Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
INSIEME HANNO PERSO NOVE MILIONI E MEZZO DI ELETTORI
Ammetto di essermi sbagliato.. 
L’ho già scritto alcune volte, di recente, nell’incipit delle mie Mappe, analizzando i cambiamenti politici in atto.
Anche alcuni risultati delle elezioni appena avvenute mi hanno spiazzato.
Ad eccezione di uno — peraltro importante. La prestazione del Centrodestra e del PdL, guidati da Silvio Berlusconi.
Sostengo, infatti, da tempo, che il “berlusconismo” è finito.
Ebbene, almeno su questo non mi sono sbagliato. A dispetto delle letture che parlano di “rimonta” e perfino di “miracolo” di Berlusconi.
Il Pdl e il Centrodestra hanno toccato il punto più basso della loro storia elettorale, che coincide con la biografia della Seconda Repubblica.
Partiamo dai dati (che ricavo dal Dossier Lapolis dell’Università di Urbino).
Il PdL ha ottenuto il 21,6% dei voti validi. Il 23,6% se si considerano anche i “Fratelli d’Italia” (e del PdL).
Circa 14 punti meno delle precedenti elezioni, quando aveva superato il 37%.
Ma 11 punti e mezzo in meno anche rispetto alle europee del 2009.
Quanto alla coalizione, il discorso cambia poco.
Il Centrodestra, guidato da Berlusconi, in questa consultazione, ha ottenuto il 29%. Cioè: quasi 18 punti meno del 2008.
In valori assoluti, la distanza rispetto alle precedenti elezioni appare ancor più eloquente (come ha rilevato puntualmente l’Istituto Cattaneo). Abissale.
Il PdL, infatti, ha subito un calo di 6.300.000 elettori. E si è ridotto a circa metà , rispetto al 2008.
La coalizione di Centrodestra, da parte sua, ha perso oltre 7 milioni sui 17 ottenuti nel 2008. Cioè, oltre 4 elettori su 10.
Un arretramento così pesante ha prodotto conseguenze molto rilevanti e molto evidenti anche sul profilo territoriale.
Basta guardare il posizionamento del PdL che emerge dalla geografia del voto nelle due ultime elezioni.
Nel 2008 era il primo partito in 67 province, il secondo in altre 40.
In pratica, era diffuso in tutta Italia.
Forte, secondo tradizione, nel Nordovest, nel Centrosud e nelle Isole.
Oggi, invece, il PdL è il primo partito in 17 province e il secondo in altre 26.
Insomma, ha rarefatto — ridotto a meno di un terzo — la sua presenza sul territorio nazionale, concentrandola largamente nel Mezzogiorno.
D’altronde, se si ripercorre la parabola del voto del PdL e dei suoi antecedenti, è evidente come queste elezioni segnino il punto più basso del “partito personale” di Berlusconi, in quasi vent’anni di elezioni.
Oggi, infatti, il PdL ha ottenuto pochi consensi più di FI, da sola, all’esordio, nel 1994.
Se questo è un “miracolo”, allora, è lecito attendersi, presto, un nuovo passaggio di Grillo attraverso lo stretto. Ma a piedi. Camminando sulle acque.
Anche la presunta “rimonta” è una leggenda.
Se facciamo riferimento ai (vituperati) sondaggi, il PdL è effettivamente risalito negli ultimi due mesi.
Nel corso del 2012, “abbandonato” da Berlusconi, era sceso al 17% (Demos).
Secondo altri istituti, anche più in basso.
Da dicembre a febbraio, è risalito, fino a superare il 20%. Merito di Berlusconi? Certo. Ma solo perchè senza Berlusconi il PdL non esiste. Non ha “senso”.
Il ritorno del Cavaliere ha permesso al PdL di riallinearsi sul livello precedente alle dimissioni, nel novembre 2011.
Quando il declino del berlusconismo si era già consumato.
Non mi interessa, qui, partecipare alla ricerca dello “sconfitto più sconfitto” degli altri.
Perchè in queste elezioni c’è un solo vincitore: Beppe Grillo insieme al Movimento 5 Stelle.
Tutti gli altri sono stati sconfitti. Per primo, ex aequo con altri, Silvio Berlusconi.
L’uomo-che-rimonta per (de)meriti altrui più che propri.
In effetti, il risultato del PdL e del Centrodestra non si è scostato di molto rispetto alle stime dei sondaggi.
Al massimo 1-2%.
Se Berlusconi ha rischiato il pareggio e perfino il sorpasso è perchè il Centrosinistra e in particolare il PD lo hanno quasi raggiunto.
In discesa. In caduta. È questo il vero miracolo.
Che il PD e il Centrosinistra non siano riusciti a vincere neanche stavolta.
D’altronde, neppure i sondaggi del Cavaliere immaginavano il PD così in basso.
