Ottobre 10th, 2014 Riccardo Fucile
LA POLITICA NON E’ OPPORTUNISMO, MA DIGNITA’ E COERENZA … E ANCHE LA MINORANZA PD NON NE E’ CERTO UN ESEMPIO
La cosiddetta “minoranza del Pd” quantificata per giorni in circa 30 senatori (e fino alla vigilia non inferiori a
14) alla fine si è ridotta a tre (che non hanno votato contro, ma sono solo usciti dall’Aula).
Un dato che è sfuggito a molti : hanno votato si in 165, contrari 111, astenuti 2 per un totale di 278.
Ma i senatori sono 315 più i senatori a vita e la soglia dei maggioranza è di 161.
Non a caso Renzi sperava di arrivare a questa asticella.
Il fatto che sia stata superata dimostra che la maggioranza ha votato compatta, ma mancano 40 voti, caso strano della cosiddetta opposizione.
Vogliamo chiamarlo “aiutino” verdiniano?
Se la “minoranza Pd” avesse votato contro? Se fossero stati in 30, il governo sarebbe sceso a 135 e i contrari sarebbero saliti a 141 (salvo ulteriori defezioni ordinati da Verdini).
E Renzi sarebbe andato a casa.
Ma se anche i dissidenti fossero stati in 14 il governo si sarebbe fermato a quota 151 e sarebbe comunque mancata la maggioranza prevista, con probabili dimissioni dell’esecutivo.
Bersani sostiene che per “senso di responsabilità ” non si poteva far cadere il governo: troppo comodo.
Nel programma del Pd non c’era scritto che voleva abolire l’art.18, quindi chi è stato eletto doveva rispettare il mandato ricevuto, non reggere la coda al prestanome (mai eletto) delle lobby.
Bastava essere coerenti.
Hanno scelto di mantenere la poltrona invece di rappresentare gli elettori: Renzi li aveva minacciati di non ripresentarli più e loro hanno abbassato la testa per interesse, questa è la verità .
Ma che ora vogliano pure partecipare allo sciopero dei sindacati è pura faccia tosta, abbiano il buon gusto di restare a casa in attesa dello stipendio.
Quello che molti lavoratori nei prossimi mesi non riceveranno più, grazie a loro.
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Ottobre 10th, 2014 Riccardo Fucile
E CIVATI DICE: “SE ANDIAMO AVANTI COSI CI SERVE LA SCORTA”
Piazza e coerenza. Anzi, piazza è coerenza:
“Chi vota la fiducia al governo non deve venire alle manifestazioni promosse dalla Cgil; non deve, non sarebbe gradito”.
Su Facebook la Fiom, dura e pura dell’Emilia Romagna, risponde così all’adesione, annunciata nel day after della fiducia al Senato, della minoranza Pd alla manifestazione del 25 ottobre a piazza San Giovanni. Adesione convinta e totale.
Sentite Alfredo D’Attorre, ormai astro nascente del nuovo bersanismo: “Leggeremo la piattaforma della manifestazione. Se sarà condivisibile, immagino che avrà una larga adesione nell’area di minoranza del Pd. Io do per scontato che la delega sarà modificata alla Camera sui punti irrisolti e spero che il 25 non saremo in una situazione di scontro frontale”.
Pure Gianni Cuperlo dice: “Certo che ci sarò in piazza, con convinzione”.
Notizia che non suscita grandi entusiasmi dalle parti del sindacato.
Pippo Civati deve aver annusato l’aria meglio dei suoi colleghi di partito: “Io — dice mentre attraversa il Transatlantico — in piazza ci vado. Ma se andiamo avanti così noi del Pd dobbiamo procurarci la scorta”.
Già , la scorta. Perchè piazza per il sindacato è, innanzitutto, opposizione al governo. Quella che a parole Fassina continua ad annunciare, anche dopo la fiducia (o la resa) al Senato: “Io sarò in piazza con la Cgil. E se non ci saranno significative modifiche del jobs act alla Camera, per me il provvedimento non è sostenibile”.
