Giugno 25th, 2013 Riccardo Fucile
RAFFAELE BALDASSARE ARRIVA AL PARLAMENTO EUROPEO ALLE 18, IN TEMPO UTILE PER INCASSARE I 300 EURO DI RIMBORSO PER UNA SEDUTA… BECCATO SUL FATTO, ALZA LE MANI
Arrivare alle 18.30, firmare la presenza, prendersi 300 euro di rimborsi spesa quotidiani e poi
andarsene. Non male come lavoro.
Peccato che si tratti di un eurodeputato salentino del Pdl, Raffaele Baldassarre, che non fa fare una gran bella figura al nostro paese a Bruxelles, sede dell’Europarlamento.
A coglierlo sul fatto è stato un giornalista olandese, che con tanto di microfono e telecamera lo avvicina al termine della lunga ed estenuante giornata di lavoro.
“Sono le sei e mezza di sera, non è un po’ tardi per arrivare al lavoro? Lei è appena entrato, si è preso 300 euro per le sue spese, ma non ha avuto grandi spese quest’oggi no? È un bel lavoro, lo voglio anche io!”.
Baldassarre abbozza e risponde con dei penosi “I don’t understand, i don’t capisco” (che se fosse vero che abbiamo mandato a rappresentare l’Italia in Europa uno che non conosce neanche mezza parola di inglese sarebbe ancora più grave dei 300 euro rubati), ma il giornalista della web tv olandese GeenStijl non molla e lo segue: “Eddai, è semplice, non ci credo che non capisce, solo non vuole rispondere”.
A questo punto Baldassarre perde la calma e inizia ad alzare le mani, a spintonare giornalista e cameraman.
Tra l’altro continuando a parlare in italiano (”Ma cosa vuole? Ma come si permette? Ma vada via!”).
Interviene un altro italiano collega di Baldassarre che lo aiuta ad allontanare il giornalista, che prima di arrendersi dimostra di conoscere l’italiano meglio di quanto Baldassarre conosca l’inglese e chiude la conversazione con un chiaro “Ma vaffan…”
Andrea Signorelli
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Giugno 24th, 2013 Riccardo Fucile
VOLPE PASINI: “CON ALFANO IL PDL HA PERSO TUTTE LE ELEZIONI, IN SICILIA HA RIDOTTO IL PARTITO AL NULLA”… “E’ TRA QUELLI CHE VOLEVA MANDARE SILVIO AI GIARDINETTI”
«Alfano è il “tappo” che impedisce la rigenerazione del centro destra, è vice presidente del consiglio ed è ministro dell’Interno, ruolo quest’ultimo di una delicatezza estrema che non si addice mai ad un segretario di partito in carica proprio per le sue funzioni e per il controllo che può esercitare anche utilizzando i servizi segreti».
A sferrare un attacco diretto e personale al segretario del Pdl è il capo dell’Esercito di Silvio, Diego Volpe Pasini, il più berlusconiano dei berlusconiani.
Che ha scritto una lettera ai probiviri del Pdl e allo stesso Berlusconi per chiedere, a norma dello statuto (articolo 35), la decadenza di Alfano da segretario in base al regolamento sulle incompatibilità tra ruoli politici e incarichi di governo.
Che tra la colomba Alfano e il falco Pasini non corra buon sangue non è un mistero. Ma nessuno immaginava che quest’ultimo arrivasse alla dichiarazione formale di guerra.
«Con la presente, in qualità di iscritto al Pdl – scrive ai probiviri il generale dell’Esercito di Silvio – tessera n. 138604, rilevato che appare chiara ed evidente la incompatibilità del Segretario Nazionale alle cariche di Governo (…), si chiede di valutare la palese incompatibilità , rispettare e applicare le regole esistenti e per altri già applicate e di consentire il rilancio, attraverso una nuova nascita, del partito».
Ma la questione, ovviamente non è soltanto formale.
L’affondo contro Alfano è tutto politico ed è tanto più pesante perchè viene da chi si propone di difendere Berlusconi perinde ac cadaver contro i giudici e contro i “traditori”.
A quale categoria appartenga Alfano per Volpe Pasini è fin troppo chiaro: «Con lui il Pdl ha perso tutte le elezioni, ovunque, a cominciare da casa sua, aveva ridotto il partito al nulla, solo il ritorno in prima persona di Berlusconi ha ridato stimolo e forza agli elettori e alla nostra gente. Proprio quel Berlusconi che in tanti, a cominciare da Alemanno, Cicchitto, Quagliariello e altri, Alfano compreso, volevano ai giardinetti a fare il nonno».
Per il futuro il generalissimo minaccia sfracelli.
«Se Alfano non si dimetterà sarà lui il responsabile di una scissione certa che riguarderà il Pdl da qui a breve, scissione da cui rinascerà Forza Italia. E sarà una Forza Italia con le porte sbarrate ad Alfano».
Francesco Bei
(da “la Repubblica”)
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA PASIONARIA DEL PDL NON SI DA’ PACE: “I MAGISTRATI HANNO FONDATO UN PARTITO POLITICO OLTRE OGNI MORALE”
Certifica che mercoledì «è venuto meno il principio cardine della democrazia, ovvero la leale
collaborazione tra poteri» e anticipa che farà «ricorso personale, se il Presidente mi darà il via libera, alla Corte dei diritti e di giustizia europea affinchè possa avere un giusto processo».
