Aprile 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX PARLAMENTARE PDL LO AVEVA AFFITTATO PER IL MINISTRO… ORA RIVUOLE INDIETRO 175.000 EURO
Quell’appartamento di via di Campo Marzio affittato per ospitare Giulio Tremonti gli ha procurato
tanti problemi ed ora Marco Milanese, ex deputato Pdl, chiede il conto all’ex ministro, del quale è stato consigliere politico: 174 mila euro.
In caso di mancata soddisfazione l’ex deputato non esiterebbe a rivolgersi al tribunale civile.
La richiesta è stata fatta in via epistolare e Milanese ed è in attesa di risposta.
La rivendicazione dell’ ex deputato è basata sui canoni di affitto versati dopo la stipula del contratto con il Pio Sodalizio dei Piceni, proprietario dell’immobile, l’1 febbraio 2009.
L’accordo prevedeva il pagamento del canone di 8.500 euro mensili a partire dal luglio 2010 in considerazione dei lavori di manutenzione a carico del locatario. Milanese, secondo i calcoli del suo entourage, ha provveduto al pagamento del canone dal luglio 2010 al luglio 2011 ricevendo da Tremonti 4.000 euro mensili, mentre da luglio 2011 fino ad aprile 2012 ha pagato l’intero canone.
Non avendo alcun interesse al proseguimento della locazione ed in considerazione del mutamento dei rapporti personali e professionali con Tremonti, Milanese ha risolto il contratto di locazione dall’1 maggio 2012 previa corresponsione alla proprietà , a titolo transattivo, 25 mila euro.
Il totale, per Milanese, delle somme sborsate è di 174.819 mila euro ed è questa la cifra che ora chiede a Tremonti di rimborsagli.
Tremonti, che per l’appartamento di via di Campomarzio è indagato dalla procura di Roma per finanziamento illecito di parlamentare in relazione alla ristrutturazione gratuita dell’immobile da parte dell’imprenditore Angelo Proietti, indagato a sua volta con Milanese, ha lasciato la casa nell’estate del 2011.
A parlare del trasloco, avvenuto la notte tra il 26 ed il 27 luglio, era stato il portiere dello stabile, sentito come testimone dalla procura di Napoli nell’ambito dell’inchiesta sulle attività di Milanese.
(da “La Stampa”)
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Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
PIACE A BERLUSCONI E POTREBBE INCARICARE SUBITO RENZI
“Ma sì, voteremmo anche D’Alema. Perchè no? Per noi l’importante non è il nome, ma che ci sia
l’accordo. Per un governo di larghe intese”.
Parola di Daniela Santanchè, vicinissima di Berlusconi.
D’altra parte, la linea l’ha data lui, il Caimano. “Siamo pronti a votare anche un pd al Colle”.
In cambio, chiaramente di “un governo di larghe intese”.
Dice in un’intervista a Repubblica.
Mentre toglie persino il salvacondotto come condizione dal tavolo della trattativa. Dunque, un pd. Come tattica di disturbo, Berlusconi ha già lanciato Bersani. Il quale ha smentito di essere in corsa.
C’è da crederci: forse al segretario democratico piacerebbe anche, ma si sta giocando un’altra partita.
Franco Marini? Lo vogliono i Fioroni e i Franceschini, ma Bersani no.
E neanche Renzi.
Prodi, che i renziani sarebbero pronti a indicare se non c’è accordo già dalla quarta votazione? Non va bene a B.
Ecco allora, qualcuno meno ostile: Giuliano Amato, Luciano Violante, già endorsato da Cicchitto, Anna Finocchiaro, che in quanto donna corrisponde all’ultima indicazione del segretario Pd.
Presso B. garantisce Violante. Ma regola e consuetudine vogliono che i nomi che si fanno, si bruciano.
E allora, perchè non D’Alema, che nel toto-Quirinale arriva agli ultimi posti in lista? Al Caimano potrebbe andare bene (hanno già fatto la Bicamerale insieme), a favore delle larghe intese s’è pronunciato pure nella direzione del Pd post-voto, è preda di un nuovo attivismo (giovedì ha visto Renzi, ieri Bersani).
