Giugno 4th, 2013 Riccardo Fucile
“TRA PDL E PD SIAMO IN PIENA LUNA DI MIELE, UN MATRIMONIO CON COMUNIONE DEI BENI”….”LA PAROLA D’ORDINE E’ CONDIVISIONE IN ARMONIA, SI SOCIALIZZA ANCHE FUORI DEL PARLAMENTO”
Cenette, cortesie e occhiolini: la quotidianità degli onorevoli Pd e Pdl, ora che l’inciucio si è
consolidato, è fatta di piccoli gesti e premure reciproche.
Sia fuori che dentro il Parlamento.
“Vanno d’amore e d’accordo — racconta il deputato a Cinque Stelle Ivan della Valle — per esempio, durante le votazioni, si fanno segnali con le dita.
‘Siete favorevoli? ‘, sussurrano. Pollice alzato e nessuna polemica”.
L’episodio più esplicito, racconta l’esponente pantastellato, c’è stato quando il Pdl ha dovuto votare un emendamento proposto da Fratelli d’Italia: “Hanno avuto un attimo di crisi, non sapevano che fare. Poi il capogruppo Pdl ha telefonato a quello del Pd, e trenta secondi dopo si è alzato urlando: “Siamo contrari anche noi! ”.
E a lodare la serenità nata dalle larghe intese c’è anche una sostenitrice inaspettata, la senatrice Alessandra Mussolini.
Che non rimpiange affatto i tempi in cui i due partiti erano su fronti opposti, “anche perchè io critico comunque chi mi pare. Adesso si sta benissimo, non c’è più il clima di sospetto di prima, nessun sorvegliato speciale”.
Onorevole Mussolini, si sente la differenza da quando c’è il governissimo?
Eccome! Sembra che non siamo mai nemmeno stati avversari, siamo in piena luna di miele.
Addirittura.
Certo, si scambiano tutti sorrisetti, occhiolini, pacche. Ammiccano…Non solo è un matrimonio: è pure in comunione dei beni. Fiducia totale.
Niente più dispetti?
Zero! Non ci facciamo più sgambetti in commissione nè proposte di legge che in realtà sono pugnalate, per arrivare primi o per fregare qualcuno. Ora discutiamo di ogni cosa.
Al bando tutto ciò che è “divisivo”, dunque?
Esatto, la parola d’ordine è condivisione. In armonia. E ci riusciamo benissimo.
Non sembra neanche lei, a parlare.
Invece io in questa realtà sono a mio agio. Ci sono colleghi ancora un po’ disorientati, ma in fondo basta accettare il fatto che ormai stiamo insieme, noi e loro.
Per la verità sono pochi i parlamentari che si lamentano: ai più l’inciucio viene naturale.
Tra di noi infatti, in linea di massima, è tutto chiaro. Mi trovo in imbarazzo solo davanti ai giornalisti.
E perchè?
Vi ostinate a far finta che non sia cambiato nulla, volete metterci gli uni contro gli altri, senza capire che è finita l’epoca in cui ci si criticava solo perchè si militava dall’altra parte. Lo volete accettare o no? E poi, se dobbiamo prendercela con qualcuno, ci focalizziamo sui Tre Stelle.
Intende M5S?
Sì, quelli lì. Almeno due stelle ormai le hanno perse per strada. Adesso si sono pure uniti con Sel: sono tremendi. Hanno totalmente perso l’imparzialità .
E voi, invece, l’avete ritrovata.
Certo, noi e il Pd siamo come l’anima e il corpo.
Socializzate anche nel tempo libero?
Per forza. Le cene sono inevitabili. Se devi trattare temi alti finisci per frequentarti, per stringere rapporti genuini. Magari ancora non sono diventate vere amicizie, ma capiterà .
Intanto sbocciano sempre più amori bipartisan.
Quello era successo durante l’ultima legislatura, con Nunzia De Girolamo e Francesco Boccia. Sa, gli opposti si attraggono. Però effettivamente ora si attraggono pure i simili… A pensarci bene è piuttosto destabilizzante.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LA PRIMA ADUNATA IL 29 GIUGNO A ROMA… L’EX PREMIER VUOLE UN NUOVO PARTITO AL POSTO DEL PDL
La prima adunata – trattandosi di esercito si chiama così – è imminente. 
Il 22 o il 29 giugno a Roma, non a caso: a cavallo della sentenza Ruby che per il comandante in capo (virtuale) dell’armata non promette nulla di buono.
Si chiama “Esercito di Silvio” e fino a ieri sera contava già 17.075 «arruolati». Tutti telematici, per ora, s’intende. Basta registrarsi al sito web e si diventa soldati.
Ma i dodici promotori, quasi tutti imprenditori e professionisti settentrionali che campeggiano con foto sul sito, guidati dall’albergatore padovano Simone Furlan, si preparano a radicare il tutto sul territorio da Nord a Sud, investire ed essere operativi da qui a poche settimane.
Ma per fare cosa? Il cantiere sa molto di lista civica giovane e di lotta, se non di nuovo partito del presidente.
Il richiamo alla Guerra dei Vent’anni nella dichiarazione di accesso sembra proprio roba sua.
Del resto, è proprio di scomposizione del Pdl che Berlusconi sembra sia tornato a parlare in queste ore.
Da venerdì sera e fino a oggi sono ospiti a Villa Certosa in Sardegna i “falchi” Verdini, Santanchè e Capezzone.
Discussione a 360 gradi sul quadro politico e sull’organizzazione del partito ora che i vertici sono approdati al governo.
«Non voglio contrapposizioni interne» ripete il Cavaliere.
Ma ai suoi interlocutori non nasconde il nuovo progetto. Un «sole coi raggi», di cui il Pdl sempre più governativo e moderato costituirebbe solo una delle componenti. Affiancato da un’area laica con Bondi, Galan, Carfagna e Ravetto.
Infine da un partito tutto suo, appunto. Giovane e di lotta. Pronto a seguirlo anche incaso di interdizione.
