Maggio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
L’INVENTRICE “DELL’AMANTIDE RELIGIOSA” FAREBBE BENE AD ANDARE A RIPETIZIONI DI ITALIANO, MAGARI DA UNA IMMIGRATA CONGOLESE CHE HA STUDIATO NEL NOSTRO PAESE
«A scuola, allora, si cominciava con le aste, centinaia di aste su quaderni a quadretti con la matita, non
ancora col pennino e l’inchiostro. Poi, si passava alle vocali; poi, alle consonanti; poi, all’assemblaggio di una consonante e di una vocale; quindi, si congiungevano le sillabe per formare parole. E si copiavano parole dal sillabario e si facevano schede d’esercizi. Esercizi che duravano dei mesi…».
Ecco, l’onorevole ripetente Michaela Biancofiore dovrebbe ricominciare da quell’ultima intervista data da Leonardo Sciascia a Le Monde prima di morire.
Riparta dalle aste.
O almeno dalle vocali: a-i-u-o-l-e.
Perchè una cosa deve mettersela in testa: deve piantarla di difendere l’italianità dell’Alto Adige commettendo strafalcioni mostruosi non solo per un deputato ma per un somaro della seconda elementare.
Si è schiantata sugli accenti («dò», «stà », «pò»), ha detto che gli avversari la vogliono «distrutta, annientata, denigrata, scanzonata» (voce dello sconosciuto verbo michaeliano «scanzonare»), ha inventato «l’amantide religiosa».
Creatura che, con l’apostrofo lì, è ignota in natura.
Insomma: un disastro.
Prendiamo la sua ultima battaglia, contro la rimozione, dalla parete del Palazzo degli Uffici finanziari di Bolzano di un altorilievo che raffigura il Duce a cavallo. Ricordate? Berlusconi fece con Durnwalder nell’autunno 2010 un accordo scellerato: la Svp s’impegnava a non votare, in quel momento delicato, la sfiducia a Bondi e in cambio Roma dava ciò che nessun esecutivo, di destra o sinistra, aveva mai concesso: lo stop ai restauri del monumento alla Vittoria, la rimozione dell’altorilievo e lo spostamento del monumento all’Alpino di Brunico.
Tre simboli dell’italianità vissuti dalla Svp come ferite.
Bene: mentre scoppiava la rivolta, la ripetente «pasionaria» pidiellina se ne restò muta: «Invito tutti alla calma. Il governo ha già abbastanza problemi».
Entrata tardi in battaglia per amore berlusconiano, la Biancofiore ha però ragione: non c’è senso a rimuovere l’altorilievo.
Come ricorda nel libro “Non siamo l’ombelico del mondo” Toni Visentini, che certo non è un italianista fanatico, «la piazza non è mai stata vissuta (ed è opportuno che non si cominci ora) come “fascista”» anche perchè «il bassorilievo – splendido – è opera di un grande scultore bolzanino di lingua tedesca, Hans Piffrader».
Cosa resterebbe se i posteri avessero distrutto tutti i ritratti di Giulio Cesare e Luigi XIV, papa Borgia o Ezzelino da Romano? Ormai è lì, ci mettano una targa che spieghi la scelta di non distruggere l’arte nonostante le infamie del Duce e fine.
Ma in nome dell’Italia, dell’italianità e della lingua italiana la Biancofiore la smetta di scrivere, come ha fatto su carta intestata spingendo Emiliano Fittipaldi a riderne su l’ Espresso , che si trattò di un accordo preso «senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori…».
Ma chi l’ha promossa in terza elementare?
Pensa di avere, come deputata, l’immunità ortografica?
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 28th, 2013 Riccardo Fucile
LA RABBIA DI BRUNETTA: “SE NON ARRIVERA’ LA RESTITUZIONE DELL’IMU MI DIMETTO E VOTO CONTRO LA FIDUCIA”
Una drammatica telefonata di Ghedini piomba in vivavoce all’ora di pranzo, mentre Berlusconi e i suoi fidi sono tutti riuniti.
Voce strozzata dall’emozione e dall’incredulità : «Ma come, non vi rendete conto?».
Esplode, l’avvocato del Cavaliere: «La Cancellieri alla Giustizia è quanto di peggio ci poteva capitare. Vi avevo scongiurato in tutti i modi di non farla passare. E invece così voi state firmando l’eutanasia di Berlusconi, le sue future condanne, la sua eliminazione fisica per via giudiziaria…».
Muti i presenti intorno al tavolo di Palazzo Grazioli, gli occhi appuntati su Berlusconi. La cui bocca emette un sospiro: «Questo è il pensiero di Ghedini».
