Dicembre 10th, 2012 Riccardo Fucile
“NON VOGLIO UN PARTITO DI PLASTICA, DI IMPRESENTABILI IN LISTA E DI COLONNELLI, UN PARTITO DOVE NON SI DISCUTE E DOVE I PARLAMENTARI VENGONO SCELTI DA CINQUE PERSONE IN UNA STANZA”
Duro il commento di Giorgia Meloni sul suo partito: «Bisogna capire dove sta andando e che cosa vuole essere il Pdl. Io ho detto
cosa non voglio: non voglio più un partito di plastica, non voglio impresentabili in lista, non voglio un partito che non discute e non condivide decisioni, non voglio un partito di colonnelli, non voglio i parlamentari scelti da cinque persone in una stanza».
«Se il Pdl resterà così -ha aggiunto l’ex ministro nel corso de La Telefonata di Belpietro – io non trovo stimoli per rimanere, la nostra gente merita bel altro»
«Avremo le idee più chiare – afferma Meloni – il prossimo 16 dicembre, giorno nel quale abbiamo organizzato a Roma una manifestazione anche con altri colleghi, come Guido Crosetto. In nessun caso intendo abbandonare il lavoro che abbiamo fatto per far nascere in Italia il Partito Popolare Europeo, per normalizzare il nostro bipolarismo, perciò non si torna indietro a ipotesi di operazioni nostalgia».
Sulle primarie del Pdl, Meloni ribadisce le sue critiche per la scelta di non farle. «Non si può dire – osserva – che il Pdl abbia fatto una grande figura annunciando le primarie, poi annullandole, poi annunciandole ancora, poi approvando un regolamento, facendo raccogliere 200mila firme, dando vita ai comitati e poi annullandole con un paio di telefonate e una comunicazione alla stampa».
«Indipendentemente dalle scelte che si fanno, c’è – sottolinea Meloni – un dato di credibilità che va tenuto in considerazione soprattutto quando si pensa di voler governare una Nazione. Le primarie sarebbero state una boccata d’ossigeno e una grande occasione per mettere a confronto idee, linee politiche, per tornare a parlare di contenuti, per tornare in mezzo alla gente».
(da “La Stampa”)
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Dicembre 10th, 2012 Riccardo Fucile
LA DESTRA DELUSA: SOLO UN EX ELETTORE SU CINQUE RITIENE CHE IL RITORNO DI BERLUSCONI FACCIA BENE AL PDL
Il “risveglio” del popolo di centro-sinistra ha cambiato, nell’arco di pochi giorni, il clima politico e lo scenario elettorale.
Gli equilibri in vista delle prossime politiche appaiono, oggi, largamente favorevoli alla coalizione guidata da Bersani, ma nel campo del centro-destra rimane un bacino potenziale di elettori “in sonno”.
Le primarie del centro-sinistra hanno galvanizzato e ri-attivato una parte consistente degli elettori delusi, che fino a poche settimane fa si rifugiavano nella zona grigia dell’astensione.
Diminuisce, in generale, il numero di persone che non dichiarano le proprie intenzioni di voto: oggi al 30%, contro il 46% di settembre.
Tra queste la quota più consistente è di elettori del Pdl.
L’ennesima ri-discesa in campo di Berlusconi e la scelta di mettere in discussione il sostegno al governo Monti rispondono a una doppia necessità : frenare l’ascesa del Pd, riportando il PdL (o una nuova “cosa di destra”) al centro della scena politica; tentare di mobilitare questa parte di elettorato incerto.
Essa si scontra, tuttavia, con una serie di difficoltà : anzitutto, con la presenza di divisioni che rivelano l’esistenza di (almeno) due diverse “destre”.
La divisione più evidente contrappone gli elettori che ancora destinano la propria preferenza al Pdl agli ex-elettori oggi reticenti o incerti.
Nella prima componente, il potenziale di attrazione esercitato da Berlusconi è ancora elevato: il 67% chiede esplicitamente il ritorno del Cavaliere, e una quota ancora più elevata sarebbe favorevole a trovare un “nuovo Berlusconi” (73%).
Quasi uno su due (44%), inoltre, lo preferisce come candidato premier, mentre il 36% sceglie Alfano.
