Destra di Popolo.net

RIMBORSI REGIONE LOMBARDIA: LA CORTE DEI CONTI “CHIEDE” 500.000 EURO DI DANNI A LEGA E PDL

Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile

TRA GLI “INVITI A DEDURRE” CI SONO, OLTRE I SINGOLI CONSIGLIERI, ANCHE I PRESIDENTI DEI GRUPPI PDL PAOLO VALENTINI E LEGA STEFANO GALLI CHE DOVEVANO GESTIRE I FONDI

Per ora tocca al Pdl e alla Lega m aa breve i conti salati arriveranno anche agli altri gruppi consiliari del Pirellone.
La Procura della Corte dei Conti della Lombardia, infatti, ha emesso inviti a dedurre nei confronti di consiglieri regionali che nella passata legislatura facevano parte di Pdl e Lega, contestando danni erariali per quasi 500 mila euro a carico dell’amministrazione regionale.
Le attività  investigative, coordinate e dirette dal Procuratore regionale Antonio Caruso e dal sostituto procuratore Adriano Gribaudo, e condotte dalla Guardia di Finanza di Milano, hanno consentito di tirare le somme dopo l’inchiesta della Procura di Milano che ha iscritto nel registro degli indagati 40 consiglieri di centrodestra.
Tra i destinatari ci sono oltre ai singoli consiglieri regionali beneficiari dei rimborsi, anche i presidenti dei gruppi consiliari interessati (Paolo Valentini per il Pdl e Stefano Galli per la Lega, ndr) cui era affidato il compito e la responsabilità  di gestire i fondi attribuiti ai gruppi stessi.
Già  lo scorso 13 maggio i magistrati contabili avevano contestato oltre un milione di euro di fondi utilizzati in modo irregolare dai gruppi consiliari della Regione Lombardia nel 2012, su un totale di 3 milioni 736mila euro utilizzati dai consiglieri della passata legislatura.
L’ufficio di presidenza della Regione aveva deciso di sospendere l’erogazione dei 220.212 euro stanziati per il trimestre aprile-giugno del 2013.
Nell’inchiesta della Procura di Milano sulle presunte spese pazze al Pirellone si contano   però 91 ex consiglieri perchè l’indagine ha messo in luce irregolarità  anche tra i consiglieri dell’oppsizione Sel, Pd, Idv e anche Udc.