La dichiarazione di fede con cui si aderisce all’Esercito sembra uno scherzo:
«Io sottoscritto dichiaro di volermi arruolare nell’Esercito di Silvio per difendere il presidente Berlusconi e combattere al suo fianco la Guerra dei Vent’anni. Dichiaro di riconoscermi in lui, nel suo pensiero, nei suoi ideali. E di essere pronto a partecipare a eventi o manifestazioni in suo supporto».
Lo scherzo finisce qui. Poi si fa sul serio.
Età media tra i 19 e i 25 anni. Sono 516 i gruppi organizzati (ostreet team,come li chiamano loro) ad avere già sposato la causa, racconta soddisfatto Furlan, che un anno fa aveva formato a Padova Forza Insieme, associazione di professionisti impegnati nella difesa da banche e Equitalia, nemici giurati.
A Palazzo Grazioli, spiega, è stata inviata solo un’informativa per comunicare l’avvio del progetto. Poi, va da sè, chi tace acconsente.
«No, il presidente non lo abbiamo sentito» giura Diego Volpe Pasini, anche lui tra i colonnelli, anzi, come preferisce, «ufficiale ma di basso rango».
Vecchia conoscenza del mondo berlusconiano, meno di un anno fa si era lanciato all’attacco di Alfano e della dirigenza Pdl quando sembrava che il Cavaliere stesse mollando il vecchio partito.
«Esercito vuol dire moltitudine, siamo in tanti e animati dal medesimo spirito di corpo e di sacrificio per una causa giusta, ma non abbiamo nulla a che fare col mondo militare» premette l’imprenditore milanese.
«Solo, non vogliamo che si ripetano più episodi come quelli di Brescia o Udine, abbiamo offerto troppe volte la guancia, aggrediti da facinorosi nelle nostre manifestazioni: d’ora in poi saremo presenti ».
Servizio d’ordine? «No, ci prenderebbero per fascisti. Ma avete presente la manifestazione dei colletti bianchi di Torino? Ecco, i moderati si sono stancati – continua Pasini – e adesso si faranno sentire al fianco del loro leader vittima di una persecuzione giudiziaria. Berlusconi deve sapere che l’affetto dei suoi elettori prescinde da quel che accadrà nei prossimi mesi nei processi ».
Dunque, piazze, manifestazioni. Ma niente Tribunale di Milano, promette Furlan.
Sarà piuttosto, è ancora Pasini a parlare, «una rete diffusa di persone disposte ad andare casa per casa per contattare tutti i nostri elettori e tanti altri, per ricordare quanto fatto dal presidente e la persecuzione di cui è vittima».
Un po’truppe cammellate, un po’ lista civica e apartitica dunque.
«Nessun intento elettorale, ma noi seguiremo le indicazioni del presidente qualunque sia l’indicazione, lo voteremmo pure alla guida di “W Arcore” taglia corto Pasini.
Tra i promotori compare anche un diciottenne, si chiama Alessandro Bertoldi, è commissario Pdl a Bolzano, espressione di Michaela Biancofiore, non estranea al progetto.
«È evidente che l’Esercito, i cui sponsor coincidono con gli ispiratori del sito Berlusconialquirinale.it, è una cellula formata in vista dell’eventuale ritorno a Forza Italia – spiega la sottosegretaria – Tutta gente che, come me, si identifica nel nostro leader prima che nel Pdl. Ed è pronta a seguirlo ovunque».
Carmelo Lopapa
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Maggio 31st, 2013 Riccardo Fucile
NEL PD IL PROBLEMA RENZI, NEL PDL LA POSIZIONE DI ALFANO, NEI CINQUESTELLE L’APOTEOSI DEL TEATRO DELL’ASSURDO
L’ultima tornata amministrativa ha fornito dei risultati piuttosto chiari: la rivincita del Pd, la stasi del Pdl e la netta sconfitta del Movimento 5Stelle.
Eppure quegli stessi dati stanno provocando un vero e proprio sconquasso non solo in chi ha perso, ma anche in chi ha vinto.
Lo scontro che prima si consumava sotto traccia tra Matteo Renzi ed Enrico Letta, si sta infatti ormai disvelando in pubblico.
Le loro prospettive già distinte alla nascita del nuovo governo, stanno mostrando tutti i segni di una inevitabile divaricazione. «Io non voglio fare niente contro Enrico, mi tengo lontano dallo schema che mi dovrebbe portare a far cadere l’esecutivo», ripete da giorni il sindaco di Firenze. Ma gli obiettivi dei due “soci di maggioranza” del centrosinistra non possono che essere opposti.
Il presidente del Consiglio sta edificando il suo programma sui mattoni del “lungo-periodo”. Deve durare e produrre risultati per dimostrare che l’investimento sulle larghe intese non è stato un semplice cedimento ad un’alleanza contro natura.
Deve durare per provare a giocarsi una ricandidatura. «Io penso a lavorare e mi tengo lontano dalle polemiche », è il suo mantra.
Renzi, appunto, si muove sui binari opposti.
Ha bisogno di stringere i tempi per far maturare subito la sua leadership e andare rapidamente al voto. Sa che gli esiti elettorali di domenica scorsa sono stati da tutti letti come un avallo alla politica delle larghe intese.
Esattamente quello che il capo dei rottamatori non può permettersi.
Esigenze dunque troppo contrapposte per non far esplodere il conflitto. E infatti la deflagrazione è già avvenuta.
Il duello di mercoledì sulla riforma del Porcellum ne è stata una scheggia. L’accelerazione dei renziani contro la solidarietà di maggioranza dei lettiani. In un certo senso si conferma la storia del centrosinistra degli ultimi venti anni: come Crono divorava i suoi figli, così è stata impossibile la “coabitazione” tra i leader del partito principale e i premier provenienti dalle stesse file. Con ogni probabilità , però, la sfida decisiva ci sarà al congresso del prossimo autunno (a meno di uno slittamento).
Lì si definiranno i ruoli dei due veri plenipotenziari del campo progressista.
Ma se il voto amministrativo ha acceso la disputa nel Pd, dentro il Movimento 5Stelle ha provocato una baraonda.
