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LA GRANDE OCCASIONE PERSA: SE FINI AVESSE ASCOLTATO LA BASE, ADESSO FLI SAREBBE L’UNICO PARTITO A DESTRA AD AVER VINTO I REFERENDUM

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

L’ANALISI DEL VOTO HA EVIDENZIATO CHE IL 40% DEGLI ELETTORI DI PDL E LEGA SONO ANDATI A VOTARE E QUATTRO SU CINQUE SI SONO SCHIERATI PER QUATTRO SI’…. O SI SA INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO E SI   OPERANO SCELTE CORAGGIOSE O SI MORIRA’ CON I RONCHI IN CASA E GLI URSO ALLA PORTA

Gli elettori di centrodestra che sono andati a votare (secondo le stime diffuse dal Tg La7 oltre il 40 per cento dell’elettorato di Pdl e Lega) non hanno rifiutato di ritirare la scheda verde, quella in cui si chiede agli elettori se vogliono che il presidente del consiglio e i ministri siano protetti da norme particolari.
Ma si sono espressi chiaramente.
Contro Berlusconi e i suoi, che da 17 anni continuano a sostenere la necessità  di leggi per mettere la politica al riparo dai processi.
Un colpo durissimo che conferma l’esito delle elezioni amministrative, ma soprattutto un segnale di cui l’esecutivo non potrà  non tenere conto, quando si tratterà  di discutere e approvare altre norme in questo senso, come il processo breve o i limiti sulle intercettazioni telefoniche.
L’analisi è chiara: ben il 40% dell’elettorato di Pdl e Lega è in libera uscita, non risponde più ai comandi della premiata copia Be-Bo e va “dove lo porta il cuore”   (e il cervello).
Il che vorrebbe dire, in termini di voti, il 40% del 37% di consensi derivanti dalla somma dei due partiti, qualcosa come il 14% di proiezione reale alle politiche.
Qualsiasi partito di centrodestra che avesse come ambizione quella di puntare a fare propria quella parte di elettorato avrebbe intuito il vento di cambiamento nel Paese e avrebbe rischiato i 4 Sì.
Come, per convinzione ideologica, abbiamo fatto noi e, in Fli, solo i fans di Fabio Granata e Flavia Perina.
Dato che quei vecchi arnesi della politica come Ronchi e Urso volevano 4 No (grande capacità  la loro di captare i segnali del popolo italiano), si è preferito lasciare libertà  di voto.
Questo dimostra due cose:
1) una strategia rinunciataria dove “non si perde e non si vince mai”.
2) una carenza culturale di fondo che fa emergere le contraddizioni di un partito che da un lato reclama il rispetto delle istituzioni e la funzionalità  delle stesse, ma che poi, di fronte alla scelta “rendere efficiente il settore pubblico o regalare la gestione dei servizi ai privati” preferisce abdicare al suo ruolo.
Se Fli si fosse schierata per il Si’ sul nucleare e l’acqua pubblica, oggi sarebbe l’unico partito non di sinistra a poter dire di aver vinto i referendum.
Futuro e Libertà  pare invece vittima della sindrome di Stoccolma, quella per capirci che fa innamorare la rapita dei suoi sequestratori.
Nel caso di Fli le sembianze dei rapinatori assumono quelle di Ronchi e Urso che   condizionano sempre la scelta di Fini, costretto a mediare come se glielo avesse ordinato il medico.
Se qualcuno vuole un partito del 3% è giusto continuare così fin alla consunzione, ma se si ha l’ambizione di volare alto occorre da un lato coraggio nelle scelte, unito a   capacità  autocritica, dall’altro la sensibilità  di captare il vento che cambia e saper prendere la posizione giusta nel momento adatto.
Non si può stare irrigiditi alla fermata del tram e lasciare passare tutte le vetture senza mai salire a bordo non avendo chiara la direzione di guida e le fermate successive.
Inutile a quel punto munirsi persino del biglietto.

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IL PICCOLO BERLUSCONI DI CENTO: “COMPRAVENDITA DI CONSIGLIERI? COSI’ FACEVAN TUTTI”

Giugno 14th, 2011 Riccardo Fucile

IL PROCESSO ALL’EX SINDACO SI APRE CON UNO SPACCATO DI SCAMBI DI FAVORI, POLTRONE, SOLDI…”ERO CIRCONDATO DA PERSONE INCAPACI E DOVEVO MUOVERMI IN MEZZO AI RICATTI”