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L’INCIUCIO VOLUTO DAL COLLE PREPARA LA VITTORIA DEL PDL

Maggio 17th, 2013 Riccardo Fucile

BERLUSCONI TENTATO DALLE ELEZIONI MA NAPOLITANO LO FERMA

Berlusconi andrebbe a votare anche domani mattina. I sondaggi vanno benissimo, l’elezione lo salverebbe anche dai processi. Ma non può.
“Ve lo ricordate cosa ha detto Napolitano alla Camera?”.
Siamo a due passi dall’ingresso di Montecitorio. Collaboratori fidatissimi del Pdl si dividono il lavoro con le troupe.
Tutti vogliono una dichiarazione, un’immagine.
Qualcosa che spieghi come mai, il Pdl, sembra non avere nessuna intenzione di mollare il governo Letta per la via.
Per trovare la risposta, però, rimandano tutti a una frase, un inciso, pronunciato dal presidente Giorgio Napolitano davanti al Parlamento riunito: “Mi accingo al mio secondo mandato — diceva nel discorso del 20 aprile — senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione ‘salvifica’ delle mie funzioni; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità , quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà  e comunque le forze me lo consentiranno”.
È qui, in queste parole, che il centrodestra legge chiaro il “ricatto” del Quirinale.
Se togliete la fiducia al governo — traducono — io mi dimetto e spetterà  al prossimo presidente decidere se sciogliere le Camere.
Così, terrorizzati dall’ipotesi di un Capo dello Stato che si metta alla ricerca di altre maggioranze, i fedelissimi di Berlusconi provano a restare quieti, cercando di portare a casa il più possibile da questa legislatura che, dicono, “durerà  almeno due anni”.
Eppure, i numeri li avrebbero dalla loro parte.
Mentre il Pd, dal giorno delle elezioni a oggi, arriva a perdere, secondo alcuni sondaggi, più del 3 per cento; il Pdl galoppa su percentuali di crescita che toccano perfino l’8.
Berlusconi, oggi, governa sulla carta il primo partito d’Italia.
Era ultimo, a febbraio. Superato dal centrosinistra, scavalcato dai Cinque Stelle.
Ma il governo delle larghe intese ha cambiato tutto: ha tagliato le gambe al Pd — che in settanta giorni ha bruciato un premier incaricato, due potenziali presidenti della Repubblica e un segretario — ha messo in crisi quella parte di consenso a Beppe Grillo che credeva fosse giusto sporcarsi le mani con il governo.
Così, paradossalmente, è l’ultimo classificato a rialzare la testa.
Non lo ferma la richiesta di condanna a sei anni del processo Ruby.
Ieri, in un colloquio con il Messaggero, Napolitano lo ha rassicurato: “Capisco chi si trova impigliato” in processi e vicende giudiziarie di rilievo — ha detto — ma “meno reazioni scomposte arrivano, meglio è dal punto di vista processuale”.
Restate calmi, e tutto si risolverà .
Ma al di là  delle faccende in Tribunale, sono ancora una volta le questioni economiche a consigliare sangue freddo.
“Siamo sul filo del rasoio con Bruxelles”, ricorda il Quirinale.
Il neo segretario del Pd Guglielmo Epifani ha ammesso che la nostra situazione finanziaria è peggio del previsto, sostiene che ci sia quella “polvere sotto il tappeto” che Bersani aveva paura di trovare al suo arrivo al governo.
Ma sono proprio i falchi del centro-destra quelli che più tirano la corda sui conti italiani: dall’Imu in giù, la credibilità  internazionale del governo Letta rischia di finire schiacciata dalle pressioni del partito di Berlusconi.
Lui, comunque, cresce. Ed è lo stesso Grillo, nei comizi che sta tenendo in giro per l’Italia in vista delle amministrative, a dire che la sfida, ormai, è tra loro due.
È convinto che si vada a votare ad ottobre, il leader dei Cinque Stelle.
E, nel dubbio, anche in Parlamento, è cominciato lo scouting.
Se davvero il governo Letta andasse a rotoli e le elezioni però fossero rimandate, il sostegno dei grillini diventerebbe determinante per i democratici.
Raccontano che Berlusconi abbia già  messo in conto il rischio e si stia già  attrezzando a pescare nuovi Scilipoti, cercandoli tra quelli che, prima di incontrare Grillo, erano elettori del centrodestra.
Nel frattempo, però, meglio restare nell’ombra.
Dopo il caos di Brescia — dove l’ex premier si è trovato una piazza divisa tra fan e contestatori — si è deciso di rinunciare ai comizi per un po’.
“Il presidente Berlusconi è rimasto particolarmente scosso dalle violenze di piazza avvenute a Brescia — fa sapere il coordinatore Pdl Denis Verdini — e ha pertanto deciso di annullare i prossimi comizi elettorali ad eccezione di quello a sostegno di Gianni Alemanno, candidato sindaco a Roma”.
Un altro che era distrutto.
Resuscitato dai guai del Pd e dall’inesperienza dei Cinque Stelle.

Paola Zanca

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IMU: A PAROLE BERLUSCONI E MARONI VOGLIONO CANCELLARLA, MA I LORO SINDACI L’AUMENTANO

Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile

CHI PREDICA BENE E RAZZOLA MALE: DA VERONA A TREVISO, DA FROSINONE A BRESCIA, HANNO ALZATO LE ALIQUOTE SIA PER LA PRIMA CASA CHE PER I CAPANNONI

