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FINI: “BERLUSCONI NON VUOLE LA PATRIMONIALE PERCHE’ COLPISCE LUI. NO AL CONDONO CHE PREMIA I FURBETTI, MAI PIU’ CON BERLUSCONI”

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA OSPITE DI FABIO FAZIO A “CHE TEMPO CHE FA”: “SUBITO IL DECRETO SVILUPPO, AUMENTARE L’ETA’ PENSIONABILE MA PER CREARE UN FONDO PER L’OCCUPAZIONE DEI GIOVANI, NON PER TAPPARE LE FALLE”…”LA CREDIBILITA’ DELL’ITALIA E’ PARI A ZERO”

«Berlusconi non vuole inserire la patrimoniale nel decreto sviluppo perchè colpisce senza dubbio lui e non, come dice, il suo elettorato che è fatto di impiegati, piccoli commercianti, gente comune».
Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, rispondendo alle domande di Fabio Fazio nel corso della trasmissione “Che tempo che fa”.
Per far ripartire la nostra economia, per Fini, occorre innanzitutto attuare il decreto sviluppo che, sottolinea «resta ancora un’araba fenice. Il decreto deve contenere elementi indispensabili quali appunto una patrimoniale, l’alzamento dell’età¡ pensionabile, ma non il condono perchè ha due difetti: è una una tantum e quindi non è un intervento strutturale e poi premia i furbetti. Spero che non si faccia anche se non è escluso che invece venga attuato».
Parlando dell’età  pensionabile ha detto: «Lavoriamo di più, portiamola a standard europei e poi quello che risparmiamo lo mettiamo unicamente nel futuro dei nostri ragazzi».
Se si dice, ha aggiunto, «a un padre o a una madre di lavorare un anno o due in più per fare un fondo per l’occupazione giovanile, allora è più facile che si facciano sacrifici».
Commentando l’attuale crisi economica, Fini ha sottolineato che «siamo in condizione di assoluto e drammatico pericolo».
Ha aggiunto che non crede «che l’Italia possa fallire, ma siamo vicini al baratro che significa recessione e siamo in una fase di stagnazione».
Fini ha spiegato che «di fatto c’è un direttorio franco-tedesco e bisogna chiedersi perchè il terzo grande paese come l’Italia sia fuori dalla porta ad aspettare che Sarkozy e Merkel si mettano d’accordo. La credibilità  dell’Italia è sotto zero».
«Temo che andremo a votare con questa legge elettorale che ha un difetto di fondo: l’elettore non sceglie il parlamentare, ma solo lo schieramento e il leader. Con il risultato che molti parlamentari sono insensibili a ciò che accade nella realtà », ha detto Fini.
Proprio una nuova legge elettorale sarebbe una delle prime cose che dovrebbe fare un nuovo governo: «Non penso a un ribaltone – ha detto – il Pdl ha tutto diritto di far parte della maggioranza di un nuovo governo con un nuovo presidente del Consiglio per fare 2-3 cose, non di più e chiedere alle altre forze politiche di sostenerlo. E tra queste c’è una legge elettorale che ridà  all’elettore la scelta del parlamentare”

Nicoletta Cottone

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I MARONIANI SI RITROVANO A BUGUGGIATE PER IL “PRANZO DEGLI ERETICI”

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

I DISSIDENTI DEL CARROCCIO, VICINI AL MINISTRO DEGLI INTERNI, SI SONO DATI APPUNTAMENTO SULLE RIVE DEL LAGO DI VARESE…ALLA RICERCA DI UNA STRATEGIA PER ROMPERE IL CERCHIO MAGICO STRETTO INTORNO A BOSSI

Un pranzo di eretici sulle rive del lago di Varese per contarsi e decidere una linea condivisa.
Circa duecento militanti del Carroccio di fede maroniani si sono trovati (a porte chiuse) per affrontare la difficile situazione interna al partito.
Quelle appena trascorse sono state settimane difficili per i leghisti, giorni in cui il livello dello scontro tra le varie fazioni ha raggiunto picchi prima inimmaginabili.
I mal di pancia esplosi lo scorso 9 ottobre dopo la nomina di Maurilio Canton, nuovo segretario provinciale di Varese imposto direttamente da Umberto Bossi, stanno contagiando anche altre province padane.
C’è stata un’accesissima riunione della circoscrizione di Dalmine (Bergamo) durante la quale lo stesso deputato maroniano Giacomo Stucchi (candidato come capogruppo alla Camera al posto del bossiano Marco Reguzzoni) avrebbe faticato non poco a tenere a bada la rabbia e la foga dei militanti, che hanno chiesto a gran voce di passare all’azione e rovesciare il gruppo di potere che sta controllando il partito.
Il clima, al pranzo di domenica, per chi conosce gli eventi e la liturgia leghista, è stato surreale.
Dentro e fuori dalla sala non c’era nessuna bandiera di partito.
Niente corna nè gadget.
Nella grande struttura dell’area feste di Buguggiate c’era un unico simbolo: la foto di Jim Morrison, appesa alla porta e incollata sul banchetto delle sottoscrizioni.
Diventata a simbolo degli eretici da quando Alessandro Vedani ha usato una frase del leader dei Doors davanti alla platea del congresso provinciale di due settimane fa: “È meglio alzare la testa e morire che vivere strisciando”. Vedani a Buguggiate è il padrone di casa.
È lui a riassumere i contenuti e il senso del pranzo maroniano: “È stata una giornata goliardica — ha detto — il pranzo degli eretici, dei nominati, una cosa simpatica. Sono stati fatti interventi concilianti, dicendo che in questo momento c’è bisogno di abbassare i toni e di fare blocco perchè prevalga la ragionevolezza”.
Vedani è poi tornato a battere il chiodo sul gruppo di potere che ruota attorno al Senatùr e che ne determinerebbe le decisioni. “C’è una lobby interna, una corrente, quella che fa capo al capogruppo alla Camera che oggettivamente racconta tutta una serie di cose che lasciano veramente esterrefatti, che non corrispondono alla realtà ”.
Il gruppo degli eretici ha poi rinnovato l’assoluta fiducia nel segretario federale, confidando che “la si smetta con questo clima di caccia alle streghe” perchè “oggi noi vogliamo abbassare i toni e non raccogliere provocazioni”. Le provocazioni, in effetti, non sono mancate e probabilmente non mancheranno anche nei prossimi mesi: “Reagire darebbe solo man forte a chi vuol far passare l’immagine di un gruppo di persone che vogliono male al Capo. E invece noi sosteniamo che chi sta intorno a Bossi non vuole il suo bene. Tutto lì, non vuole il suo bene e lo sovraespone, come ne ha sovraesposto i figli (di Umberto Bossi, ndr)”.
Insomma in discussione non è il Capo.
Ma Reguzzoni, Rosy Mauro, Manuela Marrone e gli uomini del fantomatico cerchio magico.
I maroniani vogliono scardinare questo assedio al Senatùr.
“È arrivato il tempo dell’azione contro l’arroganza — sostengono alcuni militanti ai tavoli del pranzo degli eretici — non ce la facciamo veramente più, è ora di andare a congresso”.
Perchè adesso, dopo la nomina dei segretari provinciali, tocca al regionale.
In Lombardia la carica è oggi affidata a Giancarlo Giorgetti.
Ma l’obiettivo del marchio magico è sostituirlo con qualcuno di più fedele al Capo e controllabile da Mauro e Reguzzoni.
Il congresso regionale potrebbe già  svolgersi ma via Bellerio rimanda la convocazione.
Oggi il rischio è troppo alto, in gioco c’è la tenuta del partito.
Ma le elezioni sono sempre più vicine e la Lega deve presentarsi unita. Almeno in apparenza.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TRA I COMPAGNI DI MERENDA DI SILVIO NON C’E’ SOLO LATITANTE LAVITOLA, MA ANCHE ANNA MARIA BERNINI

