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BERLUSCONI DICE DI AVERE I NUMERI, ALTRI SOSTENGONO CHE ORMAI LI DA’: ANCHE LA CARLUCCI DICE ADDIO AL PDL

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER AGGRAPPATO ALLA TAVOLETTA DEL NAUFRAGO INSISTE A NEGARE CHE LA NAVE STIA AFFONDANDO… ANCHE GABRIELLA CARLUCCI PASSA ALL’UDC: “NEL 1994 HO CAMBIATO LA MIA VITA PERCHE’ CREDEVO IN FORZA ITALIA, ORA IL PDL E’ TROPPO DISTANTE DAI PROBLEMI REALI DEL PAESE”

Il voto sul Rendiconto, in programma martedì a Montecitorio, assume sempre di più i contorni di un appuntamento cruciale per il governo. Non solo.
L’esecutivo potrebbe trovarsi a fare i conti anche con una mozione di sfiducia delle opposizioni. Silvio Berlusconi, però, non mostra tentennamenti.
«Abbiamo verificato in queste ore, con numeri certi, che la maggioranza c’è», ha assicurato collegato telefonicamente con la convention di Azione Popolare.
Ma intanto il Pdl perde un altro pezzo, importante, perchè si tratta di una delle fedelissime della prima ora, l’ex-showgirl Gabriella Carlucci.
La deputata passa all’Udc: «Aderisco a questo partito che fa parte del Ppe, perchè spero che i moderati possano trovare nuove strade».
Così la parlamentare in una nota in cui annuncia l’addio al Pdl e afferma:« Ho con passione contribuito alla crescita di Forza Italia dal 1994 nel campo delle attività  culturali e dal 2001 in Puglia dove con spirito di servizio mi dedico, tra l’altro, alla cura dei problemi amministrativi del Comune di Margherita di Savoia dove sono Sindaco. Ho cambiato la mia vita, con grandi sacrifici familiari, perchè ho creduto nella politica, ma non in quella che da qualche tempo non riesce a preoccuparsi di quanto drammaticamente sta accadendo e ritengo che un Governo di larghe intese possa essere l’unica soluzione per salvare il Paese».
E dire che il Premier aveva detto: «Nonostante le defezioni che mi auguro possano rientrare, siamo ancora maggioranza», aggiunge il presidente del Consiglio, mentre da più parti e anche da alcuni dei suoi gli arrivano inviti a fare un passo indietro, a «non arroccarsi» alla fortezza del Pdl, a fare attenzione ai numeri «troppo risicati».
Se il governo dunque sembra appeso al pallottoliere, il Cavaliere è comunque convinto di avere ancora la maggioranza.
Per questo insiste sul fatto che non esiste alcuna alternativa a questo esecutivo se non il voto, ribadendo il suo «no» a governi tecnici o di larghe intese.
Se l’opposizione votasse contro o facesse ostruzionismo sulle misure chieste dall’Ue, è l’avvertimento di Berlusconi, «si assumerebbe una chiara responsabilità ».
Al contrario di quanto afferma il premier, per il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, l’esecutivo non ha più i numeri: «Il problema non è il voto di martedì sul Rendiconto nè quello che avverrà  nelle prossime ore – spiega il deputato -. Berlusconi non ha più la maggioranza alla Camera, o si dimette o presto i parlamentari che vogliono un governo di emergenza per salvare il Paese voteranno la sfiducia per poterlo far nascere».
Lo stesso Pier Luigi Bersani conferma a In mezz’ora che l’opposizione presenterà  una mozione di sfiducia anche e soprattutto se dovesse essere approvato il Rendiconto.
Il leader Pd chiude poi all’ipotesi di un governo tecnico guidato da Gianni Letta o da Renato Schifani: «Sarebbe un governo di centrodestra e non si vede come potrebbe fare quello che non ha fatto il governo Berlusconi», spiega Bersani.
Frena sulla mozione di sfiducia il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. «Prima dobbiamo avere i numeri e poi presentare la mozione di sfiducia. In questo momento non è tanto in discussione la mozione di sfiducia del centrosinistra ma la presa d’atto dello sfaldamento del centrodestra», chiarisce l’ex pm.
Un invito alla cautela arriva a Berlusconi da Claudio Scajola. «I numeri in Parlamento sono diventati molto risicati – avverte l’ex ministro intervistato da Maria Latella -, siamo riusciti ad andare avanti un anno in un momento difficilissimo per la crisi economica, oggi questi numeri, con le ulteriori uscite, sembrano non esserci più, allora il mio invito a Berlusconi è che o riesce a mantenere le redini del governo oppure deve farsi lui stesso protagonista di un cambiamento».
Critiche al nostro Paese arrivano intanto dalla Francia.
L’Italia ha un «problema di credibilità , è vero. Bisogna lottare contro questa sfiducia», ha detto il ministro degli Esteri francese, Alain Juppè, affermando a Radio Europe 1 che è necessario vigilare sull’impegno del governo italiano sulle riforme.

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I RIBELLI PDL SALGONO A VENTI, GOVERNO SENZA PIU’ MAGGIORANZA

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

SAREBBE GIA’ PRONTO IL GRUPPO AUTONOMO ALLA CAMERA… SE SI REALIZZA PER BERLUSCONI E’ LA FINE…IL TERZO POLO PER UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE CHE AFFRONTI L’EMERGENZA