Chi invece aveva votato Pdl nel 2008, e oggi si dice incerto, appare più “freddo” sull’ipotesi di ritorno al 1994 o al 2007, con una nuova discesa in campo o un nuovo predellino: solo il 20% considera positiva la candidatura dell’uomo di Arcore, un terzo chiede di rifondare Forza Italia. Soprattutto, oltre la metà indica le primarie come strategia privilegiata.
La frattura tra le due destre si manifesta anche nelle posizioni rispetto al governo Monti e sulle alleanze.
Tra gli elettori del Pdl, pochi giudicano positivamente l’esecutivo tecnico: il 26%, contro il 37% degli ex-elettori.
Le divisioni in materia di alleanze sono molto marcate: l’elettorato del Pdl è per metà favorevole a una coalizione con i partiti di centro (52%), mentre una quota analoga (53%) approverebbe un patto con la Lega.
Berlusconi sembra dunque intenzionato a ricompattare almeno una parte degli elettori di centro- destra, utilizzando la propria “riserva” di appeal personale, combinandola con l’evocazione di una nuova “minaccia comunista” e la critica alle politiche del governo Monti.
Questa strategia può produrre un parziale recupero del centro-destra e una ribipolarizzazione del quadro politico (con un ridimensionamento delle “terze” forze). Il progetto si scontra, tuttavia, con le domande di cambiamento presenti in ampi settori dell’elettorato di centro-destra, difficili da interpretare e gestire per chi ha caratterizzato un’intera “era” politica.
Roberto Biorcio e Fabio Bordignon
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI: IL “NON CI STO” DEL PREMIER
«Non accetto che Berlusconi mi ricatti sulla giustizia, sulla norma che vieta ai condannati di candidarsi. Non mi faccio logorare sottoponendomi al suo populismo. Io non ci sto». Nello Studio alla vetrata del Quirinale va in scena l’ultimo faccia a faccia tra il premier Mario Monti e il presidente Giorgio Napolitano.
È il più drammatico.
Il premier si incontra con il presidente della Repubblica intorno alle sette di sera. Fuori, Roma è avvolta dal gelo.
In auto, percorrendo il breve tratto che separa Palazzo Chigi dal Colle, Monti telefona ai leader dell’ormai strana maggioranza che gli sono rimasti leali.
A Bersani e Casini preannuncia le dimissioni.
Che pochi minuti dopo comunica e spiega a Napolitano con toni pacati ma fermi. Per questo passo Monti ha scelto il sabato sera considerandolo il momento perfetto: una decisione tanto dirompente meglio renderla pubblica a mercati chiusi e con la domenica in mezzo per approntare le contromisure ad una eventuale tempesta del lunedì mattina sui mercati.
«Non sarò ostaggio di un logoramento demagogico — spiega al presidente della Repubblica — voglio rimanere coerente, non asseconderò chi intende fare una politica contro l’euro e contro le tasse per riaffrancarsi sull’onda della demagogia. Io cado perchè lo ha voluto Berlusconi».
Sono attimi di gelo.
L’aplomb del premier — accompagnato dalla portavoce Betty Olivi e dal vicesegretario generale di Palazzo Chigi Federico Toniato — non rende meno drammatico il colloquio con chi dal Colle più alto a Palazzo Chigi lo aveva voluto tredici mesi fa.
L’analisi del premier è spietata.
Le ultime parole di Berlusconi sono l’inevitabile corollario del suo ragionamento. Per l’ex rettore della Bocconi, tutto precipita per colpa sua.
«Il governo — incalza il Professore — è nato dalla convergenza di tre forze politiche e se ne viene a mancare una, non ha più la possibilità di andare avanti».
Napolitano prima è sorpreso. Non si aspettava una svolta di questo tipo.
Alla fine — dopo un lungo colloquio durato circa due ore, annuisce ed esprime la propria «comprensione» per la decisione.
Ne prende atto.
Poi si passa al lato pratico, a come gestire l’uscita di scena del premier, ai prossimi passi.
Calendario alla mano abbozzano il futuro parlamentare e politico del Paese.
Si decide di schiacciare l’acceleratore sulla Legge di Stabilità , ultimo vitale atto per non affondare l’Italia di fronte ai mercati prima dell’addio del premier.
Il testo sarebbe dovuto sbarcare in aula al Senato il 18 dicembre con voto finale il venti. Ora si pensa di anticipare: aula già martedì e voto finale entro pochi giorni.
