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EMILIANO RESTA NEL PD E SFIDERA’ RENZI AL CONGRESSO

Febbraio 21st, 2017 Riccardo Fucile

RIUNITA LA DIREZIONE, ROSSI E SPERANZA DISERTANO… RENZI VOLA NEGLI USA

Michele Emiliano ha deciso: resta nel Pd, il governatore pugliese partecipa alla direzione nazionale sulle regole al Nazareno e sfiderà  Matteo Renzi al congresso.
La riunione è cominciata poco prima delle 16 alle a Roma, nella sede nazionale di via S. Andrea delle Fratte che potrebbe rappresentare il momento della formale scissione che di fatto si è consumata domenica.
«Chiedo a chi ha fatto una scelta diversa di ripensarci – sottolinea aprendo l’appuntamento il presidente Pd, Matteo Orfini, con riferimento ai bersaniani e a Rossi – penso ci siano condizioni per andare avanti insieme ed evitare addii. Il congresso serve a questo. Ci siamo dati un orientamento di massima: celebrarlo prima delle elezioni amministrative».
Rossi e Speranza disertano  
«Ringrazio chi è qui oggi. Ho sentito in queste ore Emiliano, Rossi e Speranza e ho chiesto loro di partecipare alla direzione e al congresso e continuerò a farlo non rassegnandomi alla scelta di chi ha deciso di non partecipare» dice Matteo Orfini.
«C’è ancora tempo perchè la richiesta di una discussione programmatica che accompagni il congresso sia accolta. Può e deve essere accolta. C’è tempo per organizzare, in giro per l’Italia, una discussione che renda ricco e carico di contenuti il lavoro del nostro congresso».
Cuperlo: “Scaduto il tempo della mozione degli affetti. Evitiamo rottura”  
«Io capisco che siamo oltre la linea delle decisioni, da una parte e da un’altra, il tempo degli appelli e della mozione degli affetti è scaduto ampiamente – dice Gianni Cuperlo parlando della scissione che si sta consumando nel partito-. Su questo mi ha colpito l’intervento di Walter Veltroni; Romano Prodi ha speso le parole che abbiamo letto questa mattina. Io chiedo qui se davvero noi tutti possiamo alzare le mani e dire che è finita almeno una parte della storia in comune», ha aggiunto. «Io continuo a ritenerlo un danno storico che restringe il sentiero di una vera alternativa del nostro Paese. Solo una carenza di spirito può impedirci di aprire l’ultimo spiraglio evitando un esodo che condizionerebbe la vita del Paese nei prossimi anni e forse anche di più».
Renzi negli Usa  
Gianni Cuperlo, che non fa parte degli scissionisti, lo aveva anticipato: «Sarebbe un altro errore» da parte di Renzi non partecipare alla direzione oggi, «dopo quello di domenica quando il segretario non ha sentito il dovere di alzarsi e replicare».
L’ex premier infatti è partito alla volta degli Usa: «Mentre gli organismi statutari decidono le regole del Congresso, io sono in partenza per qualche giorno per gli Stati Uniti. Vi racconterò sul blog.matteorenzi.it il mio diario di bordo dalla California dove incontreremo alcune realtà  molto interessanti. Priorità : imparare da chi è più bravo come creare occupazione, lavoro, crescita nel mondo che cambia, nel mondo del digitale, nel mondo dell’innovazione» ha annunciato sull’e-news.
«Se qualcuno vuole lasciare la nostra comunità , questa scelta ci addolora, ma la nostra parola d’ordine rimane quella: venite, non andatevene. Tuttavia è bene essere chiari: non possiamo bloccare ancora la discussione del partito e soprattutto del Paese. È tempo di rimettersi in cammino».

(da “La Stampa”)

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GLI SCISSIONISTI RISCHIANO LA SCISSIONE, EMILIANO IN BILICO

Febbraio 21st, 2017 Riccardo Fucile

CREPE NEL   FRONTE ANTI-RENZI… EMILIANO DEVE ANCORA DECIDERE

Michele Emiliano è tormentato, è in bilico, non vuole ancora sciogliere la riserva, non vuole imbarcarsi in un’avventura politica che appaia una Cosa rossa ad egemonia ex comunista, ex diessina, con la regia di D’Alema.
Sta cercando di capire se sarà  una cosa nuova, se tra militanti e amministratori c’è una vera scissione. Non vuole una bolla di sapone.
«Comunque deciderò nella giornata di martedì con Rossi e Speranza. Rifletterò ancora questa notte perchè qui non si tratta di una scelta semplice: le implicazioni sono tante, nelle Regioni e anche rispetto al governo».
Il governatore spiega che sbagliano coloro che pensano che lui abbia deciso di rimanere nel Pd, come candidato anti-Renzi alla segretaria: «Chi lo scrive è fuori strada».
Intanto la macchina organizzativa della scissione da parte di Rossi e Speranza si è già  messa in moto: venerdì potrebbero essere annunciati i gruppi parlamentari e all’inizio di marzo l’evento costituente del nuovo movimento dove in prima fila non ci saranno Bersani e D’Alema che ieri a Benevento ha cercato di fare il modesto.
«Lo spazio di un militante della mia generazione non è quello di essere front-runner. Io sono disponibile a dare una mano. Ci sono tre candidati, Emiliano, Speranza e Rossi».
Emiliano ha sentito tutti i dirigenti del Pd che stanno con Renzi, sta cercando di convincerli a non fissare oggi, alla direzione, una data del congresso. Di aprire una stagione congressuale lunga in cui metterci dentro una conferenza programmatica.
Per poi fare le primarie a fine giugno-luglio, dopo le amministrative.
Renzi non è d’accordo ed è convinto che tenendo duro sfilerà  Emiliano dal tridente scissionista.
Ma il governatore vuole tenersi le carte coperte fino all’ultimo secondo. Oggi si riunirà  con Speranza e Rossi e deciderà  con loro se continueranno insieme fuori del Pd o se le loro strade si divideranno.
Speranza ha fatto ormai la scelta ed è andato a Venezia ad un incontro con l’ex sindaco di Milano Pisapia. «Per me non ci sono le condizioni per stare nel congresso, e non credo andrò alla direzione del Pd. Renzi ha fatto una scelta molto chiara, che va nella direzione di rompere il Pd».
Rossi addirittura sta pensando di consegnare la tessera del partito e chiede a Emiliano di essere «conseguente»: «Spero che andremo avanti insieme. Abbiamo firmato un documento che dice che Renzi ha provocato la scissione. Io penso che bisogna essere conseguenti».

