MELONI MANDA UN PIZZINO AGLI ALLEATI: SE LA RIFORMA ELETTORALE VIENE BOCCIATA SI VA AL VOTO A GENNAIO
A PALAZZO CHIGI TEMONO IL VOTO SEGRETO ALLA CAMERA, ALL’INTERNO DI LEGA E FORZA ITALIA PUO’ SUCCEDERE DI TUTTO
La tattica scelta da Palazzo Chigi si può condensare in un’espressione: deterrenza. Nelle
ultime ore, la partita della legge elettorale è tornata con prepotenza a occupare pensieri e angosce di Giorgia Meloni. La preoccupazione, che ciclicamente si manifesta e che adesso è tornata a superare il livello di guardia, si concentra su un passaggio delicato, forse l’ultimo davvero rimasto lungo il cammino che conduce alla riforma: il voto finale della Camera. Conta segreta, dunque incontrollabile. Bersaglio perfetto dei franchi tiratori. Casus belli ideale per una crisi a quel punto inevitabile.
E dunque, ecco cosa si registra nel cuore della maggioranza. Da qualche giorno, ai vertici dell’esecutivo è giunto un nuovo alert: settori di Forza Italia e della Lega starebbero pianificando un’imboscata. Nessuno dei due vicepremier è in grado di fornire garanzie che non accada. Sulla carta, bastano una trentina di dissidenti. Abbastanza per spingere la presidente del Consiglio a far sapere ai partner di governo che uno scenario del genere avrebbe un solo sbocco: urne immediate. Entro fine gennaio. Stringendo al massimo i tempi per la legge di bilancio. Certo, la gestione della crisi sarebbe di competenza del Colle. Ma i meloniani si dicono convinti che nessuno, neanche nel Pd, accetterebbe anche solo un paio di mesi in più per un esecutivo che traghetti il Paese alle urne.Ripartiamo dalla deterrenza: la minaccia politica serve proprio a scoraggiare gli alleati tentati dallo strappo. E farlo sapere aiuta a rendere l’eventuale “tradimento” meno probabile. Ma resta un dato incontrollabile: è il panico a guidare le truppe di Antonio Tajani e Matteo Salvini, in queste ore.
Sommovimenti interni ai gruppi fanno tremare azzurri e leghisti. Al Senato, Stefania Craxi continua a consigliare prudenza, ma senza esagerare: lì il voto è palese e nessuno vuole lasciare impronte visibili. A Montecitorio invece, dove la legge dovrà tornare per l’ultimo passaggio, l’esecutivo porrà quasi certamente la questione di fiducia. Ciononostante, resta uno snodo ineludibile: il voto finale. Quello è a scrutinio segreto. E i numeri fotografano l’enorme rischio che corre il centrodestra: FI ha 52 deputati, il Carroccio 57, Noi moderati 8. In tutto, un bacino di 115 parlamentari. A questi vanno aggiunti eventuali franchi tiratori meloniani: di certo quelli preoccupati dalla reintroduzione delle preferenze potrebbero scagliarsi contro la riforma.
Un incubo che da mesi allarma il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami. Da ormai molte settimane ha spiegato, numeri alla mano, tutte le incognite ai massimi dirigenti del partito. Ecco perché, avvertita del rischio, Meloni ha ribadito ai due vicepremier cosa accadrebbe di fronte a una clamorosa bocciatura dell’unica riforma ancora in piedi: crisi immediata, dimissioni e il governo uscente a gestire una legge di bilancio a quel punto da varare in tempi brevissimi. Quindi, urne a fine gennaio.
Un’opzione delicata. E con delle ripercussioni non banali sul futuro dei deputati e senatori in carica, a quel punto costretti a rinunciare alla pensione che maturerebbe infatti soltanto un paio di mesi dopo. Ancora una volta, deterrenza. Da Palazzo Chigi agitano anche un’altra conseguenza possibile: una corsa solitaria di FdI per “punire” gli alleati capaci di affossare la legge elettorale. Quest’ultima arma, però, non sarà in realtà utilizzata. Anche perché nessuno potrebbe mai provare con certezza quale settore dell’emiciclo sia realmente responsabile dell’imboscata. Ci sarà dunque una nuova coalizione con meloniani, azzurri e leghisti, senza Futuro nazionale. Semmai, Meloni farà scontare lo sgarbo agli alleati limitando al massimo i candidati concessi per l’uninominale. Sondaggi alla mano, il 70% di quei nomi sarà espressione di FdI.
Si voterebbe con il Rosatellum, in questo scenario emergenziale. Con un effetto probabile, tra gli altri: l’eventuale vittoria del centrosinistra sarebbe assai più risicata rispetto a quella possibile con un sistema di voto che preveda il premio di maggioranza. Urne ultra-accelerate a fine gennaio, inoltre, metterebbero in crisi il centrosinistra, ancora indietro nel percorso di selezione del candidato premier. Alla fine, da un incidente politico potrebbero anche derivare effetti non del tutto sconvenienti per la presidente del Consiglio.
(da Repubblica)
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