Anche Cicchitto fa intendere che la questione è aperta, sempre in chiave di “un accordo politico”.
Le voci su D’Alema in gara per il Colle sono balzate agli onori della cronaca con la sua visita al sindaco di Firenze.
Che i due si sian detti qualcosa di importante si è visto soprattutto dal silenzio in merito dell’ex Rottamatore.
A Renzi non conveniva ostentare questo rendez-vous.
Ma gli sarebbe bastato partire per Roma alla volta degli studi tv un paio d’ore prima per evitarlo.
E dunque, cosa aveva da offrire il Lìder Maximo al giovane Matteo?
Raccontano i renziani che l’ex premier è andato a dirgli che Bersani sta sbagliando tutto, che l’idea del governo di minoranza è folle, frutto di una strategia non lucida.
E ad assicurargli che il futuro è lui.
Quando inizia il futuro? In un retroscena su Libero, ispirato a un pezzo di Keyser Soze, pseudonimo di un insider democratico su Panorama, si raccontava che mentre D’Alema era a casa di Vissani, il suo cuoco preferito, qualche giorno fa, avrebbe telefonato a Matteo proponendogli di andare subito a Palazzo Chigi.
Un incarico che gli darebbe lui stesso. Suggerendo un patto.
Tutti, vicini e lontani, sono pronti a negare che D’Alema si stia giocando questa partita. Ma chi sarebbe pronto a confessarlo, in uno scenario così incerto?
Per dirla con l’insider succitato “il sindaco di Firenze teme di fare la fine dell’eterna promessa”.
E infatti Renzi si dibatte tra una lucida coerenza (non esce dal Pd neanche se lo cacciano a calci, ha detto, e non fa il premier perchè vuole una consacrazione popolare) e la paura di essere fregato ancora una volta dall’apparato democratico insieme all’ambizione sfrenata, venata da senso di responsabilità .
“Matteo vuole fare il premier ora? No, ma se proprio glielo chiedono… ”, dicevano i suoi prima del pre-incarico a Bersani.
D’Alema dal canto suo 7 anni fa al Quirinale non c’è arrivato per un soffio: alla fine fu lui a spendersi per Napolitano.
Ma a quell’ambizione non ha mai rinunciato.
D’altra parte ha fatto tutto: il segretario del partito, il direttore de l’Unità , il presidente del Consiglio (due volte), il ministro degli Esteri, il vicepresidente dell’Internazionale socialista, il presidente del Copasir, il presidente della Bicamerale…
Nell’identikit condiviso del nuovo capo dello Stato dovrà essere “una figura di livello, dotata di credibilità internazionale”.
Anche qui ci siamo: tra viaggi negli States e conferenze organizzate da Italianieuropei con tutti i leader socialisti del continente, D’Alema ha tessuto la sua tela.
E poi è nato nel 1949: vuoi mettere un presidente così giovane in tempi così bui?
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 11th, 2013 Riccardo Fucile
SECONDO L’ACCUSA VERDINI E SOCI AVREBBERO CREATO UN’APPOSITA COOPERATIVA PER RICEVERE EROGAZIONI PUBBLICHE PER L’EDITORIA PER UN TOTALE DI 22 MILIONI DI EURO
Dodici milioni sequestrati per truffa allo Stato.
Nel mirino della Procura di Firenze Denis Verdini (Pdl) e gli altri “protagonisti” della inchiesta coordinata dalla Procura di Firenze.
Secondo il pm il deputato del Popolo della Libertà e altri indagati avevano costituito un’apposita cooperativa per ricevere le erogazioni pubbliche per l’editoria, per un totale di 22 milioni di euro (in ottobre c’era stato già un sequestro di 10 milioni, ndr). Tra le testate coinvolte il Giornale della Toscana, allegato regionale del Giornale. Quando nel dicembre scorso era scoppiato lo scodalo Verdini aveva ribattuto: “E’ una storia vecchia, grave che i magistrati la pubblicizzino nei giorni in cui si apre la campagna elettorale”.
Verdini è indagato con altre 24 persone e il periodo su cui si concentra l’indagine va dal 2002 al 2012.