Per gli ex diessini, non c’è un problema di “coerenza”: “La manifestazione — prosegue Fassina – è contro il provvedimento, non contro il governo”.
Per i sindacati, e non solo per la Fiom, è “contro”.
Per carità , Susanna Camusso va ripetendo che di veti sui partecipanti non se ne mettono: “Chi condivide, viene, non si esclude nessuno”.
Ma i malumori (e le preoccupazioni), nel cuore dell’organizzazione Cgil, sono tangibili. San Giovanni è una battaglia di quelle complicate. Non una passerella per chi si è arreso nel Palazzo.
Piazza è anche numero. Trapela da Corso Italia che l’obiettivo è riempire San Giovanni con 300mila persone.
Un decimo rispetto alla battaglia epocale del Circo Massimo, di dodici anni fa. Sarebbe già un successo. Perchè è cambiato il mondo. È cambiata la sinistra.
Ed è cambiato pure l’articolo 18.
Ecco, di numeri la minoranza del Pd ne porta assai pochi. Tesserati, iscritti, pullman, sono lontani i tempi del collateralismo, ma anche quelli dei buoni rapporti quando la Cgil organizzava pullman per portare la gente alle manifestazioni dove sul palco c’erano i leader della sinistra, e quando la sinistra organizzava pullman per il Circo Massimo di Sergio Cofferati
Ora c’è Renzi, il grande rottamatore dell’articolo 18. E la sinistra Pd ha votato con lui. Pure l’area (o la corrente) chi vuole andare in piazza.
Carla Cantone, segretaria dello Spi-Cgil, il potente sindacato dei pensionati che, come al solito, si sobbarcherà lo sforzo maggiore dice con franchezza: “Beh, certo, noi dobbiamo lavorare per una grande azione unitaria contro i nemici del sindacato, sennò ci asfaltano tutti. Certo è che chi vota la fiducia a Renzi ha un’esigenza: mettersi d’accordo con se stesso, prima ancora che con la piazza”.
In fondo una riconciliazione tra “pensiero” e “azione” è la stessa richiesta che rivolge agli ex diessini il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini.
Perchè l’equivoco non può durare a lungo: di lotta e di governo, di fiducia e di sfiducia, con Renzi e con la Camusso.
Per ora il premier non ha alcuna intenzione di prendere provvedimenti disciplinari sui dissidenti Tocci, Mineo, Casson che non hanno votato la fiducia.
Anche se il problema c’è. E la frase del vicesegretario Guerini al termine della segreteria suona come rivolta anche al prossimo voto di fiducia e non solo riferita all’episodio di ieri: “Non partecipare al voto di fiducia — dice Guerini – mette in discussione i vincoli di relazione con il proprio partito politico”.
Del caso “dissidenti” se ne parlerà alla direzione del 20 ottobre. E se ne parlerà al gruppo, in Senato, nei prossimi giorni.
Racconta più di un membro della segreteria del Pd che un profondo conoscitore della comunicazione come il premier sa bene che un’espulsione rappresenterebbe una macchia.
E, proprio nel momento in cui ha mietuto un successo, non commetterebbe mai l’errore di andare sui giornali nelle vesti dell’epuratore.
Vuoi mettere il gusto di vedere i suoi oppositori fischiati pure tra le bandiere rosse, dopo averli piegati in Senato.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
FASSINA: “PIU’ SINTONIA CON PAPA FRANCESCO CHE CON RENZI”
“Io sono uscito dall’aula, non ho votato la fiducia. Quando mi hanno candidato, non c’era certo nel
programma l’idea di dividere i sindacati o di dare ragione a Sacconi nella sua crociata contro l’articolo 18. Ma il dato è quello che è: Renzi ha vinto, ha costretto a capitolare i suoi oppositori. Questo gruppo che era di 14 ‘oppositori’ si è diviso, con alcuni che poi hanno votato la fiducia. La cosa più significativa forse l’ha fatta Tocci, che si è dimesso”. Sono queste le parole di Corradino Mineo, senatore della minoranza Pd, ad Agorà , su Rai Tre.
