Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
NELLA LEGGE DI STABILITA’ CHE BISOGNERA’ APPROVARE PRIMA DELLA SUA DIPARTITA VERRANNO INSERITE NORME AD PERSONAM E MISURE
Avviso ai naviganti. Non è ancora finita.
Prima che Silvio Berlusconi se ne vada ne vedremo delle belle. Anzi delle brutte.
Il premier, raccontano i suoi, si sta preparando al colpo di coda.
Da assestare alla prima occasione.
Che, in questo caso, si chiama legge di stabilità . È in quella legge, destinata in teoria a soddisfare i mercati, che i suoi uomini tenteranno di inserire un pezzo della buonuscita del Cavaliere.
Il capo del governo, del resto, è stato chiaro.
Le dimissioni scatteranno solo dopo l’approvazione della nuova manovra, nella quale verrà aggiunto al Senato un maxi-emendamento contenente parte delle misure riportate nella sua lettera d’intenti inviata la scorsa settimana in Europa.
Interventi che, proprio dopo il voto alla Camera, il commissario europeo agli affari economici Olli Rehn ha giudicato “insufficienti”.
Ora il punto è che nessuno conosce il contenuto del maxi-emendamento. Mentre si conoscono (e bene) alcune bozze dei lavori preparativi al Consiglio dei ministri del 24 ottobre che avrebbe dovuto licenziare il decreto sviluppo.
Qualcuno se le ricorderà : s’introduceva una legge ad personam post mortem per favorire i figli di primo letto del Cavaliere dopo la dipartita del loro illustre genitore, si parlava di condoni, di militarizzazione della Val Susa.
E quello era solo l’antipasto.
Perchè se si pensa ai conti dello Stato con un certo disagio viene in mente che con (inesistenti) ragioni economiche sono state in passato motivate dal Pdl pure le norme sulla prescrizione breve e quelle sulle intercettazioni.
Insomma il dibattito al Senato sarà l’occasione giusta per provare a far passare molto di ciò che davvero interessa a Berlusconi, assieme a norme draconiane sul mercato del lavoro e, probabilmente, le pensioni.
Una medicina amarissima che il futuro ex presidente del Consiglio vuole fare trangugiare a tutti in un colpo solo.
Contando sulla spinta di uno spread sempre più alle stelle, sulle richieste dell’Unione Europea e sulle opposizioni costrette già oggi, e a scatola chiusa, a promettere che la legge di stabilità verrà votata celermente.
Allora e solo allora, si potrà capire se andremo a elezioni o se nascerà un nuovo governo.
E Berlusconi, anche nella sconfitta, potrà ancora una volta pensare di aver vinto.
Sarà la vendetta del Caimano.
Gli italiani, c’è da giurarlo, la ricorderanno a lungo.
Peter Gomez blog
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL TITOLO BALLA IN BORSA, MARINA E PIER SILVIO IN TRINCEA PER EVITARE L’EMORRAGIA DI MILIONI IN CASO DI FINE DEL DUOPOLIO RAISET
Arcore chiama Cologno Monzese: il vertice della famiglia (allargata) telecomanda figli e fedeli alla corte del premier agonizzante.
L’arrivo di Pier Silvio, dopo Confalonieri e Marina, a Villa San Martino ieri in mattinata è, letteralmente, la “prova televisiva”.
Un summit che spiega come l’impero finanziario sia la prima preoccupazione del premier.
E la consueta confusione del conflitto d’interessi, in un giorno in cui la Borsa racconta l’altalena (anche) dei titoli di casa B., sballottati da annunci e smentite sulla fine dell’esecutivo.
Le azioni Mediaset ieri mattina perdevano circa il 2,6% per risalire poco dopo le 12 alla notizia sulle dimissioni ad horas, lanciata come una bomba da Giuliano Ferrara.
Ma Piazza Affari non dice tutta la verità , perchè la presenza a capo del governo dell’imprenditore Berlusconi ha fatto comodo, eccome, alle imprese domestiche.
Non solo per le leggi ad aziendam, come quella che l’estate dell’anno scorso consentì a Mondadori di ‘chiudere’ in via definitiva una vertenza con il Fisco, su un mancato pagamento di 173 milioni pretesi dall’Agenzia delle Entrate, con un esborso di soli 8,6 milioni.
Grazie papi, come al solito.
Anche se resta lo scotto del Lodo Mondadori, costato a B. un assegno da 560 milioni di euro e l’aggravarsi della sindrome dell’assedio.
Altri numeri fanno paura a Marina e Pier Silvio.
Quelli degli ascolti delle reti di casa, per esempio: domenica in prima serata, Canale 5, Rete4 e Italia1 hanno racimolato in tutto il 28,6% di audience.
La Rai il 44%: solo Report oltre il 14%.
Perde la tv generalista, in assoluto, ma Mediaset perde molto.
Soprattutto in termini di gradimento: in un giorno medio dell’ottobre 2005, le tre emittenti private raccoglievano in prima serata il 41% del pubblico; la tv pubblica il 46%.
