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IL SILVIO PENTITO: “CHE ERRORE DIRE CHE NON VOTERO’, SE VA MALE DIRANNNO CHE SONO STATO SCONFITTO COME CRAXI”

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

HA ANNUNCIATO CHE SI ASTERRA’ SUI QUATTRO REFERENDUM, MA LA SCELTA RISCHIA DI DIVENTARE UN BOOMERANG DOPO LA SCONFITTA ALLE AMMINISTRATIVE

«Ho sbagliato. Mi è sfuggito, ma non riusciranno a darmi la spallata».
Berlusconi si è pentito di avere detto che non andrà  a votare per i referendum.
Gli era stato consigliato di non pronunciarsi, di non attirare l’attenzione. Dopo la batosta delle amministrative gli «strateghi» del Pdl hanno capito che le parole del Cavaliere mobilitano, eccome se mobilitano di questi tempi, nel senso che tutti quelli che sentono l’odore del sangue (quello del premier) o che più semplicemente vogliono voltare pagina politica si precipitano a votare.
«Morditi la lingua», gli avevano detto in coro stereofonico Letta, Alfano, Verdini, Cicchitto. Invece il premier spontaneo non ce l’ha fatta.
Ha inanellato involontariamente una serie di spot pro-referendum.
Qualche giorno fa aveva detto che queste consultazioni sono «inutili e dannose». E a qualcuno dalla memoria robusta era venuto in mente quando Craxi disse, nel 1991, che quello sulla preferenza unica voluto da Mario Segni era «il più inutile fra i referendum». Memorabile il consiglio del leader socialista ai cittadini di andare al mare: venne giù il diluvio politico, si recarono a votare 27 milioni di elettori, pari al 62 per cento.
Adesso i promotori del referendum del 12-13 giugno non sperano tanto, anche se sono convinti di essere vicinissimi alla fatidica soglia del 50 per cento più uno, sfatando la maledizione che dal ’95 vede fallire tutte le consultazioni referendarie.
Cosa accadrà  è ancora tutto da vedere, ma anche Berlusconi ha dei sondaggi con percentuali vicine al quorum.
Però fa sapere di essere «tranquillo»: «Se questa sciagura del quorum dovesse accadere andremo avanti».
Ma potrà  farlo come se nulla fosse? Non ha gradito le recenti esternazioni del Capo dello Stato sul dovere di andare a votare che spingono gli italiani verso le urne.
Come se non bastasse, anche le parole del Papa Benedetto XVI sul rispetto dell’ambiente e i pericoli del nucleare hanno lo stesso effetto spingi-quorum nell’elettorato cattolico.
L’onda antiberlusconiana potrebbe diventare alta e il rischio di un «effetto Craxi» ha messo in serio allarme la war room del premier.
Per questo lo stesso Cavaliere ha riconosciuto di avere sbagliato, di essersi fatto scappare quel «non vado a votare, è un diritto dei cittadini non recarsi alle urne».
Come del resto ha detto Bossi, l’altro leader della maggioranza il cui destino è sempre legato a quello di Berlusconi.
La vittoria del sì sarebbe la sconfessione di alcuni punti cardine del programma dell’esecutivo su giustizia, ambiente ed energia.
Punti che sono altrettanti provvedimenti governativi che Berlusconi, con il suo invito ad astenersi, non difende nelle urne.
Fallire il quorum invece sarebbe per il centrodestra una boccata d’ossigeno non indifferente alla vigilia della verifica parlamentare del 22 giugno.
Sarebbe un analgesico sulle ferite delle amministrative.
Così, dopo l’errore del premier, gli «strateghi» del Pdl ieri hanno cercato di tamponare la falla. Si era pensato a una raffica di dichiarazioni dei big del Pdl e del governo per raddrizzare la gaffe del premier.
Ma si è preferito tenere un profilo più basso per evitare di moltiplicare l’effetto spot contrario. Meglio dire che tutte le scelte – voto, non voto, astensione – sono legittime.
E ribadire, come hanno fatto il capogruppo Cicchitto e la vice portavoce Bernini, che comunque vada a finire il governo non è in discussione.
E’ esattamente quello che ieri Berlusconi ha voluto che filtrasse da Palazzo Chigi: mostrare tranquillità , dire che non ci saranno spallate al suo governo.
Piuttosto, la maggioranza deve concentrarsi sulla verifica parlamentare voluta da Napolitano dopo il minirimpasto.
E’ questa magari la preoccupazione maggiore, dicono i berlusconiani, perchè il pallottoliere traballa dopo la mini-scissione di Miccichè e le permanenti fibrillazioni dei Responsabili. Elezioni alle viste nel 2012?

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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CONTI PUBBLICI: SERVONO 47 MILIARDI ENTRO IL 2014, ALTRO CHE I TRE MILIARDI ANNUNCIATI DAL PREMIER

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

SULLE TASSE TREMONTI SMENTISCE BERLUSCONI E FRENA SULLA RIDUZIONE DELLE TASSE: “NON SI PUO’ FARE CREANDO DEFICIT”… L’EUROPA CHIEDE IL PAREGGIO DI BILANCIO ENTRO TRE ANNI, ALTRO CHE LE PALLE CHE SILVIO E UMBERTO VOGLIONO FAR CREDERE AGLI ITALIANI