È Michaela Biancofiore, la pasionaria di Silvio Berlusconi e Sottosegretario del governo Letta per la Pubblica Amministrazione, a commentare così a «Citofonare Adinolfì», su Radio Ies, il mancato accoglimento da parte della Consulta di un ricorso dell’ex premier sul legittimo impedimento.
LETTA STIA ATTENTO AL FUOCO AMICO
Il deputato aggiunge che «non è pensabile che i magistrati vengano nominati dalla politica, soprattutto quelli delle alte cariche, o che ci sia una magistratura rappresentata da correnti politiche».
In ogni caso questo non inciderà sul governo da parte del Pdl, ma «Letta non può dormire sonni tranquilli, e non per il centrodestra: è evidente che nell’alveo del centrosinistra, che già due mesi fa era convinto di aver vinto le elezioni, c’è un fuoco amico».
MAGISTRATI, POLITICI IMMORALI
Non solo: «C’è, indubbiamente, un reticolo di magistrati che di fatto hanno fondato un partito politico ideale, che è andato oltre ogni morale pubblica, e non a caso ci sono molti magistrati scesi in politica e che fanno della loro toga la loro forza».
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
IL “PIANO C” DI BERLUSCONI PER OTTENERE IL NO ALL’INTERDIZIONE: “NIENTE CRISI MA CHIEDO UN PATTO AL PD”
«Questa è una sentenza schifosa, ma è chiaro che io non mi farò sbattere in galera tanto facilmente». L’allarme rosso è scattato, la trincea si è alzata.
Il no pronunciato a piena voce dalla Corte costituzionale contro il ricorso di Silvio Berlusconi e contro il legittimo impedimento reclamato per il processo Mediaset, ha spinto il centrodestra sul piede di guerra.
Come nelle giornate di massima allerta, l’intero stato maggiore del Pdl si schiera al fianco del suo leader.
I ministri corrono a via del Plebiscito, i colonnelli fanno sentire la loro voce e invocano una reazione. Immediata. La crisi di governo.
Per l’ex premier è una sconfitta pesante. Prevista, ma comunque dolorosa. Promette battaglia, ma evita lo show down.
Vuole trattare, restando nella posizione di socio di maggioranza della coalizione governativa.
Il suo sguardo, però, non è più rivolto alla Consulta. Bensì alla Cassazione.
A questo punto i tempi del caso Mediaset non si possono più allungare.
I giudici costituzionali hanno riaperto la strada ad un percorso fisiologico della giustizia.
La Suprema Corte nei prossimi 8-9 mesi sarà chiamata a emettere la sua decisione finale. Confermando o respingendo la condanna dell’Appello.
La prescrizione scatta a giugno 2014: i giudici dovranno quindi esprimersi prima di quella data. E se ratificheranno la sentenza dei primi due gradi, allora esploderà una vera e propria bomba nucleare.
Perchè? Perchè i quattro anni di reclusione saranno accompagnati dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.
Ossia l’addio al Parlamento.
«Ecco – si è sfogato il Cavaliere con i suoi fedelissimi – nessuno può pensare che io esca dalla politica in questo modo. No, non sarà così».
La posta in palio non è solo il suo destino giudiziario, ma la vita del governo Letta e della “strana maggioranza”.
L’appuntamento finale è solo rinviato al prossimo inverno.
Nel frattempo l’esecutivo può andare avanti. Anzi, dopo l’esito delle ultime elezioni amministrative che ha visto il centrodestra crollare e soprattutto dopo l’esplosione del Movimento 5Stelle, l’ex premier si è convinto che la carta della crisi di governo e delle elezioni anticipate va giocata solo come una extrema ratio.
«Rompere adesso – è il suo ragionamento – non conviene. Quale risultato otterremmo? Per noi niente. Mentre il Pd avrebbe il ribaltone con i dissidenti grillini o, più probabile, il ritorno al voto in una posizione di forza. Con Renzi in pole position e Grillo ormai in discesa libera. Non si ripeteranno più le circostanze di febbraio».
Il Cavaliere, allora, sta costruendo un’altra via d’uscita.
Una sorta di “Piano C” da edificare all’interno del governo.
Ossia mettere sul tavolo della trattativa con il presidente del Consiglio e soprattutto con il Pd una sorta di “scambio”: la vita dell’esecutivo per il “no” all’interdizione.
Un ragionamento che gli “ambasciatori” di Palazzo Grazioli hanno già iniziato a formulare con i parlamentari più disponibili del Partito Democratico.
E questi lo hanno riferito a Palazzo Chigi.
Il disegno è semplice: se venisse confermata l’interdizione dai pubblici uffici, la “decadenza” dalla carica parlamentare (come prescrive l’articolo 66 della Costituzione) dovrà comunque essere votata dall’Assemblea di appartenenza, ossia dal Senato.
La “Procedura di contestazione dell’elezione” viene prima esaminata dalla Giunta per le immunità e quindi dall’Aula. A scrutinio segreto.
E proprio in vista di questo passaggio, il baratto proposto dal Cavaliere è chiaro: «Voi votate contro la mia decadenza e io non faccio cadere Letta».
