Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DELLA LOMBARDIA, CON ALEMANNO E LA POLVERINI, ATTACCA LA MANOVRA E “IL GIORNALE” LO CITA PER LESA MAESTA’… E PER TUTTO IL GIORNO NEL PARTITO DELL’AMORE SONO VOLATI GLI STRACCI
Alta tensione nel Pdl e cortocircuiti mediatici.
Con i berluscones che si sono scagliati contro il Giornale diretto da Alessandro Sallusti definendo “ricattatorio” un suo articolo.
Immediata la risposta del direttore
Avete scritto “un concentrato di ignoranza e stupidità ”: Roberto Formigoni si scaglia senza mezzi termini contro Il Giornale colpevole di aver suggerito ai governatori di far fronte ai tagli della manovra vendendo “i loro gioielli”, cominciando dal grattacielo Pirelli.
A corredo dell’articolo, il quotidiano di casa Berlusconi ha pubblicato i ritratti di Formigoni, di Renata Polverini e di Gianni Alemanno.
I tre esponenti del Pdl hanno reagito con l’aplomb che vige in via dell’Umiltà e, in una nota congiunta, hanno definito “messaggi dal sapore ricattatorio” quanto scritto dal Giornale.
Il direttore Alessandro Sallusti non si è fatto pregare. E ha ribattuto: “Toni da bulli di periferia”.
Un duro scontro verbale che è proseguito per tutto il giorno e che conferma, per l’ennesima volta, il nervosismo e le tensioni che ci sono nel partito di maggioranza ormai in stato confusionale.
Il più irritato è apparso Formigoni. Oltre al comitato congiunto, il governatore lombardo si è scagliato contro il quotidiano di via Negri durante un’intervista a Radio24.
Gli articoli sono “un concentrato di ignoranza e stupidità che hanno anche delle firme, del direttore dell’illustre giornale e che si chiama Alessandro Sallusti, non nuovo a cadute di questo tipo”, ha detto.
Lo stesso Sallusti, ricorda Formigoni durante l’intervista “consigliò ai milanesi di votare Lassini due giorni prima che Berlusconi lo mettesse fuori dalla lista”.
Mentre nel comunicato Formigoni, Polverini e Alemanno hanno scritto: “Sbaglia di grosso chi, tra giornalisti, direttori e loro eventuali suggeritori si illude di fermare con messaggi dal sapore ricattatorio la nostra giusta azione a difesa dei cittadini”.
Immediata la risposta di Sallusti: “Ecco chi ha suggerito l’articolo”, ha scritto sul sito internet.
“A parte il tono minaccioso da bulli di periferia del comunicato, siamo disposti a svelare chi ci ha suggerito l’articolo contestato. Il primo è stato Roberto Formigoni, che l’altra sera ospite su La7 ha concionato contro il governo con toni che neppure la Camusso ha mai usato. La seconda è Renata Polverini, che è andata oltre, concedendo a L’Unità una intervista delirante che la sinistra ha incorniciato a futura memoria. Il terzo è Gianni Alemanno, che tutti i giorni presta la sua faccia ai colleghi di sinistra che vogliono solo fare cadere Berlusconi. Il quarto sono i nostri lettori, che ci hanno sommerso di lettere di sconcerto per le performance dei tre suddetti amministratori. I quali farebbero bene a concentrarsi per far dimagrire la loro casta, quella degli enti locali, che non è meno costosa, sfarzosa e spesso inefficace di quella dei parlamentari”.
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Settembre 6th, 2011 Riccardo Fucile
LAVITOLA CANCELLATO DALL’ORDINE DEI GIORNALISTI… SECONDO UN EX SOCIO SOLO UN TERZO DEL CONTRIBUTO PUBBLICO VENIVA UTILIZZATO PER IL GIORNALE, GLI ALTRI DUE TERZI FINIVANO SU CONTI DI LAVITOLA ALL’ESTERO
Il direttore dell’Avanti, Valter Lavitola, è stato cancellato dall’elenco professionisti dell’Ordine dei giornalisti del Lazio
Lavitola, spiega l’Ordine del Lazio, è stato raggiunto da un mandato di arresto da parte della magistratura e per questa ragione il Consiglio ha preso la decisione di sospenderlo, conseguente a quanto emerge dalle indagini sul caso Tarantini.
La scelta dell’ordine dei giornalisti del Lazio è stata presa in base all’articolo 39 della legge n.69 del 1963: al secondo capoverso, recita testualmente: “ove sia emesso ordine o mandato di cattura gli effetti dell’iscrizione sono sospesi di diritto fino alla revoca del mandato o dell’ordine”.
Ma i guai non sono finiti. I magistrati indagano anche sull’uso dei fondi per l’editoria concessi all’Avanti (2,5 milioni di euro l’anno)
Pare che, in parte, siano finiti a un’impresa di pesca gestita da Lavitola in Brasile.