Predicano bene, razzolano male. Silvio Berlusconi ha posto il diktat sull’Imu: o viene cancellata oppure il Pdl toglie la fiducia al governo di Enrico Letta.
Ma la realtà  è assai diversa, poichè anche i sindaci del Pdl e della Lega si sono sbizzarriti ad aumentare la tassazione sulla prima casa.
O almeno stanno cercando di farlo, se il governo non sospenderà  la rata di giugno.
Aumenti previsti anche sui capannoni artigiani e industriale: uno schiaffo in faccia agli imprenditori e a chi combatte giornalmente contro la crisi.
I più “coerenti” sono tuttavia i leghisti.
Solo pochi giorni fa Roberto Maroni ha esortato a togliere l’Imu su tutto.
”E’ chiaro che l’Imu deve essere cancellata e non solo sulla prima casa. Sono d’accordo con Berlusconi”, ha dichiarato.
Ed è proprio l’uomo di fiducia di Maroni, il sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha proposto al consiglio comunale, che ha approvato, l’aumento dell’Imu sulla prima casa per il 2013, dal 4 al 5 per mille.
Ha fatto anche di più, lasciando invariata la tassa sulla seconda casa al 7,6 per cento, tra le più basse in Italia.
Infatti, fra i comuni capoluogo di provincia la media dell’Imu si aggira sul 10 per mille.
E’ sempre a Verona si registra la massima fedeltà  dei pidiellini a Berlusconi, dove i transfughi del Pdl ma pur sempre iscritti al partito, hanno votato in massa il provvedimento del sindaco.
Il sindaco Tosi si è affrettato a dire che e «necessario per consentire il pareggio del bilancio. Questo provvedimento si è reso quindi necessario per mantenere invariati i servizi erogati dal Comune», ha aggiunto.
Ma non ha toccato la seconda casa, come invece hanno fatto molti altri sindaci, eppure la percentuale è tra le più basse se non la più bassa d’Italia fra i centri maggiori.
E si è così giustificato: «Andare a colpire le seconde case, ci sembrava infatti una scelta devastante, date le aliquote attuali che sono già  dei salassi».
Spostandoci da Verona a Treviso, sindaco Giampaolo Gobbo, sempre leghista, ha fatto aumentare l’Imu sui capannoni dall’8,30 all’8,70.
Proprio lì, in una delle aree di maggiore concentrazione di attività  produttive e capannoni, dove s’aggira lo spettro della crisi e dei suicidi di imprenditori.
A un soffio da Mestre, sede della Cgia, l’associazione artigiani e piccole imprese, che ha calcolato un aumento medio nazionale della tassa sui capannoni del 35 per cento, con punto fino al 51, con un vero e proprio salasso a Brescia, città  governata dal sindaco Adriano Paroli, Pdl.
Se dal Nord si scende al Centro Italia la musica non cambia e l’incoerenza del Pdl è sempre la stessa.
A Frosinone, il sindaco di Centrodestra Nicolo Ottaviani, in carica da appena un anno, ha fatto fare un balzo alla tassazione sulla prima casa di due punti, dal 4 al 6 per mille.
Anche le parole del ministro allo sviluppo economico del Pd cadono nel vuoto riguardo all’Imu sui capannoni: «E’ giusto che non si paghi perchè sarebbe come farla pagare su un tornio».
Ma è anche al Sud, dove la poca industria arranca, che la tassazione è notevolmente aumentata. Nella terra dell’Ilva e, a Taranto, il sindaco di Centrosinistra, Ippazio Stefà no, ha fatto fare alla tassa un balzo all’insù.
Così hanno fatto i sindaci del Pd di Asti, Benevento, La Spezia e pure il sindaco di Cuneo.

Paolo Tessadri

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BERLUSCONI CONTESTATO A BRESCIA: “VERGOGNA, BUFFONE, MAFIOSO”

Maggio 11th, 2013 Riccardo Fucile

PIAZZA DUOMO SPACCATA A META’ TRA SOSTENITORI E AVVERSARI

Un piazza spaccata tra contestatori e sostenitori.
Da una parte le urla “vergogna!”, “buffone!”, “mafioso”.
Dall’altra le grida “Silvio, Silvio, Silvio” dei militanti Pdl accorsi a sostegno di Silvio Berlusconi, sceso in piazza Duomo a Brescia per una manifestazione “contro l’uso politico della giustizia”.
Fischi e applausi che si contrappongono continuamente durante il comizio del Cavaliere.
Una situazione a cui Berlusconi non è abituato, ma che ultimamente si è già  trovato a fronteggiare.
Come a Udine quando durante il comizio in occasione delle elezioni regionali il 18 aprile scorso, si trovò di fronte non solo ai supporter osannanti ma anche molti contestatori soprattutto appartenenti al Movimento 5 stelle.
Ora, però, i contestatori sono molto più numerosi e appartenenti a più correnti, dai centri sociali al M5s.
Lo scontro comincia ancora prima che Berlusconi comincia   parlare Piazza del Duomo è piena (diverse persone affacciate a finestre e balconi, anche), ma sostanzialmente divisa a metà .
Nella prima, immediatamente sotto il palco, i sostenitori del Pdl, con anche una bandiera della Lega; nella seconda i contestatori che fischiano Berlusconi durante il suo intervento, gli gridano ‘buffone”.
Mentre davanti, simpatizzanti del suo partito chiedono con uno striscione ‘Aiuto Silvio, no comunismò, più indietro un altro cartello avverte ‘occhio gente, Silvio mentè.
Per chi assiste al comizio da metà  piazza in su è quasi impossibile sentire chiaramente le parole dell’ex premier.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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“CONOSCE TZIPI LIVNI?” E RAZZI PRONTO: “CERTO L’HO CONOSCIUTA IN SENATO, E’ IL MINISTRO PER QUANTO RIGUARDA GLI IMMIGRATI”

Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile

EPICA GAFFE DEL SENATORE PDL, SEGRETARIO PDL DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA: CONFONDE IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA ISRAELIANO CON LA KYENGE

“Tzipi Livni? L’ho conosciuta al Senato, è il ministro per quanto riguarda gli immigrati“.
E’ l’epica gaffe di Antonio Razzi, il senatore del Pdl appena nominato segretario della Commissione esteri del Senato.
Il politico, ospite de “La Zanzara”, su Radio24, confonde il ministro per l’Integrazione Cècile Kyenge col ministro della Giustizia del governo israeliano.
E ai conduttori, David Parenzo e Giuseppe Cruciani, che gli fanno notare l’errore, si giustifica così: “Siccome c’ha un nome strano…io non è che mi ricordo tutti questi nomi”.
Razzi, secondo il quale la capitale del Sudafrica è Johannesburg anzichè Pretoria, nel suo solito italiano surreale si dichiara soddisfatto del nuovo incarico: “Ho avuto questa nomina, perchè ho vissuto sempre all’estero, conosco i problemi che ci sono. Sono stato anche in Uganda“.
E spiega: “Le mie mansioni? Guardare i verbali, guardare le ‘votazione’, scrutinare quando ci sono degli argomenti da votare, ci sono parecchie cosettine. Non è che c’abbiamo la zappa in mano, eh“.
Il parlamentare scodella la sua personale ricetta risolutiva della questione dei Marò: “Se era Berlusconi come presidente del consiglio, nemmeno una settimana di prigionia faceva (facevano, ndr) che già  stava (stavano, ndr) in Italia da molto tempo. Berlusconi è un genio” — continua — “avrebbe fatto come gli altri, quando c’è stato, diciamo, qualche cosa che gli Italiani erano prigionieri in vari Stati: dopo una settimana, massimo dieci giorni, erano a casa.”.
E aggiunge: “Non è vero che Berlusconi pagava i riscatti, lui è un grande, conosce tutti i presidenti del mondo e trattava lui personalmente”.
Razzi passa poi all’analisi del voto elettorale: “L’elezione gli Italiani non ce l’hanno fatto vincere. Oggi abbiamo perso per un pelo, come si suol dire. Poi il governo del Pd ha dato fiducia ai grillini”.
E attacca il leader del Movimento 5 Stelle: “Grillo è inutile che chiacchiera oggi, dice ‘ladro quello, questi ci hanno fottuto tutto’ e vuole le presidenze di commissione. Non le può avere perchè non è voluto stare al governo. Sono le leggi che sono così”.
Sui parlamentari del M5S, il politico afferma: “Tra me e loro c’è poco dialogo. Stanno sempre tutti indaffarati con computer, ‘scream’, controllo, ‘ualt’“.
E precisa: “Oggi non lo so che cosa vuole fare Grillo da grande: la politica non è comicità , è una cosa seria. Se lui non è al governo, se la piglia in quel posto“.
Il senatore del Pdl, poi, elogia la Corea del Nord: “Non è vero che lì ci sono problemi, i media e la televisione non dicono il vero. Io ci sono stato cinque volte e sono sempre rimasto entusiasta della gente. A Pyongyang” — prosegue — “si sta bene, uno ci può andare a fare le vacanze tranquillamente”

Gisella Ruccia
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA TREGUA CHE FA COMODO A TUTTI: IL PDL NON HA INTERESSE A BLOCCARE IL GOVERNO, IL PD HA BISOGNO DI PRENDERE TEMPO