Nel registro degli indagati erano finito anche l’onorevole Massimo Parisi (sempre Pdl) e altri 23.
Alla fine di ottobre la Guardia di finanza aveva già sequestrato 10 milioni e 800mila euro concessi alla società editrice del giornale, attraverso la Nuova Editoriale scarl, che sarebbero stati illecitamente ottenuti dal 2005 in poi.
Poi l’indagine si è estesa nel tempo fino al 2002.
Secondo quanto ricostruito dalla procura di Firenze la truffa ammonte a oltre 22 milioni di euro.
E quindi dopo il sequestro lo scorso autunno dei primi 10 milioni oggi sono stati sequestrati gli altri 12.Secondo la Procura, Verdini e gli altri indagati avevano costituito un’apposita cooperativa per ricevere le erogazioni pubbliche per l’editoria. Una cooperativa la cui natura, secondo gli inquirenti, sarebbe “palesemente fittizia“: nessuno dei soci vi prestava attività lavorativa, nè da lavoratore dipendente, nè autonomo, e nessuno di loro parteciva a scelte strategiche o di gestione. Gli indagati avrebbero indotto in errore il dipartimento per l’informazione e l’editoria presso la Presidenza del Consiglio, chiedendo contributi per due testate diverse appartenenti allo stesso gruppo, quando soltanto una avrebbe potuto ottenere i fondi, fornendo false fatturazioni e alterando i dati di diffusione rispetto alla tiratura.
Verdini è indagato come socio di maggioranza di fatto e amministratore di fatto della Società Toscana di Edizioni srl, che pubblicava Il Giornale della Toscana, e della società Nuova Editoriale società cooperativa a responsabilità limitata, editrice della testata Metropoli day, nonchè come dominus del Gruppo Società Toscana di Edizioni — Sette Mari, a cui fanno capo 10 società impegnate nel settore editoriale, tra cui un’agenzia di stampa, una società grafica, due radio fiorentine, una concessionaria pubblicitaria.
Come finanziatore delle attività , insieme a Verdini, gli inquirenti hanno indagato il costruttore Roberto Bartolomei, già da decenni socio al 50% con il costruttore pratese Riccardo Fusi, nella società BTP, fallita di recente e coinvolta in altre vicende giudiziarie.
Tra gli indagati risultano anche gli imprenditori Girolamo Strozzi e Pierluigi Picerno e gli editori Fabrizio Nucci e Duccio Rugani.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 9th, 2013 Riccardo Fucile
LITE PDL, LEGA E FRATELLI D’ITALIA PER LE POLTRONE: IL SINDACO VOLEVA RIDURRE GLI ASSESSORI, LA SUA MAGGIORANZA NO
Si è dimesso Marco Zacchera, sindaco di Verbania (Pdl, ex An): ha dato la notizia in mattinata durante la conferenza stampa in cui il primo cittadino avrebbe dovuto annunciare un rimpasto di giunta, con la riduzione degli assessori, fortemente criticata dai partiti che sostengono la maggioranza.
“La mia maggioranza non mi ha capito” ha commentato il primo cittadino, facendo cenno anche a lettere contro di lui.
“Il sindaco di una città – ha aggiunto – non deve essere ingessato dai partiti”.
L’annuncio del ridimensionamento della giunta è stato dato a febbraio, dopo le elezioni politiche, ipotesi che i partiti di maggioranza (Lega Nord, Pdl e Fratelli d’Italia) hanno cotestato, ribadendo l’intenzione di andare avanti con 10 assessori, mentre Zacchera rivendicava l’autonomia della scelta.
Le tensioni tra le parti hanno avuto momenti aspri come alcuni passaggi della lettera che il capogruppo del Pdl Gianmaria Franzi ha inviato al sindaco.
La critica più dura, una «gestione del Comune più simile a quella della Pro loco che di un’amministrazione comunale».
Il commissariamento scatterà dal 29 aprile, scaduti i 20 giorni di tempo che il sindaco ha a disposizione per fare marcia indietro.
Filippo Ruberta
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Marzo 28th, 2013 Riccardo Fucile
LA LISTA DEL PD: MARINI, GRASSO E DE RITA…IL CAVALIERE: NO, PERA
Sono i numeri – sempre i numeri – la maledizione del Partito democratico. 