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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SONDAGGI TECNE’ E IPR: IL PARTITO DELLA SCISSIONE TRA L’8% E IL 10,5%, AL PD RENZIANO IL 22-23%

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

RENZI VINCITORE INCONTRASTATO ALLA PRIMARIE

Il nuovo partito scissionista che nascerebbe dal Pd potrebbe contare su un bacino elettorale tra l’8 e il 10,5%.
Ma la maggioranza degli elettori dem è contrario alla scissione e comunque, al 60%, ridarebbe a Renzi il ruolo di segretario.
È quanto emerge dai sondaggi commissionati a Tecnè e Ipr da “Porta a Porta” dopo l’assemblea nazionale del Pd e lo scontro tra la sinistra e Renzi.
Tra gli elettori del Pd i contrari alla scissione sono tra il 70% (Ipr) e il 63% (Tecnè). La responsabilità  della scissione è per il 63% (Ipr) o il 67% (Tecnè) della minoranza. Dato che si ribalta (95% – Ipr e 93% – Tecnè) se si esprimono coloro che voterebbero per il nuovo partito della sinistra.
Le cause della scissione per circa la metà  degli elettori Pd sono attribuibili a incompatibilità  tra i leader (52% – Ipr; 49% – Tecnè).
Nell’ipotesi che alle primarie Pd si presentino Renzi e Orlando, Renzi otterrebbe una netta vittoria (60% – Ipr; 64% – Tecnè) mentre Orlando prenderebbe circa la metà  (30% – Ipr; 33% – Tecnè).
Qualora alle primarie si presentasse anche Emiliano il voto degli elettori Pd si dividerebbe così secondo Ipr: Renzi 60%, Emiliano 25%, Orlando 12%.
E così secondo Tecnè: Renzi 63%, Emiliano 21%, Orlando 15%.
Chi dovrebbe guidare il partito nato dalla scissione con il Pd tra Bersani, Emiliano, Speranza e Rossi?
Così si dividono le preferenze degli elettori della nuova formazione politica: Bersani (42% – Ipr; 37% – Tecnè), Emiliano (35% – Ipr; 31% – Tecnè), Speranza (12% – Ipr; 15% – Tecnè), Rossi (8% sia Ipr che Tecnè).
Con chi dovrebbe allearsi il Pd per governare?
La maggioranza indica con la sinistra (55% – IPR; 59% – Tecnè), seguita da Ncd e i centristi (20% – Ipr; 15% – Tecnè), da Forza Italia (2% – Ipr; 3% – Tecnè), dal M5S (5% – Ipr; 1% – Tecnè).
Infine quale percentuale di voti si dividerebbero Pd e nuova forza politica nata dalla scissione alle elezioni politiche?
Il Pd avrebbe secondo Ipr il 22% e secondo Tecnè il 23 per cento al netto degli scissionisti.

(da “Huffingtonpost”)

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A.A.A. CERCASI AVVERSARIO: RENZI VUOLE EVITARE UN PLEBISCITO AL CONGRESSO