La nuova legge si farà , e sarà  come vuole l’Europa: servono 7 miliardi per il 2011 e il 2012, poi ci sono altri 40 miliardi da annunciare ora e recuperare entro il 2014
Ma quanto è grande la manovra che il governo si prepara ad annunciare prima dell’estate? Alla fine 47 miliardi.
Pur senza fare cifre, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti aveva fatto intendere che si trattava di 7-8 miliardi.
Ma l’Europa, cioè la Commissione e il consiglio europeo, si aspettano l’annuncio di un risanamento drastico da 40 miliardi che porti al pareggio di bilancio nel 2014.
Poi arriva Silvio Berlusconi, giovedì, e annuncia una “manovra da 3” miliardi. Mentre la nebbia dei numeri diventa più fitta, il governo annuncia pure la riforma fiscale che rende il quadro ancora più incerto perchè — se davvero si andrà  ad alzare l’Iva per ridurre le aliquote più basse dell’Irpef — nessuno può sapere davvero quale sarà  il gettito dopo i cambiamenti.
Ma almeno sui soldi che bisogna trovare, qualche punto fermo si può già  mettere.
La premessa è questa: servono 40 miliardi di tagli (tagli veri, non basta ridurre un po’ gli aumenti di spesa già  previsti) per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, un obiettivo imposto dall’Europa che il governo ha già  recepito nell’ultimo documento ufficiale di politica economica (il Def).
Come richiesto dalla Commissione Ue e sollecitato dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, bisogna cominciare subito a spiegare come si troveranno questi 40 miliardi, visto che tagliare la spesa corrente di 10-12 miliardi all’anno per tre anni non è cosa politicamente facile, ed è bene attrezzarsi per tempo.
A questo risanamento colossale, uno dei più pesanti della storia repubblicana, si aggiungono spese impreviste per 7 miliardi: 2,5 nel 2011 e altri 4,5 nel 2012.
Quando Berlusconi parla di “3 miliardi” si riferisce ai soldi che mancano nell’anno in corso, un piccolo buco dovuto soprattutto alla campagna di Libia, tra missioni militari e interventi umanitari per la gestione della crisi.
Ancora venti giorni fa Tremonti assicurava che nel 2011 “non ci sarà  alcuna manovra correttiva”.
Adesso a palazzo Chigi preferiscono chiamarla “manovra di manutenzione”, ma il concetto è praticamente lo stesso: si tratta di un intervento sull’anno in corso, che non c’entra con la maxi-manovra da 40 miliardi.
Riassumendo: le rassicurazioni di Berlusconi rassicurano poco, perchè la manovra per arrivare al pareggio di bilancio ci sarà , come si aspettano i mercati e l’Europa, ma oltre ai 40 miliardi bisogna trovarne altri 7.
Totale: 47 miliardi di euro.
Lo ha ribadito anche il numero due della Banca d’Italia, il direttore generale Fabrizio Saccomanni, ieri: serve “l’adozione di misure correttive nell’ordine di 2,3 punti percentuali di Pil”.
Cioè circa 40 miliardi.
Il ministro Tremonti ha ben chiara la situazione e da settimane cerca di spiegare a Berlusconi che la priorità  non può essere ridurre le tasse.
Prima di fare promesse bisogna farsi venire idee su dove trovare le decine di miliardi di euro da recuperare.
La ricetta suggerita da Draghi è il ritorno al metodo che usava Tommaso Padoa-Schioppa, predecessore di Tremonti: spulciare il bilancio voce per voce e tagliare le spese non indispensabili.
Tremonti ha seguito finora quella che considerava l’unica strada politicamente percorribile: i tagli lineari, riduzioni in percentuale delle dotazioni ai ministeri e agli enti locali, lasciando loro il compito di decidere cosa fosse meritevole di essere finanziato e cosa no.
Come succede sempre in questi casi, iniziano a circolare diverse proposte non ufficiali, anche per sondare il terreno e prevedere da dove arriveranno le reazioni più dure.
Si parla, per esempio, di alzare l’età  per la pensione di vecchiaia a 65 anni anche nel privato, una misura che garantirebbe un risparmio permanente (come è stato per l’aumento dell’età  pensionabile degli statali).
Per i dipendenti della pubblica amministrazione rischia di arrivare un ulteriore congelamento degli stipendi, provvedimento abbastanza condiviso da molti economisti che notano come i salari pubblici siano cresciuti molto più di quelli privati negli anni scorsi e un certo riequilibrio sia inevitabile.
Difficile che si possa evitare un’ulteriore riduzione dei trasferimenti agli enti locali, nonostante fosse questa una delle parti principali della manovra dello scorso anno (25 miliardi).
C’è poi sempre la possibilità  che l’eventuale riforma fiscale (per ora si parla di una legge delega, che implica tempi molto lunghi) non sarà  a somma zero, ma abbia il vero scopo di aumentare il gettito, pagato soprattutto dai contribuenti a basso reddito, tramite l’aumento dell’Iva su molti beni di consumo che ora sono tassati meno del 20 per cento standard.

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LE TELEFONATE BRIATORE-SANTANCHE’: “SILVIO CONTINUA A FARE FESTINI”

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

NELL’AMBITO DELL’INCHIESTA PER EVASIONE FISCALE CIRCA LA GESTIONE DEL SUO PANFILO, BRIATORE, INTERCETTATO MENTRE PARLA CON LA SANTANCHE’, DISCUTE DEI FESTINI ORGANIZZATI DA LELE MORA ANCHE DOPO L’ESPLOSIONE DELLO SCANDALO RUBY

