Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile
LA DELUSIONE DI ALFANO E DEI COLONNELLI PER ESSERE STATI TENUTI ALL’OSCURO
Sono gli ultimi giorni del Pdl, uscito a pezzi dalle amministrative e ora sull’orlo di una crisi di nervi.
Sul partito sta per abbattersi il ciclone Berlusconi.
A luglio la rivoluzione annunciata – il nuovo “predellino” – sarà compiuta.
«Si cambia tutto, non ha più senso tenerlo in piedi così» ripete il Cavaliere alla vigilia del suo rientro di oggi a Roma.
In serata vertice quasi obbligato a Palazzo Grazioli coi dirigenti usciti malconci dalle elezioni romane e da quelle nel resto d’Italia.
Malconci ma malmostosi perchè tenuti all’oscuro del ritorno a Forza Italia messo a punto ad Arcore.
Per nulla convinti, da Cicchitto a Gasparri a tanti altri, della svolta movimentista. Ma il dado è tratto. Il capo ha preferito parlarne ieri pomeriggio a Villa San Martino con Daniela Santanchè, piuttosto che il giorno prima con il giovane sindaco “formattatore” di Pavia Alessandro Cattaneo.
A Roma i suoi brancolano nel buio.
Il nome sarà spazzato via, come il capo desiderava da almeno un anno.
Addio Pdl, ancora aperta l’opzione di un ritorno tout courta Forza Italia.
Di certo, saranno azzerati tutti i coordinatori regionali e locali, che pessima prova hanno dato non solo nelle ultime amministrative, salvo poche eccezioni.
E poi partito «snello », come viene ripetuto, finanziamenti privati da fund raising,abbandono della sede di via dell’Umiltà da fine giugno e trasferimento nei vicini, più piccoli e meno costosi locali di Piazza San Lorenzo in Lucina.
Sono alcune delle indiscrezioni filtrate per una rivoluzione che in realtà sarà molto più ampia.
E che – chi conosce bene il Cavaliere non ne fa mistero – potrebbe essere preludio di un ritorno a breve alle urne, se da qui a fine anno la situazione dovesse precipitare per lui dal punto di vista giudiziario.
Per adesso la linea resta quella del «nessun fallo di reazione» e delle difesa dell’esecutivo.
Ma fino a quando?
Silvio Berlusconi ha poca voglia di aprire dibattiti interni. Torna d’umore nero da Arcore, preoccupato e piuttosto concentrato – raccontano – sui delicati pronunciamenti che lo attendono nelle aule di giustizia da qui alla fine del mese: dalla Consulta il 19 giugno sul legittimo impedimento alla sentenza Ruby del 24 a Milano.
Questa sera ai dirigenti che lo andranno a trovare a Grazioli per un primo vertice e poi domani sera alla cena prevista con i quattro ministri e i (pochi) governatori Pdl, il leader si limiterà a prendere tempo, ad accennare al da farsi, a ribadire la necessità di «cambiare tutto».
Il restyling però è rinviato alle prossime settimane, fine mese o primi di luglio.
Ieri sera il segretario Angelino Alfano ha convocato in via dell’Umiltà lo stato maggiore del partito per fare il punto dopo la disfatta nei Comuni e alla vigilia del ritorno del capo.
Tutto è sospeso.
«Ho consegnato insieme a Verdini e Capezzone questo nuovo modello di partito – racconta la Santanchè, che oggi rientrerà a Roma col presidente – Posso solo dire che a giorni sarà Berlusconi a comunicarlo».
Tracce poi da un’altra fedelissima come il sottosegretario Michaela Biancofiore: «Credo che il Pdl debba restare così e che accanto debba anche nascere Forza Italia. È tempo di rottamare, ma non il nostro leader: il cambiamento nel centrodestra non può essere rappresentato da Cicchitto».
Sulla stessa linea “forzista” Giancarlo Galan. È benzina che fa esplodere un mezzo incendio. Basta ascoltare Fabrizio Cicchitto: «La definizione di un modello di partito non può essere realizzata attraverso un’operazione del tutto verticistica, senza alcun confronto collegiale e collettivo».
E Gasparri contro la svolta movimentista: «Non serve un partito leggero. Serve un partito radicato».
Invano Sandro Bondi prova a frenare invitando a «smettiamola una volta per tutte con la pantomima dei falchi e delle colombe, la nostra debolezza non è l’attuale dirigenza del partito ». Ma tutto ormai sta per saltare per aria. Alimentando ancor più l’insofferenza e la voglia di azzerare da parte dell’ex premier.
«Ho incontrato Berlusconi ad Arcore e non l’ho trovato adirato: era consapevole della sconfitta, imputandola principalmente all’astensionismo » raccontava ieri a Omnibus il sindaco pidiellino di Pavia Alessandro Cattaneo.
Sarà tra i protagonisti della svolta movimentista anche se per il momento glissa: «Il presidente ha in testa la ricostruzione del partito, perchè ormai qualche dirigente è un po’ spremuto».
