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LA MANOVRA DELLE BOLLICINE: INCONSISTENTE E PIENA DI BUCHI

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

UNA MANOVRA DEPRESSIVA SUL PIANO DEI REDDITI, DEI CONSUMI, DEGLI INVESTIMENTI E DELL’OCCUPAZIONE…E I CONTI NON TORNANO: CHE DIRA’ L’EUROPA?

Una volta tanto il presidente del Consiglio è stato di parola.
“Ho messo da parte le bottiglie per brindare all’accordo”, ha detto durante il vertice di maggioranza ad Arcore.
Dopo oltre sette ore l’intesa è arrivata.
Ma dall’estenuante braccio di ferro di Villa San Martino è uscito esattamente quello che Berlusconi auspicava: una “manovra-champagne”.
All’apparenza, spumeggiante e piena di bollicine. Nella sostanza, sempre più inconsistente e piena di buchi.
La partita politica dentro il centrodestra si chiude con un esito chiarissimo. Ora tutti alzano i calici, fingendo di aver portato a casa il risultato.
La verità  è ben diversa.
L’unico vincitore è il Cavaliere, che ha messo in riga Tremonti e Bossi.
“Non metto le mani nelle tasche degli italiani”, aveva tuonato il premier.
In nome di questo slogan da propaganda permanente, ha preteso e ottenuto la cancellazione del contributo di solidarietà  sui redditi superiori ai 90 mila euro.
Così, almeno in parte, ha evitato quel bagno di sangue perpetrato soprattutto ai danni del ceto medio, che avrebbe avuto un costo elettorale per lui insopportabile.
Era l’unico obiettivo che gli stava a cuore. L’unico vessillo, psicologico e quasi ideologico, che voleva issare di fronte ai cittadini-elettori.
C’è riuscito. Ma ai danni dei suoi alleati. E anche ai danni del Paese.
La “manovra-champagne” è solo un’altra, clamorosa occasione mancata. È confusa nè più nè meno di quelle che l’hanno preceduta. È altrettanto povera di senso e di struttura.
Soprattutto, è altrettanto ininfluente sul piano del sostegno alla crescita, per la quale non c’è una sola misura di stimolo.
E dunque è altrettanto depressiva sul piano dei redditi, dei consumi, degli investimenti, dell’occupazione.
D’altra parte, non poteva non essere così.
Tre manovre radicalmente diverse, affastellate in un mese e mezzo, sono il segno inequivocabile del caos totale che regna dentro una maggioranza pronta a tutto, pur di galleggiare e di sopravvivere a se stessa.
Berlusconi ha ridicolizzato Tremonti. Il ministro dell’Economia aveva annunciato una prima manovrina all’acqua di rose a giugno, spiegando che l’Italia era a posto sul debito e sul deficit.
Travolto dalla crisi europea e dall’ondata speculativa dei mercati, ha presentato una manovra-monstre da 45 miliardi a luglio, spiegando che “in cinque giorni tutto è cambiato”.
Si è presentato ad Arcore chiedendo che quel pacchetto d’emergenza non fosse toccato, per evitare guai con la Ue e traumi sugli spread.
Ebbene, quel pacchetto, al vertice di Arcore, non è stato “toccato”: è stato totalmente distrutto.
Della manovra tremontiana di luglio non resta quasi più nulla. Salta il contributo di solidarietà , saltano i pur risibili tagli ai costi della politica, salta la cancellazione dei piccoli comuni.
Berlusconi ha umiliato Bossi. La Lega pretendeva la supertassa sugli evasori fiscali e la salvaguardia delle pensioni “padane”. Non ha spuntato niente.
La maxi-patrimoniale si è annacquata in un più tollerante giro di vite sulle società  di comodo alle quali i lavoratori autonomi intestano spesso appartamenti, auto di lusso e barche.
Quanto alla previdenza, il Senatur non solo non salva le camice verdi, ma deve incassare un intervento a sorpresa sulle pensioni di anzianità  dalle quali, ai fini del calcolo, verranno scomputati gli anni riscattati per la laurea e il servizio militare. Peggio di così, per il Carroccio, non poteva andare.
A dispetto dei trionfalismi di Calderoli, ormai ridotto a un Forlani qualsiasi.
La partita economica sul risanamento, viceversa, si chiude con un esito assai meno chiaro.
La rinuncia al contributo di solidarietà  (congegnato in modo iniquo perchè non teneva in alcun conto i carichi familiari e il cumulo dei redditi) attenua solo in parte il grave squilibrio della manovra, che resta comunque fortemente sbilanciata sul fronte delle tasse.
L’aumento delle aliquote Iva è solo rinviato alla delega fiscale e assistenziale.
La riduzione di 2 miliardi dei tagli a comuni e regioni non impedirà  l’aumento delle addizionali Irpef e l’abbattimento dei servizi sul territorio e del Welfare locale. L’intervento sulla previdenza è solo un’altra “tassa sul pensionato”, ed è lontano anni-luce dalla riforma che servirebbe al Paese per stabilizzare definitivamente la spesa, cioè il passaggio al sistema contributivo pro-rata per tutti.
Così riformulata, questa terza manovra berlusconiana è piena di buchi.
Come si arrivi ai 45 miliardi promessi resta un mistero, ancora più insondabile di quanto non lo fosse già  la seconda manovra tremontiana.
Quanto valgono le misure anti-elusione contro le società  di comodo?
Quanto frutteranno i maggiori poteri attributi ai comuni nella lotta all’evasione? Nessuno lo sa.
Le uniche certezze riguardano quelli che sicuramente pagheranno fino all’ultimo euro il costo di questo ennesimo compromesso al ribasso firmato dalla coalizione forzaleghista.
Gli enti locali, per i quali restano tagli nell’ordine dei 7 miliardi.
I dipendenti pubblici, per i quali restano lo stop degli straordinari, il differimento del Tfr e il contributo di solidarietà , oltre tutto non più deducibile.
E adesso anche le cooperative, per le quali si profila una drastica riduzione della fiscalità  di vantaggio.
Un blocco sociale ed economico vasto, ma con un denominatore comune: non appartiene alla constituency elettorale del centrodestra. È stato “selezionato” per questo. E per questo merita lacrime e sangue.
Certo, da consumato spacciatore di merchandising politico, nella “sua” manovra Berlusconi ha voluto anche le bollicine.
Il contributo di solidarietà  solo per i parlamentari. La soppressione di tutte le province e il dimezzamento del numero dei parlamentari.
Misure che fanno un certo effetto mediatico e simbolico.
Sono rigorosamente affidate a disegno di legge costituzionali (dunque non si faranno in questa legislatura, e quindi probabilmente non si faranno mai).
Ma a sentirle annunciare, sembrano colpire al cuore la “casta” che il Cavaliere (pur facendone parte) finge di disprezzare.
Resta un problema, drammatico per il Paese, che misureremo nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
La “manovra-champagne” la puoi far ingoiare a un po’ di pubblico domestico, meno informato o male informato dai bollettini di Palazzo Grazioli.
Ma fuori dai confini della piccola Italia, purtroppo, è tutta un’altra storia.
I finanzieri della business community, i tecnocrati della Bce e i partner dell’Unione Europea, sono la moderna “società  degli apoti” di Prezzolini: loro non la bevono.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)

