Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
PERPLESSITA’ A PARTE SUL MILIONE DI ISCRITTI PROCLAMATI DAI VERTICI DEL PDL, VI SONO PACCHETTI DI TESSERE IN MANO A POCHI…ALEMANNO, FORMIGONI, CESARO E CIRIELLI I GRANDI RACCOGLITORI
Come può il Pdl, attraversare una fase di governo così deludente, e vedere moltiplicare in due mesi il numero degli iscritti da poche migliaia a oltre un milione di tessere?
Come può esistere un partito che crolla a peso morto nei sondaggi, riuscire a recuperare una cifra vicina ai 12 milioni di euro di sottoscrittori in due mesi?
Come può questo Pdl agonizzante moltiplicare il numero degli iscritti dei partiti che solo tre anni fa, gli dettero vita? (An contava 250 mila iscritti, Fi circa 400 mi-la).
Ammesso che i dati siano veritieri (il che non è mai detto, nel gioco di tutti i partiti) una prima risposta è che, a differenza dell’entusiasmo dei leader di via dell’Umiltà , non ci troviamo davanti a una corsa degli elettori a volersi tesserare per il bellissimo partito di Angelino Alfano.
Siamo invece di fronte al più classico fronteggiamento tra correnti e capibastone, il primo eminentemente numerico, da quando il partito esiste.
Non è un caso, infatti, che, mentre ancora si attendono i dati ufficiali, già siamo in grado di “pesare” i singoli leader in regioni, province e grandi città .
Sappiamo ad esempio che il Lazio, dove si contano circa un quarto dei tesserati complessivi al Pdl, troviamo la truppa ex-aennina conseguire un certo vantaggio sugli ex-forzisti.
I “rampelliani” (famiglia politica vicina al deputato Fabio Rompelli), avrebbero dalla loro 50 mila tessere, contro le 30 mila del sindaco di Roma Gianni Alemanno, le 30 mila del sottosegretario Andrea Augello, le 15 / 20 mila del Dc Mario Cutrufo, le altre 30 mila dei gruppetti ex aennini.
Gli ex forzisti riuniti attorno al vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani e Fabrizio Cicchitto conterebbero qualcosa come 100 mila iscritti.
Anche in Lombardia i dati, pur non essendo ancora ufficiali (per il conteggio definitivo si dovrà attendere la prossima settimana), ci informano che, tra i centomila iscritti, l’ala di Roberto Formigoni, ha raggiunto le 30 mila tessere, contro del 25 mila di Ignazio La Russa, con le altre divise tra le diverse anime di un partito che deve averne molte in queste settimane.
A Varese, tanto per fare un esempio, dove si conta una modesta cifra di 3 mila tesserati, se le sono già spartiti in quattro gruppi: i ciellini di Raffaele Cattaneo avrebbero mille tessere, contro le 800 degli ex An di Marco Airaghi, gli altri 800 circa di un’area laica che si riconosce in Nino Caianiello e le 300 del senatore Antonio Tomassini.
In provincia di Caserta, su 13 mila tessere, la parte del leone la fa ancora l’asse tra Nicola Cosentino e Mario Landolfi. Gli ex An vicini al deputato di Mondragone, possono contare su un pacchetto di tessere, valutato in 4500 persone, vicine al consigliere regionale Angelo Polverino.
A Napoli, invece, i signori delle tessere hanno il nome del presidente della Provincia Luigi Cesaro (anche lui vicino a Cosentino) e Luigi Nespoli, sindaco di Afragola.
Il primo avrebbe raccolto qualcosa come 40 mila tessere, distanziando alla fine il secondo.
A Salerno, invece, il presidente della Provincia Ed-mondo Cirielli avrebbe asfaltato il capocorrente riconducibile al ministro Mara Carfagna. È finita 22 mila a 3 mila.
In Calabria le tessere sono state circa 50 mila.
A Cosenza, su 15 mila iscritti, 8 mila militano per il gruppo che sostiene l’assessore regionale ai Lavori pubblici della giunta Scopelliti Giuseppe Gentile. L’organizzazione del reclutamento sul territorio può spiegare una delle scene descritta da una lettrice del Fatto, dipendete delle Poste a Cagliari.
Vale a dire l’arrivo di schiere di ragazzi pronti a registrare gruppi di nuovi iscritti Pdl. Il reclutamento organizzato, fa sì che circoli e associazioni legati a questo o a quel candidato tesserino le persone assieme una volta raccolti i dati personali.
Adesso i camion con gli incartamenti sono in viaggio verso via dell’Umiltà , pronti a ridisegnare i nuovi assetti.
Con due accortezze.
La prima: per adesso a Roma arriveranno solo le “adesioni”.
Per l’iscrizione è infatti necessario presentare anche un documento.
Per adesso, infatti, alcune delle “iscrizioni” inviate a via dell’Umiltà non hanno un volto.
Nel Lazio, per fare un esempio, ci sono circa 30 mila iscrizioni senza documento.