A Roma in tanti già tremano.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL CO-FONDATORE VOLPE PASINI CHIEDE LE DIMISSIONI DI ALFANO
Il promotore della nuova Forza Italia e co-fondatore dell’esercito di Silvio – la formazione nata
“per difendere Berlusconi dall’attacco giudiziario” – torna alla carica contro la classe dirigente del partito dopo il deludente esito delle Comunali.
“Ho sbagliato quando ho detto che bisognava tirare quattro calci nel sedere a quelli di sinistra che vengono a disturbare i comizi di Berlusconi – dice Volpe Pasini -, i calci vanno tirati ai nostri dirigenti”.
A cominciare da Alfano, di cui l’imprenditore friulano dice: “Se è un uomo, deve subito dimettersi da segretario”.
Dopo la pesante sconfitta alle amministrative, all’interno del Pdl tornano ad affrontarsi i falchi e le colombe.
Ma se molti si limitano a chiedere che Alfano venga affiancato da un altro co-segretario, l’Esercito di Silvio assume una posizione più radicale: via Alfano e rinnovamento radicale.
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Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile
“IL TRAM 8? IO NON L’AVREI INAUGURATO”…”IL PDL ROMANO RIFLETTA, LA CRISI PARTE DAL 2010”
Renata Polverini, almeno lei, nelle file del centrodestra, ha votato?
«Certo che ho votato, sia 15 giorni fa sia ieri. Lo considero un dovere inderogabile. E aggiungo: come è bello stare insieme quando si vince, così si dovrebbe fare se si perde. Cosa che non sempre, dalle nostre parti, accade…».
L’ex governatrice del Lazio, dimissionaria 9 mesi fa per lo scandalo delle «spese pazze» in Regione, oggi deputata, parla schietto.
Invoca una «grande riflessione» nel Pdl romano e laziale.
Picchia duro contro la «smania correntizia». Non lesina critiche a Gianni Alemanno.
E se avessimo scelto la Meloni, vagheggia…
Partiamo dal «cappotto» che vi ha rifilato il centrosinistra o dal 55% di romani rimasti a casa?
«Ma no, la sconfitta è talmente pesante che è inutile che ci nascondiamo dietro l’astensionismo. In maggioranza sono stati i nostri elettori a non votare. E così il centrodestra ha sprecato una grande occasione, mi auguro non irripetibile».
Lo smottamento è partito dal caso di «Batman» Fiorito?
«Sicuramente quello per noi è stato un problema, in tutto il Paese: il messaggio, devastante, è arrivato ovunque. Ma quando i sindaci uscenti vengono tanto penalizzati è segno che c’è dell’altro».
Intanto non sarà che è mancato Silvio Berlusconi? L’ex premier si è speso poco, giusto qualche intervista sulle tv locali.
«Ah, certo… La premessa è che se non c’è Berlusconi la proposta del Pdl perde fascino. Chi vedeva in lui una figura debole oggi farebbe bene a ricredersi definitivamente».
Però?
«Però c’è anche la questione, enorme, del centrodestra romano, che ho toccato da vicino perchè parte dal 2010, quando non fu presentata la lista Pdl alle regionali da noi vinte lo stesso. Quella vicenda, gestita malissimo, ha provocato effetti a catena, come la composizione di un consiglio e di una giunta dai profili meno alti, e analogamente la necessità per Alemanno di tenere in equilibrio le varie componenti».
E Gianni dove ha sbagliato?
«Mmh…»
Suvvia. Lista troppo lunga?
«Beh, non dimentichiamo che per i sindaci gli ultimi 3 anni, con il calo delle entrate dovuto ai tagli dei governi nazionali, sono stati drammatici».
Dopodichè?
«Dopodichè Alemanno nel 2008, quando non si aspettava di vincere, forse non ha avuto il coraggio di circondarsi di figure di peso, anche perchè i leader che potevano sostenerlo erano stati traghettati in Parlamento. Secondo: venendo lui da esperienze nazionali, ha pensato che la vera sfida fosse dare alla città lo status di Roma capitale, che però è solo un marchio. La gente nel sindaco vuole innanzitutto una persona che ce la metta tutta su temi come periferie, buche, traffico, casa, trasporti».
A proposito di temi concreti: il lavoro. Quanto ha pesato sulla sconfitta la Parentopoli Ama-Atac?
«Pure su questo è inutile che ci prendiamo in giro: brutta vicenda. Ma credo che lui l’abbia capito».
Anche l’inaugurazione del nuovo capolinea del tram 8 a piazza Venezia, poche ore prima del ballottaggio, poteva essere evitata?
«Guardi – ride – non è per scusarlo, ma io da Botteghe Oscure ci passo spesso: quest’anno è piovuto, gli operai erano fermi, quindi il ritardo nel lavori è giustificato… Però forse voleva chiedermi se io l’avrei inaugurato lo stesso, il tram, sotto elezioni?»
