Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
SOCIETA’ DI COMODO: DAL GOVERNO FINORA SOLO BUONI PROPOSITI
S i fa presto a dire “è finita la pacchia delle società di comodo”. 
Oppure “scoviamo chi usa i trust per non pagare le tasse”.
Quando poi dagli slogan di Roberto Calderoli (mica per niente è il ministro per la semplificazione) si passa ai fatti, all’azione sul campo, non ci vuole molto a capire che gli annunci governativi sono un involucro vuoto che sarà molto difficile riempire di norme effettive e, soprattutto, efficaci.
Più difficile ancora, poi, è immaginare quanto concretamente potrebbe fruttare alle casse dello Stato la crociata contro gli schermi fiscali (trust e società di comodo).
Secondo il governo queste misure, insieme alla stretta sulle cooperative, dovrebbero compensare i 3 miliardi circa svaniti con l’abolizione del cosiddetto contributo di solidarietà , quello sui redditi superiori a 90 mila e a 150 mila euro, inserito nella prima versione della manovra.
“Ma è davvero difficile fare delle previsioni – spiega Francesco Tundo, professore di diritto tributario all’università di Bologna – a maggior ragione se come in questo caso il gettito dipende da un’attività di contrasto dai contenuti incerti e dagli esiti aleatori”.
Le nome per colpire le società di comodo, in effetti, ci sono già .
Per esempio, chi intesta la propria barca a una società controllata da se stesso o dai propri famigliari potrà recuperare l’Iva versata ai fornitori solo se paga un noleggio superiore a soglie prefissate.
Come dire, il trucco non funziona se si usa lo yacht gratis o versando un obolo irrisorio alla società che ne è formalmente proprietaria.
Questa forma di elusione fiscale è diffusissima.
Almeno a giudicare dai numeri ufficiali.
In Italia, secondo quanto ha rivelato l’anno scorso un articolo de “L’espresso ”, si contano oltre 4 mila società che hanno come attività il “noleggio di imbarcazioni da diporto senza equipaggio”.
E gran parte di queste affittano la barca ai propri soci.
I controlli hanno però fin qui dato risultati scarsi. Poche decine di contestazioni per un valore complessivo nell’ordine dei milioni di euro.
Ancora più difficile appare la caccia al trust, una formula giuridica anglosassone che consente di schermare il reale proprietario di un bene designando un intestatario giuridico e un beneficiario economico.
Al supermarket dell’elusione il trust va alla grande.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati i commercialisti specializzati in questo particolare strumento.
Ne fa uso chi vuole proteggere i propri beni dalle pretese dei creditori o, in caso di separazione, dalle richieste della ex moglie.
Ma il trust, a quanto pare, funziona benissimo anche per mettersi al riparo dal fisco.
Non si contano i beni di lusso (ville, barche, auto) intestati, per esempio, a strutture fiduciarie con sede nelle isole britanniche del Canale.
Anche in questo caso negli ultimi anni le norme e i controlli si sono fatti più stringenti, ma la stessa moltiplicazione dei professionisti del trust appare un’implicita conferma che gran parte degli evasori è più che convinta di farla franca.
A questo punto si tratta di capire, dopo gli annunci alla Calderoli, quali saranno davvero le mosse del governo.
C’è chi ipotizza una sorta di patrimoniale a carico di tutti i beni intestati ai trust a meno che il proprietario non dimostri che il ricorso a questo strumento non ha finalità di elusione fiscale.
Il meccanismo funzionerebbe come già accade per la residenza in Paesi a tassazione zero, tipo Montecarlo.
In questi casi tocca al contribuente l’onere della prova, cioè convincere l’Agenzia delle entrate che passa effettivamente la maggior parte del tempo nel paradiso fiscale.
Lo stesso potrebbe succedere a chi intesta propri beni a un trust.
Ci sarebbe anche una soluzione ancora più radicale. “Se davvero si vuole combattere il fenomeno delle società filtro basterebbe una norma molto semplice”, suggerisce Tommaso Di Tanno, professore di diritto tributario internazionale a Siena.
Eccola: “obbligare tute le società di capitali (spa, srl, accomandite) iscritte alla camera di commercio (salvo quelle ad azionariato diffuso, tipo le quotate in Borsa) a rivelare l’identità dei dominus, delle persone fisiche che le controllano ”.
Sarebbe una svolta nella lotta all’evasione fiscale e anche per la repressione della criminalità organizzata
Vittorio Malagutti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
NELLE CARTE DELLA PROCURA DI PERUGIA SPUNTA UNA NOTA DI PERSONE INVITATE A UNA CENA….TRA I PARTECIPANTI MOLTI DEGLI INDAGATI PER LO SCANDALO DEL G8 ALLA MADDALENA…E C’E’ IL NOME DEL PREMIER
Alla procura di Perugia, tra le carte dell’inchiesta sulla “cricca” del G8, c’è un nuovo documento. Un documento inviato un anno fa ai magistrati umbri da un’altra procura, quella di Pescara.
Si tratta di una lista con nomi e cognomi, scritta a penna e trovata durante una perquisizione – e legata a un’altra vicenda penale – a casa di Fabio De Santis, provveditore delle Opere Pubbliche della Toscana (prima dello scandalo).