“Secondo me adesso la minoranza Pd è molto più debole – afferma Mineo -. Io il maxiemendamento l’ho letto, e non prende neanche tutte le promesse fatte nella direzione del Pd. La nostra battaglia per il momento si è conclusa con una sconfitta. “Cercavo il modo migliore – aggiunge il senatore – di dire al mio premier che di forzatura in forzatura si lasciano troppi cadaveri per terra. E non credo che il buffetto dato dalla Merkel ieri al governo italiano cambierà l’atteggiamento della Ue. Con la delega in materia di articolo 18 Renzi potrà fare quello che vuole. Così il Parlamento non conta più”.
Casson, Ricchiuti e Mineo: sono questi i senatori che non hanno votato la fiducia sul jobs act.
“Il tema sarà affrontato nell’assemblea del gruppo Pd al Senato – afferma il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini -. Non partecipare a un voto di fiducia che è politicamente molto significativo mette in discussione i vincoli di relazione con la propria comunità politica”. Sono fuori? “No, ne discuterà il gruppo e la direzione serenamente e pacatamente”, aggiunge sempre il vicesegretario.
“C’è una sintonia di analisi con un arco di forze ampio che va oltre i confini dei partiti e dei sindacati. Trovo una corrispondenza molto forte con la dottrina sociale della Chiesa, da ultimo con l’Evangelii Gaudium di Francesco che insiste sulla dignità del lavoro”.
Lo dice Stefano Fassina intervistato dal quotidiano on line ‘IntelligoNews’.
Il deputato Democratico rileva allora che “la sintonia non la trovo con le parole di Renzi che recupera il linguaggio dei conservatori”.
A proposito di possibili dimissioni dopo quelle del senatore Walter Tocci, Fassina afferma: “Non lo so… Dipenderà molto dalla disponibilità del presidente del Consiglio ad ascoltare posizioni che non isolate e personali, ma condivise da pezzi significativi del nostro mondo e degli interessi economici e sociali che rappresentiamo e vogliamo continuare a rappresentare”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI S’INALBERA PER IL DOCUMENTO CRITICO DEI BERSANIANI
Per ore sul filo rosso tra Palazzo Chigi e i renziani in Senato va in onda una sola preoccupazione: quella di
superare la fatidica asticella della maggioranza assoluta, quei 161 voti che rappresentano la soglia politicamente sensibile per un governo che deve dimostrare di avere i numeri per andare avanti.
Politicamente ma non formalmente, perchè basta un voto in più dei presenti per superare la prova. E dunque il pressing sui dissidenti è forte, anzi fortissimo
Lo psicodramma del drappello di «civatiani», ridotto a quattro unità , si consuma in una saletta dietro l’aula del Senato.
«Il Pd fa la cosa più di destra della sua storia», aizza da lontano gli animi dei suoi Pippo Civati.
Alla fine di un lungo tormento, sotto minaccia di espulsione dal Pd fattagli pervenire dagli emissari del premier, lo strappo è inevitabile.
Walter Tocci va da Luigi Zanda per dirgli che voterà la fiducia e subito dopo si dimetterà da senatore. Una decisione sofferta che parte da lontano, dal totale disaccordo sulla riforma del Senato.
Gli altri tre, Corradino Mineo, Lucrezia Ricchiuti e Felice Casson, sono in ambascia fino all’ultimo, indecisi se seguire Tocci, più propensi però per uscire dall’aula senza votare no: consci di finire lo stesso sotto processo.
Perchè a chi in mattinata via sms aveva chiesto al premier se a suo avviso anche le uscite dall’aula dovessero comportare massime sanzioni disciplinari, Renzi aveva risposto di sì.