Esatto.
«No, alla vigilia del voto no. Al massimo avrei annunciato che era pronto».
La mobilitazione del voto cattolico non è bastata?
«Mah, lo dico sempre: dentro l’urna le persone sono sole. I valori sono importanti, il tema della vita fondamentale, però dal sindaco, che ci piaccia o no, la gente si aspetta che risolva i problemi di tutti i giorni».
Se aveste candidato Giorgia Meloni?
«Certo, un messaggio di novità poteva essere utile… Ma mica si può impedire a un sindaco uscente di riproporsi. Se avessero fatto una richiesta del genere a me, non l’avrei trovata elegante».
E adesso da dove riparte il centrodestra, che un anno fa aveva Pisana e Campidoglio e oggi neanche la consolazione di un municipio?
«È urgente aprire una grande riflessione a Roma e nel Lazio. Dobbiamo guardarci in faccia, smetterla con la smania delle correnti che penalizzano tutti. Bisogna serrare le fila, e lo dico io che quando ho passato il peggior periodo della mia vita, pochi mesi fa, vicino a me ho sentito il partito nazionale, Berlusconi, Alfano, Lupi, ma, per il resto, lasciamo perdere…».
Fabrizio Peronaci
(da “La Stampa”)
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Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile
IL PDL ALZA IL TIRO MA SENZA ROMPERE: NON SE LO PUO’ PERMETTERE
E ora Silvio Berlusconi teme la tempesta perfetta.
Per questo si è tenuto alla larga da ogni commento sulla debacle amministrativa, sebbene il suo umore venga descritto come nero davvero.
Non una parola, non una nota.
Anche perchè, non avendoci messo la faccia in campagna elettorale, non è stato difficile sottrarsi nel giorno più difficile.
Lascia ad Alfano il compito di dare a Enrico Letta una rassicurazione( “Il governo di larga coalizione — dice il ministro dell’Interno in un’intervista al Foglio vive obiettivamente oltre il perimetro delle battaglie amministrative parziali) e un avviso (“Letta dia una missione al governo invece di discolparsi con Repubblica”).
Significa che il Pdl alzerà il tiro, ma senza rompere.
La verità è che la botta fa male, e non poco.
Mai il Pdl ha registrato una sconfitta di questa entità . Ovunque. È stato un cappotto.
E se — paradossalmente ma neanche troppo — la sconfitta più pesante era la più annunciata, quella di Roma, il termometro della disfatta è Brescia, Treviso, tutto il nord diventato per il Pdl una terra straniera.
Per non parlare della Sicilia, patria di Alfano, dove il segretario del Pdl sono anni che colleziona sconfitte ai limiti dell’umiliazione.
Ma più della dissoluzione di un partito che, di fatto, non esiste quando non è chiamato al solito e ventennale referendum sul suo Capo, può la paura.
Perchè è proprio vero che al peggio non c’è mai fine.
Lo spiega un ex ministro: “Berlusconi non può e non vuole far cadere il governo, perchè a questo punto è chiaro che un’altra maggioranza coi grillini la fanno in una notte. Ma sa anche che il voto dà più potere alla sinistra, che ha già lanciato un’Opa sul governo e le procure faranno il resto”.
Eccola, la tempesta perfetta.
È la classica situazione in cui indietro non si può tornare e avanti è difficile andare.
Come un ritornello, il Cavaliere ha ripetuto ai suoi che sui provvedimenti del governo il Pdl sarà intransigente — Imu, Iva Equitalia — e che non accetterà un compromesso al ribasso, nè lascerà al Pd il bandolo dell’iniziativa.
Ma al tempo stesso ha raffreddato gli animi di quei falchi che vorrebbero alzare il tiro fino a rompere con Letta.
La parola d’ordine è minimizzare, separare il voto amministrativo dal governo, non cedere ai nervi, che pure sono scoperti.
Per questo tutto lo stato maggiore del Pdl si limita, almeno ufficialmente, a dichiarare l’ovvio. Cioè che senza Berlusconi il Pdl non esiste, e che le amministrative hanno una dinamica diversa da quelle delle politiche.
Mariastella Gelmini affida all’HuffPost un distillato di buonsenso: “E’ chiaro che l’astensionismo penalizza più noi, e ci penalizza il secondo turno rispetto al primo. Fattori a cui aggiungere il fatto che la Lega dimezza i voti al nord e una questione settentrionale tutta da reintepretare e che richiede risposte. Ma più di tutto è mancato, senza Berlusconi, un messaggio comunicativo forte”.
Già , senza Berlusconi. Il Pdl pare una pentola in ebollizione.
Con mezzo partito che a questo punto vuole una “rivoluzione”.
Per i falchi come Denis Verdini e Daniela Santanchè così non si può andare avanti.
Con Alfano che cumula tre incarichi — ministro, vicepremier, segretario del Pdl — il partito è acefalo.