Il sottosegretario Daniela Santanchè appare disperata: “Va be’, ma allora – dice – qua crolla tutto”. ”
Qua” è il mondo di Silvio Berlusconi, il premier che continua a stupire – e non in senso positivo – persino i suoi pasdaran.
È stato l’ex manager della Formula Uno Flavio Briatore a spaventare l’amica impegnata in politica con il Pdl.
Ha appena saputo che il presidente del Consiglio continua i suoi festini.
“Ma sei sicuro che lui (Berlusconi) ha ripreso?”, domanda sconcertata.
Sì, “al cento per cento”, è la risposta.
L’ultimo guaio con la giustizia è arrivato a Briatore dalla procura di Genova. La seconda sezione del nucleo operativo Gdf ha messo sotto intercettazione l’affarista, accusandolo d’evasione fiscale per la gestione del suo yacht “Force blue”: sessanta metri, dodici membri d’equipaggio, batte bandiera del paradiso fiscale delle Isole Cayman e non paga le giuste tasse.
I detective hanno inviato a Milano una parte delle telefonate perchè riguardano i processi milanesi per il caso di Karima El Mahroug, detta Ruby Rubacuori, che da minorenne frequentò i claustrofobici bunga bunga di Arcore.
Esistono sia nuovi riscontri sul kamasutra chimico nelle ville del premier.
Sia nuovi indizi che sembrano confermare (in peggio) le accuse contro Emilio Fede, direttore del Tg 4, e Lele Mora, agente di spettacolo in bancarotta.
“Io sono senza parole”, continua Santanchè, e domanda quello che ciascuno si chiede da tempo: “Ma perchè Berlusconi insiste con i bunga bunga?”.
La risposta di Briatore è drammatica: “à‰ malato, Dani! Il suo piacere è vedere queste qui, stanche, che vanno via da lui. Stanche, dicono. Oh, che poi queste qui ormai lo sanno! Dopo “due botte” cominciano a dire che sono stanche, che le ha rovinate”.
Va detto che questo scambio telefonico, con dettagli così privati, risale a due mesi fa.
A maggio è stato però lo stesso sottosegretario per l’Attuazione del programma a definire, all’uscita dal processo Mills, a Milano, i pubblici ministeri “metastasi.
Vabbè, volete un nome? Boccassini”, e cioè Ilda Boccassini, che con Pietro Forno e Antonio Sangermano ha raccolto 26mila pagine d’inchiesta, accusando il premier di concussione e prostituzione minorile.
Sa che la realtà  è diversa.
Sono le 14.53 del 3 aprile, Briatore e Santanchè discutono del prossimo sindaco di Cuneo, poi Briatore non resiste:
B: “Sai chi è venuto a trovarmi a Montecarlo? Lele Mora. Non bene di salute, e mi ha detto: “Tutto continua come se nulla fosse””.
S: “Roba da pazzi!”.
B: “Non più lì (ad Arcore), ma nell’altra villa (…) Tutto come prima, non è cambiato un cazzo. Stessi attori (…) stesso film, proiettato in un cinema diverso (…). Come prima, più di prima. Stesso gruppo, qualche new entry, ma la base del film è uguale, il nocciolo duro, “Cento vetrine””.
S: “Ma ti rendi conto? E che cosa si può fare?”.
B: “Lele è stato da me due ore, mi fa pena. Dice. “Fla, mi hanno messo in mezzo. E sono talmente nella merda che l’unico che mi può aiutare è lui (Berlusconi), sia con la televisione, sia con tutto. Faccio quello che mi dicono, faccio quello che mi chiedono”. E poi quella roba di Fede! È indecente”.
“(Fede) non ha più parlato con il Presidente”, è stato tenuto in quarantena e “sembra – rivela Briatore – che abbia comprato delle case alla Zardo, con tutti ‘sti soldi. Ma pensa che deficiente”.
Zardo è Manuela Zardo, presentatrice tv, amica di Fede, già  coinvolta in un’inchiesta passata sulla prostituzione, presentatrice al concorso di bellezza di Sant’Alessio Siculo, dove tra le concorrenti apparve “Ruby Eyek, egiziana, sedici anni”, e cioè Ruby Rubacuori.
Briatore non sembra inventare: “(Mora) era in estrema difficoltà  e Fede gli ha preso il cinquanta per cento dei soldi” del prestito che l’agente in crisi economica aveva ottenuto da Berlusconi.
S: “Madonna mia!”
B: “E poi (Fede) è andato a dire al presidente: “Erano i soldi che gli ho prestato”. Invece non è vero, figlio di puttana””.
S: “Che gentaglia”.
Perchè gli investigatori sono sicuri che Briatore non stia millantando? Semplice: i due, che hanno passato insieme stagioni intere al Billionaire, si sono scambiati sms e telefonate.
E “Flavietto” ha detto a Lele: “Sono atterrato a Nizza in questo momento, ti mandiamo un messaggino con l’indirizzo, fammi uscire dall’aeroporto”. Briatore – come dimenticarlo? – è anche uno dei principali testimoni che la traballante difesa di Berlusconi ha chiamato in causa.
Scopo? Ribadire come quelle che si tenevano ad Arcore fossero solo “cene eleganti tra persone per bene”.
Un bel guaio per Niccolò Ghedini e il suo staff.
Il 7 aprile, alle 19.33, Flavio Briatore e Daniela Santanchè affrontano vari argomenti e cominciano dall’economia.
S: “Ieri sono andata da Geronzi. Questo casino che è successo, Della Valle contro Montezemolo”. Geronzi è Cesare Geronzi, che si è appena dimesso dalla presidenze di Generali, i due sono gli imprenditori che gli hanno mosso contro.
B: “C’è anche Tremonti, che gli ha dato una mano. Come azionista Generali, Geronzi voleva fare un po’ il politico, il papà  della cupola, no?”.
S: “Geronzi mica finisce così. E mica questi penseranno che lui sta lì, senza colpo ferire”.
B. “No, no, ma ha 75 anni”.
S: “Bollorè è con lui”, Vincent, vicepresidente del gruppo triestino. “E non credo che Bollorè molli Geronzi”.
B: “Non fidarti mai dei francesi. Quando c’è bisogno, non ci sono mai”.
I due parlano di Mediobanca e di un’operazione di Della Valle e Montezemolo “con i treni” per ingraziarsi il ministro Giulio Tremonti, tanto che il sottosegretario conferma le indiscrezioni dei giornali, sempre smentite: “Di fatto, Tremonti è stato contro Berlusconi”.
B: “Tremonti ha dato la spallatina finale, eh?”.
S: “Senza i suoi tre voti non era così”.
Il sottosegretario racconta al compaesano anche della “guerra che si scatena in Mediobanca”, con Geronzi che vuole tornarci e – dice – c’è anche la partita del Corriere della Sera, eh”.
Briatore resta scettico: “A mio feeling, Geronzi non rientra in Mediobanca”.
“Ma vuol dire che perde Berlusconi”, insorge Santanchè. E insiste: “Il vicepresidente di Mediobanca si chiama Marina Berlusconi”.
Briatore non riesce più a tacere: “Dani, io ti dico un’altra roba. Se il presidente continua a fare che cosa fa… “.
Santanchè: “Ah, non dirmi niente!”.
B: “Siamo nelle mani di Dio qui, eh? Perchè – continua – ieri sera, l’altra sera, ho saputo che c’era stata un’altra grande festa lì, eh?”.
S: “Ma tu pensa!? E che cazzo dobbiamo fare!?”.
B: “Ha ragione Veronica, è malato. Perchè uno normale non fa ‘ste robe qui. Adesso Lele, che gli continua a portare, a organizzare questo, è persino in imbarazzo lui! E dice: “Ma io che cazzo devo fare?””.
S: “Va beh, ma allora qua crolla tutto”.
B: “Daniela, qui parliamo di problemi veramente seri di un Paese che deve essere riformato. Se io fossi al suo posto non dormirei di notte. Ma non per le troie. Non dormirei per la situazione che c’è in Italia”.
S: “E con il clima che c’è, uno lo prende di qua, l’altro che scappa di lì”.
B: “Brava, il problema è che poi la gente comincia veramente a tirar le monete”.
S: “Stanno già  tirando”, e insultano pure.
Ma tutto sommato a Santanchè non va malissimo, spiega all’amico come sta acquistando peso e prestigio:
S: “E Berlusconi ha fatto fare a me l’accordo. Ho fatto l’accordo con Masi, e quindi tra il 7 e il 9 aprile viene nominata Lei, perchè sai, una mia carissima amica… “.
B: “Bene, meglio avere qualche amico in più”.
S: “In un mondo… “.
B: “Di merda, guarda!”.