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

MOLTO DIPENDE DALLE SCELTE DI   EMILIANO… IL RUOLO DI DAMIANO E DI ORLANDO

“A.A.A cercasi avversario per primarie che non siano finte e che non siano un flop”. Al Nazareno lo potrebbero scrivere anche in bacheca all’ingresso, visto che da ieri sera, mentre infuriano i venti (incerti) di scissione sul Pd, la ricerca è ufficialmente iniziata.
Matteo Renzi infatti non ha intenzione di fare ulteriori concessioni. Domani, se sarà  presente in direzione nazionale, nemmeno prenderà  la parola, in quanto da ieri è “segretario dimissionario”, sottolineano dal Nazareno.
Quindi l’ultima richiesta di Michele Emiliano (“Un segnale e resto”) cade nel vuoto. “Renzi parli in direzione”, chiede Francesco Boccia, vicino a Emiliano.
Ma per Renzi e per il reggente Matteo Orfini quella di domani sarà  solo una direzione “burocratica” che elegge la commissione congressuale. Il dibattito è finito ieri in assemblea. Il tempo è scaduto.
E allora al Nazareno si mette in conto l’eventuale abbandono del campo da parte di tutti e tre i candidati alternativi a Renzi: Enrico Rossi, Roberto Speranza e anche Michele Emiliano.
Il problema è serio: il segretario fa le primarie da solo?
Da ieri Renzi fa trapelare che Cesare Damiano sarebbe un buon candidato per la sinistra del partito: non ha in mente propositi scissionisti, viene dalla Cgil, insomma può essere una certezza per giocare la partita o almeno una partita.
Già  perchè comunque Renzi vorrebbe anche che le primarie siano un successo, con le code ai gazebo. Un partito ferito dalla scissione può garantire questo risultato?
I luogotenenti renziani sono alla ricerca di una risposta. Obiettivo: trovare un modo per rivitalizzare quel che rimarrà  del Pd dopo la scissione. Non a caso i renziani la chiamano “abbandono della minoranza”, già  sono al lavoro per esorcizzare il demone della spaccatura: almeno con il linguaggio.
Missione: non finire come Forza Italia che ha sempre votato il leader, l’unico leader, Silvio Berlusconi per acclamazione.
Già  il passo in avanti di Andrea Orlando, che offre di candidarsi se non c’è la scissione, potrebbe risolvere il problema, dar vita alla battaglia.
Ma se il Guardasigilli non ha truppe non si candida, risulta al quartier generale renziano. “Non vuole fare un congresso finto”, dicono dall’attuale maggioranza del partito. E allora chi? Al di là  delle preferenze del segretario — che già  è ben strano che sia lui a scegliersi e invogliare l’avversario — lo stesso Damiano conferma con Huffington Post che lui rimane a “presidiare il campo alternativo a Renzi nel Pd”.
E insieme a Gianni Cuperlo è partita anche dalla stessa sinistra la ricerca del candidato da contrapporre al segretario.
Chi sarà , dipende molto dalle scelte finali di Orlando. Ma si tratta di un’area che potrebbe rimettere insieme ex Diessini del calibro di Anna Finocchiaro, ora ministro per i Rapporti col Parlamento, una parte dell’area di Maurizio Martina, se non proprio lo stesso ministro all’Agricoltura che finora è rimasto al fianco di Renzi.
E poi anche una parte di Giovani Turchi, quelli che stanno con Orlando e non con Matteo Orfini, il presidente alleato con Renzi.
“E’ una forza di sinistra che va presidiata, va rappresentata. Anche nel caso in cui corresse pure Emiliano”, ci dice Damiano in Transatlantico alla Camera.
Ecco il punto. Nella sua ricerca di un avversario per giustificare le primarie, Renzi ha chiaro in testa che l’ideale sarebbe avere sfidanti che mobilitano le masse.
E in questo Emiliano è una garanzia: agitatore di popolo, toni alti, un po’ grillino, anti-renziano con stile renziano, alla fine.
Insomma, paradossalmente il governatore pugliese potrebbe rianimare un partito esangue. Se in gara ci fosse anche lui, oltre al candidato della sinistra, il gioco sarebbe fatto. E sarebbe esorcizzato anche l’altro demone: ovvero riproporre alle primarie la vecchia contrapposizione Ds-Margherita, da una parte gli ex Pci, dall’altra Renzi.
Certo, alla fine dei conti, resta da vedere come risponderà  la base dopo lo spettacolo di questi giorni.
Sono questi i calcoli della vigilia di una direzione nazionale (domani alle 15 al Nazareno) che – colpo di scena – potrebbe non mettere un punto alla saga della scissione.
Come l’assemblea di ieri, insomma: ancora limbo, a meno che gli scissionisti non decidano di stracciare la tessera e dire esplicitamente addio.
Finora i più chiari in questo senso sono stati Speranza e Rossi, annunciando di non partecipare alla direzione. Ma anche se non entrano nella commissione congressuale che verrà  eletta domani, possono sempre entrarci in un secondo momento.
In quanto da statuto la commissione viene integrata di un rappresentante per candidato al momento della presentazione delle candidature ufficiali.
In Transatlantico alla Camera ce lo spiega Antonello Giacomelli, sottosegretario allo Sviluppo Economico, esponente dell’area di Franceschini (Areadem), uno che ieri non ha avuto peli sulla lingua a dire in assemblea “Il congresso si chiude prima delle amministrative”, prendendo la parola subito dopo Emiliano.
“E’ un diritto del candidato alla segreteria avere un proprio rappresentante nella commissione, non un obbligo — dice Giacomelli – E comunque possono entrarci anche solo al momento della presentazione della candidatura ufficiale”.
Al congresso del 2013 la commissione congressuale era composta da 19 esponenti, di cui un solo renziano: Lorenzo Guerini.

(da “Huffingtonpost”)