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

E’ MINISTRO PER LE POLITICHE COMUNITARIE DA QUATTRO MESI, MA A BRUXELLES SI E’ VISTA SOLO UNA VOLTA PER TRE ORE… IN COMPENSO NON MANCA MAI ALLA CAMERA QUANDO DEVE VOTARE IL VOTO DI FIDUCIA

Bruxelles: ministro per le politiche comunitarie non pervenuto.
O meglio, non pervenuta.
Anna Maria Bernini, il neo ministro con la delega agli affari che riguardano la comunità  europea, nominata lo scorso luglio dopo che il ministero era rimasto vacante per otto mesi, sarebbe un personaggio ancora totalmente sconosciuto dalle parti di Bruxelles.
A denunciarlo è l’europarlamentare del Partito democratico ed ex conduttore di punta del Tg1, David Sassoli.
“Dal 28 luglio, quando è stata nominata, questo ministro è venuto a Bruxelles un giorno, per tre ore. Invece — ha concluso l’europarlamentare — vedo che per l’ultimo voto di fiducia a Berlusconi non mancava”.
“Da quando ha assunto l’incarico — ha spiegato Sassoli a ilfattoquotidiano.it, a margine dell’evento — non si è nemmeno presentata, non ha mai incontrato gli europarlamentari italiani, nemmeno quelli del suo partito, il Pdl”.
L’unica occasione per il ministro Bernini di presentarsi nelle sedi europee di Bruxelles e Strasburgo sarebbe stato il 29 settembre scorso, in occasione del Consiglio Competitività , una delle nove formazioni del Consiglio dei ministri dell’Unione Europea. Nient’altro.
La latitanza sarebbe ancor più grave in un periodo in cui a Bruxelles si stanno decidendo i destini del nostro Paese.
“Prima di lei siamo stati in Europa otto mesi senza ministro. Ma dove deve vivere il nostro ministro delle politiche comunitarie in un momento in cui il nostro Paese è in così grave difficoltà ?”
La nomina a ministro della Bernini in effetti arrivava dopo otto mesi dalle dimissioni di Andrea Ronchi. Ronchi, a novembre dello scorso anno aveva lasciato l’incarico dopo la scissione di Gianfranco Fini (ora l’ex ministro è già  tornato all’ovile berlusconiano).
Fino a luglio, nonostante il ruolo chiave per i destini del Paese che riveste questo dipartimento (in passato guidato da Enrico Letta, Rocco Buttiglione, Emma Bonino), la poltrona di ministro era rimasta vuota.
Poi a luglio la nomina della avvocatessa e docente di diritto bolognese. “
Da quando è stata nominata — l’accusa di Sassoli- è stata una volta sola al consiglio ma mai al parlamento di Strasburgo o alla Commissione. Non la conosce nessuno”.
L’avvocato Anna Maria Bernini, classe 1965, è figlia d’arte.
Suo padre, Giorgio Bernini, è stato Ministro per il commercio estero nel primo governo Berlusconi del 1994.
La giovane avvocatessa bolognese ha percorso velocemente il cursus honorum all’interno del Pdl. Eletta alla Camera dei Deputati nel 2008, in quota Alleanza Nazionale, è entrata presto nelle attenzioni dei vertici del partito: giovane e preparata (è docente di diritto all’Università  di Bologna), la difesa del premier sempre pronta, nel 2010 è la candidata del Pdl a sfidare alle regionali dell’Emilia Romagna il presidente Pd Vasco Errani.
La candidata berlusconiana non arriva neppure al 40 % dei consensi, ma si ritaglia uno spazio sempre maggiore all’interno dell’estabilishment.
Anche perchè, al momento dell’addio di Fini, lei decide di restare fedele al Cavaliere.
E presto viene ricompensata.
Tuttavia, dal momento della sua nomina a luglio il suo nome è rimasto molto all’oscuro. “In queste settimane si prepara il bilancio europeo. Oggi la crisi è che europea — lamenta David Sassoli — lì sono i tavoli e lì si deve fare lobby nazionale. L’Europa ormai non è più politica estera, è politica interna, e quello che succede lì si ripercuote sui nostri bilanci nazionali”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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COMPRANO DEPUTATI E NESSUNO FIATA

Ottobre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

MERCATO PARLAMENTO: DI FRONTE ALLE DENUNCE CIRCOSTANZIATE DI TRE DEPUTATI, OGGETTO DELLE ATTENZIONI DI CORRUTTORI, LA PROCURA DELLE NEBBIE FA FINTA DI NULLA