È evidente che per condurre una contrattazione del genere, ha bisogno di rimanere nel confine della maggioranza. Di mantenere i piedi nella squadra governativa.
Un negoziato, ovviamente, durissimo e soprattutto indigeribile per molti dei Democratici. Eppure, la prima puntata è iniziata proprio ieri.
Basti pensare a cosa è accaduto al vertice serale a Via del Plebiscito.
Praticamente tutto il Quartier generale del Pdl – un po’ meno i ministri – ha sbattuto sul tavolo della discussione l’ipotesi di uscire dal governo per provocarne la crisi.
Il Cavaliere li ha frenati: «Bisogna distinguere le mie questioni dall’esecutivo. Questa è una sentenza schifosa, figlia del conflitto orchestrato da una parte della magistratura contro la mia discesa in campo, ma il Paese ha bisogno di questo governo ».
Essersi messo sul fronte delle colombe e aver schierato l’intero partito su quello dei falchi, è esattamente la prima mossa della trattativa.
Un modo per dire: «Io posso calmare i miei ma fino ad un certo punto. Per calmarli, voi dovete aiutarmi».
In questa ottica un passaggio fondamentale sarà il prossimo voto sulla ineleggibilità del Cavaliere di cui si discuterà a Palazzo Madama a partire dal 9 luglio.
L’ex premier sa che il Pd in quel caso voterà contro l’ineleggibilità e userà quella decisione per provocare una sorta di corto circuito ineleggibilità -interdizione.
Se i Democratici si sono espressi per la liceità della mia elezione – sarà il suo discorso – possono farlo anche quando si tratterà di pronunciarsi sulla decadenza dal mandato senatoriale.
Ma può il centrosinistra accettare questo “baratto”? Difficilissimo.
Enrico Letta fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi ha ripetuto a tutti: «Il mio governo non può fare nulla per quanto riguarda i processi di Berlusconi».
Insomma, il principio cui ogni ministro del Pd si sta attenendo è quello della «totale separazione dalla vicende giudiziarie». Non solo.
Cosa accadrebbe nell’elettorato e nell’opinione pubblica progressista se Berlusconi venisse “salvato” in quel modo? Una vera e propria baraonda.
E, come spiega un esperto senatore democratico, «se io voto per mandare al macero una sentenza definitiva contro Berlusconi, poi mi devo dare alla macchia. Con che faccia mi presento nel mio collegio? Non potrei nemmeno passeggiare per strada. Non esiste, il “baratto” che ci propone il Cavaliere non può essere accettato».
Il leader del centrodestra ci proverà comunque fino alla fine.
Contando anche sul fatto che fino a che sta in maggioranza la sua capacità di trattativa potrà essere espressa in tutte le direzioni, anche nei confronti del Quirinale («Mi aveva promesso una mano»).
«Se poi ogni tentativo fallirà – ha avvertito – allora è chiaro che nessuno può pensare che io mi faccia sbattere in galera tanto facilmente. A quel punto tutto sarà lecito. La crisi di governo e la rivolta contro la dittatura dei giudici».
Claudio Tito
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Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile
CON LE SENTENZE VICINISSIME E L’INCUBO DI UNA NUOVA MAGGIORANZA, IL CAVALIERE DIFENDE L’ACCORDO CON LA SINISTRA
Silvio Berlusconi annuncia un’estate tranquilla per il governo. 
Contento di Enrico Letta, del suo “decreto del fare”, dichiara il suo amore per le larghe intese: “L’alleanza deve continuare”.
La versione da statista ragionevole, legato alle sorti del Paese, sostenitore del bene comune, fa capolino nella stasi in cui l’esecutivo è rimasto vittima. S
enza capacità di spesa (Bruxelles tiranneggia) non c’è ripartenza, non esiste rottura col passato, cambio di marcia, capacità di dare all’economia energia nuova per riprendersi.
A Enrico Letta è rimasto il cacciavite in mano, e col cacciavite (metafora dell’aggiustatore) si applica nei dettagli.
Di più non si può.
Il decreto del fare, parola che anche alla prudente Susanna Camusso pare eccessiva, affronta appunto il dettaglio delle questioni tentando di rinviare all’autunno quelle decisive e più critiche.
Il rinvio è la tattica adottata, l’unica soluzione possibile di un esecutivo senza un euro nel portafogli. E la speranza che nei prossimi mesi la possibilità di incidere sul fronte della crisi più cruenta, quella dei consumi, possa essere dispiegata è la carta che Letta ha deciso di giocarsi.
La dichiarazione di Berlusconi suona perciò come una garanzia che il centrodestra non farà scherzi e che il nervosismo nelle sue fila — non passa infatti giorno senza che Gasparri (“Ma Saccomanni ci fa o ci è?”), Formigoni, Cicchitto non muovano rilievi alla prudenza del ministro dell’Economia — sarà tenuto negli argini usuali della melina da tv.
Molte dichiarazioni inutili, molte parole a vuoto, molte sofferenze finte, molti inviti reiterati.
Berlusconi d’altro canto non ha altre frecce al suo arco. Tra una settimana è annunciato un passaggio cruciale nella sua vita giudiziaria, ma l’evento — che in altri momenti avrebbe aperto scenari di crisi — adesso è tenuto sotto silenziatore.