I ribelli, finora, hanno viaggiato in ordine sparso.
Adesso vogliono offrire la prova di forza finale contro Berlusconi: un gruppo parlamentare da costituire tra domani e dopodomani.
Venti deputati che si uniscono sotto la stessa sigla per chiedere al premier di lasciare mandando in frantumi la maggioranza.
Si potrebbe chiamare, fantasticando, “PI”: il gruppo del “passo indietro”. Giustina Destro, che si è sfilata dal Pdl qualche giorno fa, lo annuncia senza esitazioni: “Siamo pronti”.
Nomi e cognomi sono nel taccuino di chi sta organizzando il dissenso.
Alcuni già  noti, ma non sufficienti per avere un proprio spazio autonomo alla Camera.
Quelli tenuti coperti però fanno schizzare all’insù le adesioni e gettano nel panico Denis Verdini e gli altri reclutatori del Pdl.
I firmatari della lettera che ha messo in mora il premier mercoledì scorso costituiscono il nucleo chiave del gruppo.
Sono Roberto Antonione, Fabio Gava, la Destro, Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio e Giancarlo Pittelli.
Nessuno di loro si è mosso, nessuno ha ceduto ai ripensamenti.
A questa pattuglia bisogna aggiungere Giuliano Cazzola e Giancarlo Mazzuca. Bolognesi, il primo ex sindacalista il secondo ex direttore del Resto del Carlino. Sono in sofferenza e non lo nascondono.
Credono a un nuovo governo Pdl-Lega ma senza Berlusconi.
Sponsorizzano l’ipotesi Letta. Aspettano, trepidano.
Potrebbero votare il Rendiconto e poi salutare la baracca governativa.
Vacilla un fedelissimo della maggioranza come Pippo Gianni. Il suo partito, il Pid, è stato il più premiato dopo il 14 dicembre con l’assegnazione di un ministero a Saverio Romano nonostante i guai giudiziari.
Eppure Gianni non si nasconde e mette nero su bianco il suo disagio.
Siamo a quota 9, lontani dalla meta.
I riflettori adesso sono puntati sulla improvvisa defezione di tre responsabili. Giovedì hanno lasciato Popolo e Territorio, il gruppo di Silvano Moffa, Arturo Iannacone, Elio Belcastro e Americo Porfidia.
Sono passati al gruppo Misto garantendo la fiducia all’esecutivo.
Ma la loro può essere solo una tappa di avvicinamento alla sfiducia.
Si era parlato di dissidi con il capogruppo, cosucce personali da risolvere con una bella chiacchierata. Non è così.
Giustina Destro conteggia anche i tre. Ieri i ribelli consideravano conquistata alla causa anche l’ex olimpionica Manuela Di Centa.
Lei smentisce con decisione: “Farò quello che mi dice di fare Berlusconi”. Eppure il nome compare nel taccuino di Antonione, friulano come lei.
Manca lo sprint decisivo.
Michele Pisacane e Antonio Milo hanno già  tenuto Berlusconi con il fiato sospeso durante il voto di fiducia del 14 ottobre.
Pisacane creò ad arte un po’ di suspence entrando per ultimo nell’aula di Montecitorio. Il loro disagio però è sempre presente.
E può portare il gruppo del dissenso a 15 deputati.
Ma Cicchitto, Verdini e Alfano sanno che sono molti di più i parlamentari pronti alla fuga.
E l’approdo in un gruppo autonomo è sicuramente più appetibile di una frammentazione nei gruppuscoli del maldipancia che si sono formati in queste ultime settimane.
Questi movimenti nella maggioranza vengono seguiti e spinti dai sostenitori dell’esecutivo di emergenza.
Gianfranco Fini manda un messaggio al premier: “Se lascia può scegliere lui il successore”.
E Pier Ferdinando Casini garantisce un futuro a chi pensa al dopo Silvio: “In questo momento serve un armistizio tra tutte le forze politiche, non le elezioni anticipate”.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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SCAJOLA, BERLUSCONI E IL LATITANTE

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

IL RICATTO ALL’EX MINISTRO, IL FAVOREGGIAMENTO E L’INCONTRO CON IL PREMIER… ECCO LE LETTERE DI MARIO LEDDA PLURICONDANNATO, MORTO 10 ANNI FA: MINACCIAVA DI RACCONTARE I SUOI RAPPORTI CON IL SENATORE PDL

