Novembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
COSA STA SUCCEDENDO AL DEBITO ITALIANO
Che cosa sta succedendo sul mercato del debito?
Gli investitori vendono i nostri titoli di Stato già in circolazione, facendo crollare il prezzo (che, nel mercato obbligazionario equivale a un aumento del rendimento). Si allarga quindi lo spread, cioè la differenza tra quanto rendono i nostri titoli a 10 anni e quelli tedeschi.
Fino a quando si può continuare così?
La soglia critica, secondo molti analisti, è quella del rendimento pari al 7 per cento
annuo sui titoli decennali. Ieri sul mercato si è arrivati al 6,2. All’ultima asta i Btp sono stati venduti a un tasso mai toccato da quando c’è l’euro, il 6,06 per cento, in aumento del 15 per cento rispetto all’asta precedente. Questo significa che è in moto un effetto valanga: sul mercato vengono venduti i titoli, lo spread sale, alle aste il Tesoro deve pagare interessi sempre più alti. Oltre un certo livello — appunto il 7 per cento — gli investitori considerano lo Stato incapace di affrontare i propri impegni di pagamento, specie se, come l’Italia, ha un debito molto elevato (il 120 per cento del Pil) e una crescita prevista per l’anno prossimo vicina allo zero.
Ma la lettera di intenti del governo non aveva convinto l’Unione europea?
Servono due precisazioni: i vertici dell’Ue, Barroso per la Commissione e Van Rompuy per il Consiglio, hanno approvato la lettera presentata mercoledì da Silvio Berlusconi perchè il contenuto era stato concordato e rivisto, prima della rivelazione pubblica. L’Europa ha preteso, tra l’altro, le date entro cui realizzare le riforme. Quindi doveva per forza approvarla, perchè lo scopo di tutta l’operazione era presentare l’Italia come un Paese sulla strada giusta e non come la prossima Grecia, per allontanare la crisi.
I mercati ci hanno creduto?
Giovedì sembrava di sì: gli spread scendevano e le Borse salivano, ma era un’illusione, anzi era speculazione (cioè un tentativo di guadagnare su rialzi nel breve termine, non si specula solo al ribasso). Ma già da venerdì, soprattutto dall’asta sui Btp, è stato chiaro che gli investitori non si fidano che il governo Berlusconi riesca a fare in pochi mesi quello che non è stato capace di realizzare in tre anni.
Cosa dovrebbe fare l’Italia per uscire dalla tempesta finanziaria?
L’opinione più condivisa è che ormai non restino che due leve. La prima è dimostrare che il risanamento avviato con la manovra estiva era reale: dei 60 miliardi di correzione ancora ne mancano 20 all’appello. Dovevano arrivare da una riforma del fisco e dell’assistenza (cioè da un aumento delle tasse), ora c’è grande confusione sul tema, si parla anche di un nuovo aumento dell’Iva. La seconda opzione, la più condivisa a livello internazionale, è che Berlusconi non sia più credibile. Come dice una battuta che circola a Bruxelles, ‘il problema è il cuoco, non la ricetta’. Quindi almeno parte dello spread e dell’aumento dei tassi è da attribuire alla permanenza di un governo considerato dai mercati inadatto a questa fase della crisi.
Chi ci può salvare?
È molto atteso il G20 dei prossimi giorni a Cannes, in Francia. In quella sede si dovrebbe definire un ulteriore salto di qualità nello spiegamento di forze contro la crisi europea: il coinvolgimento dei Paesi extraeuropei, Cina inclusa, tramite il Fondo monetario internazionale. Il governo di Pechino ha rifiutato di investire direttamente nell’Efsf, il Fondo salva Stati europeo, sembra preferire un potenziamento del Fmi, così da rafforzare il proprio ruolo all’interno di un’istituzione finora a trazione americana ed europea. Sarà poi il Fondo a intervenire in Europa, forte dei capitali cinesi.
Basterà questo a mettere al riparo l’Italia?
No. Unione europea e Fmi stanno cercando di creare una rete di sicurezza attorno all’Italia e alla Spagna per evitare che la bancarotta controllata della Grecia inneschi un effetto domino. Ma si tratta di interventi ex post, che si spera di non dover mai concretizzare, o i sacrifici imposti agli italiani come contropartita saranno anche superiori a quelli chiesti ai greci.
Cosa possiamo fare per evitare il peggio?
Dipende tutto dal governo: può iniziare ad approvare per decreto legge in tempi rapidissimi le misure imposte dall’Ue o dimettersi. Entrambe le cose sarebbero salutate con favore dai mercati.
Ste. Fel.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA ARRIVA DA FONTI DEL PDL…VIZZINI E’ PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI…UN SEGNALE PREOCCUPANTE PER LA MAGGIORANZA CHE VEDE SFILARSI UN SUO ESPONENTE DI LUNGO CORSO
Nei prossimi giorni il senatore Carlo Vizzini lascerà il gruppo parlamentare del Pdl per aderire a quello del Terzo Polo o dell’Udc.
Lo riferiscono fonti del gruppo pidiellino, certe ormai che non si tratti più soltanto di una indiscrezione ma di una notizia certa.