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SUPERTASSA E AUMENTO IVA? NO, BOTTA SU PENSIONI E COOP

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

MANOVRA RISCRITTA, BOSSI E TREMONTI SBUGIARDATI… BUCO NERO SUI NUMERI: MANCHEREBBERO 20 MILIARDI PER FAR QUADRARE I CONTI

È uscito dalla porta secondaria di Arcore, Umberto Bossi.
Quasi di soppiatto, da sconfitto.
Lui che solo due giorni fa ancora strillava che le pensioni non si sarebbero toccate grazie a lui, ebbene ieri ha perso la sua battaglia e si è arreso: salta il contributo di solidarietà , che resterà  solo per i parlamentari, non ci sarà  alcun aumento dell’Iva, ma il vero salasso arriverà  dalle pensioni, la cassa si farà  tutta da lì.
Con un colpo di spugna netto, il governo ha cancellato i contributi figurativi del riscatto della laurea e del servizio militare, di fatto aumentando da 2 a 5 anni il periodo necessario per raggiungere i 40 anni di contributi.
È un primo passo, a giudizio di alcuni parlamentari della maggioranza, verso l’eliminazione delle pensioni di anzianità .
Per il Senatùr, insomma, una sconfitta cocente.
E con lui anche uno schiaffo per Calderoli e per la sua tassa sull’evasione, che pare non sia stata neppure presa in considerazione, sostituita da un giro di vite sulle società  di comodo e soprattutto sulle agevolazioni fiscali alle Coop.
La Lega, insomma, esce con le ossa rotte dal confronto.
Con un’unica eccezione, quella di Maroni.
Che ieri si era impegnato davanti ai sindaci in rivolta a Milano a portare a casa misure concrete per salvaguardare le casse degli enti locali.
Ebbene, i piccoli comuni si salveranno davvero, anche se verrano unificate alcune loro funzioni fondamentali e in prospettiva (via ddl costituzionale) saranno anche abolite tutte le province, ma intanto ci sono 2 miliardi di euro di tagli in meno su questo fronte; per Maroni una promessa mantenuta da incassare sotto il profilo elettorale.
Ma soprattutto, la manovra che è uscita ieri da Arcore non è quella scritta dal ministro dell’Economia, è stata ristrutturata nel senso più profondo della sua filosofia.
“Per la prima volta — ecco il commento a caldo di un ‘frondista’ soddisfatto — non abbiamo dovuto ingoiare a scatola chiusa il tonno Tremonti…”.
Infatti, all’inizio dell’incontro, il ministro dell’Economia si era mosso nel solco del suo consueto clichet: non si deve cambiare nulla.
Poi una battuta del Cavaliere che ha azzerato ogni velleità  di protagonismo: “Quella che hai scritto tu è una manovra depressiva, io non la voglio”.
Di lì scintille e grida, con Tremonti che però alla fine ha chinanto la testa.
Quello che diranno i mercati sul nuovo testo lo si vedrà , ma di certo non è rimasto nulla dell’impostazione tremontiana di tagli lineari e di nuove imposizioni “di solidarietà ”.
Muovendo sulle pensioni, il ministro dell’Economia non ha potuto dire di no davanti alla ferrea volontà  del Cavaliere di cancellare le nuove tasse come appunto il contributo di solidarietà  “contrario alla filosofia stessa del Pdl”.
Vista la sconfitta di Bossi, poi, Tremonti — che fino a ieri si era invece fatto proteggere dal Carroccio — ha immediatamente cambiato schema allineandosi su tutto il fronte al Cavaliere; il ministro ce l’ha fatta a restare in piedi anche questa volta, si vedrà  ora per quanto tempo, ma sul suo riavvicinamento a Berlusconi pochi i dubbi.
Uscendo a tarda sera dal salotto di Arcore, si è lasciato sfuggire un “tutto bene” impensabile solo qualche ora prima.
Adesso la nuova manovra passa nelle mani degli uomini dei conti che dovranno trovare il modo di farli quadrare un’altra volta.
È per questo motivo se il termine ultimo delle 20 di ieri sera per la presentazione degli emendamenti di fatto non è stato rispettato.
Le nuove norme sono tutte da scrivere e il governo ha dato mandato al relatore della legge di presentare (probabilmente) un maxi emendamento con le modifiche direttamente giovedì o venerdì prossimo in aula a palazzo Madama in modo da porre la fiducia su quello e raggiungere il risultato finale senza correre il rischio di modifiche in aula.
Lo stesso scenario si dovrebbe avere alla Camera, ma qualcosa, ancora, non quadra del tutto.
Ed è Pierluigi Bersani a insinuare, per primo ma seguito a ruota dall’Udc, che i conti, alla fine, potrebbero “non tornare”:
“Non vedo come possano quadrare questi conti”.
Sempre ieri sera, da ambienti vicini a Confindustria, si faceva notare che con gli interventi annunciati, all’appello dell’invariato saldo finale (45,5 mdl di euro) ne potrebbero mancare più di 20.
Ma per Berlusconi lo spettro di una crisi sulla manovra è ormai archiviato.
Tanto che ieri ha concluso il vertice stappando una bottiglia di champagne (lui che è a dieta da giorni) per festeggiare “l’accordo; e adesso tutti avanti fino al 2013!”.
Un brindisi con tutti i partecipanti al “conclave”, Alfano, Tremonti, Bossi, Maroni, Calderoli, Cicchitto, Gasparri, Moffa e il presidente della commissione Bilancio del Senato Azzollini.
Pare che nessuno abbia bevuto un goccio, ma che abbiano comunque alzato il bicchiere davanti alla prospettiva di andare avanti con la delega fiscale e la riforma dell’architettura dello Stato.
“Berlusconi — commentava un ‘frondista’ pidiellino soddisfatto per aver incassato, in qualche modo, una vittoria — ha dimostrato di avere ancora in mano la golden share del governo e della maggioranza; il 2013 non è più un traguardo irraggiungibile”.
Forse.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TRUFFATO CHI HA RISCATTATO LA LAUREA, LA NAJA NON CONTA PIU’: BOSSI SI E’ VENDUTO LE PENSIONI

Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile

GLI ANNI NON LAVORATI NON VALGONO PIÙ PER L’ANZIANITà€… SCOPPIA LA RIVOLTA DEI MEDICI, A RIPOSO ANCHE CON UN DECENNIO DI RITARDO

Non si sa se è colpa delle trame dell’odiato “nano veneziano” o dello stato confusionale dovuto alla caduta, ma è un fatto che Umberto Bossi e la Lega ieri sono usciti dal villone di Arcore dopo aver messo la loro firma proprio sotto quel sostanziale aumento dell’età  pensionabile che avevano escluso in lungo e in largo durante i loro coloriti comizi agostani.
Nell’oscuro documento finale, infatti, si legge che il governo manterrà  “l’attuale regime previdenziale già  previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare, che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione”.
Cioè? All’ingrosso significa che tutti i lavoratori (maschi) della Repubblica si ritroveranno un anno in più di lavoro da fare prima della pensione: i mesi di servizio militare o civile infatti non contano più ai fini dell’età  della pensione, anche se contribuiranno al calcolo dell’assegno.
Stesso discorso per la platea più piccola, ma non irrilevante, di coloro che hanno pagato conti assai salati per “riscattare” gli anni passati all’università : qui la correzione ammonterebbe a quattro anni, ma “oscilla tra i 10 e i 12 anni per i medici perchè si deve tener conto degli anni di specializzazione.
Niente paura, spiegano fonti di maggioranza, si andrà  in pensione “contando gli anni effettivi di lavoro”.
In sostanza, si tratta di un nuovo — ma più subdolo — scalone previdenziale, che peraltro si va ad aggiungere a quell’anno e più che i pensionandi pagano già  al sistema delle cosiddette “finestre.
Non si tratta, ovviamente, di una riforma del sistema pensionistico, ma di un provvedimento deciso per finanziare il ritocco cosmetico della manovra portato a termine ieri a Villa San Martino: a parte i ddl costituzionali sui costi della politica, che non valgono niente in termini di risparmi, le novità  stanno nel fatto che è stato abolito il contributo di solidarietà  (gettito previsto: 700 milioni l’anno prossimo, 1,5 miliardi nel successivo biennio) e che si riducono di due miliardi i tagli alle autonomie locali.
Il governo, insomma, da qui al 2013 deve trovare da qualche altra parte cinque miliardi e mezzo.
Questo blocco delle pensioni anche per chi ha già  40 anni di contributi serve a “mantenere invariati i saldi”, assicura Calderoli, anche con il concorso di provvedimenti meno pesanti come un taglio dei “privilegi” fiscali delle cooperative e alcune norme anti-elusione di dubbia efficacia.
“Non vedo come questi conti possano tornare”, diceva Pierluigi Bersani in serata.
In realtà  non è ancora chiaro come sarà  congegnato l’emendamento, ma nell’opposizione c’è chi ipotizza che in sostanza il governo Berlusconi voglia così arrivare – surrettiziamente – alla cosiddetta “quota 100” (65 anni + 35 di contributi oppure 64 + 36 eccetera) entro il 2015.
Come che sia, la platea interessata è vasta: secondo un calcolo a spanne sui dati 2010, che era servito ai cosiddetti “frondisti” del PdL per le loro proposte di modifica, i lavoratori penalizzati dovrebbero essere almeno 120 mila nel prossimo triennio.
In questo modo, fino al 2015, si dovrebbero risparmiare tre miliardi, che diventerebbero — a regime, cioè dal 2016 — altri due l’anno all’incirca.
Ma sono tutti calcoli da verificare.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TAGLI ALLA SANITA’: NELLE REGIONI E’ CAOS SUI TICKET