Nel caso di congresso, quelle tessere, seppur pagate, non conteranno.
Poco male, perchè l’ultimo paradosso di questa storia è nel fatto che, in caso di elezioni anticipate nel Pdl non si farà nemmeno in tempo a svolgere i congressi provinciali, e quindi tutto il lavoro fatto sin’ora rischia di essere stato solo un enorme spreco di denaro.
Oltre che un bel regalo, in soldi, al Pdl.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
ANCHE LORO SONO CONSIDERATI ORMAI TRADITORI, NON SI SALVA PIU’ NESSUNO… SCHIERATI I PLOTONI DI ESECUZIONE DELLA BECERODESTRA
Sui giornali li chiamano “ribelli”, ma gli elettori del Pdl preferiscono rinominarli “traditori”.
Sono durissime le reazioni online dei militanti del centrodestra nei confronti della lettera firmata da tre ex pasdaran del Pdl Isabella Bertolini, Giancarlo Pittelli e Giorgio Stracquadanio e dagli “ex” di centrodestra Roberto Antonione, Giustina Destro e Fabio Gava.
Tutti uniti per chiedere al premier di “agire da uomo di Stato” affinchè si faccia “promotore di una nuova fase politica e di un nuovo governo”.
In sostanza, chiedono al Presidente del Consiglio di fare un passo indietro e di aprire alle larghe intese col centro, magari con un governo tecnico guidato da Gianni Letta.
Nel mirino delle critiche c’è Giorgio Stracquadanio, fondatore del Predellino e berlusconiano doc.
Fino a ieri, a quanto pare.
La sua firma ha sconcertato gli elettori che sulla sua pagina Facebook lo attaccano. “Lei è tra i firmatari di questa pseudo lettera? Non ci posso credere”, scrive Lorenzo a cui seguono i commenti di chi spiega che questo gesto, specie in un periodo di profonda crisi economica, mette a rischio la sopravvivenza dell’intero paese (“Non capite che qui, altro che centrodestra, il crollo che si rischia è quello dell’Italia tutta?”, nota Giorgio).
“La vostra iniziativa è inaccettabile — aggiunge Melina — noi abbiamo votato consapevoli che Berlusconi sarebbe stato il Premier e vogliamo che lui continui a governare fino alla fine della legislatura”.
E il leit motiv di decine di utenti è un sentimento di tradimento, reso ancor più paradossale dalla firma di un deputato considerato uno dei fedelissimi del premier. “Ci sentiamo traditi — si legge online — e da lei in particolare non c’è lo saremmo mai aspettato. Alle prossime elezioni evitate di candidarvi se poi non rispettate la nostra volontà ”.
La lettera di Stracquadanio e degli altri cinque ribelli viene equiparata alla scissione di Futuro e Libertà di Gianfranco Fini.
E non manca chi crede che si tratti solo di un metodo ricattatorio per ottenere nuove poltrone (“Si deduce che adesso vuole comandare anche lui, vuole un poltrona da Ministro? Ma Ministro di chi o di che?”, chiede Rocco).
Poi c’è chi in passato ha sempre tenuto alta la bandiera del Pdl, ma oggi ha deciso di gettare la spugna (“L’ho difeso in tempi non sospetti — scrive Francesco- e adesso le dico che ha deluso. Arrivederci a lei e ai suoi complici”) e i delusi, come Nikolas, che ormai optano per il centrosinistra (“Meglio all’opposizione con onore che in maggioranza con i traditori: vergogna Stracquadanio!”).
Davide, poi, ricorda al fondatore del Predellino il suo curriculum politico e i privilegi di cui fino a oggi ha goduto.
“Caro Onorevole — scrive sulla bacheca Facebook — Le ricordo sommessamente che Lei è in Parlamento dal 2006, eletto prima con Forza Italia, e poi con il Pdl, tra l’altro usufruendo di un’opzione al Parlamento Europeo di un’altra deputata lombarda. Ergo: se lei rinuncia a tutti i suoi privilegi dovuti grazie al presidente Berlusconi che l’ha voluta e nominata in lista, poi può fare tutte le lettere che vuole e passare anche a sinistra”.
Anche su Twitter con l’hashtag #stracquadanio sono decine gli utenti che commentano la lettera (“#Stracquadanio come i fascistissimi repubblichini Dario Fo o Giorgio Bocca. Più sono intransigenti servitori, prima tradiscono”, twitta Donzelli) e sulla bacheca di Spazio Azzurro gli elettori invitano i frondisti a lasciare il partito.
Se davvero lo faranno, Tomaso propone il nome del nuovo gruppo a chi deciderà di seguire i “malpancisti” e suggerisce “Pdi: Partito badogliani italiani”.
E nel caso ancora non fosse chiaro aggiunge: “Siete degli infami, dei traditori!”
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Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
AGITA IL PERICOLO TERRORISMO E NUCLEI PRONTI ALLA RIVOLTA: NEL MIRINO I SINDACATI E CHI NON LA PENSA COME LUI
Il mercato del lavoro, l’articolo 18 e i licenziamenti facili non c’entrano niente. 