“Fabietto” per l’imprenditore Diego Anemone e gli altri della “cricca”.
“Una lista – scrivono gli agenti della polizia giudiziaria pescarese nella informativa inviata ai colleghi perugini – da valutare attentamente e con il giusto grado di oggettività poichè sono citati nomi di personaggi che ricoprono importanti incarichi istituzionali e elevate cariche imprenditoriali oltre che alti dirigenti di Ministeri”.
“Berlusconi”. Questo è uno dei nomi “pesanti” della lista, assieme a quello del capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Rino Nebbioso, e quello di “don Camaldo”, cerimoniere del Papa. E basta leggere le carte dei carabinieri del Ros di Firenze (dove ebbe origine l’indagine sullo scandalo del G8 alla Maddalena) per capire di che lista di tratta.
Ci sono quasi tutti gli arrestati e gli indagati della “cricca”, ma anche altri nomi che comunque sono stati lambiti dalle indagini perchè “toccati” dalle intercettazioni, dai colloqui telefonici avuti con gli indagati.
Insomma, una cena tra la “cricca” e la sua rete di amicizie nei ministeri e nel Vaticano, sostiene la procura di Pescara.
Una cena per festeggiare.
Festeggiare la nomina di Fabio De Santis a provveditore delle Opere Pubbliche della Toscana. Proprio quella nomina che – secondo la procura di Firenze – Verdini avrebbe “raccomandato” per aiutare l’amico e socio in affari Riccardo Fusi (imprenditore fiorentino).
E ci sono, del resto, anche i nomi di Verdini e Fusi tra gli inviati, come ci sono quelli di Angelo Balducci (presidente del consiglio superiore Lavori Pubblici), degli imprenditori Anemone e Francesco De Vito Piscicelli (l’uomo che rideva al telefono la notte del terremoto, ndr), i funzionari ministeriali Mauro Della Giovampaola (Lavori Pubblici) e Maria Pia Forleo (Infrastrutture), e Guido Cerruti, avvocato e consulente ministeriale.
Tutti indagati nello scandalo del G8 alla Maddalena.
Accanto ai loro nomi ne emergono altri, nuovi (rispetto a quelli già emersi dalle intercettazioni), sulla lista inviata dalla Procura di Pescara.
Su tutti spunta, appunto, il nome “Berlusconi”, ma non è l’unico.
C’è anche il nome e il cognome del capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Rino Nebbioso, come c’è il nome di “don Camaldo”, il cerimoniere del Papa, del “questore di Firenze” e della “Iurato” (nome che compare anche nella lista favori di Anemone e riconducibile all’attuale prefetto dell’Aquila).
E poi ci sono anche Patrizio Cuccioletta (provveditore alle Opere Pubbliche del Veneto) e del fratello Paolo.
Due nomi che interessavano alla Procura di Pescara. Scrive in una nota la polizia giudiziaria pescarese: “Emblematica risulta la partecipazione alla cena dei signori Cuccioletta n.43 e n. 44 della lista che permette di valutare in un’ottica diversa l’affidamento della consulenza per la risoluzione delle interferenze della statale SS.81 alla Archingroup srl (società oggetto delle indagini del magistrato pescarese Gennaro Varone, ndr). Fino a oggi questo risultava un affidamento voluto solo da Carlo Strassil (arrestato dalla Procura di Pescara per presunte tangenti e coinvolto anche nello scandalo della ricostruzione) mentre, con molto probabilità , era un favore di De Santis Fabio all’amico Cuccioletta Paolo”.
Conclude la nota in allegato, redatta dal Nucleo investigativo del Corpo forestale dello Stato di Pescara: “Rinvenuto nell’abitazione di De Santis, si trasmette in allegato l’estratto conto relativo al conto corrente bancario intestato a Fabio De Santis della Banca Unicredit Banca di Roma che, alla data del 31.03.2010, ha un saldo attivo di euro 872.658,77”.
Da un anno questa informativa e la relativa lista di inviati alla cena della “cricca” si trova a Perugia.
Spetta agli inquirenti umbri chiarire chi degli invitati poi effettivamente partecipò (di certo si sa che non andò alla cena Verdini, come emerge dalle intercettazioni) e quali fossero i legami tra la cricca e gli invitati speciali.
“E’ tutta gente che conosci … tranquillo (…) – racconta De Santis, intercettato dai Ros di Firenze, ad un inviato un giorno prima della cena – … tutti amici … guarda sono tutti amici … e poi non ci stanno stronzi … diciamo”.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica”)
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
VIA LA STRETTA SU LAUREA E NAIA, ORA SI TORNA ALL’AUMENTO DELL’IVA E AL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’…. LITI INTERNE ALLA LEGA TRA CALDEROLI E MARONI… LA “PADANIA” OGGI DICE L’OPPOSTO DI QUANTO SOSTENUTO IERI
Alla fine, dopo le proteste piovute sul governo da opposizione, sindacati, società civile e anche da ambienti della stessa maggioranza, la stretta sulle pensioni è saltata.