Agosto 28th, 2011 Riccardo Fucile

LA MANOVRA DEL GOVERNO COSTRINGE GLI ENTI A RECUPERARE 400 MILIONI DI EURO ENTRO LA FINE DELL’ANNO… I GOVERNATORI PROTESTANO E I CITTADINI PAGANO

Ticket sanitari. Un pasticcio “epocale”.
Una truffa del governo a danno delle Regioni, che sono costrette a recuperare 400 milioni di euro entro la fine dell’anno.
Ma andiamo con ordine.
Nel 2009, governo e Regioni firmano il Patto per la salute e, per evitare nuovi ticket sulle visite specialistiche, il ministero dell’Economia stanzia 860 milioni l’anno da versare nelle casse regionali.
A giugno del 2011 arriva la ferale notizia da via XX Settembre: non ci sono i soldi, arrangiatevi.
Anzi, le Regioni sono obbligate ad applicare tre nuovi ticket: 10 euro per le visite specialistiche, altrettanti per gli esami diagnostici e 25 per chi è andato al pronto soccorso ed è stato classificato “codice bianco”.
I primi due si sommano ai costi già  previsti dal tariffario regionale.
A parte le categorie esenti, fra cui i malati cronici, tutti gli altri pazienti devono pagare e non c’è reddito che tenga.
Alla notizia tutti i presidenti delle Regioni, come un sol uomo, salgono sulle barricate.
“In Veneto Roma non comanda, a casa nostra facciamo noi, quindi nessun ticket”, afferma il presidente leghista Luca Zaia.
Anche Roberto Formigoni, governatore della Lombardia, dichiara la sua opposizione, ma poi ricorda che una legge dello Stato va applicata, altrimenti si può essere accusati di “danno erariale”.
Ma il giudizio complessivo dei presidenti è concorde.
Si va dalla manovra “iniqua” al provvedimento “inapplicabile”.
Il 29 luglio alla festa della Lega a Concorezzo, in quel di Monza, Umberto Bossi lancia l’idea dell’aumento delle accise su sigari e sigarette.
L’idea piace a molti: dai presidenti delle Regioni a molti parlamentari di maggioranza e opposizione.
E il governo? Nicchia, prende tempo, rinvia. E dopo tre incontri finiti nel nulla, ai primi d’agosto, partono comunque i ticket. Il governo rimanda il confronto a settembre.
Dopo la truffa anche la beffa.
E i governatori che avevano minacciato di alzare le barricate?
In molti si adeguano e mandano giù il rospo.
“In Veneto comando io”, aveva tuonato Luca Zaia, ma ora si accontenta di firmare il ricorso al Tar.
In Campania, che ha un deficit sanitario abissale, si stanno studiando nuove formule, mentre viene confermato il ticket di 50 euro per i codici bianchi al pronto soccorso.
La Sardegna, dove per le prestazioni specialistiche si arriva a pagare un massimo di 46.15 euro, confermato il ticket di 25 euro per i codici bianchi e di 15 per quelli verdi.
Toscana, Emilia Romagna e Umbria hanno imboccato un’altra strada: rivedere il livello minimo di reddito oltre il quale si paga e far gravare gli aumenti sui quelli “alti”.
Ma chi non pagherà  in maniera assoluta l’aggravio dei ticket?
Di sicuro le persone affette da patologie invalidanti: cardiopatici, asmatici, diabetici, malati cronici, pazienti affetti da tumore e invalidi al 100 per cento.
E poi i bimbi sotto i 6 anni e gli over 65, ma solo se il reddito familiare non supera i 36 mila euro.
ovranno invece mettere mano al portafoglio, se ce l’hanno, i componenti delle famiglie monoreddito, i precari e i disoccupati.
Per capire meglio come stanno le cose è però opportuno farsi un giro negli ospedali della Capitale.
Sandro Pertini, zona est di Roma. Viali alberati, aiuole curate, padiglioni ordinati e puliti.
E poi l’aria condizionata, mentre fuori il termometro sfiora i quaranta gradi.
Nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso una ventina di persone attendono di sapere le condizioni delle persone che hanno accompagnato.
“Mia madre, 85 anni, si è sentita male stanotte, non respirava più, forse sarà  colpa del caldo”, dice una signora sulla cinquantina.
Lei sa che per i casi non gravi, i codici bianchi, c’è da pagare un ticket di 25 euro?
“Sì, l’ho sentito dire, ma mia madre è una malata cronica, quindi non credo che dovrà  spendere soldi”.
Il reparto cassa ticket dista 300 metri dal Pronto soccorso.
L’impiegata allo sportello spiega a una paziente: “La visita specialistica costa 24 euro e 66 più 10 per l’aumento recente, la Tac 51.15 sempre più 10”.
La signora gira sui tacchi e se ne va.
Sono in molti quelli che vengono a pagare i 25 euro per i codici bianchi?
La signorina abbassa la voce: “Quasi nessuno, perchè al paziente, al termine della visita, gli viene consegnato un conto corrente e, secondo lei, la maggioranza che fa? Non mi faccia dire altro”.
Stessa musica all’ospedale San Giovanni.
L’impiegata allo sportello attende che il paziente si sia allontanato poi sussurra: “Io non posso parlare ma qui di gente che paga in codice bianco se ne vede proprio poca”.
Lo spartito non cambia all’ospedale Umberto I, dove però hanno installato un congegno futuribile: una macchina luminosa dove s’infila la tessera sanitaria.
Poi si accendono una serie di tasti sui quali il paziente deve appoggiare il dito.
Solo che otto volte su dieci è un’impiegata che deve uscire dal box per insegnare all’ignara anziana disperata come funziona quel maledetto aggeggio.
“Ecco, sullo scontrino lei ha il suo nuovo codice d’accesso, ora lo schermo luminoso le indicherà  a quale sportello rivolgersi”.
E dallo schermo esce una voce che proviene dallo spazio sillabando il codice.
L’anziana signora non capisce, s’alza e se ne va.
Nel frattempo un giovane si avvicina al “mostro”, infila la tessera, digita e riceve lo scontrino. “Devo fare una gastroscopia. Quanto devo pagare?”. “Trentadue euro più dieci”, risponde l’impiegata. “E che sono questi dieci?”. La risposta è secca. “Non lo sa che da luglio c’è stato l’aumento?”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL PREGIUDICATO BRANCHER GESTIRA’ UN ENTE DA 160 MILIONI DI EURO