Un sindaco sotto ricatto.
Si presenta così Flavio Tuzet davanti ai giudici del tribunale di Ferrara.
L’ex primo cittadino di Cento è imputato di istigazione alla corruzione e minacce.
Era la primavera del 2008 e la sua maggioranza stava scricchiolando dopo l’uscita di tre consiglieri.
Di fronte allo spettro del commissariamento andò in scena una corposa “campagna acquisti”, con offerta di soldi e poltrone ai reprobi e minacce nei confronti di un consigliere dell’opposizione.
Ora tocca a lui difendersi.
E a sentire le sue dichiarazioni più che un aula di giustizia sembra di spiare all’interno di un confessionale.
“Ero circondato di incapaci e dovevo muovermi in mezzo ai ricatti” sospira davanti alle toghe. È solo il preludio al rosario di affari, favori, scambio di poltrone che, con un candore disarmante, sta per salmodiare.
Un episodio su tutti.
All’indomani della sua elezione viene avvicinato da Paolo Matlì, oggi coordinatore comunale del Pdl, all’epoca in forza ad Alleanza nazionale, partito di riferimento anche dell’ex primo cittadino.
“Mi disse dopo pochi mesi dal mio insediamento che poteva farmi cadere quando voleva, perchè aveva 270mila euro a disposizione per corrompere sei consiglieri di maggioranza”.
La circostanza viene confermata nel corso del dibattimento dal coimputato che parlerà  dopo di lui.
Ma i soldi non erano l’unica moneta di scambio in questo feudo del centrodestra consegnato dal ballottaggio del 30 maggio al centrosinistra.
“Ci sono i posti della Fondazione Patrimonio Studi, dove su cinque consiglieri tre sono di nomina politica spettante al Comune, c’è la Cmv… Si decide a chi darli, come penso facciano tutti”.
Uno di questi posti andò proprio ad Antonio Baroni uno dei consiglieri più contesi al momento del voto di fiducia del 2008 (fu lui a denunciare ai carabinieri il presunto tentativo di corruzione operato nei suoi confronti).
Al processo Baroni disse che gli vennero offerti 20mila euro per far cadere Tuzet.“Baroni mi diceva che eravamo seduti sopra una montagna d’oro e che bastava allungare la mano per prenderlo — racconta Tuzet -. In quei giorni mi confidò che era stato avvicinato per votare contro il bilancio. Aggiunse che gli offrirono 20mila euro, ma che lui ne valeva almeno 50mila. Chiese del denaro anche a me”.
Baroni non voterà  contro e otterrà  una poltrona alla Patrimonio studi e successivamente nel collegio della Fondazione Zanandrea.
“Incarichi non di responsabilità , ma di mera visibilità ” specifica l’imputato.
E in effetti a quel tempo i consiglieri della Patrimonio studi non erano retribuiti.
Ci penseranno loro stessi a darsi lo stipendio, deliberando una prebenda di 600 euro mensili.
Un’altra comoda poltrona finì nel curriculum di Adriano Orlandini.
Stiamo parlando dell’uomo che, a capo della coalizione di centrosinistra sfidò Tuzet al ballottaggio di cinque anni fa.
Insomma il capo dell’opposizione.
Fu il suo voto a salvare colui che fino ad allora era il suo nemico politico numero uno. Dal successivo rimpasto gli verrà  affidata la carica di presidente del consiglio comunale (“incarico retribuito con circa 1000/1500 euro al mese”), “proprio in funzione del suo aiuto” ammette Tuzet, salvo poi correggere il tiro e aggiungere che “con lui si era fatto un più ampio discorso politico per iniziare un nuovo corso”.
Cambi di casacca e manovre che non avevano lasciato indifferente l’elettorato. “Voci”, come le definiscono i testimoni, di compravendite di consiglieri giravano con insistenza a Cento.
Con tanto di listino prezzi e scommesse al rialzo. Come al più classico mercato delle vacche.
E allora il pm Nicola Porto gli chiede se ne fosse a conoscenza, di queste voci. “Giravano da sempre” ammette quasi stupito dalla domanda Tuzet: “questo è l’ambiente in cui mi sono venuto a trovare; io ho solo cercato di evitare il commissariamento del Comune, perchè sarebbe stato ancora peggio per Cento”.
Le “confessioni” di questo medico prestato alla politica vanno verso la conclusione. Non prima però di spargere un po’ di fiele dietro la sua porta che si chiude. “Si andava avanti a ricatti — allarga le braccia -. E bisognava accettare. Non credo che sia una cosa tanto strana, nei Comuni è la normalità ”.
Una normalità  che è costata la sconfitta elettorale. Ma Tuzet non si cruccia. Anzi. “Sono contento che il Comune sia passato al centro-sinistra”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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AZUZ-FELTRI E’ TORNATO DA ROSA E OLINDO (E SALLUSTI TRASLOCA IN SALA RIUNIONI)

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

VITTORIO SI E’ RIPRESO LA STANZA CHE FU DI MONTANELLI,   COME SE NON SE NE FOSSE MAI ANDATO E SALLUSTI SI RIFUGIA NELLA SALA RIADATTATA…. LA POLEMICA CON ANGELUCCI