Sottinteso: il suo, non il mio.
Oppure: lo so bene, ma non posso farci nulla, perchè «il governo deve partire».
Deve. E pure in fretta.
Non a caso il primo commento berlusconiano, udita la lista dei ministri, sottolinea quanto egli sia stato disponibile, verrebbe da dire servizievole: «Abbiamo trattato per la formazione del governo senza porre alcun paletto e senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero già stati ministri».
Brunetta nel governo non va bene in quanto giudicato troppo «incazzoso»?
Via Brunetta, nonostante sia stato l’artefice tra i massimi della sua straordinaria rimonta elettorale.
Alla base Pd non garba uno come Schifani? Via, via anche Schifani.
Gelmini, Fitto, la Biancofiore e la Bernini sarebbero di disturbo? Tutti accantonati senza rimpianti per far nascere un governo nel segno dei tempi attuali, composto da persone giovani o al massimo «pantere grigie», umanamente carine, politicamente corrette, che sappiano stare a tavola (è una metafora).
Anche nel centrodestra, il 27 aprile 2013 segna lo spartiacque, fissa un nuovo standard: il governo d’ora in avanti sarà solo per i «presentabili».
Cioè trionfo totale delle «colombe» berlusconiane.
Basti dire che ben quattro dei cinque neo-ministri Pdl (Alfano, Lorenzin, Lupi e Quagliariello) erano stati sospettati di alto tradimento per aver chiesto in autunno le primarie del partito, addirittura con una manifestazione al Teatro Olimpico (un quinto protagonista, Mauro, ha pure lui ottenuto la poltrona però in quota Monti).
I «falchi» invece restano scornacchiati.
Prima Berlusconi li ha ben spremuti in campagna elettorale, e adesso li chiude sotto chiave nello sgabuzzino, da dove verranno tirati fuori in occasione delle prossime manifestazioni oceaniche, la prossima il 4 maggio a Brescia.
Per cui dentro il Pdl, in queste ore, c’è l’inferno.
Musi lunghi di chi aspirava alla «cadrega» (delusione umanissima), Malox a fiumi per i «pasdaran» che si sentono vittime dell’ingiustizia, per le «amazzoni» abbandonate da Silvio, per gli scudieri più fedeli sconcertati dalla giravolta (tale la considerano) del Grande Capo.
Chi insiste a trovargli una giustifica, scommette che è tutta una finta, «tra due mesi lui manderà all’aria il governo e torneremo a votare».
Altri sono sicuri che l’abbia fatto per la salute delle sue aziende in debito d’ossigeno, ansiose di stabilità politica e di proventi pubblicitari legati alla ripresa.
Qualcuno, come l’impetuosa Daniela Santanchè, ha usato con Berlusconi parole di amicizia ma anche di verità .
Altri, vedi Brunetta, già preannunciano che non finisce qui; se lunedì non dovesse arrivare perlomeno la restituzione dell’Imu allora nessuno terrebbe più a freno la rivolta, il capogruppo (ma tutti, non solo lui) darebbe le dimissioni per votare contro la fiducia a Letta…
Paradosso dei paradossi, il successo politico berlusconiano, anzi il trionfo del Cavaliere che rientra in circolo, che pretende e ottiene pari dignità , che porta a casa ben cinque posizioni importanti, che riapre il dialogo con Monti (dal quale si è fatto convincere al sì su Saccomanni), che getta le basi del futuro Ppe in salsa tricolore, questo Berlusconi vittorioso va più di moda a sinistra che nel centrodestra.
Dove rare sono le voci pronte a dargli atto del miracolo.
Gasparri è tra quei pochi, e col suo accento romanesco quasi sbotta: «Sei mesi fa eravamo spacciati, nessuno avrebbe mai immaginato di ritrovarci qui in campo che ce la giochiamo alla pari. Altro che piangersi addosso!».
Silvio meriterebbe un busto al Pincio…
Ugo Magri
(da “la Stampa”)
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Aprile 26th, 2013 Riccardo Fucile
POI FRENA I FALCHI DEL PDL: “MA NON POSSIAMO FARLO SALTARE ORA”
Tutti i dubbi del Cavaliere si restringono ad uno: quanto durerà . 
L’operazione Letta parte, la fiducia del Pdl sarà garantita, la prossima settimana.
«Non possiamo farci carico della responsabilità di un fallimento, l’ho promesso al capo dello Stato, ma devono accettare il nostro programma fiscale e nostri uomini in posti chiave o avrà vita breve» va ripetendo da Dallas Silvio Berlusconi ai luogotenenti che a Roma vivono sospesi tra la voglia di trattare (e entrare nell’esecutivo) e la paura di bruciarsi in un falò di breve durata, da qui all’autunno.
