Ottobre 20th, 2010 Riccardo Fucile
ACCOLTO IL RICORSO DEL GOVERNATORE LEGHISTA E SOSPESA LA PROCEDURA ORDINATA DAL TAR: IL CONSIGLIO DI STATO BOCCIA IL RICONTEGGIO E SI RISERVA DI ENTRARE NEL MERITO…. MA IL 25 GENNAIO VERRA’ ESAMINATO IL RICORSO PIU’ PESANTE: QUELLO RELATIVO ALLA LISTA DEI PENSIONATI DOVE SONO STATI ACCERTATI REATI PENALI, COMPRESO FIRME FALSE DI CANDIDATI… IN BALLO CI SONO BEN 27.000 VOTI
Per ora Cota esulta, forse eccessivamente: non ci sperava di vincere il primo round. 
E invece il Consiglio di Stato ha ribaltato la sentenza del Tar del Piemonte che lo scorso 15 luglio aveva disposto il riconteggio di circa 15.000 schede delle ultime elezioni regionali.
In pratica, secondo i giudici di secondo grado, le liste “Al centro con Scanderebech” dell’ex capogruppo dell’Udc, passato armi e bagagli con il centrodestra, e i “Consumatori per Cota” che secondo i ricorrenti si erano presentati alle elezioni violando la legge regionale, avevano diritto di partecipare alla competizione, in quanto spetta al capogruppo apparentare le nuove liste elettorali ai partiti già presenti nell’assemblea, anche se queste liste si schierino poi dalla parte opposta rispetto al partito di origine.
E in tal senso non sarebbe necessario neanche raccogliere le firme di presentazione.
Tesi opinabile, ma accettata dal Cosiglio di Stato che per ora ha solo ordinato di sospendere il riconteggio delle schede, riservandosi di entrare nel merito della questione.
Ma in realtà la vicenda non è finita, diciamo che Cota ha segnato un gol, ma deve ancora giocare il secondo tempo che inizierà il 15 gennaio.
E qua la partita sarà dura: si discuterà infatti su un altro ricorso sul quale nessuno finora ha deliberato.
Quello relativo alla lista “Pensionati per Cota” di Michele Giovine: in questo caso non si tratta però di semplici irregolarità , ma di firme false di candidati per le quali il gip ha già disposto il giudizio immediato per falso, accogliendo le richieste della procura di Torino, sulla base della “prova evidente” del reato.
In ballo ci sono 27.000 voti, quattro volte lo scarto tra Cota e la Bresso.
Se dovessero essere annullate le schede, in quanto la lista era taroccata, a quel punto Cota avrebbe ben poco da esultare.
Intanto può passarsi un Natale da governatore.
Per Pasqua non è detto.
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Ottobre 19th, 2010 Riccardo Fucile
COTA RISCHIA DI PERDERE LA POLTRONA DA GOVERNATORE PER IL RICONTEGGIO DEI VOTI: FORSE E’ SEMPRE A ROMA PER ABITUARSI E NON FARSI FREGARE UNA FUTURA POLTRONA… HA PURE ALLESTITO UNA SEDE DISTACCATA DELLA REGIONE PIEMONTE A DUE PASSI DAL SENATO…IN COMPENSO HA PARTECIPATO A 15 TRASMISSIONI TELEVISIVE SU PROBLEMI NAZIONALI
Le ultime notizie non sono buone, non tanto per la democrazia evocata da Bossi, quanto per il governatore Cota: anche le schede di Torino, dopo quelle del resto del Piemonte, premiano la speranza della Bresso di ribaltare il risultato delle regionali.
Nelle 850 sezioni torinesi riconteggiate finora, su un totale di 2.318, nell’ 80% dei casi manca il voto “diretto” a Roberto Cota.
Quindi quei voti saranno sottratti dal Tar a quelli ottenuti a marzo e il vantaggio di 9.372 voti che Cota poteva vantare sulla Bresso è destinato ad evaporare.
Se il trend rimanesse questo, la Bresso potrebbe vincere con oltre 2.000 voti di margine.
Sull’esito del riconteggio, il Tar dovrebbe deliberare il 4 novembre (salvo rinvio), annullando le elezioni e riportando il Piemonte al voto, oppure restaurando la zarina in Piazza Castello.
Ma se anche il Consiglio di Stato, su istanza di Cota, cambiasse i termini di valutazione delle 15.000 schede esaminate, Cota non avrebbe scampo sulle 27.000 della lista tarocco dei Pensionati, dati a una lista “inesistente” e per la quale si sta procedendo penalmente nei confronti di Michele Giovine, reo di aver presentato firme false persino dei candidati.