Qualche modifica il testo potrebbe subirla visto che la crisi aperta da Berlusconi rende necessario infilare alcune norme urgenti che altrimenti cadrebbero nel vuoto.
E l’accelerazione a Palazzo Madama serve proprio a permettere a Montecitorio l’ultima e definitiva lettura entro Natale.
Nelle prossime ore il premier chiamerà i leader dei partiti per concordare il calendario dei lavori parlamentari e per avere garanzie che il Pdl voterà la Finanziaria evitando al Paese il disastro dell’esercizio provvisorio.
Dopo l’ultimo voto parlamentare, a cavallo del Natale se non prima, Napolitano dovrebbe sciogliere le Camere, con il voto per le elezioni che a questo punto dovrebbe cadere il 24 febbraio o al massimo il 3 marzo (meno probabile).
Monti la sua decisione l’ha maturata in solitudine. Pochissimi ministri e collaboratori ne erano informati.
A questi aveva spiegato che l’attacco di Alfano di venerdì — la situazione con Monti è peggiorata — e le sparate di Berlusconi erano una «inaccettabile» sfiducia a tutta la politica del governo.
«È un modo per mettere il Pdl di fronte alle sue responsabilità — ripeteva — di non fargli fare campagna elettorale sulla nostra pelle».
D’altra parte venerdì in un colloquio telefonico era stato anche Pier Luigi Bersani a far capire a Monti a cosa stava andando incontro. «Tieni presente che da oggi il Parlamento sarà un Vietnam, il Pdl ti ha tolto la fiducia e sappi che ogni voto sarà una vera e propria battaglia».
E poi un consiglio: «Valuta se non devi accorciare i tempi».
Ieri, quindi, l’ultima sfida di Berlusconi a rafforzare le convinzioni del premier, con il Pdl che al Senato ha annunciato una pregiudiziale di incostituzionalità sul taglio delle province, segnandone la morte.
È forte di queste convinzioni che Monti si è presentato da Napolitano e ha ascoltato il resoconto sulle consultazioni di venerdì con i partiti.
Ma non c’è più niente da fare e dopo avere studiato la road map dei prossimi giorni premier e presidente scrivono il comunicato che intorno alle nove di sera annuncia la fine del governo tecnico: «Il presidente del Consiglio ha rilevato che la dichiarazione in Parlamento da Angelino Alfano costituisce, nella sostanza, un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del Governo. Non ritiene pertanto possibile l’ulteriore espletamento del suo mandato e ha di conseguenza manifestato il suo intento di rassegnare le dimissioni».
Che saranno «irrevocabili» e arriveranno dopo il voto sulla Legge di Stabilità .
Intanto «accerterà quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità di provocare l’esercizio provvisorio — rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo — siano pronte a concorrere all’approvazione in tempi brevi» della Finanziaria. Monti ha portato avanti la sua politica fino all’ultimo.
In mattinata si è presentato a Cannes per parlare al World Economic Forum.
Di fronte alla platea internazionale ha rassicurato, ha pronunciato l’ultima difesa dell’Italia ricordando (pur senza preannunciare le dimissioni) che lascerà un Paese in sicurezza, con i conti a posto.
Ma non aveva mancato di piazzare qualche bordata a Berlusconi.
Pur senza citarlo direttamente, aveva insistito sui rischi del populismo anche in Italia, aveva detto basta a facili «scorciatoie» e «promesse illusorie» che fanno leva sugli «sulle visioni viscerali» dei cittadini.
Ora, però, l’epilogo traumatico del governo rimette in discussione tutto. Compreso il ruolo politico di Monti nel 2013.
Il suo eventuale endorsement alle forze politiche che hanno sostenuto lealmente il suo esecutivo fino all’ultimo.
Se non una sua candidatura. Che avrebbe il segno di una “diga” contro il populismo demagogico del centrodestra.
In molti glielo stanno chiedendo in queste ore da dentro e da fuori il governo. In molti glielo chiederanno dall’estero.
Del resto, la decisione di “rompere” con il Cavaliere costituisce una vera e propria mossa politica.
La mossa di chi vuole bloccare la carica disfattista del Pdl targato “Silvio”.
La road map della legislatura cambia, ma a questo punto possono cambiare anche gli assetti delle coalizioni in campo.
Perchè — come spigò solo pochi giorni fa al Quirinale — «la decisione se candidarmi o meno è solo mia».
