Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
I GIOVANI VEDONO NEL MATRIMONIO E NEI FIGLI UN FRENO ALLA PROPRIA REALIZZAZIONE PERSONALE E ALLA CARRIERA, L’AUMENTO DEL COSTO DELLA VITA, INTERNET E I SOCIAL CHE ESALTANO L’INDIVIDUALISMO E L’ISOLAMENTO
La prevalenza del single è un fenomeno così complesso e intricato da non poter essere
spiegato con i semplici dati della demografia. Partiamo comunque dai numeri, che fotografano uno stato di fatto. In Italia (dati Istat 2025) oggi i single sono 6,3 milioni e rappresentano circa una famiglia su quattro. Sono già di più delle coppie con figli e anche delle coppie senza figli.
Sono cresciuti anche i genitori soli con figli (una famiglia ogni dieci). Le proiezioni dicono che nel 2050 il 41 per cento delle famiglie sarà formato da una sola persona e solo due famiglie su dieci in Italia sarà composta da una coppia con figli.
Stiamo diventando una società di single. Questo è chiaro e la tendenza pare irreversibile. Non è un fenomeno solo italiano. Il settimanale americano Newsweek un paio di settimane fa ha dedicato la copertina alla questione. Titolo: La pandemia dei single
Una lunga inchiesta spiega gli ingredienti americani del perché così poche persone negli Usa vogliono sposarsi e avere figli. Il fenomeno è in ascesa, con buona pace dei sostenitori trumpiani, dagli evangelici ai pro-vita ai movimenti cristiani procreazionisti. Il motivo è semplice, e vale anche per la singletudine italiana e di tutte le società avanzate: le nuove generazioni hanno scoperto che da soli si può vivere bene e forse meglio che in coppia.
Le donne (e non solo loro) vedono nel matrimonio e nella procreazione un freno alla propria realizzazione personale e alla carriera. È caduto in parte lo stigma sociale che additava il single come elemento “deviato”, ovvero non funzionale alla società. Internet e le app social si stanno rivelando strumenti che aumentano l’individualismo e l’isolamento più che favorire la socialità.
Newsweek parla di “pandemia” e nel titolo c’è l’implicazione negativa del single visto come una malattia. Non è così, ovviamente. Single sono i giovani che si trasferiscono in un luogo diverso per studio e per lavoro e non guadagnano abbastanza per mettere su famiglia. Single sono i divorziati, che scelgono di non avere una nuova relazione stabile (per lo più donne).
Ci sono anche persone che vivono da sole ma dentro una relazione, i cosiddetti Lat, (living apart together): si riducono gli attriti dovuti alla convivenza quotidiana, si salvano i propri spazi e abitudini.
È una scelta più costosa, riservata a chi può permettersi due case, comune tra i giovani che non vogliono rinunciare all’indipendenza ma più popolare tra gli adulti più anziani, abbienti, che hanno carriere consolidate e separate, magari vivono in città o Paesi diversi, o persone divorziate, che vogliono ridurre la minimo i disagi e le frizioni per figli avuti da relazioni precedenti.
Tra gli over 75 una donna su due vive da sola. Sono principalmente vedove, perché la vita media maschile è più breve. Nel 2050 (Istat) gli over 65 che vivranno da soli saranno 6,5 milioni, contro i 4,6 milioni del 2024. Due milioni di single in più. E qui la singletudine ha poco a che fare con il glamour, la libertà personale, l’autonomia, le esperienze e i viaggi. Qui essere singoli è spesso sinonimo di solitudine e isolamento. Spesso persone non autonome, senza rete sociale, senza la protezione della famiglia tradizionale.
E si apre un capitolo enorme, che andrebbe indagato al di là dei numeri e che porterà a una trasformazione ancora più radicale della nostra società. Pensioni, servizi sociali, accudimento, tutto dovrà cambiare per far fronte a questo esercito di nuovi single. Partendo da qualcosa che già sappiamo, perché gli studi su alcuni aspetti già ci sono: vivere da soli impatta negativamente sulla salute e aumenta la mortalità. Questo è il piatto amaro che dovremo capire come addolcire.
(da La Stampa)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE DELLA FLORIDA STA CERCANDO DI TENERE UN PROFILO BASSO IN VISTA DI UNA POSSIBILE CORSA ALLA CASA BIANCA NEL 2028: HA CAPITO CHE MOLTI AMERICANI NON APPROVANO DELLA GUERRA E PREFERISCE SCARICARE LA PATATA BOLLENTE A STEVE WITKOFF, JARED KUSHNER E J.D. VANCE
Che fine ha fatto Marco Rubio? Perché il segretario di Stato è quasi sparito dalla trattativa con l’Iran, che in teoria dovrebbe essere il suo mestiere? […] La risposta forse sta nell’ennesimo stop al dialogo, se non ancora il suo fallimento, per l’impatto che l’avventura nel Golfo Persico rischia di avere sul futuro politico dei suoi protagonisti. Tanto che il Partito repubblicano starebbe studiando una campagna elettorale per midterm che non sconfessi le politiche del presidente, ma senza la sua presenza.
Non è un mistero che Rubio accarezzi l’idea di candidarsi alla Casa Bianca nel 2028 e quindi cerca di conservare un ruolo chiave nella gestione del dossier, senza però esporsi al punto di perdere la popolarità necessaria a correre per la presidenza. Non è emarginato, anzi il suo rapporto con Trump si è rafforzato negli ultimi mesi, però ha evitato di compromettersi come il vice Vance, che rischia di perdere la nomination fino a pochi mesi fa data per scontata.