Il rischio (e la quasi certezza) è che queste 27.000 schede vengano tutte dichiarate annullate, in quanto la lista non aveva titolo a presentarsi.
Qualcuno si pone il quesito: Cota è vittima o no di un attentato alla democrazia?
Diciamo subito che ha vinto per 9372 voti, usufruendo di 4 liste tarocco che hanno portato 42.000 voti.
La cronaca racconta che i “Verdi verdi” e la lista dei “Pensionati” avevano offerto i loro servigi anche alla Bresso che ha avuto l’intelligenza di rifiutare, mentre Cota li ha utilizzati.
E che altre due liste pro Cota, “Al centro con Scanderebech” e “Consumatori per Cota” dovevano raccogliere le firme e non l’hanno fatto, quindi anch’esse sono state dichiarate irregolari.
I maligni dicono che Cota si sia stia in ogni caso organizzando.
Dal 3 maggio ad oggi, su 36 sedute del Consiglio regionale del Piemonte ha partecipato solo a 8, disertando tutte le riunioni di commissione e dando occasione all’opposizione di polemizzare, issando sulla solita sedia vuota del governatore una sua gigantografia.
Cota è sicuramente apparso più spesso in Tv che in Regione, in ben 15 trasmissione televisive dove ha parlato non del Piemonte, ma di problemi nazionali.
E soprattutto viene avvistato ormai spesso a Roma: era presente persino al famoso pranzo della riconciliazione con la Capitale, sempre accanto a Bossi tra un rigatone e un altro.
Persino la nuova sede distaccata della Regione Piemonte l’ha voluta a due passi da Palazzo Madama.
Che sia per sorvegliare che i suoi colleghi di partito non lo lascino col culo per terra, qualora perdesse la carica di governatore?
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Ottobre 15th, 2010 Riccardo Fucile
IN PIEMONTE SI PREVEDE UNA BATTAGLIA LEGALE SENZA PRECEDENTI CON RICORSI E CONTRORICORSI… LA BRESSO CHIEDERA’ DI ESSERE PROCLAMATA VINCITRICE, COTA ALLA FINE POTREBBE GIOCARE LA CARTA DI NUOVE ELEZIONI… MA SARANNO ANCORA LORO I CANDIDATI?
Per scaramanzia, ancora non lo dice ufficialmente. 
Però Mercedes Bresso sa già come finirà il riconteggio delle schede in Piemonte: «Avevo ragione io».
Al traguardo manca Torino, tutte le altre sette province hanno portato a termine un calcolo che, in via ufficiosa, per ora conferma quanto lei sosteneva da tempo.
Ovvero: Roberto Cota – che il 28 ed il 29 marzo aveva conquistato la poltrona di governatore per 9.372 voti di differenza – starebbe per perdere la sfida delle carte bollate, avendo lasciato sul campo circa 12 mila di quei 15.179 voti delle liste «Consumatori» e «Al centro con Scanderebech» che hanno infiammato la lunga battaglia tra leghisti e democratici per la presidenza della Regione e per i quali il Tar ha disposto la verifica.
E adesso è il Carroccio a temere la perdita di un fortino considerato ormai conquistato. Lo dimostra Umberto Bossi in persona, ricorrendo a una nota ufficiale per difendere «un ragazzo che ha vinto democraticamente le elezioni».
Alle parole del capo di partito fanno seguito quelle del governatore, stanco di una faccenda che si trascina ormai da troppo tempo: «Ma quale riconteggio? – liquida Cota -. Io le elezioni le ho vinte a marzo, di cosa parliamo? Ho vinto e lavorerò per 5 anni».
Non la pensa così l’ex governatrice Bresso: «Se Bossi è tanto convinto, stia calmo e aspetti il percorso della giustizia. Se si mette male per qualcuno è per loro: aver accolto noti taroccatori di liste nella propria coalizione ha comportato dei rischi e ora assistiamo alle conseguenze. Era certo che perdessero, non a caso si erano opposti al riconteggio».
Lei, che ha letto più e più volte l’intera documentazione del caso, crede anche di aver bene interpretato le prossime mosse: «La sentenza del Tar sembra parlare di “riproclamazione”, cioè io sarei di nuovo presidente. E mi sembra l’esito più giusto, era me che gli elettori avevano votato. Se invece Tar e Consiglio di Stato si pronunciassero su nuove elezioni, per una nuova candidatura mi rimetterei al giudizio del Pd».