Casson è già autosospeso dal gruppo dopo il voto della giunta sull’uso delle intercettazioni a carico del senatore Ncd Azzolini: lui da relatore aveva dato parere favorevole, il Pd invece ha votato contro.
«La casta tutela uno della Casta e io sono incompatibile con questi signori, vorrei sapere chi ha dato l’ordine di votare così», attaccava ieri i vertici del partito.
Con Civati sulle barricate, Bersani da una parte, Cuperlo dall’altra con la sua microcorrente Sinistradem, il caos regna nella minoranza Pd.
Ma quando rimbalzano le immagini di una trentina di parlamentari di Bersani circondati dalle telecamere al Senato che scodellano due paginette di critiche sul jobs act Renzi si inalbera.
«Il giorno in cui ho il confronto con la Merkel questi danno l’immagine di un Pd diviso…», commenta con i suoi da Milano.
Ma la faccia soddisfatta del bersaniano Miguel Gotor è emblematica: sorrisone, «in un contesto in cui il premier-segretario esercita una doppia pressione su ognuno di noi è difficile tenere su una posizione così 27 persone», dice mentre stringe tra le mani il documento con in calce 35 firme, compresi gli otto deputati della corrente Area Riformista: che «si è ricompattata», sostiene Alfredo D’Attorre.
Il quale insieme a Davide Zoggia e Stefano Fassina, arriva dalla Camera per dare un segnale di unità di una corrente che si arrende a votare la fiducia al governo ma spera di poter ingaggiare un braccio di ferro a Montecitorio.
Ma se Renzi ha fatto ingoiare ai bersanian-dalemiani un testo che non riporta la mediazione sull’articolo 18 della Direzione Pd è pure merito della minoranza. Costretta a ricordare le conquiste su precari e poco altro nelle due paginette sbandierate ieri.
«E’ vero l’ho detto a Bersani che quell’annuncio anzitempo sulla lealtà alla ditta è stato un errore e questo testo sul jobs act è un’operazione di cosmesi», si indigna il duro Fassina.
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
CIVATI: “LO JOBS ACT E’ LA COSA PIU’ DI DESTRA NELLA STORIA DEL PD
“Walter, ma è vero che ti stai dimettendo?”. Galleria dei presidenti di Montecitorio, ore sette della sera. 
Quando da Palazzo Madama rimbalza la notizia che il senatore dissidente Walter Tocci starebbe per dimettersi, un parlamentare democratico è incredulo, non crede alle parole del cronista.
E senza perdere un secondo compone il numero di telefono del ribelle di Largo del Nazareno. “Pronto Walter, ma è vero che staresti per dimetterti? Attento, non fare cazzate…”.
Dall’altro capo del telefono Tocci non ne vuol sapere, ormai il dado è tratto.
L’onorevole, però, insiste: “Walter, ti ripeto, non fare cazzate perchè poi escono un paio di agenzie e finisce tutto”.
Il senatore, però, spiega al deputato che voterà la fiducia sul disegno di delega ma poi lascerà lo scranno, non intende indietreggiare di mezzo centimetro. La decisione ormai è stata presa. Tuttavia il collega deputato cerca di convincerlo: “Tu sei stato eletto dal popolo con le primarie. Secondo me, stai facendo una cazzata. Oltretutto non ti fidare dei falsi amici che ti spingono a dimetterti perchè poi dopo un paio di agenzie finisce tutto. Dai, ripensaci”.
I telefoni si spengono, e il giovane parlamentare Pd, ancora choccato dalla notizia, si lascia andare: “Walter è una persona seria, ha una storia di sinistra alle spalle e se lo farà saranno problemi…”.