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ASPETTANDO EMILIANO E IL GRILLISMO PUGLIESE

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

I “NON SO” DI MICHELE EMILIANO INNERVOSISCONO GLI SCISSIONISTI

Aspettando Emiliano. Bersani e i bersaniani lo attendono, per dare un profilo nuovo, oltre la Ditta, al nuovo partito: “Teniamolo agganciato”.
Andrea Orlando riflette sulla sua candidatura pressato dai suoi, parla con tutti, verifica quanto possa andare oltre i confini degli ex ds rimasti dentro, anche in caso di scissione. Ma, soprattutto, aspetta di capire cosa farà  Emiliano. Perchè la sua uscita dal Pd è tutt’altro che scontata: “Non so — dice Emiliano — se domani andrò in direzione”.
Dove invece è certo che i bersaniani non andranno. E dunque non parteciperanno al congresso.
In quest’attesa di Emiliano tra i fondatori del nascituro partito c’è un coacervo di tensioni, preoccupazioni, paure che riguardano la vera posta in gioco, ovvero l’entità  e il peso della scissione.
Tensioni, preoccupazioni, paure e anche reciproche insofferenze di mondi diversi e opposti.
In Transatlantico i parlamentari della sua corrente attribuiscono a Orlando una battuta fulminante: “È complicato tenere assieme socialismo europeo e grillismo pugliese”. Effettivamente ieri, dopo l’intervento di Emiliano in direzione, con voce rotta e accompagnato da un vistoso “dammi il cinque” a Renzi, cellulari e mail dei bersaniani sono stati inondati: “Scandaloso”, “questo è peggio di Renzi”, “non ci possiamo affidare a uno così”.
Roberto Speranza si è dovuto precipitare a via Barberini, sede della Regione Puglia a Roma, per spiegargli che così è difficile. E mettere nero su bianco un comunicato “Renzi ha scelto la scissione”, dal sapore definitivo ma che definitivo non è, per Emiliano.
Il governatore della Puglia, terra di Taranta e di astuzie levantine, ha trasformato questa attesa già  in una campagna per sè, personalistica, grillina, dove i confini tra furbizia e tradimento sono labili sotto i riflettori di questi giorni.
Nell’ultima settimana, nell’ordine, ha pranzato con Silvio Berlusconi (come ha raccontato il Corriere, attraverso una firma sempre affidabile) anche se lo ha smentito. Poi, nella famosa manifestazione di Testaccio, quella di Bandiera Rossa, è stato accolto da capo e da capo ha parlato, attaccando Renzi e quelli attorno al suo “capezzale”, per poi dire che Bersani sì che rispettava una comunità . Applausi che è venuta già  la sala.
Dialogante con Berlusconi, cuore rosso con Ditta, dopo tre ore su un Suv è arrivato al congresso di Sinistra Italia, proprio mentre Arturo Scotto stava concludendo il suo discorso della vita.
Lo saluta col give me five poi nell’intervento, consapevole di non essere amato dalla sala, prova a conquistarla lodando il partito che Scotto sta lasciando: “Nichi (Vendola, ndr) sai che ti ho sempre stimato”, “Sei un padre politico per me”, “spero che tuo figlio Tobia mi chiami zio Michele”.
Alla Fondazione ItalianiEuropei sono arrivate valanghe di messaggi, dopo il successivo give me five con Renzi: “Siamo all’avanspettacolo”, “è inaffidabile”. Imperturbabile e inappuntabilmente se stesso, col Pd già  alle spalle, il lìder maximo ha suggerito un po’ più di coordinamento politico, da affiancare all’instancabile Roberto Speranza. Che, in questa scissione fatta anche di Narcisi da non ferire, con discrezione e senza enfasi è andato a parlare a Milano con Pisapia, per mettere le basi di un dialogo comune.
Al fondo, oltre alla differenza antropologica tra socialisti europei e grillismo pugliese, c’è anche un gioco politico, sapiente, del governatore della Puglia.
Timoroso di poter diventare solo il volto nella mani dei manovratori “comunisti” D’Alema e Bersani, si arrabbia quando legge sui giornali notizie dei gruppi — per la serie: e chi lo ha deciso? — si fa corteggiare, prepara al tempo stesso il suo ingresso nel nuovo partito da leader ma, al tempo stesso, parla con gli altri.
A Speranza spiega che ha parlato in quel modo a Renzi per stanarlo, perchè così si capisce che è lui che rompe. Poi scambia qualche parola con Guerini, con Franceschini, con tutti: “Io non voglio rompere, però serve un segnale…”.
Nel labile confine tra astuzia e tradimento, che induce Renzi a non dare per scontato il suo addio e strema gli altri, è coccolato, cercato, blandito: “Michele sai che spettacolo le primarie tra te e Renzi” gli dicono gli uni “Michele con te facciamo due cifre” dicono gli altri.
Anche Andrea Orlando aspetta di vedere quale è lo schema. Tutti i suoi parlamentari, in questi giorni, lo spingono a sfidare l’ex premier. Ma non solo. Lo schema è quello di allargare: “Se non si candidasse Orlando — dice un parlamentare a lui vicino – quello che dice Bersani sarebbe un fatto, il Pd sarebbe il partito di Renzi. La sua candidatura potrebbe unire, da Cuperlo a pezzi di cattolici, ma anche veltroniani, Zingaretti, Chiamparino…”.
Però, prima si deve capire cosa farà  Emiliano.
I sondaggi dicono che, se c’è lui in campo, non conviene: vince Renzi, Michele è attorno al 30; se non c’è, c’è spazio.
Il tempo grillino è duro per tutti i socialisti europei.