Lo stesso dato oggi vale per Mediaset il 31%, per la Rai il 36.
Ormai il mercato tv si è aperto: lo dimostrano il Servizio Pubblico di Santoro e il telecomando libero di spettatori sfiancati dai Grandi Fratelli vari (che infatti registrano tracolli).
Con un paradosso in termini pubblicitari: la Rai ha una media share del 41% e incassa solo il 24% del capitale pubblicitario in circolazione, il Biscione con il 36% di share attrae il 56%, cioè 2 miliardi e 413 milioni.
Senza contare il business della pubblicità istituzionale che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi indirizza sulle reti televisive di Silvio Berlusconi: 4,659 milioni di euro su 21,466 milioni stanziati nel 2010 per radio, giornali e tv, cioè il 21,70% del totale.
Sky e La7 raccolgono le briciole, e la Rai? La concessionaria Sipra ha portato pubblicità di ministeri vari per un valore di 890 mila euro, ma di fatto non ha incassato un euro: viale Mazzini è obbligata a concedere spazi gratuiti al governo.
La grande paura dei pargoli di B. oggi si chiama legge Gentiloni: una cosa che un nuovo esecutivo (più disinteressato del precedente) potrebbe rispolverare, riportando al 45% il tetto massimo di pubblicità .
A Cologno Monzese una cosa è certa: se cambia il governo, cambieranno anche le cose in Rai.
Saranno più difficili le larghe intese, la concorrenza troppo leale in casa Raiset, insomma il sostanziale controllo di un solo potere sul mercato della tv. Forse il premier teme la vendetta nel luogo che più gli sta a cuore: il portafoglio.
E in giro — almeno così sembra — ci sono meno amici pronti a dichiarare che “Mediaset è patrimonio culturale del Paese” (Massimo D’Alema).
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
VERTICE CON I FIGLI AD ARCORE, ALLA FINE BERLUSCONI NON MOLLA… OGGI VOTO SUL BILANCIO, LA LEGA AVVERTE: FATTI DA PARTE
La Famiglia, innanzitutto. Il partito e la maggioranza solo un zerbino per resistere e non
mollare, andando allo scontro finale oggi alla Camera sul rendiconto di bilancio.
L’ultima parola, quella che conta, Silvio Berlusconi l’ha pronunciata davanti al vero gabinetto di guerra riunito ad Arcore: i figli Marina e Pier Silvio e l’amico di sempre Fedele Confalonieri.
Perchè la tutela di Fininvest e Mediaset vale più di un Paese in crisi. L’eterno conflitto d’interessi. Il Cavaliere ha visto i suoi all’ora di pranzo e ha “sputtanato” il pressing amico di Giuliano Ferrara (Il Foglio) e Franco Bechis (Libero) che davano per “imminenti” le dimissioni del capo del governo.
Invece, no.
In una telefonata allo stesso quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, Libero, il Cavaliere si fa falco di se stesso e proclama: “Domani (oggi per chi legge, ndr) si vota il rendiconto alla Camera, quindi porrò la fiducia sulla lettera presentata a Ue e Bce. Voglio vedere in faccia chi prova a tradirmi. Non capisco come siano circolate le voci delle mie dimissioni, sono destituite di ogni fondamento”.
In pratica, è la liquidazione di un governo guidato dal suo braccio destro Gianni Letta (magari con Maroni e Alfano vicepremier), almeno per il momento.
Ipotesi che aveva come condizione indispensabile il fatidico “passo indietro” o “laterale”, e che ieri gli avrebbe chiesto pure la Lega di Bossi.
Piuttosto, B., preferisce andare in aula e guardare in faccia i “i traditori”.
L’ha ripetuto ai figli, a Confalonieri e anche all’avvocato-deputato Niccolò Ghedini che li raggiunti a Villa San Martino, la tenuta familiare di Arcore.
Un summit aziendale di Famiglia, senza dimenticare i guai giudiziari di Berlusconi.
A loro, il premier ha affidato la sua decisione dopo l’ennesimo vertice notturno del Pdl: “Io non cambio linea proprio ora, preferisco andare a sbattere piuttosto che darla vinta a quelli là ”.
Marina, la primogenita che siede nel cda di Mediobanca ed è a capo di Fininvest e Mondadori, sarebbe stata la più entusiasta: “Papà , fai benissimo, non devi assolutamente mollare”. Detto fatto.
Il momento della verità sarà oggi sul rendiconto già bocciato una volta e che ha portato alla verifica della maggioranza con la fiducia del 14 ottobre scorso. In quell’occasione il centrodestra toccò quota 316.
Un risultato impensabile per oggi.
Secondo le previsioni più ottimistiche che circolano tra i falchi del Pdl arrivare a 314 sarà già un miracolo. La forbice però è abbastanza larga, da 314 si potrebbe anche scendere sotto i 310.
Tutto dipenderà dai “frondisti” dichiarati o ancora in sonno del Pdl e dalle assenze strategiche in aula (tipo il segretario del Pri Nucara).
Il loro numero è la vera scommessa del voto di oggi.
