Marzo 15th, 2013 Riccardo Fucile
RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO PER 67 PERSONE E 2 SOCIETA’, IPOTIZZATI I REATI DI BANCAROTTA E TRUFFA…CONCESSI FINANZIAMENTI E PRESTITI SENZA GARANZIA ANCHE AL SENATORE PDL
Il pm di Firenze hanno chiesto il rinvio a giudizio per il coordinatore del Pdl Denis Verdini e per Marcello dell’Utri per il procedimento sulla gestione della Banca Credito Cooperativo Fiorentino.
Le richieste di rinvio a giudizio riguardano 67 persone e due società . Fra i reati ipotizzati nell’inchiesta, la bancarotta e la truffa.
Secondo le indagini preliminari, chiuse nell’ottobre 2011, finanziamenti e crediti milionari sarebbero stati concessi senza “garanzie”, sulla base di contratti preliminari di compravendite ritenute fittizie.
Soldi che, per la Procura di Firenze venivano dati a “persone ritenute vicine” a Verdini stesso sulla base di “documentazione carente e in assenza di adeguata istruttoria”.
Come il fratello Ettore, la nipote Serena, il presidente della Serravalle e avvocato fiorentino Marzio Agnoloni.
A guidare il tutto, secondo l’accusa sostenuta dai sostituti procuratori Giuseppina Mione, Luca Turco e Giulio Monferini, c’era lui, Verdini: il politico-banchiere “dirigeva e organizzava l’associazione” mentre Riccardo Fusi e Roberto Bartolomei “ideavano e realizzavano le strategie societarie e bancarie finalizzate ad ottenere l’erogazione del denaro da parte del Credito cooperativo fiorentino”.
In totale, secondo la magistratura il volume d’affari, ricostruito dai carabinieri dei Ros di Firenze, sarebbe stato pari a “un importo di circa 100 milioni di euro” di finanziamenti deliberati dal Cda del Credito i cui membri, secondo la notifica della chiusura indagini “partecipavano all’associazione svolgendo il loro ruolo di consiglieri quali meri esecutori delle determinazioni del Verdini”.
In sintesi secondo l’accusa, Verdini decideva a chi dare, e quanto, mentre gli altri si limitavano a ratificare “senza sollevare alcuna obiezione”.
In alcuni casi poi provvedeva “in favore di se stesso e della coniuge Simonetta Fossombroni”, anche lei raggiunta dall’avviso di garanzia.
A dare il via a questa nuova indagine, la relazione dei commissari di Bankitalia che in 1.500 pagine, allegati compresi, avevano riassunto lo stato di salute della banca di Verdini.
E le anomalie riscontrate.
Dell’Utri in particolare sarebbe riuscito a ottenere, nonostante una situazione di “sofferenza” bancaria, un affidamento nella forma dello scoperto bancario di 250mila euro, diventati in appena 7 mesi ben 2.800.000, per poi lievitare a 3.200.000.
Questo, per l’accusa, era avvenuto senza garanzie.
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Marzo 13th, 2013 Riccardo Fucile
BERLUSCONI: “BASTA CON I CANDIDATI DI SINISTRA”
Si scrive rivendicazione del Quirinale, si legge panico da Prodi. 
Silvio Berlusconi sta per lasciare il San Raffaele: salvo sorprese lo farà domattina, per continuare la terapia da Arcore, disertando comunque l’insediamento delle Camere di venerdì.
Ma anche dal letto della clinica ieri si è già proiettato sulla battaglia campale, quella che più gli preme, quella che più teme e che si è già aperta: il Quirinale.
Il sospetto del leader Pdl è che il Pd abbia già messo un cappello sulla poltrona del Colle. E la figura di Romano Prodi si staglia nei suoi incubi come uno spettro, racconta chi lo ha frequentato anche in clinica in questi giorni.
Il Cavaliere torna sulle ricostruzioni con cui ieri i giornali (Repubblica in particolare) gli hanno attribuito la disponibilità a sostenere candidati trasversali, da Amato a D’Alema. La nega: «Per il Quirinale, il centrodestra non ha bisogno di chiedere a nessuno, e tanto meno alla sinistra, candidati in prestito – scrive – perchè dopo tanti presidenti di un solo colore, ha invece diritto a rivendicare un candidato diverso e di altra estrazione». Berlusconi un candidato di bandiera ce l’ha e su quello, va ripetendo, punterà da subito. Si tratta di Gianni Letta, braccio destro di sempre che ieri è stato visto all’ingresso di Palazzo Chigi ancora occupato da Monti.
Tutto è in movimento, si tratta su più tavoli. Ecco perchè sembra che anche ieri, a margine del colloquio al Colle, Alfano, Cicchitto e Gasparri abbiano lasciato trapelare con discrezione la loro disponibilità a confermare al suo posto proprio Napolitano (per nulla intenzionato).
Fosse pure per uno o due anni.