Non bastano per ottenere una maggioranza autonoma al Senato. E non sono sufficienti neanche per consentire alla coalizione di centrosinistra di votarsi il presidente della Repubblica in splendida solitudine.
Per questa ragione la strategia studiata a largo del Nazareno per convincere Silvio Berlusconi ad acconsentire alla nascita del governo Bersani è fallita
Il segretario del Pd tramite Alfano ha fatto avere al Cavaliere la lista dei candidati al Quirinale che potrebbero non dispiacergli: Franco Marini, Giuliano Amato, Pietro Grasso e Giuseppe De Rita.
Un elenco breve e due postille. La prima: potremmo mettere tre ministri non sgraditi al leader del Pdl. La seconda: «Se Berlusconi non fa partire il nostro governo, noi non cercheremo la convergenza dei due terzi del Parlamento per votare il presidente della Repubblica, ma ce lo sceglieremo da soli o con i grillini».
Berlusconi, però, è andato a vedere il bluff e ha rilanciato, proponendo al Partito democratico non più Gianni Letta (come aveva ipotizzato l’altro ieri), bensì Marcello Pera.
Di fronte a questa mossa Bersani è rimasto spiazzato perchè ha capito che l’esile filo a cui si era attaccato si è già spezzato.
Eppure, nella speranza di mandare in porto il suo tentativo, il segretario ha cercato all’inizio di sondare gli umori del suo partito sul nome di Pera.
I cattolici ex margheritini si sono inalberati subito: il Quirinale spetta a noi, tanto più dopo che persino Sel ha avuto una poltrona istituzionale con Laura Boldrini. Insomma, Bersani ha avuto la conferma di quel che aveva immaginato quando gli è stata prospettata l’ipotesi di votare Pera al Quirinale: proposta irricevibile da rinviare al mittente.
E pensare che il leader del Partito democratico riteneva di avere margini di manovra ben più ampi.
«Ci vorrà un supplemento di indagine», aveva spiegato a tutti i suoi interlocutori del centrodestra.
Come a dire: con il tempo le cose possono aggiustarsi. Infatti il segretario pensava di andare al Quirinale domani, ma ora ha capito che non sarà il trascorrere dei giorni a salvarlo e ha fatto sapere che salirà al Colle già oggi, verso le sei di sera.
Inutile indugiare oltre: il Pd non può riuscire a votare Pera.
Magari qualcuno non sarebbe contrario – è stato il ragionamento fatto nelle riunioni informali del Pd che si sono susseguite per tutta la giornata – ma per il nostro elettorato equivarrebbe all’inciucio.
Perciò, meglio lasciar perdere.
Ora il rischio è quello di un governo del Presidente che giungerà in aula senza consultazioni.
Potrebbero guidarlo Giuliano Amato o Luciano Violante, dicono al Pd.
Ma questi nomi non rendono meno dolorosa la sconfitta.
Spiega Bersani ai suoi: «Noi potremmo anche contribuire a far nascere un governo del genere, ma quanto durerebbe? Certo dopo la fiducia non potrà contare sui voti del Pd per ogni provvedimento: non sarà – non potrà mai essere – il nostro governo. Avrebbe vita breve: se Berlusconi lo vuole deve anche sapere che così andrà a sbattere».
Parole amare. Parole che confermano che ormai anche i dirigenti del Pd hanno compreso che tornare alle urne tra qualche mese è impossibile.
E che perciò ci si deve acconciare.
In un modo o nell’altro. «Sarà difficile spiegare ai nostri elettori per quale motivo voteremo con il centrodestra, dopo che avevamo detto che non avremmo mai più replicato la strana maggioranza del governo Monti», diceva ieri a qualche amico Dario Franceschini.
Mentre Rosy Bindi in pieno Transatlantico minacciava: «Se si fa l’inciucio io mi dimetto da presidente del partito».
Non sarà governissimo, certo, ma non sarà nemmeno facilissimo far capire ai militanti quel che è successo.
«Gli italiani – è il ragionamento fatto ieri da Bersani – hanno bocciato sia le larghe intese che i governi tecnici.
