Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile
ANCHE IL DEPUTATO LUIGI MIRO CONFERMA QUANTO DETTO IERI DA DI BIAGIO… A VERDINI SALTANO I NERVI E IN PARLAMENTO GLI URLA “PEZZO DI MERDA”…L’SMS DI GASPARRI: “MISERABILE, MERITI TUTTE LE DISGRAZIE POSSIBILI, FARAI UNA BRUTTA FINE”…COME MAI LA PROCURA NON APRE UN’INCHIESTA PER CORRUZIONE?
La denuncia dell’on. Aldo Di Biagio di Fli ha squarciato quel velo che copriva la bassezza di una politica ridotta a merce di scambio.
La diga si è rotta e il coraggio scorre senza freni.
Anche l’onorevole di Futuro e Libertà , Luigi Muro decide di raccontare la sua storia di resistenza.
Avvocato, 51 anni, sposato padre di tre figli, finiano da sempre, una lunga esperienza amministrativa: dieci anni sindaco di Procida, uno dei pochi a dimettersi da consigliere regionale una volta nominato assessore provinciale, Muro il 15 dicembre, giorno dopo la fiducia della vergogna, subentra a Domenico De Siano del Pdl eletto consigliere regionale in Campania.
“Ho resistito due mesi, poi non ce l’ho fatta più e a febbraio ho comunicato a Gasparri che sarei passato a Fli”, racconta Muro che spiega: “Mi piacerebbe andare sui giornali per ciò che faccio, ma di fronte all’antipolitica è importante che si sappia che ci sono anche persone che antepongono l’etica e la dignità al mercimonio”.
E Gasparri? “Sei folle! Devi ripeterle a Verdini queste cose”.
Le ho ripetute a Verdini, ma a lui non interessava proprio il piano politico, mi ha sopportato più che ascoltato e al termine mi h chiesto: dimmi cinque cose che desideri dopodichè mettici il timbro e considerale fatte. Vieni a vivere a Roma, tu fai l’avvocato ci penso io.
E io continuavo a fare ‘no’ con la testa.
Il giorno dopo Gasparri mi ha detto: è opportuno che tu parli anche con Berlusconi.
Non gliel’ho detto ma avevo deciso di non accettare.
Era giovedì, sono tornato a Procida, la sera a tavola ne ho parlato con la mia famiglia. Mio figlio mi ha detto: papà sbagli, devi dire in faccia a Berlusconi le ragioni che ti spingono ad andartene, in fin dei conti sei avvocato, hai una storia politica alle spalle, che ti importa se non farai più il deputato.
Ho comunicato a Gasparri che avrei incontrato il premier. Mi ha ricevuto a Palazzo Chigi, con me c’era Gasparri, il 17 marzo, giorno in cui era in corso il Consiglio dei ministri per decidere se aderire alla missione umanitaria in Libia.
Ero molto imbarazzato ‘Presidente non credo di essere così importante, ci vediamo un’altra volta’.
E lui ‘No, no è importante altrochè! Dimmi, che problemi hai?’.
I miei problemi riguardavano la politica, gli ho spiegato che venivo da una storia di passioni sulla scia di Tatarella, ho denunciato la situazione in Campania con Cosentino con gli annessi e connessi.
Lui ha cominciato a disquisire dei massimi sistemi, poi ha contestato duramente la scelta di Fini, infine come un vecchio patriarca mi ha messo la mano sulla spalla: ‘Che ti importa di tutto questo, te ne vieni a Roma, fai politica nazionale, qui ci siamo noi e starai bene’.
Prima di salutarci, dopo oltre un’ora, mi ha chiesto se avevo parlato con Verdini. Sì, sì. ‘Bene, condivido tutto quello che ti ha offerto Verdini’.
Il 20 marzo ho partecipato all’assemblea nazionale di Fli.
Il giorno dopo ho ricevuto un sms di Gasparri in cui mi dava del traditore e molto altro.
A Pasqua, in virtù della lunga militanza in An gli ho inviato gli auguri aggiungendo che la mia era stata una scelta giusta e non di convenienza.
Mi ha risposto, guardi l’ho conservato” dice mostrandomi il cellulare: “Altro che Buona Pasqua, sei un miserabile, meriti tutte le disgrazie possibili e immaginabili. Vedrai che fine farai!’.
Alla delusione politica si è aggiunta quella umana che ha rafforzato le mie convinzioni: “per due mesi nel Pdl mi sono sentito come in carcere, ora faccio il parlamentare da uomo libero”.
Il fattore umano spesso sfugge alla logica della convenienza che avrebbe consigliato a Verdini di tacere.
Invece l’addetto alla compravendita dei parlamentari, dopo aver letto sul Fatto l’intervista all’on. Di Biagio e la storia di Ricardo Merlo è entrato nell’aula della Camera, e come una furia gli ha urlato: “Ti chiameranno i miei avvocati”.
Pronta la risposta di Di Biagio: “Fai pure, porto al magistrato le registrazioni, che problema c’è?!”.
È stato come parlare al diavolo di acqua santa. “Allora non ti querelo più, però tu sei un pezzo di. merda” espressione non propriamente oxfordiana, ma coerente con lo stile della maggioranza.
“Vuoi scommettere che io ti faccio rimangiare queste parole?” rilancia Di Biagio.
Provvidenziale per Verdini l’arrivo di Bocchino: “Lascia perdere, non conosci Aldo, dai retta a me, non ti conviene” .
Scena appetitosa per colleghi e fotografi e anche per il presidente Fini che se la gustava dallo scranno trattenendo a fatica il sorriso.
Un attimo dopo ecco il mea culpa: “Ti chiedo scusa non volevo offenderti”.
Epiteto pronunciato a sua insaputa.
Poco dopo il portavoce di Verdini chiama la segreteria di Di Biagio rinnovando le scuse a nome del “Dimmi cinque cose che desiderio” annunciando un comunicato per renderle pubbliche.
Ma dall’altra parte del filo una voce ha risposto con un gentile: non importa.