Perchè se non si verificherà la tanto annunciata slavina del Pdl e la partita si giocherà sul filo di un voto, a favore o contro Berlusconi, allora il premier avrà altre ragioni per resistere un giorno o una settimana in più.
Ieri in un Transatlantico praticamente deserto, nonostante la seduta pomeridiana, alcuni calcoli dei peones finivano con un pareggio 313 sì e 313 astensioni.
Scenari teorici, che dovranno fare i conti con la notte di trattative che si è aperta ieri sera quando B. è ritornato a Palazzo Grazioli, la sua residenza privata nella Capitale.
L’agenda prevede incontri e telefonate con tutti i ribelli, da quelli della lettera dell’Hassler (in particolare Bertolini, Stracquadanio e Antonione) a quelli già usciti e passati con l’Udc (la Carlucci e la D’Ippolito).
In ogni caso, secondo la prima cerchia del premier , stasera dopo il voto B. andrà al Quirinale per annunciare la sua road map: presentarsi in Parlamento per chiedere la fiducia sui provvedimenti chiesti dalla Ue.
In ballo c’è il maxiemendamento alla legge di stabilità .
Ma la frase riferita a Libero, “porrò la fiducia sulla lettera a Ue e Bce”, ha fatto nascere un nuovo mistero che aumenta il caos di queste ore.
Berlusconi potrebbe andare in Parlamento con “la lettera” e non con il maxiemendamento e puntare sulle divisioni dell’opposizioni in nome dell’emergenza nazionale. Non solo.
Dove andrà prima? Al Senato o alla Camera?
A Palazzo Madama, dove il vantaggio del centrodestra non è in discussione, l’attività riprenderà la prossima settimana e immaginare altri sette giorni in balia dei mercati e dello spread è da folli.
Soprattutto se la maggioranza dovesse diventare minoranza nel voto di oggi sul rendiconto: cosa farebbe in questo caso il capo dello Stato?
La tesi di andare prima al Senato è propugnata da chi vorrebbe un B. dimissionario dopo la fiducia incassata a Palazzo Madama.
Una prova difficile da reggere. Più probabile, allora, che il governo vada al giudizio di Dio a Montecitorio già questa settimana: domani le comunicazioni del Cavaliere, giovedì la fiducia.
Il “non mollo” di B. non ha affatto diminuito la varietà di scenari alternativi. Liquidato il governo Letta, prende corpo la candidatura del presidente del Senato Schifani, in caso di “altra personalità del Pdl”.
Ma il vero obiettivo da contrastare, per il premier, è l’esecutivo tecnico di Mario Monti, economista della Bocconi ed ex eurocommissario.
Soltanto che il varo del governo Monti avverrebbe solo con un certo margine di vantaggio, grazie alla presunta fuga del Pdl.
Ma se questo non accade, a partire da oggi, Berlusconi dirà a Napolitano che nemmeno l’opposizione ha i numeri.
Un gioco allo sfascio per arrivare alle elezioni anticipate nel 2012.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
UN MINISTERO “CHIUSO PER LIQUIDAZIONE”: CON I TAGLI OPERATI DA TREMONTI A MALAPENA SI RIESCONO A PAGARE GLI STIPENDI AL PERSONALE…NESSUN INTERVENTO A TUTELA DEL PATRIMONIO NATURALE, TUTTO VIENE LASCIATO NEL DEGRADO
Con quelle che si possono considerare le dimissioni virtuali del ministro Stefania Prestigiacomo, tra un’ondata di maltempo e l’altra che minaccia di nuovo Liguria e Toscana, l’emergenza ambientale del Malpaese esplode in tutta la sua gravità .
“«il Piano straordinario per il dissesto è ancora fermo al palo», ammette la stessa Prestigiacomo in commissione al Senato, aggiungendo che a tutt’oggi «non è stata assegnata alcuna risorsa» al suo ministero e che il decreto legge di agosto «ha cancellato tutti i fondi statali».
A questo punto, non resterebbe che appendere sulla porta dell’Ambiente un cartello con la scritta «Chiuso per liquidazione»: nè possono bastare gli stanziamenti d’emergenza annunciati ora per «mitigare l’elevatissimo rischio» che incombe sulla città di Genova, a salvare la coscienza del ministro e del governo a cui appartiene.
Sono proprio “lacrime di coccodrillo” — come dice il nuovo capo della Protezione civile, Franco Gabrielli – quelle che stiamo versando per le dieci vittime della recente alluvione in Lunigiana e nelle Cinque Terre, come le altre che abbiamo già versato o purtroppo dovremo ancora versare in futuro per analoghi disastri ambientali.
Morti e danni provocati non tanto dalla fatalità , ma innanzitutto dalla nostra incuria e irresponsabilità .
E cioè, dall’abbandono delle campagne e delle montagne; dalla cementificazione selvaggia e dagli abusi edilizi; dal dissesto idrogeologico; dalla “politica del condono” e così via.