Maggio 9th, 2013 Riccardo Fucile

IL COMPITO DI LETTA? TRASFORMARE LE DEBOLEZZE IN PUNTI DI FORZA

Se Berlusconi avesse trascinato l’Italia di nuovo alle urne, oggi si sarebbe trovato nel vivo della campagna elettorale con la condanna Mediaset sulle spalle.
E con il rischio di doverne incassare un’altra tra poco su Ruby, per reati (lo sfruttamento della prostituzione minorile, la concussione) che nell’immaginario collettivo sono assai più infamanti della frode fiscale.
Sono considerazioni che il Cavaliere aveva evidentemente ben presenti un mese fa, quando si trattava di dare o meno un via libera al governo Letta.
I più scalmanati berlusconiani gridavano «al voto, al voto», invece Silvio (che in quel mondo è di gran lunga il più avveduto) ha scelto la strada delle larghe intese.
E nulla fa ritenere che abbia mutato idea.
Anzi: il degrado ulteriore della sua immagine pubblica lo costringe ad aggrapparsi al governo.
Come se non bastasse, le aziende berlusconiane hanno disperato bisogno di stabilità  politica per riprendere a fare utili e non essere travolte dai debiti.
Da quando il loro padrone ha scelto la linea responsabile, le quotazioni Mediaset in Borsa sono schizzate su del 50 per cento.
Insomma: non sarà  il Pdl, almeno per il momento, a sgambettare il governo.
E il Pd, come si regolerà ?
Questo innamoramento del Cavaliere per Letta, dettato da calcoli di interesse, certo non aiuta la coabitazione nella stessa maggioranza.
Condividere le responsabilità  di governo con un leader pluri-condannato (sebbene valga la presunzione di innocenza fino alla giurisdizione definitiva) è un pugno nello stomaco per molti democratici.
E tuttavia il partito, reduce da una sequenza di errori che ha dell’incredibile, è tuttora concentrato sui suoi tormenti interiori.
Da giorni il gruppo dirigente si dibatte nella scelta di un cireneo che porti la croce al posto di Bersani fino a un congresso di cui, peraltro, ancora nulla si sa: nè dove, nè come, nè soprattutto quando.
Le ragioni dell’indecisione sfuggono alla gente normale, e sono parte anch’esse della grande crisi che il maggior partito della sinistra sta vivendo.
Per cui pure il Pd, perlomeno nella fase attuale, ha disperato bisogno di leccarsi le ferite, di fare i conti con se stesso, di restituirsi una leadership e una politica degna del nome.
Nodi così aggrovigliati non si sciolgono in un battibaleno.
Esigono tempo e maturazione.
Enrico Letta garantisce a destra e a sinistra una tregua che non soddisfa fino in fondo nessuno, ma che a tutti può risultare alla fin fine equa.
Nato gracile da un matrimonio politico senza amore, questo governo può giovarsi delle sue debolezze.
E trasformarle paradossalmente in punti di forza.

Ugo Magri
(da “La Stampa“)

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IGNAZIO LA RUSSA, ECCO L’OPPOSIZIONE A BERLUSCONI

Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile

PRIMA E’ STATO INSERITO CON UN ESCAMOTAGE DAL PDL CHE GLI HA CEDUTO UN POSTO E POI E’ STATO NOMINATO PRESIDENTE DELLA COMMMISSIONE PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE

Più che un inciucio, stavolta si tratta di una mascherata.
Nel senso che partiti di maggioranza mascherati da opposizione tentano di ottenere (e in alcuni casi ottengono) prestigiose poltrone di presidenze di commissioni attraverso scandalosi tatticismi.