È il dilemma di queste ore che sta paralizzando lo stato maggiore berlusconiano. Troppo favorevoli i sondaggi in questo momento per non mettere nel conto un calo già nelle prossime settimane, dopo l’abbraccio col Pd e magari dopo una nuova manovra lacrime e sangue.
Ma sul da fare il leader Pdl ha messo ormai a tacere tutti i falchi del partito.
A loro, il capo ha concesso che certo, «bisognerà stare attenti che l’accordo non ci faccia perdere troppi punti: se sarà così non esiteremo entro l’anno a trarre le conseguenze ».
Intanto il voto di lunedì in aula non è in discussione.
Qualcuno, come il capogruppo al Senato Renato Schifani, si è già tirato fuori dal tritacarne del totoministri.
Altri dirigenti di prima fila, come Mariastella Gelmini, appaiono nelle riunioni di via dell’Umiltà assai meno interessati rispetto ad altri.
Tanti, però, va detto, sono in rampa di lancio e restano in attesa del disco verde del capo per il grande salto a bordo.
A cominciare dal capogruppo alla Camera Brunetta. Ma circolano anche quelli di Lupi, Romani, Bernini, Lorenzin, Carfagna, Calabria.
Al segretario Alfano, a dispetto delle smentite, non dispiacerebbe affatto entrare in squadra coi galloni da vice o in un dicastero di peso.
Sebbene abbia chiesto, nell’eventualità , di mantenere la carica di segretario Pdl.
La tensione è assai alta in via dell’Umiltà .
Proprio i sospetti circolati in sede su un “patto dei quarantenni” tra Enrico Letta, Lupi e Alfano per il varo del governo ha indotto il segretario a chiedere e ottenere che il più autorevole dei “falchi”, Denis Verdini, facesse parte della delegazione che coi capigruppo ha incontrato il premier incaricato.
Le somme, anche sulle caselle da occupare nel nuovo esecutivo, le tirerà il Cavaliere, che è ripartito nella tarda serata (ora italiana) subito dopo l’inaugurazione della “Library” di George W. Bush, per essere oggi a ora di pranzo a Palazzo Grazioli.
E un faccia a faccia proprio con Letta viene dato per probabile già nel pomeriggio, nonostante la smentita del premier abbia fatto pensare a un possibile slittamento a domattina.
L’accordo comunque si chiude, sia sul programma, come ha lasciato intendere Berlusconi nelle interviste da Dallas, sia sui ministri.
L’ordine di scuderia ad Alfano, Verdini, Schifani e Brunetta – sentiti prima e dopo il colloquio di quasi due ore ieri pomeriggio nella Sala del Cavaliere – è stato quello di prendere tempo, e così è stato.
Come far parte del team di governo e con quale spinta e quali uomini resta l’incognita. Letta avrebbe proposto ai pidiellini una sorta di svolta generazionale e volti «non spesi» nei governi Berlusconi e Monti.
Alfano gli ha ribattuto che loro non accetteranno designazioni eterodirette. Chi nel Pd lavora al fianco del premier racconta come tutto sarebbe più facile se dall’altra parte avanzassero candidature come quelle di «Lorenzin o Bernini».
Deciderà come sempre Berlusconi.
Quel che gli preme adesso è lanciare segnali rassicuranti, sebbene non definitivi, sull’esecutivo.
«Facciamolo partire, poi si vede – è stato mood delle telefonate dagli Usa – Rispetto al Pd abbiamo anche un programma economico, loro no».
Detto questo, nel governo che nascerà bisognerà starci in postazioni chiave, è l’altro punto irrinunciabile – assieme all’Imu e alla riduzione della pressione fiscale – che Berlusconi porrà al tavolo del confronto con Letta.
Per il Pdl rivendica almeno uno dei tre ministeri strategici: Economia, Giustizia o Interni.
Consapevole tuttavia di come difficilmente potrà strappare il Guardasigilli.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 26th, 2013 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DI BERLUSCONI APRE ALLE LARGHE INTESE E RILANCIA SULL’IMU… ANGELINO ALFANO: “I NOSTRI MINISTRI LI SCEGLIAMO NOI”
Per adesso ha ricevuto gli incoraggiamenti e poco altro. Lo ha incoraggiato a continuare Matteo Renzi.
Debora Serracchiani si è augurata che Enrico Letta riesca “a portare a compimento il difficile compito”.