Sarebbe una novità non di poco conto, considerando che Vizzini è presidente della commissione affari costituzionali( dove passano tutti i dossier più delicati in materia di riforme, oltre ad esprimere il parere di costituzionalità su ogni provvedimento all’esame del Senato) ed un politico con una lunga storia alle spalle, essendo stato in passato segretario nazionale del Psdi.
Per molto tempo di lui si è detto che sarebbe stato il candidato naturale del centro destra alla guida del comune di Palermo, ma è stato lui stesso in una recente intervista al quotidiano La Stampa a dichiarare che qualunque candidato berlusconiano sarebbe destinato a perdere nel capoluogo siciliano, così come accaduto già a Milano e Napoli.
Giudizio condiviso anche dagli esponenti proprio del terzo polo a Palazzo Madama che, in una recente riunione, avrebbero deciso di stipulare un’alleanza con il Pd per le comunali palermitane, senza alcuna preclusione sulla scelta del candidato sindaco.
Il passaggio di Vizzini all’opposizione rappresenterebbe però soprattutto un segnale molto preoccupante per la tenuta della maggioranza nella Camera alta, dove intorno alla figura di Beppe Pisanu e Giuseppe Saro già diversi pidiellini hanno chiesto un passo indietro al Cavaliere ( si pensi solo che la lettera dei cosiddetti frondisti pubblicata nei giorni scorsi ha visto la luce proprio a Palazzo Madama).
Vizzini aveva già rimesso i propri incarichi nel Pdl in seguito alla notizia dell’indagine a suo carico per l’ipotesi che abbia percepito tangenti provenienti dal tesoro dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino.
Su questo dice di aver fornito ai pm tutta la documentazione necessaria a provare la propria estraneità .
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO “RESPONSABILE” CHE INSIEME A SCILIPOTI HA SALVATO IL GOVERNO BERLUSCONI UN ANNO FA E’ NELLA DELEGAZIONE CHE RAPPRESENTERA’ IL NOSTRO PAESE IN GIAPPONE… COLUI CHE PARLAVA DI DENTIERA E MUTUO DA PAGARE STA COLLEZIONANDO VIAGGI IN TUTTO IL MONDO
Chi rappresenta le istituzioni italiane all’estero? L’on. Antonio Razzi.
Il deputato di Popolo e territorio infatti — diventato “celebre” per l’uscita dall’Idv insieme a Domenico Scilipoti per votare la fiducia al governo Berlusconi il 14 dicembre 2010 — è stato inserito nella delegazione di parlamentari che, con seguito di traduttrici e impiegati della Camera, trascorreranno alcuni giorni in Giappone incontrando autorità istituzionali.
Quali siano gli obiettivi della delegazione dell’Unione interparlamentare, però non risulta dagli atti sul sito della prestigiosa istituzione.
Risulta invece una certa effervescenza diplomatica di Razzi che il 1 febbraio 2011 riceve a Montecitorio la delegazione del parlamento indiano, il 25 febbraio 2011 quella del Paraguay ed il 21 e 22 marzo 2011 quella della Corea oltre a essersi personalmente recato in missione a Panama dal 15 al 20 Aprile 2011.
Razzi risulta essere “revisore dei conti” dell’ufficio di Presidenza dell’Unione interparlamentare nonostante sia stato inserito nel gruppo di Presidenza dall’Idv, e quindi teoricamente decaduto poichè uscito dal partito in appoggio a Berlusconi.
Fino ad oggi Razzi ha collezionato viaggi in tutto il mondo.
Dal Qatar al Vietnam, dall’America Latina agli Stati Uniti.
Utilizzando le visite dell’Unione Interparlamentare, il deputato seguace di Scilipoti a volte si è infilato in sostituzione di rinunciatari, apparendo in foto, servizi giornalistici e resoconti.
Ma con quale ruolo e competenze effettive? Nessuno lo sa.
Sarebbe curioso sapere quali risultati sono stati conseguiti dal deputato e quanto è costata questa attività allo Stato.
C’è da notare che, in occasione di questi viaggi, oltre ai traduttori, vi prendono parte funzionari della Camera che, in veste di accompagnatori, hanno una disponibilità di denaro contante in loco per risolvere qualsiasi esigenza nasca all’onorevole in missione all’estero. Insomma, una bella spesa per le spremute tasche statali.
Cosa dirà in questi giorni Razzi ai suoi colleghi giapponesi: “Sayonara”?
E pensare che due settimane fa il deputato di Popolo e territorio ha mostrato di non avere particolare familiarità con la lingua italiana.
Ospite alla trasmissione radiofonica La Zanzara, Razzi, che nel curriculum vanata anche l’appartenenza alle commissioni “Cultura, scienze e istruzione” e “Politiche dell’Unione Europea”, è stato protagonista di una performance linguistica a dir poco audace.
Quindici minuti tra nonsense, legami fantasiosi, nomi e coniugazioni sbagliate.
Il suo maestro? “L’italiano me lo insegna Sgarbi”
Massimo Pillera
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL 2011 MONTECITORIO CHIEDE GLI STESSI FONDI DEL 2011
«Cavallo magro corre più forte». Parola di Roberto Calderoli, che a settembre annunciava trionfante un «disegno di legge di riforma costituzionale per dimezzare il numero dei parlamentari».