Alto un metro e cinquanta, capelli grigi, occhi furbi e una gran parlantina, il sigaro sempre a mezz’asta.
Condannato per truffa, millantato credito e violenza carnale.
Si chiama Mario Ledda, o meglio si chiamava visto che è morto dieci anni fa.
Sarebbe stato questo 61enne con un passato nel Psdi il “principe azzurro” di Scajola, come si faceva chiamare.
Cioè l’uomo che avrebbe presentato il politico di Imperia a Berlusconi nel 1995.
Ledda minacciava di rivelare questo segreto nelle lettere scritte a Scajola dal carcere di Pisa, dove era recluso nel 2001, e prima ancora in Francia, dove aveva trascorso la sua latitanza ed era stato arrestato nel giugno del 1999 per un’estorsione a Pietro Isnardi, un imprenditore amico di Scajola.
Le lettere e le telefonate dal contenuto potenzialmente estorsivo erano rivolte nel 2001 a Scajola e ai collaboratori più stretti dell’allora ministro dell’Interno, ma non sono mai state denunciate.
Solo oggi è possibile conoscerne il contenuto grazie al Fatto che ha avuto modo di visionare questo materiale.
Nelle lunghe missive anche Ledda e la sua compagna accennavano al favoreggiamento di Scajola a Ledda quando questi era latitante e Scajola era il coordinatore nazionale di Forza Italia.
E non mancano lettere nelle quali il galeotto spinge il ministro dell’Interno a far approvare un indulto.
Nell’ultima fase del carteggio Ledda sente il fiato della morte sul collo: il tumore al polmone è cresciuto di quattro centimetri e lui pretende un intervento del politico per sistemare la sua anziana compagna.
Altrimenti minaccia di rivelare tutto quello che sa sul deputato di Imperia, sul suo primo incontro con Berlusconi a Sanremo nel 1995 e sull’aiuto che aveva ricevuto dal politico durante la latitanza in Francia.
Il Fatto ha visionato le lettere di Mario Ledda, del suo avvocato, Giuseppe Arcadu, e della sua compagna, Maria Diliberto. Tutti e tre chiedevano. Tutti minacciavano rivelazioni imbarazzanti.
Certo Ledda non era uno stinco di santo ed era stato condannato per reati come la truffa e il millantato credito e i presunti ricattatori sono morti da anni.
Una cosa però è certa: nessuno di loro è stato mai denunciato da Scajola.
Non solo.
Le carte provano l’intervento della segreteria di Claudio Scajola nel marzo del 1997 (quando Ledda era prossimo alla condanna definitiva ma non ancora latitante) su un dirigente dell’Inail in favore della famiglia Ledda che non pagava il canone da un anno ma — grazie all’intervento del Viminale — restò inquilina saldando la morosità  di dieci milioni di vecchie lire.
Alla fine del 2001 Maria Diliberto sarà  ricoverata alla Baggina, anche qui — a suo dire — grazie all’intervento della segreteria del ministro.
E sempre la segreteria di Scajola si interessò per fare uscire Mario Ledda dal carcere di Pisa per ragioni di salute, anche interessando il professor Luigi Perroni, deceduto anche lui, già  amico di Scajola, responsabile sanità  di Forza Italia e padre di Giorgio, attuale legale del deputato nel procedimento sulla casa del Colosseo.
Tutto il carteggio può essere letto in malam partem (come un’estorsione subita da Scajola in silenzio per paura delle rivelazioni) o in bonam partem, come un aiuto innocente a un ex compagno caduto in disgrazia che poi ricatta l’amico inventandosi un favoreggiamento.
In entrambi i casi il carteggio merita di essere raccontato.
A partire dalla lettera, scritta nel 2000 da Maria Diliberto, allora 83enne.
La signora scrive dal Pio Albergo Trivulzio, il 9 dicembre 2000.
Caro Claudio, ti ho visto in televisione mentre eri alla Scala per la Prima (…) Mi sembravi veramente felice di essere lì in mezzo a tanta gente importante. Anche tu oggi sei molto importante. Mi sono venuti in mente i momenti della vostra conoscenza, quando non era così e tu eri triste, depresso e sconfortato perchè non vedevi un futuro. È stato tutto come una fiaba, per te, e malgrado tutti i suoi problemi Mario è stato il tuo “principe azzurro” che ti ha aperto tutte le porte e ti ha dato tutti i consigli. Quindi mi aspettavo di vederti, come mi avevi promesso, perchè eri a Milano. Invece sono qui in ospedale della Baggina, come tu sai perchè Zocchi (il segretario particolare del ministro dell’Intero Scajola, ndr) mi ha fatto la strada. Se non fosse per Enrico (Rizzi, senatore Forza Italia, deceduto nel 2005, ndr) che mi viene a trovare potrei dire di essere veramente sola in quanto, come tu ben sai, Mario è ancora in carcere. Forse nella tua generosità  hai sbagliato tu con i tuoi amici. Sono ormai due anni che Mario è in carcere e prima latitante con il tuo sostegno determinante e generoso (come Mario racconta), se tu non lo avessi aiutato, avrebbe scontato tutto e oggi sarebbe libero e io non sola: è una cinica realtà  ma è la verità . Mi hai promesso che saresti venuto a trovarmi. Ti aspetto prima di Natale, esco dall’ospedale il 21 dicembre, a sera sarò a casa.
Maria

La compagna di Mario Ledda, la signora Diliberto, in questa lettera scrive due cose molto importanti che non avrebbero dato certamente lustro all’immagine del coordinatore di Forza Italia:
1) Mario Ledda è stato l’uomo che ha cambiato la vita a Scajola;
2) Ledda è stato aiutato nella latitanza dal ministro.
In quel momento storico, se confermata, una simile notizia sarebbe stata deflagrante.
Mario Ledda, pur essendo stato in passato un collaboratore del segretario del Psdi Pierluigi Romita e pur avendo conosciuto persino il presidente Giuseppe Saragat, aveva un curriculum giudiziario impressionante.
Arrestato molte volte in Italia per reati come la truffa e gli atti di libidine violenti (nel 1978 e poi nel 1991), nel 1997, due anni dopo l’incontro con Scajola e Berlusconi, subì una condanna definitiva per violenza carnale (aveva abusato di una ragazza alla quale aveva promesso un lavoro) e sfuggì alla cattura riparando a Nizza.
Nel 1999 fu arrestato dalla gendarmerie francese e condannato per estorsione in danno di uno dei migliori amici di Scajola, Pietro Isnardi.
Ledda minacciò di rivelare una presunta adulterazione dell’olio Isnardi in un supermercato di Nizza: una cicca in una bottiglia.
L’imprenditore, che in passato aveva seguito le problematiche di Ledda anche su indicazione di Scajola, stavolta lo denunciò e lo fece arrestare.
Nelle cronache di allora i giornali locali di Nizza però raccontano che, accanto alla storia della bottiglia, c’era dell’altro dietro le richieste di soldi a Isnardi: Ledda si aspettava riconoscenza perchè aveva aiutato Scajola a diventare importante nel partito di Forza Italia.
Scajola non andò mai a incontrare la vedova Ledda, nonostante le sue richieste.
E lei presentò un esposto alla Procura di Milano nel luglio del 2002 con tutto il carteggio tra il compagno e il politico, comprese le sue accuse di favoreggiamento alla latitanza.
Quel fascicolo (un modello 45 senza indagati) poi finì in Liguria e fu archiviato nel 2007.
Ma questa è un’altra storia.

Marco Lillo
( da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’ULTIMA CORSA DI BERLUSCONI