Così, mentre al Senato volavano gli stracci sulla Giunta per le autorizzazioni dopo che il Fatto ha svelato l’intenzione del Pdl di giocare sporco per tutelare Berlusconi spingendo per una presidenza a Raffaele Volpe della Lega (la decisione, visto il caos, è stata rinviata “a data da destinarsi”), alla Camera andava in scena una performance degna della peggior Prima Repubblica.
Complice anche un’inesperta Laura Boldrini, che si è prestata al gioco, il Pdl ha ceduto un seggio della Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio a Fratelli d’Italia, nella persona di Ignazio La Russa, che altrimenti non avrebbe avuto diritto ad avere un proprio componente nell’organismo di garanzia.
Il fatto è che questo “passo indietro” del Pdl, giustificato nella Conferenza dei capigruppo come magnanimo atto di apertura alla rappresentatività  di chi, altrimenti, non ci sarebbe stato, ha consentito ai berlusconiani di ottenere per l’amico di sempre ex ministro della Difesa dell’ultimo governo del Cavaliere, prima uno scranno, poi niente di meno che la presidenza della medesima Giunta.
La Boldrini, che ha consentito tutto questo, si è auto assolta, sostenendo che far posto a La Russa, in prima battuta, non avrebbe determinato una alterazione significativa della rappresentanza degli arcoriani nell’organismo di garanzia (che passava così da 3 componenti a 2), nè si determinava un disequilibrio tra maggioranza, con 14 seggi, e opposizione, a cui spettano 7 seggi.
Il problema non era certo questo, ma in Presidenza della Camera si sono comunque affrettati a giustificare che si è trattato di una concessione del tutto eccezionale in quanto avanzata in fase costituente dell’organismo.
Se fosse stato dopo, sarebbe stata considerata illecita.
Peccato che a loro (il Pdl) servisse proprio in questa fase e solo per dare ad una figura amica un ruolo tanto delicato: “Sono molto soddisfatto — ha infatti commentato, gaudente, lo stesso La Russa — spero di ricambiare la fiducia che gli altri gruppi mi hanno dato riconoscendo la mia esperienza e competenza nella materia, essendo io avvocato”.
La sostanza politica è evidente: le Giunte per le autorizzazioni, nell’ottica del Pdl e in entrambi i rami del Parlamento, servono soprattutto a fare scudo ai parlamentari di area implicati in procedimenti giudiziari, in odore di condanna o già  condannati e in attesa della definizione dei processi in Cassazione.
E se La Russa dovrà  fare da scudo a personaggi come Antonio Angelucci, Debora Bergamini, Luigi Cesaro, Raffaele Fitto e Daniela Santanchè, di sicuro la presidenza della Giunta del Senato è una poltrona da non mollare per nessun motivo, visto il calibro degli elementi da tutelare.
Da Verdini e Schifani, da Tremonti a Formigoni sono tanti i senatori di “peso” sugli scranni di Palazzo Madama.
Soprattutto, buon ultimo, Berlusconi in persona, che presto potrebbe essere condannato in via definitiva con annessa interdizione dai pubblici uffici, fatto che darebbe alla Giunta l’arduo compito di rallentare il più possibile la presa d’atto della sua (ovvia) decadenza da parlamentare con relativa incandidabilità  a vita.
Ecco perchè non si può certo lasciare ad un grillino come Michele Giarrusso o come Dario Stèfano di Sel la suddetta carica.
Di qui una guerra intestina, con gli uomini di Vendola decisi a non mollare e la Lega sulle barricate.
Oggi il prossimo round.