Sono parole che annunciano settimane complicate quelle con cui Daniela Santanchè inonda i media per un pomeriggio: “Dobbiamo capire cosa dobbiamo cambiare al nostro interno. Questa volta non è colpa di Berlusconi se non abbiamo vinto ma più del partito e dei suoi dirigenti”. Dall’altro lato, la nomenklatura vicina ad Alfano — Cicchitto, Gasparri e i vari artefici della sconfitta di Roma – invoca la costruzione di un partito vero, come ai tempi delle primarie.
Come sempre il dibattito è destinato a durare, e non poco. Perchè nel partito acefalo se tocchi una casella cade tutto.
Anche se stavolta assicurano che il Cavaliere è determinato a cambiare, se non altro perchè si è stufato di cacciare quattrini.
Saranno i costi a dettare la riorganizzazione, e non viceversa.
Alessandro De Angelis
(da Huffingtonpost.it)
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Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile
GASPARRI: “I NUMERI SONO CHIARI”… SALVINI: “BATOSTA SALUTARE”
Il centrosinistra vince ovunque. E di conseguenza il centrodestra perde. 
Il centrosinistra festeggia, riporta le proprie bandiere in Campidoglio e in piazza della Loggia, ovvero nei palazzi comunali di Roma e di Brescia, dove la parentesi pidiellina è durata una sola legislatura.
E strappa agli avversari alcune delle sue roccaforti storiche: Imperia, la città di Claudio Scajola; Viterbo, feudo democristiano fino agli anni Novanta (fu sindaco anche Giuseppe Fioroni, oggi uomo di punta del Pd) e poi territorio di conquista per Alleanza Nazionale; Treviso, uno dei primi capoluoghi conquistati dalla Lega Nord proprio con il sindaco-«sceriffo» Giancarlo Gentilini che ora parla di «fine di un’era».
«VINCIAMO SOLO CON BERLUSCONI»
Le dichiarazioni ufficiali dei vertici del partito sono arrivate a quasi tre ore dalla chiusura dei seggi, quando il quadro era ormai chiaro e definitivo.
«I risultati elettorali del secondo turno confermano che, quando vince, il Pdl vince grazie al carisma e alle qualità politiche del presidente Silvio Berlusconi» commenta il coordinatore Sandro Bondi, coordinatore del partito.
Che aggiunge un’autocritica: «Senza un confronto all’interno del Pdl, fondato sulle idee, da parte di persone capaci di testimoniarle credibilmente, con onestà e un’autorevolezza non riflessa, il nostro movimento non sarà mai in grado di produrre candidati vincenti perchè dotati di una forza propria».
Maurizio Gasparri, che ha fatto parte del comitato a sostegno di Alemanno, non ci gira attorno: «Il risultato – ha commentato a caldo – è negativo sulle varie piazze chiamate al voto. Prendiamo atto di questo risultato e proseguiremo la nostra azione politica. Non faremo come ha fatto Bersani che ci ha messo dei giorni per prendere atto dei numeri. I numeri sono chiari ma rivendichiamo quanto abbiamo fatto».
«UNA BATOSTA PUO’ FAR BENE»
Dal fronte leghista parla invece il vicesegretario Matteo Salvini: «Ogni tanto una batosta può far bene, a Brescia e Treviso abbiamo sbattuto la faccia contro il muro – ha detto – ma sono ottimista per il futuro».
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO L’ENNESIMA GAFFE, ALESSANDRO BERTOLDI, 19 ENNE COMMISSARIO PROV. PDL DI BOLZANO, AVRA’ LA SORELLA DELL’AMAZZONE COME TUTOR
La «tata» di Alessandro «detto Berto» Bertoldi, il diciannovenne commissario provinciale del Pdl altoatesino, avrà da lavorare.
Non c’è settimana, infatti, che il pulcino-plenipotenziario imposto al partito dalla mamma chioccia Michaela Biancofiore, la bionda amazzone berlusconiana sottosegretario alla Pubblica amministrazione, non finisca sui giornali per qualche polemica.
Prima di invocare l’altro ieri la revoca della scorta per Roberto Saviano («Ci sarebbero una decina di uomini in più a garantire la sicurezza dei cittadini e a lottare contro mafie e droghe») il giovine rampollo si era già segnalato per varie sortite.
Della fondazione dell’armata azzurra (modulo d’accesso: «Dichiaro di volermi arruolare nell’Esercito di Silvio per difendere il presidente Berlusconi e combattere al suo fianco la Guerra dei Vent’anni…») si era già parlato.
Di altre meno. Immeritatamente.
Collocato imberbe sul (piccolo) trono come il Caro Leader Kim Jong-un (adorato dai biografi quanto il venerato nonno: «Durante l’infanzia, grazie al suo acuto spirito d’osservazione, comprese il motivo per cui la gallina, quando beve, scrolla la testa verso l’alto…»), il baby-commissario pidiellino pensa già in grande.