I fuochi che pure seguiranno alla decisione della Cassazione saranno destinati esclusivamente a una battaglia di posizionamento perchè il Cavaliere ritiene che la sua forza, anche politicamente estorsiva, in questo momento non avrebbe sponde utili e non pagherebbe.
Il governo è sotto l’alto patrocinio del presidente della Repubblica al quale spetta l’ultima parola.
Che in questo caso non sarebbe vicina ai desideri del Cavaliere. Sempre ammesso che Berlusconi desideri una crisi di governo.
Un’ipotesi di scuola alimentata più dalla polemica interna al Partito democratico che da una prospettiva minimamente realizzabile.
Pier Luigi Bersani, che ancora conta molti uomini nel partito, ha deciso di contrastare la strada alla segreteria (e alla premiership) di Matteo Renzi.
La stagione congressuale è iniziata e ai cavilli regolamentari (i soliti: chi far votare, come far votare etc) si aggiunge anche l’avvertimento che dopo questo governo non ci debbano essere per forza le elezioni.
L’ha detto Guglielmo Epifani facendo intendere a nuora che sarebbero possibili grandi manovre antirenziane dentro al fronte grillino.
La spaccatura del Movimento 5 Stelle offre infatti a una parte del Pd di trasformare lo sconquasso nel pattuglione dei cittadini appena giunti a Palazzo in un ardito disegno di alternativa di governo.
I senatori che sono mancati a Bersani a marzo sarebbero — secondo questa lettura — adesso disponibili. E ciò che non è accaduto ieri, potrebbe verificarsi domani.
Fa mostra di crederci Bobo Maroni, un altro che ha gravi problemi in casa (la sua Lega, ridotta al lumicino, è sul punto di implodere): “Avete ascoltato Epifani? à‰ pronto a fare un governo con i grillini”.
Davvero è così? Molti e plausibili sono i dubbi, a iniziare da quello base: chi dovrebbe agevolare questa crisi?
Berlusconi naturalmente si è tirato indietro. Molto meglio stare al governo che all’opposizione. E ieri l’ha detto e validato. Non è pensabile che sia Napolitano a stressare l’esecutivo, nè che Letta e i molti parlamentari del Pd che hanno combattuto ogni ipotesi di alleanza col Movimento 5 Stelle (fino a fare harakiri nella elezione del presidente della Repubblica) ora si trasformino in ribaltatori.
Ma nella calma piatta della politica, nella stasi estiva di un governo che vorrebbe fare ma non può (o non sa) anche una increspatura appare un’onda maestosa.
Antonello Caporale
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Giugno 16th, 2013 Riccardo Fucile
LUI: “NON LE HO TIRATO UNA SEDIA IN FACCIA PERCHE’ E’ UNA SIGNORA”…LEI: “BASTA COI PICCOLI PARASSITI DI PROFESSIONE”
Le frasi: “Non le ho tirato una sedia in faccia solo perchè è una signora”. Oppure: “Sotto il
botox, il nulla…”.
Le risposte: “La politica non è un lavoro e Silvio non è un bancomat, basta con i piccoli parassiti di professione!”.
E ancora: “Bisogna rifondare il Pdl, dobbiamo liberarci di certe facce da baraccone”. E’ tempo di scambi di amorosi sensi dentro il Pdl in disarmo e in via di trasloco. Perchè è proprio in questi momenti di basso, bassissimo impero che emergono i sentimenti più veri tra i vecchi commilitoni dell’ormai ex (ma davvero molto ex) partito “dell’amore”.
Quelle frasi riportate poco sopra sono solo alcune perle degli ultimi, accesi dialoghi che hanno caratterizzato il “confronto interno” tra Renato Brunetta e Daniela Santanchè, arbitro (ma neppure troppo) Fabrizio Cicchitto, regista (attonito) Denis Verdini.
La “rottamazione” interna provoca agitazione e gli stracci volano più facilmente del solito.
Specie ora, a pochi giorni (mercoledì) dal pronunciamento della Cassazione sul legittimo impedimento di Berlusconi nell’ambito del processo Mediaset. Pronunciamento sul quale spera Berlusconi per vedere di fatto annullato l’intero procedimento.
Altra scadenza delicata, fine mese, quando dovrebbe andare a sentenza il processo Ruby (24 giugno).
Appuntamenti che rendono difficile — certo — il sonno del Cavaliere e che si ripercuotono anche sullo stato di salute e tenuta del partito.
I colonnelli di Silvio sono più tesi di lui. Se possibile.
Al momento la linea nei confronti del governo non cambia: le sentenze non avranno ripercussioni sull’esecutivo.
Ma l’incognita transfughi M5S, gli smottamenti interni al Pd e, soprattutto, le mosse di Napolitano in caso di crisi, spingono le ‘colombe’ pidielline a frenare su possibili scenari ‘catastrofisti’, che vorrebbero un Berlusconi tentato dallo staccare la spina a Letta e andare al voto.
Al contrario, i ‘falchi’ — appunto Verdini, la Santanchè, Daniele Capezzone — spingono affinche’ sia il Pdl, prima del ‘ribaltone rosso’, a prendere il toro per le corna e tornare al voto.
Nella sostanza, il caos regna sovrano.
Con un personaggio che si staglia all’orizzonte a rendere ancora più difficile la gestione del gruppo: Renato Brunetta.