Trasformando il confronto politico in una sorta di teatro dell’assurdo. Con un attore, Beppe Grillo, capace di impersonare i migliori protagonisti di Ionesco.
Nel giro di pochi giorni i grillini sono riusciti a cestinare due dei loro candidati alla presidenza della Repubblica. Prima se la sono presa con Milena Gabanelli, rea di aver fatto un servizio giornalistico sulle risorse finanziarie dei grillini. Poi con Stefano Rodotà , accusato addirittura di aver criticato le parole del “lider maximo”.
Un testacoda incredibile. Che mette in evidenza tutti i limiti di una formazione verticista, senza democrazia interna, opaca nei meccanismi decisionali rimessi completamente nelle mani di Grillo e Casaleggio.
E ora anche con un consenso popolare dimezzato rispetto alle politiche di febbraio scorso.
L’ex comico ha quindi certificato ieri la sua allergia verso chiunque esprima un grado di autonomia politica o intellettuale.
Una deriva integralista che però sta causando per la prima volta una rivolta nei suoi gruppi parlamentari e sul web.
Se nel giro di tre mesi, prende forma nel corpaccione grillino il fantasma della scissione, allora forse il populismo demagogico del capo grillino inizia a perdere i suoi effetti. Soprattutto si mette il timbro sullo stato confusionale che vive il terzo partito italiano attraverso contorsionismi impressionanti.
Con una capogruppo, la Roberta Lombardi, che dopo aver bacchettato durante le consultazioni Pierluigi Bersani per un deficit di trasparenza nelle riunioni politiche, ora definisce «merda» chi riferisce i contenuti del confronto all’interno del Movimento.
Ma anche il Pdl non è esente dal tumulto post-amministrative.
Ha perso ovunque, ha dovuto rinunciare a molte delle sue roccheforti. Il nervosismo è salito ai massimi livelli. E poichè Silvio Berlusconi è il leader indiscusso e indiscutibile, l’obiettivo dello scontro interno è soprattutto Angelino Alfano.
I cosiddetti “falchi” — quelli che vorrebbero far cadere Palazzo Chigi il più rapidamente possibile in nome del Cavaliere — lo rimproverano di aver accumulato troppe cariche: segretario del partito, vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno.
Con il risultato, appunto, di aver perso — dopo le politiche di febbraio — anche la tornata delle comunali. Ma l’illogicità scatenata dall’ultimo voto avvolge anche il centrodestra.
Perchè il Berlusconi non ne vuole sapere di mettere in crisi il governo Letta. Troppe al momento le convenienze che ne sta traendo. A meno che non arrivi la bufera dei suoi processi.
E in questo gioco di incastri, un ruolo di primo piano è stato affidato alla Corte Costituzionale. La prossima settimana dovrà pronunciarsi sul legittimo impedimento nel processo Mediaset.
E in seguito sull’ammissibilità del ricorso contro la legge elettorale, il Porcellum. Due passaggi che potranno segnare il destino di questa legislatura.
Claudio Tito
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Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile
A PATRIZIO BIANCONI, CONSIGLIERE PDL USCENTE AL COMUNE DI ROMA, NON BASTANO 3.621 PREFERENZE: E SI SFOGA CONTRO CARTE, VETRINE E MOBILI DEL SUO UFFICIO AL GRUPPO
Non tutti reagiscono con aplomb inglese davanti a certe notizie.
E’ il caso di Patrizio Bianconi, consigliere non rieletto del Pdl, detto “Mangiafuoco” oltre che per la sua statura e per la lunga barba nera, anche per il carattere fumantino, come è evidente da quest’ultimo episodio: urla, vetrine e suppellettili fatte a pezzi, carte gettate in terra, dopo aver appreso la brutta notizia.
L’elezione è sfumata perchè le preferenze si sono fermate a quota 3621.
Bottino ragguardevole, ma non sufficiente per uno scranno in Campidoglio.
E non si può dire che l’abbia presa sportivamente.
Il day after da sconfitta di Bianconi è andato in scena martedì sera, in una delle sale del gruppo Pdl in via delle Vergini, quando ormai i numeri definitivi dello spoglio avevano spento le speranze di molti consiglieri comunali di tornare in aula Giulio Cesare.
E nel chiuso del suo ufficio, che ancora oggi ha sulla porta un cartello con la scritta “inagibile”, si sarebbe scatenata l’ira del consigliere non rieletto, furibondo.
Vetri rotti, oggetti lanciati in terra, liti e accuse ai colleghi.
Un parapiglia che ha lasciato esterrefatte, e anche un po’ spaventate, le persone che hanno assistito alla scena e quelle che si trovavano nelle stanze adiacenti.
“A giudicare dai rumori e dalle urla – racconta chi passava di lì – sembrava stesse accadendo il finimondo”.
E oggi, a due giorni di distanza, la stanza è ancora chiusa per motivi di sicurezza.
Bianconi era già balzato all’onore delle cronache perchè qualche anno fa aveva teorizzato un singolare “patto con il sangue” tra elettori ed eletti: in quel caso, in cambio della rimozione di alcuni cassonetti, Bianconi richiedeva come garanzia a un cittadino romano la promessa del voto.
Liborio Conca
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Maggio 29th, 2013 Riccardo Fucile
NELL’ASSEMBLEA DEI GRUPPI E’ LITE TRA VERDINI E QUAGLIARELLO
Il risveglio è da giorno nero, in via dell’Umiltà .
La botta incassata dal Pdl con i definitivi delle liste assume contorni più marcati, da partito in crisi.
I sondaggi sbandierati nelle ultime settimane sono smentiti dalle urne.
Silvio Berlusconi resterà silente e lontano da Roma, in Sardegna, per tutta la settimana, immerso nelle sue carte processuali.
E il partito gli va in frantumi nel giro di 24 ore.
L’assemblea dei gruppi parlamentari che lui diserta si trasforma in autocoscienza collettiva, va avanti per ore e riprende in serata fino a notte.