Mentre l’on. Luigi Bellotti, che in cambio del suo passaggio da Fli al Pdl ha portato a casa una poltrona da sottosegretario al Welfare, come raccontato ieri al Fatto da Aldo Di Biagio, non ha avuto alcun sussulto nel leggere la sua storia di “acquistato”.
“E cosa possono dire? Si sono venduti la nostra anima in cambio, come fece Giuda Iscariota, di trenta denari” esclama Di Biagio.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile
CRITICHE ALLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO, PROTESTE CONTRO I TAGLI ALLA SICUREZZA….SUL FORUM POLIZIOTTI.IT SI SCATENA LA RABBIA: “NON INTERVENIAMO PERCHE’ NON ABBIAMO PIU’ VOGLIA DI ESSERE INDAGATI, CONDANNATI E COSTRETTI MAGARI A RISARCIRE”…”NOI CAPRI ESPIATORI DI UNA POLITICA VIGLIACCA”
Ce l’hanno con chi, ieri, ha avuto la responsabilità di gestire l’ordine pubblico e i movimenti delle forze dell’ordine.
Ma anche con il governo che, con i suoi tagli alla sicurezza, da tempo, non li mette più in condizioni di operare in sicurezza.
Il giorno dopo la guerriglia che ha sconvolto Roma, i più indignati sembrano essere gli agenti di pubblica sicurezza che si sfogano sul forum di Poliziotti. it.
La rabbia è palpabile.
Non si sentono più tutelati dallo Stato e, soprattutto, non capiscono perchè ieri sia stata concessa la possibilità alle frange più violente di manifestanti di scagliarsi contro gli uomini in divisa.
L’interrogativo viene sollevato da Mauro C.: “Una domanda mi sorge spontanea: perchè polizia e carabinieri non hanno caricato i black bloc e se ne sono stati lì fermi? I manifestanti pacifici hanno chiesto a gran voce il loro intervento per disperdere le componenti violente che erano nel corteo”.
Gli risponde polemico un agente, che si firma Woobinda69: “La domanda la dovresti porre ai nostri superiori che coordinano e dirigono il servizio. Ai validi servizi informativi. Qui mi fermo”.
“Grazie a chi ha permesso a 400/500 teppisti di mettere a ferro e fuoco una città “, commenta Gpg3.
Ma per alcuni, la spiegazione di un atteggiamento piuttosto “morbido” da parte degli agenti va ricercata nei drammatici fatti del G8 di Genova, nel 2001: “Dopo Genova – scriva l’utente dago113 – nessuno ha voglia di passare per lo sbirro cattivo, meglio fare la parte del fancacazzista. Si campa più a lungo”.
Una linea condivisa da uno dei moderatori, leone17: “Nessuno vuole più intervenire senza garanzie, e non parlo di garanzie di impunità , semplici garanzie per operare al meglio. Poi, per quanto mi riguarda, questi esseri sarebbero dovuti finire ad ingrassare le ruote dei blindati, perchè quando si vuole la guerra quello si merita, e non mi si vengano a fare i soliti discorsi del piffero. Perchè non interveniamo? Perchè non abbiamo più voglia di essere indagati, condannati, messi alla gogna e fare un mutuo pure per ripagare questi rifiuti della società “.
Per “soldato. blu” la priorità per gli agenti deve essere quella di non commettere errori: “Dopo Genova c’è gente che si è ipotecata casa per pagare i danni ed io, il mio esiguo stipendio, me lo voglio mangiare e non certo regalare a qualche avvocato o a qualche babbione con la cresta da gallo in testa. Sindrome di Genova si chiama? Sì, e sindrome sia. Fin quando questi politici continueranno ad ingozzarsi senza pensare ad altri modalità di gestione dell’ordine pubblico, io continuerò a guardarmi le chiappe: sfasciano? Si riaggiusterà . Bruciano? idem. Distruggono statue sacre in puro stile talebano? Ci penserà la chiesa a scomunicarli”.
Sul banco degli imputati finiscono anche i rappresentanti di un governo che taglia alle forze di polizia e che, in queste ore, hanno pure espresso la loro solidarietà agli agenti.
“Tutti i politici ad esprimere solidarietà alle forze dell’ordine, a parole – attacca Hutchinson – perchè i fatti dicono che questo governicchio taglia altri 80 milioni dalle tasche di poliziotti e carabinieri. Credo che sia giunto il momento che queste facce di bronzo (l’eufemismo è palese), si difendano da soli dai black bloc oggi, e dai comuni cittadini un domani”.
“Seppure perfettamente consapevoli di essere abbandonati a noi stessi senza risorse, ed ad essere presi a calci in bocca ingiustamente per delle loro macchinazioni politico giornalistiche, ancora una volta abbiamo dimostrato di avere un senso dell’onore incommensurabile”, commenta Kronos.
Harryb è tra quanti non si sentono più tutelati nello svolgere il proprio lavoro quotidiano: “Basta, siamo stufi di fare da capri espiatori per una politica vigliacca, basta rischiare in prima persona quando il sistema giustizia fa acqua da tutte le parti, quando il Paese vuole questo. Con la solidarietà (falsa come una banconota da tremila lire) dei politici non si paga l’avvocato. L’Italia di oggi non merita il nostro impegno, il nostro sacrificio”.
Sfogo che viene subito raccolto da un altro agente: “E’ ora di starsene a casa e far vedere a tutti quanto siamo indignati”.
Un amministratore del forum respinge al mittente la solidarietà dei politici, visto che”sono i primi responsabili di questo stato di cose e che anche nelle nostre tasche hanno messo le mani e quando dico nostre intendo anche i tagli che, di Governo in Governo, hanno quasi messo in ginocchio la Polizia”.
Ma la responsabilità dei fatti di ieri va cercata, più che nei funzionari della Questura, nei vertici del ministero dell’Interno: “Il Questore Tagliente in fatto di ordine pubblico è tutto tranne che uno sprovveduto. E’ evidente che la strategia viene imposta secondo le direttive impartite dal Ministro dell’Interno. Allora, se il Questore è da dimettere, il primo ad andarsene dovrebbe essere il Ministro, quindi il Capo, poi il Prefetto. Ma non è così che funziona. Oggi si protesta per un atteggiamento morbido, ma cosa sarebbe successo se si fosse usata una linea più dura e repressiva?”, scrive Webcop.