Sia i soldi usati per ricattare il premier, sia quelli incassati grazie ai contributi per il giornale, sarebbero infatti usati per finanziare le sue attività private.
“Il Fatto” avvalora la tesi (tutta da verificare: precisa comunque il quotidiano) intervistando uno dei soci della cooperativa che editava l’Avanti, Raffele Panico.
“Lavitola – denuncia l’uomo – dirottava in Brasile, dove gestiva un’impresa di pesca, una parte dei soldi destinati all’attività dell’Avanti”.
Panico decise di lasciare anche per questo il giornale: “Perchè non condividevo quello che avevo visto e che ero stato costretto a fare per assecondare Lavitola”.
Ma c’è di più.
Quei soldi arrivati dai contributi all’editoria, in realtà , non sarebbero giustificati
Sempre il Fatto ricorda che a luglio rivelò di un controllo in vista per l’Avanti volto a verificare se le copie dichiarate per ottenere i contributi erano reali
“Grazie alla legge attuale – scrive Il Fatto – il Dipartimento editoria della presidenza del Consiglio deve finanziare non solo i giornali comprati realmente in edicola, ma anche quelli che dichiarano tirature enormi grazie al meccanismo delle vendite in blocco e dello strillonaggio”
Queste norme, peraltro, riguardano solo i quotidiani e non i periodici.
Quando a giugno il Dipartimento avvia quindi un’indagine per verificare questi fenomeni, l’Avanti risulta il primo della lista.
Dopo la denuncia del Fatto, che rivela l’avvio dei controlli, Lavitola si agita.
“Alla presidenza non mi rispondono”: dice preoccupato il 17 luglio a un collaboratore.
E dice al suo uomo di “mettere a posto le carte” in vista di una visita della Guardia di Finanza.
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
FU IL FACCENDIERE LAVITOLA A PASSARE AL GOVERNO DI ST. LUCIA IL PRESUNTO SCAMBIO DI MAIL PER “INCASTRARE” TULLIANI DOPO ESSERE SBARCATO SULL’ISOLA CON UN COSTOSO AEREO PRIVATO
Per chi se lo fosse dimenticato, all’incirca un anno fa il dibattito pubblico italiano era dominato
dalla vicenda della casa di Montecarlo, che coinvolgeva il presidente della Camera Fini fresco di rottura con il premier Berlusconi.
Un polverone alzato e nutrito ogni giorno dalla “macchina del fango” berlusconiana (e fanno ridere, quei toni moralistici con cui cianciavano di “etica” e di “responsabilità ”, loro che di lì a poco avrebbero difeso le prodezze del Cavaliere con le olgettine e oggi “relativizzano” lo scandalo di un capo di governo ricattato e vittima di estorsioni), che costrinse il neoleader di Fli a intervenire con un video di spiegazioni agli italiani.
Ora uno dei protagonisti di quella strana vicenda, Valter Lavitola, faccendiere amico di Berlusconi, nonchè editore e direttore dell’Avanti!, è al centro delle attenzioni dei magistrati per i suoi rapporti con Tarantini e il suo ruolo nell’organizzare il ricatto ai danni del presidente del Consiglio.
Ma leggendo i verbali delle intercettazioni non è possibile non ripensare allo “scoop” monegasco a orologeria, ai traffici di Lavitola su e giù per i Caraibi, ai suoi voli di stato, ai documenti “originali” inviati dal governo di Saint Lucia a proposito della presunta proprietà di Tulliani dell’appartamento di rue Charlotte e poi sbandierati a Montecitorio nientemeno che dal ministro degli Esteri Franco Frattini (che quel giorno decise di sacrificare la credibilità sua e della Farnesina pur di compiacere il Capo).
E come non ripensare alla conferenza stampa del ministro della giustizia di Saint Lucia cui era presente – guarda caso – proprio Lavitola.
Strani tempismi, strane coincidenze.
«La vicenda di Montecarlo — scrive sulla sua bacheca facebook Flavia Perina, deputata di Fli ed ex direttore del Secolo d’Italia – è molto più complessa di come immaginavamo. Quella vicenda ha consentito agli ex-colonnelli di appropriarsi di tutti i beni della ex-An, Secolo compreso, e di annettere alla causa del berlusconismo il colossale patrimonio messo insieme da tre generazioni di iscritti, sottraendolo a chi si era ribellato alla prepotenza del Cavaliere».
Sarebbe il caso di approfondire.
Magari per gettare nuova luce su quell’estate convulsa, e per dare un nuovo senso al presunto “scandalo” con cui la maggioranza pensò di poter archiviare la “faccenda Fini”.
Di archiviato non c’è nulla. Men che meno il ruolo di Lavitola.
E per rinfrescarsi la memoria, in attesa di nuovi tasselli, vi consigliamo di guardarvi il servizio di Corrado Formigli per Annozero.