La vera novità  è che della compravendita dei parlamentari non gliene frega niente a nessuno. Certo, lo sanno tutti che a tenere in piedi il governo Berlusconi sono quei due o tre voti di maggioranza acquistati grazie al mercatino controllato dal presidente del Consiglio.
Ma se non uno, ma tre deputati di Fli (gli onorevoli Di Biagio, Muro e Conte) interpellati dalla nostra Sandra Amurri denunciano di essere stati avvicinati dall’addetto alla bisogna Verdini che offriva “cinque cose” in cambio del loro voto, ci si aspetterebbe una qualche reazione da parte della magistratura e delle supreme istituzioni della Repubblica.
E invece niente, silenzio di tomba.
Bruno Tinti ci ha spiegato che se alcuni parlamentari passano dall’opposizione alla maggioranza, perchè gli sono stati promessi soldi o cariche pubbliche, “non ci piove, si tratta di corruzione, prigione da 2 a 5 anni”.
Visto che i diretti interessati hanno già  testimoniato con dovizia di particolari la ripetuta tentata corruzione, la domanda è: cosa aspetta la Procura di Roma a convocare gli onorevoli Di Biagio, Muro, Conte e, naturalmente, l’uomo dei cinque desideri per accertare l’esistenza di un reato gravissimo come la corruzione di pubblici ufficiali (i parlamentari lo sono).
Ma a piazzale Clodio tutto tace.
Quegli uffici un tempo erano chiamati il porto delle nebbie per la frequenza con cui i fascicoli più scottanti misteriosamente venivano insabbiati.
Adesso se ne dimenticano e basta, come è successo alla denuncia presentata da Di Pietro dopo il voto di fiducia del 14 dicembre (quello di Scilipoti, per intenderci).
Quanto alle più alte istituzioni , l’unico fremito registrato è il sorriso del presidente della Camera Fini nell’assistere lo scorso 19 ottobre all’aggressione verbale di Verdini che sotto i suoi occhi ha dato del “pezzo di merda” al collega Di Biagio colpevole di non aver mantenuto un silenzio omertoso sul mercatino.
Per il resto, dai più alti colli di Roma nessun monito, calma piatta.
Strano, non ci risulta che comprare i deputati sia previsto dalla Costituzione.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ECCO COME CATIA POLIDORI E’ PASSATA CON BERLUSCONI: QUANDO AMMETTEVA DI ESSERE CUGINA DEL PROPRIETARIO DI CEPU

Ottobre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO FLI PROIETTI COSIMI HA VISSUTO LA TRATTATIVA: CEPU E NOMINE, DICEVA “NON POSSO RESTARE A SECCO”

“Eravamo seduti uno accanto all’altro, io e i colleghi Daniele Toto e Giorgio Conte. Abbiamo ascoltato con le nostre orecchie la Polidori che telefonava ai suoi parenti con la voce rotta dall’ansia per quell’emendamento che avremmo votato e che di fatto avrebbe soppresso il riconoscimento di Cepu come università  online”.
Lo rivela il deputato di Futuro e Libertà  Francesco Proietti Cosimi consegnando al Fatto un’altra storia di bassa politica dell’era berlusconiana che stando alle dichiarazioni di giovedì del premier – “arriveremo fino al 2013” – continuerà  a correre sui binari della compravendita.
C’è solo da aspettare per scoprire se, dopo la cena di Berlusconi con Pannella, i prossimi “convinti” saranno i cinque radicali.
Catia Polidori, la deputata che nella grande pesca berlusconiana ha vinto i premi più ambiti – il 5 maggio quello da sottosegretario e il 15 ottobre quello da viceministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero – ha sempre detto che si trattava di un caso di omonimia e che non fosse parente del grande sponsor di Berlusconi fin dal 1994, Francesco Polidori, proprietario di Cepu (azienda che si propone di dare una laurea a tutti, con corsi ad hoc a distanza, a pagamento, naturalmente) con residenza a San Marino, dove ha ricevuto il titolo di “console a disposizione”.
Aggiungendo di non aver votato no all’emendamento anti-Cepu.
“Non è vero, l’abbiamo vista tutti mentre lo faceva”puntualizza l’on. Proietti”.
Laureata in scienze economiche, 43 anni, di Città  di Castello, imprenditrice, membro del Cda di diverse aziende, è considerata con Anna Maria Bernini (che l’ha anticipata nel salto dal trampolino con la rete di protezione diventando Ministro alle Politiche Comunitarie) una colomba del neo movimento finiano.
La Polidori il 14 dicembre – nonostante avesse assicurato il 10 novembre e il 2 dicembre che “la notizia che avrei perplessità  circa il da farsi rispetto alla mozione di sfiducia al governo è del tutto destituita di fondamento” – ha “salvato” il premier varcando in un baleno la soglia del governo.
Scelta che ha trasformato l’aula in un parapiglia costringendo il presidente Fini a sospendere la seduta. Torniamo a quel 9 dicembre.
All’ordine del giorno c’è il ddl Gelmini che ha tagliato i fondi per le scuole e le Università  pubbliche.
Il gruppo dei finiani dichiara che voterà  a favore dell’emendamento – presentato dall’opposizione – contro il riconoscimento di Cepu come università  online. Invece l’emendamento viene respinto, anche grazie ai voti di Fli.
“Siamo stati costretti a cambiare idea per impedire che la Polidori passasse con Berlusconi” rivela Proietti. “Eravamo alla vigilia della fiducia del 14. La posta in gioco era ridare ossigeno al governo. Non ce la siamo sentita di rischiare la dipartita della Polidori che avrebbe potuto avere un effetto domino vista la virulenza della campagna acquisti messa in atto. Cepu è di suo cugino, ce lo ha detto lei. Era disperata, non sapeva come giustificarsi di fronte ai parenti… Si agitava, piangeva, telefonava rassicurandoli che Fli avrebbe votato con la maggioranza, poi riagganciava e ci diceva: ‘È la mia famiglia, se mi obbligate a votare contro me ne vado’”.
Ne è certo? La Polidori al Corriere dell’Umbria ha dichiarato di non avere alcun legame di parentela e di non aver votato quell’emendamento…
“Sì, sono certo – assicura Proietti – Ho vissuto ogni attimo di quella vergognosa giornata e non ero solo, c’erano anche i colleghi Conte e Toto. Sì, siamo stati costretti, abbiamo dovuto farlo perchè per noi la priorità  era staccare la spina al governo”.
E lei con una fava ha preso due piccioni.
“Esattamente. La Polidori è stata la sola ad avere incassato due volte: da Fli e dalla Pdl”.
Anche l’onorevole Giorgio Conte conferma quanto raccontato dal collega Proietti: “Io ero il suo compagno di banco. Un giorno la Polidori mi ha detto: ‘Sono rimasta qui e ho fatto una scelta contro i miei interessi, invece lei – guardando la Bernini – chissà  quante prebende otterrà . E io che porto a casa? Niente’. Come si fa ad opporre valori e ideali ad una idea della politica personalistica e utilitaristica, in poche parole berlusconiana?”.
Per molto meno in un qualsiasi altro Stato sarebbe scoppiata la rivolta morale.
Mentre parlamentari che passano da un banco all’altro come fossero zucchine o limoni in un mercato altro non sono che la normalità  di un Paese irrimediabilmente malato.

Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PANNELLA STAVOLTA NON DIGIUNA: VA A CENA CON BERLUSCONI

Ottobre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

IL LEADER RADICALE: “IL PD E’ SORDO”…RABBIA SUL WEB: “SIETE DEGLI OPPORTUNISTI, VOLETE SOLO I SOLDI PER RADIO RADICALE”

“Berlusconi ci ascolta. Bersani no. Per questo siamo andati a cena con il Cavaliere”. La sintesi dell’incontro tra il presidente del Consiglio e una delegazione radicale guidata dallo storico leader Marco Pannella sta tutta qui.
E così, dopo essersi smarcata dal centrosinistra in occasione dell’ultimo voto di fiducia,   la pattuglia radicale torna a far parlare di sè.
Tema della discussione, spiega Pannella sul sito dei Radicali, “la riforma americana della legge elettorale e del tipo di Stato; sopratutto di giustizia, amnistia, indulto”. Tutte cose di cui Panella avrebbe voluto parlare con il Pd.
Senza esito, assicura.
“In tutto siamo riusciti a parlare nella sede pubblica del PD due volte! Una volta con la segreteria Franceschini e l’altra con l’attuale segretario. E basta!”.
Orecchie attente, invece, quelle del Cavaliere. “Da lui abbiamo trovato ascolto da parte di Berlusconi”.
Poi Pannella, cacciato dal corteo del 15 ottobre 2, ironizza sulla questione di Radio Radicale i cui finanziamenti sono bloccati, sul tavolo del governo.
Ragion per cui l’atteggiamento dei radicali in occasione del voto di fiducia aveva alimentato”sospetti” di scambio.
Panella ci scherza sopra: “Abbiamo trattato molto, però non vi posso dire quanto! Gli ho chiesto, vi assicuro, almeno 10 volte quello che si dice Berlusconi abbia dato a Lavitola”.
Che riserva un’ultima stoccata al Pd: “Vogliono il governo con Maroni, Casini, Alfano, Bersani (Di Pietro è un auspicio). La legge elettorale è quella che poi vogliono loro, che sia però accettata da Casini, dalla Lega Nord ecc”.
E però dubbi e sospetti per il pacchetto dei sei voti alla Camera che, con il governo sul filo contano eccome, sorgono.
La mossa radicale, infatti, divide anche i simpatizzanti.
Basta scorrere i commenti sul sito del partito. “Naturalmente si capisce molto poco lo sproloquio di Pannella, se non che mena il can per l’aia per giustificare la sua disponibilità  a farsi comprare. ll centrosinistra si libererebbe di un fastidioso moscone che gli ronza nelle orecchie. Per dirla meglio si toglierebbe di torno un rompicoglione scaricandolo (ma sembra sperare troppo) al Berlusca e alla Lega (figuriamoci che affinità  elettive!)” taglia corto Michele .
“Ci prendono proprio per scemi questi qui. Prima l’astensione, poi il numero legale, ora l’incontro con Berlusconi. Pannella & Co. ci danno la loro avvicinamento alla maggioranza pezzo per volta. Il catapiduista catacraxiano di regime, per Pannella, “un Presidente del Consiglio che ascolta”.
Ah sì? Che bel complimento. Indovinate la prossima mossa di Pannella.
Non bisogna essere particolarmente brillanti” si legge in un altro commento. “Questo tipo di politica radicale si può riassumere con “Todo modo….” , motto che sarebbe meglio lasciare a Gesuiti e a prostituti/e” scrive Mario Previtera.
Rincara la dose Corrado Gianfigliazzi: “Che miopia caro Pannella! Da Berlusconi non otterrai niente di più che il finanziamento di radio Radicale e la promessa (vana) di riforma della giustizia”.
Avanti così. “Siete andati a parlare con il capo di un partito che ha riempito le carceri di poveri cristi clandestini, ruba galline fino a farle scoppiare per una politica di orco con i deboli e molto lassista con i grandi malfattori. Siete andati a parlare con chi non vuole dare i soldi a Radio Radicale (a differenza di quelli del Pd che hanno sottoscritto la vostra petizione in Parlamento). Siete andati a parlare con il capo di un partito che sta cercando di far passare leggi come il biotestamento, che in Lombardia ha azzerato la possibilità  della scelta di abortire perchè non ci sono più medici che lo praticano, pena la carriera ospedaliera. Siete andati a parlare con il capo di una coalizione che ha fatto le leggi più illiberali e lobbistiche da sessant’anni ad oggi. Ma niente, niente in vecchiaia Pannella pensa di essere diventato Gesù Cristo che muta i sassi in pesci e pane? La gente non aveva capito niente, era disinformata, ignorante, offensiva. Mi sa tanto che la gente aveva capito benissimo, senza tanti discorsi astrusi e strampalati, lo ha sentito con il cuore: quell’entrata in Parlamento prima dell’opposizione era un messaggio ben chiaro ed è stato recepito chiaramente! Vincere delle battaglie anche per grandi ideali con mezzucci fa tanto Macchiavelli che non si può proprio dire sia il padre della miglior politica!” ci si indigna.
Furioso Alessandro Fabi: “Oggi essere Radicali è una vergogna, un marchio indelebile nella coscienza, un opportunismo di campo: si và  da chi paga meglio. Alla cena avete parlato di prezzo? La cifra è sempre la stessa, quella di una marchetta… a testa naturalmente!
Mentre Diego da Firenze accusa Pannella di cercare solo pubblicità : “Quando avrà  finito di pavoneggiarsi provi anche a guardare alla situazione dell’italia ed a pensare se le soluzioni al disastro di questo paese si possono trovare a palazzo Grazioli oppure organizzando una vera opposizione liberale. Se sia possibile pensare che questo paese eviti il disastro dialogando con chi questo disastro non ha fatto niente per evitare, oppure radunando le persone che hanno la possibilità  di ridare una speranza a questa nazione che si avvia verso il baratro. Provi a pensarci Pannella..”
“Sono semplicemente disgustata e provo orrore verso un partito che ha sempre fatto dell’integrità  morale la sua bandiera per poi vendersi (e non è cosa nuova per chi ha memoria) al primo venuto che offre la giusta bustarella” commenta Hanahar.   “Venduti voltagabbana. Ora sì che arriverà  al 2013. E continueremo ad essere lo zimbello del mondo. Grazie Pannella grazie!!!! Poi si lamenta di sputi e spintoni” sbotta Giandi Aca.
Ma c’è anche chi difende la scelta di Pannella.
“Esprimo la mia solidarietà  a Pannella protagonista da sempre di battaglie civili vinte ed in corso che hanno impedito a questo paese di fare la fine di paesi sottomessi da dittature politiche e teocratiche” scrive Luca Merlino.
E chi prima fa professione di realismo politico (“La politica è trattativa quindi ovvio che si tratti con tutti) ma poi ammette: “Berlusconi purtroppo ha sempre utilizzato i radicali e Marco come strumento di verifica delle sue idee e guerre di movimento utilizza Marco Pannella come una delle sue fonti di ispirazione ma purtroppo tutto ciò che assimila poi esce trasfigurato in azioni politicamente oscene”.