Ma come può dimagrire, quel cavallo, se hanno già deciso di dargli da mangiare come prima?
Così è: la Camera vuole – fino al 2014 – gli stessi soldi di oggi.
Una delle due: o i tagli sono una frottola o pensano che i parlamentari dimezzati costeranno il doppio.
In ogni caso pensano che i cittadini siano così grulli da non vedere la truffa.
Eppure, a sentire la grancassa di promesse di questi mesi, pareva tutto già deciso.
Lo stesso Cavaliere («dobbiamo abolire il numero enorme di parlamentari dalle prossime elezioni») aveva insistito: l’iter doveva essere «urgente».
Che vogliano tagliare davvero, però, è un’altra faccenda.
E prendere sul serio le promesse fatte per placare l’ira dei cittadini chiamati a fare sacrifici e andare in pensione sempre più tardi, stavolta, è ancora più difficile del solito.
La prova? A dispetto della crisi, degli ultimatum europei, delle fatiche di Sisifo sulle pensioni, dei sorrisetti di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel proprio sulla nostra affidabilità , la Camera ha avvertito il Tesoro che avrà bisogno della stessa dose di biada del 2012 e 2013 anche per il 2014.
Quando, a dar retta a Calderoli, il cavallo troppo grasso dovrebbe aver perso già metà del suo peso.
La lettera è arrivata sul tavolo di Giulio Tremonti qualche giorno fa, mentre si diffondevano le voci che la doppia manovra economica non basterà e alla vigilia di un nuovo pressing di Bruxelles.
«Signor ministro Le comunico che l’Ufficio di presidenza ha deliberato di mantenere l’importo della dotazione per l’anno finanziario 2014 nella medesima misura già prevista per gli anni 2012 e 2013. L’importo della dotazione richiesta per ciascun anno del triennio 2012-2014 è quindi pari a euro 992.000.000».
Firmato: il segretario generale Ugo Zampetti.
Una richiesta sfacciata. Tanto più dopo tutte le chiacchiere della maggioranza sui «tagli epocali» e dopo quanto è accaduto in questo primo tratto del secolo, definito dalla Banca d’Italia «decennio orribile».
Durante il quale il prodotto interno lordo pro capite è crollato del 5% mentre le spese di Montecitorio crescevano fino a sfondare il 41%.
Lo sanno che cosa si prepara, gli autori di quella lettera che batte cassa, per il 2014?
La pressione fiscale schizzerà al record storico del 44,8%.
Il debito pubblico salito ormai al 120,6% del Pil non riuscirà a calare, nonostante la manovra da 145 miliardi, sotto il 112,6%.
E secondo il Fondo monetario internazionale si consoliderà il sorpasso dell’India, che nel 1993 aveva meno di un terzo del nostro Pil ma ha già messo la freccia per superarci, come già hanno fatto il Brasile e ormai dieci anni fa la Cina.
E la nostra Camera ci farà il regalo di chiedere ai contribuenti gli stessi soldi che chiede oggi? Quale eroismo! Grazie…
Semplicemente avvilente il raffronto con una istituzione paragonabile, come la britannica House of Commons, che di deputati ne ha 650, venti più dei nostri, ma nonostante questo ha un livello di spese correnti (meno di 500 milioni di euro) pari a neanche metà di quelle di Montecitorio.
Differenziale assolutamente in linea con l’abisso che separa i livelli retributivi delle due istituzioni. Basti dire che Jack Malcolm, il capo dell’amministrazione del parlamento del Regno Unito, ha una retribuzione di 235 mila euro: metà di quanto guadagna il nostro «pari grado».
Ma non basta.
Entro l’anno fiscale 31 marzo 2014-31 marzo 2015 la Camera bassa britannica vuole ridurre i propri costi di un altro 17%. Un taglio netto.
Raddoppiato rispetto alla sforbiciata del 9% per il 2013 già decisa l’anno scorso.
Una scelta seria, «in linea con il resto del settore pubblico». I tempi sono così bui da obbligare a tagliare la scuola o la sanità ? I tagli alla «Casta» britannica devono essere uguali. Così che nessuno possa parlare di privilegi e privilegiati.
Domanda: perchè lassù, dove morde la stessa crisi, il trattamento delle Camere è allineato a quello di tutta l’amministrazione e da noi no?
Cosa c’entrano i «costi della democrazia»?
I numeri dell’ultima legge di stabilità parlano chiarissimo. Depurata dal costo del debito pubblico, la spesa statale italiana nel 2014 sarà inferiore del 4,5% a quella prevista per il 2012. Circa 20,3 miliardi in meno.
Lo stanziamento per gli «organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e presidenza del consiglio», cioè Camera, Senato, Quirinale, Consulta, Csm, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cnel e palazzo Chigi resterà invece intatto: 2 miliardi e 981 milioni di euro.
Lo stesso di oggi.
Ma non avevano detto di aver tagliato? Avevamo capito male?