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

VOTI A RISCHIO, IPOTESI MONTI E TOTOMINISTRI DEL NUOVO ESECUTIVO

A questo punto, gli scenari per un eventuale governo dopo Berlusconi sono due.
Il primo, anche dal punto di vista cronologico, riguarda la scadenza del prossimo 8 novembre alla Camera, di martedì.
In aula torna il rendiconto di bilancio già  bocciato e la slavina dei frondisti manda sotto il centrodestra.
Per la seconda volta sulla stessa questione. Il Cavaliere, secondo le previsioni dei più ottimisti, prende atto che la maggioranza non c’è più e sale al Quirinale per dimettersi.
È il fatidico passo indietro invocato da settimane.
Al suo posto va Gianni Letta, emblema dell’andreottismo alla corte di B. nella Seconda Repubblica.
In teoria sarebbero possibili le “larghe intese”, ma in pratica l’esecutivo Letta si trasformerebbe quasi sicuramente in un centrodestra allargato al Terzo Polo di Casini e Fini e con un Pdl al riparo di un’implosione mortale, almeno per il momento.
Questa ipotesi però non è molto gettonata nei Palazzi del potere.
Per un semplice motivo: il premier non mollerà  fino all’ultimo. Resisterà  nel bunker come il dittatore libico Gheddafi, per usare il paragone di Antonio Di Pietro (che in passato ha accostato B. anche a Hitler, Mussolini e Saddam).
Così, anche se la maggioranza dovesse essere battuta l’8 novembre, si arriva alla fiducia sui provvedimenti per la crisi, imposti dall’Unione europea.
Dalla presidenza di Montecitorio precisano che ancora non c’è alcuna data in calendario e che sarà  la conferenza dei capigruppo a stabilirla.
Ma un’opzione già  circola: il 15 novembre, sempre di martedì.
Come spiega un autorevole esponente dell’opposizione a microfoni spenti, “Berlusconi sceglie di andare a schiantarsi in aula”.
È lo scenario più rovinoso e cruento per il Cavaliere. Il secondo e ultimo.
La maggioranza va a casa e stavolta B. sale al Quirinale da dimissionario e sfiduciato.
“Il primo tentativo”, raccontano dal Pd, “spetta a loro”. Il solito Letta. Adesso, però, con scarse probabilità  di successo.
La vera carta da giocare si chiama Mario Monti, il tecnico bocconiano già  eurocommissario. Indicato per anni alla guida di un governo tecnico, per lui sarebbe finalmente la volta buona. Se non altro perchè è il cavallo vincente su cui punta Giorgio Napolitano, che vorrebbe scongiurare a tutti i costi le elezioni anticipate nella primavera del 2012.
Ma a Monti, il Quirinale, non vorrebbe affidare un incarico al buio, basato su una manciata di voti di vantaggio. In quel caso, allora, tutto passa per la tenuta del Pdl. Se implode e si spacca, verrebbe meno la condizione istituzionale posta dallo stesso Napolitano: mai un governo senza il principale partito di maggioranza.
Si calcola che potrebbero essere una cinquantina i deputati in fuga dal Pdl. Sempre che il segretario Angelino Alfano non converta B. e tutto il partito al “senso ineluttabile” di un governo Monti.
Un’ipotesi molto irrealistica, ma che c’è.
In queste ore, l’idea di un governo Monti non affascina tutti nell’opposizione.
Chi l’appoggia lo fa in nome “della linea di responsabilità  filo-Napolitano”. Per molti sarebbe “un cerino in mano da far passare per non scottarsi”.
L’allusione è alle misure draconiane, da lacrime e sangue, che dovrà  prendere il nuovo esecutivo.
Dice l’ex ministro dc Paolo Cirino Pomicino, oggi nell’Udc di Casini e indicato ieri da Sallusti sul Giornale come uno dei registi delle trame contro la maggioranza: “In verità  anche quello di Letta sarebbe un governo tecnico perchè lui non è parlamentare e non è stato mai iscritto al Pdl. Monti invece è stato nel mio staff quando ero ministro del Bilancio. C’erano lui e Paolo Savona. Qualcuno mi ha chiamato l’anti-Verdini. Ma io non ho soldi e posti di sottogoverno da offrire. Posso offrire solo la politica”. Pomicino dixit.
In ogni caso, la composizione del governo tecnico presieduto da Monti non sarebbe facile. Due le strade.
La prima è patrocinata da Casini: dentro leader e prime file di tutti i partiti.
A fare i ministri, quindi, andrebbero il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, il presidente del Pd Rosy Bindi, il vice di Bersani Enrico Letta. Questi alcuni nomi.
Ma la sorpresa potrebbe essere Lorenzo Bini Smaghi all’Economia.
Le voci sul suo conto sono insistenti, anche perchè questo potrebbe convincerlo a lasciare la poltrona del board della Bce come chiesto dalla Francia. Non solo.
Bini Smaghi sarebbe spendibile come ministro anche in caso di profilo meno politico e più tecnico del governo Monti.
È la seconda strada, che nel Pd viene indicata con questo criterio: “Al governo, per quanto ci riguarda, andrebbero personalità  della sinistra non parlamentari”.
I nomi sono i soliti: gli ex socialisti Giuliano Amato e Franco Bassanini.
Per il primo, Amato, si parla già  della Farnesina.
Questi gli scenari per il post-Berlusconi in alternativa alle elezioni anticipate.
Il nodo sarà  sciolto la prossima settimana, come fa capire il pessimismo di Napolitano ieri a Bari: “Gli obiettivi sottoscritti dall’Italia vanno attuati tempestivamente puntualizzandoli nei loro termini rimasti generici o controversi”.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FINANCIAL TIMES: “IN NOME DI DIO E DELL’ITALIA, BERLUSCONI VATTENE”

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

“IL PREMIER ITALIANO NON HA PIU’ CREDIBILITA E HA RINNEGATO TUTTE LE SUE PROMESSE”