La voglia di adottare un approccio decisamente più duro, nei confronti dei violenti, è forte.
Lo scrive a chiare lettere Folgore.45: “Io resto di un’opinione. Rompergli le rotule, così la prossima volta, con la sedia rotelle, non potranno fare questi macelli”.
“Che schifo ragazzi, questo Stato garantista perde su tutti i fronti, ci stanno schiacciando, solo perchè i politici lo vogliono, solo perchè questa Italia ha il ventre molle, perchè non ci lasciano fare?”, si chiede Skymap.
Marco Pasqua
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile
LE RESPONSABILITA’ DEL MINISTRO DEGLI INTERNI: IDRANTI SULLA FOLLA E PRIORITA’ ALLA TUTELA DEI PALAZZI DEL POTERE, ECCO I GRAVI ERRORI NELLA GESTIONE DELLA MANIFESTAZIONE… I PRIMI SCONTRI CONSIDERATI UN DIVERSIVO PER ARRIVARE A PALAZZO GRAZIOLI
In un giorno che sembra non debba finire mai, il questore di Roma Francesco Tagliente e il suo
dispositivo di ordine pubblico conoscono la loro Caporetto.
Il Viminale si era preparato a difendere la quiete della “città proibita”, il quadrilatero dei Palazzi della politica, confinando il corteo in un gomito obbligato (piazza della Repubblica-Largo Corrado Ricci-San Giovanni) che, nelle intenzioni, doveva imbrigliarlo nel reticolo del quartiere Esquilino.
Dove un’eventuale devastazione – questo il ragionamento – avrebbe avuto obiettivi meno sensibili.
Qualche bancomat, qualche semaforo, qualche bottega, qualche cassonetto. Il questore, e con lui il prefetto, Giuseppe Pecoraro, avevano riproposto – senza per altro farne mistero alla vigilia – quel format di “dissuasione statica”, che già aveva dato pessima prova di sè il 14 dicembre dello scorso anno. Reparti (2000 uomini) e mezzi schierati a chiudere i varchi della “zona rossa”. Con tempi di reazione lunghi e farraginosi.
Nessun “filtraggio” significativo e nessun intervento sul corteo e nel corteo. Da accompagnare come un fiume, dalla sorgente alla foce, sorvegliando che non tracimasse.
Ebbene, non ha funzionato.
Tanto che a sera, con i fumi e le rovine urbane della battaglia, restano solo le parole di solidarietà del Capo dello Stato e del capo della Polizia, Antonio Manganelli, per chi, in divisa, ha combattuto per ore in strada e per quanti hanno avuto la peggio (15 gli agenti feriti).
I “neri” – se li vogliamo chiamare così – hanno avuto gioco facile. Conoscevano il “format”.
E hanno pianificato prima, e fatto poi, esattamente ciò che era in grado di mandarlo in corto-circuito.
Hanno usato il corteo per proteggersi. Non ne hanno mai lasciato l’alveo, trasformandone il percorso in un sentiero di devastazione.
Un sentiero che conoscevano e che avevano “armato” alla vigilia (come dimostra il ritrovamento in via Cavour, ieri sera, di una borsa con una decina di molotov e un cumulo di assi necessarie a costruire una rudimentale ariete). Consapevoli che non avrebbero incontrato resistenza.
Sapevano che l’organizzazione della manifestazione non era in grado, per ragioni anche politiche, di garantire un servizio d’ordine.
Che avrebbero dunque affondato come nel burro, da padroni violenti e minoritari di una piazza indignata ma pacifica.
I “neri” sapevano che il Viminale li attendeva a una prova di forza “frontale”.
A un tentativo di sfondamento verso la “città proibita”.
Hanno pianificato e fatto l’opposto. Hanno dato alle fiamme quella “libera”, portandosi dietro chi, in piazza san Giovanni, ha incrociato la loro strada e con loro nulla aveva a che fare.
Quando il pomeriggio comincia, i ragazzi con le teste infilate nei caschi non arrivano a trecento.
Tre ore dopo, superano i mille.
Eppure, per almeno due ore, tra le 14 e le 16, tra piazza della Repubblica (dove la manifestazione ha il suo concentramento) e Largo Corrado Ricci, dove via Cavour confluisce nei Fori Imperiali, il pomeriggio ha ancora una possibilità di girare altrimenti.
Ma in qualche modo è come se la rigidità del piano di ordine pubblico non contempli fuori programma.
Accade infatti che prima ancora che il corteo si muova nessuno noti – o dia il giusto peso – ad almeno un centinaio di “neri” che, arrivati dalla stazione Termini, portano caschi di ogni foggia legati alla cintola o chiusi al polso. Nessuno li filtra.
O, meglio, il loro filtraggio è affidato a qualche pattuglia della polizia municipale.
Il corteo li accoglie nella loro pancia con diffidenza, ma senza allarme.
Alle 16, quando la prima scia di devastazione ha acceso il corteo in via Cavour, il questore prende la decisione destinata a trasformare le ore che restano in una battaglia che lo lascia sconfitto.
In Largo Corrado Ricci, c’è infatti la possibilità di tagliare il corteo con i reparti schierati a protezione della “città proibita”.
“Di andare dentro”, come grida qualche funzionario alla ricetrasmittente per andarsi a prendere quella cinquantina di “neri” che, per altro, il corteo ha isolato e, in qualche caso, anche aggredito a bottigliate.
Ma Tagliente ordina che i reparti non lascino i varchi.
L’idea è che i “neri” possano ritenersi sazi del bottino sin lì raccolto. Ovvero, come in serata spiega una fonte qualificata della Questura, che “quella prima devastazione in via Cavour sia solo una provocazione per spingere a una prima carica e far sguarnire così di uomini e mezzi i varchi che bloccano l’accesso verso Piazza Venezia, palazzo Grazioli, il Corso e dunque il Parlamento”.