Riprendiamo quanto dichiarò a verbale il 2 agosto il questore della Camera Francesco Colucci: «Nel triennio 2011-2013 il bilancio dello Stato potrà beneficiare di una minor richiesta di dotazione da parte della Camera pari a 75 milioni di euro».
Commenti degli osservatori «ingenui»: però!
E via coi calcoli: se quest’anno per mantenere Montecitorio paghiamo 992,8 milioni fra due anni vorrà dire che si ridurranno a 917,8.
No: resteranno sempre 992,8.
E quei 75 milioni? Semplice: sono gli aumenti cui la Camera ha deciso di rinunciare. Quindici milioni per il 2012, più 30 per il 2013 e ancora 30 ai quali l’amministrazione aveva già rinunciato più di due anni prima, nell’aprile del 2009.
Per capirci: come le baionette di Mussolini. Contate e ricontate, scusate il bisticcio, per mascherare i conti.
La verità è che mentre le borse crollavano e il governo si apprestava a raddoppiare la già dolorosa manovra di luglio, la Camera tagliava le spese correnti del 2011 di un misero 0,71% e il Senato di un ancor più impalpabile 0,34%.
Ed è inutile ricordare, come già i lettori sanno, che Montecitorio potrebbe alleggerire assai la richiesta di denaro alle casse dello Stato: le basterebbe rompere il «salvadanaio» e usare i 369 milioni di avanzi di cassa accumulati nel corso degli anni e custoditi nei conti correnti bancari.
O anche, perchè no, mettere a disposizione almeno parte del ricco «Fondo di solidarietà » dei deputati: un tesoretto creato negli anni grazie pure ai generosi contributi della Camera e che ha una liquidità di ben 180 milioni eccedente le necessità per cui è stato costituito, pagare le liquidazioni dei deputati.
Non bastasse, ieri pomeriggio è arrivata la ciliegina sulla torta.
Un’agenzia LaPresse : «Per gli assenteisti in commissione decurtazione della diaria, mentre per i “sempre presenti” un incentivo. Saranno queste le misure in discussione domani durante la riunione dell’ufficio di presidenza della Camera».
Traduzione: i parlamentari pagati per stare in Parlamento se staranno sul serio in Parlamento verranno pagati di più.
Un capolavoro.
Possiamo sommessamente ricordare che un ritocco così piacerebbe anche ai maestri (più soldi se vanno a scuola), agli autisti d’autobus (più soldi se si mettono al volante), ai centralinisti (più soldi se rispondono al centralino) e così via?
Diranno: ma non ci sono soldi!
Appunto…
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 24th, 2011 Riccardo Fucile
PDL STABILE AL 26,1%, LEGA IN CADUTA ALL’8,8%….TERZO POLO AL 19% SE CORRE DA SOLO…BERLUSCONI E BOSSI ULTIMI TRA I LEADER… LIEVE ARRETRAMENTO PER PD (28,1%) E IDV (8,2%), COMPENSATO DALLA RISALITA DI VENDOLA…FLI AL 3,6%, UDC AL 7,5%
Un calo di dieci punti in un solo anno: l’Atlante Politico di Demos conferma la forte caduta di consenso verso il governo e verso il premier.
Nelle intenzioni di voto, il vantaggio a favore del centrosinistra rimane consistente, anche se leggermente ridimensionato rispetto a settembre (da +9 a +8 nei confronti del centrodestra).
Il clima di opinione appare sempre più dominato dalle preoccupazioni per la crisi economica e per i sacrifici richiesti ai cittadini per affrontarla.
Maggioranza e opposizione esitano ad impegnarsi sulle misure proposte dalla Bce, che risultano largamente impopolari: pochi intervistati approvano gli interventi sulle pensioni (6%) e la riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali (5%).
Le ipotesi di condono incontrano il favore di una componente molto ridotta (8%), mentre appaiono preferibili, in tutti gli schieramenti, le proposte di aumento delle tasse sui patrimoni e le rendite (32%), in proporzione al reddito (25%), oppure la vendita di parte del patrimonio pubblico (17%).
E’ aumentata, in questo contesto, la disaffezione e la sfiducia verso la classe politica, che colpisce oggi anche l’opposizione e tutti i principali leader.
Sembra avere esaurito i propri effetti la spinta, favorevole al centro-sinistra, prodotta dai travagli estivi del governo e, ancor prima, dalla primavera elettorale.
Pd (28.1%) e IdV (8.2%) registrano un relativo arretramento rispetto a settembre, compensato però dalla risalita di Sel (6.8%).
Nel campo del centrodestra, il PdL, superato l’ennesimo voto di fiducia, sembra avere stabilizzato anche le intenzioni di voto (26.1%).
Per la Lega, attraversata da molteplici tensioni, prosegue invece il trend negativo registrato un mese fa (8.8%).
D’altra parte, il gradimento dei cittadini per l’esecutivo fa segnare, ad ottobre, il nuovo minimo storico: 21%. Mentre Berlusconi (23%), assieme a Bossi (22%) e Alfano (25%), figura in coda alla graduatoria dei leader.
Una classifica sempre più “corta” e schiacciata verso il basso: Tremonti torna ad occupare il gradino più alto, ma con appena il 37%.