A questo scempio sistematico, favorito nel tempo dai vari governi della Repubblica, il governo terminale di Silvio Berlusconi ha deciso di dare il colpo di grazia con i cosiddetti “tagli lineari” che hanno ridotto drasticamente i fondi per il prossimo triennio.
Oltre 228 milioni di euro in meno: più di 124 nel 2012, 45 e quasi 59 rispettivamente nei due anni successivi.
E ciò limita la dotazione del ministero a 421 milioni complessivi per l’anno prossimo, rispetto ai 545 previsti dalla stessa Legge di Stabilità .
Basti pensare che nel 2008 il bilancio del ministero era di un miliardo e 649 milioni.
Escluse le spese di funzionamento, il taglio di 124 milioni inciderà nel 2012 sui circa 180 milioni destinati ogni anno agli interventi sul territorio: ne restano disponibili, quindi, una sessantina scarsi.
Un obolo, una miseria.
«In sostanza — denuncia Gaetano Benedetto, responsabile delle Politiche ambientali per il Wwf — abbiamo un dicastero che sopravvive a se stesso, con i soldi a malapena sufficienti per pagare gli stipendi del personale, ma con una capacità operativa praticamente azzerata».
Ecco perchè l’associazione presieduta da Stefano Leoni ha predisposto un documento con le sue osservazioni e proposte di emendamento alla cosiddetta Legge di Stabilità che rischia di decretare la definitiva instabilità del territorio nazionale.
Al primo punto, si chiede al governo ancora in carica o a quello che verrà di mantenere per i prossimi due anni — come per il ministero dei Beni culturali — almeno gli stanziamenti originariamente previsti.
Secondo il Wwf, è necessario confermare inoltre l’accantonamento di 210 milioni di euro per interventi a favore della difesa del suolo che nel frattempo sono stati cancellati.
Poi, c’è il capitolo degli incentivi fiscali per il settore edile, in funzione del risparmio e dell’efficienza energetica: qui si tratta di ripristinare le agevolazioni del 55%(riqualificazioni) e del 36% (ristrutturazioni), recuperando i fondi dai 400 milioni previsti per l’autotrasporto. E infine, il Wwf sollecita la “stabilizzazione” del 5 per mille dell’Irpef, a sostegno delle associazioni senza scopo di lucro che svolgono funzioni di utilità e promozione sociale, insieme agli enti di ricerca scientifica o sanitaria e alle università .
Era un volontario Sandro Usai, l’eroe quarantenne travolto dall’acqua a Monterosso, dopo aver salvato la vita a due persone.
Il presidente della Repubblica ha già annunciato l’intenzione di conferirgli alla memoria la medaglia d’oro al valor civile.
Ma sono in tanti a lavorare in silenzio, e a rischiare la pelle ogni giorno, per difendere il nostro ambiente e la nostra salute.
Giovanni Valentini
(da “La Repubblica“)
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
ISCRIZIONI RECORD: SCATENATI I SIGNORI DELLE TESSERE: 200.000 ADESIONI E INCASSO DI 2 MILIONI DI EURO…ALL’ORIGINE LA LOTTA TRA LE CORRENTI PER ACQUISTARE IL CONTROLLO DEL PARTITO
E meno male che il segretario del Pdl Angelino Alfano si era tanto raccomandato di non
esagerare, per non trasferire nel tesseramento lo scontro tra i leader e gli aspiranti coordinatori cittadini e provinciali.
A Napoli e dintorni il suo appello è caduto nel vuoto.
Nella Campania di Nicola Cosentino, che festeggia il sesto anno da coordinatore regionale a dispetto di inchieste e rinvii a giudizio per camorra e trame varie, il Pdl ha staccato ben 185.000 tessere e ha raccolto quasi due milioni di euro.
Una fetta molto consistente del milione e mezzo di persone che in tutt’Italia avrebbe versato almeno dieci euro per iscriversi al partito di Berlusconi.
Sulla genuinità e spontaneità della campagna di adesioni campana, si pronunceranno le varie commissioni di garanzia. Le cui maglie di solito, per usare un eufemismo, non sono strettissime.
Ma di fronte a certi numeri i sospetti sono inevitabili. Come sono stati raggiunti?
Col consueto lavorìo dietro le quinte di parlamentari e capobastone locali.
I soliti noti che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nei territori. Luigi Cesaro. Nicola Cosentino, Edmondo Cirielli. Vincenzo Nespoli.
Si racconta che a Sant’Antimo, feudo del presidente della Provincia “Giggino ‘a Purpetta’” Cesaro, le tessere azzurre erano così tante da riempire ben due pulmini, diretti a Roma col pieno di benzina poche ore prima della chiusura della campagna.
“Ma quali pulmini” ha replicato stizzito Cesaro in un’intervista a Dario del Porto sulle pagine napoletane di Repubblica “un gruppo di giovani ha utilizzato un Doblò per trasportare le scatole. E solo perchè serviva una vettura più capiente, altrimenti avremmo dovuto impiegare tre o quattro auto”.
Cesaro è il signore delle tessere di Napoli.