In certe occasioni è bene avere buona memoria .
Per smascherare certi pataccari e i loro mandanti non è mai troppo tardi.
(da “Il Futurista“)
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Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO VUOLE LA GALERA PER I MAXI-EVASORI, BERLUSCONI E’ D’ACCORDO…. ANCHE PERCHE’ I SUOI GUAI GIUDIZIARI SONO BEN PROTETTI DALLE LEGGI AD PERSONAM
L’ultima trovata del governo Berlusconi sul carcere (presunto) per evasori da 3 milioni in su è
surreale: arriva dal premier imputato a Milano per diverse frodi fiscali.
Si è salvato dalla condanna per falso in bilancio solo grazie a una delle leggi ad personam. Ma consapevole che, per quanto lo riguarda, la prescrizione è dietro l’angolo, si trasforma nel presidente manettaro.
Il 26 settembre riprende il processo “Mediaset-diritti tv”, Silvio Berlusconi è imputato di frode fiscale.
La procura ipotizza costi gonfiati per l’acquisto di film e accantonamento di fondi neri all’estero.
Grazie a una legge ad hoc sulla riduzione dei tempi di prescrizione (ex-Cirielli), però, sono state azzerate la frode fiscale per 120 miliardi di lire e l’appropriazione indebita per 276 milioni di dollari, fino al 1999.
Restano le contestazioni fino al 2003. Il processo non arriverà a sentenza definitiva: la prescrizione è prevista ad aprile 2013.
Senza ex-Cirielli sarebbe scattata nel 2020. Secondo i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro l’attività illecita sarebbe proseguita almeno fino al 2009.
Tant’è che si trova in fase di udienza preliminare un’altra indagine fotocopia, “Mediatrade-Rti”, che ipotizza, a partire dal 2002 (solo per problemi di prescrizione) una compravendita gonfiata di diritti tv (45% di “cresta”).
Imputati Silvio Berlusconi, il figlio Pier Silvio, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, manager della società e Farouk Agrama, produttore cinematografico.
A lui nell’ottobre 2005 la Procura di Milano ha sequestrato in Svizzera 100 milioni di euro sui conti della “Wiltshire Trading” di Hong Kong.
Soldi che, secondo l’accusa, sarebbero anche di Berlusconi perchè ritengono Agrama un socio occulto.
Al premier i magistrati contestano un’appropriazione indebita da 34 milioni di dollari, fino al 2006 e un’evasione fiscale da 8 milioni di euro per fatti fino al 30 settembre 2009.
Dunque nel pieno delle sue funzioni di premier. Il 4 aprile, De Pasquale davanti al giudice Maria Vicidomini ha chiesto il rinvio a giudizio per gli 11 imputati.
Riferendosi alla frode fiscale, ha detto: “Per quanto ne so, potrebbe essere ancora in corso”. E ancora: “Berlusconi agì da socio occulto di Frank Agrama, intermediario dei diritti tv con le major, anche quando era presidente del Consiglio”.
La decisione del gip è attesa per il 18 ottobre.
Uno stralcio dell’inchiesta Mediatrade è finito a Roma.
Il premier è accusato di frode fiscale: avrebbe concorso a un’evasione fiscale da 16 milioni di euro con false fatturazioni per 200 milioni.
Il giochino è lo stesso preso di mira dai pm di Milano: la triangolazione su società estere per acquistare i diritti dei film, gonfiando i costi.
I fatti, in questo caso, sia per Silvio Berlusconi che per gli altri imputati, si riferiscono esclusivamente al 2003-2004, periodo in cui la controllata di Fininvest, Rti, aveva sede legale nella capitale. Il Cavaliere e gli altri 9 indagati , tra i quali il figlio Pier Silvio, avevano ricevuto l’invito a comparire per il 26 ottobre scorso, ma non si sono presentati.
Secondo i pm romani Pierfilippo Laviani e Barbara Sargenti, Silvio Berlusconi sarebbe stato il regista delle triangolazioni con il produttore Agrama. Si legge nel disatteso invito a comparire che Berlusconi avrebbe concorso nella frode fiscale “in qualità di azionista di riferimento — per il tramite di Fininvest Spa — di Mediaset Spa (di cui Fininvest possedeva oltre il 50% del capitale sociale nel periodo 2003 e 2004), a sua volta società controllante al 100% di RTI Spa, facendo giungere alle società controllate direttive che confermassero il mantenimento delle relazioni d’affari preesistenti con Frank Agrama nella fittizia intermediazione per l’acquisto dei diritti di sfruttamento di prodotti cinematografici e televisivi”.
Berlusconi e i co-indagati, però, possono stare tranquilli, la prescrizione del filone romano è prevista per una parte nell’aprile 2012 e per un’altra nell’aprile 2013.
Berlusconi è abituato a farla franca.