Poco sopra il 25%. Al punto di essere superato dal M5S.
Così il Centrodestra è divenuto competitivo non per la “rimonta” del Cavaliere, ma per la “riSmonta” del PD. Il quale, rispetto al 2008, ha perduto 8 punti percentuali. In termini assoluti: quasi tre milioni e mezzo di voti — il 28% della propria base elettorale precedente.
La leggenda della “rimonta” del Cavaliere, in effetti, mi sembra auto-consolatoria.
Non solo per Berlusconi e il Centrodestra. Ma anzitutto per il PD.
Che ha ceduto pesantemente, quasi di schianto, proprio quando il PdL ha ottenuto il peggiore risultato della sua storia.
Una coincidenza non casuale ma semmai “causale”. Perchè il PD, come osservò Eddy Berselli proprio a commento delle elezioni del 2008, è rimasto un “partito ipotetico”.
Senza una “chiara idea complessiva”. Ha, invece, coltivato con Berlusconi e il PdL un rapporto mimetico.
Fino a diventarne quasi complementare.
Il PD: ha perduto — o almeno: non ha vinto — perchè, in fondo, si è progressivamente berlusconizzato. Per modello organizzativo, immagine, comunicazione.
Senza, peraltro, proporre un leader come Berlusconi. Preferendo, invece, “l’usato sicuro”.
Così Grillo e il M5S hanno sfondato nelle zone rosse, verdi e azzurre.
Insomma, dovunque. Sfruttando la fine del berlusconismo, che ha trascinato con sè anche il PD. Un po’ come nei primi anni Novanta, quando il crollo del muro di Berlino travolse non solo il PCI e i post- comunisti, ma prima ancora la DC e l’anticomunismo.
Il centrosinistra, per ricominciare, non deve guardare gli altri, non deve guardare indietro.
E neppure avanti. Deve guardarsi dentro.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)
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Marzo 1st, 2013 Riccardo Fucile
“HO ANTEPOSTO GLI INTERESSI DEL POPOLO ITALIANO A QUELLI DEL PARTITO”
Si paragona all’ex presidente della Repubblica. 
Ora Domenico Scilipoti si sente come lui. ”Nel 1947 Giuseppe Saragat fece una scelta quasi similare a quella che abbiamo fatto Antonio Razzi e io” ha dichiarato a un convegno a Catanzaro. Il parlamentare, ex deputato dell’Italia dei Valori passato al Pdl, sostiene infatti di aver “anteposto agli interessi di partito quelli del popolo italiano” insieme al collega Razzi.
“Siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto — ha proseguito — Ce lo siamo detti dopo la nostra rielezione e lo rifaremmo ancora una volta se gli interessi del popolo italiano dovessero essere messi in discussione”.
Scilipoti è intervenuto a un’iniziativa degli eletti del Pdl in Calabria insieme al coordinatore regionale del partito, Giuseppe Scopelliti.
L’ex deputato Idv traghettato nel centrodestra, alla sua prima uscita dopo l’elezione a Palazzo Madama, ha anche “rivelato quarti di calabresità ” (“I miei bisnonni erano calabresi”).
“Siamo stati felici — ha aggiunto — nell’apprendere che il presidente Silvio Berlusconi ha fatto una dichiarazione similare dicendosi disponibile, per l’amore della patria, a dare un sostegno a coloro i quali in campagna elettorale sono stati dall’altra parte della barricata per salvare l’Italia. Sicuramente, però, non troverà convergenze su temi che sono altamente etici perchè su questo, per quanto ci riguarda, abbiamo una profonda convinzione che è diversa da quella del centrosinistra”.
Parlando della sua esperienza nel partito di Di Pietro, Scilipoti ha poi detto: “Il mio è un ritorno a casa, anche se sono stato uomo di centrodestra anche all’interno di quella che era la lista civica nazionale che portava il nome dell’Italia dei valori. All’interno di quella formazione c’erano, infatti, esponenti di estrema sinistra e di estrema destra. E tra questi ultimi voglio citare Luigi Li Gotti”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 27th, 2013 Riccardo Fucile
SCILIPOTI RIELETTO: PRIMO DIETRO A BERLUSCONI AL SENATO IN CALABRIA… RAZZI ELETTO IN ABRUZZO
Nell’Italia dell’ingovernabilità e delle tante incognite, c’è una certezza: Domenico Scilipoti, l’uomo in più di Berlusconi, il quale, con molta probabilità , tornerà in Parlamento.
La via per tornare in pista è legata al fatto (altamente probabile) che il Cavaliere non occupi il seggio conquistato in Calabria.
Il Pdl si porta a casa cinque seggi che mandano al Senato della Repubblica l’uscente Antonio Gentile, Nico D’Ascola, l’attuale assessore regionale Piero Aiello e il suo compagno di giunta Antonio Caridi.