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MAGGIORANZA IN FIBRILLAZIONE, VERDINI E BERLUSCONI PRESIDIANO IL MERCATO MONTECITORIO

Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile

SENZA COMPRAVENDITA IL GOVERNO SAREBBE GIA’ CADUTO… I POTENZIALI “TRADITORI” SONO GUARDATI A VISTA: ORA TOCCA A MAZZUCA… AL MOMENTO GIUSTO SAREBBERO MOLTI I DEPUTATI DESTINATI A TRAGHETTARE VERSO IL POLO

Stanno in piedi per miracolo. E grazie ai saldi di fine legislatura.
Il governo regge l’anima con i denti, ma anche quando l’interesse della maggioranza è prioritario, in aula alla Camera entrano solo se proprio non ne possono fare a meno.
Così, mentre ieri lo spread volava a 400 punti e il governo appariva sempre più impantanato sul ddl Sviluppo, alla Camera andava in scena l’ennesima dèbà¢cle della maggioranza, con il provvedimento sulla libertà  d’impresa (modifica dell’articolo 41 della Costituzione , a firma Calderoli) che è stato accantonato per mancanza di numero legale.
Certo, un nubifragio aveva allagato la Capitale, ma anche i pochi presenti sul “posto di lavoro” preferivano i divani del Transatlantico alla noia dello scranno.
Ormai tutto sembra immobile.
E, invece, si muove eccome, ma sottotraccia.
Le fibrillazioni interne e il terrore, dipinto da settimane negli occhi della gendarmeria berlusconiana, di non riuscire a comprare in tempo il prossimo malpancista e di finire a gambe per aria su una sciocchezza e casomai per un voto solo, hanno convinto Berlusconi a presidiare di persona il territorio.
E così, nella sala Colletti del governo a Montecitorio, proprio a un passo dall’aula, Denis Verdini quotidianamente aggiorna il Cavaliere sulle onde e sui marosi che sconvolgono una maggioranza allo sfascio.
Ieri, poi, all’elenco di proscrizione dei possibili “traditori” si è aggiunto un altro nome, quello di Giancarlo Mazzuca.
Da tempo l’ex direttore del Quotidiano Nazionale mostra insofferenza, si accompagna sereno a chi ha già  da tempo fatto una scelta di campo (Versace) e viene guardato con sospetto per i suoi contatti con uomini vicini a Casini (Galletti dell’Udc).
Verdini, a quanto pare, lo ha già  avvicinato, come ha fatto con Giustina Destro e Fabio Gava che, infatti, negano pubblicamente di aver voglia di uscire dal Pdl, ma il fuoco che cova sotto la cenere è tutto legato alla possibile formazione di un nuovo gruppo parlamentare autonomo; nel momento in cui ci saranno i numeri, tutti i “ribelli” usciranno allo scoperto.
E se non saranno abbastanza (si dice che anche in zona Miccichè e Forza Sud il lavoro in questo senso sia effervescente) potrebbero anche chiedere appoggio al Terzo polo, con una scelta politica di campo a quel punto molto chiara.
Per questo Berlusconi vigila. E Verdini è pronto ad accorrere.
Al momento si guarda con ansia, per esempio, ai numeri di maggioranza all’interno di tre commissioni chiave.
Se la Destro e Gava, alla fine, facessero davvero il “gran rifiuto”, la commissione Attività  produttive, dove dovrebbe transitare il prossimo (forse) ddl Sviluppo, passerebbe all’opposizione, così come la delicata Giunta per le autorizzazioni a procedere dove lo stesso Gava è scomodo ago della bilancia.
E in arrivo ci sono provvedimenti come la richiesta di scarcerazione per Alfonso Papa e l’uso dei suoi tabulati telefonici.
Oppure il via alla lettura di quelli del ministro Romano, chiesto dal pm Morosini di Palermo.
Per non parlare, poi, della Vigilanza Rai, dove l’uscita di Sardelli ha messo le forze in campo in piena parità  (20 a 20) e a questo punto se anche Mazzuca decidesse di seguire la sirena Casini, la maggioranza perderebbe anche quella.
Segni di sfaldamento che avanzano e che danno l’idea di una decadenza che, però, non trova il modo di sfociare in una crisi.
Alle viste, infatti, non c’è la discussione di un provvedimento che possa essere considerato “pericoloso” per la tenuta della maggioranza.
Forse solo il ddl intercettazioni, se decidessero di farlo tornare in aula a breve, altrimenti si dovrà  aspettare l’arrivo proprio del ddl Sviluppo.
Che, però, è ancora da scrivere.
Così, in un clima di caos calmo, Berlusconi guarda alle elezioni, straparlando su cosa farà  per rivincerle ancora.
Come cambiare nome al partito “perchè Pdl non comunica più niente, non emoziona, non commuove”, ma intanto avanti “fino a dicembre, che da gennaio, quando le elezioni anticipate non saranno più un rischio, faremo le cose che vogliamo e ci presenteremo al Paese con straordinarie riforme” .
Quindi, sull’onda della sua endemica volgarità  ha ricordato di essere stato “accusato di tutto, tranne che di essere gay”.
Ma sarebbe meglio non mettere mai limiti alla Provvidenza.