Con la sua legge che ha depenalizzato il falso in bilancio, per esempio, è stato assolto al processo milanese All Iberian 2 perchè “il fatto non costituisce più reato”, ma i conti erano truccati per 1.500 miliardi di lire.
E per non far correre alla Mondadori alcun rischio di perdere in Cassazione un vecchio contenzioso fiscale da 400 miliardi di lire con l’Agenzia delle Entrate, il premier l’anno scorso ha fatto approvare una norma ad hoc per sanare la posizione pagando il 5%.
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Settembre 4th, 2011 Riccardo Fucile
ZERO GLI SGRAVI FISCALI, 3,4 MILIARDI DI EURO LE SPESE SOSTENUTE, 4 MILIONI LE TONNELLATE DI MACERIE DA RIMUOVERE, 1,2 MILIARDI DI TASSE ARRETRATE DA PAGARE, 13.000 I CANTIERI PER LE CASE ANCORA FERMI
Tornerete presto nelle vostre case. Non pagherete tasse. La ricostruzione sarà veloce. Trasparenza assoluta nella gestione. Vareremo incentivi ed esenzioni fiscali per attirare investimenti delle imprese.
Tra impegni solenni e chiacchiere a vuoto, per due anni il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009 ha spesso straparlato, dando quasi i numeri.
E, numeri per numeri, ecco quelli che più degli altri documentano le sue false promesse, gli impegni assunti con gli aquilani e non mantenuti, il fallimento del modello di ricostruzione imposto alla città .
37.731 sono gli sfollati che ancora attendono di rientrare nella propria casa. Troppi, dopo due anni.
Di essi, 13.856 sono alloggiati nei 185 edifici del Progetto Case, i Complessi asismici ed ecocompatibili, dislocati in 19 aree intorno alla città ; 7.099 sono sistemati nei Map, Moduli abitativi provvisori, sparsi nelle 21 frazioni dell’Aquila e degli altri Comuni del cratere; 844 utilizzano abitazioni acquistate dal Fondo immobiliare Aquila e concesse in affitto; 1.126 godono degli affitti concordati con la Protezione civile in tutte le località danneggiate dal sisma; 62 si trovano in altre strutture comunali.
Ci sono poi 13.416 persone che beneficiano del contributo di autonoma sistemazione (600 euro mensili per ogni nucleo familiare), 1.077 sfollati ospitati in diverse strutture ricettive in Abruzzo e fuori e 251 persone alloggiate in caserme.
3.401.000.000 di euro è quanto è stato speso sinora per il terremoto, tra emergenza, assistenza alla popolazione e primi lavori di ricostruzione.
Una cifra colossale, anche se il ritorno alla normalità appare lontanissimo. Con un’ombra pesante sulla trasparenza dell’operazione.
4.000.000 sono le tonnellate di macerie prodotte dai crolli.
Il problema è che vengono smaltite al ritmo di 300 tonnellate al giorno.
Si continuasse così ci vorranno 444 mesi, oltre 36 anni per liberarsene.
Un disastro, lasciato in eredità dalla Protezione civile di Bertolaso che ha lasciato la città un anno fa senza mettere mano al problema.
90.000.000: si tratta dello stanziamento per l’istituzione di una zona franca per l’Aquila che attraverso facilitazioni fiscali e altri incentivi avrebbe dovuto invogliare imprenditori italiani e stranieri ad investire nel territorio devastato dal sisma.
L’allora presidente della provincia Stefania Pezzopane e il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente la proposero a Berlusconi e Gianni Letta l’8 aprile 2009, due giorni dopo il terremoto.
Il Cavaliere si impegnò solennemente, ma due anni sono passati e la zona franca nessuna l’ha vista, mentre il tasso di disoccupazione a l’Aquila e dintorni continua a salire secondo alcune rilevazione oltre l’11 per cento.
1.200.000.000 di euro sono le tasse arretrate che gli aquilani devono al fisco. Berlusconi aveva lasciato sperare in una totale esenzione.
Poi si è capito che era una semplice sospensione.
Solo che è durata fino a giugno 2010, tre mesi in meno del periodo concesso ai terremotati dell’Umbria.
E non basta: dopo avere ripreso a pagare dal luglio scorso le tasse correnti, gli aquilani hanno appurato che la restituzione degli arretrati dovrà avvenire in 5 anni e per il 100 per cento degli importi, mentre Umbria e Marche hanno cominciato a saldare le imposte sospese dopo 12 anni e solo per il 40 per cento del dovuto.
13.000 sono i cantieri per le case E, le più danneggiate, che devono ancora partire sia nel centro storico che nel resto della città .
Il ritardo è dovuto alla mancanza del prezzario delle opere e delle procedure per il finanziamento delle stesse, strumenti indispensabili che il commissario straordinario, il presidente della Regione Gianni Chiodi, è riuscito a varare solo alla fine di marzo.