A seguire in lista c’è il responsabile Domenico Scilipoti che ora, dunque, attenderà l’eventuale dimissione di Berlusconi se sceglierà di risultare eletto in un’altra regione.
A completare il quadro del centrodestra al Senato c’è l’elezione di Giovanni Bilardi (attuale consigliere regionale della Calabria) nella lista Grande Sud.
Il centrosinistra invece ha conquistato due seggi, tutti spettanti al Pd. Gli eletti al Senato sono Marco Minniti e Doris Lo Moro.
I due grillini del Movimento 5 Stelle che varcheranno le soglie di Palazzo Madama sono Francesco Molinari e Nicola Morra.
L’ultima tornata elettorale apre le porte anche ad Antonio Razzi, altro ex Idv, che come Scilipoti è passato con Berlusconi votandogli la fiducia il 14 dicembre 2010.
Il politico abruzzese, che in campagna elettorale andava dicendo: “Conme tornei di tennis, votatemi”, la spunta lasciando al palo il deputato Pd uscente Paolo Concia che su twitter commenta: “Entra Razzi non io… Mi dispiace per gli abruzzesi”.
In un secondo tweet, indirizzato tra gli altri al presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, Concia aggiunge: “Gli abruzzesi hanno preferito Razzi a me… Questa è la democrazia e la volontà del popolo”.
Scilipoti però non attende la decisione (scontata) di Berlusconi è inizia subito a parlare da neo-eletto. “Desidero innanzitutto ringraziare gli elettori calabresi che mi hanno sostenuto ed hanno contribuito in maniera determinate all’affermazione del Pdl al Senato in Calabria”. E ancora: “Questa vittoria è la dimostrazione concreta che quello calabrese è un elettorato maturo che ha bisogno di certezze, credibilità e proposte concrete per il rilancio del territorio e non si accontenta della semplice protesta senza alcuna proposta”.
Quindi conclude: “La prima cosa che intendo fare da neo senatore è mantenere gli impegni presi con i cittadini calabresi durante la campagna elettorale cominciando con il trasferire, nei prossimi giorni, la mia residenza in Calabria”.
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Febbraio 26th, 2013 Riccardo Fucile
GRILLO VUOLE VOTARE DI NUOVO NEL GIRO DI SEI MESI….E PD E PDL SI SCAMBIANO I PRIMI SEGNALI
Sanno che, quando la polvere dello scontro elettorale si sarà posata, dovranno fare i conti con l’unica formula che potrebbe garantire oggi la governabilità al Paese.
Sanno che, quando gli slogan pronunciati ai comizi andranno sostituiti dai ragionamenti per le consultazioni al Quirinale, dovranno prendere in esame l’unico scenario parlamentare possibile.
Insomma, Pd e Pdl sanno che per calcolo numerico e politico si troveranno costretti a discutere di Grande coalizione.
È vero che alla vigilia del voto i Democratici consideravano un «suicidio» una simile prospettiva, ma valutavano come un «suicidio» anche un ritorno immediato alle urne. Ed è altrettanto vero che – al pari di Bersani – anche Berlusconi diceva «mai più con i nostri avversari».
Ma il responso delle urne pone i due partiti dinnanzi a una scelta: suicidarsi o assumersi quelle responsabilità che hanno delegato per un anno e mezzo ai tecnici. L’inseguimento dei Cinquestelle per formare una maggioranza in Parlamento è tempo perso, o meglio è un modo di Pd e Pdl per prender tempo, in attesa di far metabolizzare la larga coalizione.
Anche perchè il vero obiettivo di Grillo – che è stato capace di un exploit non riuscito nemmeno a Berlusconi nel ’94 – è proprio quello di tornare al voto «nel giro di sei mesi », per capitalizzare il successo in una nuova tornata elettorale e sbaragliare ciò che resta delle forze nate nella Seconda Repubblica.
Certo, mettere insieme due progetti alternativi è a dir poco complicato, perciò il passaggio si preannuncia drammatico.
E non sarà a costo zero.
L’unica variabile è quella profetizzata alcune settimane fa dal ministro Fabrizio Barca, che in un’intervista al Corriere disse come «senza una maggioranza stabile potrebbe accadere, una volta eletto il capo dello Stato, di tornare alle urne», magari con un cambio della legge elettorale.
Una opzione da mettere in preventivo, dato che il governo Monti non si è formalmente dimesso, e dunque potrebbe andare avanti per il disbrigo degli affari correnti e di una nuova sfida elettorale.
Ma tanto il Pd quanto il Pdl sono consci che in quel caso il «vaffa voto» li sommergerebbe.
Ecco perchè, per calcolo politico e numerico, devono prendere in esame le larghe intese, un’alleanza che vedrebbe il centro montiano ininfluente.
E chissà se il Professore, dinnanzi a una sconfitta senza appello, avrà pensato al ruolo che avrebbe potuto avere adesso se non fosse «salito in politica».