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
SI POTREBBE ANDARE A VOTARE A FINE FEBBRAIO. BERLUSCONI IRRITATO TEME DI NON FARE IN TEMPO A RISOLLEVARE IL PDL
Colto in contropiede nella gelida serata di Arcore. 
Il forfait di Monti non era contemplato nella campagna d’inverno appena lanciata da Berlusconi.
La prima reazione, appena appresa la notizia, è stizzita, se quello lanciato da Palazzo Chigi è un guanto di sfida, viene raccolto: «Vuole metterci all’angolo. Bene, il Professore ha rotto gli indugi. Avrà deciso di candidarsi, ci misureremo alle urne. A questo punto lo scontro sarà con lui».
La reazione ufficiale, quella concordata nel giro di pochi minuti al telefono con Angelino Alfano — sorpreso nel frattempo in pieno relax con amici a Montecatini — è inevitabilmente diplomatica.
E conferma la linea della «responsabilità » e della disponibilità a votare la legge di stabilità in tempi rapidi.
Ma nelle telefonate coi suoi più stretti collaboratori Berlusconi mostra di aver compreso tutta la portata politica e i rischi del gesto compiuto dal presidente del Consiglio.
C’è parecchia tensione. «Vogliono far ricadere su di noi la responsabilità della crisi, ci accuseranno di averlo sfiduciato e di aver provocato un nuovo innalzamento dello spread» sostiene il Cavaliere.
Ma più che l’aspetto politico a preoccuparlo è la clessidra che a questo punto scorre più velocemente, più di quanto avesse preventivato.
Nei colloqui privati degli ultimi due giorni, l’ex premier non aveva fatto mistero di non avere alcuna fretta di votare in tempi rapidi.
Di voler organizzare per bene la campagna più delicata della sua carriera politica.
Tanto più dovendo rifondare e rilanciare ex novo il partito, selezionare centinaia di candidature, pianificare una campagna in grande stile.
«Se alla fine il Quirinale decidesse per fine marzo o il 7 aprile non mi dispiacerebbe più di tanto» aveva confessato a uno degli ultimi deputati ricevuti a Palazzo Grazioli prima di tornare a Milano per il week end di festa. Ora tutti i piani saltano.
Nei calcoli fatti in serata tra i dirigenti pidiellini, calendario alla mano, un’approvazione anticipata della legge di stabilità e il conseguente, immediato scioglimento delle Camere determinato dalle dimissioni potrebbe portare al voto il 24 febbraio.
Neanche due mesi di tempi, dal rientro dallo stop natalizio, per scatenare la macchina elettorale della nuova Forza Italia.
Pochissimo, anche per l’artiglieria collaudata del Cavaliere.
Il sospetto che aleggia da ieri sera tra Villa San Martino ad Arcore e il quartier generale del partito a Roma è che l’exploit del Professore nasconda un patto con gli avversari, un accordo magari neanche tanto tacito con Pier Luigi Bersani.
Se non addirittura la decisione del premier di mettersi in gioco sponsorizzando i centristi.
In ogni caso, Berlusconi intende capovolgere a proprio favore la carta messa sul tavolo da gioco dal Monti. «Diremo che ha fatto bene a dimettersi», raccontano sia stato uno dei primi ragionamenti confidati da Berlusconi: «Del resto l’80 per cento dei nostri elettori non ne poteva più di questo governo delle tasse».
Contro l’esecutivo dei tecnici lui stesso stava per imbastire la prima parte della campagna elettorale, quella già partita.
Le dimissioni del premier in parte spiazzano la strategia. Anche se, raccontano i suoi, l’affondo contro «la politica recessiva» del governo dell’ultimo anno resterà uno dei tratti essenziali del programma.
Le dimissioni di Monti, dunque, andranno sbandierate come un mezzo successo. Anzi — come già sostiene Daniela Santanchè e come da oggi sosterranno tutti i falchi — «un risultato del Cavaliere».
È la linea della controffensiva già partita.
La verità è che l’affondo di Palazzo Chigi è andato a segno e ha sortito i suoi effetti.
Non è un caso se, nonostante la tarda serata di un sabato festivo, una parte del Pdl ha dato subito voce alla profonda irritazione generata nel partito dalla mossa a sorpresa di Mario Monti, accusato perfino di «scorrettezza» e quasi di ingratitudine dai senatori berlusconiani Viceconte e Gentile.