Il Consiglio di Stato il 19 ottobre stabilirà se i criteri indicati dal Tar per il riconteggio sono validi.
In caso di conferma, per Cota non ci sarebbero molte speranze, se non quella di dimissioni nella speranza che gli organismi competenti indicano la strada di nuove elezioni.
Secondo Enrico Piovano, legale della Bresso – “anche le dimissioni sarebbero un atto unilaterale impugnabile, compiuto non nell’interesse pubblico ma di un partito politico”.
Resta un fatto: Cota non può dire di avere vinto le elezioni visto che due liste che sono state determinanti nell’appoggiarlo è stato stabilito che non avevano i requisiti per essere presentate (i famosi 15.000 voti in verifica).
E che una terza (quella dei Pensionati che ha portato 30.000 voti) era taroccata a tal punto che non sono le firme erano false, ma persino fasulli i candidati.
E di questa lista si discuterà a novembre in tribunale.
Pertanto, in caso di conferma dei fatti e delle relative interpretazioni giuridiche, la Bresso dovrebbe essere proclamata vincitrice.
In subordine le due coalizini potrebbero decidere, per evitare polemiche infinite, di ritornare al giudizio degli elettori.
In questo caso è probabile che Chiamparino prenda il posto della Bresso.
Ma sarebbe auspicabile che anche Cota, avendo perso le elezioni, facesse un passo indietro, onde evitare una seconda brutta figura.
E che il centrodestra individuasse un candidato di prestigio adeguato al ruolo e non di stretta osservanza partitica (tanto meno leghista, visto che in Piemonte la Lega raccoglie appena il 16% dei consensi)
Altrimenti, vista l’aria che tira a livello nazionale, per il centrodestra suonerà il de profundis.
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Ottobre 15th, 2010 Riccardo Fucile
AVEVAMO RAGIONE NOI: IL PRESENTATORE DELLA LISTA, ALFREDO MILIONI, SE NE ERA ANDATO PER MODIFICARLA, NESSUNO GLI HA IMPEDITO L’ACCESSO…IL SETTIMANALE “L’ESPRESSO” PUBBLICA IL VERBALE DI ARCHIVIAZIONE DELLA PROCURA DI PERUGIA: IL TRACCIATO DEL CELLULARE RIVELA CHE MILIONI ERA A SEI KM DA PIAZZALE CLODIO E ALLA FINE E’ STATO COSTRETTO A RITRATTARE…PER BERLUSCONI ERA STATO UN COMPLOTTO
Il Cavaliere urlò che al suo partito era stato impedito di presentarsi.
E fece anche un ‘decretino’ apposta.
Bene, ora è ufficiale, era tutta una balla: Alfredo Milioni era uscito e nessuno lo ha mai ostacolato.
Milioni di balle. E anche grosse. Raccontate sulla vicenda delle liste del Pdl per le regionali del Lazio, presentate da Alfredo Milioni fuori tempo massimo e non ammesse.
Una polemica che ha tenuto banco per giorni e che ha rischiato di mettere in forse la poltrona di Renata Polverini.
Ora però un’inchiesta dei pm perugini Dario Razzi e Massimo Casucci getta finalmente luce sul pasticciaccio.
Ma andiamo per ordine.
È il 27 febbraio scorso, ultima data utile per la presentazione delle liste dei candidati alle regionali del 28 e 29 marzo.
Incaricati di presentare quella del Pdl a Roma e provincia sono due personaggi secondari: Alfredo Milioni e Giorgio Polesi. I due arrivano in tempo presso l’ufficio elettorale del Tribunale di Roma di piazzale Clodio.
Eppure non presentano la lista. Perchè?
“Stavo a chiacchierà con delle persone, poi sono uscito”, spiega nel suo slang romanesco Alfredo Milioni in un’intervista a caldo a “Repubblica”, “ho approfittato per mangià qualcosa”.
Le ricostruzioni ufficiose parlano invece di contrasti dell’ultimora nel Pdl, di trattative in extremis per inserire in lista l’uno o l’altro nome che avrebbero provocato il disastroso ritardo in Tribunale.
Intanto però il panino di Milioni diventa immediatamente proverbiale, oggetto di infiniti sfottò.
Ma le reazioni dei politici Pdl sono di tutt’altro tono. “In questo paese la democrazia deve prevalere sulla burocrazia e sulla violenza”, tuona Renata Polverini durante una manifestazione di piazza, convocata il giorno dopo per protestare contro la mancata presentazione della lista del Pdl nel Lazio.