E’ bastato un faccia a faccia tra Calderoli e Sacconi per far suonare il de profundis sulla contestata norma.
E meno male che la manovra doveva essere “più equa”, come garantito dal premier.
L’unica cosa distribuita equamente, per il momento, è l’insoddisfazione.
A cominciare dalle pensioni, su cui tutto pare essere tornato in alto mare.
La decisione di intervenire sul riscatto degli anni della laurea e del militare ha cominciato ad insinuare dubbi non solo nella Lega, ma anche nel Pdl, tanto che ieri, fino a tarda sera, il ministro Sacconi e alcuni tecnici della maggioranza si sono attardati al lavoro con i vertici dell’Inps per ritoccare la proposta del governo; così come è emersa a Villa San Martino, infatti, la norma rischia di essere incostituzionale.
C’è subbuglio anche nella Lega, con i senatori del Carroccio che avrebbero come obiettivo addirittura quello di eliminarla.
Il problema è che il gettito previsto (650 milioni il primo anno e circa 1200 l’anno successivo) andrebbe coperto con un’altra misura che al momento non c’è.
A risultare particolarmente attivo nelle ultime ore è stato il ministro dell’Interno Maroni, che si è smarcato di nuovo dal ritrovato asse Tremonti-Bossi Berlusconi.
A tentare di tenere insieme tutti i pezzi del Carroccio che si stanno nuovamente sgretolando il ministro Calderoli che ha infatti annunciato un incontro per stamattina con Sacconi e i tecnici del Tesoro in cui si valuterà “l’impatto sociale” dell’intervento sulle pensioni.
Del resto, il clima tra i leghisti non è certo dei migliori.
Non fosse per il fatto che la promessa del titolare del Viminale ai Comuni (“I tagli agli enti locali saranno almeno dimezzati”) rischia di non poter essere mantenuta: “Vista la confusione sui numeri della manovra, e vista la fumosità del meccanismo per i Comuni, qualche timore ce l’abbiamo”, hanno spiegato alcuni deputati vicini a Maroni.
Che hanno messo l’accento sull’attivismo di Calderoli che “di fatto ha intestato anche alla Lega una manovra che non ci piace affatto”.
Insomma, il risultato è che in molti, tra gli uomini di Maroni, sono più che preoccupati per come la Lega rischia di uscire dalla manovra, tanto che il Consiglio dei ministri di giovedì ha il compito di blindare il decreto proponendo un voto di fiducia alle Camere.
Una avvisaglia di quel che potrebbe succedere in casa leghista l’ha data questa mattina la Padania, chiamata a fare da pompiere su una base sempre più insofferente, per non dire di peggio.
E così piovono titoli rassicuranti come “nuove riflessioni sulla manovra” o “manovra in discussione”.
I leghisti insomma, non hanno gradito per niente il colpo al riscatto del militare.
E dire che solo poche ore prima del nuovo intoppo, Berlusconi si era dichiarato “molto, ma molto soddisfatto” per la ritrovata concordia e per un accordo che, a suo dire, aveva migliorato la manovra “senza modificare i saldi”.
All’appello, comunque, mancherebbero diversi miliardi di euro e li dovrà tirare fuori Tremonti, un ministro dell’Economia con il quale il Cavaliere giura di aver ritrovato il feeling di un tempo (“lo scontro è un romanzo d’agosto”) .
Tanto che l’altra sera era ricominciato a girare il nome di Vittorio Grilli come suo successore.
Nella migliore delle ipotesi, il buco nella manovra si aggira attorno ai 5 miliardi di euro.
Nella peggiore previsione si arriva invece a 20 miliardi.
Come si arriva alle cifre?
Nel primo caso il conto è ormai risaputo.
Dal vertice di Arcore, infatti, la manovra è uscita senza contributo di solidarietà (a parte gli statali, sui quali la vessazione rimane) e con i tagli agli enti locali dimezzati.
Cioè con quasi sei miliardi di gettito in meno. Recuperato solo in parte grazie alla norma ammazza-riscatto sulle pensioni, che nella migliore delle previsioni (e se dovesse sopravvivere) porterà nelle casse dello Stato non più di un miliardo e mezzo di euro. Poco. Troppo poco, se si considera che le stime sul Pil italiano nel frattempo sono crollate rispetto al +1,1% su cui il governo ha impostato i propri conti.
Per il Fondo monetario internazionale il nostro paese si dovrà accontentare dello 0,7% quest’anno e lo 0,8% l’anno prossimo.
Risultato: a conti fatti altri 15 miliardi da recuperare nel rapporto con il deficit per arrivare all’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013.
E potrebbe non finire qui.
Ieri lo spread con i Bund tedeschi ha ricominciato a crescere e si è avvicinato alla soglia dei 300 punti. Se dovesse continuare così (nonostante l’acquisto di titoli italiani operato dalla Bce) nessuno può escludere che a breve si parli di una nuova, ennesima manovra correttiva.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO GIOCA ALLE TRE TAVOLETTE…SUI SALDI FINALI PESANO ANCHE L’INCOGNITA CRESCITA E L’AUMENTO DEGLI INTERESSI SUI TITOLI DI STATO
I conti non tornano. 