L’ossessione del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sono i sindacati.
La Cgil, prima di tutto, com’è tradizione della cultura craxiana in cerca di rivincite dai tempi di Mani pulite.
Ma adesso anche gli altri, la Cisl soprattutto, dopo che il leader Raffaele Bonanni si è trasformato da alleato in avversario del governo, contro il quale minaccia lo sciopero se solo Sacconi si azzarda a toccare le leggi sui licenziamenti.
Per essere più chiaro, e conoscendo bene il ministro del Lavoro, con il quale aveva vagheggiato nei mesi scorsi la costituzione di un nuovo partito cattolico, Bonanni lo ha così fulminato: “Il governo agita i licenziamenti solo per ragioni ideologiche”.
E allora contro i sindacati Sacconi sfodera l’arma di sempre, l’accusa di alimentare il terrorismo.
Un diversivo sempre utile a cambiare argomento quando si trova in un vicolo cieco, e che stavolta potrebbe addirittura mettere in imbarazzo Palazzo Chigi, alla ricerca di una via silenziosa per guadagnarsi la benedizione dell’Europa e prolungare il regno di B.
Domenica scorsa Sacconi ha detto: “Vedo una sequenza dalla violenza verbale, alla violenza spontanea, alla violenza organizzata che mi auguro non arrivi ancora una volta anche all’omicidio”.
Poi ha specificato: “Ho paura ma non per me perchè sono protetto. Ho paura per persone che potrebbero non essere protette”.
E chi sono? L’ha già spiegato due anni fa in un’intervista al Quotidiano Nazionale, a conferma che il disco rotto del pericolo rosso non lo toglie mai dal piatto del giradischi: “Persone che hanno incarichi pubblici non di primo piano, magari a livello locale, e che conducono una vita normale senza particolari accortezze”.
Olga D’Antona, deputata Pd e vedova del giuslavorista Massimo D’Antona, ucciso dalle Brigate Rosse il 20 maggio 1999, lo ha zittito con tutti i titoli per farlo: “Il rischio terrorismo in Italia purtroppo c’è. Ciò non toglie che il ministro Sacconi farebbe bene a non evocarlo”.
A confermare che l’intervento a gamba tesa di Sacconi è un po’ frutto di ossessione e un po’ il tentativo di rovesciare il tavolo di una discussione nata male, sono altre prese di distanza di persone a lui tradizionalmente vicine.
Come Giuliano Cazzola, altro ex socialista confluito nelle file berlusconiane ed ex dirigente della Cgil abbastanza avvelenato con l’organizzazione in cui ha trascorso una vita: “Bisogna evitare di criminalizzare il dissenso. Non necessariamente dietro a un dissenso anche violento si nasconde una P38”.
Per non parlare di Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, che da sempre si batte per la riforma del mercato del lavoro anche con maggior “flessibilità in uscita”, come suol dirsi. Quando le Br uccisero Marco Biagi, il 19 marzo 2002, Ichino era nella lista degli obiettivi.
Vive da allora sotto scorta.
E ha liquidato così Sacconi : “Il rischio di atti di violenza minacciati da terroristi non può essere utilizzato per comprimere il dibattito, o peggio per accollare a chi dissente la responsabilità oggettiva di eventuali aggressioni commesse da altri”.
Come altre volte in passato, ci troviamo di fronte al tentativo di alzare un polverone misto di allarmismo e propaganda per coprire il fallimento dell’ennesimo tentativo di dare una spallata non tanto ai diritti dei lavoratori, che a Sacconi interessano a giorni alterni, quanto ai loro difensori di professione, i sindacati.
È lo stesso Ichino a definire “improvvisato” il modo in cui il governo ha affrontato la questione del mercato del lavoro.
E i fatti danno ragione al giuslavorista milanese. Basti ricordare che da due anni giace in Parlamento il disegno di legge 1873, presentato da Ichino, con una riforma organica del mercato del lavoro, comprendente anche una riduzione delle tutele dell’articolo 18.
Il Pd infatti non ha fatto propria la battaglia di Ichino, che è rimasta solitaria perchè neppure Sacconi se l’è mai filato.
Tre giorni fa Il Sole 24 Ore ha ricordato che un anno fa è stata approvata in Parlamento una mozione di Francesco Rutelli che impegnava il governo a procedere nell’esame del 1873, e un fedelissmo di Sacconi come Maurizio Castro ha votato contro.
Del resto, due anni fa il ministro del Lavoro aveva altri problemi.
Di fronte all’esplosione della crisi economica, si offriva come scudo umano contro i licenziamenti.
Erano i tempi in cui rivolgeva alle imprese l’appello “per una vera e propria libera e responsabile moratoria ai licenziamenti”.
E respingeva le proposte del Pd per rafforzare i sussidi di disoccupazione spiegando che “gli ammortizzatori sociali automatici nelle fasi di crisi sono un incentivo a spezzare il rapporto di lavoro”.