Sono giorni, come si diceva, che Daniela Santanchè e Renato Brunetta se le danno di santa ragione.
Ufficialmente, entrambi negano e manifestano “amicizia e stima”. Poi, appena girato l’angolo, lui l’attacca perchè lei aspira a diventare, di fatto, l’amministratore delegato del nuovo “partito azienda” di sua stessa invenzione (lei, imprenditrice, a capo di un partito di suoi pari).
Lei ce l’ha con lui perchè è “un piccolo tiranno” che “gestisce malissimo il gruppo” dove “decide tutto da solo” senza neppure consultare i colleghi su come muoversi sui provvedimenti più delicati.
Persino Raffaeele Fitto, antropologicamente negato per reggere confronti violenti, si è scagliato contro il capogruppo con inusuale foga dopo essere stato tenuto all’oscuro di una mozione pidiellina riguardante l’Ilva di Taranto che Brunetta aveva scritto tutto solo nella penombra del suo studio a Montecitorio.
La rissa è, dunque, pressochè continua, ma la Santanchè è quella che da maggior filo da torcere all’ex ministro.
Le scintille partono facile e lui se ne lamenta direttamente con il Cavaliere.
Che ne ha le scatole piene. Tanto da intervenire sulla Santanchè, presente Verdini: “Renato ha fatto tanto bene durante la campagna elettorale delle politiche — avrebbe detto il Cavaliere,— dovevo per forza dagli qualcosa; farlo capogruppo mi è sembrato il minor male…”.
E, invece, pare di no.
Il personale del gruppo è in rivolta per la “maleducazione” con cui Brunetta apostrofa segretarie e addetti stampa, ma dietro il nervosismo cova rancore vero.
Brunetta sa che se la Santanchè arriverà a ricoprire un incarico di coordinatore al posto di Alfano, per quanto nella sola prima fase della “rifondazione” del Pdl, il primo che finirà nel tritacarne sarà proprio lui.
E lei non vede l’ora di scippare davvero la poltrona ad Alfano per vedersela con “Renatino” e vendicarsi di una serie di torti subiti (a suo dire), come quando l’ex ministro mancò di dare la solidarietà all’amato Alessandro Sallusti all’epoca dei domiciliari per la diffamazione a mezzo stampa.
Un disastro.
Tanto che qualcuno dei più avveduti del Pdl mastica amaro. E ipotizza sfracelli tra i “titani” il guerricciola tra loro.
Come che la storia del “ritorno al passato”, alla “fu” Forza Italia, possa finire anche a carte bollate…
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO IL KO ELETTORALE CRESCE IL MALESSERE NEL PDL…SILVIO PENSA A UN RIBALTONE CON UNA DONNA AL COMANDO
Dice il ministro: «Con Berlusconi non c’è nessun problema. Per noi è come un padre nobile, ci
chiama, ci sta vicino, ci spinge a presentare più proposte possibile. E noi siamo una squadra unita».
Dice il parlamentare di lungo corso: «Nel Pdl è un disastro, il risultato delle elezioni amministrative è stato una catastrofe. In un altro partito sarebbero stati convocati gli organi dirigenti e il segretario si sarebbe presentato dimissionario. Da noi, zero».
Lunedì 10 giugno, mentre le dimensioni del crollo prendevano corpo, sedici a zero per il centrosinistra nei comuni capoluogo al voto, a partire dalla Roma che fu di Gianni Alemanno senza contare la Sicilia ex roccaforte berlusconiana, il Cavaliere ad Arcore riceveva il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo, reggente dell’Anci, l’associazione dei comuni italiani, una delle poche fasce tricolori che ancora può vantare il partito azzurro.
Il sopravvissuto Cattaneo, 34 anni appena compiuti, ha il vantaggio di essere giovane, sindaco e aspirante rottamatore: tre caratteristiche che gli hanno garantito sui media negli ultimi mesi il soprannome di Renzi del centrodestra.
E pazienza se il carisma e la determinazione non sono esattamente gli stessi del collega di Firenze e se un anno fa, al primo rimprovero del segretario Angelino Alfano i rottamatori del Pdl, i formattatori in assemblea a Pavia si riallinearono nel giro di un pomeriggio.
Tanto basta per farlo partecipare al prossimo gioco di società del Pdl, per non morire di larghe intese.
Operazione Renzi, si potrebbe chiamare.
«Dobbiamo trovare un Renzi che ricostruisca il Pdl da capo, un ritorno alla Forza Italia delle origini», si entusiasma la bionda sottosegretaria Michaela Biancofiore, una delle poche a non deprimersi dopo il risultato dei ballottaggi dell’ultima settimana.
«Meglio ancora se donna: una Renzi».
Il Cavaliere, in realtà , avrebbe voluto assoldare l’originale. Non c’è solo il famoso pranzo di Arcore, ormai datato a due anni fa.
E neppure il piano Rosa tricolore, il progetto di rifondazione del partito ideato da Diego Volpe Pasini, l’imprenditore amico di Vittorio Sgarbi che ora figura tra i promotori del fantomatico Esercito di Silvio, l’organizzazione volontaria che dovrebbe difendere l’ex premier dai giudici di Milano, ma anche dai traditori interni: in quelle pagine si sognava che Renzi potesse diventare il capo dei moderati italiani.