La dèbà¢cle centrista è uno dei risvolti che fanno di Berlusconi un «perdente di successo».
L’emorragia di voti subita nelle urne è stata compensata dalla maggioranza relativa conquistata al Senato, che consente al Cavaliere di sedere al tavolo delle trattative per la formazione del governo e per la scelta del futuro presidente della Repubblica. Bersani farebbe volentieri a meno di una simile intesa, ma se il Pd optasse per le elezioni anticipate, l’attuale leader dei Democrat dovrebbe passar subito la mano, lasciando a Renzi un partito «rottamato» dal risultato.
E con Bersani verrebbe fatta fuori l’intera classe dirigente attuale, che certo non ha interesse a capitolare.
Ecco allora che, dopo le prime dichiarazioni a caldo – tutte incentrate sulla necessità di «tornare a votare » – lo stato maggiore del Pd ha assunto una linea meno intransigente, Enrico Letta ha rettificato il tiro, la Finocchiaro ha spiegato che «serve un governo pienamente politico».
Una posizione certamente condivisa da D’Alema. Non a caso, in modo speculare, dal fronte berlusconiano sono giunti i primi segnali di apertura: «Se nessuna delle coalizioni avrà la maggioranza – ha detto il pdl Palma – andrà trovata una soluzione per garantire la governabilità ».
Persino la Lega con Tosi si predispone all’evenienza, pur prospettando una «opposizione costruttiva » a un eventuale gabinetto di larghe intese.
Condannati a governare, per espiare le colpe commesse ancora nel recente passato, Pd e Pdl sanno che dovrebbero fare le riforme – anche quelle istituzionali – prima di tornare al voto, per evitare il «suicidio».
È una missione (quasi) impossibile, non solo per l’incompatibilità delle ricette economiche ma anche per le difficoltà di comporre il governo: a chi, per esempio, spetterebbe indicare il premier?
Potrebbe rivendicarlo il partito che vincesse alla Camera, ma sarebbe necessaria una figura «terza».
Uno schema che andrà comunque applicato per la corsa al Colle, dove i candidati di «parte» come Prodi perdono terreno.
Perchè il Cavaliere – «perdente di successo» – sarà seduto al tavolo che conta.
Ma lì ci sarà anche il convitato di pietra: Grillo, l’uomo dello tsunami.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
VOLEVANO AIUTARE IL CAVALIERE REDUCE DALLA ESIBIZIONE DEL “LEI VIENE?”, HANNO FINITO PER FARSI SEPPELLIRE DA UNA RISATA: LE IMMAGINI USATE SONO SU INTERNET E UTILIZZABILI A FINI COMMERCIALI
Lo slogan: «Sono una donna, non sono un bambola». 
E poi, il volto, sorridente e rilassato, di tre donne.
Insieme, sono le testimonial di un manifesto elettorale del Pdl pubblicato su diversi quotidiani nazionali che contiene un appello in difesa dei diritti delle donne.
Il riferimento è al segretario del Pd Pierluigi Bersani, secondo il quale Berlusconi parla di donne «come se fossero bambole gonfiabili».
«Dobbiamo riscattarci e dire che siamo orgogliose di essere donne del Pdl e siamo orgogliose di votare per Silvio Berlusconi», ha detto Daniela Santanchè alla presentazione del manifesto, da cui sorridono appunto tre donne: una bionda, una bruna, di età diverse e tutte sorridenti.
Perfette. O quasi.
DA CATALOGO –
Come segnalato su Twitter da Nomfup – blog collettivo su comunicazione e politica animato da Filippo Sensi, vicedirettore di «Europa» – le tre donne non sono infatti militanti del Popolo della Libertà , ma immagini acquistabili online e utilizzabili a fini commerciali.
Una di loro si chiama «Sorridente donna anziana felice. Isolato su sfondo bianco». Sullo stesso sito, digitando le parole chiave «Sorridere anziani braccia incrociate in piedi signora, guardando la fotocamera», si trova anche una collega.
La terza ha prestato il proprio volto la pubblicità di un’azienda che fornisce componenti per ufficio.
Che le tre votino Pdl però, non è dato sapere.
Federica Seneghini
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 20th, 2013 Riccardo Fucile
RIPORTIAMO L’ARTICOLO DEL 29 MARZO 2011 IN CUI ERA PROVATA LA BALLA DEL MASTER CHE LA PASIONARIA VERTICALE AVEVA INDICATO SUL PROFILO DEL GOVERNO COME DA LEI CONSEGUITO ALLA BOCCONI … ERA SOLO UN CORSO APERTO A TUTTI
Nulla è cambiato sul sito del Governo: dov’è l’attestato di frequenza?
Nulla è cambiato.
Eppure la diretta interessata l’aveva detto: “Metterò online le prove di quanto affermo”.