“È stato compiuto un gesto di violenza contro due persone perbene che si sono lasciate intimidire da esponenti del Partito radicale e da qualche altra forza della sinistra”, incalza la Polverini.
Violenza? Sì, perchè Milioni e Polesi l’hanno raccontata così: loro erano nell’area deputata alla presentazione delle liste fin dalle 11,30.
Milioni si era allontanato di poco, il tempo di un panino e al suo ritorno i militanti radicali, che erano lì per presentare la lista Bonino, avevano scatenato il finimondo.
La baraonda aveva provocato l’intervento del presidente dell’ufficio elettorale, che aveva chiesto alle forze dell’ordine di creare un cordone, così i due si erano ritrovati fuori dall’area giusta e la presentazione della loro lista era saltata.
Nel Pdl l’autogol di Milioni provoca accuse inferocite di dilettantismo, poi, però, l’ordine di scuderia prevale: nessuna colpa di Alfredo.
“Ci è stato impedito di presentare le liste”, insiste Berlusconi qualche giorno dopo, in una conferenza stampa infuocata a via dell’Umiltà , “non vi è stata da parte nostra nessuna responsabilità riconducibile ai nostri dirigenti. Il comportamento della sinistra è stato ed è antidemocratico e meschino”. Seguono le carte bollate.
In una querela alla Procura di Roma, Milioni e Polesi denunciano per violenza privata alcuni militanti radicali – individuati poi nelle persone di Diego Sabatinelli e Atlantide Di Tommaso – accusandoli di aver “inscenato una provocazione destinata a impedire la presentazione di altre liste”.
Nella denuncia finisce anche il presidente dell’Ufficio elettorale, Maurizio Durante, il magistrato che, una volta scoppiata la bagarre, aveva disposto la creazione del cordone. Per lui l’accusa è di abuso di ufficio.
Ed è stato il coinvolgimento di questo magistrato a far finire la querela alla Procura di Perugia, competente per i procedimenti che chiamano in causa le toghe capitoline.
Sentito dai magistrati perugini, Milioni dichiara di essersi allontanato da Polesi verso le 11,45, ma da quel momento fino alle 12,30 è “rimasto sempre lungo il corridoio principale, oppure lungo il corridoio parallelo”.
I radicali, però, “insieme ad altri rappresentanti di liste avverse, sostanzialmente gli impedivano di accedere fisicamente all’ufficio elettorale”.
Risentito qualche settimana dopo, Milioni “mutava versione”, come scrivono i pm nella loro richiesta di archiviazione: nessuno sbarramento insormontabile creato dai radicali aveva impedito loro l’accesso all’ufficio elettorale.
Sabatinelli e Di Tommaso “non pronunciarono nei nostri confronti frasi minacciose, non ci fu alcun contatto fisico”, dichiara Milioni ai pm, “fecero un po’ di chiasso e si limitarono a sdraiarsi per terra”.
Al che i magistrati concludono che l’accusa di violenza privata è “palesemente insussistente e sostanzialmente ritrattata dagli stessi denuncianti”. Così come infondata è l’accusa di abuso di ufficio contro Maurizio Durante
Ma non è finita: dopo aver disposto l’acquisizione dei tabulati telefonici, i pm perugini scoprono che tra le 11,40 e le 12,30 del 27 febbraio il telefonino di Milioni “disegna un percorso che lo porta fino a verso la via di Pineta Sacchetti”. Dunque non è vero che quel giorno i due delegati del Pdl sono rimasti ininterrottamente davanti alla cancelleria, come insisteva Berlusconi nella sua conferenza stampa.
Via di Pineta Sacchetti è a sei chilometri dal piazzale Clodio: si trova nell’area del XIX municipio di Roma, di cui è presidente Milioni. “L’oggettivo e non confutabile riscontro della localizzazione del suo telefono cellulare”, scrivono i pm, “apre ad altre possibili verità , nascoste tra le molte falsità riferite, circa i reali spostamenti del Milioni e le loro effettive ragioni”.
Insomma, doppio autogol per Milioni.
In un colpo solo è riuscito a mettere a segno l’esclusione della lista che era incaricato di presentare e l’innesco di un’inchiesta che ha smascherato le sue panzane.
Un record.
I pm Razzi e Casucci hanno chiesto l’archiviazione della denuncia di Milioni e Polesi.
I radicali, però, non intendono mollare: l’avvocato Giuseppe Rossodivita, che ha assistito Sabatinelli e Di Tommaso nel procedimento, annuncia una denuncia per false dichiarazioni ai pm e calunnia contro Milioni, ma non solo.