Quelli dell’economia globale, dell’Europa, dell’Italia, della manovra bis.
L’esercizio politico di spostare le poste come birilli ha forse preservato il consenso dei rispettivi elettorati, meno i saldi di un provvedimento d’urgenza richiesto dalla Bce per anticipare al 2013 il pareggio di bilancio.
Il rischio è che, a breve, quei conti si debbano riaprire per un terzo, doloroso, intervento.
Tre manovre in tre mesi, l’Italia come la Grecia, è il pericolo da scongiurare a tutti i costi.
I sintomi, però, ci sono tutti.
Il vertice di Arcore di lunedì ha, di fatto, aperto un primo “buco”, stimato dall’opposizione ma anche da studiosi ed economisti in almeno 5 miliardi: tolto il contributo di solidarietà (3,8 miliardi di euro in tre anni), concessi 2 miliardi di minori tagli agli enti locali (diventano 3 se uno si storna dall’introito della Robin Hood tax), le compensazioni paiono evanescenti.
La stretta sulle società di comodo, la scure sulle Coop, il gettito dell’evasione passato in gestione ai Comuni, sul pallottoliere della contabilità pubblica per ora valgono zero.
Così come le riforme costituzionali (abolizione delle Province e dimezzamento dei parlamentari).
Poi i dubbi di costituzionalità aperti dal caso supertassa, rimasta per pensionati e statali, e dal caso pensioni, che comunque forniranno introiti solo a partire dal 2013 (500 milioni), fanno pensare ad un’altra falla da riempire.
Infine, la delega fiscale da 20 miliardi, corposa ma ancora nebulosa, che nasconde l’aumento dell’Iva.
Poi c’è il contorno.
Fatto di stime sulla crescita in forte ribasso (lo diceva lunedì il Fondo monetario internazionale per il mondo e l’Italia, ieri l’Istat e anche la Banca d’Italia).
Interessi sui titoli di Stato italiani che lievitano a vista d’occhio (gli spread con i Bund tedeschi hanno ripreso a correre).
Numeri che i mercati sanno leggere benissimo e che, inevitabilmente, cambieranno le condizioni italiane per aver deficit zero nel 2013.
“Le stime sul Pil dell’Fmi possono anche peggiorare, perchè calcolate senza tenere ancora in conto l’effetto comunque depressivo delle due manovre estive”, dice Mario Baldassarri, economista e senatore Fli.
“Al momento la minore crescita, da qui al 2013, è stimata in due punti in meno. Ovvero un punto in più di deficit. Ovvero 15 miliardi nel 2013. Il pareggio, nei numeri non c’è più. Servirà una manovra ter da 25-30 miliardi che non ci possiamo però permettere. A che titolo la Bce continuerà a comprare i nostri titoli?”.
Tra una ventina di giorni il governo presenterà il nuovo Def, con il Pil rivisto.
“Il punto è correggere i conti, subito, ma con misure strutturali”, dice Nicola Rossi, economista, gruppo misto.
“Questa manovra bis, così sbilanciata sulle entrate, ne avvicina una terza. Sì, sembra proprio l’iter greco”.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER: “SALDI A RISCHIO, AUMENTIAMO L’IVA”…LE NUOVE MISURE NON BASTANO, SECONDO I CALCOLI DELLA RAGIONERIA… DUBBI DEL COLLE SUL VOTO DI FIDUCIA…LA LEGA, CONTESTATA DAI SUOI ELETTORI PER LE PENSIONI, CAMBIA IDEA PER LA TERZA VOLTA
“Se ci ritroviamo spalle al muro, allora rimettiamo mano all’Iva e con quel punto recuperiamo i 5 miliardi, con buona pace di Giulio”.
All’indomani del vertice di Arcore Silvio Berlusconi è un uomo assalito da dubbi.
Un premier che a collaboratori e ministri sentiti a più riprese in giornata confida incertezza e preoccupazione.
E una profonda irritazione nei confronti di Tremonti, ancora una volta.
Perchè sarebbe stato proprio il ministro delle Finanze, nel lungo summit di due giorni fa, ad assicurare che pur dimezzando i tagli ai comuni e abolendo il contributo di solidarietà , altre misure di lotta all’evasione e all’elusione avrebbero garantito il mantenimento dei saldi.
Il conto dei 45 miliardi sarebbe comunque tornato, insomma.
Ieri a Palazzo Chigi si sono accorti che le cose stavano diversamente, a sentire la stessa presidenza del Consiglio.
Il Cavaliere l’ho appreso da Gianni Letta, che ha tenuto i contatti con la Ragioneria dello Stato: l’organismo contabile avrebbe informato in via informale che le entrate previste con le nuove misure post-vertice lascerebbero uno scoperto di circa 6 miliardi di euro rispetto alla manovra del 12 agosto.
“A questo punto Giulio deve darci le cifre, misura per misura” sarebbe sbottato il premier coi suoi.
Tanto più che il tempo stringe, il governo deve mettere a punto gli emendamenti correttivi, stavolta nero su bianco per davvero, entro domani.