E prima ancora di dare (prossimamente) l’esame di maturità all’istituto Marie Curie di Pergine Valsugana, si muove già a suo agio tra i grandi del mondo.
E sulla sua pagina Facebook e il sito «aleberto.wordpress.com» ha già consegnato ai posteri preziosi dettagli della sua innata umiltà .
Apprendiamo che da sempre è «impegnato per la causa della liberazione di Cuba dal castrismo-comunista».
Che ha mandato al premier di New Delhi Manmohan Singh una lettera vibrante d’indignazione («Credevamo l’India fosse una nazione moderna anche dal punto di vista politico, democratico e giudiziario, probabilmente sbagliavamo…») con la richiesta di scarcerare subito i due marò: «Avete mancato più volte di rispetto all’intero Popolo italiano senza nemmeno una ragione valida…».
Che «ha sostenuto alle recenti elezioni presidenziali russe Vladimir Putin direttamente anche attraverso convegni ai quali ha partecipato all’estero e in Italia e infine ha smentito ogni tipo di broglio».
«Un paio di mesi fa», ride l’ex parlamentare pidiellino Giorgio Holzmann, nemico acerrimo dell’amazzone e tra i primi a sbattere la porta, «l’amico “Berto” si è spinto a scrivere: “Ho appena rilasciato un’intervista ad Al Jazeera e adesso sento il bisogno di rilassarmi col mio cagnolino”. Fantastico!».
Va da sè che quando dei poliziotti irrispettosi l’avevano infastidito chiedendogli i documenti durante un viaggio in Germania, li aveva fulminati con tutti i parenti: «Ho avuto definitivamente la conferma del fatto che i tedeschi germanici siano un popolo barbaro ed inferiore… A Roma direbbero: pidocchi rifatti».
Una tesi che si richiamava a antiche ostilità , come quelle raccolte in un libro del 1915 dal titolo «Gli unni e gli altri», che portava in copertina uno scimmione con l’elmetto del kaiser.
Ostilità alle quali i germanici risposero ad esempio con un manifesto del 1916 dal titolo: «Wir Barbaren!» (Noi barbari!). Dove si mettevano a confronto sui numeri coi principali Paesi europei: dall’alfabetizzazione alla pubblicazione di libri, dalla spesa per la scuola ai premi Nobel e all’assistenza ai vecchi e ai malati.
Per non dire del richiamo ai tanti geni nati dai «barbari e inferiori»: da Kant a Goethe, da Dà¼rer a Beethoven e a Gutenberg…
Sbattuto in prima pagina sulla Bild («un clown di seconda generazione») Bertoldi aveva rincarato: «Ciò che hanno, i tedeschi lo hanno imparato da noi ed il resto lo hanno copiato male. Gran poca cultura e civiltà , scarsa accoglienza».
Sicuro che non fosse un giudizio un po’ frettoloso? «È la quinta volta che vado in Germania, credo ormai di poterlo dire». Testuale.
A quel punto, perfino la protettrice che in questi mesi l’aveva difeso come una tigre dai mugugni interni anche dopo i risultati elettorali del 25 febbraio (6,66% al Pdl altoatesino «biancofiorizzato» alla Camera contro il 14,3 del 2008) aveva dovuto precisare: «Alessandro ha sbagliato perchè a causa della giovane età reagisce ai soprusi con l’incoscienza tipica di un ragazzo della sua età , dimenticando che ricopre un ruolo politico di rilievo…».
Retromarcia del commissario infante: «Credo davvero di aver esagerato nei miei giudizi nei confronti della Germania e dei tedeschi…».
Ma tranquilli: la «tata», come dicevamo, è al lavoro.
E che «tata»! Per fare crescere il «suo» plenipotenziario Bertoldi e trasformarlo da Bertoldino in Cacasenno, nel senso stavolta di emanatore di saggezza, l’«on. Ss. Biancofiore» (così si firma) gli ha affiancato come «tutor» (insieme con Giovanni Morello, responsabile provinciale della propaganda) una persona di sua assoluta fiducia. Sua sorella.
Si chiama Antonella Biancofiore, fa la preside delle «Marcelline» ed è stata presentata dall’ Alto Adige come «un mix tra Sos Tata e la signorina Rottenmeier di Heidi» nonchè «esperta di materie economiche».
Allo stesso giornale, che le chiedeva conto della faccenda piuttosto eccentrica dei «tutor» (è raro che il commissario provinciale di un partito abbia delle balie) la prof ha spiegato in una intervista irresistibile: «Gli darò delle lezioni. Cercherò di capire quello che sa e quello che non sa e dove intervenire. D’altronde, è il mio mestiere».
Ma incoronare quel ragazzo senza un minimo di esperienza, le ha chiesto il cronista, non sarà diseducativo?