E non l’ha fatto.
Parliamo di Daniela Santanchè, sottosegretario del governo all’Attuazione del Programma, concessionaria della pubblicità per il Giornale di Alessandro Sallusti e gran polemista televisiva con delega generale all’attacco di Gianfranco Fini per conto del governo di Silvio Berlusconi. Una donna in carriera, una donna competente, una donna forte.
TITOLO DI STUDIO —
Ma un po’ approssimativa nell’attribuirsi titoli e meriti, visto quanto ha scoperto, un po’ di tempo fa, il settimanale Oggi, diretto concorrente di Chi, l’ammiraglia per famiglie della Mondadori di Marina Berlusconi: il “Master SDA Bocconi”, ostentato dal sottosegretario sul suo sito personale presso il web del Governo, è falso.
“Oggi” è andato nella sede della scuola postgraduate della Bocconi per verificare, e nulla risulta riguardo una partecipazione della Santanchè ai programmi di studio di eccellenza dell’università milanese.
Il sottosegretario aveva assicurato che tutto sarebbe stato chiarito, ma così non è stato. E Oggi, dunque, ha di che insistere.
Altro che master.
Quello conseguito da Daniela Santanchè alla Bocconi nel 1993 non era neppure un corso post-universitario: era aperto anche ai non laureati.
E non è durato un anno, come sostiene la sottosegretaria: i giorni di lezione in aula furono appena 24.
Tre ogni mese, per otto mesi.
La Santanchè alla Bocconi forse era stata, ma per partecipare ad uno di quei corsi — comunque formativi e qualificanti, visto il livello dell’ateneo — aperti al pubblico.
Ma certo non equiparabili ad un master nella scuola Bocconi, una delle più impegnative e selettive d’Europa.
Infatti, il direttore della scuola master, interpellato, replica piccato.
«Trovo le affermazioni della Santanchè offensive verso tutti coloro che il master lo hanno davvero conseguito con tanti sacrifici», ha dichiarato a Oggi il professor Mario Mazzoleni, che per dodici anni (fino al 2004) ha diretto il programma dei master Bocconi.
«Non prendiamoci in giro. Un Mba è qualcosa di serio e molto difficile: otto ore al giorno per sedici mesi. E costa decine di migliaia di euro. Non si possono confondere le due cose. Poi, uno può millantare quel che vuole. Tutti i miei ex studenti Mba (Master Business Administration) sono infuriati. Il progetto Gemini frequentato dalla Santanchè era un’iniziativa seria, indirizzata a giovani imprenditori. Ma non era nemmeno un corso di specializzazione».
Una settimana fa la sottosegretaria aveva promesso di mettere subito on line sul proprio sito l’attestato di frequenza al suo corso. Non l’ha fatto.
E sul sito del governo appare ancora l’affermazione: «Consegue un master alla Sda Bocconi».
(da Giornalettismo – Oggi)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
POI FINISCE IN FARSA: L’ESAGITATA CHE VOLEVA LA MORTE DEL REIETTO VIENE A SUA VOLTA TACCIATA DI “COMUNISTA INFILTRATA” E ALLONTANATA… UNA TERZA POVERACCIA CHE CHIEDEVA L’ABOLIZIONE DI EQUITALIA SPINTA FUORI… POI ALL’ORA DI CENA I BUONI BORGHESI SONO TORNATI A CASA A CONTARE I SOLDI SOTTO IL MATERASSO
Il contestatore era uno solo, armato di aeroplani di carta. 
Ma alla fine, ad essere cacciati dalla convention milanese del Pdl sono stati in tre. Berlusconi e Maroni sul palco, a parlare di sprechi, risparmi, tasse.
La sala del Fieramilanocity gremita di militanti di centrodestra.
“Ci hai rovinato tu”, grida un uomo dal centro della platea, lanciando areoplanini di carta in direzione dei due leader.
Immediatamente le forze dell’ordine lo scortano fuori, mentre i sostenitori del Cavaliere inveiscono contro il “disturbatore comunista”.
“Il solito juventino“, chiosa Berlusconi dal palco.
L’individuo viene sottratto alla rabbia degli azzurri. Una elettrice in particolare, minaccia di morte lui, Monti e Bersani.
La stessa, ancora agitata, rientra in sala. Ma il suo vociare disturba gli astanti, che la prendono per una nuova disturbatrice.
“Comunista”, le gridano mentre lei cerca di spiegare che è una fervida berlusconiana. Non le credono.
“Puttana, fuori”, insiste il pubblico di Silvio.
Ancora una volta è la polizia ad intervenire, portandola fuori.
Quando finalmente pare tutto finito, ecco che un’altra signora viene allontanata.
“Ho chiesto di chiudere Equitalia, che mi ha rovinato”. Ma evidentemente in sala ormai bastava alzare la voce.