“A questo punto”, dichiara Rossodivita, “ci aspettiamo che la Procura di Roma agisca anche in riferimento alla querela per diffamazione presentata da Marco Pannella e da Diego Sabatinelli nei confronti di Renata Polverini”.
( Stefania Maurizi – da l’Espresso)
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Ottobre 14th, 2010 Riccardo Fucile
UNO STUDIO DI LEGAMBIENTE ARRIVA A QUESTA CONCLUSIONE DOPO AVER CONFRONTATO IL RITMO ATTUALE DI SMALTIMENTO E LA STIMA FATTA DA VIGILI DEL FUOCO E CNR… SI PROCEDE A 150 TONN. AL GIORNO SU UN TOTALE DI 2.650.000 MC
L’Abruzzo rischia di essere libero dalle macerie del terremoto solo nel 2079. L’allarme
arriva da Legambiente che ha messo a confronto il ritmo attuale di smaltimento e la stima fatta a luglio da Vigili del fuoco e Cnr, che parla di 2.650.000 metri cubi di calcinacci da rimuovere in tutta l’area del terremoto.
Una stima che non è nemmeno certa, visto che gli stessi soggetti hanno dato stime diverse nelle stesse aree, negli stessi Comuni.
Una lentezza che, secondo l’associazione ambientalista, è dovuta a ritardi, indecisioni e rimpalli di responsabilità e che, certamente, rallenta anche la ricostruzione.
Rincara la dose il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente: «Da quando se ne occupa lo Stato, si procede a un ritmo di smaltimento di 150 tonnellate al giorno, contro le 600 di quando se ne occupavano i sindaci abruzzesi».
Una montagna di macerie che potrebbe far muovere l’economia post-terremoto tra smaltimento e riciclo.
Il governo, per la prima volta in Italia, ha deciso di classificare il materiale edile crollato come rifiuto solido urbano e non rifiuto speciale.
Ma la qualifica vale solo per le macerie crollate, non quelle dei ruderi ancora in piedi.
Una differenza che lascia perplessi aquilani e associazioni ambientaliste: a terra o in aria che siano, gli operatori del settore spingono perchè i calcinacci siano analizzati, differenziati e riciclati.
Secondo l’Anpar, l’Associazione nazionale produttori di aggregati riciclati, si potrebbe recuperare oltre il 90% delle macerie per riutilizzarle in altre opere edili.
Le macerie triturate, infatti, possono essere usate per sottofondi stradali, calcestruzzo a bassa e media resistenza, piste ciclabili e riempimenti.
Ci sarebbe anche un obbligo di legge.
Il decreto ministeriale 203 del 2003, infatti, obbligherebbe tutti gli enti pubblici a impiegare almeno il 30% di materiale riciclato nelle opere progettate.
Quello che succede in realtà , e non solo in Abruzzo, è che nei capitolati di appalto non viene nemmeno previsto l’utilizzo del materiale riciclato.
Un problema di norme allora ma anche di appositi impianti che in Abruzzo non ci sono.
E per ora non c’ è una parola definitiva nemmeno sui siti dove realizzarli, visto che una prima lista realizzata un anno fa è rimasta lettera morta.
Non hanno dubbi i tecnici tedeschi che, per il governo di Berlino, lavorano alla ricostruzione di Onna.
«Nessun piano generale – spiega Wittfrida Mitterer, coordinatrice del progetto – può partire senza lo sgombero delle macerie».
Insomma armatevi di pazienza ormai, più che di carriole.
Il nuovo miracolo berlusconiano resterà patrimonio di tre generazioni.
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Ottobre 14th, 2010 Riccardo Fucile
DOPO IL RICONTEGGIO PARZIALE DELLE 14.000 SCHEDE CONTESTATE, NELLE PROVINCE MINORI LA BRESSO AVANZA….SE A TORINO CI FOSSE LO STESSO TREND CI SAREBBE IL SORPASSO… I POSSIBILI TRE SCENARI CHE SI APRIREBBERO IN CASO DI VITTORIA DELLA BRESSO
Procede il riconteggio delle schede contestate alle ultime elezioni regionali in Piemonte.
Lunedì si è concluso il riconteggio delle schede in provincia di Cuneo, a giorni si attendono notizie da Torino e provincia, dove si stanno ricontando la grandissima parte delle schede contestate.
Lo scorso luglio il TAR aveva disposto il riconteggio di 14 mila schede: i voti ricevuti “Al centro con Scanderebech” e “Consumatori con Cota”.