Dal campus della Southern Methodist University, dove presenziava alla cerimonia di inaugurazione della Biblioteca Presidenziale in cui saranno conservati i documenti degli otto anni di George W. Bush alla presidenza Usa, Silvio Berlusconi ha voluto chiamare personalmente il premier incaricato.
I nodi per un’alleanza Pd-Pdl ci sono, ma nulla che non sia possibile sciogliere nei prossimi giorni (non ne basterà uno solo, tanto che si immagina che Camera e Senato possano essere convocati per l’eventuale fiducia nelle giornate di lunedì e martedì prossimo).
“Coraggio, fermezza e senso dell’unità ”, ha predicato il presidente della Repubblica dal monumento della Liberazione di via Tasso, a Roma.
Silvio Berlusconi lancia messaggi rassicuranti. Dice: “Poco importa chi guiderà questo governo, importante che ci siano un governo e un Parlamento per approvare provvedimenti urgenti”.
E ancora: “Non voglio nemmeno pensare all’ipotesi di un fallimento. Abbiamo bisogno di un governo che faccia. E subito. L’economia è in condizioni terribili”.
La consultazione a Montecitorio con il gruppo del Pdl (allargato all’ingombrante presenza di Denis Verdini), dura due ore piene, nelle quali — al netto dello spirito costruttivo — il Pdl prova a imporre i propri 8 punti di programma.
Otto punti tra i quali si contano l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, la revisione dei poteri di Equitalia e anche una riforma della giustizia dal sapore decisamente berlusconiano.
Il problema di fondo (e di bandiera) resta quello dell’Imu. Berlusconi vorrebbe abolirla per farsi forte di una promessa elettorale mantenuta, Scelta Civica ne difende l’integrità per non mettere in mora le scelte del proprio fondatore Mario Monti.
L’altro nodo è quello dei nomi.
Se Angelino Alfano afferma: “Noi non affidiamo a terzi la rappresentanza del Pdl, il Pdl ha esponenti che sono perfettamente in grado di far parte del governo”, Enrico Letta ribadisce a stretto giro: “Cercherò di dare incarichi a persone competenti, non che abbiano 40 anni di carriera alle spalle. Questo perchè, la mattina dopo, molti di quei ministeri avranno picchetti di persone che hanno perso lavoro e non si potranno fare mesi di pratica”.
Dal totonomi di giornata si sottrae Renato Schifani, che afferma di essere già sufficientemente impegnato a fare il capogruppo del Pdl a Palazzo Madama.
Restano invece quelli di Mariastella Gelmini e Maurizio Lupi, cui si affianca anche quello di Mara Carfagna, ieri impegnatissima a difendere l’onorabilità della truppa di centrodestra nel governissimo.
In tutto il Pdl dovrebbe occupare 7-8 caselle. Renato Brunetta per adesso è fuori.
La sua ascesa all’esecutivo avrebbe liberato la poltrona di capogruppo alla Camera, che una volta riassegnata avrebbe un ruolo pacificatore all’interno del gruppo Pdl di Montecitorio.
Per il centrosinistra è ancora in corsa per gli Esteri Massimo D’Alema.
Seguono Dario Franceschini e Francesco Boccia.
Al Lavoro il derby è tra Guglielmo Epifani e Stefano Fassina.
Maria Laura Carrozza sembra lanciata verso l’Istruzione.
Napolitano vorrebbe Giuliano Amato all’Economia.
Il governo “snello e sobrio” auspicato dall’incaricato Letta conterrebbe anche Anna Maria Cancellieri (sulla quale Berlusconi ieri ha negato di aver posto — come è uso — alcun veto) ed Enzo Moavero.
Una riconferma potrebbe arrivare anche per Andrea Riccardi.
In bilico invece la possibilità di vedere al governo Franco Frattini, sul quale pesa la fatwa del Pdl.
I due gruppi si incontreranno ancora. Berlusconi e Letta parleranno ancora al telefono. Il Giornale, oggi, annuncia il via libera di Berlusconi all’operazione.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL PDL CHIEDE GLI INTERNI E LA GIUSTIZIA… L’ALTERNATIVA: IN CAMPO SOLO LE SECONDE FILE
Il nuovo inciucio nasce sotto il segno di Letta nipote e dello schifo. Parola del parlamentare prodiano del Pd Sandro Gozi, che dice: “A me un governissimo iperpolitico con dentro la Gelmini e Quagliariello farebbe molto schifo”.
Risponde Maurizio Gasparri del Pdl: “A me farebbe schifo Gozi se sapessi chi è”.
Battute a parte, il nodo dello schifo, più unilaterale che reciproco, cioè del Pd verso il Pdl, è destinato a rendere abbastanza stretto il sentiero del premier incaricato con riserva Enrico Letta.