Lo seguono da vicino i leader delle tre formazioni di centrosinistra: Di Pietro (35%), Bersani (34%) e Vendola (33%). I due leader centristi Fini e Casini precedono, intorno al 30%, Grillo (28%).
Le attese per una vittoria del centrosinistra (49%) superano di dieci punti quelle per il centrodestra, le cui quotazioni, nelle previsioni degli elettori, sono in parte risalite nell’ultimo mese (dal 27 al 37%).
Gli equilibri elettorali cambiano, in parte, se consideriamo le intenzioni di voto per coalizione: l’indagine ha testato tre diverse configurazioni, per quanto riguarda la geometria delle alleanze. In una ipotetica corsa a tre, il “nuovo Ulivo” otterrebbe oggi il 44%, con uno scarto di oltre sette punti rispetto al centrodestra.
Il Terzo polo, in questo scenario, sale fino al 19%: sei punti in più rispetto alla somma dei partiti che lo compongono (Udc, Fli e Api).
Il centrosinistra risulta vincente anche nel caso di una competizione fra due grandi schieramenti: più agevolmente se alleato con le formazioni di centro (55%); con maggiore difficoltà (52%) qualora l’Udc tornasse al patto con il centrodestra.
E’ interessante notare come, in entrambe le ipotesi di tipo bipolare, gli elettori dei partiti del Terzo polo tenderebbero a dividersi in misura significativa.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA OSPITE DI FABIO FAZIO A “CHE TEMPO CHE FA”: “SUBITO IL DECRETO SVILUPPO, AUMENTARE L’ETA’ PENSIONABILE MA PER CREARE UN FONDO PER L’OCCUPAZIONE DEI GIOVANI, NON PER TAPPARE LE FALLE”…”LA CREDIBILITA’ DELL’ITALIA E’ PARI A ZERO”
«Berlusconi non vuole inserire la patrimoniale nel decreto sviluppo perchè colpisce senza
dubbio lui e non, come dice, il suo elettorato che è fatto di impiegati, piccoli commercianti, gente comune».
Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, rispondendo alle domande di Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che tempo che fa”.
Per far ripartire la nostra economia, per Fini, occorre innanzitutto attuare il decreto sviluppo che, sottolinea «resta ancora un’araba fenice. Il decreto deve contenere elementi indispensabili quali appunto una patrimoniale, l’alzamento dell’età¡ pensionabile, ma non il condono perchè ha due difetti: è una una tantum e quindi non è un intervento strutturale e poi premia i furbetti. Spero che non si faccia anche se non è escluso che invece venga attuato».
Parlando dell’età pensionabile ha detto: «Lavoriamo di più, portiamola a standard europei e poi quello che risparmiamo lo mettiamo unicamente nel futuro dei nostri ragazzi».
Se si dice, ha aggiunto, «a un padre o a una madre di lavorare un anno o due in più per fare un fondo per l’occupazione giovanile, allora è più facile che si facciano sacrifici».
Commentando l’attuale crisi economica, Fini ha sottolineato che «siamo in condizione di assoluto e drammatico pericolo».
Ha aggiunto che non crede «che l’Italia possa fallire, ma siamo vicini al baratro che significa recessione e siamo in una fase di stagnazione».
Fini ha spiegato che «di fatto c’è un direttorio franco-tedesco e bisogna chiedersi perchè il terzo grande paese come l’Italia sia fuori dalla porta ad aspettare che Sarkozy e Merkel si mettano d’accordo. La credibilità dell’Italia è sotto zero».
«Temo che andremo a votare con questa legge elettorale che ha un difetto di fondo: l’elettore non sceglie il parlamentare, ma solo lo schieramento e il leader. Con il risultato che molti parlamentari sono insensibili a ciò che accade nella realtà », ha detto Fini.
Proprio una nuova legge elettorale sarebbe una delle prime cose che dovrebbe fare un nuovo governo: «Non penso a un ribaltone – ha detto – il Pdl ha tutto diritto di far parte della maggioranza di un nuovo governo con un nuovo presidente del Consiglio per fare 2-3 cose, non di più e chiedere alle altre forze politiche di sostenerlo. E tra queste c’è una legge elettorale che ridà all’elettore la scelta del parlamentare”
Nicoletta Cottone
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Ottobre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO FLI PROIETTI COSIMI HA VISSUTO LA TRATTATIVA: CEPU E NOMINE, DICEVA “NON POSSO RESTARE A SECCO”
“Eravamo seduti uno accanto all’altro, io e i colleghi Daniele Toto e Giorgio Conte. Abbiamo
ascoltato con le nostre orecchie la Polidori che telefonava ai suoi parenti con la voce rotta dall’ansia per quell’emendamento che avremmo votato e che di fatto avrebbe soppresso il riconoscimento di Cepu come università online”.
Lo rivela il deputato di Futuro e Libertà Francesco Proietti Cosimi consegnando al Fatto un’altra storia di bassa politica dell’era berlusconiana che stando alle dichiarazioni di giovedì del premier – “arriveremo fino al 2013” – continuerà a correre sui binari della compravendita.