Il Paese ci ha chiesto altro e ci ha detto di non cercare compromessi obbligati o alleanze necessitate. Non ascoltare il responso dell’elettorato sarebbe un suicidio». Una riflessione ad alta voce venata di tristezza, come di chi è consapevole che le cose non sono andate per il verso giusto: «In queste condizioni basta che Berlusconi alzi il telefono per far saltare tutto».
E Berlusconi, effettivamente, quel telefono lo ha alzato per dire ad Alfano di dichiarare chiusa la trattativa, a meno che Bersani non ci ripensi e non dica di sì a un candidato del Pdl per il Colle.
Eppure nello staff del segretario ci sperano ancora: «Aspettiamo la nottata, che potrebbe portare consiglio: eppoi c’è un altra giornata ancora per tirare le somme».
E intanto Matteo Renzi è da ieri a Roma…
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
E LA DE GIROLAMO ATTACCA I CONSIGLIERI DILETTANTI DI SILVIO
La tentazione di presentarsi oggi di persona al cospetto di Bersani l’ha coltivata per tutto il giorno:
«Riceve pure nella Sala del Cavaliere», ha ironizzato coi suoi Silvio Berlusconi.
Ci ha pensato fin tanto che un canale di comunicazione coi dirigenti Pd è rimasto aperto.
Poi è saltato tutto, in serata il leader Pdl è decollato alla volta di Milano (sembra per adempimenti legati ancora alla causa di separazione con l’ex moglie), lasciando che nel pomeriggio siano Angelino Alfano e Roberto Maroni, coi capigruppo dei due partiti, a incontrare il premier incaricato
E anche se qualcuno dei dirigenti non esclude che alla fine il leader Pdl possa fare un’improvvisata, la verità è che per lui il treno Bersani corre ormai su «un binario morto».
Lo ripete ad Alfano, ai coordinatori Verdini e Bondi, agli altri dirigenti prima di partire: «Ormai il segretario Pd costituisce un ostacolo sulla via del governo delle larghe intese»
Alfano ha l’incarico di «rivendicare la rappresentanza dei quasi dieci milioni di italiani che ci hanno votato e che non possono essere tagliati fuori dal governo e dalla scelta del capo dello Stato».
Quirinale che poi comprende la partita per il segretario generale di quel Palazzo: anche su quella figura di garanzia, delicata e influente, Berlusconi pretende di avere voce in capitolo.
Il Pdl giudica «indecente e irricevibile » la proposta del doppio binario lanciata ancora ieri da Enrico Letta, uno per le riforme uno per il governo.
«Vorrebbero un Freccia rossa per il loro governo e un treno locale per le riforme, ma così non si va da nessuna parte» tira le somme Paolo Bonaiuti.
Ecco perchè lo stato maggiore del partito guarda già oltre Bersani. «Non impicchiamoci alle definizioni, governo di scopo, governo del presidente, l’importante è uscire dalla fossa» ragiona Annamaria Bernini.
E tra i nomi che rimbalzano, quello del ministro uscente Annamaria Cancellieri.
In alternativa alle larghe intese, per Berlusconi, solo il voto. E sulla scia del successo della piazza di sabato, ne preannuncia «una a Bari tra quindici giorni».
La macchina va tenuta in moto.
A “Porta a Porta” Alfano racconta che il centrodestra ora è «in testa col 31,4 per cento». E con la Lega, assicura, tutto fila.
In mattinata, Maroni non aveva escluso che il Carroccio incontrasse da solo Bersani, ma il segretario Pdl in serata lo ha escluso: «Andremo tutti insieme».
Segno che una qualche frizione sul punto c’è stata
Nel lungo vertice dei parlamentari con Berlusconi – in cui Mariastella Gelmini è stata affiancata da vicario al discusso capogruppo Renato Brunetta – non sono mancate le scintille.
Accese da una coraggiosa Nunzia De Girolamo, la quale dopo aver ascoltato il Cavaliere, prende la parola e dice che «se abbiamo vinto queste elezioni lo dobbiamo a te, ma non certo ai tanti consiglieri che si sono distinti in questi anni per consigli sbagliati ».