Erano anche i tempi in cui dichiarava che “l’appello del Santo Padre a conservare quanto più possibile i posti di lavoro deve essere accolto dalle istituzioni e dalle imprese”.
Dunque i licenziamenti vanno e vengono, il terrorismo no.
È sempre in agguato, perchè serve a mettere alla frusta sinistra e sindacati.
E infatti ieri il ministro ha reagito alle critiche insistendo: “Sono al lavoro nuclei organizza-ti che operano clandestinamente per trasformare il disagio in rivolta”.
Quello che colpisce è che i decenni passano e Sacconi ripete le stesse parole ogni volta che va in difficoltà .
Nel 2002 , appena fu ucciso il giuslavorista Marco Biagi, spiegò a caldo che la manifestazione di Sergio Cofferati al Circo Massimo, che avrebbe segnato la definitiva sconfitta dell’attacco all’articolo 18, era “contro Marco Biagi”.
E che in giro c’erano “cattivi maestri che hanno trasformato una normale, fisiologica dialettica politica e sindacale in una scelta di civiltà ”.
Ieri ha detto, in perfetta continuità , che il clima omicidiario va fatto risalire ai “maledetti e bastardi anni ’70”, e all’omicidio Calabresi (17 maggio 1972), perchè i terroristi “non sono venuti da Marte: li abbiamo allevati nelle nostre scuole, nelle nostre università , nelle nostre case”.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile
ARRIVA PERSINO LA DIGOS IN TRIBUNALE PER EVITARE LA RISSA TRA URLA, SPINTONI E ACCUSE DI BROGLI ELETTORALI….APPENA 1505 VOTI AVEVANO DECRETATO LA VITTORIA DI IORIO, MA MOLTI VERBALI SONO STATI TAROCCATI…OGGI SI RICOMINCIANO A ESAMINARE MIGLIAIA DI SCHEDE
Urla, spintoni, accuse di brogli elettorali, avvocati in fibrillazione, i fogli dei verbali di seggio che volano, il senatore del centrodestra Ulisse Di Giacomo che minaccia il magistrato addetto alla verifica dei voti.
Tra carabinieri allibiti e agenti della Digos in borghese allertati.
Alla fine sono circa 500 i voti recuperatia favore del candidato di centrosinistra, Paolo Di Laura Frattura, sconfitto per sole 1505 preferenze da Michele Iorio alle Regionali del Molise di due settimane fa.
E oggi il secondo round, che potrebbe portare a un clamoroso capovolgimento del risultato.
Quella che doveva essere la giornata della proclamazione degli eletti, si è trasformata venerdì nei tempi supplementari di una partita ancora tutta da giocare.
Dopo un’ istanza d’ urgenza del legale di Frattura, le due commissioni elettorali dei tribunali di Isernia e Campobasso hanno verificato la congruità dei verbali e dei tabulati mandati la notte del 17 ottobre dalle 392 sezioni.
A Campobasso sul 10 per cento delle sezioni controllate sono stati “ritrovati” 474 voti non assegnati a Frattura.
«Non erano stati scritti nei verbali – spiega l’ avvocato Salvatore di Pardo – in alcuni casi sono stati assegnati al candidato di centrodestra».
Il vantaggio di Iorio si assottiglia a sole 1000 preferenze, e con il 90 per cento delle sezioni provinciali ancora da ricontrollare.
È in quel momento, quando sono usciti i nuovi dati, che davanti all’ aula del tribunale di Campobasso, è scoppiata la protesta scomposta degli uomini del centrodestra, con alcuni agenti della digos chiamati a vigilare.
Il senatore Di Giacomo, coordinatore regionale del Pdl, ha minacciato di denunciare il giudice Stefano Calabria, colpevole a suo avviso di voler ribaltare il risultato con una procedura fuori dalla norma.
«Un conto è chiedere la verifica del risultato – ha spiegato Di Giacomo – altro è stravolgere la legalità per avere ragione per forza» (teoria allucinante).
Calabria, a sua volta, avrebbe detto ai suoi colleghi di volersi dimettere se le pressioni da parte dei politici locali dovessero continuare.
In realtà la procedura di verifica su istanza di parte è prevista dal regolamento.
Ad Isernia i magistrati incaricati hanno trovato irregolarità in una decina di sezioni.
In alcuni casi i voti riportati nei verbali sarebbero addirittura superiori ai votanti.
Ma quella commissione, pur avendo dichiarato «non attendibili» alcuni verbali, ha interrotto le verifiche, che saranno riprese il 2 novembre.
A Campobasso, invece, le operazioni riprenderanno oggi con altre 69 sezioni. «Strano che proprio quei voti in mio favore siano scomparsi – commenta Frattura – sono sicuro che vinceremo. E se sarà necessario, faremo anche ricorso al Tar per il riconteggio di tutte le schede. I nostri dati ci davano in vantaggio di 3 mila voti fino alle tre della notte del conteggio. Poi ci fu un’ inspiegabile crollo”.