Il refrain ufficiale delle prossime ore sarà all’insegna del self control, della disponibilità a votare subito la legge di stabilità per andare alle urne, anche presto, anche a febbraio.
«Non intendiamo certo sfiduciare il governo — spiega a caldo Mariastella Gelmini — Voteremo la legge fondamentale per i conti dello Stato. Non vogliamo gettare il paese nel caos, siamo e restiamo responsabili».
Come dire, se di pistola puntata si tratta, allora la pistola è «scarica».
Il Pdl dovrà dimostrare di non aver paura del voto ancor più imminente. Ma tutto a questo punto si complica nella trincea di un Berlusconi tornato con l’elmetto.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 9th, 2012 Riccardo Fucile
OGGI VERTICE AD ARCORE PER PREPARARE LA CAMPAGNA ELETTORALE… SE MONTI SI PRESENTA MOLTI NEL PDL LO SEGUIREBBERO
Non succede, ma se succede… È praticamente appeso a quattro parole il destino
degli scontenti del Pdl.
Che sono tanti, che mugugnano, che si vedono in cene più o meno riservate. Ma che, allo stato, hanno davanti poche strade.
Forse nessuna, se andrà come Berlusconi ripete ai fedelissimi in queste ore: «Sarà un referendum tra me e Bersani, per gli altri non c’è più alcuno spazio, non esistono ».
Ma se dovesse succedere che Monti, contro le previsioni, scendesse in campo, allora «tutto si rimescolerebbe, tutto tornerebbe in discussione » dicono filomontiani come alemanniani, cattolici ortodossi, forzisti delusi e ciellini più o meno duri.
Se invece il premier non dovesse compiere quel passo che a oggi ammettono «sembra molto difficile», tanto più con «i tempi del voto che ora, con la sua decisione, diventano stretti» allora le vie di fuga da un Pdl dominato dal Berlusconi di ritorno sarebbero davvero poche.
Ora è attesa. E incertezza totale.
Perchè la decisione di Monti spiazza.
Parla Angelino Alfano, senza scoprirsi: «Siamo prontissimi a votare il disegno di legge di stabilità , stringendo i tempi. Anche qui sta la nostra responsabilità , esattamente come avevamo preannunciato al presidente della Repubblica e formalmente affermato in Parlamento. Noi ci siamo. Bersani, in questo momento così delicato, sospenda i toni da campagna elettorale».
Bobo Maroni gli fa i complimenti: «Monti si dimette, evviva!! Bravo Alfano vai avanti così, fino in fondo!».
La Santanchè rivendica: «È un nostro risultato».
Ma l’area del disagio resiste, mentre i rischi per la riapertura delle borse ci sono e Berlusconi lo sa perfettamente. Ed è frastagliata e ampia.
Al di là di chi si vede al ristorante (sia Lupi sia Fitto smentiscono di essere stati, giovedì scorso, a cena con uomini di Alemanno, con Sacconi, con Formigoni perchè si trovavano, al contrario, al desco con il fedelissimo di Berlusconi Denis Verdini), l’area cattolica che fa capo a Cl, quella che si riunisce attorno al sindaco di Roma, lo stesso Fitto che è stato uno degli uomini più vicini e importanti per Alfano, non esultano certo per il ritorno in campo di Berlusconi.
Le motivazioni sono diverse: Alemanno – che ormai rappresenta una delle tre anime degli ex An in competizione con quella di La Russa e Gasparri da una parte e della Meloni dall’altra–è alle prese con la difficilissima corsa per la riconferma al Campidoglio.
Cl affronta il malumore del mondo cattolico che da tempo ha mostrato a dir poco freddezza verso Berlusconi. E così per un Mario Mauro che rappresenta (con molto vigore) la posizione di disagio del Ppe, c’è un Formigoni pure critico, mentre Maurizio Lupi, pur perplesso, nel Pdl continua a operare e due giorni fa era a pranzo con Berlusconi e Alfano per evitare che si strappi la tela: «Cl? In ogni caso non ci divideremo» assicura.
Fitto a sua volta ha mostrato con il silenzio la delusione per l’abbandono del cammino intrapreso con Alfano per portarlo alla premiership dando il via a quella svolta generazionale e politica sulla quale aveva puntato.
Ma, nonostante i rapporti di stima con Monti, reciproci, allo stato non è intenzionato a fare strappi nè colpi di testa.