E cita la strategia che ha portato a candidare Schifani (poi sconfitto) al Senato, «anzichè restare sulla scheda bianca e lasciare in campo il candidato grillino ».
Dopo di lei Jole Santelli. Atto d’accusa contro la cerchia ristretta che circonda il capo. Dicono basta alle accuse contro «un gruppo di donne che danneggerebbe il partito e avrebbe causato la mancata nomina del nostro segretario d’aula: falso».
Gelo in Sala Colletti.
Il segretario Alfano al fianco di Berlusconi è terreo.
Ma il capo apprezza («Il pepe condisce le pietanze») e accetta l’invito a farsi vedere più spesso, le fibrillazioni sono troppe: «D’ora in poi una volta a settimana».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 26th, 2013 Riccardo Fucile
FRANCESCO CECERE, DETTO “FRANCHINO ‘A BELVA”, PER NOVE ANNI CONSIGLIERE COMUNALE E GIA’ ASSESSORE A SANTA MARIA CAPUA VETERE, AVREBBE FATTO DA COLLETTORE PER IL DENARO DEI CLAN, TRATTENENDO PER SE’ UNA PERCENTUALE
Consigliere comunale per nove anni, gli ultimi in quota Pdl, ed ex assessore a Santa Maria Capua Vetere (Caserta), la città dove ha sede il Tribunale dei processi al clan dei Casalesi.
Ma anche usuraio per conto della camorra.
Questa la doppia vita di Francesco Cecere, detto ‘Franchino ‘a Belva’. Così almeno è riportata in alcuni lunghi passaggi dell’ordinanza del Gip di Napoli Pietro Carola.
Francesco Cecere, già arrestato in passato con l’accusa di aver indicato alle cosche i cantieri sui quali si poteva andare a chiedere il pizzo, figura tra le 41 persone finite in carcere in seguito al maxi blitz dei carabinieri tra le province di Caserta, Crotone, Avellino, Lecce, Benevento e Salerno che ha sgominato i vertici del clan Amato-Pagano.
La Dda di Napoli stavolta lo ha fatto ammanettare per usura aggravata dal metodo mafioso per conto del capoclan Salvatore Amato (già processato in altra sede per questo reato).
“La fonte principale di prova — scrive il Gip — è costituita dall’imponente patrimonio dichiarativo dei collaboratori di giustizia sopravvenuti in epoca recente, a conoscenza dei fatti per esserne stati direttamente partecipi, ovvero per essere figure apicali o comunque di assoluto rilievo all’interno del clan di appartenenza”.
Già pescivendolo e autista dell’azienda Consortile Trasporti di Caserta, in pensione, secondo i verbali di Rosa Amato, ‘Franchino’ “procurava i clienti per l’usura a mio padre a mio zio Antonio, guadagnandoci sulla somma pagata per gli interessi mensili”.
Interessi del 20%. Un altro pentito, Angelo D’Onofrio, precisa: “I clienti, invece di consegnare direttamente i soldi a Salvatore Amato, li consegnava a Cecere, era lui che provvedeva a portarli al capoclan. Non so se mantenesse poi per sè una percentuale dei soldi consegnati ad Amato…”.
Domenico Russo, sentito dagli inquirenti nell’autunno del 2009, aggiunge qualche dettaglio: “(Cecere) è persona fortemente indebitata con Salvatore Amato… è molto legato ad Elio Diana, cognato di Francesco ‘Cicciariello’ Schiavone (cugino di Francesco Sandokan Schiavone, lo storico boss dei Casalesi, ndr) ed è proprio attraverso l’intervento di Diana che è riuscito a non pagare gli interessi ai suoi creditori. In realtà con le somme di denaro ottenute in prestito concede a sua volta prestiti a tassi usurai del 20 o 30% mensili a persone di Santa Maria Capua Vetere, San Tammaro, Capua e Libero. In quest’ultimo comune a due vecchietti che hanno perso il figlio per una leucemia e che ha praticamente rovinato”.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
LA SENATRICE PAOLA PELINO SI ERA FATTA CONSEGNARE GLI ABITI IN ALBERGO, MA NON HA MAI SALDATO IL CONTO… LEI SI DIFENDE: “NON MI HANNO MAI FATTO LO SCONTRINO”
La senatrice del Pdl Paola Pelino ha comprato 11 mila euro di abiti firmati in una boutique, ma non li ha mai pagati.