Anche il faccendiere Luigi Bisignani nel suo libro racconta che «Berlusconi ha corteggiato Renzi in tutti i modi, nei sondaggi volava».
Ma ora che il sindaco di Firenze è saldamente sul fronte opposto, tra qualche mese potrebbe diventare leader del Pd con una struttura leggera, nel Pdl ci si interroga su chi potrebbe confrontarsi con lui.
Alfano è escluso. Mantiene l’incarico di segretario del Pdl, ma nel partito la sua popolarità è ai minimi storici.
«Macchè Renzi», sbotta un deputato. «Ci accontenteremmo di un Epifani: Alfano non è neppure quello».
Nella sua Sicilia il centrodestra ha perso il sindaco di Catania al primo turno ed è rimasto fuori dai ballottaggi nei capoluoghi di provincia, dopo aver perso nel 2012 nel giro di quattro mesi i comuni di Palermo e di Agrigento (città natale di Angelino) e la regione Sicilia.
Eppure Alfano nel partito e nel governo mantiene intatto un potere che in pochi hanno accumulato prima di lui, nella Prima e nella Seconda Repubblica.
La carta di diventare qualcosa di simile a un Renzi del Pdl è stata giocata quando prima del voto di febbraio il segretario si impuntò per fare le primarie nonostante la freddezza di Berlusconi. «Angelino, lascia perdere, andrai a schiantarti. E più tardi rinuncerai alle primarie, più ti farai del male», gli aveva consigliato bonariamente l’uomo forte del partito Denis Verdini.
È finita bene per l’ambizioso politico siciliano, al Viminale e vice a Palazzo Chigi avendo perso tutte le elezioni, chi meglio di lui?
Difficile però che si possa proporre come volto nuovo del centrodestra in caso di una crisi anticipata del governo Letta e di un nuovo scontro elettorale con il centrosinistra questa volta guidato da Renzi.
Verdini a travestirsi da rottamatore non ci pensa neppure, per fortuna.
Lui con Renzi ha in comune soltanto l’origine toscana. Però si sta intestando il piano più radicale di rottamazione del Pdl attuale. Scritto con Daniele e Daniela, ovvero Capezzone e Santanchè, prevede un vertice (con un presidente, indovinate chi?) e una struttura leggera, in grado di funzionare con poche risorse economiche, in vista di una riforma del finanziamento pubblico dei partiti.
Un mega-comitato elettorale, con un partito ancora più presidenziale di quanto non sia ora, per lasciar affondare i notabili ancora in attività , i Cicchitto e i Gasparri, diventati nel frattempo i più tenaci difensori del modello partito pesante: specularmente ai loro colleghi del Pd, i nemici di Renzi.
A guidarlo ci sarebbe la Santanchè, già nominata due mesi fa responsabile dell’organizzazione del partito, la più dura dopo il risultato negativo delle amministrative: «È la sconfitta di una classe dirigente che non mette un impegno, una dedizione, una passione e soprattutto la voglia di scegliere per il meglio», attacca: «Non so se nel Pdl ci siano falchi e colombe. Di certo io non sono un piccione».
È la Santanchè la Renzi al femminile invocata dalla Biancofiore?
La deputata di Cuneo ci crede: se Berlusconi dovesse fare un passo indietro (o essere impossibilitato a candidarsi per motivi giudiziari) lei sarebbe pronta a rappresentare l’ala movimentista del centrodestra.
Una prospettiva che fa tremare mezzo gruppo parlamentare e quasi tutta la delegazione ministeriale.
Anche perchè l’ascesa della Santanchè coincide con l’atteggiamento sempre più critico nei confronti del governo Letta.
La deputata bombarda sull’assenza di misure sull’economia, è impaziente di vedere i risultati almeno quanto lo è Renzi sul fronte opposto in concorrenza con l’amico-rivale premier Enrico. E la squadra di governo soffre il fuoco amico.
«Che devo dire? Noi lavoriamo, sentiamo l’incoraggiamento di Berlusconi, quello del partito proprio non c’è», ribadisce un altro ministro del Pdl. Anche tra i filo-governativi, però, c’è la convinzione che l’assetto del partito così com’è non basterà ad affrontare le prossime bufere quando arriveranno.
Avanzano altri nomi per la guida del partito: gli ex ministri Raffaele Fitto e Mariastella Gelmini, per esempio, benchè siano stati entrambi sconfitti in casa, in popolosi comuni della Puglia amministrati da anni dal Pdl e a Brescia, la città dell’ex ministro della Pubblica istruzione. Mentre al Sud, in controtendenza, il Pdl ha vinto nella provincia di Salerno (a Scafati, Pontecagnano e Campagna), commissariata da Mara Carfagna.
Nelle settimane tra il primo e il secondo turno l’ex ministro è stata richiestissima per la campagna elettorale anche fuori dalla sua regione, la Campania.
Tutto esaurito per lei a Santa Marinella, sul litorale laziale, e anche in quel caso vittoria nelle urne.
Un pezzo di Pdl guarda alla Carfagna come possibile nome nuovo, anche in virtù di un percorso che l’ha portata a 37 anni a essere donna di partito all’antica, sezioni, tesseramenti, candidature, voti da conquistare, la ruvida quotidianità della professionista della politica molto lontana dall’esordio glamour da copertina.