In via dell’Umiltà non fanno più mistero di sentirsi garantiti da lui – tanto più dopo la nota post Csm di ieri sera – più che da tanti altri.
E vivono come fumo negli occhi il rischio che il Pd tenti di temporeggiare sulla formazione del governo fino al 15 aprile, quando inizieranno le votazioni per il nuovo presidente della Repubblica.
E poter contare così su una sponda più «flessibile ». L’attacco di Berlusconi a Bersani, non a caso, è frontale. «Il centrosinistra è ormai diviso su tutto.
Non meraviglia la vera e propria guerra scatenata intorno al governo e alla presidenza delle Camere con l’obiettivo di sempre: il Quirinale – si legge ancora nella nota – Ma che qualcuno, per combattere questa guerra, faccia ricorso al centrodestra per farsene scudo, è addirittura grottesco ».
Il Cavaliere parla di «lotte di potere» e di «manovre meschine e strumentali» in seno al Pd. Sullo sfondo, c’è la paura di essere tagliati fuori dai giochi. Coi processi e con la spartizione delle cariche parlamentari tra Bersani e Grillo.
La lunga e animata riunione dei dirigenti Pdl in via dell’Umiltà del pomeriggio non ha sciolto il nodo sui capigruppo.
Quasi scontato il ritorno di Renato Schifani alla guida della squadra al Senato.
Si trasforma in un caso invece la successione a Cicchitto alla Camera.
Berlusconi avrebbe designato Renato Brunetta.
Peccato che quasi l’80 per cento dei deputati abbia notificato in privato al segretario Alfano il proprio “no”, motivato con le «asprezze caratteriali » dell’ex ministro.
Se dovessero spuntarla loro, Maurizio Lupi (molto più vicino al segretario) diventerebbe capogruppo.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Marzo 12th, 2013 Riccardo Fucile
GELO DI NAPOLITANO: “RISPETTO PER LE ISTITUZIONI”…LA DELEGAZIONE PDL OGGI AL COLLE PER CHIEDERE LO STOP AI PROCESSI PER QUALCHE MESE ED EVITARE CONDANNE
Non gli è piaciuta affatto quell’irruzione al Palazzo di giustizia di Milano. 
Giorgio Napolitano, mentre in tv scorrevano le immagini della clamorosa protesta berlusconiana, si è fatto chiamare al telefono Gianni Letta.
Parole dure, dal capo dello Stato, che avrebbe fatto notare come la materia della giustizia sia un tema troppo delicato, come occorra «senso di responsabilità » e «rispetto delle istituzioni» per affrontarlo.
Quanto avvenuto è stato vissuto dal Colle nè più nè meno che come uno sgarbo.
Tanto più perchè gli eventi precipitano dopo che Alfano aveva chiesto e ottenuto un colloquio col capo dello Stato per domani.
Pare che al Quirinale ci sia stata perfino la tentazione di annullare il tutto, superata poi dalla decisione di non gettare altra benzina sul fuoco.
Di certo permane la sorpresa, per la chiamata in causa del capo dello Stato come “garante” per vicende processuali il cui iter è tutto e soltanto nelle mani della magistratura.
Già . Perchè oggi Alfano, Cicchitto e Gasparri avanzeranno una vera e propria proposta politica, con offerta annessa.
Messe a punto, neanche a dirlo, col Cavaliere ricoverato.
«Ci rivolgeremo a lui in qualità di presidente del Csm e di supremo garante delle istituzioni» ha spiegato il segretario Pdl ad alcuni dei dirigenti presenti a Milano a margine della «occupazione» del Tribunale.
«E in quella veste gli chiederemo di fermare i processi e le inchieste che rischiano di trasformarsi in un vero e proprio golpe ai danni di Berlusconi».
Tradotto: uno stop di due-tre mesi, i prossimi.
Una sorta di lodo Alfano a termine, una moratoria «limitata, giusto a questa fase politica delicata e rischiosa per il Paese».
Settimane cruciali in cui il leader che rappresenta il 30 per cento dell’elettorato pretende di avere mani libere dalle udienze per giocarsi tutte le sue carte.
Nella partita per la formazione del nuovo governo, ma soprattutto quella ritenuta ancor più importante, in prospettiva, per l’elezione del presidente della Repubblica.
Non solo.
A Napolitano, con tutti i riguardi del caso, verrà chiesto anche di intervenire, forte della sua moral suasion, nei confronti della Procura di Napoli che si avvia a spron battuto verso il giudizio immediato a carico di Berlusconi. Se non verso una – da loro temutissima – richiesta di arresto che grillini e democratici al Senato già nelle chiacchiere da Transatlantico a Palazzo Madama sognano di approvare.
«La situazione è insostenibile, presidente, siamo in emergenza democratica » sarà la premesse di Alfano, elencando la sequenza di processi al traguardo e di inchieste nascenti. Se nulla cambierà , «allora reagiremo adeguatamente, diserteremo le Camere, sarà il caos».