Ed ora è stata condannata a saldare il dovuto, con tanto di spese legali. “Se li fece consegnare in albergo, assicurando che poi sarebbe passata per il saldo”, raccontano i titolari del negozio by Gabrielli di Pescara che da tre anni rincorrono la Pelino per farsi pagare.
Prima i solleciti telefonici, poi le lettere dell’avvocato. Infine la causa in tribunale.
Ora c’è una sentenza di primo grado che condanna la senatrice eletta in Abruzzo nelle fila del partito di Berlusconi a saldare il conto.
Una sentenza provvisoriamente esecutiva, con tanto d’ingiunzione in Parlamento che le ha creato non pochi imbarazzi nel suo primo giorno a palazzo Madama.
Non solo, la vicenda imbarazza anche il gruppo imprenditoriale di famiglia dell’onorevole, l’azienda di confetti Pelino di Sulmona (nota in tutto il mondo).
Senatrice, come mai non ha saldato quel conto?
Guardi, è tutta una montatura dei giornali di sinistra e dei miei avversari politici in Abruzzo.
Ma c’è una sentenza…
Mi risulta che il mio avvocato abbia presentato ricorso in appello in quanto quel negozio non mi ha mai rilasciato lo scontrino.
Il negozio replica sostenendo che “le vendite alla senatrice sono avvenute in ossequio alla disciplina tributaria” e che lei solo oggi parla di mancata emissione degli scontrini fiscali, mentre nulla aveva mai eccepito a riguardo, nonostante i diversi solleciti che le erano stati avanzati “tutti ampiamente documentabili” sostengono.
Saprò replicare nella sede dovuta.
Quei vestiti però lei li ha presi. Perchè non li ha pagati?
Ma questo cos’è, un interrogatorio? Che domande sono…
L’Espresso racconta che nella vicenda è rimasto coinvolto anche il senatore Gaetano Quagliariello.
Lasciate fuori da questa storia Quagliariello, non c’entra proprio nulla. E’ stato tirato in ballo solo perchè il giorno dell’inaugurazione del suo comitato elettorale a Pescara, la titolare del negozio mi è venuta incontro inveendo. Non l’aveva nemmeno riconosciuta.
Eppure i legali della boutique hanno dichiarato in un comunicato che il senatore Quagliariello si è recato nel negozio nel periodo pre-elettorale auspicando una composizione bonaria della vicenda.
Io sono una persona trasparente… Adesso però basta, dovete parlare con il mio avvocato.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica“)
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Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile
NELLE INTERCETTAZIONI POLLINA E LUPINACCI DISCUTONO DI UN INCONTRO CON MUSSARI: “VERRAI A PRENDERTI LA BENEDIZIONE”
Nella primavera del 2009 Silvio Berlusconi organizzò riunioni ad Arcore per designare i
membri del Consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi in quota Pdl.
E almeno in un’occasione a quegli incontri partecipò il faccendiere Luigi Bisignani che sponsorizzava un avvocato suo amico.
Si tratta di Sergio Lupinacci, già comparso nelle inchieste sulla cosiddetta P4 e sugli appalti per i «Grandi Eventi» per «i suoi rapporti di conoscenza e di cointeressenza con numerosi personaggi di spicco dell’ambiente politico, istituzionale, economico e religioso», come viene sottolineato in un’informativa dalla Guardia di Finanza.
Sono le telefonate intercettate dai magistrati di Napoli nell’ambito di un’inchiesta su alcuni affari che coinvolgevano esponenti della criminalità organizzata con imprenditori locali a rivelare che cosa accadde pochi mesi dopo l’acquisizione di Antonveneta da parte della banca senese.
La spartizione politica potrebbe aver pesato sulle decisioni dei vertici finiti sotto inchiesta per le spericolate operazioni finanziarie e speculative che hanno causato una voragine nei conti dell’istituto di credito e per questo è stata disposta la trasmissione dell’informativa della Guardia di Finanza ai colleghi toscani.