Gerenze e divorzi. “Libero” e “Giornale” di sabato 11 giugno.
Il nome di Vittorio Feltri, in qualità  di fondatore, compare sotto la testata di “Libero”. La firma però è in prima pagina sul “Giornale” di Alessandro Sallusti (direttore) e Daniela Santanchè (concessionaria di pubblicità ), soprannominati Olindo e Rosa da Feltri medesimo.
Una trama complicata. Per fortuna, si tratta di un film già  visto.
Feltri che lascia “Libero” (per la seconda volta) e va al “Giornale” (per la terza volta).
La nuova puntata del tormentone inizia due settimane fa, il 30 maggio.
È il lunedì nero del Cavaliere che perde a Milano e Napoli.
Nemmeno Sallusti sta tanto bene: tre by-pass al cuore.
Al terzo piano della redazione del “Giornale” a Milano, in via Negri, arrivano gli operai. Bisogna ricavare un ufficio in più. Al momento il piano è diviso così: il direttore Sallusti nella stanza-monumento che fu di Montanelli, con annessa segreteria; poi i vice De Bellis e Porro; infine la sala riunione.
Cominciano i lavori. Si piccona, si abbatte, si restringe, si ridipinge.
Al terzo piano c’è un altro inquilino da sistemare.
La comparsa degli operai è la conferma più evidente alla voce che circola da giorni sul ritorno di Feltri.
Altra scena, altra città . Roma, mercoledì primo giugno. Un lancio di agenzia annuncia: “Pdl: Angelucci lascia gruppo”.
Il deputato berlusconiano Antonio Angelucci detto Tonino è il patriarca della famiglia che controlla “Libero”.
Melania Rizzoli, sua amica e collega a Montecitorio, va ripetendo: “Tonino è furibondo”.
Furibondo per l’improvviso addio di Feltri ma anche per la sentenza dell’Agcom (il cui consiglio è a maggioranza di destra) che impone a “Libero” di restituire 12 milioni di euro di soldi pubblici e gliene fa perdere altri 6 non incassati ma già  messi a bilancio.
Agli Angelucci, re delle cliniche, viene contestato di aver preso finanziamenti per due testate: “Libero”, appunto, e “Il Riformista” (poi ceduto).
Venerdì 3 giugno. È l’ultimo giorno di Feltri a “Libero”.
Chiuso nella sua stanza batte a macchina la lettera di dimissioni. L’affida alla segretaria che la spedisce via fax ad Arnaldo Rossi, presidente del cda del quotidiano. Il Diretùr bergamasco va via senza salutare nessuno.
Nè Belpietro, nè la redazione, nè il direttore generale Cecchetti.
Lunedì 6 giugno. Feltri si presenta al “Giornale” e conduce la riunione del mattino. Chi c’era commenta: “Si è comportato come se fosse andato via il giorno prima”. Feltri torna da editorialista ma si muove da direttore.
Sallusti gli cede la stanza ed è costretto a traslocare nell’ufficio ricavato dalla sala riunioni.
Ma alla redazione Olindo si dice “contentissimo e rincuorato”. Al punto che l’amico ritrovato Vittorio “mi aiuterà  a guarire il cuore”. Rosa, raccontano, approva.
A “Libero” si vendicano così: “Azouz-Feltri è tornato da Rosa e Olindo”.
Il Diretùr accoglie e boccia proposte di articoli, con lui tornano le prime pagine “squadrate come se fossero disegnate da un grafico bulgaro”.
Giovedì 9 giugno. Antonio Angelucci, accompagnato dal figlio prediletto Giampaolo, va a Palazzo Grazioli, la residenza romana di Berlusconi.
All’uscita, sibila: “Andare via dal Pdl? Mai dire mai”.
Il deputato gioca ancora con le minacce di rottura. In realtà , il colloquio con il premier sarebbe andato molto bene. Il chiarimento tocca varie questioni, compresa la sentenza Agcom.
Il sospetto è che Feltri, azionista di “Libero” con il 10 per cento (pacchetto dal valore di 11mila euro), abbia fiutato il crac e sia scappato via.
B. è accomodante, come al solito: “Tonino ti giuro che non sapevo nulla del ritorno di Feltri al Giornale”. Il Cavaliere si confida anche: “I miei figli vogliono che mi ritiri dalla politica per salvare le aziende”.
Sulla sentenza Agcom, poi, viene coinvolto con una telefonata anche Cesare Previti, tuttora ascoltato nell’inner circle di Palazzo Grazioli.
Tra cavilli e tecnicismi il ricorso al Tar potrebbe far ben sperare.
Gli Angelucci si sono sbarazzati del “Riformista” e potrebbero fare l’en plein: non restituire i 12 milioni e riprendersi i 6 previsti. Chissà .
Senza dimenticare gli ottimi rapporti con il triumviro-banchiere del Pdl Denis Verdini, cui il deputato-patriarca Angelucci ha prestato 15 milioni di euro per i guai del Credito Cooperativo Fiorentino.
Venerdì 10 giugno. Feltri verga il suo primo articolo da editorialista-direttore del “Giornale”.
Altra battuta maligna a “Libero”: “Per il momento non abbiamo perso copie. Feltri è uscito talmente in sordina che nessuno se n’è accorto”.
Alla prossima puntata di “Casa Olindo”.

Francesco Cafiero
(da”Il Fatto Quotidiano“)

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LA FIDUCIA NEL PREMIER STA CROLLANDO: DOPO 15 GIORNI UN ALTRO SEGNALE INEQUIVOCABILE

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

UNA PERCENTUALE COSI’ ALTA AI REFERENDUM PAREVA IMPOSSIBILE, ANCHE CHI ERA PARTITO PER IL MARE PRIMA E’ ANDATO A VOTARE…GLI ITALIANI STANNO REAGENDO A QUALCOSA CHE NON SOPPORTANO PIU’