Di più. In largo Corrado Ricci, il questore è convinto che “non esistano i margini di sicurezza per intervenire”.
Al contrario, verranno ritenuti tali in via Labicana, prima. E in una piazza San Giovanni trasformata in tonnara, poi.
Ma ormai è troppo tardi.
Il pomeriggio e la sera sono ormai dei “neri”. Della loro furia. Dei loro numeri. Improvvisamente minacciosi quanto le loro mazze e moltov.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 15th, 2011 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA CAMERA RILASCIATA AL DIRETTORE DE “LA STAMPA”….”VOGLIONO ANDARE A VOTARE PER EVITARE IL REFERENDUM E BERLUSCONI SI RIPRESENTERA'”
“Ven-du-ti! Ven-du-ti! Ven-du-ti!”.
Il coro degli «Indignados» che si preparano alla grande manifestazione di oggi alza forte la sua voce fino alle finestre dello studio del presidente della Camera.
Gianfranco Fini non nasconde la sua preoccupazione: «Speriamo che non succeda niente. Questi giovani sono sinceri nell’esprimere il loro disgusto per la situazione in cui siamo. Molti di loro hanno buone ragioni per essere indignati, anche se forse non è giusto parlare solo di antipolitica. Se non c’è più la politica, infatti, anche l’antipolitica diventa difficile».
Ammetterà , presidente Fini, che quello che è successo nell’ultima settimana tra il governo e la Camera non è stata proprio un’iniezione di fiducia per l’opinione pubblica.
«Non posso darle torto, ma non credo che ci si potesse aspettare una conclusione diversa. Era chiaro che il governo avrebbe preso la fiducia, e altrettanto che da oggi tutto ricomincerà come prima».
Negli ultimi tre giorni è successo di tutto: le opposizioni sull’Aventino, il Quirinale costretto a intervenire due volte per contenere uno scontro insanabile, e alla fine Berlusconi che ottiene 316 voti di maggioranza e canta vittoria.
«Voto più, voto meno, non cambia molto. Se Berlusconi pensa di poter governare con una maggioranza così stretta, provi pure. Negli ultimi mesi non mi pare che ci sia riuscito. Forse, per la prima volta, ne è consapevole: per uno come lui, grande comunicatore, ridursi a fare un discorso mediocre come quello di giovedì vuol dire che ha rinunciato al grande orizzonte e alle riforme epocali che si aveva sempre sognato».
Lei è proprio convinto che Berlusconi cominci a rassegnarsi alla fine del berlusconismo?
«Con questi numeri e con le difficoltà che ha dovuto fronteggiare fino all’ultimo, inseguendo i dissidenti uno per uno, non solo non è in grado di realizzare le riforme, ma neppure di prendere i provvedimenti necessari per la crisi economica. I tagli annunciati da Tremonti sono già apertamente contestati dai ministri interessati. È stato Cicchitto, il capogruppo del Pdl, e non un membro dell’opposizione, a dire chiaramente che il decreto sviluppo, dalla gestazione lunga e sofferta, non potrà certo essere a costo zero. Parlava chiaramente al Presidente del consiglio e al ministro dell’Economia. Scajola per le stesse ragioni ha spiegato che la sua fiducia è a termine. Inoltre la Bce ha appena ribadito che i paesi più a rischio, tra cui l’Italia, devono prepararsi a una manovra aggiuntiva. Mal contati, di qui a fine anno, mancano ancora una ventina di miliardi di euro. Un governo come questo non è assolutamente in grado di trovarli per mettere a posto i conti».
Eppure Andreotti diceva che per un governo è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia.
«Altri tempi. Berlusconi è il primo a sapere che c’è una grande distanza tra le cose che ha promesso e quelle che ha realizzato. Basta leggere i sondaggi per accorgersi che la delusione s’è ormai fatta strada anche tra i suoi sostenitori».
E allora cosa farà ?
«Proverà a vivacchiare più o meno fino a Natale, farà di tutto per ottenere l’approvazione di nuove leggi ad personam, indispensabili per trasformare quelli che lo riguardano in processi “pret a porter”, tagliati su misura per garantirgli l’impunità con la prescrizione breve o altri espedienti. Poi andrà alle elezioni. Presto, molto prima di quanto ci si possa aspettare, sarà Bossi a staccare la spina. Andremo alle urne a marzo 2012».
Ne è sicuro?
«Si voterà con l’attuale legge, per rinviare il referendum. Non solo io, tutti hanno capito che andrà così e cominciano a prepararsi a questa scadenza. Lei ha qualche dubbio al proposito?».
Non è questo. E’ che se il governo è uscito da questa prova con un risultato assai magro, non mi pare che l’opposizione possa cantare vittoria. Doveva essere il passaggio decisivo per archiviare Berlusconi e dar vita a un governo di larghe intese e a una nuova fase politica, e s’è visto com’è finita.
«È vero: anche questa che era un’ipotesi ragionevole, l’unica che poteva permettere di affrontare seriamente i gravi problemi imposti dalla crisi economica e tentare di varare le riforme più urgenti, è franata di fronte all’ostinazione di Berlusconi di non accettare di fare un passo indietro e guardare solo al suo interesse personale».
Presidente Fini, ma come si poteva pensare che Berlusconi accettasse un nuovo ribaltone?
«Guardi che nessuno ha mai pensato a un ribaltone. Anzi, il punto di partenza di qualsiasi ipotesi era che sarebbe stata praticabile solo col consenso del Pdl e costruita attorno alla maggioranza che ha vinto le elezioni. Il segno di discontinuità chiesto a Berlusconi, data la gravità della situazione, non significava che sarebbe dovuto andare all’opposizione».
Ma dall’interno del Pdl, chi aveva offerto appoggio a una prospettiva del genere?
«Apertamente Pisanu, e con più timidezza lo stesso Scajola, che si sono battuti fino alla fine per convincere il premier a pilotare lui stesso questo passaggio. E riservatamente, mentre la trattativa era in corso, sono stati in molti a farsi vivi, spingendo nella stessa direzione. Parlo di personaggi di prima fila del Pdl, ministri, dirigenti del cerchio più vicino al presidente del consiglio».