Di contro, verrà offerta la disponibilità al via libera a un esecutivo del presidente, fosse pure una prorogatio a Monti, «per senso di responsabilità ».
Ma il piano messo a punto da Berlusconi dal letto della clinica è articolato.
A Napolitano i pidiellini chiederanno anche la disponibilità a una riconferma alla più alta carica dello Stato.
È dal presidente uscente che ormai i berlusconiani si sentono «garantiti» in forza della sua terzietà .
Di certo, molto più di quanto non si possano sentire al sicuro con un Prodi, giusto per fare un nome tra quelli finiti già nel frullatore. «Diciamo no a un presidente di sinistra scelto da un Parlamento magari sciolto da qui a qualche settimana».
Tutto è in bilico, tutto pericolosamente a rischio, per il futuro personale e politico del Cavaliere. Furente ieri mattina quando in rapida sequenza da Napoli giunge notizia della richiesta di giudizio immediato (sono le 12.30) e da Milano dell’invio di una nuova visita fiscale.
È a quel punto che Angelino Alfano lo chiama e ha la conferma che bisogna abbandonare la linea morbida. «Non è più momento di stare a guardare, servono i fatti» si inalbera il capo.
Vince la linea dei duri alla Santanchè e Verdini. Soddisfatta la deputata a fine giornata: «Non c’è più spazio per le colombe, adesso tutti falchi o rischiamo di fare la fine dei piccioni ».
Ma di fronte al teorema della «persecuzione giudiziaria» di Berlusconi e ad una raffica di simili richieste, non potrà che esserci il muro del Quirinale.
«Sanno bene quel che il presidente potrà fare», mettono le mani avanti al Colle in vista dell’incontro di stamattina, anticipando appunto che non è nei poteri e nelle intenzioni di Napolitano garantire immunità , o «perdoni» presidenziali.
Se il capo dello Stato nonostante tutto ha deciso di confermare l’appuntameno con Alfano, nato da formale richiesta venuta dal secondo partito in Parlamento, non vuol dire certo chiudere un occhio di fronte ad una violenta campagna «in cambio» di una disponibilità del Pdl al varo di un nuovo governo.
E il capo dello Stato, se il partito di Berlusconi nel colloquio non cambierà i toni, potrebbe anche intervenire apertamente.
Carmelo Lopapa e Umberto Rosso
(da “La Repubblica“)
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Marzo 12th, 2013 Riccardo Fucile
LE RIVOLUZIONARIE IN TACCO 12 COME IN GITA SCOLASTICA CON FOTO RICORDO DAVANTI AL TRIBUNALE
Più corteo che marcia. Il gruppo dei neoeletti del Pdl avanza compatto e circospetto: non se la sente di invadere rumorosamente, come l’esercito del bene che pensano di essere, il grande atrio di marmo davanti alla IV sezione del tribunale che di solito, ma non in quel momento, ospita il processo Ruby.
Camminano piano, ondeggiando, stretti uno all’altro, forse il luogo maestoso gli incute soggezione, addirittura paura, non si sa mai, con tutti quei severi carabinieri in giro, e le transenne, a impedire che qualcuno, anche gli onorevoli, tenti di entrare nell’aula, del resto vuota.
Naturalmente il fior fiore dei pidiellini si sono sobbarcati questa fatica per protestare contro la «magistratura politicizzata» e il suo «accanimento giudiziario» (le frasi sono sempre quelle) che è quella milanese: peccato che lo sia anche quella napoletana, che proprio mentre arrancano nel labirinto del palazzo, fa sapere che processerà Berlusconi per direttissima.
Come si sa, il Cavaliere è ricoverato al San Raffaele da venerdì, giorno in cui Ilda Boccassini doveva pronunciare la sua requisitoria e formulare la richiesta di condanna.
Accolto quel giorno il legittimo impedimento per uveite (occhi rossi, dolenti e lacrimosi), sabato per il processo Mediaset altri magistrati non hanno creduto ai fumosi certificati e hanno mandato il medico fiscale, che non ha trovato l’ex premier così grave da non poter assistere a un’udienza.
Ma ieri, il patatrac, tanto che Formigoni si è sentito in dovere di esclamare, «per il tribunale anche un malato in coma irreversibile è trasportabile!».
Non è mai capitato, ma chissà . Troppo per il partito delle Libertà , tanto che i suoi neoeletti, in riunione a Milano hanno deciso di prendere la Bastiglia della giustizia milanese, soprattutto contro chi aveva osato richiedere e questa volta ottenere per il processo Ruby, la visita fiscale, il sostituto procuratore Sangermano e il procuratore aggiunto Boccassini, quella che la mente più fine delle signore pdl, Daniela Santanchè, ha chiamato ieri con la massima scempiaggine, «l’Ingroia con la gonna»: essendo la Boccassini non solo non in sintonia con quel magistrato, ma addirittura in pantaloni.