Braccio di ferro sulla legge elettorale da riformare, sull’accordo col Pd che regge a stento. In realtà , ancora una volta, i falchi, con Verdini, Fitto, Santanchè in testa, tornano a scatenarsi e a mettere in discussione la lunga gittata del governo Letta. Dall’altro lato, i ministri Quagliariello e Alfano, Schifani e Cicchitto e le altre «colombe».
L’esecutivo non si mette in crisi, ma va incalzato, «tenuto sulla corda», ordina il capo da Villa Certosa.
«È il male minore, ma deve dare risposte serie prima dell’estate», dice riferito ai soliti Imu, Iva, Equitalia, detassazione delle assunzioni.
Nè il leader sembra intenzionato a spendersi per i ballottaggi: stavolta non ci mette la faccia. Non a caso.
Gli ultimi report trasmessi da via dell’Umiltà sono da brivido.
Il Pdl è rimasto fuori dal Consiglio regionale in Val d’Aosta, fuori dal ballottaggio ad Avellino, dove perfino il candidato Udc ha avuto la meglio.
Altrove il partito è al ballottaggio – Roma, Viterbo, Imperia, Brescia, Lodi, Barletta e Siena, tra gli altri – ma il candidato parte sempre sfavorito.
La lista è in calo quasi ovunque.
Solo in Calabria il governatore e coordinatore Giuseppe Scopelliti canta vittoria, ma si è votato in centri minori.
Nell’assemblea dei gruppi, riuniti a Montecitorio, i capi Schifani e Brunetta aprono tra gli applausi esprimendo «solidarietà a Berlusconi da 20 anni oggetto di persecuzione», ma la tensione sale subito.
Anche per quel che sta accadendo fuori.
Le agenzie di stampa iniziano a pubblicare stralci delle imbarazzanti rivelazioni contenute nel libro-intervista di Luigi Bisignani Clicca qui .
Il faccendiere chiama pesantemente in causa Alfano e Schifani, parla di “Giuda” che nel partito avrebbero cercato, nel 2012, un’alternativa a Berlusconi.
Il vicepremier segretario arriva in assemblea inritardo e, racconta chi è presente, compulsa nervosamente il telefonino e le agenzie.
Nel frattempo in riunione lo scontro si fa dirompente tra Verdini e Quagliariello.
Il pretesto è la riforma «trappola», come la bolla il coordinatore, alla quale lavora il ministro.
Poi l’affondo si allarga al governo.
«La gente non arriva a finemese, ci chiede provvedimenti concreti, altro che riforme», tuona il toscano. Con lui, Santanchè, Fitto, Romani, Capezzone, la Polverini. Cicchitto irrompe: «Basta coi coordinatori regionali calati dall’alto. Berlusconi deve essere sostenuto da un partito democratico ».
Lui, come i ministri, sono convinti che il governo debbadurare a lungo per fare le riforme.
Gli altri, i «falchi», sempre più insofferenti, anche nei confronti della segreteria del partito.
«La verità – ragiona il senatore Augusto Minzolini in Transatlantico – è che con questo governo pensavamo di aver messo il Pd in gabbia, i risultati dicono altro».
Carmelo Lopapa
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Maggio 28th, 2013 Riccardo Fucile
IN CASO DI CONFERMA IN CASSAZIONE DELLA CONDANNA PER MEDIASET, BERLUSCONI SI VEDE IN UN RUOLO “ALLA GRILLO”: IN QUEL CASO ALLE PROSSIME ELEZIONI IL PDL PUNTEREBBE SULLA SANTANCHE’
Certo, ieri sera tardi, ad Arcore, quando i dati sono diventati definitivi e la fotografia del
territorio ha rilasciato un’immagine a dir poco sfocata dell’impresa del Pdl, il Cavaliere non si è infuriato come qualcuno prevedeva.
Sulle amministrative ha sempre avuto un approccio disincantato, ma certo sentire che l’amico di sempre, Claudio Scajola, è ad un passo dal vedersi scippare il feudo di Imperia e che in alcune roccaforti del nord come Brescia e Sondrio l’arretramento è stato vistoso, non lo hanno certo fatto gioire.
A preoccuparlo, più che altro, l’ennesima deblacle della Lega, con Treviso e Vicenza perse in modo pesante al punto da rendere il Carroccio ininfluente — di fatto — nelle grandi realtà comunali del nord.
Una questione che lo ha fatto riflettere sulla strategia futura: Maroni ha portato la Lega ai minimi storici, ora l’alleanza è diventata più un orpello che altro.
Eppoi, in ultimo, Siena. Dove proprio non se l’aspettava che Bruno Valentini e la sinistra, dopo lo scandalo Mps, avrebbero fatto bingo.
Geografie da rivedere e sondare con grande attenzione, anche se il Cavaliere l’aveva messo in conto di dover pagare un piccolo, grande tributo alle larghe intese, fino a considerare come un rischio calcolato la possibilità di qualche brutta sorpresa. Alemanno e la sconfitta a Roma, la peggiore, in fondo, di questa tornata amministrativa.
La frenata del sindaco di Roma, però, gli era stata in qualche modo annunciata da più di un collaboratore, ma i dati lo hanno comunque scioccato.
Così, quel che davvero sembra aver più colpito il Cavaliere (che ieri , come si diceva, ha seguito lo spoglio da Arcore, dove potrebbe restare tutta la settimana) è il flop del M5S, il fatto che la strategia di Grillo inizi a non pagare più.
Lui che la stava osservando con grande attenzione, traendone auspici per il suo, personale futuro.
E questo lo ha portato a ragionare apertamente con Verdini sulla strategia che aveva messo nel cassetto come piano B in caso di condanna definitiva al processo Mediaset via Cassazione: continuare ad essere leader del centrodestra da fuori del Parlamento, proprio come Grillo (anche lui un condannato incandidabile), lasciando a Daniela Santanchè la leadership carismatica del Pdl nelle aule. E nelle urne.
Già , perchè l’idea è proprio quella di passare il testimone alla “signora Sallusti” in caso di chiusura negativa della partita giudiziaria.