Altro caso strano: al quartier generale di Iorio si dava per certa la sconfitta, mentre a quello di Frattura si festeggiava, sulla base dei risultati che erano stati portati dai rappresentenati di lista.
Poi improvvisamente il ribaltamento.
Ora forse si riuscirà a fare chiarezza.
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Ottobre 31st, 2011 Riccardo Fucile
IL SINDACATO SAP, DI AREA CENTRODESTRA: “NON SI COMPROMETTA LA SICUREZZA DEI CITTADINI”…. CRITICHE A LA RUSSA: “ANNUNCIA RISORSE CHE ERANO GIA’ PREVISTE”
“Caro presidente della Repubblica, mi appello a lei affinchè i tagli alle risorse delle Forze
dell’Ordine fatti da questo governo non colpiscano la sicurezza dei cittadini”.
È questo il testo di 50mila cartoline indirizzate a Giorgio Napolitano che i poliziotti del Sap (il sindacato di polizia di area centrodestra) stanno facendo firmare ad altrettanti cittadini.
Nei prossimi giorni la buca delle lettere del Quirinale sarà dunque intasata da queste cartoline-appello.
“Siamo allo stremo”, spiega il segretario del Sap, Nicola Tanzi.
“Riteniamo – aggiunge – che il presidente della Repubblica sia l’unica autorità istituzionale e anche morale che possa esercitare tutta la moral suasion possibile nei confronti della classe politica e del Parlamento sui tagli alle Forze dell’Ordine che riducono drasticamente la sicurezza dei cittadini”.
Non è certo servito a placare la rabbia delle forze dell’ordine l’annuncio dell’altro ieri del ministro della Difesa di un ripensamento sui tagli.
“Non ci saranno – ha proclamato Ignazio La Russa – tagli al compartimento Difesa e Sicurezza per quanto riguarda gli avanzamenti di carriera”.
Ma l’entusiasmo di La Russa è stroncato dai sindacati di polizia, secondo i quali “le risorse previste sono insufficienti e soprattutto non si tratta di nuovi stanziamenti, ma di fondi che erano già a disposizione del nostro comparto per la riqualificazione delle carriere”.
“È tutto un bluff”.
E così, dopo la raccolta di soldi in bidoni della benzina organizzata il 18 ottobre dal Sap (hanno “elemosinato” fondi anche dai parlamentari), dopo la protesta di piazza dei sindacati di centrosinistra (fra gli altri, Anfp, Siulp, Siap) mentre Maroni relazionava al Senato sugli scontri a Roma coi black bloc, dopo la clamorosa protesta dei carabinieri e quella del Cocer Esercito che ha chiesto le dimissioni dell’esecutivo, e infine dopo quella di mercoledì della Dia, gli agenti del sindacato autonomo di polizia organizzano ora una nuova clamorosa protesta coinvolgendo ancora i cittadini.
In particolare, stanno predisponendo gazebo e stand in tutte le città italiane per raccogliere le firme di adesione sulle 50mila cartoline.
“Mi appello al presidente della Repubblica – recita l’appello – perchè la sicurezza appartiene a tutti. E invece i tagli economici delle ultime due manovre (660 milioni, ndr), produrranno insicurezza per i cittadini”.
Dal 2008, da quando sono al governo, il ministro dell’Interno Maroni e l’ex Guardasigilli Alfano hanno ripetuto come uno spot che “questo è il governo che più di ogni altro combatte la mafia”, parlando di “antimafia dei fatti contro l’antimafia delle chiacchiere”.
Berlusconi addirittura il 15 agosto di due anni fa disse al titolare leghista del Viminale “passerai alla storia per aver sconfitto la mafia”.
I fatti, tuttavia, sono ben altri: la criminalità organizzata, come sostenuto dalla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu, c’è.
È sempre più forte.
E, scrivono i poliziotti del Sap, “è più pericolosa quando è silente, come in questo momento”. “E proprio ora – denunciano quelli del Sap – lo Stato depotenzia le forze dell’ordine bloccando le assunzioni, riducendo le risorse. E costringendoci a lavorare senza finanziamenti finnziamenti adeguati, dimenticando che, invece, la criminalità organizzata dispone oggi di mezzi economici importanti. E di tecnologia avanzata”.
Alberto Custodero
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DE “IL GIORNALE” VUOLE CHE TUTTI GLI ITALIANI VADANO IN PENSIONE A 67 ANNI, SALVO LUI CHE C’E’ ANDATO 14 ANNI PRIMA… OLTRE ALLA PENSIONE PERCEPISCE LAUTI COMPENSI EXTRA: SPARGERE FANGO FORSE E’ UN LAVORO USURANTE…
Per rimettere in sesto i conti pubblici bisogna innanzitutto intervenire sulle pensioni innalzando l’età in cui si smette di lavorare.