Piero Colaprico
(da “la Repubblica“)

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LE FATICHE DEGLI ONOREVOLI: RIPOSANO DUE MESI SU TRE

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

IN TRE MESI, DA MARZO A MAGGIO, VI SONO STATI 39 GIORNI DI LAVORO E 53 DI RIPOSO ALLA CAMERA, 32 DI ATTIVITA’ E 60 DI FESTA AL SENATO….IL GOVERNO NON PRESENTA MAI UN BEL NULLA, TUTTO VIENE RINVIATO… A MAGGIO SU 14 GIORNI DI LAVORO NELLE COMMISSIONI, SOLO IN 5 CASI HANNO LAVORATO AL COMPLETO… LE COMMISSIONI SPESSO INIZIANO ALLA 14 PER FINIRE ALLE 14,30-15

“Il presidente avverte che, secondo le intese intercorse, la trattazione dei restanti argomenti iscritti all’ordine del giorno è rinviata ad altra seduta».
Due righe del resoconto stenografico di aula del 31 maggio bastano a fotografare l’ultimo regalino in ordine di tempo con cui si è concluso un trimestre esemplare per l’attività  parlamentare: a marzo, aprile e maggio a Montecitorio 39 giorni di lavoro e 53 di riposo, mentre ai senatori è andata pure meglio, 32 giorni di lavoro e 60 di fermo, sabati e domeniche compresi, per carità .
Martedì 31 maggio alla Camera il presidente di turno è Rocco Buttiglione, qualcuno, come Giuliano Cazzola e Savino Pezzotta, celebra pure il quindicesimo anniversario della morte di uno strenuo difensore dei lavoratori, Luciano Lama.
Sono passate 24 ore dai risultati dei ballottaggi che hanno tenuto il Paese col fiato sospeso e le Camere chiuse: tutti già  scommettono sul «ritorno di fiamma» che la sconfitta alle urne del centrodestra provocherà  sulla complessa agenda di lavori parlamentari.
E invece l’annuncio di Buttiglione, intorno alle 12, fa tirare il fiato ai 485 onorevoli presenti (su 630) che all’ora di pranzo possono squagliarsela e guadagnare un’altra settimana corta di riposo, complice la festa del 2 giugno da celebrare, che, tra parentesi, si svolge 48 ore dopo.
I capigruppo hanno infatti deciso di rinviare per motivi vari tutti i nodi cruciali: non solo la legge sull’omofobia, voluta dalla Pd Paola Concia e stoppata in commissione dal Pdl con grande sdegno della Carfagna; non solo il decreto sviluppo, con la stabilizzazione dei precari, slittato anch’esso al 13 giugno.
Ma anche la verifica sul rimpasto di governo, chiesta dal Colle, sarà  votata dal 20 al 24 giugno, dopo il giro di boa dei leghisti a Pontida, dopo i referendum e il più lontano possibile dalla scoppola elettorale del centrodestra.
Nemmeno al centrosinistra è andata poi male, perchè se pure avrebbe voluto la verifica «a caldo» questa settimana, almeno ha portato a casa uno slittamento del biotestamento, gradito alle curie, a data da destinarsi.
E quindi martedì 31, dopo una bella votazione bipartisan sulle regole di voto per i residenti all’estero, tutti a casa, ci si rivede lunedì 6 giugno.
Si dirà , ma a maggio ci sono state le amministrative, 12 milioni di italiani al voto, la campagna «ventre a terra» nei «campanili»: e infatti per dare ai 1000 parlamentari libero sfogo, dal 6 al 17 i lavori si sono fermati, così come dal 26 al 30 per tornare sui campi di gioco dei ballottaggi; ad aprile c’era la Santa Pasqua da celebrare ed infatti tutti in famiglia dal 21 al 27; ma anche a marzo una settimana corta ci stava bene: quando se la son presa?
Dal 17, giorno delle celebrazioni solenni in aula dell’Unità  d’Italia al 23, cinque giorni pieni, dopo aver discusso per mesi se era il caso di regalare agli italiani un solo giorno di festa.
A voler essere pignoli cadendo nella pedanteria, lo spulcio di ogni singola votazione dell’ultimo mese di maggio mostra che in realtà  di quegli 11 giorni di lavoro, 4 si riducono a sedute di 40 minuti, di un’ora e cinque, di una mattina o di un pomeriggio, dedicate a interpellanze o all’ascolto di informative del governo su fatti vari.
E quanti siano gli «onorevoli» secchioni che si prendono la briga di esser al loro posto in aula in queste occasioni è facile immaginarlo.
Obiezione: ma non c’è solo l’aula, sopra il piano terra ci sono tre piani di commissioni e giunte. Vero.
E basta prendere le convocazioni delle 14 commissioni permanenti della Camera per scoprire che le sedute cominciano quasi sempre alle 14 per concludersi spesso alle 14,25 o alle 15, in tempo per l’aula, e questo solo dal martedì al giovedì.
Bene che vada, perchè a maggio, su 14 giorni di lavoro delle commissioni, stando ai resoconti ufficiali, solo in cinque casi, il 31, 25, 18, 4 e 3 maggio, le 14 commissioni al completo e le giunte erano tutte convocate.
Gli altri giorni, un andamento a fisarmonica, una volta una, altre volte quattro, o sette commissioni all’appello.
Dunque fa quasi tenerezza leggere una delle tante interrogazioni, in questo caso della giovane Pd Elisabetta Rampi, che chiede al ministro della Difesa di fare qualcosa per i 350 mila uomini e donne mutilati mentre servivano in varia forma, militare o civile, lo Stato e le istituzioni.
Sono gli iscritti all’Unione Nazionale Mutilati per servizio, che seguono con ansia l’iter dei 9 disegni di legge bipartisan mirati a garantire loro una maggiore tutela.
Nove documenti che giacciono nelle commissioni di merito, «in attesa di essere discussi ed approvati».
Quando il calendario lo consentirà , perchè l’usanza in voga da anni è convocare le commissioni nelle pause delle votazioni in aula, visto che il regolamento proibisce la sovrapposizione.
Ma non proibisce la convocazione il lunedì mattina, il giovedì e il venerdì, quando l’aula è ferma.
E dunque, come si vede, la battaglia di Fini, che voleva istituire tre settimane di lavoro continuato dal lunedì al venerdì ed una settimana di pausa ogni mese per il ritorno nei collegi, è rimasta solo un bell’auspicio perchè il governo non porta in Aula un bel nulla e quindi non c’è materia si cui dibattere.
Tanto più che con questa legge elettorale gli onorevoli non sono neanche più obbligati a starsene a casa per curarsi il collegio, perchè un collegio non ce l’hanno dall’anno domini 2005.