Agosto 26th, 2011 Riccardo Fucile

SECONDO IL SETTIMANALE L’ESPRESSO, IL GOVERNO HA CREATO UN NUOVO ENTE: L’ORGANISMO DI INDIRIZZO PER LA TUTELA E LA PROMOZIONE DI PROGETTI PER I COMUNI DEL NORD

Altro che crisi.
I soldi per la Casta della politica ci sono sempre, almeno stando a quanto rivela l’ultimo numero in edicola del settimanale l’Espresso: 160 millioni di euro sarebbe la somma destinata dal governo alla creazione di un nuovo ente parastatale, la cui presidenza e direzione sarebbe affidata ad Aldo Brancher.
Cioè il deputato del Pdl condannato in via definitiva per ricettazione e appropriazione indebita proprio all’inizio del mese di agosto e di recente tirato in ballo anche dall’imprenditore Di Lernia nello scandalo delle tangenti per l’assegnazione delle commesse di Enav e Selex.
“L’ente — scrive il settiminale — si chiama Odi (Organismo di indirizzo) ed è stato istituito il 14 gennaio 2011 con un apposito decreto firmato nientemeno che da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti.”
Richiamandosi a una norma “nascosta” nella finanziaria del 2010 (l’articolo 2, comma 107, lettera h’), il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia “autorizzano — continua L’Espresso — la spartizione di 160 milioni tondi entro la fine di quest’anno.
I soldi sono destinati ai soli comuni veneti e lombardi delle fasce di confine con Trento e Bolzano”, per frenare “la mini-secessione dei centri di montagna che progettavano di abbandonare le regioni padane per entrare nelle ricche province a statuto speciale”.
Il tutto viene a galla proprio ora, nei giorni in cui si discute delle modifiche alla monovra che mette pesantemente le mani nelle tasche degli italiani.
Alla presidenza dell’Odi, il nuovo ente che si occuperebbe di “fissare gli indirizzi per distribuire i soldi ai Comuni”, ma anche a capo della “Commissione di approvazione dei progetti che valuta concretamente quali giunte beneficiare e con quanto denaro” — rivela il settimanale — Berlusconi avrebbe deciso di mettere Aldo Brancher.
L’uomo che è stato anche uno dei Ministri con il mandato più breve della storia: nel giugno dello scorso anno ebbe la delega per l’attuazione del federalismo.
All’epoca era sotto processo per i fatti relativi alla scalata Antonveneta e si avvalse della legge sul legittimo impedimento per non presentarsi in udienza.
Solo dopo molte polemiche e la censura del Capo dello Stato Giorgio Napolitano Brancher si era dimesso, il 5 luglio dello scorso anno, esattamente 17 giorni dopo la sua nomina.
L’obiettivo dell’operazione sarebbe, secondo l’Espresso, “allevare una corte di politici locali, che si segnalano per il convinto appoggio a mostruose speculazioni edilizie.”

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BERLUSCONI “REGALA” 500.000 EURO A TARANTINI: PER I PM SI TRATTA DI UN’ESTORSIONE AI DANNI DEL PREMIER

Agosto 25th, 2011 Riccardo Fucile

L’IMPRENDITORE CHE AVEVA PORTATO PATRIZIA D’ADDARIO A PALAZZO GRAZIOLI E IL DIRETTORE DELL’AVANTI LAVITOLA CHE VIAGGIAVA A ST. LUCIA PER COSTRUIRE ACCUSE CONTRO FINI, INDAGATI PER ESTORSIONE… SE FOSSE VERO, PERCHE’ BERLUSCONI AVREBBE PAGATO IL LORO SILENZIO?… DA SILVIO LA SOLITA RISPOSTA: “HO AIUTATO UNA PERSONA IN DIFFICOLTA”