«Di questo non deve parlare con me. Non l’ho nominato io». «Certo, è stata sua sorella…». «So che è stata una decisione condivisa. Ma non m’intrometto. Il mio è un ruolo puramente tecnico»…
Primo obiettivo, ha spiegato, far leggere all’alunno-commissario «la Costituzione italiana. Da lì non si scappa. Deve impararla a memoria».
E poi? Compitini per le vacanze: «Da Keynes in avanti…»
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere dela Sera”)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
“QUI STA VENENDO MENO IL PRINCIPIO DELLA LEALE COLLABORAZIONE TRA POTERI”
«Il ritorno al voto? Ma è nelle cose fin dal primo momento. Dal giorno in cui si sono chiuse le urne
a febbraio. Il governo del quale faccio parte sta operando bene, sia chiaro. E Berlusconi ci dice in privato, come sostiene in pubblico, che le sue vicende vanno tenute distinte dai destini dell’esecutivo. Però… ».
Però, onorevole Michaela Biancofiore, amazzone e fedelissima del Cavaliere prima ancora che sottosegretario…
«Però, il Pdl ha un suo pensiero autonomo e potrebbe decidere, per affetto, di reagire in difesa del presidente Berlusconi, sfidando anche le sue resistenze. Di finestre per tornare al voto, se si vuole, se ne trovano anche in autunno. Il 27 ottobre ad esempio si riaprono le urne in Trentino Alto Adige».
Facciamo un passo indietro. Che succede dopo il 19 giugno se anche la Consulta darà torto a Berlusconi sul legittimo impedimento? Il governo rischia?
«Vedremo. Noi andremo dove lui ci dirà di andare. E quando dico noi, intendo noi berlusconiani “termopiliani”, berlusconiani eroici che di fronte al tentativo di annientare il loro capo rispondono ai vari Serse che ci intimano di gettare le armi: “Molon Labè”, “Venitele a prendere, se ne siete capaci!”»
Perchè poi ci sarebbero i non «termopiliani», giusto?
«Ma sì, gli altri disposti a continuare la loro vita politica, legittimo. Non noi».
Tentativo di annientare Berlusconi, dice?
«L’accerchiamento giudiziario al quale stiamo assistendo, lei come lo chiama? Noi Guerra dei Vent’anni».
Certo, come altro chiamarlo. Pretendete anche che il Colle e la Consulta intervengano, giusto?
«Qui è venuto meno il principio cardine della leale collaborazione tra poteri. Ricordo che a suo tempo Berlusconi era il potere esecutivo E quando quel principio viene meno, lo stato democratico entra in crisi. E se certa magistratura si fa potere di contrasto politico, allora occorre che qualcuno intervenga affinchè non ci sia un giudizio contra personam».
Ma poi, intervenire per fare cosa? Bloccare le sentenze?
«Sia chiaro: io non mi permetto di dire che il Quirinale dovrebbe intervenire. Ma di fronte a una così persistente persecuzione giudiziaria con finalità politica, visto che prima del ’94 Berlusconi non aveva mai ricevuto alcun avviso di garanzia, vorrei che qualcuno facesse semplicemente rispettare il diritto, ecco. Qui siamo alle congetture, al gossip, di violazioni vere, di prove non c’è traccia mentre i delinquenti veri sono a spasso».
E in caso di interdizione del capo, al termine del processo Mediaset?
«Vogliono questo? Bene. Sarebbe la classica vittoria di Pirro. Nessun potrà impedire a Berlusconi di fare politica fuori dal Parlamento. E il ripristino del simbolo di Forza Italia, che incarna ancora la rivoluzione liberale berlusconiana, segnerà il ritorno al partito movimentista, popolare. La rivoluzione liberale non si ferma ».
(da “la Repubblica“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
SANTANCHÈ MINACCIA LO SCIOPERO FISCALE SE LA CONSULTA NON LO ASSOLVE… INTANTO A CASA DEL GIUDICE COSTITUZIONALE MAZZELLA RIPARTONO LE CENE
Prologo, alle 19 e 40 di ieri sera.
Daniela Santanchè al telefono: “Se salta il legittimo impedimento salta tutto? Cazzate. Qui il problema non è la tenuta del governo ma il fatto che vogliono uccidere il nostro leader per via giudiziaria. Berlusconi è uno statista, non farà mai una vendetta per i suoi guai giudiziari ma noi abbiamo un popolo che è pronto a schierarsi con lui, a non foraggiare più questo Stato. Mi guardi tra un po’ a Otto e mezzo, sto andando a La7”.
Meno di un’ora dopo, al programma di Lilli Gruber, presente anche Marco Travaglio, la Santanchè smentisce di essere un falco o una colomba, nè tanto-meno una pitonessa (copyright Il Foglio) e traccia la nuova frontiera di combattimento del Pdl: “Uno sciopero, una ribellione fiscale dei moderati contro l’accerchiamento giudiziario del nostro leader. Gli otto milioni di moderati che hanno votato Berlusconi certo non andranno a spaccare le vetrine, ma reagiranno”.