C’è solo da aspettare per scoprire se, dopo la cena di Berlusconi con Pannella, i prossimi “convinti” saranno i cinque radicali.
Catia Polidori, la deputata che nella grande pesca berlusconiana ha vinto i premi più ambiti – il 5 maggio quello da sottosegretario e il 15 ottobre quello da viceministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero – ha sempre detto che si trattava di un caso di omonimia e che non fosse parente del grande sponsor di Berlusconi fin dal 1994, Francesco Polidori, proprietario di Cepu (azienda che si propone di dare una laurea a tutti, con corsi ad hoc a distanza, a pagamento, naturalmente) con residenza a San Marino, dove ha ricevuto il titolo di “console a disposizione”.
Aggiungendo di non aver votato no all’emendamento anti-Cepu.
“Non è vero, l’abbiamo vista tutti mentre lo faceva”puntualizza l’on. Proietti”.
Laureata in scienze economiche, 43 anni, di Città di Castello, imprenditrice, membro del Cda di diverse aziende, è considerata con Anna Maria Bernini (che l’ha anticipata nel salto dal trampolino con la rete di protezione diventando Ministro alle Politiche Comunitarie) una colomba del neo movimento finiano.
La Polidori il 14 dicembre – nonostante avesse assicurato il 10 novembre e il 2 dicembre che “la notizia che avrei perplessità circa il da farsi rispetto alla mozione di sfiducia al governo è del tutto destituita di fondamento” – ha “salvato” il premier varcando in un baleno la soglia del governo.
Scelta che ha trasformato l’aula in un parapiglia costringendo il presidente Fini a sospendere la seduta. Torniamo a quel 9 dicembre.
All’ordine del giorno c’è il ddl Gelmini che ha tagliato i fondi per le scuole e le Università pubbliche.
Il gruppo dei finiani dichiara che voterà a favore dell’emendamento – presentato dall’opposizione – contro il riconoscimento di Cepu come università online. Invece l’emendamento viene respinto, anche grazie ai voti di Fli.
“Siamo stati costretti a cambiare idea per impedire che la Polidori passasse con Berlusconi” rivela Proietti. “Eravamo alla vigilia della fiducia del 14. La posta in gioco era ridare ossigeno al governo. Non ce la siamo sentita di rischiare la dipartita della Polidori che avrebbe potuto avere un effetto domino vista la virulenza della campagna acquisti messa in atto. Cepu è di suo cugino, ce lo ha detto lei. Era disperata, non sapeva come giustificarsi di fronte ai parenti… Si agitava, piangeva, telefonava rassicurandoli che Fli avrebbe votato con la maggioranza, poi riagganciava e ci diceva: ‘È la mia famiglia, se mi obbligate a votare contro me ne vado’”.
Ne è certo? La Polidori al Corriere dell’Umbria ha dichiarato di non avere alcun legame di parentela e di non aver votato quell’emendamento…
“Sì, sono certo – assicura Proietti – Ho vissuto ogni attimo di quella vergognosa giornata e non ero solo, c’erano anche i colleghi Conte e Toto. Sì, siamo stati costretti, abbiamo dovuto farlo perchè per noi la priorità era staccare la spina al governo”.
E lei con una fava ha preso due piccioni.
“Esattamente. La Polidori è stata la sola ad avere incassato due volte: da Fli e dalla Pdl”.
Anche l’onorevole Giorgio Conte conferma quanto raccontato dal collega Proietti: “Io ero il suo compagno di banco. Un giorno la Polidori mi ha detto: ‘Sono rimasta qui e ho fatto una scelta contro i miei interessi, invece lei – guardando la Bernini – chissà quante prebende otterrà . E io che porto a casa? Niente’. Come si fa ad opporre valori e ideali ad una idea della politica personalistica e utilitaristica, in poche parole berlusconiana?”.
Per molto meno in un qualsiasi altro Stato sarebbe scoppiata la rivolta morale.
Mentre parlamentari che passano da un banco all’altro come fossero zucchine o limoni in un mercato altro non sono che la normalità di un Paese irrimediabilmente malato.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile
SENZA COMPRAVENDITA IL GOVERNO SAREBBE GIA’ CADUTO… I POTENZIALI “TRADITORI” SONO GUARDATI A VISTA: ORA TOCCA A MAZZUCA… AL MOMENTO GIUSTO SAREBBERO MOLTI I DEPUTATI DESTINATI A TRAGHETTARE VERSO IL POLO
Stanno in piedi per miracolo. E grazie ai saldi di fine legislatura.
Il governo regge l’anima con i denti, ma anche quando l’interesse della maggioranza è prioritario, in aula alla Camera entrano solo se proprio non ne possono fare a meno.
Così, mentre ieri lo spread volava a 400 punti e il governo appariva sempre più impantanato sul ddl Sviluppo, alla Camera andava in scena l’ennesima dèbà¢cle della maggioranza, con il provvedimento sulla libertà d’impresa (modifica dell’articolo 41 della Costituzione , a firma Calderoli) che è stato accantonato per mancanza di numero legale.