Carlo Bertini

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SPIEGATE AL PREMIER CHE GLI SERVE UN NEMICO

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

A SILVIO LA COMPETIZIONE IN CAMPO APERTO NON INTERESSA, COSI’ COME LA VECCHIA DC NON SI E’ MAI INTERESSATA A MISURARSI CON L’EGEMONIA CULTURALE DELLA SINISTRA: DOVE SERVIVA, MANDAVA LA CELERE…SE FOSSE UN POLITICO SILVIO SI SAREBBE TENUTO CARO SANTORO

Se fosse un politico e non un imprenditore piuttosto dispotico, Silvio Berlusconi si sarebbe tenuto caro Michele Santoro in Rai, così come non avrebbe mai mollato Gianfranco Fini, così come avrebbe tollerato e addirittura coltivato i molti nemici interni ed esterni che invece ha demolito negli ultimi due anni utilizzando a turno la fabbrica del fango e le leve del suo potere.
Non è necessario aver letto Carl Schmitt per sapere che il nemico, in politica, è una cosa importantissima.
Basta aver visto qualche western, specialmente quelli di Sergio Leone (“Dormirò tranquillo perchè so che il mio peggior nemico veglia su di me”) e averne tratto le elementari conseguenze: ovunque ci sia un establishment forte che si vuole inamovibile, avere avversari di rango è molto più importante che avere sodali in quantità .
La Democrazia cristiana resistette cinquant’anni grazie allo spettro del comunismo, opportunamente enfatizzato, e crollò assieme allo sgretolamento del Muro di Berlino: la Falce e Martello era il suo gerovital, senza non è durata neppure un minuto.
In questi tempi di ideologie tiepide, per il Cavaliere, Santoro era un nemico perfetto.
E la sua piazza mediatica era lo spauracchio ideale per il popolo dei Suv e dei Rolex (per usare la definizione di Confalonieri) che è il naturale riferimento del premier: studenti arrabbiati, operaie furiose, cassintegrati inviperiti, ricercatori sui tetti, turbe di immigrati e di meridionali che gridano nei microfoni le ingiustizie subìte.
Altro che i musulmani, i gay e i ladri d’auto inventati l’impronta per aiutare la povera Letizia Moratti.
Lì c’era la “ciccia”, lì le turbe dei non garantiti e dei protestatari per vocazione pronti a trascinare il Paese nel caos in caso di sconfitta del presidente del Consiglio.
Vederli in onda su La7 (se così succederà ) non sarà  la stessa cosa e renderà  più misera, non più gloriosa e vincente, l’immagine del leader del Pdl.
Ma non c’è niente da fare. Nella dimensione padronale del premier la nobile categoria del nemico politico non esiste e c’è solo quella del concorrente commerciale ostile, che può e deve essere asfaltato in una quotidiana dimostrazione di forza.
La stessa tattica è stata a suo tempo applicata contro il nemico interno, vedi Fini, dimenticando che anche questa è una categoria cruciale per la politica così come per la guerra: il mito e l’alibi della “quinta colonna”, dei sabotatori in casa, sono il miglior aiuto per i generali irresoluti e inconcludenti.
Non a caso è stato Giuliano Ferrara, l’unico tra i consiglieri del Cav. ad avere una formazione autentica, a sostenere fino all’ultimo minuto la necessità  che Berlusconi si tenesse i finiani, “integrandoli con compromessi politici a lui stesso utili in attesa di uno stemperamento della propria anomalia istituzionale”.
Traduzione: la contestazione ti fa comodo se vuoi evitare di apparire come il padrone delle ferriere che sei.
Così come nel modello berlusconiano non si dà  valore all’idea di amicizia, tanto che i suoi amici si devono definirsi “servi” per non irritarlo con le loro critiche, allo stesso modo non si tiene in conto l’importanza dell’inimicizia, del conflitto con l’avversario, sale di ogni battaglia politica che abbia dignità  e che meriti di essere combattuta.
È per questo che il Cavaliere non si è mai preoccupato della ricerca e della selezione di un “Santoro di destra”, seguendo l’invito che tanti gli rivolgono da anni.
La competizione in campo aperto non gli interessa, esattamente come alla vecchia Democrazia cristiana non veniva neanche in mente di misurarsi con l’egemonia culturale e intellettuale della sinistra o con il suo predominio nel mondo giovanile. Dove serviva mandava la Celere (non solo metaforicamente), e per il resto si consolava nelle urne secondo una massima ben sintetizzata a suo tempo da Maurizio Gasparri: “Quello avrà  venduto mille libri, ma io ho preso centomila voti”.
Ma il destino di questo tipo di politica è che alla fine della fiera, senza più nemici da agitare come spauracchio o da additare come colpevoli dei propri fallimenti, neanche i voti o l’audience si prendono più.
Scommettiamo che tra sei mesi ci si troverà  a rimpiangere i bei tempi del duopolio tv, quando “il nemico” andava in onda sulla Rai?

Flavia Perina

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RICCARDO MUTI RIFIUTA LA CITTADINANZA ONORARIA DI ROMA DAI PATACCARI DEL CENTRODESTRA CHE LUNEDI AVEVANO FATTO MANCARE IL NUMERO LEGALE PER LE LORO SQUALLIDE BEGHE INTERNE

Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile

“PATETICO E DESOLANTE, NO GRAZIE” : IL MAESTRO RIFIUTA L’ONOREFICENZA CHE L’ASSEMBLEA CAPITOLINA, AL SECONDO TENTATIVO, ERA RIUSCITA A CONFERIRGLI… IL PDL E’ RIUSCITO ANCHE QUESTA VOLTA A SPUTTANARE L’ITALIA NEL MONDO