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL RITORNO DI MICCICHE’ SPONSORIZZATO DA DELL’UTRI

Maggio 4th, 2013 Riccardo Fucile

NONOSTANTE I RIPETUTI   INSUCCESSI ELETTORALI, L’EX VICERE’ DI BERLUSCONI IN SICILIA CONQUISTA LA GHIOTTA DELEGA ALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE… BLOCCA IL RIVALE PDL CASCIO E RINGRAZIA L’EX SENATORE IMPUTATO

Sembrava spacciato, scomparso, evaporato.
E   invece Gianfranco Miccichè, l’ex vicerè di Sicilia, l’uomo di Silvio Berlusconi sull’isola, frontman della lunga stagione di successi di Forza Italia, è tornato: sottosegretario alla presidenza del consiglio nel governo Letta, con delega alla pubblica amministrazione e alla semplificazione.
Grazie, soprattutto, ai buoni uffici dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, tuttora sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa.
Non male per l’uomo che dopo aver spaccato il Pdl in Sicilia, ha fondato un partito fai da te, Grande Sud, al quale però le urne hanno regalato alterne fortune.
Solo negli ultimi dodici mesi Miccichè ha straperso le amministrative a Palermo, è arrivato quarto nella corsa alla presidenza della Regione e ha raggranellato appena lo 0,3 per cento alle ultime politiche, rimanendo fuori da Palazzo Madama.
Ma c’è di più: quel posto di sottosegretario Miccichè lo ha “scippato” a Francesco Cascio, l’ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana, leader della corrente lealista del Pdl, con cui l’ex manager di Publitalia si è spesso scontrato aspramente. Cascio a quel posto di governo ci ha sperato parecchio.
Ma alla fine, nonostante la fedeltà  assoluta a B, è stato “stracciato” dal ribelle Miccichè, che si è preso una bella rivincita dopo che proprio   la corrente di Cascio aveva stoppato la sua candidatura a governatore della Sicilia, preferendogli invece il più presentabile Nello Musumeci.
Tutto merito di Marcello Dell’Utri, sussurrano le alte sfere siciliane del Pdl.
L’ex senatore condannato in appello a sette anni per mafia in appello si sarebbe infatti speso molto con Berlusconi per assicurare a Miccichè una poltrona nel governo Letta. E infatti subito dopo l’elezione il primo pensiero l’ex manager di Publitalia lo dedica a lui: “Ringrazio Dell’Utri”, chiarisce in un’intervista al Corriere della Sera, perchè come ha ripetuto più volte in passato “gli voglio bene come a un fratello”.
Quella condanna in appello per mafia, rimediata recentemente dall’ex senatore, però ha fatto storcere il naso a qualcuno.
“Quando scoprirò che è veramente mafioso non lo saluterò, ma io non ci credo” assicura Miccichè, che non si fa convincere neanche dalla sentenza della cassazione, che ordinando un nuovo processo per Dell’Utri considerava comunque provata la sua vicinanza a Cosa Nostra fino al 1977.
Perchè a legare Miccichè a quello che per la procura di Palermo è “l’uomo cerniera” tra Berlusconi e Cosa Nostra c’è un rapporto antico e al tempo stesso strettissimo.
Un legame personale, nato quando Dell’Utri dirigeva Publitalia e Miccichè divenne uno dei manager di punta della concessionaria pubblicitaria berlusconiana.
Poi arriva la politica, nasce Forza Italia e per guidare i partito in Sicilia, il Cavaliere e Dell’Utri scelgono proprio lui, il rampollo ribelle dell’aristocrazia palermitana che da giovane aveva addirittura militato in Lotta Continua.
È così che Miccichè diventa il luogotenente dell’ex premier sull’isola, vero e proprio fortino forzista per venti lunghi anni.
Dal 1994 al 2008 B in Sicilia è imbattibile: storiche le politiche del 2001 quando Forza Italia conquista tutti i 61 collegi dell’isola.
“Vincemmo anche dove sembrava impossibile, anche dove dovevamo perdere” raccontano ancora oggi i militanti forzisti di allora.
Miccichè è il frontman di quei successi, l’uomo che decide volti, slogan e candidature. Sua l’invenzione dell’allora sconosciuto Diego Cammarata a sindaco di Palermo.
Il giorno dell’annuncio della candidatura, dopo aver “posato” l’altro nemico storico Ciccio Musotto, sui muri del centro comparve una scritta profetica: “Cammarata ma cu è? U sciacquino di Miccichè?”.
Ciò nonostante i palermitani   votarono Cammarata in massa per dieci lunghi anni.
Nel frattempo però iniziava a spuntare nel Pdl siciliano una nuova generazione di fedelissimi che mal digeriva gli atteggiamenti del vicerè berlusconiano.
Una lunga lotta intestina che ha visto vari “prodotti” dell’epoca miccicheiana schierarsi col tempo su direzioni diametralmente opposte a quelle del capo.
“Angelino Alfano? L’ho inventato io. Quando l’ho conosciuto non era nessuno. So di essere la persona più odiata da Alfano.
Cosa peraltro ricambiata” dichiarava alla vigilia delle ultime elezioni regionali Miccichè , quando i mal di pancia dei vari Alfano,
Cascio e Giuseppe Castiglione (anche lui nominato sottosegretario) avevano stroncato la sua candidatura a presidente per tutto il centrodestra.
Lui, forte del sostegno di Dell’Utri, aveva deciso di correre lo stesso, con il suo partito fai da te prendendo anche meno voti del Movimento Cinque Stelle e agevolando di fatto la vittoria di Rosario Crocetta.
Poi però è tornato da Berlusconi, e   in vista delle politiche si era parlato della possibilità  di utilizzare Grande Sud come “traghetto” per imbarcare gli impresentabili Cosentino e Dell’Utri.
Ipotesi ventilata alla vigilia del voto e poi abbandonata dall’ex premier che aveva deciso di non ricandidare nè l’uno nè l’altro.
L’ex senatore però adesso è andato a battere cassa.
E Miccichè ringrazia.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TRE POLTRONE PER MANTOVANI, IL SENATORE PDL VUOLE RESTARE ANCHE IN COMUNE

