IL PROBLEMA DELL’ITALIA CON L’ENERGIA NON È SOLO IL PREZZO, MA LA DISPONIBILITÀ. LA FRANCIA HA QUASI DIMEZZATO L’EXPORT DI ELETTRICITÀ VERSO L’ITALIA PER RAGIONI DI SOVRANITÀ ENERGETICA, E METTE IN ENORME DIFFICOLTÀ IL NOSTRO PAESE, CHE IMPORTA IL 16% DEL SUO FABBISOGNO (IL 60% ARRIVA DALLE CENTRALI ATOMICHE D’OLTRALPE)
LE FONTI RINNOVABILI VALGONO IL 49% DELLA PRODUZIONE ELETTRICA NAZIONALE, MA C’È UN PROBLEMA CON LE AUTORIZZAZIONI AI PROGETTI. E COSÌ RESTIAMO APPESI ALLE CENTRALI ALIMENTATE A GAS (CHE ARRIVAVA IN PARTICOLARE DAL QATAR, E ORA È PRATICAMENTE AZZERATO CON LA CRISI DI HORMUZ)
La corsa del Prezzo unico nazionale (Pun) dell’energia è solo la punta dell’iceberg. Un
problema, peraltro, mitigato dai contratti a prezzo fisso che pagano le grandi aziende energivore e la maggioranza dei consumatori italiani. Per l’Italia, il vero nodo da sciogliere è la capacità di far fronte a una domanda energetica in continua crescita.
L’intelligenza artificiale, i data center, l’elettrificazione dei consumi, la diffusione delle pompe di calore e ondate di calore sempre più frequenti spingono senza sostanza i consumi. Uno scenario che cambia anche la definizione di sicurezza energetica. Se per anni il dibattito si è concentrato sul costo dell’elettricità; la nuova variabile critica è diventata la disponibilità.
I segnali d’allarme sono visibili dall’inizio dell’estate.
Negli ultimi giorni, in coincidenza con il picco di caldo che ha investito il Centro Europa, secondo i dati di Terna, la Francia ha quasi dimezzato l’esportazione di energia verso l’Italia per far fronte alle difficoltà della propria produzione nucleare. Non è un episodio isolato: già tra giugno e luglio Edf aveva tagliato i flussi verso la Penisola nei giorni in cui diversi reattori hanno dovuto rallentare o sospendere l’attività per l’eccessivo riscaldamento dei corsi d’acqua utilizzati per il raffreddamento. A luglio l’import giornaliero d’oltralpe – per diversi giorni – è calato del 20 per cento. Tradotto: quando un Paese è costretto a produrre meno, taglia l’export in nome della sovranità energetica.
Un problema per l’Italia che è un importatore strutturale: ogni anno acquistiamo dall’estero circa il 16% del fabbisogno complessivo (circa 52 TWh su 312 TWh totali) e circa il 60% di questa energia arriva dalle centrali francesi.
Negli ultimi anni il mix energetico italiano ha accelerato la propria trasformazione. Secondo i dati del Gse, nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 49% della produzione elettrica nazionale, segnando un traguardo storico. Il problema è la velocità di crociera rispetto alle tabelle di marcia europee e nazionali.
Per centrare gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) al 2030, mancano 50 Gigawatt che allineerebbero l’Italia alla Spagna. Ma il collo di bottiglia è ne processi autorizzativi: i progetti presentati da operatori e investitori superano i 150 Gw, ma le pratiche bloccate sono oltre 4 mila. Senza l’approvazione rapida dei cantieri e l’installazione su larga scala di sistemi di accumulo stazionario capaci di immagazzinare l’energia solare diurna per restituirla dopo il tramonto, il ricorso alle centrali a gas resterà una scelta obbligata a lungo.
Inoltre, nei prossimi anni la domanda europea di elettricità crescerà vertiginosamente. Pensare che i Paesi oggi esportatori continuino a garantire i medesimi volumi quando dovranno alimentare i propri Data Center, le proprie industrie e i propri supercomputer è semplicemente irrealistico.
La risposta della Francia in queste settimane di canicola anticipa esattamente questo scenario: di fronte al picco della domanda e alla contrazione della produzione interna, la priorità è stata la copertura del mercato domestico.
Se l’Italia vuole tornare competitiva sui mercati industriali non ha alternative alle rinnovabili: la crisi energetica del 2022 ha mostrato i pericoli della dipendenza dal gas via tubo, l’estate del 2026 dimostra che anche l’elettricità d’importazione non è una risorsa inesauribile o scontata.
(da La Stampa)
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