A un certo punto della riunione di partito, non sapendo forse di cosa discutere senza la presenza elettrizzante di Berlusconi, il patriottico Alfano ha incitato la truppa in pesante cappotto malgrado il tepore primaverile: «Tutti a Palazzo di Giustizia!». Mancavano bandiere e stendardi, e un avanzare ardito da Quarto Stato: comunque tutti a piedi, nella speranza, frustrata, di trascinare con loro qualche volontario incuriosito. Poi davanti alla scalinata infinita, sotto la grande foto di Falcone e Borsellino, i coraggiosi onorevoli si sono messi a semicerchio e si sono fatti fotografare come per le gite scolastiche, e hanno anche incongruamente accennato all’Inno di Mameli.
Poi su, senza tralasciare nessun microfono o iPhone: raccontando un’Italia che pur essendo in cattive acque per conto suo, nelle loro parole è un immenso gulag degli anni ’50.
Le definizioni sono allarmanti, ma ormai la fantasia horror in difesa del capo è stata superata da tempo, e quindi è ripetitiva, non lascia traccia, suscita qualche sbadiglio, anche tra gli astanti disinteressati allo straordinario evento: un tribunale assediato al suo interno, da gente che, una volta lì, non sa assolutamente cosa fare, se non filarsela a testa bassa dopo una ventina di minuti.
Ma intanto, Carfagna ha deplorato «il solito gruppo di magistrati fuori controllo», mentre la Biancofiore, più Abu Ghraib, grida «Siamo alla tortura!», banale come sempre Capezzone, «E’ in atto un assedio alla democrazia!»; la Bernini è apocalittica: «C’è una macchina da guerra per la sistematica distruzione fisica morale e politica del leader più amato dagli italiani!».
Oratoria la Ronzulli: «Si metta l’animo in pace la magistratura militante di sinistra!». Fantasioso Scilipoti: «Ci sono gli estremi di denuncia per abuso di ufficio!».
Galan preveggente e malaugurante: «Con questa persecuzione ci sono due possibilità , la prima è scappare, la seconda andare in carcere!».
Gelmini con gli occhi rossi di commozione assicura, «per una volta gli abbiamo disubbidito! ».
Si perchè lui, l’ammalato Silvio non voleva assolutamente, glielo aveva proibito, di manifestare, in un momento così delicato del Paese, meglio concentrarsi su come governarlo, loro che hanno avuto il voto di 8, oppure 9, oppure10 milioni di italiani (ognuno aveva una cifra sua).
Ma loro, i suoi neoeletti, tra cui sovrabbondano i rieletti, non hanno voluto sentire.
E per la prima e ultima volta nella loro carriera pidiellina, han fatto di testa loro. Diciamo che anche da un punto di vista politico, il centinaio e passa di berlusconiani che occuperanno il nuovo parlamento, è fermo lì, alla sinistra malvagia: non si sono accorti o ancora non sono entrati nel loro linguaggio di battaglia, i grillini, e la loro promessa di spazzare via tutti e di essere d’accordo con l’esclusione di Berlusconi dalle cariche istituzionali e non contrari al suo arresto.
In ogni caso, scomparsi i manifestanti, estenuati per le ore e ore di attesa i giornalisti, i magistrati, i cancellieri, i carabinieri e i rari curiosi, finalmente i responsabili della visita fiscale hanno detto, sì il dottor Berlusconi ha un legittimo impedimento di salute.
Spettacolo ridicolo, casino inutile, tutti a casa; l’avvocato difensore Ghedini, più verde del solito per la soddisfazione, annuncia che l’imputato malato ne avrà per 15 giorni.
Natalia Aspesi
(da “La Repubblica“)
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Marzo 12th, 2013 Riccardo Fucile
LO SPREZZO DEL RIDICOLO DI CHI DENUNCIA L’USO POLITICO DELLA GIUSTIZIA MENTRA FA UN USO GIUDIZIARIO DELLA POLITICA
Chi ha in mente la scena finale del Caimano di Nanni Moretti sarà rimasto un po’ deluso, ieri, dinanzi alla marcetta sul Tribunale di Milano dei parlamentari Pdl capitanati da Angelino Jolie.
Si temeva di molto peggio: un assalto possente, drammatico, sinistro, almeno vagamente nibelungico.
Invece per fortuna non siamo la Germania delle Valchirie e nemmeno la Francia della presa della Bastiglia.
Siamo il paese dell’operetta, che non conosce il dramma: al massimo il melodramma. Dunque dobbiamo accontentarci di questa tragicomica scampagnata sul marciapiede, tipo gita delle pentole, di una corte dei miracolati sbarcati a Milano come Totò e Peppino, ma molto più ridicoli, visto che alle pellicce e ai colbacchi fuori stagione aggiungono quintali di silicone, botulino, pròtesi di lattice, fard, toupet e trapianti abortiti, e alle caciotte sostituiscono trillanti iPhone con la suoneria di “Meno male che Silvio c’è”.
