dare puntuali risposte alle attese dei partner europei, opportunamente emendata alla luce del più recente contributo di osservazioni e proposte della Commissione europea”.
Il problema è che queste “risposte” , per adesso, non sono state tradotte in norme.
La commissione Bilancio del Senato, la prima istituzione parlamentare a doverle esaminare, ad esempio, non ne conosce il contenuto.
E anche l’opposizione, a cui, in mancanza di una maggioranza politica, viene richiesta una qualche forma di collaborazione, per adesso non può che annunciare che non farà  ostruzionismo, che non dirà  “no” preconcetti, ma che alla fine queste norme vuole almeno vederle scritte nero su bianco prima di valutarle.
Il problema, però, non è costituito dall’opposizione.
Il governo si è impegnato ad approvare norme strutturali che probabilmente non piaceranno all’alleato leghista.
Il Carroccio le voterà ? E se non lo facesse, quali sarebbero le ricadute per il Paese?
È questo solo il primo nodo da sciogliere.
Il secondo arriva nel minuto seguente l’approvazione della legge di Stabilità , quando al Colle inizieranno a sfilare i rappresentanti dei gruppi politici presenti in Parlamento.
A quel punto, una volta superato lo scoglio dei provvedimenti in grado di “convincere i mercati” e gli alleati europei, non è detto che le elezioni siano la via maestra verso la costituzione di un esecutivo in grado di raccogliere un consenso più largo di quello attuale e in grado di seguire sulla via del risanamento.
A quel punto, infatti, Berlusconi andrà  a dimettersi al Colle come promesso nella nota quirinalizia. Inizieranno le consultazioni, e allora starà  alle forze politiche vedere quanta tela sono riuscite a tessere in queste settimane.
La maggioranza saprà  ricompattarsi o riproporre un accordo con i centristi, suggerendo un cambio della guardia alla guida del Paese (Alfano, Letta, Schifani)?
Le opposizioni riusciranno a trovare i numeri per un governo più largo? Paradossalmente, tra le scelte, potrebbe anche esserci quella che Silvio Berlusconi, alla fine di questo iter, sia rimandato alle Camere.
Ma due-tre settimane come quelle che attendono l’Italia e il suo Parlamento, non sembrano portare verso un nuovo colpo di fulmine tra il premier e gli eletti.
Per adesso, allora, dopo la legge di Stabilità , vincono le urne.

Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RENDICONTO, L’OPPOSIZIONE SI ASTERRA’, 5 DISSIDENTI SI SFILANO, NUCERA MALATO NON VOTERA’

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

BOSSI SPINGE PER DIMISSIONI DEL PREMIER E INCARICO AD ALFANO PER NON RIMANERE TAGLIATO FUORI

E’ il giorno della conta, quello in cui la votazione alla Camera certificherà  se la maggioranza esiste ancora.
Tornato a Roma dopo un viaggio lampo ad Arcore, Silvio Berlusconi ha convocato ieri sera a Palazzo Grazioli un vertice del Pdl.
Tre ore di riunione sono servite a valutare la situazione politica venutasi a creare con alcune defezioni di parlamentari nelle file del Pdl e con la richiesta di un «passo laterale» venuto anche dalla Lega che ha chiesto a Berlusconi di aprire il cammino a un nuovo governo e soprattutto a una nuova premiership.
«Ho chiesto a Silvio di fare un passo a lato, Alfano premier» dice Bossi.
La conclusione del vertice conferma la linea del presidente del Consiglio: per ora niente dimissioni.
Berlusconi attenderà  il voto di oggi pomeriggio alla Camera sul rendiconto dello Stato, poi è previsto un nuovo vertice questa sera a Palazzo Grazioli con lo stato maggiore di Pdl e Lega.
Si valuterà  in quella sede il numero delle eventuali astensioni sul provvedimento che verranno dalle fila del centrodestra e i voti favorevoli ottenuti dal provvedimento. «Oggi facciamo passare il Rendiconto e l’assestamento, a quel punto valuteremo» dice Cicchitto.
Di sicuro si sono sfilati i cosiddetti dissidenti.
I deputati Roberto Antonione, Giustina Destro, Fabio Gava, Giancarlo Pittelli e Antonio Buonfiglio non parteciperanno al voto: «Ribadiamo – scrivono – la necessità  che il Presidente del Consiglio favorisca la nascita di un nuovo Governo con la più ampia base parlamentare, per affrontare la drammatica emergenza economica e finanziaria dell’Italia».
Le opposizioni, dopo una mattinata di confronti, hanno annunciato che saranno in aula ma si asterranno.
«Berlusconi governa sulla base di un ribaltone, perchè Scilipoti e compagnia non erano con lui alle elezioni» attacca Bersani.