La ricetta, in verità non nuovissima, arriva da Vittorio Feltri che martedì sera durante la trasmissione In Onda condotta su La7 da Luisella Costamagna e Luca Telese, ha detto la sua sulla manovra appena varata dal governo.
“Bisogna fare come la Germania”, ha detto sicuro l’editorialista de Il Giornale.
“Tutti sanno che in Germania si va in pensione a 67 anni”, ha spiegato Feltri, “mentre noi ci ostiniamo ad andarci a 58,59, 60”.
Tutto vero, come no.
Anzi, a volte capita perfino che qualcuno riesca a raggiungere l’agognata pensione anche prima, molto prima.
Feltri per esempio ce l’ha fatta a soli 53 anni, nel 1997.
Una pensione d’oro: ben 347 milioni di lire all’anno, circa circa 179 mila euro, a carico dell’Inpgi, l’Istituto previdenziale dei giornalisti.
Da allora Feltri ha continuato a scrivere e a dirigere giornali, ricevendo ricchi e meritati compensi e spiegando al mondo intero che è meglio per tutti se si va in pensione a 67 anni.
Salvo lui ovviamente.
Niente di più conseguenziale che, in nome della padagna del magna magna, abbia opposto qualche palata di fango per tamponare il fatto vero e reale che la moglie di Bossi sia andata in pensione a 39 anni.
In attesa che Lavitola confezioni qualche altra patacca per screditare gli avversari politici.
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
L’AGENZIA AGI PARLA DI UN DOCUMENTO, PER ORA ANONIMO, CHE GIRA IN PARLAMENTO PER SFIDUCIARE IL PREMIER… IGNOTI I FIRMATARI, OCCHI PUNTATI SU PISANU E SCAJOLA, URBANI E DINI…OBIETTIVO ALLARGARE LA MAGGIORANZA ED EVITARE ELEZIONI ANTICIPATE
Ancora non si sa chi sono i firmatari, ma il testo della lettera già c’è.
E’ quella che gli scontenti del Pdl stanno per inviare al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al fine di chiedergli un passo indietro, passando la mano a Gianni Letta, e di allargare la maggioranza.
Il motivo? Poter dar corso agli impegni assunti con l’Ue.
Indiscrezioni non verificate attribuiscono l’iniziativa ai seguaci del senatore Beppe Pisanu, che punterebbe a mettere insieme una sessantina di parlamentari non più disposti ad appoggiare il governo.
Pisanu però smentisce: “’Non ho ideato, nè dettato, nè tanto meno sottoscritto la lettere di di cui si parla”.
Altri “indiziati”, come sponsor dell’iniziativa, Lamberto Dini (anche lui smentisce: “Non sono al corrente”) e Giuliano Urbani.
Si pensa anche agli uomini di Claudio Scajola, ma anche in questo caso arriva a stretto giro la smentita, attraverso uno dei fedelissimi dell’ex ministro imperiese, il senatore Franco Orsi: ”Di questa iniziativa non so nulla e nessuno mi ha informato”.
La missiva inizierebbe con un “caro presidente Berlusconi”, seguito dal rinnovo della fedeltà dei firmatari nei confronti del premier, di cui gli scontenti sottolineano i “grandi meriti politici” e a cui chiedono di poter continuare a sostenerlo.
Ci sentiamo in dovere — si legge nella bozza del documento — con la lealtà e la sincerità che ti abbiamo sempre dimostrato, di rappresentarti il nostro critico convincimento sulla situazione politica dell’attuale maggioranza parlamentare che sostiene il tuo Governo. Dobbiamo oggettivamente registrare che l’esiguità dei numeri, in particolare alla Camera, non consente a questo Governo di poter affrontare neanche l’ordinario svolgimento dei lavori parlamentari, e tanto meno quindi, di dare quelle risposte, anche molto impegnative sul piano del consenso sociale, che la drammatica situazione economico finanziaria richiede”.
Subito dopo, però, arriva puntuale la stoccata.
I frondisti lanciano un appello chiaro: senza un cambio di passo non potranno più garantire il loro sostegno.
Tutto questo “per non finire su un binario morto” perchè “è tempo di rilanciare l’azione politica, allargare la maggioranza parlamentare alle forze che tradizionalmente hanno fatto parte della nostra coalizione e dare una svolta all’azione di Governo”.
Secondo gli estensori del documento, riporta ancora l’Agi, il premier dovrebbe passare la mano a Gianni Letta, un minuto dopo si troverebbe un accordo politico-programmatico con l’Udc, Fli e l’Api per affrontare subito le emergenze economiche in Parlamento.
Spiega all’agenzia un senatore che aderisce alla fronda, ma che vuole restare anonimo: “Nessuno vuole pugnalare Berlusconi alle spalle, sia lui ad indicare il nome. Si deciderà tutto nei prossimi dieci giorni”.
Al momento, però, non c’è accordo tra i “malpancisti”: “Ci sono tanti — aggiunge la stessa fonte — che non hanno il coraggio di uscire pubblicamente. Si aspetta che succeda un incidente parlamentare, ma il malessere è diffuso”.