Perchè in commissione Bilancio al Senato si entra nel vivo con le votazioni. Ministri pidiellini in fermento contro il ministro del Tesoro, ma lui non c’è, irreperibile.
È ritornato sui monti della sua Lorenzago. “Il Professore Tremonti non è a Roma, il telefono non ha campo e quindi non prende” fa sapere a tutti il portavoce di via XX Settembre.
E tanto basta per irritare ancor più il Cavaliere. “Mi aveva assicurato che avremmo potuto rivedere i tagli ai comuni e cancellare il contributo di solidarietà perchè le sue misure anti evasioni sarebbero state sufficienti, se non è così, allora torniamo ad aumentare il punto Iva” hanno sentito dire ieri al presidente del Consiglio, a questo punto determinato a tutto.
Anche allo scontro finale con Tremonti, pur di non far precipitare la situazione.
Sembra che tra i contatti avuti da Berlusconi, ve ne siano stati nelle ultime ore anche con il governatore di Bankitalia – futuro presidente Bce – Mario Draghi. Tra i due potrebbe esserci un incontro a Roma la prossima settimana.
Le perplessità del premier nelle ultime 24 ore sono le stesse dei ministri leghisti.
La “Padania” se ne fa portavoce, con tanto di titolo che oggi minaccia la riapertura del confronto sulla manovra. “Inaccettabile” fa già sapere il capo del governo.
Berlusconi preferisce presentarsi davanti a una delle tv del gruppo di famiglia (Studio Aperto) per difendere il “successo” della sera prima.
Ma è una mossa difensiva, studiata nelle stesse ore in cui l’accordo è già sotto assedio.
Tra medici e magistrati e soprattutto dipendenti pubblici sul piede di guerra, mentre la tenuta dei sindacati più vicini – Uil e Cisl – viene rimessa in discussione non appena si è diffusa la notizia che il contributo di solidarietà resta in vigore proprio per gli statali.
È la norma sulla cancellazione del riscatto degli anni di laurea e di servizio militare a mandare su tutte le furie Calderoli e i parlamentari leghisti.
Per il Carroccio le pensioni non andavano proprio toccate. I senatori del gruppo minacciano di bocciare l’emendamento.
Gli uffici legislativi del Colle, che stanno seguendo con attenzione gli sviluppi sul decreto, pur non avendo ancora esaminato gli emendamenti, avrebbero lasciato trapelare già i loro dubbi. Suffragati da quelli di autorevoli costituzionalisti: la norma sul riscatto rischierebbe di violare l’articolo 3 della Costituzione, tanto per cominciare.
Sotto attacco in questo caso, oltre a Tremonti, finisce il ministro del Welfare Sacconi, artefice della trovata.
Non è un caso se questa mattina proprio il ministro pidiellino si vedrà con Calderoli e i tecnici del Tesoro, con l’intento di rimettere mano alla norma.
Tra le ipotesi, il salvataggio del riscatto per il solo anno di militare. Ma non viene escluso un passo indietro su tutto, che lasci intatto il riscatto.
Troppo trasversale e diffusa la protesta scatenata già ieri dalla novità in tema di pensioni.
Ma sono anche i colleghi pidiellini di governo a lamentarsi di Sacconi, che lunedì a Villa San Martino aveva garantito della tenuta dei sindacati, su pensioni e contributo di solidarietà per gli statali.
Si è scoperto ieri che non era così. Che le confederazioni “amiche” adesso minacciano pure loro la mobilitazione. Caos su più fronti, mentre l’esame della manovra al Senato entra nel vivo.
Domani il Consiglio dei ministri si riunirà per discutere dell’eventuale fiducia al maxi emendamento che sarà presentato per scavalcare le 1.300 proposte di modifica depositate.
Il Quirinale lascia trapelare più che qualche perplessità e puntualmente il presidente del Senato Schifani se ne fa interprete auspicando un confronto aperto con le opposizioni e scongiurando il ricorso alla fiducia.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
È SCONTRO, ECCO PERCHà‰: I NODI DA SCIOGLIERE… OGGI SI PREVEDE IL RITIRO DEL PROVVEDIMENTO CHE ANNULLA GLI ANNI DI SERVIZIO MILITARE E DI UNIVERSITA’… ENNESIMA FIGURACCIA DEL GOVERNO
Gli interventi sul sistema previdenziale ipotizzati ieri nel vertice di maggioranza saranno
con tutta probabilità modificati se non addirittura eliminati: è quanto emerge in ambienti Pdl dopo il polverone che sui è alzato sull’impatto sociale della manovra e sui rischi di una valanga di cause in particolare per quanto riguarda le norme sul riscatto degli anni di laurea e sull’anno di servizio militare.
Ieri sera il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi ha incontrato i vertici degli entri previdenziali e per oggi è previsto un incontro con il ministro della semplificazione Roberto Calderoli proprio sull’impatto «sociale» degli interventi in materia previdenziale.
L’esclusione dei periodi di laurea e di servizio militare riscattati dal calcolo dei 40 anni di anzianità contributiva per uscire dal lavoro senza limiti di età annunciata ieri, infatti, potrebbe riguardare circa 100.000 lavoratori l’anno (secondo i calcoli più prudenti, 130.000 secondo stime sindacali) persone che a fronte di aspettative «tradite» potrebbero decidere di avviare un contenzioso con buone possibilità di vincere la causa.