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IL FORTINO DEL BISCIONE E L’INCUBO DELLA MANNAIA SUGLI SPOT

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL TITOLO BALLA IN BORSA, MARINA E PIER SILVIO IN TRINCEA PER EVITARE L’EMORRAGIA DI MILIONI IN CASO DI FINE DEL DUOPOLIO RAISET

Arcore chiama Cologno Monzese: il vertice della famiglia (allargata) telecomanda figli e fedeli alla corte del premier agonizzante.
L’arrivo di Pier Silvio, dopo Confalonieri e Marina, a Villa San Martino ieri in mattinata è, letteralmente, la “prova televisiva”.
Un summit che spiega come l’impero finanziario sia la prima preoccupazione del premier.
E la consueta confusione del conflitto d’interessi, in un giorno in cui la Borsa racconta l’altalena (anche) dei titoli di casa B., sballottati da annunci e smentite sulla fine dell’esecutivo.
Le azioni Mediaset ieri mattina perdevano circa il 2,6% per risalire poco dopo le 12 alla notizia sulle dimissioni ad horas, lanciata come una bomba da Giuliano Ferrara.
Ma Piazza Affari non dice tutta la verità , perchè la presenza a capo del governo dell’imprenditore Berlusconi ha fatto comodo, eccome, alle imprese domestiche.
Non solo per le leggi ad aziendam, come quella che l’estate dell’anno scorso consentì a Mondadori di ‘chiudere’ in via definitiva una vertenza con il Fisco, su un mancato pagamento di 173 milioni pretesi dall’Agenzia delle Entrate, con un esborso di soli 8,6 milioni.
Grazie papi, come al solito.
Anche se resta lo scotto del Lodo Mondadori, costato a B. un assegno da 560 milioni di euro e l’aggravarsi della sindrome dell’assedio.
Altri numeri fanno paura a Marina e Pier Silvio.
Quelli degli ascolti delle reti di casa, per esempio: domenica in prima serata, Canale 5, Rete4 e Italia1 hanno racimolato in tutto il 28,6% di audience.
La Rai il 44%: solo Report oltre il 14%.
Perde la tv generalista, in assoluto, ma Mediaset perde molto.
Soprattutto in termini di gradimento: in un giorno medio dell’ottobre 2005, le tre emittenti private raccoglievano in prima serata il 41% del pubblico; la tv pubblica il 46%.
Lo stesso dato oggi vale per Mediaset il 31%, per la Rai il 36.
Ormai il mercato tv si è aperto: lo dimostrano il Servizio Pubblico di Santoro e il telecomando libero di spettatori sfiancati dai Grandi Fratelli vari (che infatti registrano tracolli).
Con un paradosso in termini pubblicitari: la Rai ha una media share del 41% e incassa solo il 24% del capitale pubblicitario in circolazione, il Biscione con il 36% di share attrae il 56%, cioè 2 miliardi e 413 milioni.
Senza contare il business della pubblicità  istituzionale che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi indirizza sulle reti televisive di Silvio Berlusconi: 4,659 milioni di euro su 21,466 milioni stanziati nel 2010 per radio, giornali e tv, cioè il 21,70% del totale.
Sky e La7 raccolgono le briciole, e la Rai? La concessionaria Sipra ha portato pubblicità  di ministeri vari per un valore di 890 mila euro, ma di fatto non ha incassato un euro: viale Mazzini è obbligata a concedere spazi gratuiti al governo.
La grande paura dei pargoli di B. oggi si chiama legge Gentiloni: una cosa che un nuovo esecutivo (più disinteressato del precedente) potrebbe rispolverare, riportando al 45% il tetto massimo di pubblicità .
A Cologno Monzese una cosa è certa: se cambia il governo, cambieranno anche le cose in Rai.
Saranno più difficili le larghe intese, la concorrenza troppo leale in casa Raiset, insomma il sostanziale controllo di un solo potere sul mercato della tv. Forse il premier teme la vendetta nel luogo che più gli sta a cuore: il portafoglio.
E in giro — almeno così sembra — ci sono meno amici pronti a dichiarare che “Mediaset è patrimonio culturale del Paese” (Massimo D’Alema).