Che cosa c’entrano le telefonate tra la Daniela Santanchè e Flavio Briatore con l’alta affluenza alle urne? Apparentemente nulla.
Forse però è un nulla — appunto — solo apparente. Cerchiamo di capire perchè.
Che alle 22 la percentuale dei votanti sarebbe stata superiore al 41%, fino all’altro ieri pareva impossibile.
Un qualcosa a metà  tra le audaci speranze e le pie illusioni della sinistra, o più in generale del fronte antiberlusconiano.
Già  i quesiti non apparivano tanto semplici e digeribili (diciamo la verità : sull’acqua non abbiamo capito niente); in più ieri c’era il sole quasi ovunque, le scuole s’erano chiuse il venerdì o al massimo il sabato, insomma il momento era ideale per partire per le vacanze, o almeno per un week-end lungo.
Invece, a Milano le code per i laghi o per la Liguria ci sono state, sì, ma abbiamo visto gente partire non prima di essere andata a votare; e così è stato a Bologna: in coda per l’Adriatico, ma dopo una deviazione per i seggi.
A Roma, in quartieri lussuosi, la coda la si è vista ai seggi, e per giunta anche all’ora di pranzo.
Sono stati segnali, anche piccoli, ma segnali.
Segnali di una mobilitazione generale che non si vedeva da tempo.
Non sappiamo se oggi alle 15 il quorum sarà  raggiunto.
Ma che una partecipazione superiore al nostro recente passato ci sia stata, è fuor di dubbio a prescindere da come andrà  a finire.
Il 50% più uno sarebbe un risultato incredibile; ma anche una percentuale insufficiente, però di poco più bassa, sarebbe comunque una sorpresa.
E «incredibile» e «sorprendenti» erano stati, pochi giorni fa, le vittorie di Pisapia a Milano (dove da diciotto anni governava la destra) e di De Magistris a Napoli.
Insomma, sembra davvero che gli italiani stiano reagendo a qualcosa che non sopportano più.
Che stiano mandando avvertimenti forti a chi guida, o dovrebbe guidare, il Paese.
Ieri sera Umberto Bossi è sbottato. Ha detto chiaro e tondo — come sa fare lui, che se ne infischia della diplomazia — che Berlusconi ha perso i contatti con il Paese reale, che non sa più intercettare gli umori della gente, che non è più capace di comunicare. Se ci pensate bene, togliere queste tre caratteristiche a Berlusconi vuol dire togliergli quasi tutto.
Ebbene, Bossi l’ha fatto, furibondo per la figuraccia di un premier che va al mare mentre i cittadini vanno alle urne.
Se oggi il quorum ci sarà , Berlusconi avrà  ripetuto l’errore commesso da Craxi vent’anni fa, quando invitò gli italiani ad astenersi, ottenendo l’effetto contrario.
Quell’errore precedette di poco la caduta di Craxi.
Siamo ora vicini a una fine di Berlusconi? Troppo presto per dirlo.
Ma, al di là  di ogni ipocrisia, nessuno può negare che il voto a questo referendum è anche (e forse soprattutto) un voto contro Berlusconi.
Lo è diventato perchè tra i quesiti c’è quello sulla norma che rallenta i processi contro il premier; e lo è diventato ancor di più per l’esplicito invito del Cavaliere all’astensione.
Molti hanno pensato: Berlusconi dice di non andare a votare? E allora io ci vado.
Far finta che così tanti italiani siano andati alle urne solo perchè interessati al nucleare e all’acqua equivale a fingere che due settimane fa la posta in gioco fossero le amministrazioni municipali di Milano e Napoli.
Berlusconi per primo aveva detto che il voto di Milano sarebbe stato un referendum su di lui. E a Milano ha preso la metà  delle preferenze che aveva preso cinque anni prima.
E il Pdl è crollato ovunque, non solo a Milano dove c’era — come detto con il senno di poi dal premier e dai suoi imbarazzanti portavoce — una «candidata poco adatta» come Letizia Moratti.
Insomma, il voto a questi referendum, quello alle recenti amministrative, e le esternazioni di Bossi, sono tutti elementi che confermano quello che ogni sondaggista sa perfettamente: sta crollando la fiducia in Silvio Berlusconi.
La gente non gli crede più.
E qui veniamo alle telefonate tra Daniela Santanchè e Flavio Briatore.
Al di là  delle «indignazioni» per la privacy violata, i due hanno ben poco da smentire riguardo ai contenuti di quelle telefonate.
Che rivelano l’imbarazzo per i comportamenti del premier; l’incredulità  per la perseveranza nell’errore; lo sdegno per certe frequentazioni («Gentaglia», secondo la Santanchè); la sensazione di una fine imminente («Qui crolla tutto»).
E dunque: se perfino le persone che gli sono vicine e amiche pensano (sia pure in segreto) queste cose di Berlusconi, che cosa volete che possano pensare i milioni di italiani che non fanno parte della sua corte?

Michele Brambilla
(da “La Stampa“)

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“L’ECONOMIST NON COMPLOTTA CONTRO L’ITALIA: IN DIECI ANNI SIETE CRESCIUTI COME HAITI”

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

PARLA JOHN PRIDEAUX, AUTORE DEL SERVIZIO CRITICO SU BERLUSCONI….E STRANAMENTE LE COPIE DEL SETTIMANALE SONO STATE BLOCCATE PER ORE A FIUMICINO

Laurea a Cambridge, ex-corrispondente da India e Brasile, ora responsabile delle pagine internet dell’Economist, il 32enne John Prideaux è l’autore del rapporto speciale sull’Italia del settimanale britannico che ha fatto scalpore per i pesanti giudizi su Berlusconi, «la sua era è stata un disastro» e per il titolo di copertina, «L’uomo che ha fottuto un intero paese».
Ma lui ribadisce l’obiettività  sua e del suo giornale, la cui distribuzione ieri a Roma è stata bloccata — sarà  una coincidenza? — da un’ispezione dei container all’aeroporto di Fiumicino, secondo quanto riporta Wanted in Rome, giornale della comunità  anglosassone nella capitale italiana.
Perchè un rapporto sull’Italia proprio adesso?
Qualcuno nel governo Berlusconi pensa a un complotto tra media italiani d’opposizione e l’Economist, per dare un’altra botta al centro-destra all’indomani della sconfitta nelle amministrative.
Dal 2005 non avevamo dedicato all’Italia uno dei nostri rapporti dedicati a un singolo paese. Ne facciamo in continuazione, su tutti i più importanti paesi del mondo. Il 150esimo anniversario dell’unificazione italiana era una buona occasione per un punto sul vostro paese. La decisione è stata presa circa un anno fa, sicchè il fatto che sia uscito dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi è una coincidenza.
Fonti del governo italiano vi accusano di superficialità . Quanto tempo e risorse avete impegnato in questa inchiesta?
Ho trascorso un mese in Italia a fare ricerche e poi a scriverla, con l’aiuto del nostro staff di ricercatori.
Come risponde all’accusa più grave che vi lanciano Berlusconi e i suoi sostenitori lanciano, cioè di pregiudizio contro di lui e contro l’Italia?
Ogni volta che critichiamo un governo o un politico da qualche parte nel mondo ci accusano di avere un pregiudizio negativo. La verità  è che non faremmo un buon servizio ai nostri lettori, o all’Italia, se facessimo finta che in Italia va tutto bene. Lasciamo da parte tutta la questione del bunga-bunga e dei processi: la gestione economica di Berlusconi è stata un disastro. In base al reddito pro-capite, l’economia italiana è più piccola nel 2010 che nel 2000. Solo due nazioni al mondo hanno fatto peggio nell’ultimo decennio: Haiti e Zimbabwe. Un dato di fatto che non si può nascondere.
Qualche elemento del governo Berlusconi si è scandalizzato per il titolo che avete fatto: «L’uomo che ha fottuto un intero paese». Una parola troppo forte?
Ci piace fare copertine forti, che richiamano l’attenzione del lettore e talvolta lo fanno sorridere, sostenute da un rigoroso reportage fattuale. In questo caso abbiamo giocato con vari possibili doppi sensi per il titolo, ma il doppio significato di “screw” in inglese (fottere e rovinare, ndr.) era troppo divertente per rinunciarvi.
Il suo rapporto si conclude sostenendo che l’ipotesi più probabile è che in Italia tutto continui più o meno come ora, anche dopo Berlusconi, mentre l’editoriale che lo accompagna sembra più ottimista sulla possibilità  di un rinnovamento che faccia ripartire il paese. Chi ha ragione?
Ci sono differenze di opinione al riguardo anche dentro all’Economist. Ma tutti concordiamo su quanto segue: l’Italia ha bisogno di una nuova politica per ricominciare a crescere; quando finirà  l’era Berlusconi ci sarà  un’occasione di cambiamento; basterebbe qualche piccola riforma per far migliorare radicalmente le cose».