Insomma, anche se si susseguono date, ultimatum e penultimatum – gli ex An, da Meloni a La Russa, annunciano mobilitazioni per il 16 dicembre per andare verso «un nuovo centrodestra» – nessuno sembra pronto a muoversi verso altri lidi.
E questo per due motivi.
Il primo è che Berlusconi – pur ripetendo a chiunque che «servono facce nuove, serve un ricambio di chi va in tv, non si possono vedere ancora le facce di Cicchitto, Gasparri, La Russa » – non vuole perdere nemmeno un pezzo del suo partito.
Domani arriveranno sulla sua scrivania i sondaggi della Ghisleri per un primo responso sul suo ritorno in campo, e anche se la vera campagna elettorale non è ancora iniziata, qualcuno pensa che l’ex premier tirerà le somme a gennaio, quando conta di aver risollevato il partito almeno al 20%.
In caso contrario, si ipotizza che possa perfino tornare sui suoi passi.
Scenari improbabili, certo.
Mentre è viva l’ipotesi che Monti scenda direttamente in campo.
In questo caso, dicono tutti i malpancisti del Pdl, le cose cambierebbero davvero. Perchè una eventuale Lista Monti attirerebbe più di un big deluso, sicuramente l’area ultra cattolica in subbuglio.
E qualcuno, a quel punto, arriva a prevedere perfino una riaggregazione totale del centrodestra, magari col passo indietro del Cavaliere anche se ad oggi i rapporti tra Monti e Berlusconi paiono tesissimi.
Ma per ora Berlusconi pensa a tutt’altro, concentrato solo sulla sua campagna: «Possiamo e dobbiamo vincere» carica i suoi, pronto già dalla prossima settimana a «invadere » le tivù, a mettere in moto la macchina organizzativa che si servirà anche di Internet e social network per rilanciare le parole d’ordine antimontiane che, ne è convinto, sono quelle di maggior presa sugli elettori: «Non ha mai avuto un gradimento così basso…».
E insieme, l’ex premier pensa alle alleanze.
Oggi ad Arcore si terrà una riunione con lo stato maggiore del partito lombardo con Alfano per cercare di definire gli accordi per la candidatura nella Regione.
Ed è anche su questa intesa, sul possibile ritiro di Albertini e la convergenza su Maroni, che si gioca l’unità o meno del Pdl.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 8th, 2012 Riccardo Fucile
LE RIFLESSIONI E LA NECESSITA’ DI UNA LUNGA MEDITAZIONE
Si diffonde a sinistra un vago innamoramento per Giorgia Meloni, meritevole di non essersi sdraiata ai piedi del Cavaliere e di aver insistito, coraggiosamente, per le primarie.
La giovane Giorgia non ci sta alla logica del partito personale, vuole fare politica e oggi, dopo la ridiscesa in campo di Berlusconi, chiede polemicamente dove sono gli organi di partito, dove si può discutere delle decisioni prese, dove si può dire che non si è d’accordo.
Sono questioni importanti, che meritano di essere prese molto sul serio.
La Meloni deve averci riflettuto a lungo, negli anni passati, nelle lunghe sere ad aspettare Silvio alla festa di Atreju, oppure durante i consigli dei ministri del governo di cui ha fatto lungamente parte.
Riflessioni silenziose, o appena sussurrate.
Forse perchè prima di renderle note al popolo con tanta fermezza serviva una intima e faticosa elaborazione.
E quando sei ministro hai talmente tante cose da fare che ti manca il tempo, anche a volerlo fare, per discutere della democrazia.
Marco Bracconi
(da “politica pop”)
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Dicembre 8th, 2012 Riccardo Fucile
CICCHITTO REPLICA: “ALBERGATORE DI BERLUSCONI”… L’IMPRENDITORE: “PARLANO TUTTI DI RINNOVAMENTO, SONO TUTTI FUORI”
La sua apparizione a Servizio Pubblico, qualche settimana fa, aveva in effetti
innescato qualche retropensiero.
Perchè Flavio Briatore è ospite di Michele Santoro? Solo per puntare il dito contro l’aggravio di ostacoli, paletti e difficoltà che un Paese come l’Italia crea all’imprenditore nella crisi?
Solo per fare sfoggio di generosità rispondendo al grido di dolore di una donna alle prese con gravi ristrettezze economiche promettendole un mensile di 500 euro mensili per un anno?