Un versamento di mezzo milione di euro più altre somme ogni mese.
Così il premier Silvio Berlusconi pagava Gianpaolo Tarantini, l’imprenditore che nel 2008 portò Patrizia D’Addario a Palazzo Grazioli.
La circostanza, secondo quanto riferito dal numero di Panorama in edicola oggi, sarebbe agli atti di un’inchiesta della Procura di Napoli che ipotizza un’estorsione ai danni del presidente del Consiglio.
Nel registro degli indagati sarebbero iscritti fra gli altri Tarantini e il giornalista Walter Lavitola, direttore ed editore de L’Avanti!, protagonista un anno fa della campagna di stampa sulla casa di Montecarlo in uso al cognato di Gianfranco Fini.
Nelle anticipazioni diffuse ieri e rilanciate dalle agenzie di stampa e siti online, il settimanale di proprietà  dello stesso Berlusconi riferisce numerosi particolari indicati come al centro dell’indagine nella quale il premier risulterebbe come parte offesa.
Il fascicolo sarebbe affidato ai pm Francesco Curcio, Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, i magistrati che in questi mesi si sono occupati del caso P4 (i primi due) e del procedimento nei confronti del deputato pdl Marco Milanese.
Nella ricostruzione di Panorama, Tarantini avrebbe ricevuto il denaro per dichiarare al processo istruito a Bari che il premier non sapeva di ospitare escort retribuite dall’imprenditore.
“Pagato per mentire? No, perchè al telefono Tarantini ribadisce più volte che quella è la verità “, sostiene il settimanale nelle sue anticipazioni.
I 500 mila euro, si legge ancora nel resoconto, dovevano servire “soprattutto” a convincere l’imprenditore pugliese a scegliere il patteggiamento per evitare un processo pubblico e la conseguente pubblicazione di “intercettazioni telefoniche ritenute imbarazzanti” che avrebbe danneggiato il premier.
La Procura di Napoli non commenta.
Dall’ufficio dei pm traspaiono però in maniera chiara stupore e irritazione per la diffusione di indiscrezioni su un argomento così delicato, per giunta in una fase dell’indagine indicata dal periodico come “a un punto di svolta” e a breve distanza dagli sviluppi investigativi che, soprattutto nell’ambito del caso P4, avevano visto gli inquirenti imbattersi in numerose e allarmanti fughe di notizie.
Il settimanale di Berlusconi ospita anche una dichiarazione del premier: “Ho aiutato una persona (vale a dire Tarantini n. d. r.) e una famiglia con bambini che si è trovata e si trova in gravissime difficoltà  economiche. Non ho fatto nulla di illecito, mi sono limitato ad assistere un uomo disperato non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto così e nulla muterà  il mio modo di essere”.
L’avvocato Nicola Quaranta, legale di Tarantini con l’avvocato Giorgio Perroni, contattato da Repubblica spiega che l’imprenditore non ha presentato alcuna richiesta di patteggiamento nel filone escort: “È nostro interesse leggere conoscere tutti gli atti. Attendiamo l’avviso di conclusione delle indagini per guardare le carte e fare le nostre valutazioni”.
Nella versione di Panorama, l’indagine dei pm Curcio, Woodcock sarebbe imperniata su intercettazioni telefoniche anche molto recenti.
Molte riguarderebbero conversazioni di Lavitola con Tarantini o con la moglie dell’imprenditore.
Gli inquirenti sospetterebbero inoltre un “gigantesco raggiro” ai danni di Tarantini ad opera dell’editore de L’Avanti! che avrebbe trattenuto 400 dei 500 mila euro per impiegarli in operazioni finanziarie.
In un colloquio dello scorso luglio Lavitola si sarebbe sfogato con Berlusconi parlando dell’inchiesta P4, nella quale sono detenuti il lobbista Luigi Bisignani (agli arresti domiciliari) e il deputato del Pdl Alfonso Papa (in carcere) e dove è indagato a piede libero anche l’editore per un’ipotesi di rivelazione del segreto d’ufficio.
Nella conversazione Berlusconi replicherebbe tranquillamente affermando di essere distaccato dalle questioni al vaglio dei magistrati e aggiungendo di poter mettere la mano sul fuoco sull’integrità  di Gianni Letta.

Dario Del Porto
(da “La Repubblica“)

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FITTO EXPRESS: LUSSO E PROTEZIONE PER IL MINISTRO IN VACANZA. PER TRENITALIA SAREBBE LA PRASSI

Agosto 25th, 2011 Riccardo Fucile

AL SENATO IL MINISTRO NON C’E’, MA VUOLE UN VAGONE TUTTO PER SE’: LA SUA VACANZA MOBILITA LE FERROVIE… A LUI E FAMIGLIA “MASSIMA PULIZIA, EQUIPAGGIO, PUNTUALITA’ E SICUREZZA PATRIMONIALE”