Dopo qualche minuto nel Transatlantico di Montecitorio Pippo Civati, che nel pomeriggio aveva annunciato “che alcuni sono pronti a dimettersi” e che considera il disegno di legge sul jobs act “la cosa più di destra della storia della sinistra”, invia un messaggio ai vertici di Largo del Nazareno: “Aspettiamo le nove di questa sera, ma se dovesse dimettersi si creerebbe un precedente”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IN GIUNTA DELL’IMMUNITA’ IL GRUPPPO PD FA SCUDO IN DIFESA DELL’ESPONENTE NCD… DOPO 9 MESI DI RINVII ORA LA DECISIONE SPETTA ALL’AULA
Il gruppo Pd vota compatto contro l’uso delle intercettazioni di Antonio Azzollini nell’inchiesta su una
presunta truffa da 150 milioni e il relatore Felice Casson (Pd) si autosospende per protesta.
Dopo nove mesi di rinvii, la giunta per le immunità del Senato è arrivata al voto sulla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle conversazioni del presidente della commissione Bilancio del Senato in quota Nuovo centrodestra.
La richiesta era arrivata a gennaio scorso dalla procura di Trani nell’ambito dell’inchiesta sul porto di Molfetta.
I senatori democratici, dopo aver chiesto dieci minuti di sospensione dei lavori, hanno votato contro la proposta di autorizzazione delle intercettazioni avanzata dal relatore Felice Casson.
Dopo la bocciatura, il parlamentare democratico si è immediatamente sospeso dal gruppo. E ora il presidente della giunta Dario Stefano (Sel), dovrà nominare un nuovo relatore tra quelli che hanno detto “no” alla proposta del relatore.
Numerose le defezioni tra i senatori chiamati ad esprimersi sulla richiesta degli inquirenti. Forza Italia era assente. Elisabetta Maria Casellati è appena stata eletta al Csm, mentre Lucio Malan e Giacomo Caliendo non si sono presentati.
Così, hanno detto no ai magistrati Ncd, Pd e Lega.
Solo il Movimento 5 Stelle e Casson si sono detti a favore. La parola ora spetta all’Aula, dove la giunta si presenterà con la proposta di dire “no” alla procura di Trani.
La ferita è però in casa del Partito democratico. In queste ore Palazzo Madama è chiamata a votare la fiducia al disegno di legge delega sul lavoro e la minoranza dem continua ad esprimere le sue perplessità .
Lo strappo di Casson, da sempre su posizioni critiche, è l’ennesimo segnale dei rapporti tesi con il presidente del Consiglio e leader del partito.
Se l’Aula confermerà la posizione della giunta, la Procura di Trani non potrà utilizzare le intercettazioni del senatore del Nuovo centrodestra ed ex sindaco di Molfetta.
Azzollini è indagato nell’inchiesta sulla presunta maxifrode da 150 milioni per la costruzione del nuovo porto di Molfetta.
Le indagini della procura hanno accertato che per la realizzazione della diga foranea e del nuovo porto commerciale sia stato trasferito in favore del Comune barese, all’epoca dei fatti Azzollini era sindaco, un ingente “fiume di denaro pubblico“: oltre 147 milioni di euro, 82 milioni dei quali ottenuti dall’ente comunale, a fronte di un’opera il cui costo iniziale era previsto in 72 milioni di euro.
Nell’ambito dell’inchiesta, dove sono indagate a vario titolo oltre 60 persone, sono stati arrestati un funzionario e un imprenditore.
Gli indagati — ex amministratori pubblici e imprenditori — sono accusati di associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato, abuso d’ufficio, frode in pubbliche forniture, attentato alla sicurezza dei trasporti marittimi e reati ambientali.
La votazione era attesa da lungo tempo: la Giunta per le Immunità ha aspettato ben 9 mesi prima di esprimersi sul caso.
La richiesta della Procura di Trani di poter utilizzare le intercettazioni e i tabulati telefonici relativi al presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama era stata trasmessa a Palazzo Madama il 21 gennaio scorso.
Ma in nove mesi, ha sottolineato più volte l’opposizione, non si sarebbe riusciti a decidere per via delle “continue richieste di rinvio, acquisizione di nuovi documenti avanzata da più parti e convocazioni di altri organismi parlamentari proprio negli stessi orari in cui si riunisce la Giunta”.
