IL PROBLEMA PIÙ OSTICO PER LA MELONA AZZOPPATA NON È CONTE NÉ SCHLEIN: SI CHIAMA FRATELLI D’ITALIA, A PARTIRE DA LA RUSSA: IL PRESIDENTE DEL SENATO BRIGA, METTE BOCCA, PRETENDE LA SCELTA DEL SINDACO DI MILANO
LA PROVA SI È AVUTA OGGI CON LA NOMINA DEI SICILIANI GIAMPIERO CANNELLA E MASSIMO DELL’UTRI A SOTTOSEGRETARI , ‘GNAZIO VOLEVA UNA “COMPENSAZIONE” PER IL TRASLOCO DEL “SUO” GIANMARCO MAZZI AL TURISMO, PER NON LASCIARE AL SOLO EMANUELE MERLINO (UOMO DI FAZZOLARI) IL COMPITO DI ”BADANTE” DEL MINISTRO GIULI-VO
È sempre Fratelli coltelli. Con il passare delle settimane, è sempre più evidente che i
nemici più ostici per Giorgia Meloni non arrivano dalle file della sinistra o del “Campo largo”, ma dal suo stesso partito.
E la sfida più difficile, ormai neanche più sotterranea, è quella che vede coinvolti la premier e il suo inner circle di Palazzo Chigi (Scurti-Fazzolari) contro Ignazio La Russa e la sua “Trinacria magica”.
‘Gnazio, che ha dovuto subire la cacciata di Daniela Santanchè dal ministero del Turismo, si oppone a qualunque ridimensionamento del suo potere e di quello della sua correntona, e fatica a contenere la rabbia per Giorgia Meloni (l’ennesima prova si è avuta al Salone del Mobile di Milano, dove tra i due co-fondatori di Fdi c’è stato un saluto a dir poco gelido)
Per comprendere il potere di La Russa, è sufficiente guardare i nomi dei nuovi 5 sottosegretari, decisi oggi dal consiglio dei ministri.
A partire da Giampiero Cannella, nuovo sottosegretario alla Cultura: il vicesindaco di Palermo è un uomo del mai paludato presidente del Senato (vedi l’uscita delirante sul 25 aprile mettendo insieme la Resistenza e Salò).
‘Gnazio ha puntato su di lui come “compensazione” dopo l’uscita, dal ministero della Cultura, del sottosegretario Gianmarco Mazzi, a lui molto vicino.
Nel mirino non c’è tanto il ministro (per mancanza di prove) Alessandro Giuli, considerato poco più di un “dandy di rappresentanza”, quanto il capo-“badante” del Collegio romano, Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica del Ministero, in
quota Fazzolari. Merlino che lo stesso “Fazzo” avrebbe proposto come sottosegretario ricevendo pero’ un “preferirei di no” di Giorgia Meloni.
La Russa voleva un suo uomo al ministero della Cultura per controllare e fronteggiare lo strapotere del sottosegretario di Pa-Fazzo Chigi, che a sua volta ha ottenuto la nomina del “falco” Alberto Balboni alla Giustizia, al posto del disastro Delmastro.
Anche la nomina di Massimo Dell’Utri agli esteri è ascrivibile alla corrente “larussiana”: Dell’Utri è segretario siciliano di “Noi moderati”, partito di Maurizio Lupi, che La Russa ha scelto come candidato sindaco a Milano per il centrodestra nel 2027.
La prevalenza della Sicilia in questo giro di nomine (due incarichi su cinque, molto pesanti, sono andati a due siculi d’area larussiana) rappresenta una conferma dell’importanza della regione per Fratelli d’Italia.
La Trinacria è una terra di scontri, rese dei conti: rappresenta un potenziale terremoto per il governo.
Da un lato c’è Manlio Messina, il deputato ex Fratelli d’Italia che ha minacciato di rivelare segreti scottanti e imbarazzanti per il partito, salvo poi, misteriosamente, cambiare idea e tacere.
Poi ci sono le inchieste, come il rinvio a giudizio per corruzione dell’assessore regionale siciliana al turismo Elvira Amata e quello del presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno (altro personaggio dell’orbita La Russa).
In questo quadretto di fiele, il governatore Renato Schifani appare sempre più indebolito: la sua ascesa al governo regionale fu frutto di un accrocchio, un compromesso Tajani-Meloni che portò alla mancata ricandidatura di Nello Musumeci (poi “affogato” al ministero del Mare), a cui si opponeva Forza Italia.
Con il depotenziamento di Tajani e il rimescolamento interno al partito azzurro, però, Schifani sente il fiato sul collo: Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera molto apprezzato da Marina Berlusconi, sogna di sfilare a Schifani la poltrona da governatore, e chiede apertamente il commissariamento del partito in Sicilia (e ha ottime ragioni, considerata la vittoria a valanga del “No” al referendum sulla
giustizia, cavallo di battaglia del partito fondato da Silvio Berlusconi, che aveva nell’isola una delle sue roccaforti elettorali
(da agenzie)
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