Col suo triplo ruolo di deputato, Presidente della provincia e coordinatore provinciale del partito dai tempi di Forza Italia, nonchè fedelissimo del Cavaliere fino al punto di inserire in giunta una delle sue ‘pupille’, la ex billionarina Giovanna Del Giudice, Cesaro controllerebbe un pacchetto di circa 40.000 iscritti attraverso le adesioni raccolte dal suo gruppo sul territorio. Angelo Agrippa, giornalista del Corriere del Mezzogiorno molto informato sulle vicende in casa Pdl, disegna così la mappa del tesseramento dell’area Cesaro: 3000 iscritti riconducibili al consigliere regionale originario dell’isola d’Ischia, Domenico De Siano; 4000 a un altro consigliere regionale, Massimo Iannicello; 3500 alla parlamentare Giulia Cosenza; 4000 al capogruppo regionale Pdl Fulvio Martusciello, fratello di Antonio Martusciello, ex vice ministro di un vecchio governo B. e attualmente commissario all’Agcom; 1000 tessere sono riferibili al Responsabile sottosegretario all’Economia Bruno Cesario; 10.000 tessere, infine, farebbero capo a un ex finiano, il deputato Amedeo Laboccetta.
Il variegato e variopinto gruppo ha un cavallo su cui puntare per il ruolo di coordinatore provinciale: il giovane sindaco di Pollena Trocchia, Francesco Pinto.
Più complicata la corsa per il coordinatore della città di Napoli, dove Laboccetta dovrà vedersela con l’ex parlamentare e assessore regionale all’Urbanistica Marcello Taglialatela, detentore di un pacchetto di circa 7000 tessere e collocabile nello scacchiere nazionale vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Saranno decisive probabilmente le mosse di alcuni politici non collocabili in questo o quello schieramento cittadino, come il senatore Raffaele Calabrò, detentore di 5000 adesioni, dell’area di Gaetano Quagliariello, e il senatore Giuseppe Scalera, fedelissimo di Lamberto Dini, che vale 1000 tessere.
In provincia, si segnalano le 6000 tessere raccolte dal sindaco-deputato di Afragola Vincenzo Nespoli, in ambasce per la recente sentenza della Consulta che lo costringerà a lasciare uno dei due incarichi.
Se dovesse rinunciare a quello di parlamentare, però, scatterebbe per lui l’esecuzione degli arresti domiciliari disposti nell’ambito di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta sul fallimento di alcuni istituti di vigilanza, misura cautelare congelata per il diniego della Camera dei deputati. Chiudono l’elenco le duemila tessere del deputato nolano Paolo Russo, le tremila riconducibili al sindaco di Castellammare di Stabia Luigi Bobbio (ben 10.000 adesioni in tutto nella città delle Terme), le 5000 iscrizioni raccolte a Giugliano
A Salerno e provincia hanno aderito al Pdl 25.000 persone.
E circa 22.000 lo avrebbero fatto grazie agli input del presidente della Provincia e deputato Edmondo Cirielli, padrone incontrastato del partito salernitano, un potere che nemmeno la ministra conterranea Mara Carfagna è riuscita a scalfire.
In Irpinia circa 5000 tessere sono state raccolte intorno al presidente della Provincia e deputato Cosimo Sibilia e al consigliere regionale Antonia Ruggiero.
Infine, Caserta e hinterland. Dove il Pdl è una cosa sola con Nicola Cosentino.
Quindicimila iscritti e due uomini forti sul territorio, il presidente del consiglio regionale della Campania Paolo Romano (quasi 4000 tessere) e il consigliere regionale Angelo Polverino (3500 tessere).
Il governatore Pdl della Campania, Stefano Caldoro, era contrario all’apertura della campagna di tesseramento.
In alcune interviste ha predicato la necessità di costruire un partito aperto, sul modello americano. Dichiarando: “L’organizzazione del consenso in un partito non si costruisce solo con le tessere, che possono essere un elemento di valutazione, ma occorre puntare a un modello moderno di partito nel quale il tesseramento sia un aspetto marginale”.
Alla fine, però, si è iscritto anche lui.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
HA LASCIATO IL PDL PER ENTRARE NELL’UDC: “AL POSTO DI BERLUSCONI, LETTA O MONTI”
Come ha reagito il presidente Berlusconi quando gli ha detto che anche lei, la fedelissima Gabriella
Carlucci iscritta a Forza Italia fin dal 1994, aveva deciso di passare armi e bagagli al gruppo dell’Udc?
«Guardi, non so se Berlusconi abbia saputo in anticipo di questa mia scelta ma io a lui non ho detto niente. Non vado a Palazzo Grazioli dall’estate scorsa… In queste settimane ho parlato con Casini e con Cesa ai quali mi lega un antico rapporto di stima e amicizia».
Sì, va bene. Ma come è possibile che la Carlucci non abbia mandato neanche un ambasciatore per avvertire il Cavaliere?