No, evidentemente c’era dell’altro.
Briatore si è esposto perchè ha una missione da compiere.
Forse segreta, o almeno lo era fino a quando il canuto imprenditore non ha estratto la tastiera e ha “crivellato” di tweet tutta la vecchia guardia del centrodestra.
“Da Vespa è imbarazzante: 6 tromboni che si accusano a vicenda,bla bla bla. FUORI TUTTI”.
Poi Briatore inizia a fare nomi e cognomi: “Gasparri e Cicchito in tv fanno perdere 3-4 punti al Pdl. Non si rendono conto…”.
Poi, dopo aver parlato da presunto esponente del Paese reale (“Tutti i tg parlano di effetti positivi,calo degli interessi, danaro meno caro etc Tutta teoria provate a chiedere un mutuo,o un finanziamento”) e fatto sapere al popolo del social network che i suoi “resort in Kenya sono pienissimi fino al 15 gennaio, dopo abbiamo un po’ di disponibilità …”, Briatore molla il colpo anche a Bersani e Casini: “Parlano di rinnovamento (loro), Berlusconi il vecchio…per me sono tutti fuori!”.
Ecco, l’ultimo tweet sembra rivelatorio sul chi abbia affidato a Briatore il ruolo di rottamatore: che sia stato proprio Lui, il Cav, che si è sentito tradito e deluso dai dirigenti del suo stesso partito, a ingaggiare questo outsider, estraneo alla politica e noto per il suo parlare sempre chiaro, magari a sproposito, comunque fuori dai denti, senza filtri, per sbriciolare l’immagine di una dirigenza da rottamare?
Briatore, il megafono perfetto della pancia berlusconiana. Quasi un ventriloquo.
Per metterlo a tacere, Fabrizio Cicchitto non usa argomenti sottili, prende la scorciatoia più immediata.
“Briatore è un personaggio pittoresco, dalle competenze interdisciplinari, che si è occupato di automobilismo, di night, di ristoranti e di altro ancora. Il fatto che sia diventato anche l’albergatore di Berlusconi gli ha evidentemente dato alla testa. Speriamo che la sbornia gli passi presto”.
A sostegno dei “tromboni”, ecco scagliarsi contro Briatore anche il senatore del Pdl Achille Totaro: “Briatore ora si esibisce come esperto di politica mentre si è sempre occupato di donne e motori. Continui a farlo in Africa o dove vuole senza offendere il prossimo. Sarebbe facile polemizzare con lui su tanti argomenti. Ma non ne vale la pena soprattutto in un momento così difficile per l’Italia. Forse è più serio Panariello che lo imita negli spot pubblicitari”.
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
BERLUSCONI: “DEVO RIFLETTERE”
L’ombra della scissione l’ha evocata questa mattina Guido Crosetto prima di lasciare gli studi di Omnibus perchè «è il momento delle scelte importanti che non possono essere fatte in tv: alcuni saranno felici di seguire Berlusconi, altri prenderanno altre strade».
«Non ho più nulla da dire», e se n’è andato. Forse è un po’ troppo parlare di scissioni, ma non è condivisa da molti la linea politica del Cavaliere, ancora candidato a premier, lanciato nell’attacco frontale a un governo che ci avrebbe trascinato nel «baratro della recessione».
Su questo Crosetto e gli ex An la pensano come il Cavaliere, ma è la stragrande maggioranza del partito (Alfano compreso) non vuole di nuovo Berlusconi in pista.
«Non è così – dice Bondi – basta uscire da quei vertici fumosi, inutili e dannosi per il presidente Berlusconi, come il vertice di ieri, ai quale non partecipavo da tempo. Ho avuto la nausea a ritornarci. E infatti oggi non ci andrò. Fuori c’è il mondo della gente comune, dei parlamentari comuni: sono queste persone che il presidente deve ascoltare e capirà che la sua scelta di candidarsi è giusta, necessaria».
L’ombra della scissione è evocata anche dalle parole dell’eurocapogruppo Mario Mauro, esponente autorevole di Comunione e Liberazione, il quale ieri aveva detto che il Cavaliere non è «un candidato adeguato» e nei giorni scorsi aveva confidato che se il Pdl dovesse abbracciare posizioni populiste anti-Monti, anti-Merkel, anti-rigoriste, lui in questo partito non ci starebbe un minuto in più.