Al fine del dirimere la legittimità dell’elezione di Cota è fondamentale capire quante schede portano la sola indicazione del voto alla lista e su quante invece l’indicazione di voto per il governatore è esplicito.
Il sito “Riconteggio Piemonte” traccia i dati man mano che arrivano dalle singole province, e dando un’occhiata ai numeri è facile rendersi conto del fatto che se il riconteggio su Torino dovesse dare risultati simili a quelli degli altri capoluoghi piemontesi, Bresso otterrebbe più voti di Cota.
I voti espressi alle due liste contestate, infatti, sono stati annullati: dove l’elettore aveva espresso anche un voto per il candidato presidente, questo è stato conservato; dove l’elettore aveva omesso di esplicitare la scelta per il candidato presidente, questo è stato annullato.
Tali criteri sono stati stabiliti dalla sentenza del TAR, sulla quale il 17 ottobre dovrà esprimersi il Consiglio di Stato.
Se il Consiglio di Stato dovesse mantenere l’impostazione della sentenza del TAR, a quel punto bisognerebbe semplicemente attendere il responso da Torino e provincia, previsto più o meno per la metà di novembre.
Nel caso in cui il riconteggio al netto delle schede non valide consegni comunque la maggioranza dei voti a Roberto Cota, non cambierebbe nulla. Se invece il riconteggio dovesse dare la maggioranza a Mercedes Bresso, gli scenari possibili diventerebbero tre.
1) Cota potrebbe fare ricorso ad altre istituzioni e tribunali, italiani o europei, per bloccare l’esecutività della sentenza del TAR e rimandare ulteriormente la decisione sperando in un esito favorevole della vicenda.
Lo stesso governo potrebbe in qualche modo prendere posizione e intervenire per risolvere la questione in favore di Cota, anche se nessuno finora ha manifestato simili intenzioni.
2) Bresso diventa presidente. La sentenza è esecutiva e quindi Mercedes Bresso subentra a Roberto Cota come presidente della Regione.
Viene di fatto effettuata una nuova proclamazione, e contestualmente cambia anche la composizione del consiglio regionale.
3) Si va a nuove elezioni. Nel momento in cui Cota dovesse essere certo che la proclamazione di Bresso è dietro l’angolo, potrebbe dare le dimissioni da presidente e portare quindi la regione a nuove elezioni. Meglio giocarsela, piuttosto che regalare la presidenza a Mercedes Bresso.
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Ottobre 13th, 2010 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA LANCIA L’ALLARME SULLA COMPOSIZIONE DELLE LISTE ELETTORALI… I PARTITI NON APPLICANO ALCUN CODICE DI SERIA AUTOREGOLAMENTAZIONE CHE EVITI CANDIDATURE IMBARAZZANTI…. LA SELEZIONE ANDREBBE FATTA ALL’INIZIO, MA I PARTITI CHIUDONO ENTRAMBI GLI OCCHI
La circostanza era già nota: nelle elezioni amministrative locali, in troppe località e non
solo del sud, i partiti accettano candidature di persone con precedenti penali e altrettanti soggetti chiacchierati.
Ma se sui secondi si può solo far valere il buon senso, per evitare le prime basterebbero dei controlli seri e una preliminare selezione da parte delle sedi locali dei partiti.
Il problema è che spesso alcune di queste candidature corrispondono anche a personaggi che “portano voti” e si finisce per barattare la pulizia della lista con la ricerca del consenso ad ogni costo.
Non solo: il rischio è che se taluni di questi candidati venissero eletti, finirebbero poi per rappresentare un pericolo o in ogni caso una variabile pericolosa nella vita amministrativa.
Dal lavoro dell’Antimafia sulle liste delle ultime elezioni amministrative «emergono candidati ed eletti diciamo “irregolari” per reati diversi da quelli che il nostro Codice di autoregolamentazione prevedeva. Cosicchè l’immagine complessiva che se ne ricava è che la disinvoltura nella formazione delle liste sia molto più allarmante di quella che noi abbiamo immaginato. Sono liste gremite di persone che non sono certe degne di rappresentare nessuno».
È questo l’amaro bilancio tracciato oggi dal presidente della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu.
Durante la seduta si è anche affrontata la questione della mancata trasmissione alla commissione, da parte dei prefetti, di molti dati necessari ad approntare un rapporto sulla attuazione del Codice di autoregolamentazione per le elezioni.
«Tanto meglio il nostro rapporto sarà documentato, tanto più efficace sarà la nostra proposta finale», ha aggiunto Pisanu.
Un richiamo forte affinchè non solo i partiti facciano il proprio dovere, ma anche le istituzioni preposte collaborino.