Sembrava aver raggiunto finalmente un lieto fine la vicenda Roma-Riccardo Muti.
Invece a sorpresa, il direttore d’orchestra non sarà  cittadino onorario della Capitale.
«No grazie» ha detto, anzi ha scritto, in un fax inviato al sindaco Gianni Alemanno da Salisburgo dove il Maestro si trova in questi giorni.
E al quotidiano romano “Il Messaggero” racconta che «gli echi che mi sono arrivati da Roma sulla questione li ho trovati patetici e desolanti».
«Mi ha fatto sorridere un’associazione di idee – afferma Muti – la vicenda della cittadinanza fa il paio con l’incredibile storia della laurea honoris causa conferitami diversi anni fa, ero ancora il direttore musicale della Scala, dall’università  La Sapienza di Roma».
Il maestro ricorda che in occasione del conferimento da parte del mondo accademico, dopo un concerto, nell’ateneo ci fu una diatriba tra gli studenti e il rettore e l’università  non portò a termine la cerimonia di conferimento della laurea.
«Dopo anni c’è stato un tentativo di allestirla durante le recite del marzo scorso all’Opera, in occasione del Nabucco: ho preferito, dopo tanto tempo, lasciar cadere la cosa».
Muti   spiega che la storia della cittadinanza onoraria di Roma «si è arenata in pastoie di un livello che ho definito basso solo per il mio ostinato spirito di collaborazione».
Lui che ha «ricevuto tante cittadinanze onorarie, in Italia e all’estero. Credo una quindicina. L’ultima, di poco fa, dalla città  di Trieste. Organizzazione e cerimonie di consegna sono tutte avvenute nel segno del rispetto, della felicità  e dell’amicizia».
L’ex sociale sindaco di Roma Alemanno, invece che andarsi a nascondere dall vergogna ha commentato: «Credo che quello che conta sia il voto unanime del Consiglio comunale che mostra il vero consenso attorno al maestro”.
Alemanno esclude uno smarcamento del maestro dall’Opera: «Direi proprio di no, l’episodio è stato enfatizzato, ma Muti ha solo detto che non vuole una cittadinanza onoraria contestata ed ha ribadito la sua collaborazione con l’Opera di Roma».
Il caso Muti era scoppiato lo scorso lunedì 6 giugno, quando l’Aula Giulio Cesare non aveva potuto votare perchè saltato il numero legale per il gruppo dei Rampelliani pidielllini che avevano lasciato l’Aula per le solite liti interne alla maggioranza.
Poche ore fa Muti ha fatto capire loro cosa significhi rispetto, serietà  e classe.
Quando non ci pensa direttamente il premier a sputtanare l’Italia a livello internazionale, c’è sempre qualche pataccaro locale del partito degli accattoni che riesce a farne le veci.

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NEL TRAMONTO DEGLI DEI, L’ULTIMA MEGALOMANIA DI SILVIO: “MERITEREI UN MONUMENTO”. FORSE MEGLIO UNA LAPIDE AL PALLISTA-PIAZZISTA

Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile

L’AUTO-ELOGIO DELL’UNTO DEL SIGNORE…”IO SONO IL PIU’ BRAVO, IL PIU’ BELLO, IL PIU’ CHARMANT”: HA DIRITTO A UNA CHIAMATA AL 118 PER UN RICOVERO COATTO O AD UN MONUMENTO ALLA MEMORIA

Il contratto con gli italiani, le gare di corsa vinte con la scorta, fra le manie di grandezza il più amato, il più popolare, il più tutto.
Non solo, ma occorre riconoscere che nel corso del tempo divertiva anche, quel vitalismo imperioso, quel narcisismo in caduta libera, quella faccia incredibilmente tosta.
Io, io, io, e giù numeri, sondaggi, trovate, storielle, paragoni, scherzosi o meno che fossero, io l’Unto, io Cesare, io Giustiniano, io Napoleone, io De Gasperi, io de Gaulle, io Gesù, io e Dio che si lamenta perchè in Paradiso «l’ho fatto vicepresidente», ah-ah.
Per cogliere al meglio la dinamica adulatoria che di norma accompagna e incoraggia questo genere di spettacoli, occorre osservare l’espressione concentrata e poi anche il sorriso inesorabilmente fantozziano con cui il ministroAlfano, ieri pomeriggio, nella sala stampa di Palazzo Chigi, ancora una volta ha accolto l’auto-magnificazione del Cavaliere e del suo governo.
In un video di 2 minuti e 40 il presidente Berlusconi sostiene che gli italiani «dovrebbero farci un monumento»; che lui sta «nella vetta della considerazione» internazionale; che è «il più esperto» fra gli altri leader del mondo per il suo «passato pieno di successi» che lo «distingue grandemente», lo mette «un gradino sopra» e «mi fa tycoon»; che lui pure all’università  era bravissimo, mica solo Angelino ormai in ridente estasi al suo fianco, tanto che ha preso 30 e lode «anche in procedura civile» e quanto a intelligenza, e qui si è pure concesso un preziosismo latino, «intuslegere», non «è secondo a nessuno».
Ma stavolta l’effetto è stato straniante, e anche un po’ triste.
Non solo per la faccia appesa, il colorito terreo, la voce meno convinta del solito.
E dinanzi all’autoelogio spinto, era come se un velo si fosse all’improvviso tolto dagli occhi, finalmente capaci di i n tus legere, appunto, leggere dentro.
E mentre il Cavaliere proseguiva il suo numero, era inevitabile ripensare con malinconico distacco agli allegri e impetuosi e perfino efficaci accessi di megalomania berlusconiana del passato, alle sapide sbruffonate di quella dinamica psicopolitica ormai al tramonto: dalle coppe calcistiche vinte e scagliate sui nemici alle ville che sono talmente tante «che alcune nemmeno le conosco»; dalle innumerevoli conquiste femminili alle ridottissime ore di sonno dell’iper-lavoratore, che dove passava «fermava il traffico» e sempre sognava in grande, al punto da costruirsi anzitempo un mausoleo nel parco, e un bunker, e un teatro greco, e una pizzeria, un lago con isola per meditare, e una gelateria con la cassa che dà  gli scontrini, e un vulcano che a comando fa un boato, e partono anche i fuochi, a Villa Certosa, che dopo la prima eruzione, Ferragosto 2007, gli ignari vicini chiamarono i vigili del fuoco.
Il Contratto con gli italiani, le Grandi Opere, il lenzuolone delle realizzazioni, il Modello Universale dell’e-government, il miracolo dell’immondizia e quello dell’Aquila e «Meno male che Sil vio c’è».
Sembra incredibile che tutto questo stia finendo.
Che Berlusconi non racconterà  più che ha sfidato e battuto i ragazzi della scorta sui cento metri; e non porgerà  più la mano dicendo: «Toccatela, ha fatto il grano»; nè più si alzerà  i pantaloni o la manica della camicia per mostrare i graffi e i lividi procuratisi nei bagni di folla perchè la folla lo voleva toccare, «mi gridavano Santo subito!».
Eh, brutto spettacolo è l’agonia di un regno.
AI la fine della sua conferenza Berlusconi ha raccontato l’apologo trito e ritrito di zia Marina che davanti allo specchio, in dialetto milanese, si faceva le moine venerando la propria bellezza perchè «se non me lo dice nessuno, me lo dico da sola».
Ed è un curioso destino che la vita degli italiani sia funestata dalle zie dei presidenti.
Quella di Andreotti si chiamava Mariannina e diceva sempre: «Tutto si aggiusta».
Che come si può vedere non sempre è vero, anzi quando un potere si rompe, sempre al di là  dei proverbi, di solito nessuno paga, ma i cocci sono di tutti.