E lei che lo conosce da tanto tempo e così da vicino ha sperato davvero che stavolta Berlusconi potesse mollare?
«Io sono stato a sentire e ho dato le mie risposte a chi mi faceva domande. Quando il governo è stato battuto sul rendiconto, pensavo che l’occasione di un chiarimento fosse arrivata. E non perchè ci fosse un obbligo giuridico — che non c’è – alle dimissioni. Ma un atto di sensibilità , un gesto politico, nel rispetto della chiarezza e di una prassi consolidata, questo c’era da attenderselo. Tra l’altro, se si fosse dimesso, Berlusconi, com’è accaduto in passato anche a governi diversi dal suo, sarebbe stato probabilmente rinviato alla Camera per verificare se avesse ancora la fiducia».
Di nuovo invece Berlusconi non s’è fidato.
«Pervicacemente, non ha voluto dimettersi. Ed è venuto in aula a dare dello sfascista a chiunque si proponga di dare al nostro Paese un esecutivo più adeguato alle necessità del momento. Confesso che ho trovato insopportabile sentir pronunciare l’accusa di sfascio da chi è riuscito a distruggere in tre anni il suo governo, il suo partito, la sua maggioranza e la credibilità internazionale dell’Italia».
Sia sincero: mentre lo ascoltava si sarà detto che con Berlusconi non c’è niente da fare.
«Mi sono reso conto che il governo, in un modo o nell’altro, avrebbe avuto la fiducia e che l’ipotesi di un altro governo usciva almeno per ora dall’orizzonte di questa legislatura».
E non s’è rammaricato dell’ingenuità delle opposizioni che avevano creduto ai segnali di fumo che venivano dal Pdl?
«Non credo che fossero segnali di fumo. E le opposizioni, nel corso di questi quattro giorni hanno fatto di tutto per dare la propria disponibilità a un cambiamento. Poi si sa: in un contesto del genere, giocano tanti fattori, le volontà dei singoli, le pressioni, le piccole convenienze, il trasformismo, che è una malattia diffusa e, ahimè, non è una novità . E in ogni caso quattro deputati della maggioranza non hanno votato la fiducia.
Se si andrà a votare con l’attuale legge Porcellum, e con il premio di maggioranza come posta, non crede che ci si andrà di nuovo con due schieramenti e non con i tre attuali?
«No, sono sicuro che saranno tre. La novità sarà il Terzo polo, che ha grandi potenzialità e potrà intercettare tutto lo scontento che viene dagli elettori di centrodestra e anche parte di quello del centrosinistra. Per questo, dobbiamo arrivare al voto con un maggiore amalgama, una spinta unitaria, un’unica identità programmatica. Non abbiamo molto tempo, ma possiamo riuscirci».
Se le elezioni saranno nel 2012, pensa che Berlusconi sarà nuovamente candidato premier?
«È molto probabile. Se non lo chiede lui, sarà il suo partito a chiederglielo. Non vedo vere alternative nel Pdl».
E lo considera ancora un avversario forte?
«Le dico la verità : molto meno del passato. Anche se in Parlamento riesce ancora a trovare i numeri di cui ha bisogno, le amministrative a Milano e Napoli e il voto dei referendum hanno dimostrato che Berlusconi ha perso la sua presa su gran parte del paese reale».
Non teme che con la stanchezza e l’esasperazione che c’è in giro nei confronti del Palazzo, Berlusconi possa essere tentato dal cavalcare di nuovo il vento dell’antipolitica?
«Con lui tutto è possibile, ma credo che finirebbe col farsi ridere dietro. Se è vero che con la crisi della politica, se non sapremo reagire, tutti corriamo il rischio di apparire come personaggi di un palcoscenico immobile, di quel teatrino — e credo sia il primo a saperlo – Berlusconi è diventato la prima marionetta».
Mercello Sorge
(da “La Stampa”)
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Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DELLA FIDUCIA IL CONSIGLIO DEI MINISTRI APPROVA QUATTRO NUOVE NOMINE AD PERSONAM…ANCHE GALATI E VICECONTE DIVENTANO SOTTOSEGRETARI: L’ITALIA E’ NELLA BRATTA MA SILVIO PENSA A PAGARE LE SUE CAMBIALI
A poche ore dalla fiducia incassata dal governo alla Camera, è bufera sulle nuove nomine
varate dal Consiglio dei ministri riunitosi subito dopo il voto di Montecitorio.
L’ex finiana Catia Polidori diventa viceministro allo Sviluppo Economico, l’ex dipietrista Aurelio Misiti sarà viceministro alle Infrastrutture.
Entrano nel governo anche Giuseppe Galati (sottosegretario all’Istruzione) e Guido Viceconte (all’Interno).
Incarichi che l’opposizione non tarda a bollare come “cambiali” pagate da Berlusconi per l’ennesima fiducia sul filo dei voti.
Catia Polidori, politica di destra di lungo corso, passò dal Pdl a Futuro e Libertà , ma poi ritornò sui suoi passi: fu uno dei deputati il cui voto fu determinante il 14 dicembre scorso nel salvare il governo, ad un passo dalla sfiducia.
Dopo quell’episodio passò al gruppo misto.
Misiti, eletto alla Camera con l’Italia dei Valori nel 2008, due anni dopo passò al Movimento per le Autonomie, di cui fu nominato anche portavoce nazionale.
Il suo slogan, ben in vista sul suo sito internet, è “La competenza al servizio della Calabria”. Ma nel febbraio 2011, contravvenendo alla linea dettata dal suo stesso partito, aveva votato contro l’autorizzazione alla perquisizione negli uffici del ragioniere di Berlusconi Spinelli, richiesta dalla procura di Milano alla ricerca di documenti sui passaggi di denaro tra il premier e le ragazze ospiti nelle sue ville.
Tre mesi dopo il premier Silvio Berlusconi lo aveva nominato sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti.
Oggi la promozione a viceministro.
Giuseppe Galati, ex Udc, era stato già sottosegretario, al ministero delle Attività Produttive, dall’aprile 2005 al maggio 2006.