Un esempio: il primo ottobre la Giunta era stata convocata alle 13.30, ma esponenti del Ncd avrebbero fatto notare che alle 14 si sarebbe riunita la commissione Giustizia e pertanto sarebbe stato meglio un rinvio perchè sarebbe stato a rischio il numero legale.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 7th, 2014 Riccardo Fucile
“ORMAI SIAMO DUE MONDI DIVERSI”
La paura dei franchi tiratori, la necessità di un’approvazione in tempi rapidi.
«Non possiamo sbrodolare», dice Matteo Renzi nel consiglio dei ministri chiedendo l’autorizzazione a usare la fiducia sul Jobs Act in Senato.
«Ma soprattutto – spiega il premier – il mio obiettivo è dare un senso unitario alla riforma, senza troppi strappi. Con i voti segreti e la battaglia sugli emendamenti questo obiettivo non sarebbe possibile. È un messaggio fondamentale non solo per l’Europa. Gli italiani devono capire dove vogliamo andare».
È un rischio, certo. Non per la tenuta del governo visto che i senatori dissidenti (tranne 4 o 5 casi) rientreranno nei ranghi e non faranno cadere il governo.
Ma perchè rimane il solco con la sinistra su un tema sensibilissimo come l’articolo 18.
L’incontro con i sindacati nella sala Verde di Palazzo Chigi, il suo esito finale, condizionerà le scelte della minoranza del Pd.
Così come il nuovo emendamento che sta scrivendo Giuliano Poletti per recepire le correzioni indicate dal Partito democratico nella sua direzione.
Acqua fresca, ribattono alcuni oppositori prima ancora di conoscere il testo governativo. Quella che si vede oggi è dunque la continuazione di un dialogo tra sordi.
Entrambi i fronti sembrano decisi ad aggravare la frattura.
Spingere Renzi a destra nell’immaginario collettivo, insistere nei paragoni con Margaret Tatcher, accusarlo di cedere ai «ricatti di Sacconi» mettendo la fiducia sulla legge delega, come fa il senatore bersaniano Miguel Gotor, ha un significato politico che va oltre il Jobs Act.
Significa liberare e marcare un territorio politico diverso, quello della sinistra, e se non è questa la premessa di una scissione poco ci manca.
Qualcuno nei giorni scorsi ha sentito pronunciare allo storico tesoriere dei Ds Ugo Sposetti due paroline tedesche: “Die Linke». È il partito fondato in Germania da Oskar Lafontaine in contrapposizione con il socialismo “di centro” di Schroeder, del quale rimane nella storia la riforma del lavoro, appunto. Linke vuole dire sinistra e ancora oggi il movimento ha il 7 per cento dei voti (Europee 2014).
A Sposetti chiedono tutti giorni “ma allora ve ne andate?” perchè il tesoriere è notoriamente seduto, come Paperone, su un patrimonio (immobiliare) di circa 2 miliardi di euro.
I soldi della Quercia vengono visti come una precondizione della nascita di nuovo soggetto politico.
Sposetti risponde a tutti: «Dove andiamo? Siamo quattro gatti».
Pippo Civati però ha già imboccato una strada diversa. «Semmai è il Pd di Renzi ad aver cambiato la natura del Pd. Non c’è più niente di democratico nel partito. E mi chiedo: come si fa stare in un gruppo di cui non si condivide nemmeno l’atteggiamento, non solo le leggi?».
È la domanda finale prima dell’uscita.
L’ex sfidante delle primarie spiega che lui «nel Pd crede ciecamente», che ne ha fatto «una ragione di vita » da quando è in politica.
Tuttavia il disagio è tanto, «la situazione deprimente» e il voto di fiducia avviene «sul nulla perchè dentro l’emendamento non ci saranno nemmeno le cose approvate in direzione».