Ceccarelli Filippo
(da “La Repubblica“)

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I “COMPROMESSI SPOSI”: LA FRAGILE TREGUA TRA TREMONTI E BERLUSCONI

Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile

IL TESORO PREPARA MISURE PER 40 MILIARDI, IL PREMIER PARLA DI RIDUZIONE DELLE TASSE TRA DUE ANNI, OVVERO QUANDO NON CI SARA’ PIU’

“Io non devio di un centimetro dagli impegni presi con la Ue e con il Quirinale”.Quello siglato tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti sembra solo un compromesso dalle fondamenta piuttosto fragili.
Basato su una formula linguistica che ha un solo obiettivo: evitare la sconfitta ad entrambi.
Ma si tratta di un risultato di breve periodo.
Un modo che permette al premier di annunciare la riforma fiscale e cantare vittoria con i suoi fedelissimi con un battagliero «l’ho piegato».
E al ministro dell’Economia di ribadire: «Io non devio di un centimetro. Sarei stato piegato se avessi accettato di tagliare le tasse senza il pareggio di bilancio».
Eppure, nelle prossime settimane I’affaire rischia di riproporsi in tutta la sua forza.
Perchè uno dei pilastri della tregua riguarda il debito pubblico.
«Silvio–ha fatto notare il titolare del Tesoro ad alcuni ministri – ha detto ciò che solo qualche giorno fa non voleva dire: l’abbattimento del debito si farà . E nulla si farà  in deficit».
Il saldo, insomma, sarà  “zero”.
Questo, dicono al Tesoro, è il «presupposto» ineliminabile.
Un promessa questa che nella tregua armata trai duerappresenta un elemento portante. Anche perchè nel delicato colloquio che “Silvio e Giulio” hanno avuto ieri prima del consiglio dei ministri è stata concordata una «premessa» rispetto alla legge delega per il taglio delle tasse: il governo varerà  preliminarmente un maxidecreto che fissa tutte le misure di rientro dal debito da qui fino al 2014.
Con un importo complessivo vicino ai 40 miliardi di euro.
Di cui circa tre miliardi da rintracciare subito («manutenzione dei conti», viene definita).
Altri cinque nel 2012. E tutti gli altri dovranno essere recuperati nel biennio 2013-2014.
«Misure specifiche–è stata la richiesta del ministro al capo del governo – di come correggeremo il bilancio da presentare alla Commissione europea, luogo di compensazione, e ai mercati, luogo di collocamento».
Ma – è l’avvertimento – queste cifre sono valide solo «in via prudenziale» e «se non si spende di più».
«Questo–ha ribadito all’inquilino di Palazzo Chigi – si aspettano i mercati e l’Europa».
Questo è il percorso per il quale l’Italia ha firmato le sue garanzie per tentare di avvistare la soglia del 60% nel rapporto debito/pil.
Anche l’ultimo faccia a faccia, dunque, non ha affatto diradato le nuvole che si sono addensate sul governo e sul rapporto tra i due contendenti.
«Almeno – si è sfogato il Cavaliere – cerchiamo di armonizzare il linguaggio». Certo, il premier ieri ha abbandonato i toni ultimativi. Nello stesso tempo continua a non fidarsi del suo interlocutore.
E’ convinto che il percorso parlamentare di questi provvedimenti sia costellato di trappole.
Sa che la riforma fiscale – seppure depositata entro l’estate – avrà  un iter parlamentare lunghissimo. Almeno di un anno. Le leggi delega sono così.
E difficilmente andrà  in vigore prima del 2013.
Ma è soprattutto l’importo della “sforbiciata” a rappresentare un gigantesco punto interrogativo: basti pensare che un punto di Irpef vale circa 7,5 miliardi.
«Si fa come dico io», aveva minacciato il capo del governo ieri mattina vedendo Gianni Letta. Con Tremonti poi il vocabolario utilizzato è stato leggermente diverso: «La responsabilità  del governo è mia, non tua». Il rapporto è logoro. La sfiducia reciproca evidente.
Il presidente del consiglio non è più sicuro di aver trascinato dalla sua parte Umberto Bossi.
Il vertice nottumo di martedì notte, ad esempio, è stato il frutto di un caso.
Tremonti e il Senatur stavano per andare a cena in un ristorante di Ciampino (nei pressi dell’aeroporto militare) e il programma è saltato per la telefonata imprevista del premier: «Se state insieme – ha sollecitato con un certo allarme – venite a mangiare da me».
Tant’è che il chiarimento a tu per tu tra il ministro dell’Economia e il capo lumbard è slittato a mercoledì sera nel ristorante del Senato.
«Capisco le tue ragioni – ha ammesso Bossi – so bene che cosa possano fare i mercati e che non ci sono i soldi. Soprattutto so bene che non si può prendere per il culo la gente. E non del la Lega abbiamo pagato più per le immagini in tv dei barconi in arrivo dall’Africa che non per la situazione economica».
«Berlusconi invece–si lamentava Tremonti – mi dice vai avanti tu che a me vien da ridere». Insomma il sentiero per il centrodestra e per il governo si conferma strettissimo.
Al di là  del pressing di Palazzo Chigi, una riforma fiscale adesso resta comunque un’ipotesi da verificare.
Lo stesso Tremonti, che conta sul sostegno del presidente della Repubblica, ha fatto notare al premier che nel nostro bilancio, la componente strutturale è assolutamente preponderante. E quindi più difficile da incidere.
Non a caso al Tesoro stanno puntando i riflettori su quattro “tavoli di lavoro” che studiano come “estrarre” le risorse necessarie.
Ma di questi, sono duei settori “sensibili”.
Quell osulle “Agevolazioni fiscali”, presieduto da un uomo della Banca d’Italia come Vieri Ceriani e quello sullo “Stato sociale il fisco” guidato da Mauro Marè.
Dal primo si evince che il montante delle agevolazioni fiscali supera i 150 miliardi l’anno.
E alcuni studi fanno capire che basterebbe un risparmio del 10% per “conquistare” 15 miliardi di euro.
L’altro è ancora più interessante per l’Economia. Ma colpirebbe il sistema del “mondo assistenziale”.
Come spesso ripete il capo di Via XX Settembre «oggi rischiamo di dare poco a chi ha bisogno e un bell’assegno alle signore bionde che girano con il suv».
Una soluzione del genere implica comunque sacrifici pesanti.
La terza ipotesi riguarda lo “scambio” Irpef-Iva, ridurre le aliquote sulle persone aumentando l’imposta sui consumi.
«Lo scrivevo già  nel ’91», ha ricordato Tremonti proprio nel colloquio con il premier di ieri.
Ma tutti gli studi devono essere in grado di reggere l’impatto di una crisi economica che potenzialmente potrebbe presto assumere connotati dirompenti.
A Via XX Settembre il “caso Grecia” è un fantasma che aleggia costantemente.
«La Grecia– dice da tempo il ministro– obbliga tutti al rigore».
E nonostante l’angoscia che sta stringendo d’assedio Palazzo Grazioli, Tremonti ripete ossessivamente a tutti la stessa regola di comportamento: «Vedere cammello, dare soldi». Abbassare il debito, tagliare le tasse.