“La maggioranza si comporta come se avesse aperto un banco al mercato di Porta Portese”, è il lapidario commento di Pier Luigi Bersani, segretario Pd.
Durissimo il leader Idv Antonio Di Pietro: “Adesso si paga cash e non come il 14 dicembre che c’erano solo le promesse. Quando ero magistrato – ha detto Di Pietro, dal palco della manifestazione di chiusura del centrosinistra per le regionali del Molise – c’erano le bustarelle pagate dai corruttori. Adesso ci sono le nomine ministeriali pagate dagli italiani”.
“Finalmente Berlusconi ha dato la scossa all’economia che ci aspettavamo”, ironizza il segretario Udc Lorenzo Cesa: “Una nuova infornata di incarichi ministeriali di cui nessuno sentiva il bisogno. E’ uno schiaffo ai cittadini italiani che vivono il dramma della crisi economica e una vergogna che ha il solo merito di rivelare al Paese il degrado di questo governo”.
E Italo Bocchino, vicepresidente di Futuro e Libertà , parla invece di “episodi evidenti di compravendita politica” davanti ai quali invoca “una presa di posizione di tutti, a partire dal Quirinale”.
Nella riunione, cominciata poco dopo le 15.30 e conclusasi attorno alle 17, il consiglio dei Ministri ha anche approvato il ddl stabilità .
E qui si che ci sono i tagli: alla polizia (60 milioni in meno tra il 2012 e il 2013), alle spese di vitto per guardia di finanza e carabinieri (tre milioni in meno), ai monopoli di Stato (50 milioni in meno a partire dal prossimo anno) e agli istituti di previdenza: Inps, Inpdap e Inail ”nell’ambito della propria autonomia” dovranno ridurre le proprie spese di funzionamento, “in misura non inferiore, in termini di saldo netto, di 60 milioni per il 2012; 10 milioni per il 2013 e 16,5 milioni a decorrere dal 2014″.
Nel settore della scuola, i distacchi, i permessi e le aspettative saranno ridotti del 15%, e si taglia la figura del dirigente scolastico per quegli istituti autonomi al di sotto dei 300 studenti.
Un governo che taglia gli stipendi agli agenti e ai servizi sociali e li aumenta alla Casta.
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Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
CINQUANTATRE’ VOTI DI FIDUCIA IN POCO PIU’ DI TRE ANNI E MEZZO: VINCE SOLO LO SPIRITO DI CONSERVAZIONE DELLA POLTRONA E DEI PRIVILEGI DI CASTA
Com’era prevedibile, è fallita anche questa caccia a “Ottobre rosso”.
Con la cinquantatreesima fiducia in tre anni e mezzo, il governo Berlusconi supera anche questa prova d’autunno, che per difficoltà e incertezza era quasi pari a quella alla prova d’inverno del 14 dicembre di un anno fa, quando i futuristi di Fini uscirono dalla maggioranza e tentarono inutilmente la spallata con una mozione di sfiducia.
È quasi grottesco che, nelle stesse ore in cui un pur rabbioso Cavaliere festeggia lo scampato pericolo, il presidente della Repubblica inviti il governo a “non eccedere” con lo strumento delle fiducie, che producono una “inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”.
Come se quel clamoroso “eccesso” non si fosse già ampiamente prodotto, e quella “compressione” non fosse già palesemente avvenuta.
Ma recriminare è ormai inutile.
Il Capo dello Stato ritiene che il “vulnus” della mancata approvazione del Rendiconto generale del bilancio pubblico sia sostanzialmente sanato dall’avvenuta “verifica parlamentare”.
La maggioranza di centrodestra, disperata e dissoluta, continua a perdere i pezzi.
Ma continua ad avere i numeri per sopravvivere.
Nel modo più avventuroso, rocambolesco e improduttivo possibile.
Grazie alla stampella dei radicali, all’indecisione degli scajoliani, alla resistenza degli ex “responsabili”.
Ormai è peggio che un’Armata Brancaleone.
È un manipolo di sbandati, irriducibili e mercenari, che va avanti per pura inerzia, per puro istinto di conservazione. Senza etica, senza politica.
Ma con il conto in banca e gli appannaggi mensili, i benefit e le auto blu, lo scranno parlamentare e la ricca pensione da salvare.
Questo, oggi, è il solo cemento della coalizione berlusconiana.
Altrove avrebbe fatto gridare allo scandalo non solo i cittadini, ma l’intero establishment.
E avrebbe portato inevitabilmente il presidente del Consiglio a rassegnare le sue dimissioni. Non in Italia, dove il dissenso popolare non serve e lo sdegno istituzionale non basta.
Per quanto posticcio, per quanto esecrabile, quel cemento resiste, ed è sufficiente per durare. Fino a quando? E soprattutto a quale prezzo?
Questo, ancora una volta, è il cuore del problema.
Napolitano ha agito con rigore e correttezza: non poteva essere lui a “disarcionare” il Cavaliere.
Ma c’è da chiedersi se questo pur “doveroso passaggio” della fiducia abbia dissipato il dubbio cruciale che il Quirinale aveva puntualmente posto, tre giorni fa: esiste la “costante coesione necessaria” per affrontare l’asprezza di una crisi economico-finanziaria che non accenna a regredire, e per adempiere agli impegni sottoscritti con l’Europa?
La risposta, chiara, è no.
In questa anomala scheggia di centrodestra italiano non esiste alcuna “costante coesione”, strategica e politica, ma solo un’inquietante adesione, opportunistica e totemica.
Non c’è interesse nazionale. Non c’è bene comune che tenga.
C’è solo la tutela del privilegio, e dunque la difesa del Capo che la garantisce.
Il resto è noia, come dimostra la pochezza del discorso del premier in aula.
O è polemica, come dimostra lo scontro mortale tra i ministri sul fantomatico “decreto crescita”, che non vedrà mai la luce.
O se la vedrà , sarà l’ennesimo abbaglio.
Come il primo “decreto scossa” varato il 2 febbraio, e il secondo “decreto sviluppo” varato il 5 maggio.