Il sottosegretario e la suora
I contatti tra Lupinacci e i suoi sponsor diventano frenetici agli inizi di maggio, quando viene accreditata la possibilità che i membri del Cda di Mps passino da dieci a dodici.
Così gli investigatori della Finanza ricostruiscono quanto emerge dalle sue telefonate: «Per l’ottenimento della nomina Lupinacci aveva interessato Angelo Pollina, parlamentare di Forza Italia, e Deborah Bergamini, anche lei eletta nello stesso partito, in qualità di interlocutori politici. Quest’ultima in particolare avrebbe dovuto interessare direttamente, su consiglio di Pollina, il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta; il professor Pellegrino Capaldo, banchiere economista e politico italiano, definito dallo stesso Lupinacci «il riferimento tecnico»; Madre Tekla, badessa generale dell’Ordine del SS. Salvatore di santa Brigida con sede a Roma, in piazza Farnese, affinchè con una lettera intercedesse presso il senatore Giulio Andreotti».
Lupinacci non ottiene l’incarico, perchè alla fine il numero dei componenti rimane immutato.
È la stessa suora a comunicare l’esito negativo leggendo a Lupinacci «una lettera di Letta al “Presidente” Andreotti nella quale pur manifestando apprezzamento per la sua figura» spiega che non ci sarà un aumento dei consiglieri.
Subito dopo l’avvocato viene proposto dai suoi stessi referenti per una nomina in un’altra banca controllata da Mps. E quanto accade in quel periodo svela, secondo l’accusa, il «sistema» utilizzato per le designazioni.
L’incontro con Mussari
In una telefonata intercettata l’8 maggio 2009 Pollina e Lupinacci discutono di un incontro che avranno quattro giorni dopo con Giuseppe Mussari, all’epoca presidente di Mps: «Verrai a prenderti la benedizione».
E dopo l’appuntamento è proprio Lupinacci a riferire a Bergamini quanto accaduto.
Annotano i finanzieri: «Ha detto: io ho un debito morale con Bergamini e Pollina. Ha preso l’impegno formalmente, ha detto oggi non voglio fare le nomine perchè sennò assumono una veste politica… Siccome io non ho niente a che fare con la politica, sono il presidente della banca, voglio fare le nomine che siano utili alla banca non utili alla politica… Mi stanno arrivando decine di curricula».
Poco dopo è Pollina a riferire alla Bergamini la «promessa» che gli avrebbe fatto Mussari: «Ha detto che per loro sono il suo uomo che andrà alla Fondazione, ha fatto un passaggio anche su Verdini che noi non possiamo escluderlo nel momento della Fondazione».
Tremonti e Unicredit
Il presidente alla fine segue evidentemente le indicazioni della politica, che arrivano direttamente dai vertici del Pdl.
Scrivono gli investigatori della Finanza nell’informativa: «Dal contenuto delle conversazioni intercettate emergono due elementi importanti. Il primo riguarda l’interessamento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi alla definizione dei membri del Cda».
In una telefonata viene spiegato esplicitamente che «stasera si decide tutto a Milano dove si trova il presidente del Consiglio».
«A tal proposito – è scritto nell’informativa – Deborah Bergamini avrebbe dovuto consegnare al Presidente Berlusconi (ad Arcore) il curriculum di Lupinacci che invece non si sarebbe trovato quando Bisignani si recò ad Arcore per proporlo per quella carica».
Ma l’ascolto dei colloqui rivela anche «il disinteresse in merito da parte del ministro dell’Economia Giulio Tremonti».
È Pollina, parlando con Lupinacci l’8 maggio 2009, a riferirgli quanto gli avrebbe raccontato Mussari nei giorni precedenti.
Il contenuto della conversazione è riportato nel brogliaccio di quel giorno.
Annotano i finanzieri: «Pollina precisa che il presidente del Monte dei Paschi gli ha riferito cose estremamente importanti, tra l’altro affermando che “il ministro Tremonti su Siena non ha messo bocca perchè lui si è preso Unicredit”».
Fiorenza Sarzanini
(da “il Corriere della Sera”)
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