Il quale, non a caso, rispetto ai tempi previsti farà un po’ più tardi: la lista dei ministri, che saranno diciotto, arriverà entro domenica al Colle.
Di conseguenza la fiducia slitta a inizio della prossima settimana, tra lunedì e martedì.
Ad alzare la fatidica asticella nelle trattative partite ieri è stato il Cavaliere dagli Stati Uniti, in collegamento telefonico con lo stato maggiore del Pdl: Angelino Alfano, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Gasparri, pure Daniela Santanchè.
La paura del centrodestra, che già sente odore di trappolone, è un governo di seconde file, “un governicchio balneare” secondo la definizione di Alfano, che di fatto disimpegnerebbe il Pd.
Berlusconi invece vuole un impegno ai massimi livelli, di qui l’ordine impartito ai suoi fedelissimi: “Abbiamo già rinunciato ad Amato premier, a questo punto il centrosinistra ha premier, presidente del Senato e presidente della Camera, ci vuole un fortissimo riequilibrio”.
Ed è per questo che la rosa dei ministri del Pdl vede in primissima fila il segretario Alfano, vicepremier in pectore, i capigruppo Schifani e Brunetta, alias i due Renati, Mariastella Gelmini, il saggio Gaetano Quagliariello.
Per Schifani sarebbe stata già avanzata la richiesta di due ministeri chiave: l’Interno (da cui gestire le prossime elezioni politiche, quasi sicuramente anticipate) oppure la Giustizia, inutile dire perchè alla luce dei guai del Cavaliere.
Poi c’è la questione dell’Economia , il vero contrappeso alla premiership di Enrico Letta.
Una sorta di premier ombra per la destra, visto che per B. il primo punto del programma dovrà essere l’arrembaggio all’Imu, ossia restituzione e abrogazione dell’odioso balzello sulla casa.
In merito si segnala il clamoroso pressing dei falchi del Pdl su Berlusconi, che va ben oltre la provocazione.
Un’ipotesi che renderebbe già morto e sepolto il governo di Letta nipote: “Caro Silvio, per evitare trappole e non trovarci di fronte fra tre mesi a un ribaltone tra Pd e grillini contro di te e contro di noi, fai tu il ministro dell’Economia”.
Una condizione per rompere più che per trattare, ma che dà alla perfezione il clima di sospetto e di diffidenza che circola nel Pdl.
Il nodo dello schifo, cioè dei ministri impresentabili del Pdl, impossibili da far digerire, potrebbe essere aggirato dai democratici con la proposta di seconde file e di personalità della società civile, modello saggi di Napolitano.
Sotto lo scudo della novità , con esponenti mai stati al governo, il Pd risponderebbe alle richieste di Napolitano e B. sul governo politico con una massiccia iniezione di cosiddette seconde file, non di big: Sergio Chiamparino e Graziano Delrio per i renziani; Davide Zoggia per i bersaniani; persino qualche giovane turco come Andrea Orlando.
Letta ha anche in testa nomi da pescare all’esterno, in grado di parlare al mondo grillino, per esempio Salvatore Settis alla Cultura.
Ma nel Pd la discussione è animata: Massimo D’Alema e Anna Finocchiaro sono per adeguarsi al Pdl e non fornire un contributo di serie B.
La partita è complessa e “rischia di incartarsi”, per dirla con una fonte democrat.
Il totoministri contempla anche l’ipotesi che il Pdl accetti le richieste del Pd e indichi esponenti mai stati ministri, a eccezione del segretario Alfano.
In questo caso, oltre a Quagliariello, entrerebbero in ballo Maurizio Lupi e Donato Bruno.
Per i centristi di Scelta Civica molto probabili sono i nomi di Mario Mauro e Lorenzo Dellai mentre a Mario Monti potrebbe andare la guida della nuova Bicamerale, ossia la Convenzione per le riforme.
L’attuale premier sconta il veto del Pdl: “Non vogliamo nel governo l’uomo dell’Imu”.
Per la serie, c’è sempre qualcuno più impresentabile di te.
In questa trattativa in cui iniziano a dominare richieste impossibili, tutti, compre Letta, dovranno fare i conti con il vero dominus dell’esecutivo: Giorgio Napolitano.
A lui spetterà l’ultima parola sui ministeri chiave: Economia, Interno, Difesa, Esteri, Giustizia.
Impensabile, quindi, che in Europa ci vada a parlare Brunetta, come numero uno di via XX Settembre.
Meglio piuttosto Fabrizio Saccomanni, dg di Bankitalia.