La stessa che la portò a raccogliere 55 mila preferenze alle ultime elezioni regionali in Campania. Era il 2010, la Carfagna era ministro, Berlusconi passava da un trionfo elettorale all’altro, secoli fa.
Oggi ancora una volta il berlusconismo è chiamato a reinventare se stesso, in vista di settimane infuocate: dopo la sconfitta alle elezioni, sono in arrivo le prime scelte scomode del governo Letta (alzare l’Iva di un punto?) e soprattutto due sentenze decisive (la Corte costituzionale sul processo sui diritti Mediaset, il Tribunale di Milano in primo grado sul processo Ruby), la possibile interdizione e dunque ineleggibilità del Cavaliere.
C’è chi dice che di fronte a una condanna Berlusconi potrebbe essere tentato di schierare in campo l’unica persona di cui si fida davvero per la successione, la figlia Marina, da sempre in prima linea nella difesa del padre dalle accuse giudiziarie.
Sarebbe lei la Renzi donna? Una rottamazione per via ereditaria, una bizzarria.
Ma, in fondo, un’operazione verità : chi sarà il Renzi di Arcore lo stabilirà Silvio.
Marco Damilano
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Giugno 15th, 2013 Riccardo Fucile
LO STRAPPO DI BERLUSCONI NEL PARTITO AGITA I MODERATI
L’abbandono del Pdl marcia spedito.
Ieri è stato firmato il contratto d’affitto della nuova sede, tremila metri quadrati a piazza San Lorenzo in Lucina, la stessa dove aveva lo studio Andreotti.
La sede l’hanno trovata Denis Verdini e Ignazio Abrignani, l’ha scelta Daniela Santanchè.
Il povero Angelino Alfano, che sarebbe il segretario del partito, l’ha potuta visitare soltanto ieri e ha fatto buon viso a cattivo gioco.
Non si trova insomma una Mafai azzurra che scriva «Via dell’Umiltà addio», nessuno versa una lacrima.
Si pensa soltanto ai conti: 720 mila euro di affitto invece di 2 milioni e ottocento mila.
Tanto basta
Ma l’abbandono del vecchio partito e il ritorno a Forza Italia, con Alfano che plaude al «rinascimento azzurro» e prova a intestarsi il cambiamento, nasconde una lacerazione sempre più forte che percorre il partito e i gruppi parlamentari.
Una divaricazione tra moderati e falchi, preludio di abbandoni se le cose dovessero precipitare.
Anzi, come dicono i pasdaran del Cavaliere, la divisione è tra «i traditori del teatro Olimpico» e «i veri berlusconiani ».
Le vecchie appartenenze sono saltate, tutto è in movimento.
Un ex colomba come Raffaele Fitto si trova, ad esempio, in prima fila insieme ai falchi. Alfano ha provato a blandirlo offrendogli di tutto, dall’incarico di vicesegretario a coordinatore, ma non c’è stato niente da fare.
Fitto ha pronta l’arma di una raccolta di firme tra i parlamentari se non gli dovessero dare soddisfazione nella richiesta di una riunione dei gruppi per – di fatto – mettere sotto accusa i ministri del suo partito.
Per capire l’aria che tira basta leggere gli strali sempre più pesanti che arrivano contro Gaetano Quagliariello, il parafulmine del risentimento contro «quelli che stanno al governo».
Ieri Sandro Bondi è arrivato alla minaccia: «Di questo passo Quagliariello finirà per irritare tutti inutilmente». Vecchie amicizie si incrinano.
Anche l’asse un tempo inossidabile tra Renato Schifani e Angelino Alfano ormai è un ricordo. I due non si fidano più l’uno dell’altro e Schifani, fiutata l’aria antigovernativa che ha iniziato a tirare ad Arcore, ha iniziato a indurire i suoi attacchi.
Di mezzo ci si mettono anche i processi del Cavaliere, preoccupato per la decisione della Consulta sul legittimo impedimento.
Berlusconi ritiene che Napolitano non stia facendo quanto in suo potere per influire sui giudici di nomina presidenziale.
Ed è sul punto di esplodere.
Al punto che anche lo scenario elettorale non è più da escludere.
«Un governo – osserva Daniela Santanchè, madrina del nuovo corso – si sostiene se fa le cose, a partire dallo stop di Iva e Imu, altrimenti che ci sta a fare?».
E all’obiezione che ormai si è chiusa la finestra elettorale risponde con un sorriso: «Nel paese che ha avuto due Papi in contemporanea tutto è possibile».
Già , ma come ci arriverà il partito ad eventuali elezioni anticipate?
Di certo il malumore contro l’ipotesi di affidare la futura Forza Italia a una serie di coordinatori- imprenditori (con obiettivi di budget) è grande.
È presto per parlare di scissioni, ma l’area del disagio è in crescita.
Ne fanno parte ex An come Maurizio Gasparri, che invita a «guardare avanti» senza tornare a Forza Italia, Gianni Alemanno, Andrea Augello, Andrea Ronchi.
Ma anche ex forzisti come Fabrizio Cicchitto e Maurizio Sacconi.
Oltre ovviamente ai ministri Pdl che si trovano sulla graticola tutti i giorni.
Pier Ferdinando Casini, apparentemente uscito dai radar, in realtà li aspetta al varco per creare una nuova casa comune che sia la sezione italiana del Ppe.