Nello “spot” del premier, avrebbero dovuto far crescere il Pil “di almeno un punto e mezzo, forse due”.
Tocchiamo con mano, sulle nostre tasche, com’è andata a finire.
L’Italia declina, stabilmente, verso crescita zero.
“Il Cavaliere deve finalmente scendere da cavallo”, titola il Financial Times, ricordando che “l’Italia deve salvare se stessa per salvare l’euro”.
Lui non è sceso. L’Italia non è salva.
E l’euro è sempre più a rischio.
Purtroppo, Silvio c’è.
Massimo Giannini
(da Polis)
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Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA RICORRERA’ “IN SEDE GIUDIZIARIA E PROFESSIONALE”… ALL’ORIGINE DELLO SCONTRO UN’INTERVISTA A BECHIS SENZA CONTRADDITTORIO CON ATTACCHI ALLA GIUNTA PER IL REGOLAMENTO DELLA CAMERA
“Augusto Minzolini si deve dimettere subito per l’intollerabile faziosità del suo telegiornale. C’è un limite anche all’indecenza”.
Lo afferma il presidente della Camera Gianfranco Fini in relazione a due servizi mandati in onda dal Tg1 che lo riguardano.
Il Presidente della Camera, secondo quanto si è appreso, fa sapere che si riserva di tutelare la propria onorabilità nelle sedi giudiziarie e professionali.
Sulla vicenda è arrivata la protesta dei giornalisti, che hanno affidato il proprio disagio a un comunicato del Comitato di redazione.
“Da tempo il cdr del Tg1 denuncia che il direttore sta schierando la nostra testata sempre su tesi di parte della maggioranza e del governo e che il telegiornale quando lancia accusa non si preoccupa quasi mai del diritto di replica. Il direttore viene meno così ai doveri del rispetto del pluralismo, della correttezza dell’informazione e del servizio pubblico facendo perdere credibilità e ascolti al nostro telegiornale. Diciamo basta in nome di tutti i colleghi che credono ancora nel nostro mestiere e non meritano di essere coinvolti in continue polemiche”.
Rincara la dose Flavia Perina, deputato di Futuro e Libertà : “Sappiamo che il Tg1 è ormai un programma per pochi intimi, ma Minzolini non può comportarsi come se fosse il tinello di casa sua”, dice Perina.
“Aprire con un servizio e un’intervista senza contradditorio a Franco Bechis, vicedirettore di Libero, incentrata su un dissennato attacco alla Giunta per il regolamento della Camera e al presidente Fini è uno strappo istituzionale senza precedenti”.
Il deputato Fli conclude: “I vertici della Rai spieghino se sono consapevoli e concordi con la trasformazione del primo Tg italiano in una succursale di Libero”.
“Quello che è accaduto al tg1ha poco a che vedere con la libertà di informazione. Si tratta piu semplicemente di una nuova versione del metodo Boffo applicato al presidente della Camera, e non è la prima volta, e perfino dai microfoni del servizio pubblico”.
Lo affermano in una nota il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita.
“Non è in discussione la libera circolazione delle opinioni; più semplicemente stiamo parlando di un falso, dal momento che il bilancio dello stato non è stato approvato per le risse all’interno della maggioranza, che è piu preoccupata di portare a casa la legge sulle intercettazioni e il processo breve che non il bilancio dello stato”.
“Dal momento – concludono Giulietti e Vita – che si tratta ormai di una consuetudine non è piu tollerabile che il vertice della Rai si giri dall’altra parte”.
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Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
TRA POCO ARRIVA L’ORA DELLA FIDUCIA, TIMORI DEL PREMIER PER LE POSSIBILI ASSENZE: OBIETTIVO 319 DEPUTATI….PEONES CORTEGGIATI COME LEADER, DA GAVA AD ANTONIONE E’ CACCIA ALL’UOMO
L’incubo imboscata è cresciuto di ora in ora a Palazzo Grazioli. “Un altro incidente e
stavolta andiamo tutti a casa” ha avvertito il premier ricevendo uno dopo l’altro i big dello stato maggiore.
E allora, luci accese fino a tardi.
Trattative serrate con gli incerti, contattati uno per uno, peones corteggiati come leader, da Gava ad Antonione.
La fiducia non viene considerata a rischio, ai piani alti di via dell’Umiltà .
Fatti i conti e le ultime telefonate di “controllo”, in serata il pallottoliere dei coordinatori faceva lampeggiare quota 318-319.
Soglia che permetterebbe di sfangarla anche oggi, ma pericolosamente vicina alla soglia minima di 316 che attesta l’esistenza in vita di una maggioranza.
Quali conclusioni trarrebbe il Colle se le assenze facessero scendere il centrodestra sotto quel limite, se insomma si arrivasse ad una fiducia zoppa?
“Il problema non sono io, ce l’hanno tutti con Tremonti, sta lì il cuore del malcontento” confida il Cavaliere ai suoi nelle ore che precedono quest’altro giro di roulette russa.
Così, le assenze possibili, le defezioni pseudo-casuali tra pezzi noti e meno noti della fronda diventano la vera incognita che fa tremare Berlusconi.
E suggeriscono prudenza anche a un capogruppo navigato come Cicchitto.
Fiducia certa? “I voti ormai preferisco commentarli dopo averli incassati”.
Preoccupazioni non infondate, in effetti. Il gruppo dei 10-13 scajoliani voterà ufficialmente la fiducia.
Ma Giustina Destro, che i suoi colleghi sostengono fosse pronta assieme ad Antonione e Gava a votare contro il governo, potrebbe non presentarsi.
Per disinnescare anche una seconda “mina”, Berlusconi ha ricevuto di persona Fabio Gava in serata.
Poi lo stesso Scajola per il terzo faccia a faccia in tre giorni. L’ex ministro insiste: “Noi non pugnaliamo alle spalle ma serve una scossa. C’è bisogno di un governo con una maggioranza più vasta per uscire dalla crisi”.
La verità è che il premier si sta muovendo a tutto campo. Lui e il fidatissimo Denis Verdini.