Un intoppo che sta rimandando alle calende greche il ritorno alla normalità .
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Settembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL TIMORE CHE LA BCE NON INTERVENGA PIU’ NELL’ACQUISTO DEI TITOLI DI STATO ITALIANI… E PALAZZO CHIGI TORNA A STUDIARE L’IPOTESI DI ALZARE L’IVA PER COPRIRE TUTTI I SALDI
“La verità è che Giulio ormai non è più una garanzia in Europa, non possiamo contare su di lui come lasciapassare per i palazzi di Bruxelles”.
Un Silvio Berlusconi sempre più assediato nel fortino di Arcore non nasconde, a chi gli ha parlato, tutta la sua preoccupazione.
Preoccupazione per i dubbi piovuti dalle autorità Ue sulla manovra salvaconti che il governo italiano sta faticosamente, confusamente portando avanti.
Sorpreso, raccontano, ancor prima che irritato, il Cavaliere lo è soprattutto perchè meno di 24 ore prima aveva tentato di rassicurare di persona i leader europei.
A margine del conferenza di Parigi sulla Libia.
“Io su questa manovra ci ho messo la faccia, ne ho parlato ancora con la Merkel, con Herman Van Rompuy, con Barroso, loro si fidano di me e ho promesso che faremo bene e in fretta” ripete il presidente del Consiglio.
A Palazzo Chigi, da un lato, sono portati a minimizzare l’uscita del portavoce del commissario Ue agli Affari economici e monetari Olli Rehn.
Ma quell’allarme sull’eccessivo ricorso alle misure antievasione per recuperare risorse è ponderato, nasce da consultazioni e briefing informali tra le autorità a Bruxelles.
D’altronde, andava in quella direzione anche l’avvertimento a “non annacquare le misure adottate ad agosto”, lanciato dal presidente uscente della Bce Jean-Claude Trichet nell’intervista di ieri al Sole24ore in cui si legge una chiara minaccia sulla possibilità che Francoforti non compri più i nostri bot.
In ogni caso, Berlusconi si ritiene responsabile fino a un certo punto della situazione di incertezza generata anche oltre confine.
Se c’è un “artefice” dei tentennamenti che hanno generato confusione, quello è il suo ministro dell’Economia.
È stato l’inquilino di via XX Settembre a fare della sterzata sulla lotta all’evasione il marchio di questa manovra.
Tanto più dopo le correzioni apportate proprio da Tremonti due giorni fa con i “suoi” emendamenti depositati in commissione al Senato.
“Non ha la bacchetta magica e lo hanno capito anche in Europa” è una delle considerazioni più amare che alti dirigenti Pdl hanno sentito pronunciare dal premier in queste ore.
E tanto basta a questo punto per convincere ancor più il presidente del Consiglio del fatto che non sia rinviabile oltre un intervento sull’Iva.
Aumentare di uno-due punti l’imposta con un blitz della presidenza del Consiglio, come lo stesso Berlusconi ha ipotizzato da Parigi.
Ma non nei prossimi mesi, come preferirebbe il responsabile dell’Economia. “Non c’è altra strada per recuperare risorse certe e in tempi rapidi per rassicurare l’Europa e i mercati”, va ripetendo il capo del governo ai ministri più fidati.
Tutto questo mentre non solo a Bruxelles maturano i primi dubbi sulle misure antievasione che pure – assicurano dal Tesoro – garantirebbero un gettito quantificato dalla Ragioneria.
Ma già il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello invita per esempio a riflettere meglio sulla pubblicazione dei redditi dei contribuenti on line. Misura che sembra non abbia fatto esultare di gioia lo stesso Berlusconi.
Ma queste sono davvero ore di grande concitazione.
Lo scontro che poi in serata si fa frontale tra Roma e Bruxelles chiude un venerdì già di suo abbastanza nero.
Segnato dal nuovo tonfo di Piazza Affari, che perde quasi il 4 per cento, e dal differenziale tra i buoni del Tesoro i Bund tedeschi che torna a superare quota 330 punti, come nelle giornate d’agosto più infauste per la borsa italiana.
Mentre la maggioranza è già andata sotto in un’occasione sull’esame della manovra in commissione Bilancio.
Una situazione complessiva che il Quirinale tiene sotto controllo ora dopo ora, con una buona dose di preoccupazione.
I moniti lanciati dalle autorità comunitarie non sono stati presi affatto sotto gamba al Colle. Non fosse altro perchè il rigoroso rispetto dei saldi della manovra, l’obiettivo dell’azzeramento del deficit, le riforme per favorire la crescita sono i paletti che già il presidente Napolitano ha richiamato a più riprese nelle scorse settimane.
Invitando le forze politiche a un dialogo e a un confronto sui conti da risanare che invece non è mai decollato.