(da “La Repubblica”)

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REFERENDUM: LA POSTA IN GIOCO

Giugno 13th, 2011 Riccardo Fucile

I DUE FRONTI: I RISCHI DEL CENTRODESTRA E LA SCOMMESSA DEL CENTROSINISTRA….ENTRAMBI SI SONO MOBILITATI, POLITICIZZANDO LA CONSULTAZIONE

Centro-destra: questa volta alle urne non andrà  soltanto una parte del Paese

La prima differenza tra la campagna per le amministrative sfociata nella quadrupla sconfitta di Torino, Bologna, Milano e Napoli, e quella referendaria è che stavolta Berlusconi e Bossi hanno marciato uniti.
Il premier più dichiaratamente e il Senatur più svogliatamente si sono pronunciati per l’astensione, inalberando la parola d’ordine dei referendum inutili.
«Inutili», appunto, e non controproducenti o dannosi, perchè una vera campagna astensionista si fa innanzitutto mostrandosi indifferenti, distratti, presi da cose più importanti, e in questo i due maggiori soci del governo di centrodestra non avevano neppure da fingere, trovandosi impegolati ancora con le conseguenze del disastroso risultato nelle città , con i venti di burrasca della manovra economica, e con le turbolenze, ciascuno le sue, dei partiti di cui sono leader: mugugni pidiellini un po’ da tutte le parti, scissioni parlamentari invece che consolidamento della maggioranza, adunata a Pontida fissata per il 19 giugno, con il popolo leghista che s’annuncia rumoroso più che mai.
La corsa per le amministrative era stata caratterizzata dalla duplice rottura della Lega sulla guerra in Libia, che precedette il primo turno del voto, e sullo spostamento dei ministeri al Nord, che pregiudicò il secondo, e ancora si trascina.
Stavolta, invece, niente di tutto questo.
Verrebbe da risfoderare, anche per Berlusconi e Bossi, l’antico detto latino, «simul stabunt, simul cadent».
E in effetti, un’eventuale affermazione dell’astensione, con il conseguente fallimento dei referendum, consentirebbe al presidente del consiglio e al suo principale alleato, se non proprio di cantare vittoria, dato che non c’è mai da gioire per la diserzione dei seggi, almeno di dire che avevano avuto ragione sui promotori dei referendum e sulle consultazioni fallite. Inoltre la sconfitta dell’opposizione su un’iniziativa in cui aveva speso tutta se stessa verrebbe a confermare che la perdita delle grandi città  nelle elezioni di maggio, pur dolorosa, è lungi dal rappresentare la crisi epocale del rapporto tra il Cavaliere e il suo popolo che il centrosinistra, ed anche qualche voce dissonante del centrodestra, avevano voluto proclamare a tutti i costi.
Per le stesse ragioni l’esito opposto – raggiungimento del quorum con una molto probabile vittoria dei «sì» all’abrogazione – sarebbe disastroso: molto più per Berlusconi, ma anche per Bossi, specie se a determinarlo fossero i cittadini nordisti, in aperto dissenso con le indicazioni astensioniste ricevute e non condivise.
L’idea che anche solo la metà  più uno degli elettori richiesta per la validità  dei referendum si presenti ai seggi e voti darebbe la sensazione che davvero Berlusconi ha perduto la maggioranza nel Paese, e quella raccogliticcia grazie alla quale governa in Parlamento non rappresenta più gli umori reali degli italiani.
Molto dipenderebbe, in questo caso, dalla percentuale definitiva dei votanti, dato che qualcuno, per offrire un argomento difensivo al Cavaliere, sarebbe disposto subito a sottrarre i «no», formalmente contrari al cartello dei promotori schierati per i «si», sostenendo che solo questi ultimi vanno considerati voti antiberlusconiani «doc».
Ma a parte il fatto che i «no» partono sfavoriti, sarebbe impossibile, specie con argomenti come questi, nascondere la ferita dell’eventuale secondo colpo inflitto al premier in poche settimane.
Ci si potrebbe chiedere, infine: al dunque, cosa conviene di più a Berlusconi?
Sfangarla grazie alla pigrizia estiva, ai primi bagni di mare e all’astensione della gente rimasta sotto l’ombrellone, o beccarsi un’altra legnata che lo convinca una volta e per tutte a darsi una mossa?
Difficile rispondere: a giudicare dalle reazioni di questi giorni, non si sa davvero cosa scegliere.
Berlusconi ha già  detto che il governo non cadrà  anche se l’esito dei referendum sarà  contrario.
E in caso di definitiva cancellazione del legittimo impedimento (legge che tra l’altro scade a ottobre), ha già  pronta un’accelerazione della prescrizione breve, per rallentare o bloccare i processi di Milano.
Diceva Andreotti che tirare a campare è sempre meglio che tirare le cuoia.
Incredibilmente, questo sembra adesso diventato anche lo slogan dell’ultimo Berlusconi.