Ecco, appunto, la Santanchè.
“Giubilato” Angelino Alfano come delfino, messo non a caso a reggere il governo di larghe intese, per il partito e la strategia futura elettorale Berlusconi non potrebbe contare su elemento migliore della Santanchè che, non a caso, in questi ultimi giorni spopola in tv con il nuovo volto della destra dalle idee chiare e che si spende per il bene del Paese, benchè oberata da un’alleanza con il Pd difficile da digerire e su cui è già stato messo in conto di perdere terreno elettorale.
Anche a destra l’elettorato non è meno spietato che a sinistra.
Ma la strategia arcoriana è piuttosto semplice, dopo tutto.
Se Berlusconi dovesse avere la condanna definitiva, la Santanchè diventerebbe il leader politico del Pdl da spendere in Parlamento.
Non tutti, è bene dirlo, sono d’accordo con questa scelta di Berlusconi.
La parte più dialogante e centrista del partito, formata dai Lupi ma anche dalle Prestigiacomo e De Girolamo, difficilmente potrebbe digerire che un “falco puro” come la Santanchè possa dirigere l’orchestra pidiellina nelle aule in assenza del Cavaliere.
Però l’alternativa è Renato Brunetta. E, insomma, c’è di peggio.
Avanti la Santanchè, dunque, anche se la costruzione della strategia politica, di qui a tre, quattro mesi, vedrà il Cavaliere giocare sostanzialmente d’attesa.
Non solo dei processi, ma anche della tenuta complessiva del governo.
Se, infatti, incassato il via libera sulla caduta della procedura d’infrazione europea, l’esecutivo dovesse centrare alcuni obiettivi, poi sarebbe difficile azzopparlo e portare il Paese alle urne ad aprile prossimo, in contemporanea con le europee.
Ma è comunque bene giocare d’anticipo.
La sconfitta di Grillo, d’altra parte, insegna: non si contruiscono nè leader, nè parlamentari, nè tantomeno alternative politiche dal nulla e improvvisamente.
Ci vuole tempo, altrimenti l’elettorato, alla prima delusione, volta le spalle.
E, dunque, è bene che la Santanchè cominci fin da ora a costruire la propria credibilità di leader dentro il partito e nell’elettorato.
Attraverso la tv, ma non solo; ci vuole anche il territorio.
Intanto, nelle prossime settimane sarà lei a portare alta la bandiera della pressione sul governo per ottenere risultati da dare in pasto all’elettorato scontento e disaffezionato. Lo ha detto chiaramente, anche ieri, un altro falco come Fabrizio Cicchitto: “Quello che ci interessa e ci fa giudicare la validità dell’esecutivo è la capacità di fare le riforme, economiche e politiche. A questo stiamo guardando”.
Dunque, se non è prevedibile un allentamento del sostegno al governissimo Letta, è certo che il Pdl incalzerà chiedendo “misure forti, decisive, convincenti”, per l’immediato, perchè è alla “realizzazione dei fatti” che è appesa la vita di questo esecutivo bizzarro e il futuro politico del partito.
Ma il volto che chiederà con forza queste misure non sarà quello del Cavaliere. Sempre più spesso ci sarà Daniela Santanchè.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 26th, 2013 Riccardo Fucile
APERTURA ANCHE DI GALAN: “E’ GIUNTA L’ORA DI GARANTIRE I DIRITTI CIVILI”
«A differenza dell’onorevole Roccella e di tanti miei amici non capisco, proprio non capisco,
perchè i cattolici debbano fare delle battaglie contro chi invoca il riconoscimento delle unioni fra omosessuali, al di là delle diverse e legittime posizioni sul significato del matrimonio».
Lo scrive Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, in una nota, innescando nel partito il dibattito sui dritti civili.
FEDE E DIRITTI
Bondi fa poi riferimento alla lettera di Davide Tancredi, 17enne gay che chiede «solo di esistere», pubblicata dal quotidiano la Repubblica. «La lettera, o meglio la vibrante testimonianza cristiana, rompe il muro delle ideologie, sì anche quelle ideologie che deturpano il significato più vero della fede religiosa, parlando semplicemente dell’amore, quella realtà che nessuno può conculcare e che fonda ogni relazione vera e umanamente ricca di senso», conclude Bondi.
GLI ALTRI NEL PDL
«È giunta l’ora che si riconosca il diritto di essere cittadini italiani anche agli omosessuali, garantendogli quei diritti civili che tutt’oggi si vedono negati» si accoda subito a Bondi un «azzurro» della prima ora, Giancarlo Galan.
«Se è vero che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, questa legislatura sarà occasione di più diritti» aggiunge.
D’accordo anche Laura Ravetto, responsabile propaganda del Pdl: «Il Pdl sia protagonista dell’evoluzione normativa sui temi etici e in particolare sulla disciplina delle unioni civili. La politica deve aggiornarsi all’ormai consolidato comune sentire del Paese reale su queste tematiche».
REAZIONI
Alle dichiarazioni di Sandro Bondi «dovrebbero seguire da parte del Pdl fatti concreti» chiede il portavoce del Gay Center, Fabrizio Marrazzo.
«Le aperture di Bondi e Galan sono un’ottima notizia – commenta Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Partito democratico -. Speriamo che l’intero parlamento adesso approvi senza ritardi la legge contro l’omofobia e la transfobia e, a seguire, si apra finalmente un dibattito serio sul matrimonio ugualitario che conduca a una legge sul modello di tanti altri paesi europei, ultimo dei quali la Francia».
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 25th, 2013 Riccardo Fucile
DALL’ILVA AL MONTE PASCHI, DAL CASO PENATI ALLE ESCORT IN PUGLIA, LE ORIGINI DELL’ABBRACCIO INTERESSATO TRA PDL E PD
Sono i silenzi che colpiscono. 
Il 2013 si è aperto con una campagna elettorale preceduta e accompagnata da una raffica di scandali.