Maggio 4th, 2013 Riccardo Fucile

SINDACO DI ARCONATE, ELETTO IN PARLAMENTO E IN REGIONE HA PRESENTATO RICHIESTA AL PREFETTO PER RESTARE IN CONSIGLIO

Domandare è lecito, dice la saggezza popolare.
E Mario Mantovani, senatore Pdl, assessore in regione Lombardia e sindaco di un comune in provincia di Milano, deve avere pensato questo quando ha inviato al Prefetto una richiesta per sapere se “la decadenza dalla carica di sindaco (dovuta all’incompatibilità  tra i suoi tre incarichi, ndr) comportasse anche quella da consigliere comunale”.
Una domanda inviata prima che gli organi competenti (la giunta per le elezioni di regione Lombardia e quella del Senato), arrivino a fargli abbandonare due dei tre posti che occupa.
Ci vorranno ancora mesi.
Intanto Mantovani è andato a Roma a eleggere il presidente della Repubblica e a votare la fiducia al governo Letta, mentre continua a convocare il consiglio comunale: “Resterò in carica finchè la legge me lo permette”, dice.
A differenza di altri ‘colleghi’ che hanno già  lasciato il Parlamento (come il leghista Roberto Cota e il leader di Sel Nichi Vendola), Mantovani ha scelto il Pirellone (dove ricopre l’assessorato di maggior peso, la Sanità , oltre che la vice-presidenza), continua a svolgere le altre due funzioni e con la richiesta di rimanere (anche) consigliere comunale ha provato a scrivere una nuova pagina nel romanzo dei doppi-tripli incarichi nel nostro Paese.
Troppo duro lasciare un paesino di 6mila anime, con il bilancio in attivo e la costruzione di una residenza per anziani (Rsa) agli sgoccioli, settore in cui la famiglia Mantovani è in prima linea.
Arconate è “comune d’Europa”, come si legge nel cartello di benvenuto tra gli ultimi campi del nord-ovest milanese e i capannoni delle zone industriali.
Vanta un gemellaggio ventennale con una città  belga (Lennik), che ogni anno viene visitata dagli studenti arconatesi insieme a Bruxelles, dove spesso a fare da guida è lo stesso Mantovani che dal 1999 al 2008 è stato anche parlamentare europeo.
Ma l’ascesa politica dell’uomo e quella istituzionale del ‘suo’ comune è legata anche a un’altra figura: ‘mamma Rosa’, la madre di Silvio Berlusconi cui nel 2007 concede la cittadinanza onoraria per lo stile di “sobrietà  e dolcezza” che la caratterizzava.
Il suo mandato, oltre che per la rielezione tre volte consecutive alla carica di sindaco, si caratterizza anche per una gestione estremamente diretta delle vicende cittadine.
Mai un sindaco fu più premuroso, tanto da accollarsi colloqui individuali con chi deve rinnovare la carta d’identità : succede soprattutto con i cittadini stranieri, che prima di recarsi all’Anagrafe devono ‘superare’ le sue domande.
Il coordinatore lombardo del Pdl si vanta anche di non essere stato un costo per il suo comune: essendo obbligato dalla legge a scegliere un compenso, ha preferito negli ultimi 12 anni rinunciare a quello da sindaco (circa 800 euro mensili), optando per una più corposa indennità  parlamentare.
La popolarità  sul territorio se l’è guadagnata sia con lo sblocco di fondi statali alle scuole, al tempo in cui era sottosegretario alle Infrastrutture del governo Berlusconi, sia con la presenza capillare di Rsa, centri disabili e hospice che dal ’96 sono il core business di famiglia.
La Lombardia, alle ultime regionali, lo ha ripagato con quasi 13mila preferenze.
Intanto, visto che Mantovani temporeggia, i consiglieri comunali di opposizione hanno richiesto la convocazione di un consiglio comunale urgente per discutere della sua incompatibilità .
Entro un mese la sua carica passerà  quindi al vice-sindaco, mentre il Prefetto di Milano ha rimandato al mittente la sua richiesta di potere rimanere nell’assemblea consiliare.
Come spiega il ministero dell’Interno “in nessun caso il sindaco dichiarato decaduto può chiedere di rimanere a far parte del consiglio comunale in qualità  di consigliere, non essendo titolare della relativa carica. Sull’eventuale mancato esercizio dell’opzione, non sussistono margini d’intervento da parte del ministero dell’Interno”.
Più lunghi i tempi della giunta per le Elezioni in Parlamento, dove si è ancora fermi a quella provvisoria presieduta dal senatore Luigi Casson (Pd): ”Sarebbe importante che il presidente del Senato invitasse pubblicamente gli interessati a rispettare le norme costituzionali risolvendo al più presto le cause della loro posizione di incompatibilità ”.
Sull’argomento erano intervenuti anche i dieci saggi di Napolitano, proponendo di modificare l’articolo 66 della Costituzione in modo da attribuire ”a un giudice indipendente e imparziale” la decisione su legittimità  dell’elezione, ineleggibilità  e incompatibilità , togliendo questo potere al Parlamento.
C’è il rischio che “prevalgano logiche politiche” e si ripetano episodi visti nella precedente legislatura con i senatori-sindaci Pdl Azzolini e Nespoli.
Sarà  più veloce invece la macchina burocratica in regione Lombardia, dove sono 11 i sindaci eletti: “Entro il 9 giugno la giunta per le elezioni si pronuncerà  sull’incompatibilità  dei consiglieri e degli assessori — spiega il presidente della commissione Roberto Bruni — Poi il consiglio avrà  30 giorni per dichiarare l’incompatibilità ”.
Leggermente più rapidi i tempi per gli assessori esterni, come i leghisti Massimo Garavaglia (senatore e assessore al Bilancio) e Gianni Fava (deputato e assessore all’Agricoltura).
La guerra al doppio incarico, annunciata dal governatore lombardo Roberto Maroni in campagna elettorale, dovrà  aspettare ancora un po’.

Francesca Martelli

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