E allora fuori uno, fuori, due, fuori tre.
Franz Baraggino
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 19th, 2013 Riccardo Fucile
CHI PROPONE LA VENDITA DELL’ORO E CHI ABOLISCE IL MOTORE A SCOPPIO… VIAGGIO NEL PDL DOVE OGNUNO PUO’ DIRE TUTTO E L’INCONTRARIO DI TUTTO
“Tutti i lavori precari devono diventare a tempo indeterminato. A chi spaccia la manomissione
dell’articolo 18 come necessaria per attrarre investitori stranieri, basta far presente che parliamo di persone. Persone che che vivono con stipendi da miseria”.
Stralci del programma di Rivoluzione Civile? Non esattamente.
Una delle più strenue difese dell’articolo 18, a sorpresa, arriva dallo schieramento opposto.
Dal programma de “La Destra” di Storace, terzo partito in ordine di grandezza del rassemblement a guida belrusconiana.
Solo una delle tante piccole contraddizioni che animano la strana e variopinta coalizione di Centrodestra.
Senza candidato premier, senza programma, e con un leader che già si prenota, primo nella storia, come ministro dell’Economia.
La “bomba” della restituzione dell’Imu, tra detrattori in casa e rivendicazioni postume di paternità sulla proposta, ha scoperchiato il pentolone.
La coalizione esiste solo sulla carta, anche perchè un programma condiviso vero e proprio, ad oggi, non esiste.
Per farsi un’idea dell’Italia di domani promessa dal Centrodestra, non resta quindi che confrontare i testi dei singoli partiti del convoglio a trazione berlusconiana: Pdl, Lega Nord, La destra, Fratelli d’Italia, i Moderati in Rivoluzione di Samorì, il Grande Sud di Miccichè e il Partito dei Pensionati.
I programmi fotocopiati.
Per Lega e Pdl il problema, si sa, non si pone. I due partiti si sono deliberatamente copiati i programmi, riga per riga, capitolo per capitolo.
Tinte blu per il Popolo della libertà , verde Padania per il Carroccio.
Saranno contenti i militanti leghisti che al terzo punto del programma si trovano quindi, nel capitolo sull’Europa, “L’accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria e fiscale”.
Alla faccia del federalismo.
I pensionati contro lo scalone di Maroni.
E se Berlusconi e i suoi glissano sulla questione esodati, lasciando intendere che la riforma Fornero rimarrà così com’è, qualcosa avrebbero e avranno da ridire i Pensionati, che malgrado – ad oggi – un programma ancora non ce l’abbiano, nell’ultimo testo disponibile sul sito chiedono ancora “L’abolizione dello scalone di Maroni”, l’alleato Roberto Maroni.
Buone notizie lo scalone è stato già abolito, dal centrosinistra.
Si tratta, con ogni probabilità , soltanto di un ritardo di aggiornamento nel sito, ma chissà che non finisca per disorientare l’elettorato della formazione guidata da Carlo Fatuzzo.
Addio al motore a scoppio.
E dovrà forse fare un passo indietro il Cavaliere, che nelle scorse settimane è tornato a spendere parole di grande elogio nei confronti di Sergio Marchionne e della Fiat?
I Moderati in Rivoluzione di Giamapolo Samorì, alleati in coalizione, hanno un’idea diversa per il rilancio del settore automobilistico.
E nella loro sintesi di programma, a caratteri minuscoli, annunciano che “è indispensabile vietare, entro massimo 5 anni, la commercializzazione di autovetture con motore a scoppio, favorendo la nascita di una nuova industria nel settore automobilistico impostata su motori elettrici, a idrogeno, o altre forme non inquinanti”.
“Per ogni 500 elettrica venduta, Fiat perde 14 mila dollari”, ha detto Marchionne qualche mese fa dal Salone di Parigi, spiegando tutte le sue diffidenze verso le auto di nuova generazione.
Medierà Berlusconi tra i due?
Eurodivisi.
E che dire del delicato capitolo monetario.
La destra di Storace propone “in via provvisoria la doppia circolazione monetaria: la lira per gli scambi interni e l’euro per il commercio internazionale”.
Il leader della coalizione, proclamatosi urbi et urbi “europeista coinvinto” potrebbe avere qualche perplessità .
Forza Sud, forza Nord.
E contraddizione per contraddizione, qualche – legittima – domanda se la saranno posta i militanti di Grande Sud schierati, nella corazzata berlusconiana, al fianco della Lega Nord; partito che propone, in Lombardia, che il 75% delle tasse versate restino nel Paese di partenza.
E siccome il programma di Grande Sud risulta non pervenuto, non resta che affidarsi alle criptiche parole del suo leader spirituale, Gianfranco Miccichè: “Essere presenti in coalizione con la Lega Nord è una sorta di “garanzia” per il Sud”. No aclares que oscurece, recita un vecchio adagio in Sudamerica. Detto di difficile traduzione. Qui, più prosaicamente, qualcuno direbbe: “Meglio tacere”.