Mentre più di un osservatore si spingeva a valutare la nuova stagione del malaffare ancora più grave di quella di Tangentopoli (1992-1994), l’argomento è stato cancellato dal dibattito politico tra le forze nominalmente contrapposte che si sono poi riunite sotto la cupola del governo Letta.
E anche dopo le elezioni si è visto il Pd inchinarsi disciplinatamente all’elezione del pluriindagato Roberto Formigoni alla presidenza della commissione agricoltura del Senato.
E del resto, se nei lunghi mesi di agonia della giunta regionale lombarda distrutta dagli scandali l’opposizione di centrosinistra non ha mai affondato il colpo, come dimenticare che da parte sua il centrodestra nordista ha sempre accompagnato con signorile distacco le disavventure giudiziarie dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati?
Distrazioni, afasie, minimizzazioni e garantismi pelosi trovano un comune punto di caduta.
Nelle grandi storie (giudiziarie e non) all’incrocio tra politica e affari i big di Pd e Pdl si ritrovano sempre fianco a fianco.
Che sia complicità o semplice buon vicinato, l’effetto non cambia: tutti sanno tutto di tutti e cane non morde cane.
I PATTI D’ACCIAIO SU TARANTO INQUINATA
Anche gli ultimi eclatanti sviluppi dell’inchiesta di Taranto sul gruppo Riva-Ilva sono caduti nel silenzio. Nessun esponente politico della larga maggioranza di governo sembra avere niente da dire.
Guardiamo l’antefatto. Emilio Riva, 86 anni, è antico e buon amico di Silvio Berlusconi.
Nel 1994 è il primo governo del centrodestra, nei suoi soli sette mesi di vita, a spianargli la strada verso la conquista dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria europea svenduta dall’Iri per 1649 miliardi di lire, meno degli utili del primo anno di gestione Riva (oltre 1800 miliardi).
Ai Riva piace Forza Italia, che finanziano negli anni 2003-2004 con 330 mila euro.
Anche Pier Luigi Bersani piace ai siderurgici: nel 2004 la Federacciai (la Confindustria del settore) lo finanzia con 20 mila euro, nel 2006, alla vigilia della sua seconda incoronazione a ministro dell’Industria, gli dà altri 50 mila euro.
Nel 2008 la Federacciai versa a Bersani altri 40 mila euro. Nella campagna elettorale del 2006 sono scesi in campo anche i Riva: mano al portafoglio e 98 mila euro per Bersani.
Due anni dopo, quando Berlusconi invoca i “patrioti” per salvare l’Alitalia, Riva risponde prontamente, e investe 120 milioni nella nuova Cai di Roberto Colaninno.
Dai loro luoghi di detenzione più o meno domicialiari Riva e i suoi figli si sono sbracciati in questi mesi a minacciare querele a chiunque insinuasse che in cambio della partecipazione al salvataggio dell’Alitalia “italiana” l’Ilva abbia ottenuto un occhio benevolo del ministero dell’Ambiente retto da Stefania Prestigiacomo (2008-2001) per l’Autorizzazione integrata ambientale che le ha permesso di inquinare spensieratamente fino all’estate del 2012.
Buoni rapporti a destra, buoni rapporti a sinistra, un modo tutto sommato classico di vivere bene in Italia.
Quando l’emergenza ambientale comincia a farsi veramente calda, a luglio del 2012, Riva cede la presidenza dell’Ilva di Taranto al prefetto Bruno Ferrante, già candidato del centrosinistra a sindaco di Milano nel 2006.
Quando il deputato ambientalista del Pd Roberto Della Seta dà fastidio con la sua attività parlamentare, Riva scrive una lettera a Bersani per chiedergli un intervento.
Bersani non se ne dà per inteso, ma è un fatto che alle elezioni dello scorso febbraio nelle liste del Pd non si è trovato posto per Della Seta.
Nel frattempo l’inchiesta giudiziaria rivela che il deputato Pd di Taranto Ludovico Vico discuteva al telefono con il capo delle relazioni esterne dell’Ilva, Girolamo Archinà , poi arrestato, come “far buttare il sangue” a Della Seta.
In tanta armonia l’unico disturbo è la magistratura, che certe volte non rinuncia a fare il suo dovere.
Toghe rosse? Il primo politico arrestato per il caso Ilva è stato, a novembre scorso, l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva, del Pd.
Il 15 maggio scorso è stato arrestato nuovamente insieme al presidente della Provincia di Taranto, un altro Pd, Gianni Florido.
Quest’ultimo ha alle spalle una vita da dirigente sindacale della Cisl di Taranto, iniziata proprio dal settore metalmeccanico.
Partiti di destra, di centro, di sinistra, sindacati.
Tutti dentro fino al collo, per questo nessuno fiata.
DALLE COOP A PONZELLINI TUTTI I TIFOSI DI SESTOGRAD
Luca Ronconi scelse Sesto San Giovanni per mettere in scena lo spettacolo “Il silenzio dei comunisti”.
Mai location fu più azzeccata. Su quanto accaduto nell’ex Stalingrado d’Italia, travolta dallo scandalo del compagno Filippo Penati, non una voce s’è alzata. Da sinistra. Ma neanche da destra.
Solo la classica “fiducia nella magistratura”. Le maglie dell’inchiesta ribattezzata “sistema Sesto”, del resto, hanno avvolto tutti. I filoni sono diversi. Come i livelli di coinvolgimento.
Nel processo a carico dell’ex capo della segreteria politica di Bersani, oltre all’acquisto delle quote dell’autostrada Milano-Serravalle, ci sono le presunte tangenti per l’acquisto dell’area Falck e il finanziamento illecito attraverso la sua fondazione Fare Metropoli.
Nella prima si va dalle coop rosse agli uomini di Berlusconi. Uno in particolare: Mario Resca, ex direttore generale del ministero dei Beni culturali ai tempi di Sandro Bondi, consigliere dell’Eni, designato dal governo guidato dall’amico Silvio, e della Mondadori del gruppo Fininvest.
Resca compra anche una quota del 5 per cento della holding che possiede la Sesto Immobiliare, di cui è vicepresidente.