Il quale Silvio, pover’ometto, giace esanime sul letto di dolore, piegato e piagato da un’uveite bilaterale isterica con scappellamento a destra che da un momento all’altro, stando ai medici e agli avvocati di corte, potrebbe portarlo alla tomba.
Insomma, al posto della presa della Bastiglia, abbiamo la presa per il culo, o al massimo della pasticca per curare patologie fasulle e allontanare sentenze vere. Spiccano, nella foto di gruppo dell’allegra brigata sanculotta in gita premio al Palagiustizia, Danton Alfano, Marat Cicchitto, Saint Just Gasparri e Robespierre Lupi, mentre Santanchè, De Girolamo, Gelmini, Giammanco, Ravetto, Prestigiacomo, Mussolini e Casellati si contendono i panni di Charlotte Corday prima del bagno. Alcuni assedianti conoscono bene il posto e fanno da ciceroni: chi per curriculum, come Denis Verdini (cinque processi), Matteoli (uno) e Raffaele Fitto (due processi e una condanna fresca fresca a 4 anni), chi per motivi professionali, tipo gli on. avv. Ghedini e Longo.
Ma anche Caliendo, l’amico della P3, e Nitto Palma, che in teoria sarebbero addirittura magistrati e non si sa bene contro chi protestino: forse contro se stessi.
Va comunque apprezzato il generale sprezzo del ridicolo di chi denuncia l’uso politico della giustizia mentre fa un uso giudiziario della politica.
Ma anche lo sprezzo del pericolo di alcuni noti condannati e imputati che sono financo entrati in tribunale col rischio di essere identificati, vista la somiglianza con le facce patibolari di alcuni ricercati ritratti nei “Wanted” in bacheca, e di non uscire più. Pare che Formigoni sia rimasto prudenzialmente a casa.
Notevole anche la faccia dell’acuto Razzi, reclutato all’ultimo momento per far numero, che ancora in tarda serata non aveva capito dove l’avessero portato, e soprattutto perchè. Capezzone e Giovanardi invece si sono molto felicitati con se stessi perchè, dopo anni di oscuramento, hanno strappato un’inquadratura di alcuni nanosecondi al Tg4 .
In ogni caso si è persa l’occasione per una bella retata: è raro trovare tanta bella gente insieme a portata di manette.
L’implume Alfano, tornato leader per un giorno in assenza del padrone travestito da cieca di Sorrento, minacciava tutto accaldato un imprecisato “Aventino”.
Intanto Gasparri capiva tutto al volo e prenotava un tavolo nel noto ristorante “Da Rino all’Aventino”.
Poi Jolie s’appellava a Napolitano, ma sbagliava indirizzo: com’è noto, il Presidente non si occupa di processi e inchieste, tranne quando gli telefona Mancino.
Ps. Mentre chiudo l’articolo, alle ore 20, non risulta sull’Ansa una sola dichiarazione di esponenti del Pd contro la gazzarra del Pdl al Palazzo di Giustizia di Milano. Solo un dolente commento di Bersani alla minaccia aventiniana di Alfano: “Spero siano voci che smentiscano (sic, ndr), che siano suggestioni di un momento”.
Si vede subito che è cambiato e ha capito la lezione: gliele ha cantate chiare.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
GLI STESSI PARLAMENTARI PDL CHE HANNO VOTATO PERCHE’ RUBY FOSSE LA NIPOTE DI MUBARAK RIUNITI DAVANTI AL TRIBUNALE DI MILANO PER IMPEDIRE UNA SENTENZA GIUDIZIARIA
In marcia dall’Unione del commercio al tribunale di Milano.
I parlamentari del Pdl, dopo una riunione degli eletti che si è rivelata poco più che una formalità , si sono spostati in gran parte a piedi davanti al tribunale di Milano per manifestare mentre dentro il tribunale si sta celebrando il processo Ruby.
Processo che è stato sospeso e sta qui l’origine della protesta dei parlamentari del Popolo delle Libertà la cui rabbia è stata rinfocolata dalla nuova richiesta di visita fiscale dei pm milanesi al processo Ruby, dove l’ex presidente del Consiglio non si è presentato perchè ricoverato all’ospedale San Raffaele per un’uveite ed è stata disposta una nuova visita fiscale.
“Per una volta abbiamo disobbedito a Berlusconi dopo le notizie di stamani e manifestiamo il nostro disappunto, per porre un argine all’utilizzo improprio del sistema giudiziario” dice l’ex ministro dell’Istruzione Marisastella Gelmini.
I parlamentari del Pdl si sono riuniti davanti a Palazzo di Giustizia per una manifestazione che sarà , secondo le loro intenzioni, “silenziosa”.