I nodi sul tappeto sono diversi e renderanno difficile mantenere in campo l’intervento aprendo la via a modifiche.
In particolare le ipotesi avanzate dalla maggioranza danneggiano chi ha riscattato gli anni di laurea.
Chi va in pensione con il metodo retributivo e 40 anni di anzianità , infatti, può ricevere al massimo l’80% della media delle retribuzioni degli ultimi anni.
In questo caso l’esclusione degli anni di laurea dal conteggio dei 40 anni varrebbe non solo per i tempi di pensionamento (con un rinvio di 4 anni) ma anche per il calcolo dell’assegno dato che il rendimento massimo non può superare l’80%.
Chi ha riscattato gli anni di laurea sarebbe quindi doppiamente beffato perchè avrebbe pagato per non ottenere nulla in cambio.
L’accordo inoltre non chiarisce quale sarà la sorte dei lavoratori che avevano più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, fino ad ora rassicurati dal calcolo della loro pensione su base retributiva (chi ne aveva meno ricadeva nel misto mentre gli assunti dal 1996 hanno il metodo contributivo).
Non è chiaro se lo scorporo degli anni di servizio militare e di laurea andrà a decurtare quel «pacchetto» facendo rientrare una parte di loro tra coloro che avevano meno di 18 anni di contributi e quindi inseriti nel gruppo del calcolo «misto», retributivo-contributivo.
Appare infine a rischio anche il fronte della differenziazione tra chi va in pensione con le quote (60 anni di età e 36 di contributi nel 2011, dei quali nel caso 32 di effettivo lavoro oltre agli anni di laurea), che mantiene il diritto a fare valere gli anni riscattati, rispetto a chi va con 40 che si troverebbe invece a lavorare 40 anni effettivi (non valendo ai fini dell’uscita gli anni riscattati).
Ecco i nodi sul tappeto
CHI VA IN PENSIONE CON IL METODO RETRIBUTIVO A 40 ANNI DI ANZIANITà€ PUà’ AL MASSIMO RICEVERE L’80% DELLA MEDIA RETRIBUZIONE DEGLI ULTIMI ANNI: di fatto quindi non solo queste persone dovranno restare un anno in più (o cinque nel caso del riscatto anche della laurea), ma perderanno quanto versato come riscatto di questi periodi, poichè nel calcolo della pensione con questo metodo il rendimento massimo è l’80%.
NODO RIFORMA DINI: cosa succederà di coloro che a fine 1995 avevano più di 18 anni di contributi e quindi mantenevano il metodo di calcolo retributivo (chi ne aveva meno ricadeva nel misto mentre gli assunti dal 1996 hanno il metodo contributivo)? L’anno di servizio militare e gli anni di laurea verranno considerati al di fuori di quegli anni?
STATALI: C’è una norma nel decreto 78/2010 che prevede la possibilità per le amministrazioni pubbliche di interrompere il rapporto con i lavoratori che hanno 40 anni di anzianità . Gli anni adesso esclusi saranno considerati o no nel calcolo per arrivare a 40?
40 ANNI E QUOTE, RISCHIO INIQUITà€: appare a rischio anche il fronte della differenziazione tra chi va in pensione con le quote (60 anni di età e 36 di contributi nel 2010, dei quali nel caso 32 di effettivo lavoro oltre agli anni di laurea), che mantiene il diritto a fare valere gli anni riscattati, rispetto a chi va con 40 che si troverebbe invece a lavorare 40 anni effettivi (non valendo ai fini dell’uscita gli anni riscattati).
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
ITALIANI INDIGNATI SU BLOG E NETWORK DOPO LA NOTIZIA CHE GLI ANNI DEL SERVIZIO MILITARE E QUELLI UNIVERSITARI NON POTRANNO PIU’ ESSERE CONTEGGIATI PER CALCOLARE L’ETA PENSIONABILE… “IL GOVERNO SCARICA IL COSTO DELLA MANOVRA SUI PIU’ DEBOLI”…”CHE FINE FARANNO QUEI 18 MILIONI SPESI PER RISCATTARE LA LAUREA?”
Un anno di vita militare “buttato al vento”. 
Abbiamo servito la patria e “adesso ci ripagano così”. Per il nostro governo “lo studio e l’università sono solo tempo sprecato”.
E’ un gioco di specchi.
Non appena si diffonde la notizia che gli anni dell’università e del servizio militare non potranno più essere conteggiati per calcolare l’età pensionabile, in rete scatta l’indignazione dei cittadini.
In migliaia criticano con durezza l’ultima scelta dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi.
“Mi state rubando quattro anni di riscatto di studi universitari e un anno di servizio militare mentre i vostri privilegi restano gli stessi”.
La rabbia è diffusa.
Per un governo “che protegge sempre e comunque gli interessi dei più ricchi”.
Che scarica il “costo della manovra finanziaria sui più deboli, su chi ha fatto enormi sacrifici per studiare e assolvere ai doveri nei confronti del Paese”.