Il coordinatore ha provato in tutti i modi a strappare il sì all’ormai ex Santo Versace. Lo ha fatto nel cortile di Montecitorio, davanti a tutti: “Pensaci bene. Uno come te, col tuo nome, la tua storia, i tuo contatti. Devi capire che anche noi siamo qui a sopportare, mica siamo felici… Tremonti andava cacciato due anni fa, mica ieri. Ci rompe tutti i giorni”.
Versace alla fine non molla (“La situazione è drammatica, voterò contro, è l’ora di cambiare”) lasciando Berlusconi assai “amareggiato”, racconteranno i suoi.
Ma la partita è frenetica e non hai conosciuto sosta nella notte.
Sotto pressione anche i tre “responsabili” che potrebbero optare per la strategia dell’assenza: Sardelli, Miro, Marmo.
Alla fine almeno un paio di loro potrebbero restare fuori dall’aula, a patto che qualche scajoliano faccia altrettanto.
Sarebbe l’ultimo messaggio cifrato al premier, tenerlo in vita ma costringerlo alla svolta.
“Gli scajoliani stanno come noi prima della rottura – racconta il capogruppo Fli Italo Bocchino in Transatlantico – Ci sono sei o sette che minacciano di mollarlo se non rompe con Berlusconi, altri sono invece più prudenti. Alla fine, tre o quattro molto probabilmente mancheranno”.
Il Cavaliere teme la legge del contrappasso, di morire di imboscata in questo 14 ottobre come di imboscata aveva trionfato il 14 dicembre.
Per tenere buoni i deputati campani, ha ordinato che nel decreto sviluppo venga inserito lo stop alle ruspe nella loro regione, a costo di scontrarsi ancora una volta con la Lega.
Un caso di abusivismo che tocca 67 mila prime case – e altrettante famiglie – e per il quale si sono spesi nelle ultime ore Nicola Cosentino e Amedeo Laboccetta.
Ma i fronti sono molteplici, la maggioranza tiene ma si sfilaccia.
Gianfranco Miccichè ha dovuto serrare le file dei suoi sette che in Transatlantico lamentavano la scarsa attenzione al Sud nell’intervento del premier minacciando anche loro di disertare l’aula: “Se cade bene, ma non possiamo essere noi a tradirlo”.
Poi ci sono quelli della brigata “ultima” fiducia. Da Francesco Pionati a Francesco Nucara, passando per Maurizio Grassano.
Ma domani è un altro giorno. Per il Cavaliere conta l’oggi.
E per l’oggi non si bada a spese.
Fuorigioco Pietro Franzoso (in ospedale), fuorigioco Alfonso Papa (in galera), sembra che alla fine un elicottero privato porterà l’infortunato Filippo Ascierto con gamba in trazione.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 14th, 2011 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO DELLA CITY METTE IN PRIMA PAGINA UNA FOTO DEL PREMIER CON LA TESTA TRA LE MANI E RICORDA CHE QUELLO DI OGGI E’ L’ENNESIMO VOTO DI FIDUCIA….SPIEGEL: “IL PDL HA PERSO FIDUCIA NEL CAVALIERE”
Il Financial Times va giù pesante.
In prima pagina campeggia una foto di Silvio Berlusconi con la testa tra le mani, con accanto Giulio Tremonti dopo il suo intervento alla Camera.
Il titolo è: “Mal di testa: Berlusconi affronta l’ennesimo voto di fiducia”.
Nella didascalia il quotidiano della City ricorda che “quello di oggi è il 51esimo voto di fiducia per l’attuale governo da quanto (il Cavaliere) è tornato al potere nel 2008”. Poi c’è l’analisi impietosa del corrispondente a Roma Guy Dinmore: “L’ultimo episodio della saga disperata di Berlusconi si avvicina alla farsa”.
Dinmore ripercorre le vicende politiche delle ultime due settimane fino al voto di fiducia di oggi, reso necessario dal ‘no’ dell’aula di Montecitorio al primo articolo del rendiconto dello Stato.
Una fiducia che, anche se il presidente del Consiglio dovesse spuntarla per pochi voti, come molti prevedono, “probabilmente confermerebbe che la sua capacità di controllo durata 18 anni sulle disparate forze del centrodestra sta arrivando alla fine”.
“Il cosa o chi verrà dopo – si legge ancora sul Financial Times – è la domanda che circola di più a Roma e fa paura ai mercati”, che “hanno punito la conseguente paralisi nelle decisioni aumentando gli interessi sul debito a livelli insostenibili nel lungo termine senza un aiuto sostanziale dell’Ue”.
“Non ci sono alternative” ha detto ieri Berlusconi davanti all’aula semi-deserta (l’opposizione è uscita durante il discorso, ndr), ripetendo uno slogan comune ai tempi di Margaret Thatcher, ricorda il Ft. “Questo almeno è ciò che il miliardario magnate dei media vorrebbe che gli italiani credessero – conclude Dinmore – Gli analisti prevedono elezioni anticipate di un anno, nella primavera del 2012, e i sondaggi non sono favorevoli a Berlusconi”.
Spiegel on line sottolinea le difficoltà del Cavaliere: anche se oggi supererà il 51esimo voto di fiducia dal 2008, i suoi più stretti alleati si discostano da lui e la crisi economica è peggiorata a tal punto, che “il Paese di Berlusconi non si può più permettere di non fare niente”.
Nonostante tutto questo, osserva il settimanale tedesco, il premier si è mostrato come al solito: “Fuori dalla Camera dei deputati ha ghignato davanti alle telecamere, ha gridato ai giornalisti di avere ovviamente la maggioranza”.
E dentro, nel suo intervento, ha ribadito che “non c’è alternativa credibile al suo governo”.
Ma questa volta è diverso: “Anche se riuscisse a ricevere la maggioranza, in questi giorni in Italia sta succedendo qualcosa che finora era inimmaginabile: il partito di Berlusconi si allontana dal suo eroe. Il partito di Berlusconi ha perso la fiducia in Berlusconi”, scrive Spiegel che poi ricorda la sconfitta del governo sul rendiconto dello Stato e rimarca che anche alcuni ministri sono arrivati troppo tardi per votare.
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