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ANCHE LA DEMOCRAZIA E’ COLPITA DALLA CRISI: CHI NON HA PIU’ FIDUCIA A LIVELLO RECORD

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL 23% LA EQUIPARA AI REGIMI AUTORITARI, CAUSA GOVERNO IN TILT… TRE ANNI FA IL DATO ERA INFERIORE DI 7 PUNTI…TRA GIOVANI, ELETTORI DI PDL E LEGA LO SCETTICISNO E’ MAGGIORE

Nel Paese si percepisce un diffuso disincanto politico.
Investe non solo i partiti e i loro leader, ma anche le istituzioni dello Stato. Ad eccezione del Presidente Napolitano, com’è noto, la sfiducia dei cittadini non risparmia nessun soggetto e nessun attore pubblico.
Non sorprende che questo sentimento stia erodendo il consenso nei confronti delle istituzioni rappresentative. Verso la stessa “democrazia”.
È ciò che sta capitando, secondo un sondaggio di Demos di alcuni giorni fa.
Certo, la gran parte degli intervistati (oltre due terzi) resta convinta che “la democrazia è preferibile a qualsiasi altra forma di governo”.
Se ne desume, però, che circa un italiano su tre la pensa diversamente.
In particolare, il 23% del campione accetta l’idea che: “autoritario o democratico non c’è differenza”.
Si tratta del dato più alto registrato negli ultimi dieci anni.
Nel 2001 questa posizione era, infatti, condivisa dal 16% degli intervistati. La stessa percentuale rilevata nel 2008.
Il disincanto democratico sembra, dunque, essere cresciuto sensibilmente negli ultimi anni. In particolare, si è diffuso fra i più giovani (18-29 anni). Ma risulta condiviso, soprattutto, nell’elettorato di centrodestra: il 31% tra gli elettori del Pdl, addirittura il 34% tra i leghisti.
Difficile sorprendersi.
La democrazia rappresentativa non sta offrendo grande prova di sè, in questa fase. In Italia, ma non solo.
Basti pensare a come è stata affrontata la crisi economica e finanziaria.
L’agenda: dettata dalla Ue, in particolare dalla Bce e dal Fmi. Cioè: da istituzioni finanziarie e monetarie, non elettive.
Nell’ambito della Ue, peraltro, le scelte comunitarie – in particolare, le nostre – sono state imposte da due Paesi su tutti: Francia e Germania.
Da due leader su tutti: Sarkozy e Merkel. Eletti dai cittadini dei loro Paesi, non dagli europei, nel loro insieme. Tanto meno dagli italiani.
Peraltro, mentre i mercati dettano le regole e i vincoli ai governi, il rapporto tra mercato e democrazia non appare più stretto e automatico come un tempo.
Leonardo Morlino, sull’ultimo numero dell’Espresso, mostra come il tasso di crescita del Pil nei regimi autoritari (4,9%) sia decisamente superiore a quello dei Paesi democratici e liberi (2,3%).
Questa tendenza si spiega, in parte, con il basso punto di partenza dei regimi autoritari. Tuttavia, non sorprende troppo, vista l’influenza esercitata sulle economie occidentali da Cina e Russia (sistemi peraltro molto diversi).
Visto il peso della Libia (e della famiglia) di Gheddafi nell’economia italiana fino a un anno fa.
Prima dell’intervento armato, deciso e guidato da Usa, Gb e, anzitutto, dalla Francia (di nuovo). A nome e per conto della Comunità  Internazionale (Italia compresa).
Il disincanto democratico degli italiani, però, è condizionato, in misura rilevante, dalle vicende interne.
La sfiducia nel governo eletto nel 2008, in un’altra epoca: oggi solo il 20% degli elettori lo considera adeguato al compito.