Certo, un nubifragio aveva allagato la Capitale, ma anche i pochi presenti sul “posto di lavoro” preferivano i divani del Transatlantico alla noia dello scranno.
Ormai tutto sembra immobile.
E, invece, si muove eccome, ma sottotraccia.
Le fibrillazioni interne e il terrore, dipinto da settimane negli occhi della gendarmeria berlusconiana, di non riuscire a comprare in tempo il prossimo malpancista e di finire a gambe per aria su una sciocchezza e casomai per un voto solo, hanno convinto Berlusconi a presidiare di persona il territorio.
E così, nella sala Colletti del governo a Montecitorio, proprio a un passo dall’aula, Denis Verdini quotidianamente aggiorna il Cavaliere sulle onde e sui marosi che sconvolgono una maggioranza allo sfascio.
Ieri, poi, all’elenco di proscrizione dei possibili “traditori” si è aggiunto un altro nome, quello di Giancarlo Mazzuca.
Da tempo l’ex direttore del Quotidiano Nazionale mostra insofferenza, si accompagna sereno a chi ha già da tempo fatto una scelta di campo (Versace) e viene guardato con sospetto per i suoi contatti con uomini vicini a Casini (Galletti dell’Udc).
Verdini, a quanto pare, lo ha già avvicinato, come ha fatto con Giustina Destro e Fabio Gava che, infatti, negano pubblicamente di aver voglia di uscire dal Pdl, ma il fuoco che cova sotto la cenere è tutto legato alla possibile formazione di un nuovo gruppo parlamentare autonomo; nel momento in cui ci saranno i numeri, tutti i “ribelli” usciranno allo scoperto.
E se non saranno abbastanza (si dice che anche in zona Miccichè e Forza Sud il lavoro in questo senso sia effervescente) potrebbero anche chiedere appoggio al Terzo polo, con una scelta politica di campo a quel punto molto chiara.
Per questo Berlusconi vigila. E Verdini è pronto ad accorrere.
Al momento si guarda con ansia, per esempio, ai numeri di maggioranza all’interno di tre commissioni chiave.
Se la Destro e Gava, alla fine, facessero davvero il “gran rifiuto”, la commissione Attività produttive, dove dovrebbe transitare il prossimo (forse) ddl Sviluppo, passerebbe all’opposizione, così come la delicata Giunta per le autorizzazioni a procedere dove lo stesso Gava è scomodo ago della bilancia.
E in arrivo ci sono provvedimenti come la richiesta di scarcerazione per Alfonso Papa e l’uso dei suoi tabulati telefonici.
Oppure il via alla lettura di quelli del ministro Romano, chiesto dal pm Morosini di Palermo.
Per non parlare, poi, della Vigilanza Rai, dove l’uscita di Sardelli ha messo le forze in campo in piena parità (20 a 20) e a questo punto se anche Mazzuca decidesse di seguire la sirena Casini, la maggioranza perderebbe anche quella.
Segni di sfaldamento che avanzano e che danno l’idea di una decadenza che, però, non trova il modo di sfociare in una crisi.
Alle viste, infatti, non c’è la discussione di un provvedimento che possa essere considerato “pericoloso” per la tenuta della maggioranza.
Forse solo il ddl intercettazioni, se decidessero di farlo tornare in aula a breve, altrimenti si dovrà aspettare l’arrivo proprio del ddl Sviluppo.
Che, però, è ancora da scrivere.
Così, in un clima di caos calmo, Berlusconi guarda alle elezioni, straparlando su cosa farà per rivincerle ancora.
Come cambiare nome al partito “perchè Pdl non comunica più niente, non emoziona, non commuove”, ma intanto avanti “fino a dicembre, che da gennaio, quando le elezioni anticipate non saranno più un rischio, faremo le cose che vogliamo e ci presenteremo al Paese con straordinarie riforme” .
Quindi, sull’onda della sua endemica volgarità ha ricordato di essere stato “accusato di tutto, tranne che di essere gay”.
Ma sarebbe meglio non mettere mai limiti alla Provvidenza.
Sara Nicoli
(“da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, economia, elezioni, governo, la casta, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »
Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL COCER: “SIAMO STANCHI DI SUBIRE LE IMPOSIZIONI DI UN GOVERNO CHE CONTINUA A PENALIZZARCI ECONOMICAMENTE PER GIUSTIFICARE I PROPRI SPRECHI”… CI VOLEVA IL GOVERNO PATACCA FORZA-LEGHISTA PER SPUTTANARE LA VERA DESTRA SOCIALE ANCHE CON LE FORZE DELL’ORDINE
Tagli e botte in piazza: dopo la protesta di piazza dei poliziotti alla quale s’erano associati i militari dell’esercito, arriva quella, a sorpresa, dei carabinieri, che in un comunicato del Cocer attaccano la casta, il governo e il premier.
Non era mai successo a un esecutivo di suscitare la contemporanea protesta di polizia, carabinieri ed esercito per i tagli a sicurezza e difesa.
Anche l’Arma ora non ci sta più, i militari sono “stufi”.
Rompono il loro consueto silenzio.
E, soprattutto, la tradizione che li vuole non solo nei secoli fedeli, ma sempre rispettosi soprattutto nei toni nei confronti del governo che, di recente, li ha elevati a rango di quarta Forza Armata.