I ‘pisaniani’ sono in contatto con Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa, anche se l’Udc chiede che il presidente del Consiglio esca di scena senza precondizioni.
Gli scajoliani si sono affrettati a sottolineare la propria estraneità dall’iniziativa.
Più che un appello, quindi, un ultimatum vero e proprio.
La lettera, del resto, potrebbe essere l’esito della lunga riunione di ieri a cui hanno preso parte una quindicina di senatori con Beppe Pisanu o anche degli incontri degli scajoliani e tra diversi altri esponenti del Pdl.
Chiunque siano i firmatari, il messaggio lanciato è inequivocabile, specie alla luce la lettera discussa ieri a Bruxelles dal premier.
“Le misure che ci chiede Bruxelles — spiega uno dei frondisti intervistato dall’agenzia Agi, che preferisce restare anonimo — sono molto impegnative, questo governo non è in grado di attuare i provvedimenti di cui ha parlato il presidente del Consiglio”.
Tra i “malpancisti” del Pdl che di recente erano usciti allo scoperto per mettere in discussione il presidente del consiglio, la stessa agenzia cita “Saro, Pisanu, Amato, Santini, Lauro, Del Pennino”.
Tra i favorevoli all’allargamento della maggioranza, uno dei punti sottolineati nella lettera, ci sono anche “Sardelli, Milo, Gava e Destro”.
E a ispirare l’inizativa, secondo fonti parlamentari del Pdl, sarebbero Lamberto Dini e Giuliano Urbani.
Anche tra gli scajoliani c’è chi avverte la necessità di svoltare pagina.
“La crisi — dice Roberto Antonione — non ci permette più di perdere tempo. Occorre aprire ad una nuova fase e costruire poi una coalizione per giocarci la partita delle prossime elezioni”.
Antonione riferisce che molti parlamentari sono contrari all’ipotesi delle urne l’anno prossimo.
“Non ci possiamo mica suicidare con le elezioni anticipate, non possiamo — aggiunge — giocare una partita per perdere ma per vincere”.
Mentre monta il caso politico, il segretario del Pdl Angelino Alfano nega di essere a conoscenza della missiva: ”Non mi risultano lettere di Scajola nè di nessuno. Quando riceveremo una lettera in questo senso ce ne occuperemo. Non commento documenti fantomatici, senza firme”.
E ancora: “Se conoscete qualcuno che ha firmato quella lettera ditemelo. A me non risulta”.
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
UNA VIGNETTA DOVE IL PREMIER TOCCA IL FONDOSCHIENA ALLA MERKEL…”LA SUA INCAPACITA’ DI GOVERNARE LA TERZA MAGGIORE ECONOMIA D’EUROPA HA DISTRUTTO LA SUA CREDIBILITA’ POLITICA E ORA PONE UNA MINACCIA A TUTTI I PARTNER EUROPEI”
“La caduta dell’Italia”. 
Si intitola così, senza mezzi termini, l’editoriale che apre la pagina dei commenti di oggi del Times di Londra.
E così come il Financial Times qualche giorno or sono, ora anche un altro tra i più autorevoli quotidiani britannici e d’Europa descrive una situazione sempre più allarmante per il nostro paese, con conseguenze pericolose per tutta l’eurozona, suggerendo una soluzione urgente: le dimissioni immediate di Silvio Berlusconi.
“L’Italia farebbe bene a disfarsi di Berlusconi”, comincia l’editoriale non firmato, dunque espressione della direzione del giornale.
“Non sono semplicemente delle sue avventure sessuali, dell’ombra della corruzione e della volgarità dei suoi commenti machisti, ad avere fatto perdere la pazienza ai suoi compatrioti. E’ la sua totale incapacità , dopo un totale di otto anni al potere, di riformare il corpo politico e mantenere le promesse. La sua incapacità di governare la terza maggiore economia d’Europa ha distrutto la sua credibilità politica e ora pone una minaccia esistenziale a tutti i partner dell’Italia nell’eurozona”.
Il Times ricorda i sorrisini di scherno scambiati tra la Merkel e Sarkozy al summit della Ue a proposito dell’impegno di Berlusconi per rimettere in ordine il suo paese: “Quegli sguardi dicono tutto. L’Europa non ne può più di questo pagliaccesco primo ministro, la cui irresponsabilità e codardia politica hanno aggravato l’attuale crisi”. l’Italia, prosegue l’articolo, è oggi di conseguenza “sull’orlo del disastro finanziario, e se l’Italia non può essere salvata, non ci sarà salvezza nemmeno per l’euro”.
L’editoriale afferma che, senza l’accordo dell’ultimo minuto con Bossi, Berlusconi si sarebbe dovuto dimettere, il presidente Napolitano avrebbe potuto assegnare un incarico a un governo tecnico ad interim in grado di apparovare le urgenti misure necessarie all’Italia e all’Europa.