Oro! Oro!
Ma il capitolo monetario non si esaurisce con il tema euro.
E’ sempre Giampiero Samorì a rispolverare un grande classico delle campagne elettorali.
La vendita delle riserve auree per un valore di 250 miliardi di euro allo scopo di abbattere lo stock di debito pubblico.
Un vecchio tabù, quello dell’oro di Stato.
Quando lo propose Prodi, nel 2007, fu l’allora Casa delle Libertà a tuonare contro l’ex commissario parlando di “saccheggio di Stato” .
Samorì in realtà torna alle origini, perchè tra i primi a mettere in campo quest’ipotesi fu nel 2004 l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, oggi alleato di coalzione. E il cerchio si chiude
Rebus patrimoniale.
Confusione piena, poi sul tema patrimoniale, vero e proprio “uomo nero” del leader della Coalizione Silvio Berlusconi, che ha ribadito in tutti gli angoli dell’etere di esservi assolutamente contrario.
Favorevoli nell’era pre Monti, oggi sia Francesco Storace sia Guido Crosetto e Giorgia Meloni non si sbilanciano più, guardandosi bene dal rievocare in campagna elettorale qualsiasi riferimento all’imposta sui patrimoni.
E il tema, va detto, è diventato impopolare anche a sinistra.
Tutti d’accordo allora? Neanche per idea.
Nel Centrodestra è ancora Samorì a rompere le uova nel paniere, proponendo “una ragionevole imposta patrimoniale sugli extra ricchi, a carico di coloro con patrimonio finanziario, mobiliare e immobiliare netto, complessivamente superiore ad euro 10.000.000”.
E Silvio, che dice?
(da “Huffington Post”)
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Febbraio 15th, 2013 Riccardo Fucile
SFIDA CARFAGNA-PALMA.. L’ESCLUSIONE DI COSENTINO METTE IN LIBERA USCITA VOTI UN TEMPO BLINDATI… NEL PD POLEMICA PER UNA PARACADUTATA
Volatilizzato dalle agende, ignorato dai leader, il Sud si riaccende nell’ultimo rush. 
La Campania in bilico infiamma la contesa. “Ma lo capite che ci giochiamo tutto in pochi giorni? Lo capite che se va male qui non salto solo io, ma salta tutto?”.
Dalla suite con vista sul golfo, Nitto Palma, coordinatore regionale del Pdl, oltrechè candidato numero 2 al Senato in Campania dopo Silvio Berlusconi, cerca invano di non alzare la voce quando affronta i suoi.
È la campagna più difficile dei berluscones, la sfida che li vede orfani di alcuni pezzi forti come Nicola Cosentino, fiaccati dalle guerre interne e insidiati dalle defezioni dei loro nomi storici, ora candidati con Fratelli d’Italia e Grande Sud.
Da quell’albergo, al telefono ufficiale, Palma si mostra solerte capitano: “A Napoli siamo in pareggio come nel 2006, anzi vinciamo”.
Eppure, ai piedi del panorama, è una città assai più indecifrabile – politicamente – quella che si prepara a ospitare l’ultimo duello.
Pierluigi Bersani torna il 21 febbraio nella piazza simbolo, il Plebiscito, dopo un’altra lunga tappa, mercoledì scorso.
Berlusconi arriva il 22 alla Mostra d’Oltremare per la “chiusura nazionale”, cartolina a suo modo storica, perchè l’ultimo comizio del Cavaliere alle politiche avrà lo sfondo del Vesuvio.
Stesso ring, tra il quartiere bene di Chiaia e le altre province, quello su cui si danno il cambio da giorni da Enrico Letta a Matteo Renzi, mentre lunedì piomba anche Angelino Alfano.
È la Campania che vale 29 seggi al Senato, di cui 16 alla coalizione che vince.
E che mai, come in questa stagione, presenta fattori di “rischio”: dall’exploit temuto del Movimento 5 Stelle a quello di Rivoluzione civile, nata proprio da una costola del movimento di Luigi de Magistris, agguerrito leader arancione ancorchè calato nei gradimenti, dopo un anno e mezzo da sindaco.
“Dobbiamo portare almeno 250 pullman per il Presidente, chiaro? Se mettemmo insieme 7mila militanti nel 2011, dobbiamo portarne 10 mila per il 22, chiaro?”.
Palma, già Guardasigilli e sottosegretario agli Interni, ha ripassato mestamente in queste ore gli exploit in Campania targati 2001 e 2006: undici anni fa, Forza Italia e An mettevano insieme il 48,06 per cento, il 48,66 nel 2006 come Pdl alla Camera.