Il Financial Times ha rivolto al presidente del Consiglio italiano un invito inequivocabile: “In nome di Dio, dell’Italia e dell’Europa, vai”.
Il quotidiano inglese dedica alle vicende italiane tutta la prima pagina per affermare quello che nel Belpaese è noto a sempre più persone: “solo un cambio di leadership potrà  ridare credibilità  all’Italia”.
Se il cambio della guardia a Palazzo Chigi è un “imperativo”, il Ft mette però in guardia anche quelli che pensano che la cacciata di   possa essere la panacea di tutti i mali per uscire dalle secche della crisi economica e del debito.
“Sarebbe ingenuo credere che quando Berlusconi se ne andrà , l’Italia possa reclamare subito piena fiducia dei mercati”, scrive il foglio britannico.
Negli articoli di cronaca si sottolinea poi che al G20 di Cannes, l’Italia ha accettato un monitoraggio del Fondo monetario internazionale “altamente intrusivo”.
E, secondo i cronisti inglesi, è una “concessione senza precedenti” perchè l’Italia, per il momento, è un paese che non è ancora fallito.
Ma le parole più brucianti sono nell’editoriale in cui il Cavaliere viene paragonato a   George Papandreou, primo ministro greco. “Tutti e due si reggono su una sottile e risicata maggioranza parlamentare, e tutti e due stanno litigando con il loro ministro delle Finanze. Ma, la cosa più importante di tutte, hanno entrambe la tendenza a rinnegare le loro promesse in un periodo nel quale i mercati sono preoccupati sulle finanze pubbliche dei loro paesi”.
E poi la stoccata finale: “Il rischio che potrebbe minare il Paese riguarda il leader attuale: avendo fallito l’obiettivo di realizzare riforme nelle due decadi passate in politica, Berlusconi manca della credibilità  per portare avanti questi significativi cambiamenti”.
Così, anche se non sarebbe una soluzione a tutti i problemi, “il cambio di leadership è imperativo” e “un nuovo primo ministro impegnato nell’agenda della riforma potrebbe rassicurare il mercato, che è alla ricerca disperato di un piano credibile per bloccare la corsa del quarto debito più grande del mondo”.
Tuttavia il fatto che il Cavaliere sia arroccato alla sua poltrona, è cosa nota anche in riva al Tamigi.
Tant’è che il pezzo dedicato alla politica di casa nostra viene titolato così: “il sopravvissuto dell’Italia determinato a durare”.

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“NON TI SPOGLIEREBBE NESSUNO”: COSI’ CROSETTO INSULTA UNA GIORNALISTA

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA PAUSA DI UN DIBATTITO A LA7, ENNESIMA MANIFESTAZIONE DI INTOLLERANZA DELLA BECERODESTRA…IL SOTTOSEGRETARIO ALLA DIFESA APOSTROFA ANTONELLA RAMPINO DE “LA STAMPA” IN PURO STILE MACHISTA BERLUSCONIANO

Nel 2009 a Porta a Porta, Berlusconi si rivolse così al presidente del Pd Rosy Bindi: “Lei è più bella che intelligente” .
Un insulto che ha fatto scuola.
Stavolta non arriva in diretta, ma in una forma più pesante durante l’intervallo pubblicitario: il programma è ‘Omnibus’, il talk-show in onda ogni mattina su La7, condotto da Alessandra Sardoni.
Tra gli ospiti della puntata, dedicata a ‘Berlusconi e gli esami del G20′, ci sono anche la giornalista Antonella Rampino (La Stampa) e il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto (Pdl).
Si sta parlando della crisi finanziaria: Rampino afferma che per il bene dell’Italia Berlusconi dovrebbe fare un passo indietro e lasciare spazio a un governo tecnico.
“Alla risposta di Crosetto “Se sei tanto brava, candidati tu” – racconta la Rampino – ho replicato che sono una giornalista, che stavo esprimendo la mia opinione e che non consentivo la si mettesse in ridicolo, essendo tra l’altro acclarato che il Centrodestra candida anche spogliarelliste del presidente del consiglio.”
In studio c’è tensione, la conduttrice rinvia il dibattito a dopo la pubblicità .
“A telecamere spente – racconta la Rampino – Crosetto mi passa davanti dicendomi: “L’argomento che devo usare con te lo sai qual è… E’ che a te non ti spoglierebbe nessuno.” “Abbi il coraggio di dirlo in diretta” – replica la giornalista – mostra che la tua cultura è esattamente quella di tutto il Centrodestra.”
Alla scena, come ci confermano i responsabili della trasmissione – assistono cameramen, conduttore, tecnici.
Anche il giornalista del Foglio Lanfranco Pace che in un video postato e poi rimosso sul sito confermerà  poco dopo la frase di Crosetto. “Quando ho parlato di spogliarelliste – spiega la Rampino – Io non mi riferivo ovviamente a tutte le deputate del Pdl: la mia è stata una risposta-battuta alla sua provocazione: “Allora candidati tu”.
“Loro sminuiscono gli argomenti ai quali non sanno cosa rispondere. Del resto, questo è proprio il “prontuario di Berlusconi”: ridere quando gli avversari dicono qualcosa di “scomodo”. E’ un misto fra presa in giro e insulto, per impedirti di parlare. Come quando Paolo Liguori ad Agorà  mi disse “Ti prendo a schiaffi” e cominciò a urlare per non farmi parlare. Tu non devi poter esprimere le tue opinioni. Berlusconi è fatto così e anche Crosetto è fatto così.”
“L’insulto che Crosetto ha fatto a me è dello stesso tipo di quello — mai ufficializzato, altrimenti avrebbero già  ritirato l’ambasciatore — espresso da Berlusconi sulla Merkel. Crosetto è la testimonianza di quel genere di mentalità . E la signora Merkel ha sempre mantenuto un comportamento di grande educazione e cortesia nei confronti del nostro premier, perchè lo considera per quello che è: non è che si possa sentire offesa da Berlusconi. Come io non mi posso sentire offesa da uno come Crosetto”.
Ma il sottosegretario alla Difesa non è l’unico a insultare la Rampino: durante un secondo stacco pubblicitario, Lanfranco Pace la apostrofa con “sei una stupida, una cretina, una poveretta”.
A questo punto, rientrata in diretta, la Rampino decide di abbandonare la trasmissione.
“Mi ha detto, urlando, che ero una stupida, una pazza e una poveretta. Anche a microfoni aperti. E perchè ho difeso l’euro. Ed è chiaro che per Pace – e Ferrara, che la scorsa settimana mi ha ridicolizzato sul Foglio per la mia rassegna stampa a Radio3 – io non sono abbastanza intelligente. E nemmeno spogliabile, à§a va sans dire.”
Nel pomeriggio la Fnsi diffonde un comunicato: “Inconcepibile, ripugnante e incredibile l’insulto di un uomo delle istituzioni rivolto alla collega Antonella Rampino. Il degrado che origina ormai direttamente da alcuni luoghi del Governo è spaventoso. O Crosetto presenta, subito e pubblicamente, le scuse alla collega altrimenti si dimetta o sia destituito per indegnità .”
Anche la rete delle Giornaliste Unite Libere Autonome (Giulia) esprime solidarietà  alla giornalista de La Stampa e chiede a Crosetto e Pace pubbliche scuse.
Scuse che arrivano nel tardo pomeriggio, con il sottosegretario che definisce la sua “una battuta stupida”.