Ma cosa ha portato ieri notte Berlusconi a preparare questo sgradito “regalo di Natale”? Dicendo tra l’altro una bugia grande quanto una casa, cioè che «i suoi» gli dicono di scendere in campo per salvare ancora una volta il Paese.
I suoi chi?
I suoi familiari, tutti in coro, a cominciare dall’adorata figlia Marina, lo hanno consigliato, quasi pregato, di non buttarsi in una nuova avventuta politica.
Lo stessa dicasi per Confalorieri, Nicolò Ghedini e Gianni Letta.
I suoi non possono essere i dirigenti del Pdl che ieri al vertice, a parte Bondi, gli hanno chiesto di valutare seriamente il passo indietro e di mettere in rampa di lancio Alfano.
E tutti se ne sono andati con la convinzione che il Cavaliere si era ammorbidito, che l’ipotesi Alfano avesse maggiori chance di andare in porto.
Poi però Berlusconi ha fiutato l’aria di ciò che i giornali avrebbero scritto, della serie «Berlusconi molla e apre la strada ad Angelino», «Berlusconi fermato dai colonnelli».
Insomma aveva capito, anche dalle ricostruzioni del vertice da parte delle agenzie, che i suoi «ospiti infedeli» a Palazzo Grazioli avevano messo in giro una decisione che lui in cuor suo non aveva ancora preso e che quelle voci fatte filtrare erano un modo per forzargli la mano.
E così ha fatto saltare il tavolo, tornando alla sua vera intenzione iniziale.
A farlo arrabbiare moltissimo è anche il decreto del governo sulla incandidabilità di chi ha sentenze a carico e l’orientamento di Palazzo Chigi e del Quirinale di non concedere l’election day.
Ieri sera, nella residenza del capo che stava incartando il “regalo di Natale” della sua discesa in campo, c’era anche Alfano richiamato all’ordine.
Ma non aveva puntato i piedi?
Non aveva fatto vedere il quid?
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Dicembre 6th, 2012 Riccardo Fucile
OSPITE DI OMNIBUS SU LA7, IL PARLAMENTARE PDL ABBANDONA LO STUDIO: “NON HO PIU’ NIENTE DA DIRE SULLA SITUAZIONE INTERNA AL PDL E NON VOGLIO CONTINUARE A PARLARE A VUOTO”
Non può parlare a nome del Pdl.
Non vuole parlare in tv della propria posizione prima di un confronto con altri colleghi.
Per questo motivo Guido Crosetto stamattina ha abbandonato lo studio di Omnibus. Prima, però, ha detto alcune cose, non di secondaria importanza, specie dopo la riunione dei vertici Pdl di ieri e la presa di posizione del Cavaliere.
”La decisione di Berlusconi non lascia indifferenti nè lascia il Pdl così com’era prima, ma comporta delle decisioni conseguenti — ha detto Crosetto – Sicuramente ci saranno berlusconiani contenti, decisi ad andare avanti così, ma anche altri che dopo ieri sera probabilmente prenderanno un’altra strada”.
Fatto il quadro della situazione interna al Pdl, Crosetto ha spostato il tiro della sua analisi su ciò che avverrà nelle prossime ore.
“E’ una giornata di scelte importanti — ha detto davanti alle telecamere prima di lasciare la trasmissione — che non si fanno di mattina alle 8.30 dopo quello che è successo ieri, che ha una rilevanza fondamentale: è finito il tempo in cui si possono servire due padroni, o si sta da una parte o si sta dall’altra” ha detto, prima di aggiungere che “io ho deciso dove stare e vorrei farlo con alcuni colleghi perchè abbia un significato politico e non è giusto che abusi della mia presenza qua oggi”.
Poi ha abbandonato la trasmissione, motivando la sua scelta con parole chiare, ma dal significato sibillino che lascia intravedere nuovi e inediti scenari: “Scusatemi — ha spiegato — vi ringrazio dell’invito, ma me ne vado, non me la sento di continuare”. Quindi lo sfogo: “Siccome ho l’abitudine di dire tutto quello che penso e di dirlo magari anche in modo spiacevole, ritengo che sia giusto per me fare una riflessione, anche con altre persone, perchè io mi sono stufato, mi sono rotto, ma voglio che questa cosa molto personale diventi anche un dato politico. Preferisco alzarmi perchè non ho più niente da dire sul tema e non voglio continuare a parlare del vuoto”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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