Stesso giudizio nei confronti dell’opposizione. Ma il consenso verso il governo è crollato in breve tempo.
Il Presidente del Consiglio ottiene, a sua volta, una valutazione sufficiente da due soli elettori su dieci.
D’altra parte, un governo e un Presidente del Consiglio che, per sopravvivere, ricorrono alla fiducia una volta alla settimana, non possono che riprodurre la sfiducia. Tanto più se si assiste a passaggi continui di parlamentari, tra uno schieramento e l’altro. In queste ore, ad esempio, Berlusconi sta contattando, ad uno ad uno, i “dissidenti” del Pdl.–
Per ricomporre, una volta di più, la maggioranza, in vista del voto. Allargando ancora, se necessario, il numero dei sottosegretari e dei vice-ministri (se ne è perso il conto, oramai).
Difficile riconoscere il marchio della “volontà  popolare” a una maggioranza sempre in bilico, tenuta insieme e rattoppata mediante incentivi personali continui.
Anche perchè non è per “sanare” i problemi giudiziari nè i conflitti di interesse di Berlusconi che gli elettori, nel 2008, avevano garantito al Centrodestra una maggioranza parlamentare larga come mai prima, nella Seconda Repubblica.
Le preoccupazioni degli italiani, ormai segnate dalla crisi economica, hanno reso insopportabili i costi della politica.
I privilegi di cui godono i parlamentari e gli amministratori pubblici.
E hanno alimentato un clima “antipolitico”, sostanzialmente diverso da quello dei primi anni Novanta.
Perchè allora rifletteva la rottura con il “vecchio” sistema politico. Evocava una domanda di cambiamento, proiettata nel futuro.
Mentre oggi l’antipolitica riflette la frustrazione suscitata da un sistema politico esausto, prigioniero del presente – e del passato.
Anche per questo la “fiducia” nella democrazia, in Italia, appare in declino.
Tanto più fra coloro che diffidano dei partiti.
D’altra parte, a fidarsi dei partiti, ormai, è una quota residua: il 5% degli italiani.
Non a caso i soggetti che raccolgono maggiore consenso fra i cittadini sono “esterni” ai partiti.
Non solo il Presidente, Napolitano. Ma anche imprenditori, finanzieri, leader di organizzazioni economiche, tecnici.
Gli stessi ai quali fanno riferimento quanti vedono in un governo di unità  nazionale l’unica soluzione a questa crisi – politica ed economica.
Ma Berlusconi e gli altri leader della maggioranza, in caso di sfiducia parlamentare, invocano il ritorno alle urne.
Ogni diversa soluzione sarebbe “un golpe”, ha denunciato, sabato scorso, il ministro Calderoli.
Responsabile della legge elettorale attualmente in vigore, in base alla quale è stato eletto questo Parlamento.
Secondo lo stesso Calderoli: una “porcata”, che impedisce ogni controllo sugli eletti da parte degli elettori. Contro questa legge elettorale sono state raccolte, in un mese e mezzo, oltre 1 milione e 200 mila firme.
Per promuovere un referendum abrogativo, che riscuote il consenso di gran parte degli elettori (come ha mostrato la “Mappa” della scorsa settimana).
Questa legge elettorale – ogni legge elettorale – è, per definizione, principio e fondamento della nostra democrazia rappresentativa.
Visto che la “rappresentanza” democratica è realizzata mediante le elezioni. Per questo occorre prendere sul serio il disincanto della società  italiana.
Perchè mina la “legittimità ” della nostra democrazia.
Alla radice.

Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)

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I TAGLI AL MINISTERO HANNO DATO IL COLPO DI GRAZIA ALLA TUTELA AMBIENTALE

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

UN MINISTERO “CHIUSO PER LIQUIDAZIONE”: CON I TAGLI OPERATI DA TREMONTI A MALAPENA SI RIESCONO A PAGARE GLI STIPENDI AL PERSONALE…NESSUN INTERVENTO A TUTELA DEL PATRIMONIO NATURALE, TUTTO VIENE LASCIATO NEL DEGRADO

Con quelle che si possono considerare le dimissioni virtuali del ministro Stefania Prestigiacomo, tra un’ondata di maltempo e l’altra che minaccia di nuovo Liguria e Toscana, l’emergenza ambientale del Malpaese esplode in tutta la sua gravità .
“«il Piano straordinario per il dissesto è ancora fermo al palo», ammette la stessa Prestigiacomo in commissione al Senato, aggiungendo che a tutt’oggi «non è stata assegnata alcuna risorsa» al suo ministero e che il decreto legge di agosto «ha cancellato tutti i fondi statali».
A questo punto, non resterebbe che appendere sulla porta dell’Ambiente un cartello con la scritta «Chiuso per liquidazione»: nè possono bastare gli stanziamenti d’emergenza annunciati ora per «mitigare l’elevatissimo rischio» che incombe sulla città  di Genova, a salvare la coscienza del ministro e del governo a cui appartiene.
Sono proprio “lacrime di coccodrillo” — come dice il nuovo capo della Protezione civile, Franco Gabrielli – quelle che stiamo versando per le dieci vittime della recente alluvione in Lunigiana e nelle Cinque Terre, come le altre che abbiamo già  versato o purtroppo dovremo ancora versare in futuro per analoghi disastri ambientali.
Morti e danni provocati non tanto dalla fatalità , ma innanzitutto dalla nostra incuria e irresponsabilità .
E cioè, dall’abbandono delle campagne e delle montagne; dalla cementificazione selvaggia e dagli abusi edilizi; dal dissesto idrogeologico; dalla “politica del condono” e così via.
A questo scempio sistematico, favorito nel tempo dai vari governi della Repubblica, il governo terminale di Silvio Berlusconi ha deciso di dare il colpo di grazia con i cosiddetti “tagli lineari” che hanno ridotto drasticamente i fondi per il prossimo triennio.
Oltre 228 milioni di euro in meno: più di 124 nel 2012, 45 e quasi 59 rispettivamente nei due anni successivi.
E ciò limita la dotazione del ministero a 421 milioni complessivi per l’anno prossimo, rispetto ai 545 previsti dalla stessa Legge di Stabilità .
Basti pensare che nel 2008 il bilancio del ministero era di un miliardo e 649 milioni.
Escluse le spese di funzionamento, il taglio di 124 milioni inciderà  nel 2012 sui circa 180 milioni destinati ogni anno agli interventi sul territorio: ne restano disponibili, quindi, una sessantina scarsi.
Un obolo, una miseria.
«In sostanza — denuncia Gaetano Benedetto, responsabile delle Politiche ambientali per il Wwf — abbiamo un dicastero che sopravvive a se stesso, con i soldi a malapena sufficienti per pagare gli stipendi del personale, ma con una capacità  operativa praticamente azzerata».
Ecco perchè l’associazione presieduta da Stefano Leoni ha predisposto un documento con le sue osservazioni e proposte di emendamento alla cosiddetta Legge di Stabilità  che rischia di decretare la definitiva instabilità  del territorio nazionale.
Al primo punto, si chiede al governo ancora in carica o a quello che verrà  di mantenere per i prossimi due anni — come per il ministero dei Beni culturali — almeno gli stanziamenti originariamente previsti.
Secondo il Wwf, è necessario confermare inoltre l’accantonamento di 210 milioni di euro per interventi a favore della difesa del suolo che nel frattempo sono stati cancellati.
Poi, c’è il capitolo degli incentivi fiscali per il settore edile, in funzione del risparmio e dell’efficienza energetica: qui si tratta di ripristinare le agevolazioni del 55%(riqualificazioni) e del 36% (ristrutturazioni), recuperando i fondi dai 400 milioni previsti per l’autotrasporto. E infine, il Wwf sollecita la “stabilizzazione” del 5 per mille dell’Irpef, a sostegno delle associazioni senza scopo di lucro che svolgono funzioni di utilità  e promozione sociale, insieme agli enti di ricerca scientifica o sanitaria e alle università .
Era un volontario Sandro Usai, l’eroe quarantenne travolto dall’acqua a Monterosso, dopo aver salvato la vita a due persone.
Il presidente della Repubblica ha già  annunciato l’intenzione di conferirgli alla memoria la medaglia d’oro al valor civile.
Ma sono in tanti a lavorare in silenzio, e a rischiare la pelle ogni giorno, per difendere il nostro ambiente e la nostra salute.