E rischia di non decollare mai, se è vero – come ipotizzavano ieri sera a Palazzo Madama – che un governo che vuol fare quanto più in fretta possibile si prepara a porre la fiducia al decreto non solo alla Camera, ma anche la settimana prossima in aula al Senato.
Fare in fretta d’altronde è il diktat imposto da Arcore da un presidente del Consiglio che ha già sulle spine per le sue faccende private.
Turbato e innervosito dall’inchiesta napoletana che ha portato in carcere Tarantini e schiaffato sui giornali le imbarazzanti intercettazioni sul caso escort.
Un motivo in più per premere sull’acceleratore del giro di vite, già previsto dal ddl approvato in Senato e in procinto di essere discusso alla Camera.
Non a caso berlusconiani di stretta osservanza come Cicchitto e Osvaldo Napoli preannunciano fin d’ora che il testo andrà “anticipato e messo in calendario subito dopo l’approvazione della manovra”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
RIVOLTA NEL PDL CONTRO TREMONTI PER I TAGLI AI DICASTERI…LEGA IRRITATA PER I TAGLI AI COMUNI
La manovra – la terza in tre settimane – matura in un blitz al Senato tutto targato Tremonti.
Che manda su tutte le furie i colleghi ministri, irrita l’area più liberale del Pdl e piace poco o nulla al presidente del Consiglio Berlusconi.
Convinto che la lotta all’evasione impostata così è “roba che neanche Visco”, che lui sostiene di non aver autorizzato.
Non in questa formulazione da “socialismo reale”, per dirla con uno dei suoi più stretti collaboratori.
Il fatto è che il Cavaliere – impegnato al vertice sulla Libia a Parigi – si ritrova a dover difendere ventre a terra il giro di vite per il pareggio dei conti nel 2013.
Il decreto sarà approvato a breve, garantisce comunque al presidente Ue Barroso e ai partner europei. Ma a Roma il quadro resta critico, come gli riferisce ora dopo ora Gianni Letta.
E i conti continuano a non tornare. Il Quirinale segue l’evolversi della situazione con attenzione, in stretto contato col presidente del Senato Schifani, e non senza apprensione.
Le ragioni della preoccupazione espressa dal presidente Napolitano al Meeting di Cl, due settimane fa, non sono venute meno. Attraverso le lenti del Colle, quell'”angoscioso presente” di cui ha parlato a Rimini il capo dello Stato sembra proseguire.
A questo punto Berlusconi si riserva di intervenire con nuove correzione, di riprendere in mano la situazione, se occorrerà .
Soprattutto, come anticipa lasciando l’Eliseo, con quella “clausola di salvaguardia”, il decreto che aumenti l’Iva di 1-2 punti.
Un provvedimento della presidenza del Consiglio, sottolinea quasi all’indirizzo del ministro dell’Economia, non del governo.
A preoccupare il premier è la tenuta politica della maggioranza.
A pesare e parecchio a fine giornata è il silenzio della Lega.
I ministri del Carroccio tacciano dopo la presentazione in commissione degli emendamenti Tremonti.
Trapela tuttavia la forte irritazione di Roberto Maroni per quei tagli ai comuni che, dopo il “caminetto” di Arcore, sarebbero dovuti passare da 6 a 3 miliardi: restano invece pesanti, lo sconto finale è solo di 1,8 miliardi.
A sera inoltrata, il ministro dell’Economia è ancora al tavolo con Sacconi e Calderoli per una cena che diventa occasione di chiarimento. L’ennesimo.
In mattinata, il minivertice di Gianni Letta con lo stesso Calderoli e Maroni non era bastato a calmare i leghisti già sul piede di guerra.
Tremonti, d’altronde, aveva fatto di testa sua.
Tornato a Roma da Lorenzago, si era chiuso coi soli tecnici di via XX Settembre e aveva riscritto il decreto poi portato in commissione al Senato. Pacchetto chiuso.
I saldi tengono, assicura.
Mancano all’appello almeno 3 miliardi, gli rinfaccia D’Alia dalle file dell’Udc.
Sospetto che attraversa anche i ranghi della maggioranza, mentre i ministri entrano in fibrillazione: i 6 miliardi di tagli ai dicasteri restano per intero.
“Difficile andare avanti” sbotta il responsabile della Difesa La Russa, “insoddisfatto” si dirà anche Altero Matteoli dalle Infrastrutture.
Il ministro dello Sviluppo Paolo Romani prima di protestare attende adesso il provvedimento che spalmerà quei colpi di forbici tra i dicasteri.
Sono ore in cui fuori dal Palazzo monta la protesta, gli imprenditori in testa.