(da “Huffingtonpost”)

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PD, TUTTI COLPEVOLI IN UNA SCISSIONE SENZA VALORI

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

LA RESPONSABILITA’ PRIMARIA E’ DI RENZI, MA PURE DI CHI HA TACIUTO ANCHE IERI E CHE ORA DOVRA’ RIEMPIRE LA PROPRIA DECISIONE DI CONTENUTI POLITICI E NON SOLO DI CAVILLI BUROCRATICI

Tanto fu tormentata e complessa la nascita del Partito democratico, quanto sarà  lenta e penosa la sua agonia.
Ma la “cerimonia degli addii” è cominciata. Se non si è consumata definitivamente al Parco dei Principi è solo per il solito gioco del cerino. nessuno, di fronte a uno sgomento “popolo della sinistra”, vuole assumersi la responsabilità  formale della rottura.
Ma il partito “nato morto” (secondo la cruda ma purtroppo vera definizione di Massimo Cacciari) ha perso l’ultima occasione per dimostrarsi all’altezza della Storia. Non c’erano grandi speranze, dopo l’inutile spargimento di veleni degli ultimi giorni. Ma all’assemblea di ieri nessuno, tra quelli che avrebbero dovuto evitare lo strappo, è stato in grado di riempire il ruolo, con la serietà  e la solennità  che il momento richiede.
Gianni Cuperlo ha evocato un’immagine: la corsa suicida di “Gioventù bruciata”, dove il leggendario James Dean e il suo rivale Buzz si lanciano la “sfida senza pareggio”.
Due macchine a tutta velocità  verso il burrone: vince chi si butta dalla macchina per ultimo. Citazione drammatica, ma perfetta. Renzi e i suoi avversari non hanno fermato la corsa, nè si sono buttati dalle rispettive macchine, che ora viaggiano serenamente verso il baratro.
La responsabilità  primaria pesa tutta sull’ex segretario.
Toccava a lui, non da oggi, farsi carico di tenere unita quella “comunità  di senso e di destino” che dovrebbe ma non è mai riuscito ad essere il Pd.
Toccava a lui, anche solo per un giorno, mettere da parte le ragioni e i torti dei due schieramenti, e indicare una via d’uscita condivisa. E invece, ancora una volta, Renzi non è riuscito ad andare oltre se stesso.
Non ha saputo o non ha voluto aprire spiragli, rimettendo in discussione la sua road map “da combattimento” e i suoi tre anni di governo.
Ha riproposto il solito linguaggio conflittuale (dalla “sfida” ai “ricatti”) e il solito schema concorrenziale (“Se siete capaci, sconfiggetemi al congresso”).
Soprattutto, non ha fugato l’atroce sospetto rivelato dal “fuorionda” di Delrio: “I renziani pensano che la scissione convenga, perchè così diminuiscono le poltrone da distribuire…”. La vera posta in gioco può essere il potere, e non l’identità ?
La responsabilità  secondaria grava sugli “scissionisti”.
Quelli sicuri (come Rossi), quelli probabili (come Bersani e Speranza) e quelli indecifrabili (come Emiliano).
I primi hanno taciuto, mentre nel giorno dell’Armageddon democratico sarebbe stato doveroso sentir parlare dal palco (e non dalle telecamere Rai) chi ha sempre detto di avere a cuore il destino della “ditta”.
Il terzo ha tentato una furba mediazione finale, imprevista e improbabile. Ora tutti i “compagni del Teatro Vittoria” avranno comunque un gigantesco problema: riempire la scissione di nobili contenuti politici, e svuotarla di incomprensibili cavilli burocratici. Una grande forza di sinistra, che pensa se stessa come partito riformatore di massa, può sfasciarsi solo in nome dei valori fondanti: una diversa idea dell’Europa, della difesa del welfare universalistico e dei diritti del lavoro, della Costituzione formale e materiale.
La vera posta in gioco può essere la data di un congresso o la “gazebata” delle primarie?
Sullo sfondo, rimane la testimonianza più convincente, ma anche più dolente, di chi le guerre intestine del Pd le ha patite sulla sua pelle.
Veltroni, Fassino, lo stesso Cuperlo difendono le ragioni di un’idea che, se mai è esistita, si è smarrita da tempo, seminando il campo di troppe macerie.
E anche qui sta la miopia di chi oggi, nel Palazzo d’Inverno renziano, crede di poter resistere tranquillamente ma ferocemente all’amputazione di una sua parte.
Solo chi resta in macchina con il piede fisso sull’acceleratore può non capire che, dopo la scissione, il congresso-lampo con il “candidato unico” sarà  una farsa.
E il tentativo di fare del Pd una forza popolare, riformista e progressista, sarà  precipitata per sempre nel burrone.
Al suo posto, invece del grande partito-baricentro del sistema politico italiano, resterà  un medio partito di centro, che non intercetterà  il mitico “voto moderato”, ma raccoglierà  tutt’al più qualche rottame della nomenklatura ex democristiana.
Nel frattempo, arriveranno il referendum sui voucher e le elezioni amministrative.
Con che faccia li affronta, questo centrosinistra in frantumi, è impossibile capirlo.
E fanno pietà  i “volontari carnefici” dei due fronti divisi, che fanno calcoli patetici, sondaggi alla mano, sul “potenziale elettorale” del Pd ridotto a Renzi e della Cosa Rossa ridotta a D’Alema.
Dopo un trauma come questo, sono conti della serva, di cui le urne faranno giustizia.
E sempre nel frattempo, come già  successe a Prodi nel 2008, sul governo Gentiloni precipiteranno tutti i tormenti e i risentimenti di questa sinistra pulviscolare e neo-proporzionale.
Un governo che deve durare fino al 2018, e che senza più l’ombrello di Draghi deve gestire una legge di stabilità  che incorpora già  20 miliardi di clausole di salvaguardia e una crisi delle banche sempre più acuta. Con che spalle li sostiene, questo premier “a responsabilità  limitata”, è difficile immaginarlo.
In questo penosa “eutanasia democratica” riecheggia una delle grandi figure della sinistra novecentesca: quel Pietro Ingrao che nel 1993, dopo la Bolognina e la svolta di Occhetto (che non condivideva), decise comunque di “restare nel gorgo”, perchè il neonato Pds era l’unico luogo di un possibile cambiamento di un’Italia devastata dal dopo Tangentopoli. Allora come oggi, il Pd sarebbe stato il posto per azzardare lo stesso tentativo.
Ma è troppo tardi.
Il “gorgo” non è più sinonimo di un formidabile movimento, ma solo metafora di un inesorabile inabissamento.
E mentre risucchia le schegge impazzite del centrosinistra, quel “gorgo” alimenta l’onda populista e sovranista.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)