Giovanni Valentini
(da “La Repubblica“)

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ULTIME (FORSE) DELLA SERA, BERLUSCONI NEL BUNKER: “PORRO’ LA FIDUCIA, VOGLIO VEDERE IN FACCIA I TRADITORI”

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

TRA CONFERME E SMENTITE, CONTINUA IL TEATRINO BERLUSCONIANO TRA ANNUNCI DI DIMISSIONI E PROCLAMI DI LOTTA… LETTA: “SE CADE L’ESECUTIVO, GLI IMPEGNI RESTANO”… GLI INTERESSI DI MEDIASET DIETRO L’INVITO ALLA RESISTENZA COL VINAVIL ALLA POLTRONA

Silvio Berlusconi non si dimette: «Domani si vota il rendiconto alla Camera, quindi porrò la fiducia sulla lettera presentata a Ue e Bce. Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi».
Il presidente del Consiglio ferma così, con una telefonata al quotidiano Libero, la girandola di voci su un suo possibile passo indietro.
Stop alle voci, alle congetture, al «De profundis» intonato al governo per tutta la mattina.
«Che Silvio Berlusconi stia per cedere il passo è cosa acclarata, è questione di ore. Alcuni dicono di minuti».
Anzi, no: «Berlusconi si presenta alle Camere, chiede la fiducia per varare la legge di stabilità  e il maxiemendamento, annuncia che si dimetterà  un minuto dopo e che chiede le elezioni a gennaio. Di questo si discute».
A dare il via alla ridda di ipotesi sulla prossima – o ultima – tappa del governo, è stato il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara.
In un primo messaggio video, pubblicato questa mattina sull’edizione online del quotidiano, Ferrara dava per certe le dimissioni, parlando anche del dopo, dicendo che «qualunque soluzione mascherata di emergenza che non siano le elezioni subito è inutile».
Poi sono piovute le smentite.
In primis quella del diretto interessato, che da Arcore – dove ha incontrato i figli Pier Silvio e Marina e il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri – ha eliminato ogni dubbio, pur attraverso una pagina Facebook: «Le voci di mie dimissioni sono destituite di fondamento e non capisco come siano circolate».
Immediatamente dopo, lo stop alle illazioni arriva da Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, che in una nota ufficiale riporta le parole del premier: «Ho parlato poco fa con il presidente Berlusconi che mi ha detto che le voci sulle sue dimissioni sono destituite di fondamento».
E subito ecco anche Ferrara correggere il tiro.
La notizia delle dimissioni era stata accreditata anche dal vice direttore di Libero, Franco Bechis, che su Twitter, poco prima di Ferrara, annunciava che il vertice Pdl di domenica sera «si è chiuso con l’intesa che entro domani» Berlusconi «annuncerà » le dimissioni e proporrà  un «governo Letta».
Salvo poi fare marcia indietro: «dopo aver parlato con la famiglia, Berlusconi avrebbe deciso di sfidare anche i suoi chiedendo la fiducia sul testo della lettera della Bce», «cinguetta» Bechis, sul social media.
E ancora, nel giro di una manciata di minuti: «Nuova linea Pdl. Governo forza subito fiducia in Senato su maxi-emendamento. Se lì ha i numeri e Camera no, elezioni inevitabili».
Insomma, solo voci, quelle delle dimissioni del premier, iniziate a circolare da ieri sera, e rafforzate da due direttori a lui vicini, stamani: Bechis e Ferrara, appunto.
D’altronde, già  ieri, per tutto il giorno, Berlusconi aveva smentito l’ipotesi di un passo indietro. Dal suo staff la conferma che il Cavaliere non avrebbe alcuna intenzione di mollare, nonostante le pressioni provenienti dallo stesso Pdl: i dissidenti chiedono le dimissioni del premier per lasciare spazio a un altro governo, con una maggioranza più ampia, in grado di far fronte alla difficile crisi economica e finanziaria, guidato magari dal sottosegretario Gianni Letta.