Centro-sinistra: senza il quorum Bersani tornerebbe sotto esame

Tutto più facile se si raggiunge il quorum e dunque se vincono i sì. Per il centrosinistra ovviamente.
Facile insistere sulle dimissioni di Berlusconi, malgrado negli ultimi giorni Bersani, Di Pietro e Vendola abbiano tentato di depoliticizzare il voto referendario.
Ma se vincono, si vedrà  che si trattava di un semplice trucco per convincere più gente possibile, elettori di centrodestra in primis, ad andare a votare.
A risultato positivo eventualmente acquisito sarà  un coro incessante contro il premier, che ha perso il suo famoso consenso popolare prima alle amministrative e poi appunto al referendum. Magari, anzi probabilmente, Berlusconi non si dimetterà  e farà  di tutto per continuare a galleggiare fino a che ci riuscirà  ma con sempre maggiori difficoltà  interne alla sua coalizione.
Nel frattempo, con quasi trenta milioni di sì in tasca, i leader del centrosinistra potranno condurre una campagna elettorale in discesa, per quanto lunga possa essere.
Il leit motiv della fine del berlusconismo salirà  di volume e di intensità .
La vittoria del Sì dovrebbe – ma qui il condizionale è d’obbligo visto che si sta parlando di centrosinistra – anche aiutarli molto a cementare un’alleanza tra di loro che al momento non vede alternative nonostante i vari tentativi di allargarla al Terzo polo.
Sarebbe insomma evidente a quel punto, visto il voto amministrativo e referendario, che l’alleanza da presentare agli italiani alle prossime elezioni politiche dovrà  essere quella tra Pd, Sel e Idv.
Anche e soprattutto perchè avrebbe ricevuto una spinta vigorosa da tutti coloro che non solo hanno votato ma hanno anche partecipato alle primarie, alla raccolta delle firme, insomma la tanto evocata scietà  civile, una volta si chiamava «la base», che si è mobilitata per far vincere questo centrosinistra.
Sarebbe difficile per la nomenklatura, come ironizzava Bertold Brecht, «cambiare il popolo».
Panorama molto diverso, se non opposto, nel caso non si raggiungesse il quorum.
Intanto perchè la vittoria dell’astensione avrebbe l’effetto di rivitalizzare il governo e in particolare il suo premier, che potrebbe rivendicare non solo la vittoria ma anche il consenso popolare alla sua dichiarazione: «Io non andrò a votare».
Le dimissioni del governo, ossia l’obiettivo principale dell’opposizione, si allontanarebbe nel tempo, magari fino alla scadenza naturale della legislatura.
E poi perchè, anche se si tratta di due voti molto diversi, l’eventuale sconfitta al referendum offuscherebbe in parte la vittoria del centrosinistra, alle elezioni di due settimane prima.
Ma soprattutto il rischio per il centrosinistra è che si riaprano tutti i giochi nel Partito democratico.
Non mancherebbero coloro pronti ad accusare Bersani di essersi appiattito su Di Pietro e Vendola, di aver seguito per opportunismo l’ondata referendaria su temi che nello stesso Pd non sono mai stati contrastati con nettezza, dal nucleare alla privatizzazione dell’acqua. Verrebbero ricordate tutte le liberalizzazioni dello stesso Bersani, per non parlare delle fascinazioni nucleariste che in quel partito – anzi in entrambi i partiti che hanno partorito il Pd – sono sempre esistite. Infine, accusa delle accuse a sinistra, Bersani verrebbe imputato di subalternità  nei confronti delle iniziative altrui.
Tornerebbe in auge la vocazione maggioritaria di Veltroni, riacquisterebbe fiato la strategia di D’Alema, l’alleanza con Casini come asse portante del futuro governo, forse verrebbe rimessa in discussione persino la leadership del segretario che grazie alle amministrative si era invece enormemente rafforzata.
E anche negli stessi due partiti minori, qualche contraccolpo non mancherebbe.
Non verrebbero certo messe in discussione le leadership di Vendola e di Pietro, tuttavia il loro potere contrattuale nei confronti del Pd uscirebbe parecchio indebolito.
Più complicato, per Vendola, insistere sulle primarie; più arduo, per Di Pietro, stringere nell’angolo dell’antiberlusconismo un Partito democratico che non ha mai amato l’eccessivo giustizialismo dell’ex Pm.
Tutti ovviamente direbbero che raggiungere il quorum era una missione impossibile, che il governo ha fatto di tutto, a cominciare dalla data fissata nel mezzo di giugno, perchè vincesse l’astensione.
Ma si tratterebbe di giustificazioni che, per quanto vere, difficilmente riuscirebbero a evitare gli effetti perversi della sconfitta.