Propaganda? Depistaggio dalla presunta trattativa in atto per “garantire” B.? O altro ancora?
L’unica certezza è che la deputata del Pdl, considerata leader dei falchi berlusconiani con Verdini e Brunetta è reduce da un fine settimana di lavoro a Villa La Certosa, la reggia sarda del Cavaliere.
La sua uscita è concordata e serve anche ad attutire se non azzerare le voci insistenti sulle ritorsioni politiche minacciate da alcuni esponenti del Pdl, a partire da Alfano (ricevuto al Quirinale lunedì scorso) qualora la Consulta dovesse bocciare il legittimo impedimento per il processo Mediaset.
La linea della Santanchè è la stessa di Niccolò Ghedini, avvocato e parlamentare di B. che ieri ha detto ad alcuni colleghi di partito in cerca di chiarimenti, nelle ore a caldo della motivazione del processo per l’affaire del nastro Fassino-Unipol: “Sulla sentenza della Consulta io sono pessimista, la Corte Costituzionale ha sempre dato torto a Berlusconi ma non c’è alcun legame con il campo del governo e delle riforme. E poi noi noi puntiamo tutto sulla Cassazione per Mediaset. Lì abbiamo delle carte robuste da giocarci”.
Insomma, tutti negano lo scambio tra tenuta del governo e la salvezza di B. E chi ha sondato il capo dello Stato in queste ore rivela: “Il Quirinale è solo uno spettatore di questa vicenda, non c’è alcun salvacondotto possibile e Alfano lo sa perfettamente, ammesso che abbia davvero minacciato di far saltare tutto. In questo momento, nel Pdl cercano di coprirsi la ritirata a causa delle lotte interne e del probabile no della Consulta al Cavaliere”.
In ogni caso l’umore di B. ieri sera a Roma, quando ha visto i vertici del Pdl, era sempre cupo: “La mia pazienza ha un limite”. Non solo.
Le minacce del Pdl alla Corte costituzionale stanno provocando molto fastidio e tanta irritazione tra gli alti giudici.
Più di un mese fa, il filo conduttore del rinvio della sentenza che riguarda Silvio Berlusconi e il processo Mediaset è stato “l’opportunità politica”.
Siccome c’erano le consultazioni per il governo Letta si è cristallizzata una camera di consiglio a un passo dalla decisione.
Così il verdetto atteso per il 24 aprile sarà , invece, emesso il 19 giugno.
Nella Corte, poi, c’è anche una fibrillazione interna: a metà settembre scade il mandato del presidente Franco Gallo che è stato nominato 9 anni fa dall’allora capo dello Stato Ciampi.
Chi sarà al vertice della Consulta che, investita dalla Cassazione, se non ci sarà una riforma parlamentare , dovrà pronunciarsi sul “Porcellum”?
C’è un giudice che sogna di essere il designato: Luigi Mazzella, attuale vicepresidente (scade a fine giugno 2014). È il giudice che nel maggio 2009, a pochi mesi dalla decisione della Corte sul lodo Alfano (bocciato per 9 a 6 come ha rivelato il Fatto) invitò nella sua casa romana non solo il collega Paolo Maria Napolitano ma anche Berlusconi, premier e parte in causa, il ministro della Giustizia Angelino Alfano, il sottosegretario Gianni Letta e il presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini.
Nè Mazzella nè Napolitano hanno mai pensato alle dimissioni, anzi hanno rivendicato la legittimità di quel banchetto.
Mazzella è giudice che ama molto i convivi. E nella sua bella casa è un periodo di ricevimenti, tanti.
Gli inviti comprendono anche eminenti politici di centrodestra.
L’aria che tira per Berlusconi nella Corte costituzionale non sarebbe buona.
La Consulta sarebbe orientata a dare torto all’ex premier che ha sollevato conflitto di attribuzione contro i giudici di primo grado del processo Mediaset perchè il primo marzo 2010 non gli riconobbero un legittimo impedimento.
Era stato aggiornato un consiglio dei ministri dal venerdì 26 febbraio proprio al lunedì mattino primo marzo, giorno in cui, da un mese e mezzo, i giudici, d’accordo con la difesa, avevano fissato udienza.
Anche se la Consulta dovesse dare ragione a B., questo però non vuol dire che verrebbe azzerato il processo e quindi la condanna.
La Cassazione, l’unica legittimata ad esprimersi sulle conseguenze dell’eventuale sentenza della Consulta, potrebbe annullare esclusivamente quell’ordinanza “incriminata” anche perchè in quell’udienza del marzo 2010 furono sentiti testi ininfluenti ai fini dell’esito processuale, cioè della condanna per frode fiscale a 4 anni (3 indultati) e a 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Ed è la Cassazione quello che preoccupa veramente il Cavaliere, quella che vorrebbe blandire o minacciare.