Tra i primi ad arrivare gli ex ministri Nitto Palma, Gianfranco Rotondi e la stessa Gelmini e le parlamentari Laura Ravetto e Nunzia Di Girolamo.
In tutto i parlamentari presenti sono circa 190.
“Non c’è più lo stato di diritto e nemmeno una democrazia normale se il leader della seconda coalizione e del terzo partito italiano sin dal 1994 viene sottoposto a un bombardamento giudiziario arrivato oggi alla sua fase finale”, afferma Cicchitto.
Ovvio, nei Paesi civili i processi si concludono e nessuno trova mille cavilli per sottrarsi al giudizio.
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Marzo 11th, 2013 Riccardo Fucile
LA PAURA DEGLI ARRESTI DOMICILIARI PER IL CAVALIERE FRENA I FALCHI… IL PARTITO PRONTO ALL’AVENTINO
Piomba in clinica l’intero stato maggiore del Pdl per convincere Silvio Berlusconi a rinunciare all’affondo finale del Caimano.
Quando l’accerchiamento del Tribunale ad opera di deputati, senatori, europarlamentari, consiglieri regionali era già pianificato stamattina.
«Dobbiamo rinunciare, Silvio, il Quirinale non gradisce affatto questa mossa, viene vissuta come un grave strappo istituzionale ed esasperare adesso, con quel che sta per arrivare da Napoli, non ci conviene» spiegano Gianni Letta e Renato Schifani, nei panni delle colombe, al capezzale del Cavaliere.
È mezzogiorno. E al San Raffaele, col braccio destro di sempre e col presidente uscente del Senato, arrivano da Roma Angelino Alfano, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto.
Poi, gli avvocati Ghedini e Longo (attesi oggi al nuovo round con i pm del processo Ruby).
C’è apprensione per quei battiti accelerati del paziente Berlusconi, di cui parla il medico Zangrillo, conseguenza degli antidolorifici somministrati in dosi massicce per lenire il dolore all’occhio.
Il ricovero proseguirà anche oggi col forfait, ovvio, alla requisitoria del processo milanese.
Ma il passaggio è delicato, non solo sotto il profilo sanitario.
Letta e Schifani forse intuiscono solo il clima, o per davvero hanno avuto riscontro degli umori che nel frattempo maturano al Colle.
Sta di fatto che la lettura dei giornali di ieri, la notizia della mobilitazione al Tribunale, genera sul serio insofferenza e apprensione al Quirinale.
La presenza di parlamentari in una manifestazione di contrapposizione a una Procura della Repubblica viene letta come un pericoloso punto di non ritorno.
Meglio soprassedere.
Berlusconi non ne è convinto. E con lui – racconta chi è alla riunione nella stanza-salottino del settore Q della clinica – il falco Verdini.
La loro opinione è un po’ quella che da lì a qualche ora rilancia via twitter Daniela Santanchè: «Va bene il rispetto per le istituzioni, ma non sono d’accordo nel rispettare chi non rispetta» con chiaro riferimento ai giudici.
Alfano e Cicchitto con le colombe, convinti dal suggerimento rivolto al capo da Letta e Schifani: «Non laceriamo i rapporti con Napolitano, che costituisce il nostro ultimo argine, l’unica garanzia in questo momento in cui a Napoli si prepara quel che sai». Ovvero, la temuta, vociferata e finora per nulla confermata richiesta di custodia ai domiciliari che il pm Woodcoock potrebbe presentare al Senato, nell’ambito dell’inchiesta per la compravendita dei parlamentari.
«Vogliono arrestare Berlusconi per non farlo più parlare» titolava ieri il Giornale di famiglia.
L’entourage del Cav ha già cerchiato di rosso la data del 14 marzo, quando si scioglieranno ufficialmente le vecchie Camere.
Nella nuova giunta per le immunità muteranno gli equilibri, Pd e grillini avranno la maggioranza.
E un’eventuale richiesta di misure cautelari, dopo quel giorno, rischia di passare.
È il vero incubo di queste ore, al San Raffaele.
Lui rinuncia alla mobilitazione, ma spera in un «generale rasserenamento del clima» raccontano i suoi.
O, per dirlo con Anna Maria Bernini, tra gli altri, «a questo punto Napolitano intervenga contro lo stalking in atto».
Il punto di mediazione del lungo vertice in clinica diventa la nota che da lì a qualche ora Letta e Alfano mettono per iscritto pesando parola per parola.
La mobilitazione dei parlamentari (tra ieri sera e stamattina arrivati a Milano) si trasforma nella riunione di neodeputati e senatori, non più a Roma come previsto ma alle 11 di oggi alla Camera di commercio di Milano.
Per una standing ovation di solidarietà a distanza al capo ricoverato.
In quella sede si prepareranno altri passaggi «eclatanti» prima della piazza del 23. In molti spingono per la diserzione dell’insediamento delle Camere e dell’elezione dei presidenti.