«No, nessuno sapeva di questa mia decisione. Nel partito ho parlato solo con la Bertolini e Antonione perchè sono una persona seria e mi sono decisa ad andare fino in fondo, con coerenza, perchè di questo passo l’Italia non può farcela a rispettare gli impegni presi con l’Europa. Ormai il nostro governo non ha i numeri in Parlamento».
Sicura che nel Pdl questo suo abbandono sia stato visto come un fulmine a ciel sereno?
«Certo, anche se ora desidero ringraziare il ministro Fitto che è il mio mentore e mi ha sempre aiutata…».
E dunque, ieri sera, Berlusconi ha fatto sapere che lui non ne sapeva nulla: «Mi dispiace per la Carlucci che lavorava con noi da tanto tempo».
Ma ora Gabriella Carlucci è disposta ad «andare fino in fondo» anche sostenendo un governo di emergenza nazionale affidato a un tecnico?
«La mia scelta è chiara: Berlusconi fa solo un passo indietro e permette così a un’altra personalità del centro destra di formare un governo capace di raccogliere uno schieramento più ampio e di unire quelle forze, come l’Udc, che hanno a cuore le sorti del Paese. Anche Napolitano ha detto che non permetterà ribaltoni mentre un altro discorso è permettere l’ingresso in maggioranza di altre forze di centro destra. E poi l’Udc fa già parte del Ppe».
Ma se non ce la fanno Letta o Schifani, lei sosterrebbe con la stessa convinzione un governo tecnico guidato da Mario Monti?
«Certo, se trova un largo consenso in Parlamento io sostengo anche un governo Monti. È una personalità talmente importante che ha già dimostrato di valere in Europa. Proprio lui potrebbe fare quello che ci viene richiesto dall’Unione anche se, per me, l’ideale sarebbe un governo a guida Letta o Schifani».
Poco prima della 20, il deputato dell’Udc Roberto Rao si diverte su twitter: «Giornata fruttuosa, guardate i tg, ci saranno novità ».
Ed eccola l’anticipazione sul filo dei secondi del Tg di Enrico Mentana che mette a soqquadro i palazzi della politica deserti ma presidiati a distanza: dopo Bonciani e D’Ippolito, il Pdl cede all’Udc anche la deputata di terza legislatura Gabriella Carlucci che già nell’83, a 24 anni, entrò nei tinelli degli italiani dagli schermi di Portobello accanto ad Enzo Tortora.
Da allora, la sorella Carlucci di mezzo — la più grande e famosa è Milly che da poco ha un grosso contenzioso con Mediaset per il presunto plagio della trasmissione Baila, mentre la più piccola si chiama Anna – si è divisa tra Rai e Mediaset conducendo Buona Domenica, le serate per il David di Donatello, il programma Melaverde e altro ancora.
Insomma, la Carlucci di mezzo è il classico volto televisivo che piace tanto a Silvio Berlusconi: a lui e solo a lui si deve il suo ingresso in Parlamento nel 2001 (quando però lei si conquistò i voti nel collegio uninominale di Trani) e le successive conferme nel 2006 e nel 2008.
Oggi quell’infatuazione sembra svanita.
Gabriella Carlucci però sfuma i toni, forse perchè sogna ad occhi aperti un governo a guida Letta e Schifani col sostegno di un’Udc imbottita di transfughi del Pdl: «Io a Berlusconi gli voglio bene, lo stimo moltissimo e continuerò a volergli bene e a stimarlo. Purtroppo le cose sono andate così e ora si possono raddrizzare solo se lui fa un passo indietro e permette a una personalità del centro destra di guidare un governo che sappia rispondere alle richieste dell’Europa. Io sono seriamente preoccupata per quello che è successo nelle ultime settimane».
Crede a questo punto la neo-centrista Carlucci – «A proposito, sul rendiconto, con l’Udc ci asterremo …» – che altri fedelissimi di Forza Italia seguiranno il suo passo?
«Non lo so e non mi pongo il problema. Io sono sindaco a Margherita di Savoia, in Puglia, quindi vedo tutti i giorni problemi devastanti cui non so dare una risposta. Io non ci dormo la notte… Così non si va da nessuna parte».
Dino Martirano
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Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL GIALLO DELLA CONVERSAZIONE CON BECHIS, VICEDIRETTORE DI “LIBERO”, ALLA FINE CROSETTO AMMETTE: “ERO IO, MA HANNO VIOLATO LA MIA PRIVACY”
«Non mi va di raccontare balle. Non ne sopporto il peso. La telefonata con Bechis è mia».
A tarda sera crolla il mistero sulla fonte che ha passato al vicedirettore di Libero la notizia delle dimissioni imminenti del premier Berlusconi.
È stato Guido Crosetto a passare al giornalista l’informazione poi smentita dallo stesso presidente del Consiglio.
Ma sebbene infondata, la notizia ha monopolizzato l’attenzione del web. Anche per il mistero attorno alla voce palesemente contraffatta dell’audio diffuso da Bechis: «Quella testa di cazzo è andato a Milano, ma entro domani si dimette». Rivelava l’esponente del Pdl: «La mia privacy è stata violata. Era un discorso con un vicedirettore, giornalista che conosco da undici anni», aggiunge il sottosegretario alla Difesa, imbarazzato per il riferimento poco cortese a Berlusconi.