La Casta Express viaggia in orario, protetta e nella massima pulizia.
L’ultimo caso riguarda le vacanze estive del ministro pugliese Raffaele Fitto, che nel governo Berlusconi ha una delega senza portafoglio: i Rapporti con le regioni e la Coesione territoriale.
Fitto e i suoi familiari sono partiti in treno il 7 agosto dalla loro città , Lecce, per raggiungere Bolzano e poi Renon, sempre in Trentino Alto Adige.
Un viaggio lungo, in vagone letto extralusso Excelsior.
Cinque giorni prima alla direzione passeggeri di Trenitalia (società  per azioni di proprietà  del Tesoro) arrivano le richieste del ministro, che vengono messe nere su bianco in un carteggio interno via mail. Il primo avviso: “Un ministro viaggerà  con famiglia (2 adulti + 2 bambini) in Excelsior sul seguente itinerario: 7 agosto – Lecce/Bolzano – 924 -vettura 10 – compartimenti 81/82 – 91/92. 21 agosto – Bolzano/Lecce – 925 – vettura 10 – compartimenti 81/82 – 91/92. Il Ministro si è raccomandato per sicurezza a bordo treno ed assistenza (avranno due compartimenti adiacenti sia all’andata che al ritorno)”.
La mail viene girata ad alcuni dirigenti e c’è la direttiva finale: “Riservata. Massima attenzione alla pulizia e al servizio offerto, compreso equipaggi, loco, puntualità  e sicurezza patrimoniale”.
Ad agosto, per i vacanzieri “normali” è stato quasi impossibile viaggiare sui “treni notti”: ridotte o cancellate le prenotazioni di cuccette e vagoni letto a causa dello sciopero dei lavoratori di una ditta esterna per la manutenzione, cui lo stipendio non arriva da mesi.
Per il ministro, invece, nessun problema. Anzi.
Chiede pure la disponibilità  di due compartimenti comunicanti e non adiacenti.
La famiglia Fitto si muove in Excelsior: suite matrimoniale e doccia.
C’è poi il mistero di una carrozza in più aggiunta al convoglio.
Il viaggio d’andata del 7 si svolge come previsto. Quello del ritorno, il 21 agosto, non ci sarà : il 19 un’altra mail informa che è stato annullato.
Ieri Trenitalia ha smentito ogni “trattamento di favore”.
In una nota scrive: “In primo luogo il ministro ha prenotato e pagato il viaggio autonomamente. Non è stata approntata alcuna modifica speciale alla composizione del treno. La sua vettura era infatti quella regolarmente prevista; l’altra viaggiava fuori servizio per un normale invio tecnico, insieme ad una seconda vettura. Erano entrambe chiuse e non prenotabili”.
E ancora: “I biglietti sono stati acquistati molti giorni prima che lo sciopero degli addetti alla manutenzione delle vetture letto riducesse la possibilità  di impiego di quest’ultime ed esaurisse, di fatto, la disponibilità  di biglietti. Il ministro aveva inoltre chiesto, se possibile , di modificare la prenotazione per avere due compartimenti adiacenti e comunicanti. Ha conservato i posti già  acquistati. Anche in questa circostanza, quindi, nessuna eccezione ad personam. Il viaggio non ha infine comportato, per l’azienda, alcun costo aggiuntivo”.
E l’evidenza delle mail interne?
Qui Trenitalia ammette però la diversità  della casta dai comuni mortali: “È prassi aziendale che, ogni qualvolta Trenitalia venga a conoscenza della presenza, sui propri treni, di alte autorità  dello Stato, attivi le proprie strutture per assicurare massima attenzione, in particolare sotto il profilo della security. Non ha fatto eccezione neppure il viaggio del ministro Fitto”.
Un viaggio privato per fare le vacanze, non istituzionale.
E che ha comportato l’impiego di un agente della security ferroviaria, la cosiddetta Protezione aziendale composta da 350 uomini .
Del resto, spiegano da Trenitalia, la protezione dei politici è di fatto quotidiana, da quando all’aereo viene preferita l’alta velocità  dei treni.
Funziona così: dal cerimoniale dei ministeri parte la segnalazione che poi viene girata alla security.
“Prassi aziendale”, appunto, che “vale per il governo Berlusconi come in passato per quello di Prodi”.
Senza contare che la casta di deputati e senatori ha diritto al biglietto differito, che viene pagato cioè in un secondo momento dalla Camera di appartenenza. A spese dei contribuenti.
Quello del treno è il più antico dei privilegi della politica.
Anche se tutto iniziò con una bocciatura. Il 29 giugno 1861, a Torino, il Senato disse no alla proposta del treno gratis, soprattutto per i parlamentari provenienti dal sud.
A chi protestò, fu risposto: “Servire il Paese è un privilegio, pari al dovere. Chi lo ha fatto in armi ha rischiato tutto, compresa la vita, senza altro chiedere. La mercede è da mercenari, non da patrioti, non sia mai”. Altri tempi.
“La prassi aziendale” non c’era ancora. Mentre Trenitalia si è spesa in una lunga autodifesa, il ministro Fitto si è limitato a definire la vicenda “paradossale”.
Classe 1969, Fitto si ritrovò in politica poco più che ventenne, dopo la morte in un incidente del papà  presidente della Regione Puglia.
Democristiano poi berlusconiano, è un perdente di successo del Pdl.
Nel 2005, da governatore uscente, fu battuto da Nichi Vendola. Venne “ricompensato” nel 2008 con un posto da ministro.
Nel 2010, infine, impose al premier, sempre in Puglia, la candidatura a presidente dello sconosciuto Rocco Palese. Altra sconfitta.
Coinvolto in due inchieste, dal peculato alla corruzione e al finanziamento illecito dei partiti, Fitto è uno degli accesi sostenitori, con la corrente dei quarantenni, del nuovo segretario del Pdl Angelino Alfano.
Anche Fitto, quindi, è un teorico del partito degli onesti con Papa e Milanese.
Un partito degli onesti che viaggia comodamente sempre, in vacanza o per lavoro.

Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano“)

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CARCERI AL COLLASSO, RITORNA L’IPOTESI AMNISTIA: SETTE REGIONI OLTRE LA SOGLIA MASSIMA DI DETENUTI

Agosto 25th, 2011 Riccardo Fucile

A CINQUE ANNI DALL’INDULTO, LA SITUAZIONE CARCERARIA E’ PEGGIORATA ANCORA ED E’ ORMAI PROSSIMA AL COLLASSO… E MENO MALE CHE LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA HA BOCCIATO IL REATO DI CLANDESTINITA’ ED E’ STATA APPROVATA LA LEGGE SULLA DETENZIONE DOMICILIARE