Tanto più se, come sembra, il Pdl sarà tenuto fuori anche dal vertice di Palazzo Madama.
Così anche per l’insediamento delle commissioni.
Alfano invece salirà al Colle per le consultazioni, la linea è preservare il presidente delle Repubblica dagli «strappi» in cantiere.
Tuttavia perplessità e retropensieri nella corte del leader ormai si autoalimentano.
Il panico da «eliminazione politica» del capo è crescente.
I falchi sospettano che la linea morbida sia stata sponsorizzata da Schifani per ambizioni da riconferma a Palazzo Madama. Veleni.
Altri, come la Santanchè, restano sulle barricate: «Io questa mattina un salto in Tribunale lo faccio comunque, da cittadino, per guardare in faccia la Boccassini mentre terrà la sua requisitoria».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Marzo 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL TITOLO DI STUDIO, MAI CONSEGUITO, IN ECONOMIA E COMMERCIO FIGURAVA ANCHE NELLE BIOGRAFIE: “HO RACCONTATO UNA PICCOLA, INNOCENTE BUGIA”
C’è quest’altra storia incredibile, questo sgradevole sospetto. 
C’è quest’omone gentile e rassicurante di Guido Crosetto, un tipo affidabile, leale e brillante – 49 anni, da Cuneo: ex deputato del Pdl, ex sottosegretario alla Difesa, con Giorgia Meloni e Ignazio La Russa tra i fondatori del partito Fratelli d’Italia – che, dicono, si sarebbe assegnato una laurea (in Economia e Commercio) mai conseguita
Esattamente come Oscar Giannino.Va bene, certo: Oscar Giannino è inarrivabile, leggenda pura.
Due lauree inventate e un master mai conseguito, più – geniale – una partecipazione allo Zecchino D’oro smentita addirittura, con fastidio, dal mago Zurlì (Cino Tortorella).
Però Giannino arrivava con le sue giacchine da comandante prussiano, le ghette, i baffi con la virgola.
Crosetto ha, oggettivamente, un altro piglio. Ma il piglio, siamo d’accordo, non basta mai.
Proviamo ad andare con ordine
Il sito Lo Spiffero , accusa: Crosetto sostiene di possedere una laurea fasulla.
Sono andati a controllare all’università di Torino, e i suoi esami risultano fermi al 1991.
«Da allora, nessuno l’ha più visto a lezione e, ovviamente, non ha mai conseguito il titolo di dottore».
Eppure lo scorso dicembre è proprio Crosetto, su Sette , in un’intervista, a rispondere senza indugi.
Ad un certo punto, c’è questa domanda: «È vero che l’allora presidente del Consiglio Giovanni Goria la volle con sè a palazzo Chigi?».
Risposta: «Sì. Avevo 24 anni e mi ero appena laureato in Economia…».
Un lapsus? Può essere, capita.
Però, per mesi, per anni, non solo la libera enciclopedia Wikipedia ma anche il sito della Camera pubblicano una biografia esplicita: «Crosetto Guido, Pdl, nato a Cuneo il 19 settembre 1963. Laurea in Economia e commercio; imprenditore» (perfettamente ambigua è invece la pagina dedicata all’ex sottosegretario sul sito del ministero della Difesa, in cui si cita una generica «Facoltà di Economia e Commercio presso l’università degli studi di Torino).
Ieri mattina, comunque, le correzioni sono puntuali. Modificate sia le note biografiche sul sito della Camera, sia i cenni di Wikipedia.
Stupore, imbarazzo, incredulità .
Crosetto diffonde subito un comunicato dai toni indignati. «Non capisco questa polemica sul nulla, visto che nulla devo a presunte lauree e visto che neppure me ne sono mai attribuite. La mia credibilità è frutto di coerenza, impegno, onestà …».
Poi, a voce, c’è uno spaccato diverso (Crosetto è una persona perbene, in Transatlantico era uno dei pochi che non ti rifilavano polpette avvelenate, non ha mai rinnegato una dichiarazione, e mai ha fatto sconti a nessuno: neppure al suo capo, Berlusconi, spesso randellato – politicamente – con puntualità )
Crosetto, qual è la verità ?
«La verità è che ho chiesto spiegazioni alla Camera per capire come e perchè la mia biografia contenesse simili imprecisioni…».
Il dubbio resta.
«Guardi, posso dirle una cosa: è capitato spesso che a chiunque mi chiamasse “dottore” in pubblico, io rispondessi anche malamente, e ci sono molti miei amici che possono testimoniare… Poi…».
Continui, coraggio
«Beh…».
Forza.
«Uff… Sì, insomma… sì, ammetto che qualche volta, privatamente, a qualcuno… beh, sì, ammetto che scioccamente possa aver lasciato intendere di essere laureato…».
Una debolezza.
«Mhmmm…. Sì, la chiami una debolezza. Noi esseri umani siamo esseri strani…».