«L’epiteto iniziale è semplicemente un modo magari colorito di parlare tra persone in confidenza da anni, di un terzo amico di cui non condividi in quel momento una decisione e cioè quella di andarsene da Roma. A caldo pensavo fosse più semplice liquidare tutto negando, esclusivamente per non ferire una persona alla quale sono affezionato ed a cui voglio bene, con un termine che mi capita di usare con molti amici, non contestualizzando in un dialogo in libertà . Riflettendo con calma preferisco la verità . Non è mia abitudine mentire e, non voglio iniziare a farlo».
Questo è l’epilogo. Ma la giornata che ha consacrato i social network come un canale primario di comunicazione politica era cominciata molte ore prime.
«Berlusconi si dimette». Alle 10 di lunedì mattina Franco Bechis assapora il brivido dello scoop su twitter.
Sulla rete cominciano i trenini di gioia, come a capodanno.
Ma la doccia fredda per il vasto popolo degli antiberlusconiani è dietro l’angolo.
Tempo due ore, e Berlusconi smentisce via Facebook: «Le voci di mie dimissioni sono destituite di fondamento».
Il commentatore di Libero viene bollato come «troll» dai signori del TT, e un paio di deputati di Italia dei Valori e Fli sollevano accuse di aggiotaggio.
Al solo udire la parola dimissioni Piazza Affari è infatti decollata.
Per poi ripiombare all’arrivo della smentita su valori rasoterra.
Bechis, che conosce le regole del mercato, corre subito ai ripari, e pubblica l’audio della telefonata (opportunamente registrata) con una delle sue fonti. La voce è alterata, ma basta rallentare l’audio, ed ecco spuntare il pastoso accento piemontese dell’onorevole Crosetto.
Che dopo qualche smentita di maniera, a tarda notte ammette.
Antonio Castaldo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DE IL FOGLIO E IL VICEDIRETTORE DI LIBERO CONFERMANO LE VOCI DI DIMISSIONI IMMINENTI
Si sta facendo forte la pressione sul governo, all’apertura della settimana politica, a causa delle nuove defezioni dal Pdl.
Si combatte con il pallottoliere, mentre Silvio Berlusconi apparentemente si dice sicuro di poter andare avanti.
Il tutto mentre dalla Lega il ministro Maroni osserva che la maggioranza sembra non esserci più e che «è inutile accanirsi».
Il capogruppo alla Camera, Cicchitto, dice che nel Pdl non c’è disperazione ma riconosce che ci sono difficoltà politiche.
E ammette che sarà braccio di ferro sui deputati indecisi in vista del voto decisivo di domani sul Rendiconto dello Stato.
La certezza del vicedirettore di Libero invece è che «Berlusconi si dimette».
Franco Bechis affida la sua previsione a Twitter. E pochi minuti dopo aggiunge: «Il Pdl gli aveva chiesto di farlo oggi, lui ha detto no perchè ha appuntamenti privati a Milano. O stasera o domattina».
Accredita l’ipotesi delle dimissioni anche il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, che il un video pubblicato sul sito del quotidiano sostiene: «Che Silvio Berlusconi stia per cedere il passo è cosa acclarata, è questione di ore. Alcuni dicono di minuti».
Il premier è volato di primo mattino da Roma a Milano per impegni definiti «privati».
Dallo staff viene spiegato che il Cavaliere non avrebbe alcuna intenzione di mollare, nonostante le pressioni provenienti dallo stesso Pdl: la linea emersa, e che è stata consigliata al premier nel corso del vertice notturno di palazzo Grazioli, è quella di lasciare per «favorire un governo Letta».
Berlusconi potrebbe tentare oggi in extremis di «riacciuffare» qualcuno dei dispersi e, qualora non ce la facesse, dimettersi tra stasera – quando tornerà a Roma – e domani.
Magari dopo il passaggio del voto sul rendiconto previsto a Montecitorio, che anche senza maggioranza passerebbe grazie all’astensione delle opposizioni.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile
L’ULTIMO PRESSING DEI VERTICI PDL IN UN DRAMMATICO VERTICE NOTTURNO A PALAZZO GRAZIOLI…IL PREMIER: “BISOGNA RESISTERE E POI VOTARE CON NOI A PALAZZO CHIGI”… E BERLUSCONI PENSA DI OFFRIRE A NAPOLITANO LA RIELEZIONE
“Silvio è finita”. Dopo un pomeriggio passato a Palazzo Grazioli con Alfano, Letta e i
capigruppo del Pdl, il Cavaliere è sul punto di mollare.
Se il pressing del gruppo dirigente del Pdl sortirà il suo effetto, oggi stesso Berlusconi salirà al Colle per rassegnare le dimissioni.
i conclude così, in maniera drammatica, una lunghissima giornata, che ha visto le residue certezze del premier cadere una ad una.