Un’ipotesi cui sembra guardare anche lo stesso Letta, quando in conferenza stampa a Palazzo Chigi (si parla dell’accordo con la Commissione Europea sui fondi per il Sud, ndr) dice che «nel passaggio da un governo ad un altro – non è che lo stia auspicando – gli impegni assunti non si rinnovano e non cadono, ma continuano. Si chiama principio della continuità  amministrativa».
Ma intanto quelle voci che si rincorrono, rimbalzate in Borsa a Milano, fanno recuperare immediatamente terreno a una seduta partita in negativo e poi arrivata a guadagnare il 3% (con lo spread sceso a quota 473 punti base dal record iniziale, 491); salvo invertire bruscamente la tendenza, dopo le smentite.
La settimana politica si era aperta con forti pressioni sul governo e con la conta dei deputati con il pallottoliere.
Dopo l’umiliazione subita al G20 di Cannes, durante il quale ha dovuto chiedere il monitoraggio del Fondo monetario internazionale sull’attuazione delle misure urgenti, per colmare la crisi di credibilità  di cui soffre, Berlusconi ha visto crescere il numero delle defezioni nel suo partito.
Il tutto mentre dalla Lega il ministro Maroni osservava che «la maggioranza sembra non esserci più» e che «è inutile accanirsi».
Sul campo, c’è ancora l’ipotesi che Berlusconi tenti oggi in extremis di «riacciuffare» qualcuno dei dispersi e, qualora non ce la facesse, si dimetta tra stasera – quando tornerà  a Roma – e domani.
Magari dopo il passaggio del voto sul Rendiconto previsto a Montecitorio, che anche senza maggioranza passerebbe grazie all’astensione delle opposizioni.
Il primo test ufficiale attende Berlusconi alla Camera domani, in occasione della votazione del Rendiconto generale dello Stato per il 2010, legge sulla quale il governo è già  andato sotto una volta e senza la quale si paralizza l’attività  pubblica.
Dopo il rendiconto ci sarà  l’esame del ddl di assestamento.
Diversi ribelli del Pdl hanno detto che voteranno il Rendiconto poichè si tratta di un atto dovuto. Le opposizioni invece potrebbero astenersi con l’intento di far emergere i numeri della maggioranza.
Se questi fossero inferiori alla maggioranza assoluta di 316, Berlusconi non sarebbe forzato a dimettersi ma potrebbe prendere atto di un indebolimento tale della maggioranza da non consentire lo svolgimento di un’efficace azione di governo.
L’ostacolo successivo si porrebbe per Berlusconi al Senato, dove verrà  presentato, a partire da mercoledì, il maxi emendamento alla legge di Stabilità  con le misure anti crisi promesse all’Europa. Berlusconi ha annunciato a Cannes che chiederà  la fiducia di palazzo Madama in modo che nel giro di 10-15 giorni gli interventi chiesti dall’Unione europea siano approvati. Finora il governo ha goduto al Senato di una maggioranza più solida rispetto a quella della Camera, ma un drammatico peggioramento della situazione sui mercati internazionali potrebbe far precipitare i numeri della coalizione anche a palazzo Madama.
I lavori parlamentari avverranno sotto gli occhi dei rappresentanti della Commissione europea che insieme a quelli del Fondo sono stati incaricati di seguire le mosse dell’Italia e certificarne i passi avanti sulla strada del risanamento e del rilancio economico.

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