Lei, imprenditore e deputato: che motivo aveva di dire che…
«Lasci stare. Mi spiace. Ma lo ammetto: ho ceduto, sono stato debole… e ho raccontato una piccola, innocente bugia».
Non a Ignazio La Russa, ora suo collega alla guida di Fratelli d’Italia, ma per lungo tempo suo ministro alla Difesa.
«Confermo: a me, Guido, non ha mai… ripeto: mai detto di essere laureato. È stato mio sottosegretario, lo conosco benissimo: persona splendida».
Quando Oscar Giannino finì nel tritatutto mediatico per la vicenda delle lauree false, Crosetto fu l’unico a usare inspiegabili (all’epoca) parole di affetto. Da un lancio Ansa del 21 febbraio: «Oscar è sempre stato un amico, può aver fatto una cazzata, ma io gli voglio bene…».
Giannino, adesso: «Guido? Non commento. Ho i miei guai, lasciatemi stare».
Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
DEMOCRATICI DIVISI: IL 40% PUNTA SUI 5 STELLE
Tutti i commentatori sottolineano come il nostro Paese si trovi oggi in una situazione drammatica.
L’esito delle elezioni ha portato a un assetto parlamentare nel quale appare assai difficile, se non impossibile, la formazione di una maggioranza di governo.
Al riguardo sono state ipotizzate negli ultimi giorni diverse alternative, tutte però caratterizzate da molti limiti e difficoltà .
Cosa ne pensano i cittadini? Quali sono le soluzioni più diffuse e apprezzate in questo momento dall’opinione pubblica?
Quest’ultima appare al riguardo assai divisa: un terzo degli italiani pare approvare l’idea di formare un’altra «strana» maggioranza che veda nuovamente il Pd e il Pdl assieme per approvare alcune riforme essenziali e per andare poi a nuove elezioni.
Ma una percentuale simile vede invece con maggior favore un’alleanza più o meno stabile tra il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle per cercare, in qualche modo, di governare il Paese. Minore consenso trovano invece le proposte di formare un governo tecnico, capeggiato da una personalità esterna alla politica, ma appoggiato dai maggiori partiti e quella di un governo di minoranza del centrosinistra che, di volta in volta, cerchi degli accordi con gli altri partiti per approvare le leggi.
Naturalmente, queste diverse soluzioni ottengono differente consenso tra gli elettorati dei vari partiti. In particolare, come era facile aspettarsi, i votanti del centrodestra – e quelli del Pdl in particolare – appoggiano (al 72%) la proposta di un esecutivo di unità nazionale che veda il Pd e il Pdl assieme.
Tra l’elettorato del Pd, una maggioranza relativa (40%) appoggia invece l’ipotesi di una alleanza, più o meno organica, tra il centrosinistra e il Movimento 5 Stelle.
Ma una parte non piccola degli elettori del partito di Bersani (27%) preferirebbe invece un governo di minoranza formato principalmente dal loro partito.
Si riconferma dunque l’esistenza di una accentuata pluralità di opinioni (se non di una vera e propria frattura) all’interno del Pd.
Ma è interessante notare come invece l’ipotesi di un diretto coinvolgimento dei 5 Stelle al governo, attraverso la partecipazione del M5S a un esecutivo col Pd sia, tra le alternative proposte, la preferita da una larga parte (70%) dello stesso elettorato grillino.
Ciò potrebbe mostrare un qualche maggior grado di apertura dei votanti per il M5S rispetto al nucleo dei militanti.
Si tratta di un fenomeno peraltro evidenziato da Biorcio e Natale nel loro ultimo saggio sul movimento di Grillo (Politica a 5 stelle, Feltrinelli).
Al tempo stesso ciò potrebbe suggerire la possibilità , indicata da alcuni osservatori, che qualche eletto del movimento si possa, al momento della decisione di appoggiare o meno un governo, far convincere dallo «scouting» che Bersani certamente intraprenderà .
Si tratta però di una mera ipotesi, la cui realizzazione appare in questo momento piuttosto improbabile.
La gran parte degli italiani è infatti convinta che il Movimento 5 Stelle – che ha ribadito anche in questi giorni la propria indisponibilità a partecipare a una alleanza di governo con i partiti tradizionali – non accetterà , almeno in una prima fase, una soluzione del genere.
Tanto che alla domanda sui possibili futuri comportamenti degli eletti grillini, solo il 16% degli intervistati crede che essi acconsentiranno a stipulare un accordo con la coalizione di centrosinistra.
La maggioranza (53%) degli italiani (e i due terzi degli elettori per il M5S) ritiene infatti che gli eletti di Grillo potranno collaborare all’approvazione di alcune riforme importanti, ma che si guarderanno bene dallo stringere alleanza organiche.
Insomma, gli italiani si rendono ben conto dell’impasse in cui siamo finiti.
E rimangono profondamente divisi circa le possibili soluzioni.
Renato Mannehimer
(da “il Corriere della Sera“)
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