Va detto che l’Arma dipende un po’ dalla Difesa (polizia militare), un po’ dall’Interno (ordine pubblico), un po’ dalla Salute (Nas), un po’ dall’Ambiente (Noe), un po’ dai Beni culturali (Nucleo patrimonio artistico), un po’ da Palazzo Chigi.
Senza contare che dai loro ranghi proviene uno dei tre direttori dei servizi segreti, il generale Giorgio Piccirillo (Aisi).
Ma il combinato disposto dei tagli alle risorse della sicurezza e del lavoro massacrante al quale sono stati sottoposti a Roma sabato scorso, li ha esasperati.
La preoccupazione per la manifestazione No-Tav di domenica in Val di Susa (“auspichiamo – dicono – che sia garantita “in primis” l’incolumità del personale in divisa”), ha fatto esplodere tutta la loro rabbia finora compressa nelle caserme.
E hanno deciso di uscire allo scoperto per “urlare”, per usare le parole di un alto ufficiale dell’Arma, il loro “grido di allarme”.
I militari, si sa, non hanno facoltà di esprimere dissenso, nè, tantomeno, di protestare pubblicamente.
Questo compito è demandato dunque al loro unico organo di rappresentanza, il Cocer, una sorta di sindacato democraticamente eletto.
È questo organo di rappresentanza a esprimere “umore e preoccupazione” per quanto sta avvenendo.
Lo fa, forse per la prima volta nella storia dell’Arma, con un linguaggio forte e con toni antipolitici e antigovernativi stile sindacati di polizia, forse anche per appagare in qualche modo la protesta che proviene dal basso da una base di carabinieri e sottufficiali che non sono più disposti a incassare botte “per sette euro all’ora”.
“Il governo – accusa il Cocer carabinieri in polemica, senza però mai citarlo, con il ministro della Difesa Ignazio La Russa – taglia sulla sicurezza, ma non si dimentica di finanziare la festa delle Forze Armate del prossimo 4 novembre”.
“È questo – continua – un governo impegnato a salvaguardare l’apparenza più che la sostanza: si sa, le foto ricordo durante queste manifestazioni possono valere più di cento parole, facendo percepire agli ignari cittadini una vicinanza al comparto sicurezza e difesa, di fatto inesistente! Con i tagli alle spese dell’ordine e sicurezza pubblica, il governo ha infatti dimostrato tutti i limiti della sua azione”.
Ecco il j’accuse alla casta.
“Alla nostra classe politica – sostiene la rappresentaza militare – non interessa che durante questi servizi il Carabiniere il più delle volte non mangi, oppure lavori dodici ore continuative senza percepire straordinario e in condizioni a dir poco aberranti come ampiamente hanno dimostrato le immagini dei violenti scontri di piazza. A loro interessa solo tagliare le spese per questi servizi. Siamo nel pieno ciclone alimentato da una classe politica che pensa più che a salvaguardare, ad aumentare i propri privilegi”.
“Ci chiediamo – è l’affondo rivolto polemicamente in questo caso al ministro dell’Economia Giulio Tremonti – quali spese verranno tolte dal bilancio statale, visto che siamo già altamente maltrattati”.
Ed ecco l’attacco frontale al governo. “I Carabinieri sono stanchi di sottacere e di subire le imposizioni di un governo che continua imperterrito a penalizzarli economicamente per giustificare i propri sprechi (auto blu con scorta, autisti/maggiordomi, segretari, vigilanze) e che continua a chieder loro sacrifici economici”.
“Oggi – continua la protesta – abbiamo un dato di fatto oggettivo: la sicurezza per l’italiano è gravemente compromessa. Garantire sicurezza, per i Carabinieri vuol dire lavorare gratis, per i nostri amabili parlamentari vuol dire aumento di servizi di esclusiva utilità gratuiti perchè pagati con i sacrifici dei cittadini tutti e con i tagli ai servitori dello Stato garanti dell’ordine e della sicurezza pubblica”.
Ce n’è anche per il premier: “Qualcuno – attacca il Cocer – spieghi al presidente del Consiglio il significato dei sacrifici che il Carabiniere fa per garantire la giustizia sociale ed i diritti del cittadino. I Carabinieri rimandano al governo le belle parole ed i ringraziamenti ipocriti”.
Il malessere serpeggia fra le forze dell’ordine.
Martedì i sindacati di polizia di tutto l’arco costituzionale hanno protestato in piazza contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni che riferiva al Senato sulla guerriglia di sabato.
Nella stessa giornata il Cocer Esercito solidarizzava (anche questo, senza quasi precendenti), con la manifestazione dei poliziotti.
“I tagli all’Esercito – denuncia il suo Cocer – la componente più impegnata nelle missioni all’estero, incidono sulla protezione e sulla sicurezza del personale. E stanno facendo vertiginosamente decadere la qualità della vita nelle caserme”.
argomento: Berlusconi, Bossi, Costume, criminalità, denuncia, economia, emergenza, governo, la casta, LegaNord, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori, Sicurezza | Commenta »