Ci risiamo, a distanza di quasi cinque anni dall’indulto, la situazione nelle carceri è di nuovo a un punto critico e peggiora di giorno in giorno, trascinando il sistema penitenziario al collasso.
I sindacati di categoria hanno alzato la voce e indirizzato al governo l’ennesimo allarme sulle condizioni in cui versano gli istituti di pena.
Una situazione, in realtà , ben nota negli ambienti istituzionali e testimoniata a fine luglio dal convegno sulla giustizia organizzato dai radicali e che ha visto anche la partecipazione del Presidente della repubblica.
“Ogni giorno – denuncia l’Osapp, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria – 40 nuovi detenuti fanno il loro ingresso in carcere e i penitenziari scoppiano”.
In sette regioni la “soglia di tollerabilità ” è stata ampiamente superata, con il record registrato dalla Puglia dove i detenuti sono l’80% in più rispetto al limite previsto, seguita da Lombardia (+187), Veneto (+187), Marche (+135), Liguria (+79) e Friuli (+62). L’Emilia Romagna, con “soli” 20 detenuti in più, segna il livello migliore ma la situazione in realtà  è più complessa.
Di per se infatti la “tollerabilità ”, prevista dal Dipartimento di polizia penitenziaria, è già  uno sforamento del limite previsto. In sostanza, le strutture prevedono un numero di posti disponibili che viene puntualmente superato, ma lo sforamento è messo in conto dal Ministero che addirittura fissa una capienza massima “accettabile” (stimata in 69.126 detenuti). Il limite però è stato superato: attualmente infatti i detenuti sono 66.754 e rappresentano il 46% in più rispetto ai posti disponibili (45.647).
La situazione, dopo un periodo di flessione è tornata a peggiorare.
A fine aprile infatti la Corte di Giustizia europea ha involontariamente tamponato il problema, bocciando il reato di clandestinità  introdotto in Italia nel 2009 e un effetto deflattivo è arrivato anche dalla legge sulla detenzione domiciliare, prevista per chi ha 12 mesi di pena residua.
Soluzioni estemporanee però che hanno solo rimandato il problema.
Dalla metà  di agosto infatti, il trend è di nuovo in crescita e le previsioni sono negative.
Il sovraffollamento però non è l’unico aspetto della “questione penitenziaria”: carenza di mezzi e di personale – denunciano i sindacati – stanno mettendo a dura prova il sistema penitenziario.
“È necessario che trovino spazio e attenzione anche le difficoltà  che investono il personale – spiega in una nota Eugenio Sarno, segretario generale della Uil Pa – considerato che la polizia penitenziaria presenta un gap di circa 7mila unità ”.
Una miscela esplosiva che ha indotto il sindacato di categoria della Uil ha proclamare una manifestazione nazionale per il prossimo 29 settembre.
Intanto, sul fronte istituzionale, qualcosa inizia a muoversi: i radicali infatti hanno avviato una raccolta di firme dei parlamentari per consentire una seduta straordinaria delle Camere che studi provvedimenti urgenti di depenalizzazione e decarcerizzazione, per alleggerire la situazione degli istituti di pena.
Si torna a parlare addirittura di amnistia, una strada quasi impossibile nelle condizioni attuali.
“Chiediamo al parlamento di ripristinare la legalità  costituzionale – spiega la senatrice Donatella Poretti, una delle promotrici dell’iniziativa – perchè la situazione delle carceri in Italia, oggi, è contraria ai più basilari diritti dell’uomo”.
Un appello a cui si associano tutte le sigle sindacali e la petizione – fanno sapere i firmatari – ha raccolto molte adesioni.
La parola adesso passa al parlamento ma, vista l’attenzione catalizzata dalla manovra correttiva, i margini d’azione sembrano decisamente pochi.

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NEL PDL RISPUNTA IL CONDONO “TOMBALE”

Agosto 25th, 2011 Riccardo Fucile

LA PROPOSTA DI DUE DEPUTATI AD ALFANO E GIORGETTI…ALLO STUDIO ALTRE SANATORIE

«L’ultimo. Tombale. E poi introdurre il reato di evasione».
Giuseppe Centrella, segretario dell’Ugl, rilancia le parole magiche: condono fiscale.
Non è il solo e nelle ultime, febbrili, ore per cambiare la manovra a saldi invariati la formula spunta di prepotenza sul tavolo di Alfano, segretario del Pdl, e di Alberto Giorgetti, sottosegretario all’Economia.
Il primo condono tombale, varato dal governo Berlusconi nel 2002, portò nelle casse dello Stato 20,8 miliardi (sui 25 previsti), preceduto e seguito negli anni da tre scudi per i capitali.
Un buon auspicio per il secondo, che potrebbe arrivare ora.
C’è tempo fino a lunedì 29 agosto alle ore 20, per depositare gli emendamenti. Il tempo stringe.
Una proposta in realtà  già  esiste.
Riguarda 4 anni fiscali, dal 2006 al 2009, ed è a firma dei deputati Pdl Antonio Mazzocchi, questore della Camera, e Amedeo Laboccetta, membro della commissione Bilancio.
«In Italia ci sono due milioni tra commercianti, artigiani e professionisti che si trovano in contenzioso col fisco o in posizione di evasione parziale o totale», e dunque da invogliare.
«Il condono tombale porterà  oltre 35 miliardi», è la stima.
«Da utilizzare per le famiglie numerose, per alleggerire il contributo di solidarietà  e combattere l’evasione», dicono.
E poi, dopo, inasprire le pene: «Abbassiamo la soglia a 50 dai 100 mila euro per la dichiarazione di redditi o Iva infedele. E a 20 dai 77 mila se omessa. Poi alziamo il carcere da 2 a 5 anni. Oggi è da 1 a 3», suggeriscono.
«Chi aderisce al condono tombale inibisce l’esercizio dell’azione accertatrice e dell’eventuale azione penale quando i tributi evasi superano la soglia di rilevanza penale, oggi fissata a 103 mila euro o 77 mila», a seconda dei casi, è il regalo. Renata Polverini, governatore della regione Lazio, si spinge anche oltre nelle stime, proponendo «un ultimo, definitivo, condono fiscale dal quale reperire non meno di 50 miliardi».
Al di là  degli incassi ipotizzati, la misura non è peregrina.
Un piccolo condono, quello sui contenziosi, è inserito nella manovra di luglio.
Funziona così: il contribuente che ha vinto in uno dei gradi di giudizio con il fisco, può chiudere la lite versando il 10% dell’imposta evasa.
Se non ha vinto, il 50%.
Se la pronuncia del giudice deve arrivare, il 30%.
Unico limite: un debito fiscale non superiore ai 20 mila euro.
Questa soglia – un’ipotesi rispolverata ora – potrebbe scomparire e le due percentuali maggiori dimagrire.

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