Sono sempre più frequenti anche i casi di liste irregolari, con firme falsificate, che finiscono per dare vita poi a una serie infinita di ricorsi.
Basterebbe fissare dei termini più ampi per la valutazione delle liste, in modo da permettere delle verifiche a priori delle firme dei sottoscrittori e dei precedenti dei candidati, invece che perdersi poi a contestarli ad elezioni avvenute.
Sembrava passato tanto tempo da quando i partiti si erano impegnati a presentare candidati credibili, ma i segnali che arrivano dagli organismi di controllo non sono certo confortanti.
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Ottobre 12th, 2010 Riccardo Fucile
NEL CURRICULUM CHE L’ATTUALE SOTTOSEGRETARIO HA PRESENTATO NEL 2008 IN REGIONE, PER ENTRARE IN UN ORGANISMO A GETTONE, BELSITO SOSTIENE DI ESSERE LAUREATO IN SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE… NON POTEVA SCRIVERLO VISTO CHE TALE LAUREA E’ PRIVATA, OTTENUTA A MALTA E NON RICONOSCIUTA IN ITALIA, PER SUA STESSA AMMISSIONE.. SOSTIENE DI CONOSCERE SOLO IL FRANCESE E AVREBBE PRESO UNA LAUREA IN INGHILTERRA… SI DEFINISCE TRIBUTARISTA E ISCRITTO ALLA LAPET, DOVE PERO’ BASTA ESSERE DIPLOMATI
Abbiamo lasciato passare qualche giorno dal nostro ultimo approfondimento sul caso “laurea fantasma” del sottosegretario leghista Francesco Belsito, confidando che l’esponente del Carroccio, segretario amministrativo federale, presentasse alla stampa la sua laurea in Scienze politiche, titolo di studio da lui indicato sul sito del Governo.
Probabilmente il sottosegretario, preso com’è dal compito “di far uscire l’Italia dalla crisi”, non avrà avuto tempo per cercarla nella sua polverosa soffitta.
Nel frattempo abbiamo avuto modo di verificare quanto segue: il 10 marzo 2008 il capogruppo della Lega Nord Liguria, Francesco Bruzzone, scrive al presidente della 1 Commissione della Regione Liguria, in merito alla sostituzione di un consigliere di amministrazione della Filse, la finanziaria regionale, allegando il curriculum vitae del candidato dott. Francesco Belsito.
Il curriculum, oltre i soliti dati anagrafici, indica Belsito in possesso, come titolo di studio, di “laurea in scienze della comunicazione”.
Il consigliere dell’Udc Limoncini, a settembre 2010, rivolge una interrogazione scritta al Presidente della Regione Liguria ponendo una semplice domanda: come mai, nel sito ufficiale del governo, Belsito si definisce “laureato in scienze politiche”, mentre nel 2008 indicava una laurea in materia diversa?
La questione finisce sulla stampa cittadina e il sottosegretario dà questa spiegazione: la laurea in Scienze della comunicazione in realtà era una laurea privata, ottenuta a Malta e non riconosciuta in Italia.
Se ne deduce che, non precisando quanto sopra, abbia scritto una cosa non vera.
Sempre Belsito sostiene che successivamente avrebbe invece conseguito, presso una Università inglese non precisata, una laurea in scienze politiche, riconosciuta in Italia.
E si rifiuta di fornire ulteriori dettagli.
Da una ricerca da noi effettuata, circa il riconoscimento di laurea ottenuta all’estero da parte di un cittadino italiano, emerge che occorre seguire una prassi piuttosto complessa che comporta sia l’intervento del consolato italiano del Paese dove ci si sarebbe laureati, sia l’apertura di una pratica da parte di una università italiana per l’attestazione del riconoscimento sulla base del programma seguito, degli esami sostenuti e dei documenti prodotti.
Mentre è certo che, all’Università di Genova, Francesco Belsito figura come “carriera univ. cancellata”.
Ma torniamo al curriculum presentato in Regione nel 2008.
Alla voce “lingue conosciute”, Belsito parla solo di “buona conoscenza della lingua francese”.
Per uno che di lì a breve si sarebbe laureato presso un’Università inglese ci sembra una risposta un po’ carente.
Come fa a laurearsi in Inghilterra uno che non conosce neanche la ,lingua inglese?
Misteri padani.
Andiamo avanti: nel curriculum c’è un concetto che farebbe pensare, per come è indicato, che laureato lo sia.