Agli amici “Pier” ha confidato che sono almeno una decina i senatori Pdl che gli hanno giurato di essere pronti a mollare.
Fuori, ad aspettare i transfughi, c’è anche la piccola casa di Meloni, La Russa e Crosetto.
Ieri La Russa, aprendo le giornate tricolori a Milano (oggi parlerà Tremonti), ha affondato il colpo contro il leader del centrodestra: «Berlusconi è sempre stato una risorsa, ma non è più sufficiente a battere la sinistra, come hanno dimostrato le ultime amministrative. Anche dove ha dato un colpo di reni eccezionale, come alle politiche, non abbiamo vinto ».
Per uno che pensa di fare a meno di Berlusconi ce n’è un’altra che lo vorrebbe persino clonare.
Al microfono di “Un giorno da pecora”, Laura Ravetto ha dato voce infatti a un gossip che sta tornando sulla bocca di tutti, quello della successione per eredità dinastica: «Se si cerca un’alternativa a lui, non la si trova. Se si cerca qualcuno che insieme a Berlusconi possa continuare il nostro progetto, probabilmente ci può essere una donna. Marina Berlusconi? Magari».
Francersco Bei
(da “La Repubblica“)
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Giugno 14th, 2013 Riccardo Fucile
SILVIO VUOLE ARRUOLARE I TOP MANAGER ITALIANI… PER IL COORDINAMENTO PENSA A BERTOLASO
Berlusconi supera se stesso. Spinge la propria vena visionaria a propugnare un nuovo partito
dove i politici saranno tutti estromessi (fin qui fa pari con Grillo), e dove la manovalanza sarà costituita da imprenditori.
Però, attenzione, non piccoli «cumènda» o personaggi da due soldi.
L’ex premier pretende al suo fianco i grandi padroni del vapore, i super-manager, i capitani d’industria.
La crème del capitalismo: Benetton, Montezemolo, Averna, Colaninno senior…
Uno per ogni regione d’Italia, insediati al posto degli attuali coordinatori Pdl. Nella sua idea grandiosa e megalomane, il Barilla o il Tronchetti Provera che mai accettasse di mettersi al suo servizio (ma il primo ha già dichiarato pubblicamente che «non ha interesse a entrare in politica») verrebbe dotato di scrivania e di segretaria.
Dopodichè dovrebbe prodigarsi a raccogliere fiumi di euro sotto lo sguardo sospettoso dei magistrati perchè la politica costa e lui, Berlusconi, confessa ai fedelissimi di non potersela più permettere (in verità si è sempre limitato a sottoscrivere fideiussioni, in pratica non ha mai scucito un cent). Non finisce qui.
A coordinare la Nazionale del «Made in Italy», Berlusconi vuole mettere personaggi svelti e concreti.
Circolano i nomi di Verdini ma soprattutto di Bertolaso, ex boss della Protezione civile.
Il Cavaliere lo considera a ragione il più adatto per scavare tra le macerie del Pdl.
Che una volta rifondato non si chiamerà più così: il balzo nel futuro coincide con il ritorno alla vecchia insegna di Forza Italia, abbandonata per fare posto agli ex di An.
Da settembre, che questi gradiscano o no, tornerà in auge.
L’intero gruppo dirigente è a dir poco attonito.
Colti in contropiede perfino i cosiddetti «falchi», che temevano di avere osato troppo con la loro proposta di partito all’americana basato sul «fund rising», e invece sono stati surclassati dal Capo.
Riconosce Capezzone: «Berlusconi ha spinto ancora più avanti la bandiera dell’innovazione». È andato oltre nel corso della solita cena di Palazzo Grazioli dove intorno al desco erano attesi in 7 ma si sono presentati in 25. Introduzione del padrone di casa sulla gente che detesta i politici, sul Pdl che non lo ha mai convinto davvero, sul dio denaro da soddisfare. E qui l’elenco degli industriali da coinvolgere, snocciolato tra gli sguardi sbalorditi dei presenti. Quando ha citato Averna, per poco Alfano e Schifani non ruzzolavano dalla sedia, visto che il titolare dell’omonimo amaro è politicamente orientato altrove… Marchini non è stato citato, ma aleggiava (sebbene «Arfio» smentisca qualunque velleità di tirarlo in ballo).
Cicchitto, l’unico al quale è consentito contraddire il leader, a un certo punto è esploso: «Ma quali grandi imprenditori! Vicino a noi io conosco solo Briatore… Andrà a finire come l’altra volta, che abbiamo puntato su Montezemolo e ci siamo ritrovati con Samorì», non esattamente la stessa cosa.
Altro vivace scontro più tardi, sempre protagonista il ruvido ex capogruppo, però stavolta con la Santanchè, messa da Silvio a capo dell’organizzazione. «I professori hanno fallito, i tecnici hanno fallito», è convinzione della Daniela, «ora è il momento degli imprenditori, gente che ha un mestiere, che produce e lavora a differenza dei politici di professione».
È stato lì che Cicchitto l’ha mandata a quel paese, «chi fa politica sul serio si fa un c… così dalla mattina alla sera».
Rissa sedata da un discorso della Carfagna, nel contesto apparsa figura di straordinario equilibrio.
Alla fine nulla è stato deciso.
Se ne riparlerà alla prossima cena chez Berlusconi.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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