Ma il compromesso tra Berlusconi e Bossi è la “soluzione peggiore”, continua il Times, perchè la Banca Centrale Europea, senza un calendario di riforme di austerità , non potrà acquistare i titoli di stato italiani nella quantità necessaria a evitare una bancarotta a causa del debito.
E gli italiani perderanno tempo con una elezione anticipata senza avere prima risolto i problemi più gravi.
“Tutto viene rinviato da un primo ministro spaventato dalla reazione degli elettori”, conclude il Times.
“Due mesi fa questo giornale avvertì che l’irresponsabilità di Berlusconi stava trasformando un problema locale in un disastro d’emergenza. Quel disastro ha ora avvolto l’Italia e i suoi vicini. Il miglior servizio che il primo ministro italiano potrebbe rendere adesso al proprio paese è dimettersi immediatamente”.
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
NEL PDL E’ PROCESSO A TREMONTI: IL DECRETO SVILUPPO NON BASTA, SONO RICHIESTE MISURE STRUTTURALI
Tre giorni per mettere sul tavolo idee credibili e scadenze definite, settantadue ore per fare un po’ d’ordine nella marea di proposte e controproposte su cosa fare per riportare l’Italia allo sviluppo.
Ora Bruxelles chiede risposte certe e fissa per questo mercoledì, data del prossimo vertice Eurozona, l’appuntamento al quale il governo Berlusconi dovrà presentarsi con un pacchetto ben definito di misure di risanamento e rilancio.
Un pacchetto appunto perchè, oltre al decreto Sviluppo che dovrebbe vedere la luce nelle prossime ore, i provvedimenti cui si pensa per risanare e rilanciare l’economia sono di natura varia.
Se ne parla ormai da mesi e le ipotesi sul piatto sono molte, ma il pressing esercitato nei confronti dell’Italia costringe il governo a passare rapidamente ai fatti.
Nelle dichiarazioni rilasciate ieri sera da Berlusconi le misure da adottare emergono con chiarezza: si va verso la vendita degli immobili di Stato, finalizzata a far cassa per raggiungere il pareggio di bilancio del 2013, e verso una nuova riforma delle pensioni.
I termini dell’intervento, d’altro canto, sono già stabiliti: scomparsa degli assegni di anzianità e allungamento dell’età pensionabile ai 67 anni, un tetto che – ha precisato il premier – dovrà valere per tutti i paesi europei.
Il forte richiamo dell’Europa da una parte, e la presa di coscienza che così fan tutti dall’altra, dovrebbero, secondo Berlusconi, aver ragione sulle resistenze della Lega. «Bossi capirà » ha detto
Oltre a queste due carte, le più pesanti fra quelle date ormai per certe – c’è poi il corollario di provvedimenti che dovranno fare da appoggio alla ripresa, come le cento agevolazioni alle imprese cui ha accennato lo stesso Berlusconi.
Ma in pista resta pure il progetto – targato Tremonti – di varare un piano di sviluppo per il Sud che sfrutti i fondi europei, e l’ipotesi di fare cassa vendendo, oltre agli immobili dello Stato, anche i terreni agricoli pubblici. Interventi di natura varia conditi con un elenco di liberalizzazioni e semplificazioni che dovrebbero togliere le briglie all’iniziativa imprenditoriale.
Un intricato e difficile puzzle i cui contorni dovrebbero essere definiti da Giulio Tremonti, se non fosse che la sua leadership è messa sempre più in discussione dalla stessa maggioranza.
Un problema nel problema: «Certo – ha ammesso il sottosegretario alla Difesa Crosetto – prima o poi si porrà il tema di un ministro che dice l’opposto per il 99,9 per cento rispetto a quello che sostengono gli eletti alla Camera e al Senato del partito che esprime».
Al di là delle tante e confuse idee sul rilancio, il grande quesito resta infatti lo stesso: si può fare sviluppo a costo zero come Tremonti vuole?
Sul tema la maggioranza si spacca.
Che le casse siano vuote lo ha ammesso anche Berlusconi e parte del decreto Sviluppo vero e proprio – fra sburocratizzazioni, pagelle on line e biglietti del tram elettronici – sarà a costo zero, come il ministro dell’Economia vuole.
Ma detto questo l’idea di recuperare risorse – oltre che dalla vendita dei gioiello di Stato e grazie ai risparmi previdenziali – anche da pacchetto di sconti fiscali è tutt’altro che tramontata.
Di condono vero e proprio non si parla, ma il concordato trova ogni giorno nuovi pareri favorevoli.
E’ al centro di un elenco di provvedimenti volti alla chiusura di contenziosi vari che secondo il Pdl potrebbe portare nelle casse dello Stato 10 miliardi di gettito.
Resta in piedi anche l’ipotesi patrimoniale e il progetto di un accordo con la Svizzera, che garantendo l’anonimato, consenta di praticare una tassazione una tantum sui depositi di cittadini italiani.
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Costume, economia, emergenza, governo, PdL | Commenta »