Così come la Giustizia, snodo delicatissimo: Luciano Violante o Franco Gallo, presidente della Consulta.
Il nuovo inciucio si farà ma non si sa ancora come.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 24th, 2013 Riccardo Fucile
I TIMORI PARALLELI DI UN’IPOTECA GIUDIZIARIA SULL’ACCORDO PD – PDL
Nella discussione su formule di governo, riforme costituzionali e ricette economiche, c’è un non detto che da due mesi sottintende ogni analisi dei dirigenti di Pd e Pdl, e che rischia di incidere in modo determinante sulle decisioni a cui sono ora chiamati i due maggiori partiti: è la ventennale ipoteca giudiziaria sulla politica, «un’insidia» – come la definisce il democratico Epifani – che è posta sulla strada di quel governo a cui lavora Napolitano.
Cosa accadrebbe infatti se, dopo il varo di un gabinetto di larghe intese, Berlusconi fosse condannato e magari interdetto, o se la magistratura presentasse in Parlamento una richiesta di autorizzazione a procedere contro di lui?
È questo il bivio dinanzi al quale si trovano Pd e Pdl, di questo si discute nelle riunioni riservate, perchè oltre i temi dell’Imu e del semipresidenzialismo c’è una variabile indipendente che potrebbe costringere le due forze a cambiare strategia in corso d’opera.
È vero che la nascita del governo sarebbe posta al riparo dal problema, ma «l’insidia» nel giro di pochi mesi potrebbe manifestarsi.
Che farebbero allora i democratici, sotto la pressione della piazza e della rete, dopo che autorevoli esponenti si sono già espressi a favore dell’ineleggibilità e dell’arresto di Berlusconi?
E quali margini di manovra avrebbe il Cavaliere, quando ormai sarebbe sfumata la possibilità di andare al voto anticipato per rompere l’assedio?
La questione non è stata mai affrontata pubblicamente.
Solo una volta è emersa, proprio la sera dell’incontro tra Bersani e Berlusconi, quando il pd Fassina – in un’animata discussione televisiva con il pdl Gasparri – sbottò dicendo che la grande coalizione non si sarebbe mai potuta fare, perchè «i problemi giudiziari» del leader di centrodestra «sono un macigno», un «elemento ostativo insormontabile» per arrivare a un’intesa. Ora che Napolitano è stato rieletto al Colle, quel «macigno» è superato?
O resta quel non detto che i dirigenti democratici colsero nella frase pronunciata dal segretario all’atto del congedo?
«Non so se un mio successore potrà fare quello che io non ho potuto fare», sussurrò Bersani, senza aggiungere altro.
Di qui le difficoltà del Pd, che è chiamato a scegliere tra linea riformista e linea movimentista sul terreno più accidentato: quello del berlusconismo.
Il veltroniano Verini prova a tener chiusa quella porta, spiegando che «noi non è che dovremo appoggiare un governo Berlusconi ma un governo di Napolitano».
E anche il responsabile giustizia del partito, Orlando, prova a tener separato il nodo politico di un accordo con il Pdl, «difficile a meno che non sia Renzi a fare il premier», dal nodo giudiziario: «Perchè la questione andrebbe rovesciata. Qualora Berlusconi venisse condannato, bisognerebbe vedere come reagirebbe il Pdl: andrebbe a bruciare i tribunali o accetterebbe le sentenze? Nel qual caso, non ci sarebbero problemi».
Più che una dichiarazione distensiva, è una dichiarazione di guerra, una sfida per verificare il grado di solidità (e solidarietà ) del Pdl verso il proprio leader.
Non a caso il tema in queste ore è elemento di discussione ai vertici del partito, ed evoca nel gruppo parlamentare quanto accadde nel ’93, nel giorno di battesimo del governo Ciampi, quando le richieste di autorizzazioni a procedere contro Craxi – respinte dalla Camera prima del voto di fiducia – portarono alle dimissioni dei ministri di area Pds.
Di qui l’indecisione del centrodestra (e di Berlusconi), diviso tra l’istinto di muovere verso le urne e il desiderio di collaborare alla riuscita del governo «di Napolitano».
Ma proprio «il discorso d’insediamento del capo dello Stato – secondo il deputato di Scelta civica Dambruoso – si è steso come un ombrello protettivo sul futuro governo, rispetto a eventuali rigurgiti di questioni che potrebbero minare i rapporti di maggioranza».
Non è dato sapere se il parlamentare montiano, già noto magistrato, abbia ragione, mentre si discute sulla figura che si insedierà al ministero di Giustizia. Di sicuro il Cavaliere – come il Pd – è atteso a una parola definitiva sul non detto che tiene in sospeso le sorti del governo e della legislatura.