I suoi 6 senatori sono i principali “indiziati” dello strappo, domani in Senato. Usciranno dall’aula per non votare contro il governo. Ma non diranno “sì”.
Stefano Fassina spinge anche gli altri dissidenti a ribellarsi, senza curarsi delle conseguenze del governo.
«Questa riforma del lavoro parla a un altro mondo che non è il nostro».
Due mondi diversi, quindi. Due pianeti lontani.
«Abbiamo la pistola alla tempia, che dobbiamo fare? », osserva Federico Fornaro, uno dei firmatari degli emendamenti in difesa dell’articolo 18. Fassina e Civati la fanno troppo facile perchè stanno alla Camera. Se pure votassero contro l’esecutivo non se ne accorgerebbe nessuno. A Palazzo Madama invece bastano 7 voti per mandare a casa Renzi.
«Voterò la fiducia – dice rassegnato Gotor – ma è un segno di debolezza di Renzi. Non ascolta il suo partito e subisce il diktat di Sacconi».
Questo è il Pd alla vigilia del voto sul lavoro, che è la radice della sinistra.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 7th, 2014 Riccardo Fucile
I BERSANIANI IRRITATI DALLA SCELTA DI CHIUDERE IL DIBATTITO, PERà’ CEDONO: “CERTO CHE VOTIAMO, ALTRIMENTI ARRIVA IL SOCCORSO DI FORZA ITALIA”
“Ho detto partito, mi è caduto il microfono”. Matteo Renzi a Quinta Colonna la butta lì così la battuta che
dice chiaramente come la pensa sul Pd.
Un Pd che ancora una volta si appresta ad umiliare.
“La fiducia? Certo che la votiamo”. Miguel Gotor, senatore bersaniano, non ha un attimo di esitazione. E spiega: “Al Senato abbiamo una maggioranza soltanto di 7-8 senatori”.
Però, ci tiene ad aggiungere, “si tratta di una manifestazione di debolezza di Renzi. Se la mette è solo perchè altrimenti sarebbe costretto a dimostrare all’opinione pubblica di aver bisogno del soccorso azzurro per governare”.
Per non far cadere il governo, i bersanian-dalemian-cuperliani diranno sì a una delega praticamente in bianco, che non contiene neanche l’estensione dell’articolo 18 per i licenziamenti disciplinari (ovvero, la mediazione ottenuta in direzione).
I dissidenti, civatiani e dintorni (una decina in tutto, capeggiati da Mineo, Tocci, Ricchiuti e Casson), usciranno dall’Aula.
Dopo settimane di dichiarazioni, interviste, annunci di guerra, minacce e alla fine pure appelli e preghiere (di non metterla, la fiducia, di recepire gli emendamenti, di permettere almeno una discussione) il Pd non renziano si prepara a piegarsi ancora una volta alla volontà del presidente del Consiglio.
Il capogruppo a Montecitorio, Roberto Speranza, è lapidario: “Siamo un partito serio”. Per tutti, così parla Alfredo D’Attorre, uno dei deputati che in direzione ha detto no: “Sarebbe giusto consentire un confronto di merito al Senato ma prevarrà la responsabilità di non far cadere il governo”.
Nel nome della “responsabilità ”, insomma, il Pd è pronto ad arrendersi.
D’altra parte, non c’è da stupirsi: in direzione, pure se il segretario aveva dei numeri schiaccianti, si è guadagnato il via libera dall’85 per cento dei votanti. Ben di più dei renziani presenti. Evidentemente, funziona il metodo-Matteo, che si può tradurre più o meno così: “O si fa come dico io, o cade il governo e si va a votare.
Le liste le facciamo noi e chi non è con noi è fuori”. E, poi, in fondo, se è per stare al merito, il Pd ha votato anche la riforma Fornero, quella che ha dato il primo colpo, quasi decisivo all’articolo 18.
Sempre per senso di “responsabilità ”, quello che aveva dato il via al governo Monti, dopo la caduta di Berlusconi.