Facebook e i social network diventano veicolo di una protesta che mette insieme migliaia di cittadini.
Nel mirino, finiscono tutti i privilegi non scalfiti dalle misure della manovra di Ferragosto.
L’amarezza emerge da numerosi commenti. Tra gli altri: “Vivevo in Inghilterra, dovetti abbandonare tutto per fare il militare e adesso non me lo conteranno nemmeno”.
E ancora: “Che fine faranno quei diciotto milioni spesi per riscattare la mia laurea?”.
Sotto accusa la scarsa lungimiranza del governo, che “compie scelte incredibili solo perchè ha negato per tre anni l’esistenza della crisi”.
C’è chi scrive: “Attaccarsi al riscatto della laurea e del servizio militare, non mi sembrano proprio grandi pensieri… Ma perchè non intervenire sui grandi patrimoni?”.
Non manca chi scatena la polemica politica, puntando il dito contro gli elettori del centrodestra: “Chi devo ringraziare per aver dato il voto a chi oggi vuole togliermi l’anno di servizio militare – oltretutto obbligatorio – ai fini pensionistici?”.
E la classe politica diventa destinataria della maggior parte delle critiche.
“Perchè io devo aspettare sempre di più per andare in pensione e a un parlamentare bastano cinque anni, e anche meno, per poter percepire un vitalizio d’oro?”.
E poi: “Come al solito loro non pagano: non hanno nemmeno la forza di fare quello che avevano promesso: le province non saranno più abolite”.
C’è chi entra nel merito della questione, portando alla luce iniquità e ingiustizie: “Faccio presente che il servizio militare fino agli anni 80, durava 18 mesi. Io andrò in pensione un anno e mezzo più tardi dei miei colleghi che non hanno fatto il militare”.
C’è chi approfitta per sottolineare l’importanza dello sciopero generale dichiarato dalla Cgil per il 6 settembre.
“Tra una settimana tutti in piazza, per difendere tutto quello che ci stanno rubando, giorno dopo giorno”.
E un duro attacco arriva da Cgil-Medici, che denuncia come l’esclusione degli anni di università dal conteggio dell’anzianità per la pensione “determinerà proprio nei confronti dei medici il maggior taglio che oscilla tra i dieci e i dodici anni, considerando che ai sei anni per la laurea vanno aggiunti dai quattro ai sei anni per la specializzazione”.
E si annunciano pesanti ripercussioni anche sugli insegnanti: la riforma, infatti, costringerà 350 mila docenti di scuola media e superiore ad andare in pensione a 65 anni, anzichè prima.
Carmine Saviano
(da “La Repubblica“)
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Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile
LO STOP AL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ RIPRISTINA LE NORME IN VIGORE PER IL PUBBLICO IMPIEGO CHE NON PREVEDEVANO LA DEDUCIBILITA’… RIMANGONO LO SLITTAMENTO DELLE TREDICESIME E IL POSTICIPO DELLA LIQUIDAZIONE
Cancellato il contributo di solidarietà . Sì, ma per chi?
Lavoratori del privato e autonomi, sicuramente.
Almeno quelli che presentano regolare dichiarazione dei redditi.
Perchè la supertassa ora sparita dalla manovra bis, dopo mille polemiche e proteste (una “follia”, la definizione della presidente di Confindustria, Marcegaglia), in realtà risparmia solo alcuni dei 511 mila contribuenti dall’obbligo alla solidarietà di Stato, che ora festeggiano lo scampato obolo.
Rimangono fuori, difatti, dipendenti pubblici e pensionati “d’oro”, per i quali il prelievo straordinario era già scattato.
Dal primo gennaio di quest’anno per i primi (in base alla manovra 2010).
Dal primo agosto per i secondi (in base alla manovra di luglio).
La solidarietà , quantificata in 3,8 miliardi di euro in tre anni, dunque non evapora del tutto e, ironia o beffa, si addensa sulle buste paga dei soliti noti.
Lo diceva anche la manovra di Ferragosto.
Estendiamo a tutti il contributo, perchè sia più giusto ed equo, e in più lo rendiamo deducibile.
Ora, dopo il colpo di spugna, il cerino scotta nelle mani di chi invece attendeva uno storno di quanto già versato, da mesi, sperando poi di recuperare qualcosa dalla deducibilità .
Ed è un cerino che riporta tutti al punto di partenza.
I malumori riprendono a correre. Molti dipendenti pubblici avevano presentato, o erano in procinto di farlo, una serie di ricorsi alla Corte Costituzionale.
Ricorsi contro una misura giudicata irrazionale e discriminatoria che ora ripartiranno.
Il prelievo, dunque, rimane, identico per dipendenti pubblici e pensionati: il 5% da applicare sulla parte che eccede i 90 mila euro e il 10% su quella sopra i 150 mila euro. Senza deduzioni e senza carichi familiari.
E senza più nessuno che si stracci le vesti contro la tassa che colpisce gli onesti.
Alla fine, la manovra bis, rinnovata dal vertice di Arcore, sembra abbattersi con decisione sul comparto pubblico.