Marcello Sorgi e Riccardo Barenghi
(da “La Stampa”)

argomento: Berlusconi, Bersani, elezioni, governo, PD, PdL, Politica | Commenta »

DRAMMA DELLA GELOSIA A “IL GIORNALE”! FELTRI SCOPRE SALLUSTI CON BELPIETRO

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

SECONDO LE PRIME RICOSTRUZIONI, BELPIETRO AVREBBE TENTATO DI UCCIDERE SALLUSTI, MA LUI NEGA: “HO UN ALIBI, IN QUEL MOMENTO STAVO ACCOLTELLANDO FELTRI”… COSTERNATO PAOLO BERLUSCONI: “SPENDO PIU’ SOLDI IO IN DIRETTORI CHE MIO FRATELLO IN ESCORT”

La scienza non può nulla contro alcuni fenomeni paranormali, come quello di avere a libro paga tre direttori e solo due giornali.
Il Misfatto, in collaborazione con la Nasa e l’Istituto Radio Elettra, ha ricostruito gli ultimi sviluppi di un mistero che pare irrisolvibile…
Lunedì.
Feltri arriva al Giornale, Sallusti esce da una porta laterale e si reca a Libero. Belpietro si trova in questura a denunciare un attentato ai suoi danni, quando torna a Libero trova Sallusti e corre a dirlo a Feltri, che non lo riceve.
Martedì.
Usando un vecchio mazzo di chiavi, Sallusti rientra al Giornale, trova Belpietro seduto alla scrivania, mentre Feltri è nella redazione di Libero a ritirare la liquidazione.
Mercoledì.
Toccante cerimonia: Feltri e Belpietro annunciano che saranno insieme a Libero. Sallusti ne approfitta per barricarsi al Giornale, ma sbaglia porta e si chiude nello stanzino delle scope. Feltri e Belpietro litigano e tornano tutti e due al Giornale. Sallusti si libera fortunosamente e corre in taxi a Libero.
Giovedì.
Mentre Belpietro si trova in questura per denunciare una rapina ai suoi danni, Feltri passa al Giornale a ritirare una robusta liquidazione e va a lavorare a Libero. Sallusti si accorge della manovra e si trasferisce al Giornale. Quando Belpietro lascia la questura, entra in una cabina del telefono, imita la voce della Santanchè e dà  un appuntamento a Sallusti, poi si installa a il Giornale.
Venerdì.
Stanco di Libero che ha diretto ormai per un giorno intero, Feltri ritira una sontuosa liquidazione e si presenta al Giornale. Sallusti lo vede, si cala dalla finestra con un lenzuolo e va a dirigere Libero. Belpietro è in questura a denunciare un tentativo di stupro.
Sabato.
Feltri, Belpietro e Sallusti si incontrano per caso al bar sotto il Giornale. Intuendo che ognuno di loro sta andando in ufficio, corrono tutti e tre a Libero. Feltri, Belpietro e Sallusti si incontrano per caso al bar sotto Libero.
Domenica.
Belpietro è in questura a denunciare un furto di bestiame. Feltri è sotto casa di Sallusti a bucargli le gomme della macchina, Sallusti non si sveglia a causa del sonnifero somministratogli di nascosto da Belpietro, nessun direttore si reca al lavoro.
Lunedì.
Incredibilmente sia Libero che il Giornale escono in edicola con una notizia vera (a pagina 35). L’Editore Paolo Berlusconi commenta: “Un fatto inaudito”. Nicola Porro: “Io non c’entro, stavo preparando un dossier”.

(da “Il Misfatto“)

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CAPPELLACCI, COTA, ZAIA E MICCICHÉ: I “MUTANTI” DELL’ATOMO

Giugno 12th, 2011 Riccardo Fucile

FENOMENI PARANORMALI: PER CONVINZIONE O PER INTERESSE SONO TANTI I POLITICI CHE HANNO CAMBIATO OPINIONE

“Il nucleare è secondario, il mio vero tema sono i tumori”.
Umberto Veronesi, presidente della mai del tutto operativa Agenzia per il nucleare, ora, si sfila.
Proprio lui, che lo scorso 30 novembre — tra lo sconcerto dei più — dichiarò: “Potrei dormire in camera da letto con le scorie”.
Non è dato sapere se l’ex ministro della Sanità  sia andato fino in fondo al suo esperimento, tuttavia la risposta sbrigativa del celebre oncologo ai cronisti che ieri reclamavano una sua opinione sul referendum del 12-13 giugno, sembra quasi provenire da un “mutante”, categoria che, trattandosi di nucleare, non è del tutto inappropriata: “Senza il nucleare l’Italia muore”, dichiarò Veronesi pochi giorni prima il disastro di Fukushima, “Rimango convinto che per risolvere il drammatico problema energetico del futuro dovremo pacatamente valutare i rischi e i benefici di tutte le fonti di energia, senza escludere il nucleare”, ribadì un mese dopo lo tsunami.
Il terremoto in Giappone, insomma, non gli ha fatto cambiare opinione; la possibilità  del raggiungimento del quorum (forse) sì.
Chi non ha mai mutato i suoi convincimenti pro atomo è il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ma poco tempo fa il ministro è stato pizzicato da un cronista dell’Ansa mentre, in una conversazione con il collega Tremonti, confidava: “È finita, non possiamo rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate”, fino ad augurarsi, pochi giorni fa sul Mattino, che “l’evoluzione tecnologica possa un domani far fronte con le rinnovabili alla quantità  di energia che il Paese richiede”.
Chi dal Pdl dice no senza se e senza ma è il fedelissimo berlusconiano Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna: “Voterò contro il nucleare ma non mi sento un traditore”, dichiara a Repubblica.
In effetti le sue posizioni sul tema erano note e un eventuale mutamento sarebbe stato difficile da conciliare con il 97,13% di voti contrari al nucleare del referendum consultivo tenutosi in Sardegna poche settimane fa.
Tra i colleghi di Cappellacci si attendono notizie di Roberto Cota che, non appena insediato alla presidenza della Regione Piemonte, ritirò il ricorso della precedente Giunta alla Corte costituzionale contro il programma nucleare del governo (salvo poi escludere subito dopo la disponibilità  del Piemonte ad accogliere nuove centrali).
Il Veneto Luca Zaia, invece, ha già  detto che voterà  “sì” ai quesiti su acqua e nucleare: “Il sentimento del popolo è quello di difendere fino in fondo questi due grandi valori”.
Idea condivisa — oltre che dal sindaco leghista di Varese — anche dal collega di partito Angelo Alessandri, presidente della commissione Ambiente della Camera: “Ormai il nucleare in Italia non c’è più, il referendum è inutile. Quanto all’acqua sto pensando se andare a votare per il primo quesito”. Posizione simile a quella già  resa nota dal leader di “Forza Sud” Gianfranco Miccichè: “Sono per l’acqua pubblica”.
Sul quarto quesito, quello sul legittimo impedimento, non si registrano mutanti in circolazione.
Per il momento.

Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BERLUSCONI ORA HA PAURA, TUTTI I SONDAGGI DANNO IL QUORUM SUI REFERENDUM SUPERATO E LUI PRECIPITA AL QUARTO POSTO NEL SONDAGGIO TRA I LEADER DEL CENTRODESTRA

Giugno 11th, 2011 Riccardo Fucile

DECISIVO PER IL RAGGIUNGIMENTO DEL QUORUM L’ELETTORATO CATTOLICO, IL TERZO POLO E MOLTI ELETTORI   PDL E LEGA CHE NE HANNO LE SCATOLE PIENE…IN UN SONDAGGIO SU CHI VORRESTI COME LEADER DEL CENTRODESTRA IL PREMIER E’ PRECEDUTO DA TREMONTI, ALFANO E MARONI

Dopo la giornata trascorsa a Portofino per festeggiare il nipotino di un anno, figlio di Pier Silvio (con un giocattolone scelto personalmente in un negozio del centro), il Cavaliere è rientrato in tarda serata a Roma.
E dai finestrini dell`auto ha potuto vedere le centinaia di persone sciamare per il centro con le bandiere dei referendum, presagio di quello che potrebbe accadere lunedì all`apertura dei seggi.
Al di là  del merito dei quesiti, quello che preoccupa il Cavaliere è la ricaduta sulla maggioranza di un`altra eventuale sconfitta.
Eppure, a un amico ricevuto a Palazzo Grazioli due giorni fa, Berlusconi è apparso quasi spavaldo: «Dicono che farò la fine di Craxi? Si illudono, non sarà  un voto contro il governo, noi con questi referendum non c`entriamo nulla».
Ma il timore della spallata resta.
I sondaggisti che lavorano per Palazzo Chigi stanno infatti registrando un cambiamento del vento.
L`elettorato cattolico sembra molto sensibile al quesito sull`acqua pubblica, contano le parole del Papa sull`ecologia.
Anche gli elettori del Pdl e della Lega andrebbero a votare.
Insomma, la situazione si è invertita negli ultimi giorni e, anche se non possono essere diffusi i numeri dei sondaggi, non c`è n`è più uno che dia il referendum sotto la soglia del quorum.
Per il premier, con il partito in subbuglio e la maggioranza chiamata alla verifica parlamentare del 22 giugno, è un segnale di ulteriore allarme.
Unito alla constatazione che la nomina di Angelino Alfano a segretario del Pdl non ha affatto risolto i problemi.
Anzi, accelerando l`uscita dal partito di Gianfranco Miccichè (rivale siciliano del Guardasigilli) ne ha semmai accentuato la crisi.
Ora Berlusconi teme anche per il destino del suo delfino, per il fatto che arrivi al Consiglio nazionale di luglio già  «logorato» dalle po-lemiche interne e dalla richiesta pressante di primarie sulla leadership.
Una richiesta che sale, oltre che da Giuliano Ferrara, anche dai vari ras esclusi dalla corsa.
Con questa corona di spine in testa si comprende come il week end di Berlusconi, che stamattina volerà  in Sardegna per un po` di relax, non si annuncia dei migliori.
Siglata la tregua con Tremonti sulla manovra e sulla riforma fiscale, a guastargli l`umore ieri hanno contribuito alcuni sondaggi sul gradimento dei leader del centrodestra.
Nel braccio di ferro ingaggiato in questi giorni con il ministro dell`Economia sembra infatti che l`unico a guadagnarci in popolarità  sia stato il rigorista Tremonti.
Un esito paradossale.
Ma i numeri sono inequivocabili.
Sul totale degli elettori il livello di fiducia di “Giulio” è salito al 52 per cento, considerando soltanto i votanti di Pdl e Lega si arriva all`89 per cento.
Tremonti va alla grande anche nel terzo polo (57%) e non va male persino tra quanti votano centrosinistra (38%%).
Insomma un`icona, un possibile rivale non solo per Palazzo Chigi ma anche per il Quirinale nel 2013.
I fogli che gli si affastellano sulla scrivania raccontano oltre tutto di un verticale calo della sua popolarità  nel centrodestra.
Tra i candidati premier più apprezzati c`è ancora Tremonti sul podio (23%), seguito daAlfano (21%) e Maroni (19%%).
Il Cavaliere è solo quarto con il 13 per cento, una percentuale clamorosa (Formigoni chiude la lista con il3%).
Nemmeno la scelta di nominare Alfano riscuote consensi.
Nel totale dell`elettorato appena il 30% l`ha gradita, a fronte di un 44% di contrari.
E soltanto il 28% (47% gli scettici) ritiene che possa dare nuovo impulso al Pdl. Quanto a Tremonti e alla sua crescente popolarità , il Cavaliere mastica amaro: «Sono molto contento che si consideri il miglior ministro dell`Economia in Europa, ma si ricordi che è il nostro governo che deve approvare tutte le sue proposte».

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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