Sara Nicoli
(“da “Il Fatto Quotidiano“)

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UN NUOVO PENTITO ACCUSA IL MINISTRO SAVERIO ROMANO: “LO CONOSCO BENE, IL PADRINO CI HA ORDINATO DI FARLO ELEGGERE IN PARLAMENTO”

Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile

PER LA PROCURA DI PALERMO “ROMANO SI E’ MESSO A DISPOSIZIONE PER AIUTARE COSA NOSTRA INTASCANDO 500.000 EURO”

Bernardo Provenzano è uno che sulla politica ha sempre avuto la vista lunga, scegliendo i giovani su cui puntare, quelli destinati ad andare lontano.
E la sua attenzione sarebbe stata catturata da un rampollo democristiano, un ragazzo sveglio che non disdegnava i contatti con gli amici degli amici.
E’ così che secondo i nuovi verbali raccolti dagli investigatori il padrino corleonese nel 2001 avrebbe investito sulla carriera di un parlamentare particolarmente promettente: Saverio Romano.
Una nuova accusa contro l’onorevole che nello scorso dicembre ha lasciato l’Udc garantendo la sopravvivenza del governo di Silvio Berlusconi e ottenendo poi la poltrona di ministro dell’Agricoltura.
Pochi giorni fa, le prime intercettazioni trasmesse dalla procura di Palermo alla Camera hanno spinto Gianfranco Fini a chiederne le dimissioni, innescando uno scontro con il segretario del Pdl Angelino Alfano.
Ma adesso “l’Espresso” è in grado di rivelare tutti gli elementi raccolti dagli investigatori nei confronti dell’esponente siciliano dei Responsabili.
A partire dalle dichiarazioni inedite di un collaboratore di giustizia considerato di primo piano dagli inquirenti: Giacomo Greco.
Non è un mafioso qualsiasi, perchè arriva da una famiglia che per decenni è stata al fianco di Provenzano.
E conosce Romano da sempre perchè sono cresciuti nello stesso paese, a Belmonte Mezzagno, piccolo centro a 24 chilometri da Palermo, con una forte presenza mafiosa. Nel 1997 i carabinieri li fermarono insieme durante un controllo di ruotine: con loro c’era un’altra persona, poi assassinata.
Ma soprattutto il pentito è il genero del boss Ciccio Pastoia che per decenni curò gli interessi economici e la latitanza del vecchio padrino di Corleone.
Nel 2004 Pastoia fu intercettato da una microspia mentre confidava i segreti del sistema di potere di Provenzano, svelando mandanti ed esecutori di diversi omicidi. Fu arrestato e in carcere si suicidò per avere disonorato la sua famiglia.
Ma i mafiosi non giudicarono la sua morte sufficiente a lavare l’onta: bruciarono il loculo con la sua bara
Oggi i verbali di Greco sull’appoggio di Provenzano per il futuro ministro sono importanti perchè confermano il contesto delle altre accuse, quelle per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione “aggravata dall’avere avvantaggiato” Cosa nostra.
Due procedimenti distinti, per i quali il parlamentare era già  indagato prima della nomina a ministro. Le ipotesi di reato sono gravissime.
Il parlamentare avrebbe incassato tangenti per circa 500 mila euro per favorire una società  in cui avevano interessi Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano.
E per questo motivo gli inquirenti ritengono che Romano facesse parte di un “comitato d’affari” dove si “collegano le condotte di imprenditori spregiudicati, liberi professionisti a libro paga, amministratori corrotti, politici senza scrupoli votati ad una “raccolta del consenso” senza regole”.
Ma la storia, stando al racconto di Giacomo Greco ai pm di Palermo, comincia con le elezioni del 2001, quando la famiglia dei Mandalà  di Villabate, che gestiva la latitanza di Provenzano, e quella di Ciccio Pastoia “si interessarono per far votare Saverio Romano”.
Il pentito spiega che all’epoca venne a conoscenza di queste direttive dei boss “perchè direttamente informato da Ciccio Pastoia e dai suoi figli”.
Mafia e politica si intrecciano ancora una volta: dieci anni fa, secondo Greco, c’era la “necessità ” di portare Saverio Romano in Parlamento. Per farlo eleggere tutto il clan si sarebbe mobilitato.
Evitando passi falsi: per non “bruciare” il candidato, Ciccio Pastoia evitò di farsi vedere in pubblico insieme a Romano, ma come rivela il pentito, i due si conoscevano bene e l’uomo di fiducia di Provenzano teneva i suoi rapporti con il futuro ministro attraverso Nicola Mandalà , il mafioso che per due volte accompagnò Provenzano in una clinica a Marsiglia.
“Sia Ciccio Pastoia che i suoi figli Giovanni e Pietro affermarono che su Romano c’era anche l’interesse dello “zio” e cioè di Bernardo Provenzano”, spiega il collaboratore di giustizia. Ma nel 2003 le cose cambiano.
I carabinieri del Ros cominciano a concentrarsi su Belmonte Mezzagno, piazzando microspie e telecamere nascoste: lo stesso Romano finisce sotto inchiesta assieme a Totò Cuffaro.
E i boss sostengono di venire delusi da lui, perchè non mantiene più le promesse.
“Nel 2004 Ciccio Pastoia mi incaricò di organizzare ed eseguire un attentato incendiario in danno dell’abitazione del padre dell’onorevole Romano.
Mi disse che Nicola Mandalà  ce l’aveva con Romano perchè non aveva mantenuto gli impegni precedentemente assunti”.
L’intimidazione non venne portata a termine perchè il controspionaggio dei mafiosi, come spiega Greco, aveva individuato le indagini segrete del Ros: c’era il rischio di finire nel mirino delle telecamere piazzate nel paese.