Rimangono in piedi lo slittamento delle tredicesime, se il dicastero non centra gli obiettivi di risparmio, il posticipo di due anni della liquidazione per chi anticipa il pensionamento, i tagli ai ministeri (6 miliardi nel 2012 e 2,5 miliardi nel 2013), l’inefficacia delle promozioni sul calcolo del Tfr se maturate da meno di tre anni, i trasferimenti facili di dirigenti e prefetti.
A queste misure si aggiungono gli effetti della manovra 2010 come il blocco di salari, contratti, carriere.
Blocco allungato di un anno dalla prima manovra di luglio.
A preoccupare, c’è pure la stretta sulle pensioni, decisa ieri: 700 mila docenti, 200 mila medici, e poi prefetti, magistrati, poliziotti, dirigenti pubblici hanno già pagato per riscattare la laurea.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 30th, 2011 Riccardo Fucile
TOLGONO IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ MA ATTACCANO LE PENSIONI E I DIRITTI ACQUISITI, MENTRE GLI ONOREVOLI SI PRIVANO SOLO DI SPICCIOLI… IL GIOCO DELLE TRE CARTE E DEI TRE FALSARI
Tagli di carta, più che di casta.
Il governo ha usato le forbici contro la sua stessa manovra, la versione ferragostana varata il 13: niente abolizione per le Province con meno di 300mila residenti, niente accorpamento per i Comuni sotto i mille abitanti (solo servizi condivisi).
Salve 50mila poltrone dorate, molte di potere e tanto, tanto leghiste.
Il pranzo di Arcore vale soltanto due buoni propositi, pura fantasia per una legislatura al tramonto e un governo a brandelli: un disegno di legge costituzionale per cancellare le Province (107 enti) e per dimezzare il numero dei parlamentari (945 in totale).
La rinascita dei presidenti di Provincia ha del miracoloso.
A ferragosto 37 di loro erano praticamente disoccupati, ovviamente al prossimo turno elettorale.
Una settimana fa, conteggiando la scomparsa dei gonfaloni provinciali con l’estensione del territorio, i mal capitati erano 26.
Adesso sono zero.
Il sacrificio di casta rinforzava la manovra con 1,5 miliardi di euro di tagli, subito.
Non c’è una cifra definitiva.
Perchè il testo del governo più che una riforma era un proclama, dunque la relazione dei tecnici del Senato si è fermata all’evidenza: “Non è possibile quantificare i benefici”.
Il ministro Roberto Calderoli ha provocato la resurrezione dei politici locali da quel di Rimini, tra le tavole rotonde di Comunione e Liberazione: “Castronerie. Comuni e Province hanno già dato tanto”.
Stavolta la mira di Tremonti-Berlusconi, la coppia scoppiata per eccellenza, punta altissimo: via le Province, tutte.
Quando? Chissà .
Un Parlamento virtuoso può modificare la Costituzione in un paio di anni — dicono il Pd e l’Idv — qui la situazione è un po’ diversa e i tempi sono lunghi, ma davvero lunghi.
In teoria, il governo promette risparmi per 4 o 5 miliardi: in pratica, la speranza è già troppa.
Anche i paesini sono risorti, capitanati dal combattivo Osvaldo Napoli (Pdl), presidente facente funzione Anci e primo cittadino di Valgioie, paesino di 700 abitanti in provincia di Torino.
L’unificazione coatta di mille e cinquecento campanili era possente come un soffio: decine di milioni di euro, non di più.
Con il volontariato per quei consiglieri e assessori che guadagnano un gettone di presenza di 20 euro.
Senza toccare la burocrazia amministrativa con un dipendente comunale ogni cento abitanti.
L’Italia dei Valori propone di concentrare la macchina di spesa dei centri inferiori ai 20mila abitanti, allora il saldo — per dirla con Calderoli — sarebbe evidente: 3 miliardi di euro.
Il comunicato stampa di Arcore crea un po’ di panico tra deputati e senatori: confermato il contributo di solidarietà .
Che può diventare, secondo preferenze, un obolo per sedare i cittadini o una presa in giro di un paio di giorni.
Tolta la tassa per i redditi oltre i 90mila euro, resta il prelievo con aliquota doppia ai parlamentari con un’indennità che supera i 90mila euro (10%) o i 140mila (20%).
Escluse diaria e rimborsi, veri e propri stipendi, la spuntatina all’indennità su base mensile pesa dai 2mila ai 5mila euro l’anno per una volta sola.
Un buffetto addolcito con la promessa impossibile di ridurre gli scranni di Montecitorio e palazzo Madama per via costituzionale.
Le intenzione erano chiare già con la tassa per i parlamentari con doppio lavoro: chi ha uno stipendio superiore al 15% dell’indennità , comprese le altre entrate parlamentari, intasca metà indennità .
L’ipotetica rinuncia, che non colpisce nessuno, sarebbe intorno ai 2mila euro.
La manovra ha prodotto abbondanza di cavilli e articoli per intimorire i politici, peccato che nei fatti sia innocua.
C’è un comma tra i tanti che obbliga i parlamentari a volare in classe economica.
Sarà così.
Anche perchè i voli nazionali non prevedono posti di pregio. Solo privilegi.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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