La società guidata da Davide Bizzi nel 2010 compra i terreni al centro dell’inchiesta penale sulle mazzette a Penati, e affida a Massimo Cavrini i poteri per “la gestione di tutti i rapporti con l’amministrazione” comunale.
Cavrini è un manager coop. Lavora per il Consorzio cooperative costruttori di Bologna, una delle aziende più importanti della Legacoop.
A sinistra dunque le coop, a destra la copertura è assicurata da Berlusconi.
Quando nel luglio 2011 i giornali resero nota l’indagine a carico di Penati, l’ex sindaco di Sesto e presidente della Provincia di Milano era seduto comodo nel Consiglio regionale della Lombardia e furono pochi “ribelli” del Pd a chiederne le dimissioni. Il Pdl gli dimostrò piena solidarietà . Del resto, il “leghista di sinistra”, era simpatico a molti. Tanto da sfiorare la vittoria sul Celeste Formigoni, superandolo nei risultati a Milano.
Pochi mesi dopo il Fatto rese nota l’esistenza della fondazione Fare Metropoli, creata da Penati per finanziare le sue campagne elettorali e foraggiata da amici noti di sinistra e altri, insospettabilmente interessati al successo politico di Penati, di destra.
Come Massimo Ponzellini, indagato per finanziamento illecito. L’ex presidente della Banca Popolare di Milano, poi arrestato, con una mano dava all’ex sindaco di Sesto e con l’altra aiutava, sempre attraverso la banca, gli amici del Pdl, da Ignazio La Russa a Daniela Santanchè, da Paolo Berlusconi a Michela Vittoria Brambilla.
Oltre a Ponzellini, Fare Metropoli poteva contare su un altro banchiere: Enrico Corali, alla guida della Banca di Legnano e membro del cda di Expo 2015 come rappresentante della Provincia di Milano.
Infine gli amici di sempre: Renato Sarno, Enrico Intini e Roberto De Santis.
Il primo è l’architetto indicato da Piero Di Caterina come il “collettore e gestore degli affari di Penati” nonchè potente funzionario in Serravalle. Intini, indagato a Bari per turbativa d’asta, è azionista di maggioranza della Milano Pace.
Infine De Santis, anche lui nel mirino dei pm per gli appalti nella sanità pugliese.
I tre investono a Sesto 100 milioni di euro in un progetto immobiliare. E non dimenticano di finanziare Fare Metropoli.
SPARTIZIONE ALLA SENESE DI UNA BANCA IN COMUNE
Un consigliere d’amministrazione in Monte dei Paschi a te e due a me.
Ma ti garantisco anche la conferma della presidenza di Antonveneta e altri incarichi. Denis Verdini e Franco Ceccuzzi l’accordo di spartizione di poltrone e incarichi nella Siena che viveva attorno a Rocca Salimbeni lo hanno messo proprio per scritto.
Due paginette dettagliatissime che illustrano con sconcertante precisione la divisione tra Pd e Pdl redatto il 12 novembre 2008.
Tutto ciò che è scritto in quelle due pagine si è poi avverato nei mesi successivi con assoluta precisione.
Il documento, pubblicato dal Fatto il 16 febbraio scorso, è stato smentito dai diretti interessati. Ceccuzzi, ex deputato e primo cittadino di Siena, ha vinto le primarie del centrosinistra ma è stato costretto a rinunciare alla corsa a sindaco dalle polemiche che lo hanno travolto a seguito dell’inchiesta partita sull’acquisto di Antonveneta.
E per il papello che oltre a spartire poltrone con il Pdl sigla un “patto di non belligeranza” tra i due partiti. Quindi incarichi nella banca e nella fondazione Mps ma anche nei consorzi , nelle municipalizzate, nella società della gestione delle terme di Chianciano e l’accordo politico: “L’onorevole Verdini si impegna in vista delle elezioni amminsitrative 2009 a ricercare una candidatura del Pdl per la presidenza della provincia di Siena che non tenti di sconvolgere gli attuali equilibri e a presentare liste del Pdl nei Comuni rifuggendo da qualsiasi accordo destabilizzante con le liste civiche”.
Non che nell’anno 2013, a pochi mesi dallo scandalo che ha travolto l’istituto di credito, la situazione cambi.
Al voto si presentano liste civiche che ospitano insieme esponenti sia del centrosinistra sia del centrodestra.
In terra di Siena ha messo radici il romanissimo volemose bene. Del resto basta guardare a chi la Fondazione, che controlla la banca e i cui vertici sono nominati dalla politica cittadina, ha elargito a piene mani milioni di euro nel corso degli anni.
Dalla fondazione Ravello, oggi presieduta dall’attuale capogruppo del Pdl, Renato Brunetta, alla Giuseppe Di Vittorio della Cgil. Dai circoli Arci alla fondazione Craxi, fondata e presieduta da Stefania Craxi.
Dai bonifici per l’ex senatore del Pdl, ora candidato sindaco a Pisa e storico braccio destro dell’ex ministro Altero Matteoli, Franco Mugnai (legale nel caso Ampugnano). Ma non solo Toscana e Roma.
I fondi arrivano anche a Lecce: arcidiocesi (120 mila euro), varie onlus e 50 mila euro alla provincia. Guidata da Antonio Maria Gabellone, ex Dc oggi Pdl, legato a Vincenzo De Bustis e, in particolare a Lorenzo Gorgoni, membro del cda di Mps.
Ma è anche terra politica di MassimoD’Alema e della Banca 121 acquistata da Rocca Salimbeni. I versamenti sono compresi tra i diecimila euro e i due milioni, che vanno alla fondazione Ravello, per un importo complessivo che sfiora il miliardo.
Finita l’era di Giuseppe Mussari, scoperta la banda del 5% guidata da Gianluca Baldassarri e gli artifizi compiuti sui bilanci, la pioggia di denaro è finita.
L’ente che controlla la banca senese ha chiuso il 2012 con un disavanzo notevole: 193,7 milioni di euro.
Mps? Ha chiuso il bilancio con 3,1 miliardi di perdite.