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LETTA, ALFANO E VERDINI UNITI: “SILVIO, LA MAGGIORANZA NON C’E’ PIU'”

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

DRAMMATICO VERTICE A PALAZZO GRAZIOLI: “MEGLIO FARE SUBITO UN PASSO INDIETRO”… MA IL PREMIER NON MOLLA LA POLTRONA, MARTEDI’ IL GIORNO DECISIVO…SPUNTA UN NUOVO ESECUTIVO

Alle otto di sera, nel salotto di palazzo Grazioli, la bandiera bianca viene alzata dall’ultimo uomo da cui il Cavaliere si aspetterebbe il colpo: Gianni Letta.
“Silvio, i numeri sono questi, forse è arrivato il momento di farsene una ragione”. Berlusconi è stanco, fissa i suoi interlocutori.
Ha davanti a sè Denis Verdini, Letta, Angelino Alfano e Paolo Bonaiuti.
Li guarda senza davvero capire quello che gli stanno dicendo. È finita.
Ha passato la notte precedente a trattare con Obama e Sarkozy, ora gli stanno dicendo che la fine della sua stagione politica è stata decisa da Stracquadanio e Bertolini.
Ma è così.
Denis Verdini, l’uomo che ha garantito nell’ombra tutte le trattative con i parlamentari, stavolta ammette che i numeri non ci sono più.
Se si votasse domani sul rendiconto dello Stato i numeri si fermerebbero a 306 deputati.
Ma il coordinatore stavolta è anche più pessimista: oltre a quelli che sono già  andati via c’è anche un’altra area di dissenso, un’area grigia di una quindicina di deputati pronti a staccarsi dalla maggioranza, portando così la conta finale a 300. Sarebbe la fine.
Sono ore drammatiche, il premier incassa questi numeri ma non ci sta. Si ribella, alza la voce. E prova a resistere.
“Non ci credo. Li chiamerò uno ad uno personalmente. È tutta gente mia, mi devono guardare negli occhi e dirmi che mi vogliono tradire. Io lo so che sono arrabbiati, è gente frustrata, si rompono le palle a pigiare tutti i giorni un pulsante, ma non hanno un disegno politico. Ci parlerò”.
Verdini e Alfano non condividono l’ottimismo del Cavaliere e stavolta non hanno paura a dirlo: “Ci abbiamo già  parlato noi, è stato inutile”.
Berlusconi li ascolta, a volte sospira e sembra rendersi conto della gravità  della situazione.
Per la prima volta le sue certezze traballano, inizia a prendere in considerazione l’impensabile.
“Io potrei anche lasciare il posto a qualcun altro, come dite voi. Se vedessi un nuovo governo potrei fare un passo indietro, il problema è che non lo vedo”. E tuttavia i suoi uomini insistono.
La pressione per allargare la maggioranza all’Udc è sempre più forte.
Nel governo, nella componente dei forzisti, ormai è un coro. E non resta molto tempo, le lancette corrono veloci.
Martedì si voterà  il Rendiconto dello Stato, poi probabilmente partirà  una mozione di sfiducia.
A quel punto sarà  troppo tardi.
Così, nella lunga notte di palazzo Grazioli, viene elaborata una strategia per affrontare i prossimi passaggi.
Prendendo in considerazione i numeri ma anche l’insistenza del Cavaliere nel provare a resistere. Viene studiato un possibile atterraggio morbido.
Da oggi a lunedì Berlusconi farà  le sue telefonate ai ribelli e le sue convocazioni.
Prima del voto alla Camera verrà  fatto un ultimo controllo, un check nome per nome, tracciando il bilancio definitivo.
Sarà  in quel momento che verrà  presa la decisione finale perchè, se i numeri saranno ancora negativi, al Cavaliere hanno consigliato di andarsi a dimettere senza passare per un voto di sfiducia.
“Possiamo anche andare allo scontro – gli hanno spiegato Alfano e Letta – ma se perdiamo, e stavolta è probabile che perdiamo, la palla passa agli altri. A quel punto possiamo solo subire”.
Al contrario, se Berlusconi si decidesse a pilotare il passaggio con delle dimissioni volontarie, continuerebbe a essere il regista dell’operazione. Spianando così la strada a un nuovo governo, a maggioranza Pdl, a cui il Terzo polo non potrebbe dire di no.
Un governo guidato da Gianni Letta o Mario Monti.
A quel punto la vera incognita sarebbe la Lega. Anche di questo si è discusso a via del Plebiscito, ipotizzando che Roberto Maroni possa restare al Viminale.
La strada del voto anticipato, il mantra ripetuto fino a ieri da Berlusconi e dallo stato maggiore del Pdl fin dentro lo studio del capo dello Stato, non viene nemmeno preso in considerazione.
Serve alla propaganda, ma i sondaggi sono impietosi.
Per il Pdl andare alle urne in questa situazione sarebbe un naufragio rovinoso.
Al contrario, nel caso il Cavaliere accettasse di favorire il passaggio a un governo diverso, per il centrodestra si aprirebbero opportunità  vantaggiose. “Con Gianni Letta a palazzo Chigi – hanno spiegato al premier – allarghiamo l’alleanza a Casini e possiamo decidere noi se andare al voto tra sei mesi o tra un anno. Quando ci conviene di più”.
Ma anche se Napolitano incaricasse Mario Monti per un governo di “salvezza nazionale”, con una dura agenda di sacrifici – quella tracciata ieri a Cannes con l’Ue e il Fondo monetario – per il Pdl e Berlusconi ci sarebbero vantaggi. “Avremmo tutto il tempo di riorganizzarci e preparare la candidatura di Alfano nel 2013”.
Inoltre si alleggerirebbe la responsabilità  per il micidiali tagli che dovranno essere approvati.
E resterebbe solo Mario Monti come artefice della purga.
Altre strade, nonostante Berlusconi resista, non ci sono.
“Oggi siamo a 306, ma potremmo finire a 300”, gli hanno ripetuto in coro. L’unica incognita a questo punto resta la data dell’attacco che sarà  scelta dall’opposizione.
C’è chi pensa martedì, chi punta alla settimana successiva.
Tra il Pd e l’Udc su questo punto non c’è identità  di vedute. Bersani vorrebbe assestare subito il colpo, sul Rendiconto dello Stato (lasciando che ad approvarlo sia un nuovo governo).
Al contrario Pier Ferdinando Casini ormai è convinto che la partita sia già  vinta.
E tanto vale far passare il Rendiconto con un’astensione, portando l’assalto finale qualche giorno più tardi.
Sempre che Berlusconi, come lo imploravano ieri i suoi, non decida di anticiparli e gettare la spugna da solo.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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GOVERNO CON IL FIATO SOSPESO E I RADICALI NICCHIANO

Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

OGGI PER I RADICALI E’ “IMPROBABILE LA NOSTRA FIDUCIA”, DOMANI CHISSA’… AUMENTANO I DISTINGUO NELLA MAGGIORANZA

“Non so quanti giorni o settimane ha davanti il governo. Di certo una maggioranza che si regge su pochi voti non può andare avanti molto”.
Guido Crosetto sintetizza così lo stato di salute dell’esecutivo. Lo fa mentre a Palazzo Chigi si fa la conta dei voti in vista della prossima fiducia sul maxi emendamento alla legge di stabilità  con le misure anti-crisi e con l’ansia di nuove defezioni che cresce.
E che l’allarme in casa Pdl sia davvero ai massimi livelli lo confermano le parole di Maurizio Sacconi. “Per quanto riguarda il maxi emendamento che sarà  varato dal governo contro la crisi è meglio non parlare al momento di ricorso al voto di fiducia”, ha detto il ministro del Lavoro.
“Di fiducia in questo momento non si deve parlare – ha precisato – perchè l’auspicio è che quel maxiemendamento sia valutato senza pregiudizio”.
“Mi auguro – ha aggiunto il ministro – che nella commissione parlamentare vi sia un esame oggettivo per quelle misure fondamentali per la nostra economia e che non vi siano posizioni ostruzionistiche e pregiudiziali”.
Berlusconi vede materializzarsi quota 314, ovvero la perdita della maggioranza assoluta in aula alla Camera.
Senza contare i frondisti scajoliani e l’area dei “dissidenti” (Roberto Antonione, Isabella Bertolini, Giancarlo Pittelli e Giorgio Stracquadanio), firmatari della lettera che chiede al premier di promuovere un nuovo esecutivo.
E alla lista degli indecisi si aggiunge anche il Pri di Francesco Nucara: “Ci riserviamo di votare la fiducia al governo solo sulla base dei contenuti che saranno presentati alle Camere”.
Oscillante, invece, l’atteggiamento dei sei deputati radicali, eletti nel centrosinistra e da tempo in rotta di collisione con il Pd: “Se il governo si dovesse presentare con un emendamento che contiene la traduzione legislativa di tutti i punti contenuti nella lettera del governo all’Europa, la domanda è un’altra: perchè mai non dovremmo votarlo?” dice Rita Bernardini.
Ma Silvio Viale frena: “Una cosa è valutare le proposte e i provvedimenti nel merito ed eventualmente votarli, altra cosa è dare la fiducia al governo”.
“Il 90 per cento corrisponde a grandi linee ai nostri referendum di 15 anni fa”, sottolinea Maurizio Turco, ma “noi siamo all’opposizione e non voteremo al fiducia al governo”.
Nel frattempo il governo mostra tutte le tensioni che lo agitano. “Un passo indietro di Berlusconi andrebbe fatto – dice il deputato del Pdl Giancarlo Mazzuca – se è per il bene del Paese, perchè l’importante è quello, oggi è in gioco il Paese”.
Ma c’è anche chi prova a fare muro tirando il ballo coerenza e fedeltà : “Se Bonciani e D’Ippolito quando ci sarà  da votare voteranno contro, saranno degli irresponsabili” attacca Stefano Saglia, sottosegretario allo sviluppo economico con delega all’energia. Mentre Sandro Bondi rimanda al mittente la proposta di Pier Ferdinando Casini di un governo dalle large intese (e senza Berlusconi):
“Casini dispiega tutta l’arte della lusinga e della dissimulazione nei confronti del Pdl. Casini, al pari di Bersani, sa bene che un governo di larghe intese non è fra le cose possibili, e nasconde semplicemente l’obiettivo di diventare l’ago della bilancia nella prossima legislatura”.
Rincara la dose Osvaldo Napoli: “Il governo se deve cadere è bene che cada in Parlamento. Le crisi extraparlamentari non si addicono a questo tempo nè alla virulenza di questa crisi”.
Disco rosso anche dal ministro Ignazio La Russa: “Non c’è bisogno di fare ammucchiate, governi di larghe maggioranze, basterebbe che per qualche mese ciascuno, a partire dalla maggioranza, facesse il proprio dovere, avendo come primo obiettivo quello di affrontare e superare un momento difficile”.
Ma l’ipotesi di un esecutivo di transizione trova una certa freddezza anche nel campo dell’opposizione.
“E’ necessario andare alle urne al più presto – commenta Antonio Di Pietro – Attenti ai governi tecnici perchè una maggioranza che poi di fatto finirebbe per fare le stesse che non vogliamo faccia Berlusconi, sarebbe come cadere dalla padella alla brace”.
Il Pd, che domani chiama a raccolta i suoi militanti a Roma, dice di essere pronto “a fare la propria parte per l’emergenza” senza temere le elezioni.
“L’esecutivo ha le ore contate e non deve trascinare il paese nel baratro. Siamo, come abbiamo dimostrato in questi mesi, responsabili e pronti a un governo d’emergenza. Ma, di fronte all’irresponsabilità  di altri, non abbiamo paura delle elezioni”, conclude Ventura.