Ancora ieri il capo del centrodestra alla Camera ha fatto mostra di non curarsene, concentrandosi sui «problemi dell’Italia».
L’atteggiamento ha colpito il vicepresidente del Csm, Vietti, che incrociando il pdl Lupi in Transatlantico, gli ha sussurrato: «Silvio è diventato un democristiano».
Francesco Verderami
(da “il “Corriere della Sera”)
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Aprile 23rd, 2013 Riccardo Fucile
BOCCIATI I LORO EMENDAMENTI AL BILANCIO REGIONALE, ORA DENUNCIANO L’INCIUCIO PDL-PD
Addio al “modello Sicilia”, tanto decantato da Beppe Grillo. 
È rottura totale tra i quindici deputati del Movimento cinque stelle e il Governatore siciliano Rosario Crocetta.
Ad annunciare la svolta è stato uno dei deputati grillini, Salvatore Siragusa, tra i più attivi parlamentari di Palazzo dei Normanni che spiega: «Non parliamo di rottura perchè in realtà non siamo mai stati legati a Crocetta, ma certamente abbiamo constatato che più che il “modello Sicilia” a Crocetta piace il “modello Pd-Pdl”, insomma il modello dell’inciucio».
A scatenare la rabbia dei grillini è stata soprattutto la fotografia scattata a Montecitorio tra il Presidente Rosario Crocetta e il leader del Pdl, Silvio Berlusconi.
«Effettivamente – dice Siragusa – quella foto ci ha colpiti. È solo la conferma di ciò che pensavamo. Noi, comunque, continueremo a fare quello che facevamo prima, cioè approviamo solo quei provvedimenti che ci convincono. E basta».
La rottura tra i grillini e il Governo Crocetta si è consumata piano piano, a partire dalla notte in cui è stata approvata la legge per la doppia preferenza di genere, quando il Movimento cinque stelle ha votato contro il disegno di legge portato in aula dal Presidente della Regione.
Il ddl è stato poi votato da Pd e Pdl ma non dai grillini, secondo cui con la doppia preferenza di genere c’era il rischio di «inquinamento del voto».
Poi, oggi Crocetta incontrando i giovani democratici ha detto di provare «disprezzo» quando sente parlare «di golpe da Grillo».
Stasera la rottura totale.
(da “La Stampa“)
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Aprile 23rd, 2013 Riccardo Fucile
FIORONI SI SPELLA LE MANI, BERLUSCONI DIRIGE L’ORCHESTRA E CITA PICO DELLA “MIRANDA”
Quando gli ha detto che sono imperdonabili, versione appena più soft di impresentabili, un lungo battimani, delle decine con cui hanno accompagnato le parole del presidente, ha nuovamente scosso cravatte e gonnelle.
Beppe Fioroni, deputato dichiaratamente sadomaso, si è ustionato le dita per la forza impressa al clap clap.
Il più bello spettacolo del mondo, e da sinistra come da destra finalmente un coro unanime, un tributo condiviso, una scena di gioia e non di dolore, di solidarietà e non di divisione.
Malgrado il cerone nelle dosi identiche del secolo scorso, Silvio Berlusconi è parso ringiovanito di vent’anni e col dito del maestro d’orchestra ha musicato le parole di Napolitano.
Seguiva il discorso con il trasporto di una canzone dell’amato Trenet, col cuore in gola, l’indice ondeggiante e gli occhi lucidi: “Le mie ragazze mi hanno salutato cantando Meno male che Silvio c’è. Ho detto loro di cambiare nome: Meno male che Giorgio c’è”.
Entusiasta, commovente.
Non si è risparmiato con i ritratti della memoria: “Francamente, neanche Pico della Miranda sarebbe riuscito a formare un governo senza i voti necessari”.
Francamente si chiamava Mirandola, ma è stata l’emozione.
Quasi come quella di Dario Franceschini che ieri l’altro se l’è vista brutta al ristorante per via di un incrocio teppistico e oggi ha respirato: “Un gigante, è un gigante”.
In effetti la prescrizione alle larghe intese ha trovato un seguito immediato.
Ecco Latorre con Fitto, laggiù a destra, appena usciti dall’aula, a verificare l’accordo.
Magnifico Latorre: “Sono vent’anni che inciuciamo”.
E magnifico, c’è da dirlo? Silvio, di nuovo ganzo, sorridente, pronto a fare già ora un pensierino a ciò che avverrà da qui a due anni: la successione al Quirinale.
Re Giorgio è stato chiaro: finchè le forze mi sorreggeranno.