A Parigi, un Berlusconi innervosito dagli sviluppi dell’inchiesta Tarantini, coi soliti fendenti a pm e sinistra fa scendere a suo modo il sipario su un’altra giornata nera.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
GRANATA DICHIARA CHE FUTURO E LIBERTA’ SOSTERRA’ I QUESITI REFERENDARI…POCO DOPO BOCCHINO LO SMENTISCE E SI ALLINEA A CASINI PARLANDO DI “VIA PARLAMENTARE” PER LE MODIFICHE… ANCHE NEL PD FRATTURA TRA BERSANI E FRANCESCHINI…DIO CI SALVI DAGLI ETERNI PRUDENTI (E INCONCLUDENTI)
Si allarga il fronte del referendum abrogativo della legge elettorale. 
E arriva a spaccare, dopo il Pd, anche Fli.
Mentre Pierferdinando Casini imbocca decisamente con la sua Udc la via parlamentare, invitando Pier Luigi Bersani a discutere lì della cancellazione del Porcellum, a partire dalla proposta di legge Pd.
Ma tra i democratici si allargano di ora in ora le fila di chi vorrebbe un sostegno esplicito del partito ai quesiti.
E Dario Franceschini, nella riunione del coordinamento, chiederà al segretario di cambiare rotta: «Lanciamo tutto il Pd nella battaglia referendaria».
Le divisioni tra i finiani sul fronte elettorale emergono in serata.
Al termine di una riunione dell’ufficio politico, Fabio Granata dichiara infatti che Fli «sosterrà » i quesiti.
Ma il deputato viene a stretto giro corretto dal vicepresidente Italo Bocchino, che spiega che tra i dirigenti sono emerse «posizioni diversificate».
E aggiunge che «c’è il convincimento» che il Porcellum vada cambiato, ma «non è il referendum lo strumento più adatto in una materia dove partiti e Parlamento dovrebbero prendersi le proprie responsabilità ».
Su quest’ultimo punto non ha dubbi l’Udc, che non ci pensa proprio ad avallare l’abolizione referendaria del Porcellum e tornare così al Mattarellum.
«Stiamo parlando del nulla – taglia corto Pier Ferdinando Casini – la Consulta non potrà mai accettare un referendum con questa impostazione».
Il leader Udc abbraccia dunque la via di una riforma parlamentare della legge elettorale.
E offre una sponda a Bersani, dichiarando la disponibilità del suo partito a discutere nelle commissioni di Camera e Senato la proposta presentata dal Pd
Perplesso sul referendum anche Massimo D’Alema, che definisce la proposta parlamentare del Pd «un buon punto di partenza».
La posizione del Pd sarà comunque discussa e definita domani, in una riunione del coordinamento del partito.
Bersani ancora ieri si è detto convinto che sul referendum bisogna «lasciare lavorare la società civile».
Ma Dario Franceschini ribatte che «nessuno capirebbe una prudenza del Pd ad appoggiare un’iniziativa che vuol restituire ai cittadini il diritto di scegliersi chi deve rappresentarli».
Dunque il capogruppo alla Camera, deciso a firmare i quesiti, chiederà al segretario di lanciare da subito l’intero partito nella campagna referendaria.
Ma sul punto i democratici sono divisi, perchè se Piero Fassino oggi fa seguire la sua firma a quelle di Romano Prodi e Walter Veltroni, c’è chi, come i fioroniani, chiede invece di seguire la via parlamentare.
Intanto Antonio Di Pietro, che i banchetti referendari li ha inaugurati da settimane, usa l’arma dell’ironia: «Ringraziamo le grandi personalità che finalmente hanno apposto le loro firme del giorno dopo, però vengano a raccogliere con noi le altre 499.999 sottoscrizioni necessarie».
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
ORA SPUNTA UN CONDONO FISCALE DA 4 MILIARDI…LA NUOVA SANATORIA FISCALE E’ STATA GIA’ DISCUSSA DA CALDEROLI CON ALFANO E SACCONI… OGGI IL PREMIER SCAPPA A PARIGI
Dice che su questo “pasticcio” lui non vuol “mettere la faccia”.
Che la risolvano Tremonti e Calderoli e Sacconi, al più presto, la grana dei conti che non tornano.
Che lui da ieri sera e per tutta la giornata di oggi si occuperà “solo di Libia”, tentato perfino dal disertare il Consiglio dei ministri di stamattina.
D’altronde deve volare a Parigi per la conferenza internazionale in programma nel pomeriggio.
Per Silvio Berlusconi l’accordo valido è quello siglato a casa sua lunedì scorso. Certo, fatta salva la norma-boomerang sul riscatto degli anni universitari e del servizio militare.
È stata cancellata con tutta fretta ieri mattina dallo stesso artefice della trovata, il ministro del Welfare, al termine del faccia a faccia avuto col collega leghista Calderoli.
Emerge adesso che al vertice di lunedì Sacconi aveva fatto sapere che i beneficiari sarebbero stati non più di 3-4 mila e che sulla disposizione c’era la copertura di Cisl e Uil.
Si è scoperto martedì mattina che coloro che avevano riscattato laurea e militare erano qualcosina in più: appena 600 mila. E che i sindacati (tutti) erano pronti alla rivolta.