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PDL, TRA PAURA E WHISKY: LA NOTTE DEI RIBELLI

Novembre 4th, 2011 Riccardo Fucile

L’INCONTRO A ROMA DEI SEI PIDIELLINI “MALPANCISTI” PER CAPIRE COSA FARE

Nessun dorma, la notte è corta.
E la lettera dei frondisti-traditori-malpancisti-indisponibili-statisti è lunga. Albergo di lusso, cinque stelle dorate, sala di marmi e tappeti: sei deputati nominati dal Cavaliere, obiettori di coscienza (o convenienza?), faticano per arrivare qui, in cima al tripudio di scale in piazza di Spagna.
Forse è l’ultima istantanea del governo, un reperto storico e politico come furono i giorni di spallate e cordate a Romano Prodi che ricordano i nomi di Franco Turigliatto e Fernando Rossi.
Mercoledì sera, porte girevoli al prestigioso Hassler di Trinità  dei Monti, un vibrante Giorgio Clelio Stracquadanio, paonazzo, agita un bicchiere di whisky con la stessa tattica con cui scuote la maggioranza del Capo, un po’ per caso, un po’ per foga: “Noi chiediamo un passo indietro. No, avanti. No, lungo. Anzi, veloce”.
La cortese Giustina Destro, ex sindaco di Padova, osserva i passanti con sguardo nervoso, e detta a bassa voce: “Direttore, sentiamo il bisogno di fare qualcosa per l’Italia. Il presidente Napolitano è preoccupato, la situazione è gravissima”, e stringe fra le mani l’iPad con coccarda tricolore, regalato a Natale dal gruppo Pdl di Montecitorio.
Isabella Bertolini, immersa nei fumi dei sigari cubani di capelloni russi che sbevazzano al bancone, ascolta in silenzio il pianoforte che suona Paganini.
Il triestino Roberto Antonione, ex coordinatore di Forza Italia, saluta la comitiva e scappa via con lo stesso distacco con cui liquida 19 anni di Berlusconi.
Il catanzarese Giancarlo Pittelli ha firmato, e può bastare per chi provò a riformare la giustizia per il Cavaliere.
Fabio Gava, ex assessore veneto, cercava numeri migliori: “Non tornano i conti: a mezzogiorno eravamo 14, poi siamo scesi a 12, infine siamo rimasti in 6. Però siamo ex Forza Italia, noi: siamo credibili perchè vogliamo un nuovo esecutivo, nuove intese, nuove misure”.
Eppure i movimenti dei deputati in fuga o in ritirata sanno proprio di vecchio.
Anche perchè Denis Verdini ha ripreso le trattative: “Avrà  telefonato, avrà  ascoltato, e qualcuno si sarà  spaventato. O si cambia o si muore, ormai è finita”.
Stracquadanio ha consegnato il bicchiere vuoto, ordina un caffè, ingoia mentine, e mostra il petto del trascinatore: “Ragazzi, è Repubblica . Non vi posso dare il testo, avete capito? È in esclusiva per il Corriere. Possiamo fare un baratto se mi pagate 560 milioni di euro, i soldi che il Cavaliere ha dato al vostro editore”, e ride, quanto ride. Chiama Mario Orfeo del Messaggero: “Mario, sei un ragazzo intelligente, non posso, mi dispiace”.
L’ex radicale milanese, direttore del Predellino, emana soddisfazione: “Ragazzi, sto giocando a poker, la partita più importante per la nostra vita. Abbiate fiducia, puntate”.
E la Destro, perplessa: “Ho sentito che Verdini lavora con i Radicali, se passano di là , noi che facciamo di qua? Tutto inutile”.
La depressione cala sul tavolino di noce massello, la Bertolini ha fretta e sonno.
E Stracquadanio, sempre più incontenibile (che spacca una telecamera di La7), cala la carta per il suo personalissimo poker: “Telefono a Porta a Porta. Mi dicono che Vespa abbia frainteso”.
Dieci minuti, il collegamento è pronto.
Freme: “Gava, avvisa mia moglie” (Manca un quarto all’una di notte). L’attesa è logorante. Stracquadanio mastica mentine e ingurgita caffè, a volte il suo stomaco si ribella, e gonfia la bocca per trattenere l’aria: “Buonasera direttore, buonasera ai suoi ospiti, ovviamente buonasera ai telespettatori”.
L’ex radicale e ora ex berlusconiano (?) saluta Porta a Porta, e continua il suo discorso, ma con un interlocutore diverso: “Ciao Denis, ti sono piaciuto?”.
E poi ammicca: “Ragazzi, è Verdini”.
La Destro sospira affranta, Gava digrigna i denti, la Bertolini prenota un taxi.
Stracquadanio domina: “Denis, amico mio, possiamo pure vederci… Domani? Va bene. Vedi noi siamo trasparenti, sappiamo che le elezioni anticipate lo mandano in galera, noi alziamo la voce per il paese. Potevamo dire a Berlusconi sei uno stronzo, ma dobbiamo giocarci la nostra partita a poker. Denis, ti piace il poker?”.
La Destro sussurra: “Antonione…”.
“Stracqua” registra: “La Saltamartini ha detto se Antonione lascia il Pdl fa niente, uno in meno. Denis, quella è una stronza. Lui è mio fratello”.
Gava fa un piccolo segnale. E “Stracqua” esonda: “Io non posso ascoltare il Cavaliere dirci che ha fatto un sottosegretario per tenere buoni tre voti: invece di rincuorarci, ci ha distrutto dentro. Se vuoi ti spedisco la lettera, dammi l’indirizzo. Non lo conosci? Amico mio, devi aggiornarti”.
Esultanza collettiva, la stanchezza impedisce la ola.
Poi Stracquadanio, il teorico del predellino, si fa serissimo: “Non andate, ragazzi, qui dobbiamo puntare ancora”.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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