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IL PIANO DI RENZI: PRIMARIE IL 7 MAGGIO E VOTO A SETTEMBRE

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

NO ALL’OFFERTA DI EMILIANO PER L’ASSISE IN ESTATE… ORLANDO SI PREPARA ALLA SFIDA

“È andata benissimo. Ora il congresso entro maggio e il voto a settembre”. Matteo Renzi non ha esitazioni. C’è già  anche una data per le primarie: 7 maggio. La rotta è segnata. Del resto non ha lasciato nulla al caso.
La sceneggiatura dell’Assemblea dei mille delegati dem è stata studiata dal segretario per arrivare al risultato e mostrare che anche senza Bersani, Speranza e Rossi il Pd non sarà  monco della sinistra.
Eccola la sinistra del partito di Renzi. Sale sul palco subito dopo le stoccate di Guglielmo Epifani, portavoce unico degli scissionisti. Prima tocca a Piero Fassino. Poi Teresa Bellanova. Infine il pezzo da novanta: Walter Veltroni. La tradizione della sinistra erede di Enrico Berlinguer.
Tre jolly che sono un manifesto politico post rottamazione. Il segretario compulsa il telefonino mentre il dramma politico del Pd accade. Manda messaggi agli amici in sala, segue su Twitter e Facebook le reazioni, i commenti del popolo dem e degli addetti ai lavori.
“È andata come prevedevamo”, scrive in un sms a fine dell’Assemblea. “Loro avevano già  deciso, qualsiasi mossa avessi fatto non gli sarebbe andata bene. Non ho io la colpa di questa scissione”. Ne è convinto Renzi. Ha usato toni il più possibile misurati. Niente riferimenti a gufi e rosiconi, nessuna provocazione o battutacce.
Però nessuna apertura, non è arretrato di un millimetro, convinto che l’unico obiettivo della sinistra dem sia sempre stato quello di logorarlo.
Resta aperto il capitolo Emiliano. Renzi ritiene che Michele Emiliano potrebbe ripensarci. Del resto dividere la sinistra dem è sempre stato obiettivo del segretario.
Il governatore pugliese è il più incerto sul da farsi.
È trattativista a oltranza, al punto da sbilanciarsi dal palco a sorpresa: “Siamo a un passo dall’evitare la scissione”. Per smentirsi subito dopo. Su Emiliano, Renzi fa un discorso chiaro: “Michele vuole restare? Allora si candidi nel Pd”.
Sarebbe una bella sfida. Però non si fida, dopo tante giravolte. Emiliano dovrebbe mettersi d’accordo con se stesso, dal momento che ha detto tutto e il contrario di tutto: prima “ho appoggiato Renzi, scusatemi”, quindi “Matteo non ti ricandidare” e ieri infine “puoi rivincere da segretario”.
Di certo – ragiona Renzi – non è stato Emiliano l’uomo del giorno. “Vuoi sapere chi sono stati i migliori? – dice a Matteo Orfini, il presidente-reggente del partito – Bellanova, Veltroni, Fassino”.
Teresa Bellanova, ex sindacalista Cgil, vice ministra allo Sviluppo economico, è introdotta sul palco dal segretario stesso: “È molto più di sinistra quello che ha fatto Teresa, di ciò che hanno fatto certi convegni per anni e anni”.
Fassino – l’ultimo segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino sconfitto – è primo nella scaletta a difendere il Pd renziano.
E il segretario lo applaude a lungo, del tutto archiviate le ruggini più e meno antiche, come quando Renzi disse che con un volto fresco Torino sarebbe stata contesa ai 5stelle.
Quindi Veltroni, il fondatore del Pd, il primo leader. Renzi lo mise nella lista dei rottamati, ai tempi della sua scalata alla guida nel partito.Ieri lo indica in platea come il più prezioso dei regali che gli siano fatti. Nel giorno in cui cambia tutto.
Attende defilato Andrea Orlando, il Guardasigilli. Se Emiliano lascia il Pd, Orlando potrebbe essere lui lo sfidante.
La decisione non è presa ma il suo discorso è stato da candidato in pectore: “Il Pd va rifondato”.