Marcia indietro, dunque.
Ma tanto è bastato per allargare la falla dell’ammanco, passato dai 5-6 miliardi stimati informalmente dalla Ragioneria dello Stato dopo la riscrittura della manovra, ai 7-8 di ieri.
Dato che, dal congelamento del riscatto ideato ad Arcore, il governo stimava di ricavare almeno 1,5 miliardi di euro. Spariti anche quelli.
Ecco perchè a fine giornata, chiuso a Villa San Martino e parecchio infastidito dal disordine generale sulle cifre e dalle polemiche in libertà dei suoi, il Cavaliere lascia intendere che l’ipotesi di innalzare di un punto l’Iva, addirittura di 1,5, resta sullo sfondo, come extrema ratio.
Quasi un monito all’indirizzo del ministro dell’Economia Tremonti, che di un intervento sull’imposta sul valore aggiunto continua a non voler sentire parlare.
Allora provveda lui in altro modo, è quanto gli manda a dire il presidente del Consiglio. Sulla testa di tutti i ministri resta la spada di Damocle di un ulteriore giro di vite sui bilanci dei ministeri, già al momento spazzolati per 6 miliardi di euro.
La riunione di governo di questa mattina sarà dedicata ad altro, si affretta ad anticipare Palazzo Chigi per disinnescare tensioni e aspettative della vigilia. Quel che tutti sanno è che di manovra invece si parlerà , eccome, al termine del cdm, quando Tremonti, Calderoli, Maroni, Nitto Palma e Sacconi dovrebbero essere raggiunti da Alfano.
E in testa all’agenda c’è la misura messa a punto nelle ultime 36 ore da Roberto Calderoli.
Il ministro della Semplificazione ne avrebbe discusso al telefono con Tremonti e con il segretario Pdl.
A sentire i pidiellini ci sarebbe un sostanziale via libera.
Si tratterebbe di un inasprimento delle norme antievasione, con un aggravio di pena per i reati fiscali gravi, fino al carcere.
Il tutto camminerebbe di pari passo con una sorta di concordato: il recupero delle migliaia di contribuenti che hanno fatto i furbi in occasione dell’ultimo condono fiscale varato da un governo Berlusconi, quello del 2003.
In quell’occasione, tanti evasori hanno pagato la prima rata per bloccare il procedimento penale.
Salvo poi disertare tutti i successivi step col fisco.
Ebbene, la macchina del Tesoro metterebbe ora nel mirino quei piccoli-grandi evasori per recuperare – stando alle prime stime – circa 4 miliardi di euro.
Il tutto, tramite una maggiorazione delle rate già previste. E col divieto assoluto, per i “condonati”, di aderire in futuro a ulteriori condoni.
Al lavoro, gli uffici tecnici del Tesoro e di Palazzo Chigi.
Per tutta la giornata, sulla scia del caos e della ricerca forsennata di soluzioni, si è parlato con insistenza anche di un nuovo condono tombale.
Perfino di un condono edilizio-blitz all’orizzonte.
Voci tuttavia smentite in serata dai ministri che stanno lavorando al restyling del decreto: colpi di spugna che garantirebbero solo entrate una tantum e con pessimo ritorno di immagine.
Sarebbero invece allo studio altre misure minori per recupero di centinaia di milioni sulle voci di bilancio più disparate.
Perfino un nuovo redditometro sui beni di lusso.
Ma è una corsa contro il tempo. Anche perchè l’Italia è sotto la lente di ingrandimento di Bruxelles, dove è già rimbalzata l’eco del caos di questi giorni sul risanamento dei conti.
Questa mattina il presidente della commissione Ue Barroso avrà un incontro informale con i vertici del gruppo Pdl all’Europarlamento.
Vuol vederci chiaro. Gli emendamenti che il governo avrebbe dovuto depositare ieri in commissione Bilancio al Senato sono ancora in cantiere, preannunciati per questa mattina. Il presidente del Senato, Renato Schifani, convocando ieri nel suo studio La Russa, il sottosegretario Casero, i capigruppo Gasparri e Quagliariello ha avvertito che bisogna necessariamente provvedere entro oggi. Non oltre.
E preferibilmente senza fiducia. Così, trapela, gradirebbe soprattutto il Colle. “La verità è che nessuno sa nulla e forse neanche nelle prossime ore gli emendamenti saranno pronti” confidava in serata il repubblicano Francesco Nucara lasciando la sede Pdl di via dell’Umiltà dopo aver incontrato Alfano.
Non è un caso se a Palazzo Madama in pochi, nella maggioranza, sono pronti a scommettere ormai sull’approvazione del testo in commissione entro domani. Più probabile lo slittamento a lunedì.
Poi, da martedì in aula, il maxiemendamento viaggerà quasi certamente blindato dalla fiducia.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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