Si dichiara infatti “iscritto, in qualità di Tributarista, alla LAPET, libera associazione periti ed esperti tributari” con relativo numero di matricola.
Ma se si va a vedere cosa sia questa Lapet le cose stanno diversamente. Riportiamo dal regolamento della associazione:
L’associato è colui che svolge l’attività professionale in maniera autonoma con partita Iva, in forma associata o in qualità di dipendente/collaboratore di studio. L’iscrizione comporta l’obbligo di frequentare i corsi di formazione organizzati e gestiti dall’Associazione.
L’iscrizione alla Lapet può avvenire per titoli o per esami.
Per titoli se si è iscritti ad Albi, ruoli o elenchi professionali o se si è stati dipendenti dell’Amministrazione finanziaria o della GdF per almeno 10 anni con mansioni direttive.
Per esame sostenendo una prova scritta a quiz ed essendo in possesso di diploma di istruzione di secondo grado di durata quinquennale o di laurea specialistica.
Occorre inoltre aver svolto per almeno due anni praticantato presso studi professionali.
In pratica basta quindi avere un diploma di secondo grado, seguire i corsi di 24 ore annuali e sostenere alla fine un esame interno per poter essere iscritti alla Lapet.
E’ quanto, fino al 2008, Belsito poteva indicare nel suo curriculum, nulla di più, oltre a segnalare un paio di master cui avrebbe partecipato, senza peraltro precisare quali, dove, come e quando.
Nulla che dimostri di aver ottenuto quella laurea di cui fa sfoggio sul sito del governo italiano e che continua a non mostrare.
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Ottobre 9th, 2010 Riccardo Fucile
IL BLUFF DEL FEDERALISMO: LE REGIONI POTRANNO AUMENTARE L’ADDIZIONALE IRPEF FINO AL 3% ENTRO IL 2015: DALL’AUMENTO SI SALVERANNO SOLO I CONTRIBUENTI CON UN REDDITO INFERIORE A 28.000 EURO….I COSTI STANDARD DELLA SANITA’ RIMANGONO UN MISTERO: NON SONO STATE INDICATE NEANCHE LE TRE REGIONI CHE DOVREBBERO FUNGERE DA MODELLO….IL TESTO NON PREVEDE SGRAVI FISCALI A LIVELLO STATALE: COSI’ AUMENTERA’ LA PRESSIONE FISCALE PERCHE’ SI SOMMERANNO LE TASSE STATALI A QUELLE REGIONALI
Più tasse per tutti.
Il governo ha varato il decreto legislativo sul federalismo fiscale, tanto caro alla Lega, che consentirà così alle Regioni di aumentare progressivamente l’addizionale Irpef fino al 3% entro il 2015.
Questa infatti è l’unica misura certa e circostanziata contenuta nel provvedimento che ora passa all’esame delle Camere.
Dagli aumenti si salveranno i contribuenti con un reddito inferiore ai 28.000 euro.
In realtà il testo doveva riguardare solo la futura autonomia delle Regioni, ma la fretta della Lega ha imposto di tagliare i tempi e così nel decreto sono finiti anche i costi standard della Sanità .
Ma solo in teoria, perchè nella pratica rimangono un mistero.
Non sono state neanche indicate le tre Regioni che dovrebbero essere prese a modello per calcolare i futuri costi della Sanità pubblica: si dice solo che saranno una del nord, una del sud e una del centro.
L’unica cosa certa è che i governatori avranno mano libera nell’aumentare l’Irpef regionale che oggi è compresa tra lo 0,9% e l’1,4%.
Sono previsti aumenti graduali fino ad arrivare al 3% nel 2015.
Saranno esentati dagli aumenti solo i primi due scaglioni dell’Irpef, tassati al 23% e al 27%.
Sopra i 28.000 euro di reddito i contribuenti saranno soggetti invece all’aumento della tassa regionale.
Non solo: i governatori potranno ridurre l’Irap solo se avranno aumentato l’Irpef oltre il tetto minimo annuale.
Alla fine tutta questa manovra rischia di portare solo ad un aumento della pressione fiscale perchè alle tasse statali si aggiungeranno gli aumenti dell’Irpef a livello regionale.
Tremonti nega questa possibilità solo in teoria, in quanto il testo approvato non prevede assolutamente sgravi fiscali a livello statale.
Non c’è neanche traccia del quoziente familiare tanto ventilato in questi giorni.
In pratica è stato blindato un testo che prevede solo un aumento della pressione fiscale e nessuna riduzione possibile.
Come primo passo, il federalismo all’italiana sta mostrando il suo vero volto.
Da patacca leghista.
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