Giacomo Greco è il quarto pentito a parlare del ministro, dopo Francesco Campanella, Angelo Siino e Stefano Lo Verso.
E anche le sue deposizioni hanno pesato nella decisione dei pm di Palermo di cambiare linea nei confronti di Romano.
Nei mesi scorsi la procura aveva chiesto per due volte l’archiviazione delle accuse di mafia, pur sostenendo la “contiguità ” del ministro con gli ambienti mafiosi. Il gip ha respinto e alla fine ha imposto l’imputazione.
E oggi i pubblici ministeri sono convinti che il parlamentare abbia “consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra, mettendo a disposizione il proprio ruolo così contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell’organizzazione, tendente all’acquisizione di poteri di influenza sull’operato di organismi politici e amministrativi”.
Quanto alla corruzione, secondo i pm le prove sono in 25 conversazioni registrate dai carabinieri di Monreale tra luglio 2003 e settembre 2004.
Al centro c’è il Gruppo Gas, una holding energetica “made in Corleone” controllata da Provenzano e Ciancimino.
Le intercettazioni sono state inoltrate dal gip Piergiorgio Morosini alla Camera con la richiesta di utilizzazione.
I consulenti della procura (Elio Collovà  e Salvo Marino) hanno evidenziato in una relazione consegnata ai pm “l’importanza dell’appoggio offerto dai politici al Gruppo Gas nel “controllo occulto” delle procedure relative alla installazione degli impianti di metanizzazione in diversi comuni della Sicilia; procedure connotate da gravi irregolarità  amministrativo-contabili funzionali all’aggiudicazione “preferenziale” dei lavori”.
Il collegamento fra Romano e la società  di Ciancimino-Provenzano è rappresentato dal professore Gianni Lapis, indicato come l’uomo di fiducia di “don” Vito Ciancimino e la mente economico-politica del figlio Massimo Ciancimino.
Lapis è stato condannato in Cassazione per tentata estorsione mentre ha ottenuto la prescrizione per avere fatto da prestanome a Ciancimino.
Dalle conversazioni di Romano depositate alla Camera emerge il collegamento fra Lapis, il gruppo dell’Udc in Sicilia e le somme che avrebbe incassato.
Un pagamento che mette l’attuale ministro “a disposizione” del clan Ciancimino.
Ai politici Ciancimino versò in un solo anno un milione 330 mila euro.
Gli investigatori sottolineano che è “emblematico” quanto accadde il 3 divembre 2003 quando Lapis chiamò Romano che si trovava nell’aula del Parlamento per chiedergli due favori: inserire un emendamento nella legge finanziaria e ottenere un’udienza al ministero delle Attività  produttive, “con l’intima consapevolezza che Romano non avrebbe potuto negarglieli, vista la somma di denaro che attendeva da Lapis”.
Per poter agevolmente acquistare metano dalla Russia e essere autorizzato a rivenderlo in Italia, Lapis aveva la necessità  che fosse presentato un emendamento alla Finanziaria.
Le intercettazioni rivelano che il professore dopo aver assicurato Romano che il giorno dopo si sarebbero visti “per definire la transazione economica promessa”, gli chiede di intervenire in modo da far integrare l’emendamento a proprio vantaggio.
E Romano “si mise immediatamente a disposizione”, invitandolo a inviargli un fax con la stesura del testo da presentare.
Gli investigatori evidenziano che “due giorni dopo la vendita del gruppo Gas che permise al professore Lapis di avere una disponibilità  economica di circa 20 milioni di euro, i politici dell’Udc (oltre a Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola) si sono prodigati per agevolare Lapis”.
Per questo motivo il giudice sostiene che Romano farebbe parte di un “comitato d’affari”:
“I politici gestiscono il flusso della spesa pubblica e le autorizzazioni amministrative; gli imprenditori si occupano della gestione dell’accesso al mercato; i mafiosi riciclano capitali, partecipano agli affari e mettono a disposizione la forza materiale per rimuovere gli ostacoli che non è possibile rimuovere con metodi legali”.
Al ministro viene contestato che “nello svolgimento delle sue funzioni pubbliche si sarebbe messo al servizio degli interessi” delle holding di Ciancimino-Provenzano.
Per i favori concessi Romano avrebbe ricevuto in tre tranche somme in contanti per circa 500 mila euro.
Le conversazioni telefoniche evidenziano un “rapporto di stabile disponibilità ” del ministro in favore della società  energetica che stava a cuore a Provenzano.
Per l’uomo dell’Udc e oggi leader dei Responsabili, il professore Lapis era diventato una fonte di approvigionamento dal quale non avrebbe voluto più staccarsi.
Tanto che dopo il terzo versamento in contanti, Romano continua a chiamare Lapis, da come emerge dalle intercettazioni depositate alla Camera. Il 22 marzo 2004 il deputato telefona per la terza volta, nell’arco di poche ore. Lapis risponde un po’ infastidito e gli dice di non avere novità  e che presto gli avrebbe fatto sapere.
“Non abbiamo novità  per quelle cose… perchè io non ci sono stato e debbo provvedere ancora, va bene?”.
Romano risponde:”Mi fai sapere tu allora”.
Lapis chiude la telefonata, annuisce, ma non si ribella.
Perchè pagando Romano gli si erano aperte molte porte.