(da “La Repubblica”)

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PD, L’EX BRACCIANTE AGRICOLA CONQUISTA L’ASSEMBLEA: “NOI, DALLA PARTE DEGLI ULTIMI”

Febbraio 20th, 2017 Riccardo Fucile

LA BELLANOVA HA INIZIATO COME SINDACALISTA DELLE LAVORATRICI AGRICOLE, POI IL SOSTEGNO A CUPERLO E INFINE L’INGRESSO AL GOVERNO

“Mettiamoci in marcia”. L’ovazione più grande l’assemblea Pd l’ha riservata a lei.
A quell’esortazione che ricorda Il quarto stato di Pelizza da Volpedo. E che potrebbe suonare stonata nel partito di Matteo Renzi se non venisse da una con la sua storia. Perchè Teresa Bellanova, 58 anni, viceministro allo Sviluppo economico, quando ne aveva quattordici, finite le scuole medie, già  lavorava nei campi.
Una dei tanti braccianti della campagna pugliese, poi la loro sindacalista: “Nel discorso ho messo la mia storia — racconta ad assemblea appena conclusa — quella di una famiglia povera che non poteva mandarmi a scuola, delle colleghe braccianti che facevano decine di chilometri per una giornata di lavoro, rischiando la vita”.
Gli ultimi, insomma. Quelli che il Pd, secondo la minoranza, ha dimenticato.
E che Bellanova sostiene invece di aver sempre difeso da quando a febbraio 2014, bersaniana e sostenitrice di Cuperlo, Renzi l’ha chiamata: “Mi ha indicata la minoranza, ma quel giorno ho detto ai compagni che non si poteva stare un po’ al governo e un po’ all’opposizione”.
Ha fiutato il vento, dicono alcuni: “Alla mia età  non devo fare carriera”, risponde. “Con Renzi ho parlato per la prima volta il giorno del giuramento e dal quel momento mi ha sempre fatto sentire con discrezione che non ero sola”.
Sottosegretario, poi viceministro allo Sviluppo economico con delega alle crisi industriali, tavoli caldi come quelli sull’Ilva o i call center di Almaviva, migliaia di lavoratori in gioco: “La nostra priorità  sono sempre state le persone, non è un approccio di sinistra?”.
Domenica pomeriggio Bellanova, sposata con un traduttore di origine marocchina incontrato durante una missione con la Cgil in Africa, un figlio studente di 25 anni, i risultati del governo li ha difesi tutti.
Dai 600 mila occupati in più alla norma contro il caporalato. Perchè forse, nonostante le slide, “il grande comunicatore non è riuscito a comunicare così bene”.
E l’abolizione dell’articolo 18, di sinistra anche quella? “Abbiamo risolto pasticci creati dai governi precedenti”, replica. “E per la mia cultura quando crei occupazione stabile sei parte della soluzione”.
Soluzione che però non sembra arrivata agli operai, che votano in massa 5Stelle. O al suo Sud, che ha asfaltato la riforma costituzionale di Renzi: “La disaffezione della base era già  in corso con i Ds, non si può dare tutta la responsabilità  a chi è arrivato dopo. Ma è vero: non abbiamo ancora la soluzione, anche per questo serve un congresso”.
Dal palco ha definito “slogan” quelli della minoranza, la bandiera rossa, il reddito minimo: “Non accetto lezioni, ci vuole rispetto reciproco”.
Fatto sta che quasi tutti i compagni di una volta, quelli che ora sembrano avvaiti alla scissione, sono dall’altra parte della barricata. Non riocnosce in loro la sua stessa passione? Neppure un argomento valido? “Le buone ragioni si fanno valere all’interno delle regole, nel congresso, non con le spaccature”.
Lo ha ribadito anche Veltroni, il padre del Pd. Ma l’ovazione (“inaspettata” dell’assemblea, e l’abbraccio di Renzi, domenica se li è presi lei.

(da “La Repubblica”)

