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DI COSA HA PAURA SALVINI: LA COLLEGIALITA’ NON LO SALVERA’, I REATI SONO INDIVIDUALI

DAL PORTO SICURO ALLA RESPONSABILITA’ DELLA SCELTA, SCORRENDO LE CARTE DEL CASO DICIOTTI VENGONO FUORI I PUNTI CRITICI DELLA DIFESA DEL MINISTRO E IL CORTO CIRCUITO NEL GOVERNO

È un nuovo cortocircuito politico-giudiziario, completamente inedito rispetto al passato.
Scorrendo le 50 pagine dell’ordinanza del tribunale dei ministri di Catania trasmessi alla Giunta per l’immunità  del Senato, emergono tutte le “trappole” che teme Salvini e che mettono sotto pressione il governo.
Non a caso il titolare dell’Interno ha scelto di difendersi “dal” processo e non “nel” processo, dopo la baldanza di qualche mese fa, quando dichiarò il 27 agosto scorso, appena indagato per il sequestro dei 177 migranti: “Se il Tribunale dei ministri dirà  che devo essere processato andrò davanti ai magistrati a spiegare che non sono un sequestratore”.
Oggi la sua linea difensiva, messa a punto con l’avvocato Giulia Bongiorno e gli esperti del Viminale, è ribaltata, col ministro dell’Interno che si presenterà  in Giunta chiedendo di non essere processato perchè ha agito “nell’interesse pubblico”, appellandosi cioè a quella “causa di giustificazione” prevista nel procedimento di autorizzazione a procedere.
In mezzo ci sono le 50 pagine di un processo che fa paura davvero perchè è vero che la Severino scatta solo dopo il terzo grado di giudizio, ma una condanna in primo grado per sequestro di persona (da tre a quindici anni) è una la spada di Damocle con cui è difficile convivere.
La verità  è che ci sono diversi punti potenzialmente “a rischio”, nell’intreccio tra ipotesi accusatoria e tesi difensiva, a partire da un dato che, nei fuochi d’artificio verbali del ministro, è passato sottotraccia.
A differenza della Sea Watch, ad esempio, la Diciotti è una nave militare italiana — ripetiamo: militare, non una Ong battente bandiera di un altro paese — che, si legge nella relazione “svolge operazioni di soccorso e salvataggio dei migranti, in acque Sar maltesi, atteso l’imminente pericolo di affondamento dell’imbarcazione su cui viaggiavano”.
Effettuato il salvataggio, 13 di quei migranti vengono fatti sbarcare a Lampedusa perchè “in precarie condizioni di salute”.

Gli altri, tenuti a bordo a causa della “controversia tra autorità  italiani e maltesi su chi avrebbe dovuto indicare il porto dove sbarcare”, arrivano nel porto di Catania il 20 agosto, ma potranno scendere solo il 25, nonostante reiterate richieste di Pos (Place of safety) “al competente dipartimento del ministero dell’Interno”.
Sono i cinque giorni in cui, secondo la procura, si configura il reato di sequestro di persona da parte del ministro dell’Interno, perchè dai verbali emerge che il ministro, in quei cinque giorni, non ha mai indicato il Pos nonostante le richieste, ovvero il posto più sicuro per i migranti sbarcati in mare: “La necessità  di dotarsi di un piano operativo — si legge nelle carte — per l’individuazione di un place of safety previsto dalle linee guida Imo discende dal fatto che l’operazione Sar può dirsi conclusa con l’arrivo dei naufraghi nel luogo sicuro designato, per cui la raccomandazione Imo rivolta agli Stati di dotarsi di piani operativi che prevedono accordi per le amministrazioni interessate risponde all’esigenza di minimizzare i tempi di trasporto delle persone soccorse in un luogo sicuro per evitare indebiti ritardi nelle operazioni di sbarco”.
Dunque il Pos è un luogo sicuro, dove le operazioni di soccorso si considerano concluse e garantita l’assistenza primaria.

Il prefetto Piantedosi, capo di gabinetto di Salvini, ha sostenuto che la Diciotti già  era un “approdo sicuro” garantito ai profughi, ma per i giudici esistono risoluzioni e direttive condivise che non consentono questa valutazione.
E a nulla vale che fosse in corso la trattativa con l’Unione europea perchè si trattava di “meri auspici politici” che “non legittimavano il ministro a disattendere le Convenzioni internazionali ancora vigenti”.
Detta in modo un po’ brutale, qui la contraddizione del Viminale è stridente.
Se la Diciotti, nave che batte bandiera italiana, è già  un Pos italiano, a quel punto non si capisce perchè è stato tenuto aperto il negoziato e si è impedito ai migranti di sbarcare su suolo italiano.
A quel punto logica vorrebbe che prima avviene lo sbarco poi si apre la questione della relocation.

E infatti, scrivono i giudici, a Catania tutto era pronto per far scendere gli extracomunitari e applicare le normali procedure, e questo particolare “manifesta il carattere illegittimo della conseguente condizione di coercizione a bordo patita dai migranti”.
C’è poi la questione della collegialità  della scelta, che Salvini rivendica oggi dopo aver mesi rivendicato l’opposto. E cioè che del dossier immigrazione è l’unico titolare. Come ha detto, in modo sbrigativo, qualche settimana fa, in una delle tante prove di forza: “Porti chiusi, sbarrati. Giusto che Di Maio parli e che dica il suo pensiero. E va benissimo che parlino pure Fico e Di Battista e che si discuta tra di noi e con il premier Conte, ma in materia di migranti quello che decide sono io”.
Collegialità , altro paradosso, rivendicata anche dai Cinque Stelle, che hanno depositato una memoria in Giunta a firma Conte, Di Maio, Toninelli per mettere agli atti che “la responsabilità , sulla Diciotti, è di tutto il governo”, nel funambolico tentativo di non contrastare i giudici e dare copertura politica a Salvini.
Che sulla Diciotti, a monte, ci sia stata una scelta politica lo scrivono anche i giudici del Tribunale dei ministri: “Le ragioni che hanno determinato il trattenimento a bordo dei migranti esulano da valutazioni di tipo tecnico ed investono invece profili di indirizzo prettamente politico connessi al controllo dei flussi migratori attesa la volontà  del ministro di investire della problematica dei migranti sbarcati in Italia le istituzioni europee”.
La responsabilità  dell’atto, però, è individuale.
E qui il cortocircuito politico, giuridico e logico è al suo climax perchè, al tempo stesso, i Cinque Stelle annunciano che voteranno sì alla richiesta di autorizzazione, pur condividendo le responsabilità  con Salvini.
Cioè i Cinque Stelle, politicamente parlando, sostengono che Salvini ha agito in modo collegiale rispetto al governo, e dunque sulla base di un interesse nazionale, ma lo spediscono col loro voto davanti ai giudici per sequestro di persona.
Rischiando poi di finirci anche loro, perchè potrebbero essere chiamati in correità  ai sensi dell’articolo 100 del codice penale Di Maio, Toninelli e Conte, se hanno avuto una responsabilità  nel verificarsi dell’evento.
Magari a Catania o forse a Roma perchè l’eventuale reato si sarebbe commesso a palazzo Chigi.
Prima ancora che a una eventuale crisi di governo, siamo di fronte a una crisi della logica perchè se   Salvini ha agito, a nome del governo, in nome di un “interesse nazionale”, non puoi dire che condividi e poi votare dicendo che va verificato il reato di sequestro, nel quale sei pure complice.

(da “Huffingtonpost”)

This entry was posted on mercoledì, Gennaio 30th, 2019 at 15:30 and is filed under Giustizia. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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