Quando taglierà il traguardo dei novanta, cioè tra pochissimo, potrebbe trovare un ragazzo di nemmeno ottanta a sostenere lo sforzo di unire il Paese.
Per unirlo serve un governo e nuovi orizzonti, nuove parole: “Basta inciucio, chiamiamola collaborazione”.
E d’un tratto, sotto il gazebo, la prima indiscutibile prova collaborativa: la portavoce pro tempore di Bersani, la carina Alessandra Moretti un po’ sciupata nell’umore per via delle brutte giornate che l’hanno vista protagonista, verifica, in un vertice con Daniela Santanchè, portabandiera dell’altra parte, i primi caratteri di un lavoro comune, solidale, costruttivo.
“Noi siamo un po’ diversi da loro”, dice la Bindi, acciaccata dagli eventi e persa nei suoi brutti pensieri.
Non sembrerebbe, volendo essere pignoli, che l’impressione sia quella giusta.
C’è Formisano, un ex dipietrista passato alla nuova stagione, che ascoltando e valutando ritiene inesorabile il superlativo: “È un gigante e di più”.
Col papagno, quel senso triste che segue alla pennica, l’umore fragile di Pier Luigi Bersani.
Si accomiata sibilando: “Discorso davvero eccezionale”.
Non è vispo come quell’altro, che infatti si intrattiene con Barbara D’Urso, fa la fila dei tg, allunga il passo da uno studio all’altro.
Corteo di cronisti sorridenti e disponibili, corteo di amazzoni felicissime.
Dorina Bianchi: “Embè?”. La filiforme Ravetto: “Senza di lui dove saremmo?”.
Non sarebbe di sicuro in Parlamento la sua badante, l’onorevole Maria Rosaria Rossi che cura l’agenda del cuore e in questi ultimi giorni è stata vista anche in compagnia di Dudù, la cagnolina di Francesca Pascale, fidanzatina del Capo.
Che spettacolo, e quanti sorrisi, e che bello vederli finalmente liberi di assecondare il senso per le Istituzioni.
“Faremo un governo”, dice il leghista Bonanno.
Figurarsi, Quagliariello è già ministro, anche Violante forse.
Più preoccupata la pattuglia dei fedeli a Enrico Letta.
Si dice che non possa raggiungere lo scranno da premier, forse sarà solo ministro. Vedremo. Comunque è una giornata molto diversa questa, e non solo e non tanto perchè c’è la fanfara e i commessi in grande uniforme e le freccie tricolori.
Ma perchè si vede una via d’uscita: “per il bene del Paese dovremo fare un governo”.
“O con i cinquestelle oppure io non ci sto”, dichiara Matteo Orfini, uno dei pochi che non gradisce.
Ma non ha capito niente, “Napolitano è il più giovane tra di noi”, assicura Casini.
Altro che grillini! In effetti spaesati, fuori sincrono.
Oggi riunione in streaming per decidere l’espulsione del deputato Mastrangeli, incolpato di bulimismo televisivo.
È un processo ma sembra qualcosa di più vicino a Uomini & donne, il talk dei cuori solitari. “Ma ti sembra, ma siamo in Corea del nord?”, dice un cittadino a una cittadina.
Stridono con la realtà e con il gusto vero della vita.
Antonello Caporale
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 22nd, 2013 Riccardo Fucile
AGLI AVVERSARI INTERNI POCHI MESI FA DISSE: “VI HO IN PUGNO”… INDAGATO PER RICETTAZIONE
Il cassetto dei segreti. O, meglio, dei dossier.
I “souvenir” che l’ex ministro dell’Interno (e poi delle Attività produttive) ed ex presidente del Copasir Claudio Scajola si era portato da Roma a Imperia.
Sono spuntati dalle perquisizioni nell’abitazione e nell’ufficio di Scajola, nell’ambito dell’inchiesta che vede l’esponente del Pdl indagato perchè la somma pagata per i lavori di ristrutturazione di casa nasconderebbe un illecito finanziamento.
A causa di quei documenti, l’ex ministro è ora indagato anche per ricettazione.
Ci sono atti relativi a un procedimento contro Berlusconi, carte del Viminale e note “riservate” dei servizi segreti.
C’è anche un’informativa del 1998, in cui i carabinieri parlano del presunto consumo di cocaina da parte dell’ex deputato Eugenio Minasso, l’attuale principale avversario di Scajola.
La circostanza getta una luce nuova sul clamoroso sfogo dell’ex ministro lo scorso inverno, quando durante un incontro a Genova con gli avversari interni del Pdl, affermò: «So molte cose di voi, ma non le utilizzo».
(da “il Secolo XIX“)
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