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A UN EMILIANO DAL TRAGUARDO

Febbraio 19th, 2017 Riccardo Fucile

RENZI TIRA UN RESPIRO DI SOLLIEVO: MINORANZA SPACCATA, SCISSIONE ARGINATA, PRIMARIE POSSIBILI IL 14 MAGGIO

Un primo momento clou della giornata arriva quando su Raitre Pierluigi Bersani dice di voler attendere la “replica di Renzi” prima di decidere sulla scissione.
In quel momento Matteo Renzi condivide con i suoi la certezza che non avrebbe replicato. “La linea non cambia, quel che avevo da dire l’ho detto in apertura”. Dimissioni da segretario e congresso subito.
Ma tutta l’assemblea del Pd ruota intorno a Michele Emiliano, il governatore pugliese che ieri si è fatto fotografare con gli altri due candidati alla segreteria, gli scissionisti Roberto Speranza ed Enrico Rossi, e oggi invece: “Che fa? Si scinde? Va o resta?”, si chiedono tutti al Parco dei Principi, hotel a due passi dallo zoo di Villa Borghese a Roma.
Per Emiliano le primarie potrebbero slittare di una settimana: dal termine ultimo del 7 maggio al 14 maggio. Non di più, ma abbastanza per tenerlo dentro, confidano i renziani.
Renzi gongola per il risultato raggiunto. Per lo meno, il fronte scissionista si è spaccato.
Anche se a sera Emiliano firma una nuova nota minacciosa con Rossi e Speranza. Al quartier generale renziano la considerano un altro segnale di sbandamento.
Quella di oggi doveva essere l’assemblea della scissione. E’ stata invece l’assemblea che l’ha rimandata, ridimensionata o definitivamente archiviata.
L’ultima parola la dirà  la direzione di dopodomani. E’ il termine ultimo per gli scissionisti: dentro o fuori, giacchè la direzione, convocata al Nazareno alle 15, dovrà  comporre la commissione congressuale che deciderà  le regole con la partecipazione di tutte le aree del Pd. Dentro o fuori.
Eppure al mattino i presagi erano terribili. “Attenzione, sono arrivati per rompere oggi stesso…”.
Dario Franceschini, gran mediatore anti-scissione in questi giorni, arriva con questo avvertimento per il segretario. Davanti all’Hotel Parco dei Principi di Roma si affollano gli oltre 700 delegati, mai così tanti, ressa agli ingressi tra piddini e giornalisti, cameramen e fotografi, Enrico Lucci delle ‘Iene’ vestito da Stalin, divisa sovietica e baffetti: un vero Carnevale della politica.
L’aspettativa era da fine del ‘mondo Pd’. Il partito si presenta all’appuntamento del 19 febbraio così acciaccato che quando il presidente Orfini in apertura di seduta conferma le “dimissioni del segretario” e invita a raccogliere “117 firme se qualcuno vuole candidarsi a segretario”, tutti scoppiano a ridere.
Quasi a volersi liberare dei fantasmi. Il premier Paolo Gentiloni è muto accanto a Renzi, apre bocca solo per cantare l’inno nazionale. Sulle scale tra la sala dell’assemblea e la sala stampa, il vicesegretario Lorenzo Guerini chiede lumi a Rossi: “Parlate?”. “No, siamo qui per ascoltare…”, è la risposta.
Nessuno ci capisce più niente. Però la scaletta è organizzata in maniera tale da scongiurare la rottura.
“La scissione conosce ragioni che il cuore non conosce”. All’inizio sembra che Renzi scarti baci Perugina e ne legga le massime. Un minuto di applausi per lui in aperture. “Fermiamoci!”, chiede, fermo sul suo punto irrinunciabile: il congresso da svolgersi prima che entri nel vivo la campagna per le amministrative di giugno.
E’ furioso con la minoranza, con Bersani, presente in sala: “Peggio della parola ‘scissione’ c’è la parola ‘ricatto’, non è accettabile che si blocchi il partito sulla base di un ricatto della minoranza”. Gli ultrà  renziani scoppiano in applausi. Franceschini resta a mani incrociate, sguardo teso.
“Io non accetto che qualcuno pensi di avere il copyright della parola sinistra — continua Renzi — anche se non canto ‘Bandiera rossa’, penso che il Pd abbia un futuro che non è quello che altri immaginano…”.
Ce l’ha anche con D’Alema, il vero motore della scissione, assente al Parco dei Principi: “La sinistra non è come dire capo-tavola è dove mi siedo io…”. E per Emiliano: “Si può dire io non sono d’accordo ma poi ci si misura al congresso…”. Una spolverata di contenuti, tra recupero di Keynes e ambiente, e poi il Lingotto, “ripartire da lì a marzo: grazie Walter per essere venuto qui”.
Ancora con la minoranza: “Avete il diritto di sconfiggerci non di eliminarci”. Chiusura su Joseph Conrad di ‘Linea d’ombra’: “Accogliendo il bene e il male, le rose e le spine, si va avanti. Scusatemi se in questi due mesi abbiamo zigzagato un po’ troppo”. I pasdaran del renzismo si scatenano.
L’assemblea prosegue in accorati appelli all’unità . Si scomoda anche Veltroni che di solito non partecipa: “Era e sarà  giusto così”, precisa.
“Ma oggi è mio dovere dire quanto mi sembri sbagliato e ingiusto ciò che sta accadendo: mi appello a tutti coloro con cui abbiamo condiviso la strada affinchè la loro strada non si separi dalla nostra…”.
E via con la cronistoria delle scissioni: “Se il primo governo Prodi avesse proseguito, la storia italiana avrebbe avuto un altro corso…”. Applausi. “La sinistra quando si è divisa ha fatto male a se stessa e al paese…”.
A quel punto il grosso è fatto. Franceschini, ancora convinto sostenitore del premio di coalizione, avverte che il Pd non dialogherà  automaticamente con tutti alle politiche, scissionista avvisato… Orlando chiede la conferenza programmatica.
Cui si aggrappa anche Emiliano, “disperato”, come si definisce lui stesso in mattinata. Su di lui si consuma la grande attesa della giornata. Soprattutto dopo che Rossi e Speranza scelgono di non intervenire, affidando il loro messaggio a Epifani, che prende tempo sulla scissione.
Emiliano invece interviene. Ed è già  uno strappo.
Gli altri due si arrabbiano, ma il governatore dà  sfogo al suo dolore: “Si soffre da matti…”. E via con una serie di giri che in sostanza chiedono a Renzi un appiglio per poter restare nel Pd e accettare la sfida congressuale: “Ci mancherebbe che qualcuno ti dica di non candidarti al congresso…”. Brusio in sala. “Le agenzie di ieri le abbiamo smentite…”. Ancora brusio.
“La saggezza di chi fa politica non sta solo nel tenere il punto, ma qualche volta sta nel fare un piccolo passo indietro per farlo fare in avanti alla comunità . Io sto provando a farlo, ditemi voi quale per la comunità , senza mortificare nessuno”.
Emiliano chiede un po’ di tempo in più affinchè anche gli altri candidati possano “presentarsi al partito…”.
Potrebbe essergli concessa una settimana in più: primarie il 14 maggio. Ma intanto i renziani si sono scatenati in tweet, senza pietà  e con l’euforia incredula di chi ancora oggi si sente di poter dire: l’abbiamo quasi sfangata.

(da “Huffingtonpost“)

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