Nelle sue mani ci sarà la decisione definitiva sul processo Mediaset, con il rischio di non potersi pù candidare, e quella sul lodo Mondadori.
Fabrizio d’Esposito e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile
“IL PDL DOVRA’ ADEGUARSI AL PREDELLINO BIS”…PROGETTO VERDINI: COORDINATORI “A BUDGET”, CONFERMATI SOLO SE RACCOLGONO FONDI
È il piano B del Cavaliere per tornare al voto a ottobre. 
I segnali si moltiplicano di giorno in giorno, non c’è altro tempo da perdere, le motivazioni Unipol si sommano a tutto il resto.
“Ormai è un cerchio che si stringe e il Pdl deve adeguarsi alla svolta, a quel che ci attende” dice un Silvio Berlusconi assai cupo al cospetto di falchi e colombe tornate a sedere allo stesso tavolo.
Il suo: primo vertice notturno a Palazzo Grazioli dopo dieci giorni di blackout del capo, rientrato solo ieri a Roma.
Trascorre il pomeriggio a registrare spot e interviste alle tv locali per sostenere Alemanno al ballottaggio.
Ma la testa dell’ex premier corre altrove. Al giudizio del prossimo 19 giugno alla Consulta sul legittimo impedimento nel processo Mediaset, alla sentenza Ruby del 24. “È evidente che la tregua non sta reggendo” ripete ai suoi interlocutori.
Al vertice ci sono il coordinatore Verdini, il segretario Alfano, i capogruppo Brunetta e Schifani, compare Gasparri.
Ma non Sandro Bondi, a sorpresa, benchè invitato e in odor di rientro nei panni di coordinatore (dismessi un anno fa). “Non vado per evitare che la mia presenza venga strumentalizzata” fa sapere il dirigente che Alfano e altri “governativi” rivorrebbero ai vertici per compensare lo strapotere di Verdini in via dell’Umiltà .
Anche di queste frizioni interne il Cavaliere si cura poco o nulla.
“Avete letto le motivazioni Unipol? Io, l’uomo più intercettato d’Italia, divento l’unico condannato per la pubblicazione di intercettazioni” è il solo sfogo che si concede sulla vicenda.
Per il resto, lascia che per tutto il giorno siano i parlamentari Pdl a menare fendenti con toni sempre più pesanti.
Per Berlusconi, “è l’ennesima prova dell’accanimento per eliminarmi dalla scena politica”. E siccome i vertici istituzionali dai quali si attenderebbe un segnale, Quirinale in testa, tacciono, ecco che il Cavaliere non fa più mistero di prendere in considerazione l’ipotesi di un ritorno alle urne entro l’anno, in autunno.
Gli consentirebbe, spiega, di affrontare la sentenza di Cassazione e l’eventuale interdizione dai pubblici uffici da presidente del Consiglio.
E, a quel punto, innescare un conflitto di attribuzioni. Scenario da Armageddon, scontro aperto tra poteri dello Stato.
Scenario da brividi, visto dal Colle. Tant’è che il leader Pdl a tutti spiega come l’unico ostacolo al suo “Piano B” sia proprio in cima al Quirinale, convinto com’è che difficilmente Napolitano scioglierebbe le Camere anche in caso di crisi del governo Letta.
“L’esecutivo per ora va avanti, ma fatevi sentire su Iva, Imu e quant’altro” dice in serata al vicepremier Alfano. Ma tutto resta più che mai sospeso.
Tant’è che nella testa di Berlusconi – e nella macchina organizzativa che fa capo a Verdini – si lavora già a un nuovo partito, leggero, movimentista.
È stato proprio Denis Verdini a illustrare ai commensali in serata il progetto del quale lui, la Santanchè e Capezzone hanno parlato nel week end in Sardegna col leader.
È il modello di partito “a farfalla”, che riapre le ali giusto alla vigilia del voto.
Ma la vera novità , che ha lasciato di stucco a Palazzo Grazioli e fuori, è la creazione dei “coordinatori regionali a budget”.
Partiti senza più finanziamenti pubblici e allora – è il piano Verdini che piace al capo – ecco che i responsabili regionali d’ora in poi avranno una missione: racimolare un tot di finanziamenti privati.
E saranno riconfermati al loro posto solo se il budget sarà centrato.
Segretari-lobbisti, quasi. Una svolta senza precedenti per un partito italiano.
Per il resto, partito leggero che punterà molto sul web per le campagne e dirigenti locali e nazionali ridotti al minimo (come sedi e dipendenti, del resto).
Il Pdl è schierato a testuggine in difesa del presidente.
Daniela Santanchè ieri sera a Otto e mezzo è arrivata a ipotizzare lo “sciopero delle tasse degli otto milioni che hanno votato per Silvio” come possibile reazione alle condanne.
Ma ormai anche una moderata come la Gelmini va dichiarando che “la responsabilità ha un limite”.
Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica”)
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