“La situazione è sconsolante, da tutti i punti di vista. Sono giorni e giorni che ci raccontiamo che si sta lavorando a una mediazione: ma di quale mediazione parliamo? Qui si discute per finta”, commenta un Democratico a microfoni spenti. Una verità evidentemente troppo dura per poterla esprimere a viso aperto, mentre si decide di dare comunque il voto al governo.
Le dichiarazioni ufficiali, dunque, preferiscono richiamare i massimi sistemi o cercare di smuovere il segretario-premier con le buone.
Ecco Gianni Cuperlo: “Faccio un appello al governo e al presidente del Consiglio perchè si eviti il voto di fiducia su una materia delicata e complessa”.
Ma poi: “La parola scissione non la voglio neanche sentire”.
Ecco Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro a Montecitorio: “Insisto nel chiedere al governo di non mettere la fiducia al Senato. Questa scelta sarebbe grave perchè priverebbe il Parlamento della sua sede naturale di confronto. Lo stesso Governo che ha deciso di aprire un tavolo di confronto con le parti sociali, è quello che nega il confronto al Senato ed alla Camera? Sarebbe fortemente schizofrenico, a meno che il confronto nella Sala Verde sia soltanto una tantum dal sapore propagandistico”.
Lascia un margine di dubbio Ugo Sposetti: “Leggiamo prima l’emendamento e poi mi pronuncerò”.
Il più battagliero è il deputato Stefano Fassina: “Le conseguenze politiche della fiducia sul jobs act sono molto gravi innanzi tutto per il Parlamento. Il governo lo costringe a dargli una delega in bianco, è un problema istituzionale molto grave che merita l’attenzione del Presidente della Repubblica”.
Insomma, a Palazzo Madama tutto dovrebbe filare liscio, con qualche incognita di prassi.
Due o tre “No”, tanto per non perdere del tutto la faccia, potrebbero arrivare.
E poi, magari alla Camera, qualcuno alla fine si opporrà .
Confidando nel fatto che il suo voto è determinante.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 6th, 2014 Riccardo Fucile
L’EURODEPUTATA DEL PD, FUTURA CANDIDATA ALLE REGIONALI IN CAMPANIA, IMPAZZA NEI TALK SHOW… COLLEZIONANDO GAFFE, BANALITA’ E RETORICA
Avverte che oggi «il Paese ha bisogno di simboli».
Considera opportuno «ridare un’anima all’Europa».
Osserva che è necessario «fornire risposte concrete».
Rileva che l’Italia «deve correre: non può più aspettare».
Esorta a «stare sempre in prima linea, tra la gente».
Sentenzia che «i primi a cambiare dobbiamo essere noi».
Ritiene indispensabile «scendere in campo e fare, ciascuno, la sua parte» ….
Chi è che si esprime con tanta alacre determinazione sulla difficile situazione economica dell’Italia e non solo dell’Italia?
Chi ne indica con tanta acutezza gli indispensabili rimedi salvifici?
Chi ci sprona con tanta perentorietà a realizzarli con urgenza?
È Pina Picierno (33 anni, da Santa Maria Capua Vetere, già deputata del partito democratico, poi neo-parlamentare europea e ora, anche, probabile candidata a governatore della Campania: invidiabile carriera no-stop).
Osservatela, in tv, quando partecipa a un talk show con qualche collega: è bruna, piacente, con grandi occhi scuri, sempre grintosa e piuttosto elegante ma, ahimè, ha un piccolo difetto: è tanto noiosa.
Infatti, anzichè discutere con gli altri ospiti nello studio, cerca di guadagnarsi tutta la scena dispensando loro enunciazioni enfatiche, cedendo al politichese e affastellando gaffe, retorica e banalità .
Il peggio è che, probabilmente, alla fine di ogni suo pregnante e alluvionale intervento, l’onorevole ritiene di essere stata bravissima.
Qualcuno glielo dica.
Guido Quaranta
(da “L’Espresso”)
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