Fino al colpo annunciato alle 20.22 dall’agenzia TmNews – l’uscita dal Pdl di Gabriella Carlucci 1 – che investe in pieno il capo del governo lasciandolo “incredulo”.
Da quel momento tutto precipita, finchè anche Bobo Maroni, da Fabio Fazio, non certifica la crisi in atto: “La maggioranza non c’è più ed è inutile accanirsi”.
L’epilogo tuttavia non è scritto, e potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.
Perchè il Cavaliere ancora a tarda notte puntava i piedi, minacciando persino una grande manifestazione a Roma contro i “ribaltonisti”.
Pronto a chiedere il voto anticipato a Napolitano nel caso a Montecitorio la maggioranza, come sembra, dovesse venir meno.
“Io non mi vado a dimettere – ha ripetuto fino all’ultimo nella riunione a via del Plebiscito – perchè ci conviene andare a votare a gennaio restando noi a palazzo Chigi”.
Berlusconi è pronto a tutto, persino ad avanzare un’offerta spericolata al capo dello Stato. “Se ci dà le elezioni noi possiamo garantirgli un secondo mandato al Quirinale nel 2013”.
Gli ultimi calcoli fatti durante il vertice non consentono più margini di manovra.
Nella migliore delle ipotesi discusse davanti al premier – migliore ma irrealistica – maggioranza e opposizione sono pari a 314 voti (a cui aggiungere Alfonso Papa agli arresti e Gianfranco Fini che non vota).
Trecentoquattordici voti, ma in realtà nel Pdl c’è un’intera area di forzisti della prima ora in subbuglio.
Non solo Bertolini, Stracquadanio e i firmatari della lettera dell’Hassler. C’è una zona grigia di malessere che sfugge a ogni certezza.
Persino Denis Verdini, che da un anno ha saputo garantire al capo del governo una precisione chirurgica sui numeri, stavolta sembra abbia alzato le mani. Non ci sono certezze.
“Rischiamo la slavina”, gli hanno ripetuto in coro capigruppo e ministri.
“Non puoi fare la fine di Prodi – gli dicono – e cadere per un voto in Aula.
Sarebbe un suicidio politico. In questo modo non avresti più titolo di parlare, l’iniziativa ci sfuggirebbe completamente di mano”. Il premier, messo alle strette, ancora non ha deciso cosa fare.
L’hanno sentito parlare di tre fantomatici deputati dell’Udc e di uno del Pd in arrivo nel Pdl.
Ma i presenti si sono guardati negli occhi senza crederci. Dice di temere per le sue aziende. Racconta che anche i figli sono preoccupati per le ripercussioni su Mediaset, gli chiedono di non mollare.
Ma la realtà è senza scampo.
Verdini calcola in 23 deputati l’area del malcontento. Gente che magari domani pomeriggio potrà anche votare a favore del Rendiconto, ma che non garantirà di proseguire l’esperienza di governo.
È dunque finita per Berlusconi, ma a questo punto gli uomini al vertice del Pdl stanno facendo di tutto per convincerlo a non trascinare a fondo tutto il centrodestra.
Per farlo c’è un unico modo: “Devi anticipare la crisi di governo andando a dimetterti e negoziando le condizioni per il nuovo governo”.
Un’impresa resa più difficile dopo la chiusura fatta da Pier Luigi Bersani a un esecutivo guidato da Gianni Letta.
Una chiusura a cui è sembrato accodarsi anche Pier Ferdinando Casini che ha detto chiaro e tondo che un nuovo governo non può nascere senza l’apporto del Pd.
“Se Casini va dietro Bersani e dice di no a Letta – ragiona preoccupato un ministro del Pdl – è davvero finita. Vuole dire che ha stretto un patto con il Pd per farsi eleggere al Quirinale. Allora ci sono soltanto le elezioni”.
Quanto a Mario Monti, Berlusconi dicono che non potrebbe mai accettarlo.
A tarda notte nel corso del vertice viene elaborata un’ultima offerta da portare a Casini.
Quella di un governo Alfano-Maroni, un ticket che aprirebbe una nuova fase con un’offerta di collaborazione al terzo polo. Al terzo polo, non al Pd.
In questo modo, sperano i dirigenti del Pdl, si ricompatterebbe intanto il centrodestra esistente, sedando la ribellione dei deputati. Inoltre si metterebbe in difficoltà Casini, che avrebbe difficoltà a rifiutare quel nuovo esecutivo senza il Cavaliere che proprio l’Udc chiede da un anno a questa parte.
Ma questi sono scenari spericolati visto che, al momento, l’ipotesi elettorale sembra quella più accreditata.
Il ministro Romano, uscito dall’Udc, spinge per il voto anticipato.
E con lui tutti i falchi del Pdl. Persino Gianfranco Rotondi ha minacciato Berlusconi di non dare il via libera a un nuovo governo con l’Udc.
Ha raccolto 27 firme di parlamentari su una lettera in cui si accusa Berlusconi di aver tradito il berlusconismo.
Sono i paradossi delle ore di crisi.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Costume, economia, elezioni, governo, PdL, Politica | Commenta »