Ma ora è un’impresa quasi impossibile tenere insieme il “sorpasso”, i tentativi di fronda messi in piedi contro Palma da Mara Carfagna con il governatore Stefano Caldoro, e soprattutto il grande vuoto cosentiniano che drena consensi dalle aree un tempo inespugnabili dell’hinterland. Per non dire delle lotte intestine e degli insulti pubblici che continuano ad arrivare dagli altri esclusi eccellenti, come i parlamentari uscenti Mario Landolfi e Gennaro Coronella, al centro di un clamoroso caso di commissariamento a Mondragone, storico feudo dell’uscente e inquisito Landolfi.
“Ma è uno scherzo e vogliamo coprirci di ridicolo a dieci giorni di distanza dal voto? – tuona il senatore Coronella – Oppure, se non lo è, qualcuno impedisca a Nitto Palma di continuare a fare danni in una regione che non è la sua e della quale, benchè coordinatore, resta un ospite: non gradito”.
Replica Palma: “Il commissariamento del Pdl di Mondragone è stato disposto dal segretario Alfano. Non comprendo, poi, la ragione per la quale il senatore Coronella, che, a leggere i giornali, dichiara di sponsorizzare la lista Grande Sud, continui ad interessarsi del Pdl”. E lo invita a “un più dignitoso silenzio”.
È a questo quadretto che si è appena aggiunto il silenzio e la fuga (ai cronisti) del candidato Luigi Cesaro, su cui pende ormai una richiesta di arresto, al vaglio dell’Ufficio Gip di Napoli da un anno, legata a presunte connivenze camorristiche.
Come dire: depennato un Cosentino, si fa avanti un Cesaro.
Facili bersagli, per la campagna di Ingroia e di Rivoluzione civile. “Non credo che escluso Cosentino, siano finiti quegli interessi, anzi. Perciò dico che la nostra proposta sarà apprezzata – è il pronostico di de Magistris – Se andassimo sotto il 4 per cento sarebbe una sconfitta. Un ottimo risultato sarebbe il 6 per cento. Dal 4 al 6, sarà un buon risultato”.
Ma va da sè che in Campania, e anche per il raggiungimento del quorum dell’8 per cento al Senato, “siamo fiduciosi”. “Andate e moltiplicatevi. A me e a de Magistris non ci divide nessuno”, gli fa eco Ingroia, nel suo ultimo tour a Napoli.
Viene anche a sanare l’aspro scontro avvenuto sulle candidature.
Il sindaco si era pubblicamente irritato per l’esclusione di una stimata professionista calabrese, sua amica.
“Siamo noi la vera alternativa alla destra degli impresentabili e dei condoni tombali, ma anche a Monti con cui vuole andare a sedersi il Pd”, ha assicurato Ingroia nella visita a Scampia.
“De Magistris è un bravo amministratore che si sta dando da fare, sennò non starebbe con noi”, dice l’ex pm.
Che in Campania punta anche sulla battaglia di Pomigliano e contende a Sel il voto operaio, mettendo in lista Antonio Di Luca, uno dei 19 operai diventati simbolo della lotta contro le discriminazioni in Fiat.
Ma Vendola appare in risalita a Napoli e schiera quarantenni di profilato impegno.
Come Gennaro Migliore, capolista al Senato per Sel.
“La Campania è una regione in bilico, prima ancora che per il numero di senatori, per l’abisso che si è spalancato di fronte alla popolazione – osserva – Sono campani la maggior parte dei 60mila ragazzi che non si iscriveranno all’università , lo sono i giovani disoccupati. Grazie ai tagli di Tremonti e di Monti mancano servizi essenziali: i bus, i treni, la sanità .
Invece Monti si affida all’usato insicuro dell’Udc, che qui sta con il governatore Caldoro a (s)governare la Regione, e Ingroia e de Magistris invocano complotti invece di affrontare i seri problemi di una grande città “.
Contro Ingroia e il “voto inutile”, vengono a tuonare sia Matteo Renzi, sia Enrico Letta. “I voti qui li ha de Magistris, non Ingroia: è il sindaco che mi fa paura. Ma io vi chiedo il voto disgiunto”, dice Letta ai campani.
E Renzi: “Ingroia vuole far perdere il Pd. Mentre la Campania è la regione delle opportunità per tracciare un futuro di sviluppo”.
Dietro le quinte, c’è anche un Pd molto critico con alcuni nomi “incongrui” delle liste.
Un caso su tutti: la ri-catapultata Luciana Pedoto, 12esima nella lista al Senato, deputata uscente e mai vista in Campania negli ultimi cinque anni.
Persino il governatore Stefano Caldoro deve ammetterlo: “Il Sud manca nell’agenda Monti, non c’è nel centrosinistra e ne parla molto poco anche il Pdl”.
Anche per questo Bersani e Berlusconi chiudono a Napoli. Un recupero in extremis.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
argomento: Napoli, PdL | Commenta »