Lirio Abbate
(da “L’Espresso“)

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CARABINIERI, PROTESTA SENZA PRECEDENTI: ” BASTA BELLE PAROLE E RINGRAZIAMENTI IPOCRITI”

Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile

IL COCER: “SIAMO STANCHI DI SUBIRE LE IMPOSIZIONI DI UN GOVERNO CHE CONTINUA A PENALIZZARCI ECONOMICAMENTE PER GIUSTIFICARE I PROPRI SPRECHI”… CI VOLEVA IL GOVERNO PATACCA FORZA-LEGHISTA PER SPUTTANARE LA VERA DESTRA SOCIALE ANCHE CON LE FORZE DELL’ORDINE

Tagli e botte in piazza: dopo la protesta di piazza dei poliziotti alla quale s’erano associati i militari dell’esercito, arriva quella, a sorpresa, dei carabinieri, che in un comunicato del Cocer attaccano la casta, il governo e il premier.
Non era mai successo a un esecutivo di suscitare la contemporanea protesta di polizia, carabinieri ed esercito per i tagli a sicurezza e difesa.
Anche l’Arma ora non ci sta più, i militari sono “stufi”.
Rompono il loro consueto silenzio.
E, soprattutto, la tradizione che li vuole non solo nei secoli fedeli, ma sempre rispettosi soprattutto nei toni nei confronti del governo che, di recente, li ha elevati a rango di quarta Forza Armata.
Va detto che l’Arma dipende un po’ dalla Difesa (polizia militare), un po’ dall’Interno (ordine pubblico), un po’ dalla Salute (Nas), un po’ dall’Ambiente (Noe), un po’ dai Beni culturali (Nucleo patrimonio artistico), un po’ da Palazzo Chigi.
Senza contare che dai loro ranghi proviene uno dei tre direttori dei servizi segreti, il generale Giorgio Piccirillo (Aisi).
Ma il combinato disposto dei tagli alle risorse della sicurezza e del lavoro massacrante al quale sono stati sottoposti a Roma sabato scorso, li ha esasperati.
La preoccupazione per la manifestazione No-Tav di domenica in Val di Susa (“auspichiamo – dicono – che sia garantita “in primis” l’incolumità  del personale in divisa”), ha fatto esplodere tutta la loro rabbia finora compressa nelle caserme.
E hanno deciso di uscire allo scoperto per “urlare”, per usare le parole di un alto ufficiale dell’Arma, il loro “grido di allarme”.
I militari, si sa, non hanno facoltà  di esprimere dissenso, nè, tantomeno, di protestare pubblicamente.
Questo compito è demandato dunque al loro unico organo di rappresentanza, il Cocer, una sorta di sindacato democraticamente eletto.
È questo organo di rappresentanza a esprimere “umore e preoccupazione” per quanto sta avvenendo.
Lo fa, forse per la prima volta nella storia dell’Arma, con un linguaggio forte e con toni antipolitici e antigovernativi stile sindacati di polizia, forse anche per appagare in qualche modo la protesta che proviene dal basso da una base di carabinieri e sottufficiali che non sono più disposti a incassare botte “per sette euro all’ora”.
“Il governo – accusa il Cocer carabinieri in polemica, senza però mai citarlo, con il ministro della Difesa Ignazio La Russa – taglia sulla sicurezza, ma non si dimentica di finanziare la festa delle Forze Armate del prossimo 4 novembre”.
“È questo – continua – un governo impegnato a salvaguardare l’apparenza più che la sostanza: si sa, le foto ricordo durante queste manifestazioni possono valere più di cento parole, facendo percepire agli ignari cittadini una vicinanza al comparto sicurezza e difesa, di fatto inesistente! Con i tagli alle spese dell’ordine e sicurezza pubblica, il governo ha infatti dimostrato tutti i limiti della sua azione”.
Ecco il j’accuse alla casta.
“Alla nostra classe politica – sostiene la rappresentaza militare – non interessa che durante questi servizi il Carabiniere il più delle volte non mangi, oppure lavori dodici ore continuative senza percepire straordinario e in condizioni a dir poco aberranti come ampiamente hanno dimostrato le immagini dei violenti scontri di piazza. A loro interessa solo tagliare le spese per questi servizi. Siamo nel pieno ciclone alimentato da una classe politica che pensa più che a salvaguardare, ad aumentare i propri privilegi”.
“Ci chiediamo – è l’affondo rivolto polemicamente in questo caso al ministro dell’Economia Giulio Tremonti – quali spese verranno tolte dal bilancio statale, visto che siamo già  altamente maltrattati”.
Ed ecco l’attacco frontale al governo. “I Carabinieri sono stanchi di sottacere e di subire le imposizioni di un governo che continua imperterrito a penalizzarli economicamente per giustificare i propri sprechi (auto blu con scorta, autisti/maggiordomi, segretari, vigilanze) e che continua a chieder loro sacrifici economici”.
“Oggi – continua la protesta – abbiamo un dato di fatto oggettivo: la sicurezza per l’italiano è gravemente compromessa. Garantire sicurezza, per i Carabinieri vuol dire lavorare gratis, per i nostri amabili parlamentari vuol dire aumento di servizi di esclusiva utilità  gratuiti perchè pagati con i sacrifici dei cittadini tutti e con i tagli ai servitori dello Stato garanti dell’ordine e della sicurezza pubblica”.
Ce n’è anche per il premier: “Qualcuno – attacca il Cocer – spieghi al presidente del Consiglio il significato dei sacrifici che il Carabiniere fa per garantire la giustizia sociale ed i diritti del cittadino. I Carabinieri rimandano al governo le belle parole ed i ringraziamenti ipocriti”.
Il malessere serpeggia fra le forze dell’ordine.
Martedì i sindacati di polizia di tutto l’arco costituzionale hanno protestato in piazza contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni che riferiva al Senato sulla guerriglia di sabato.
Nella stessa giornata il Cocer Esercito solidarizzava (anche questo, senza quasi precendenti), con la manifestazione dei poliziotti.
“I tagli all’Esercito – denuncia il suo Cocer – la componente più impegnata nelle missioni all’estero, incidono sulla protezione e sulla sicurezza del personale. E stanno facendo vertiginosamente decadere la qualità  della vita nelle caserme”.

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