Tito Claudio
(da “La Repubblica“)

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TREMONTI FURIOSO: “SILVIO, TU MI FAI PEDINARE”

Giugno 10th, 2011 Riccardo Fucile

IL MINISTRO ACCUSA IL PREMIER DI USARE I SERVIZI SEGRETI PER CONTROLLARE LE SUE MOSSE…TRA LORO RAPPORTI MAI STATI COSI’ TESI

Lo scontro è avvenuto in un faccia a faccia, lunedì all’ora di pranzo ad Arcore.
In quel momento nella residenza del premier c’era anche Umberto Bossi, ma non era nella stanza in cui solo Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti per pochi minuti si sono guardati negli occhi.
È stato il ministro dell’Economia ad avere uno scatto di nervi come mai è avvenuto in 17 anni di rapporto fra i due.
È stato uno scatto violento, che ha scosso Berlusconi e che ancora 24 ore dopo faceva sentire i suoi effetti.
Martedì il Cavaliere lo ha raccontato ad almeno tre interlocutori incontrati in giornata. Da loro abbiamo raccolto la versione che collima in ogni particolare su quel che sarebbe accaduto in quella stanza.
«Tu mi hai fatto spiare!», ha sibilato il ministro dell’Economia davanti a un Berlusconi esterrefatto. «Hai messo i servizi segreti alle mie calcagna!», ha proseguito Tremonti mentre l’interlocutore restava sbacalito, biascicando un «ma cosa stai dicendo?».
Minuti di gelo, terribile, cui sono seguite parole assai grosse, anche minacciose.
Una sorpresa, perchè se sono mille e poi mille i testimoni degli sfoghi del premier su Tremonti e del ministro dell’Economia su Berlusconi, i due non si sono mai affrontati a muso duro una volta messi di fronte.
Anzi, è sempre stato un “Giulio sei un campione!”, seguito “ma Silvio, figurati!”. Riferiscono collaboratori e amici che Tremonti da qualche settimana fosse assai più nervoso del solito, ed è effettivamente è sbottato in sfuriate a cui non erano abituati interlocutori di lungo corso.
Il nervosismo era giustificato dalla delicatezza del momento politico ed economico e anche dagli evidenti contrasti con il premier, accompagnati per la prima volta da una certa freddezza fra i vecchi amici della Lega Nord.
Lunedì, nell’istante topico dello scontro è entrato in stanza anche Bossi, che era arrivato ad Arcore insieme a Tremonti.
Ha sentito qualcosa e provato subito a stemperare le tensioni.
Poi per fortuna sono giunti in villa gli altri ospiti attesi e sia pure in un clima surreale è iniziata la riunione.
Riunione assai affollata, e poi c’era la festa dei carabinieri ad attendere gran parte degli invitati a Roma, in piazza di Siena.
Così si è reso necessario un secondo round, nella notte fra martedì e mercoledì. Il clima è stato quello immaginabile, eppure chi ha sentito ieri il Cavaliere non lo ha più trovato sotto choc, anzi.
Probabilmente come accade negli scatti d’ira, quel che si sono detti Berlusconi e Tremonti lunedì non ha più avuto seguito. Quando si sono nuovamente incontrati- non più a quattr’occhi- hanno fatto come nulla fosse avvenuto.
Ma il contrasto non è venuto meno.
Questa volta sui contenuti della manovra economica. Tremonti non si è mai spostato di un millimetro: bisogna varare subito i tagli da 40 miliardi in tre anni approvando la manovra prima dell’Ecofin dell’ultima settimana di giugno.
La riforma del fisco? Solo per legge delega, meglio se a settembre.
Berlusconi ha chiesto di non esagerare con la correzione sul 2011, e di spostare la manovra triennale 2012-2014 quasi tutta sul terzo anno.
Si è ipotizzato di spalmare i 40 miliardi così: 5-5 e 30 finali.
Il Cavaliere ha aggiunto: «anche 60 sul terzo anno, se vuoi».
Ma Tremonti non ha mollato, pronto a mettere come spesso è accaduto sul piatto le sue dimissioni.
Non lo ha fatto perchè questa volta è intervenuto Bossi. Non a sostegno del vecchio amico ministro, ma della tesi del premier: «non possiamo permetterci di più ora».
La sensazione è stata che se in quel momento il ministro dell’Economia avesse messo sul piatto le sue dimissioni, sarebbero state accettate senza proteste da parte della Lega.
Deve averlo capito bene anche Tremonti, che non ha replicato quando gli è stato detto: «se non te la senti di presentare tu le cose, possono arrivare per via parlamentare».
Lo scontro resta, e la tensione fra presidente del Consiglio e ministro dell’Economia (che pubblicamente ancora viene negata come sempre è accaduto), questa volta è assai seria.
Qualche preoccupazione ieri è venuta quando senza avere preannunciato l’iniziativa, Tremonti è salito al Quirinale per fare il punto con Giorgio Napolitano.
Ufficialmente ha spiegato al Capo dello Stato l’impianto della manovra (il suo) e il clima internazionale che l’accompagna.
Ma nessuno può escludere che sia stato riferito anche qualcosa del terribile scontro di lunedì.

Franco Bechis
(da “Libero“)

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