TUTTI PAZZI PER GIANPI E PER LE SUE BELLE AMICHE
“Ricordati che io a vent’anni andavo in barca con D’Alema e a trenta dormivo da Berlusconi”. Così Gianpi Tarantini si vantava con il sodale Valter Lavitola.
Millanterie che però mostrano l’importanza dei legami trasversali per il malaffare del terzo millennio.
Certo è che alcune delle donne presentate a Berlusconi nell’estate 2009 per ingraziarsi l’allora premier furono poi presentata anche a un esponente del Pd, Sandro Frisullo, ex braccio destro di Nichi Vendola in Regione Puglia,condannato a due anni e otto mesi per reati vari.
La “bicamerale del piacere” organizzata da Tarantini è poca cosa rispetto alla “bicamerale degli affari” che stava mettendo su, sfruttando da un lato il debole di Berlusconi per le donne, dall’altro il fiuto di alcuni dalemiani per il business.
L’obiettivo: gli affari con la Protezione Civile.
Si attornia di imprenditori in buoni rapporti con D’Alema, come Enrico Intini, e per raggiungere l’uomo decisivo per le sue mire — Guido Bertolaso, all’epoca capo della Protezione Civile — fa leva su Berlusconi.
Alle spalle di Tarantini c’era già una storia di affari trasversali nella sanità pugliese.
Un sodalizio con l’assessore alla Sanità Alberto Tedesco (Pd) diventato poi rivalità acuta, mentre l’esponente dalemiano finirà nei guai per i suoi affari sanitari: prima salvato con un seggio al Senato, poi finito agli arresti.
Gianpi si muove con scioltezza su tutto lo scacchiere politico.
Celebre la cena organizzata nel 2007 a Bari da Gianpi in collaborazione con l’amico di D’Alema Roberto De Santis, con un scelto gruppo di medici e dirigenti sanitari.
Ospite d’onore proprio D’Alema.
Tedesco, già in rotta con l’amico di Berlusconi, si sfoga al telefono: “Sta cosa l’ha organizzata, mi ha richiamato adesso adesso il vice segretario regionale del Pd tale Michele Mazzarano, sta cosa l’ha organizzata De Santis con Tarantini (…) Allora voi volete avere i rapporti, che cazzo volete avere con i Tarantini, li abbiate, abbiateli pure a me non me ne fotte niente”.
Racconterà poi il sindaco di Bari Michele Emiliano: “D’Alema arrivò verso le 11. Rimase 10 minuti, non di più, il tempo dei saluti. Poi scappammo via: non si poteva essere commensali di quel signore”.
E Tarantini insiste con Berlusconi. Vuole entrare nella partita grandi opere utilizzando la società di Intini, che pochi mesi prima lo premia con un contratto da promoter, per 150mi-la euro. Quando il premier si dimostra disponibile a presentargli Bertolaso, secondo la Guardia di finanza, Gianpi lo tempesta di telefonate per “coinvolgerlo in nuove serate, in compagnia di giovani e disponibili donne”: “Stasera è a Roma? Vogliamo organizzare una cena? Volevo presentarle, un’amica mulatta, fantastica”.
I pm chiedono a Gianpi: “Ma prima di fargli questa proposta, con Intini aveva parlato?”. “Certo!”, risponde lui: “Intini sapeva che frequentavo Berlusconi”.
Antonio Massari, Giorgio Meletti e Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 25th, 2013 Riccardo Fucile
DA TELECOM A UNIPOL-BNL, LE ANTICHE SOLIDARIETA’
In principio fu l’Hopa, la finanziaria bresciana che faceva capo a Emilio “Chicco” Gnutti e deteneva il controllo della lussemburghese Bell.
La Bell controllava la Olivetti, e dal quartier generale di Ivrea Roberto Colaninno lancia, tra fine ’98 e inizio ’99 la scalata a Telecom Italia.
Il presidente del Consiglio Massimo D’Alema benedice il coraggio della “razza padana” dell’amico Colaninno, che nel 2008 diventerà berlusconiano proprio mentre suo figlio Matteo viene nominato deputato dal Pd.
Nella Hopa ci sono tutti. Tra gli azionisti figurano la Fininvest di Berlusconi insieme alla rossa Unipol di Gianni Consorte, la Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani e la banca Antonveneta, ovviamente il Monte dei Paschi ma anche l’immobiliarista Stefano Ricucci.
Quando nel 2001 la Bell venderà il controllo di Telecom Italia alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera in un clima di concordia, il berlusconianissimo Gnutti, per problemi di salute, delega al fidato Consorte la chiusura della trattativa con Tronchetti.
Nel 2005, la calda estate delle scalate bancarie li vede di nuovo tutti insieme.
Fiorani dà l’assalto all’Antonveneta, prima di essere fermato dalla magistratura. Consorte vuole conquistare Unipol. Le intercettazioni telefoniche danno conto di un network fitto. Gnutti parla con Berlusconi della necessità di appoggiare la scalata di Ricucci al Corriere della Sera per non far finire il primo quotidiano italiano nelle mani “dei comunisti”, ma nello stesso tempo partecipa alla regia della scalata di Unipol su Bnl.
Vito Bonsignore, esponente Udc oltre che ricco finanziere, va in visita da Massimo D’Alema per discutere la sua partecipazione all’operazione Unipol-Bnl.
D’Alema racconta il colloquio in un’imbarazzante telefonata con Consorte che termina con il fatidico “noi non ci siamo parlati”.
Pochi mesi prima è esploso lo scandalo Parmalat. Calisto Tanzi elenca ai magistrati, per poi smentire e minimizzare, i politici foraggiati per tanti anni.
Fa i nomi di Romano Prodi, Massimo D’Alema, e poi Berlusconi, Fini, Casini, Alemanno, La Loggia, Castagnetti e tanti altri.
Ciascuno smentisce e si indigna, ma a titolo personale. Nessuno si chiede perchè il signor Parmalat parli di finanziamenti a 360 gradi e nessuno ne rilevi l’insensatezza. Tutti infatti lo troverebbero normale.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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