Come capo della diplomazia ogni negoziato ricadrebbe nel portafoglio del segretario di Stato, ma Trump finora ha preferito affidarsi all’amico immobiliarista Steve Witkoff e al genero Jared Kushner, da Gaza all’Ucraina, passando dall’Iran.
Rubio non ha obiettato, limitandosi a scegliere i suoi interventi, come aveva fatto nella trattativa lampo di Ginevra su Kiev, oppure in questi giorni con quella fra Israele e Libano, forse perché sapeva che aveva una ragionevole possibilità di ottenere un risultato positivo, almeno nell’immediato.
Sull’Iran ha lasciato che Vance assumesse la guida del negoziato, sfruttando la
richiesta venuta dagli stessi iraniani di discutere con lui, perché sapevano del suo scetticismo verso l’intervento nel Golfo Persico
Così l’esperto e furbo ex senatore della Florida ha raggiunto il doppio obiettivo di non incrinare il rapporto con Trump, che avrà un ruolo decisivo nella scelta del successore, ma allo stesso tempo non perdere popolarità con la base repubblicana, non convinta dell’operazione militare.
Vance invece ha avuto tensioni col presidente, senza riuscire ad usare la propria opposizione alla guerra per consolidare il sostegno della base Maga, che anzi ora lo vede tra i responsabili di un conflitto mai voluto, anche per il fallimento della trattativa per chiuderlo.
Quando il presidente ha ordinato l’attacco il segretario di Stato era con lui in Florida, a differenza di Vance, e sfruttando il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale è rimasto al centro dell’azione. Nello stesso tempo si è tenuto abbastanza defilato per evitare di esporsi e far scivolare la sua popolarità come quella del presidente, intervenuto ieri alla cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, compromettendo le possibilità di prendere il suo posto.
Rubio ha sempre detto che il candidato naturale alla successione è il vice, assicurando che se l’amico J.D. deciderà di candidarsi, lui non lo sfiderà nelle primarie. Questo impegno però si fa sempre meno solido col passare del tempo, un po’ perché Vance potrebbe arrivare alla conclusione che non ha più il supporto necessario a vincere, e un po’ perché potrebbe indebolirsi al punto di invitare sfide alla sua nomination.
Rubio ha fatto attenzione anche a tenersi aperta la possibilità cambiare la linea del paese. Sull’Ucraina è noto il suo scetticismo verso Vladimir Putin, che risale ai tempi di quando era senatore, figlio di una famiglia scappata da Cuba. Ha criticato anche lui gli alleati per il mancato aiuto in Iran, lasciandosi però lo spazio di manovra per riaggiustare la Nato, se andasse alla Casa Bianca. Ha scelto questo profilo perché è quello che meglio preserva il suo futuro politico.
(da La Repubblica)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL COMUNICATO: “LA DECISIONE È MATURATA ANCHE A SEGUITO DELLE REITERATE E GRAVI DICHIARAZIONI PUBBLICHE DEL MAESTRO, OFFENSIVE E LESIVE DEL VALORE ARTISTICO E PROFESSIONALE DELLA FONDAZIONE TEATRO LA FENICE E DELLA SUA ORCHESTRA”
“La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi,
comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”. Si legge in una nota della Fondazione.
“La decisione – si spiega – è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione Teatro La Fenice e della sua Orchestra. Tali affermazioni, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’Orchestra”.
“La Fondazione Teatro La Fenice – conclude la nota – ribadisce il proprio impegno nella promozione di un ambiente professionale fondato sul rispetto reciproco, sulla collaborazione costruttiva e sull’eccellenza artistica”.
La decisione arriva a seguito delle dichiarazioni di Beatrice Venezi in un’intervista rilasciata nei giorni al quotidiano argentino La Naciòn. “Io non ho padrini – aveva detto -, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”. Un’affermazione dalla quale già ieri aveva preso le distanze il sovrintendente Nicola Colabianchi, affermando di non condividerla e sottolineando “l’ottima qualità” dell’orchestra.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA SVELATO DA “LA STAMPA”: QUANDO GIORGIA MELONI CHIAMO’ DI FOGGIA INFORMANDOLA CHE NON SAREBBE STATA CONFERMATA ALLA GUIDA DI TERNA, LA MANAGER CHIESE GARANZIE PER IL FUTURO… LA PREMIER LE PROPONE DI FERMARSI UN ANNO PER ANDARE A GUIDARE, NEL 2027, OPEN FIBER, LA CUI NOMINA SPETTERÀ A CASSA DEPOSITI E PRESTITI (CDP), PER SOVRINTENDERE ALLA NASCITA DELLA RETE UNICA … DI FOGGIA, PER ACCETTARE, CHIESE CHE LA PROMESSA DELLA PREMIER VENISSE MESSA NERO SU BIANCO: UNA RICHIESTA IRRITUALE E IRRICEVIBILE. A QUESTO PUNTO FU PROPRIO DI FOGGIA A CHIEDERE DI ESSERE INDICATA PER LA PRESIDENZA DI ENI
Giuseppina Di Foggia lascia Terna con una buonuscita complessiva di 1,3 milioni di euro: all’indennità da 108 mila euro lordi negoziata con la società si aggiungono, infatti, la cifra pro quota del variabile 2026 e le stock option che le spettano per contratto per il piano di incentivi a lungo termine – previsti per tutti i dirigenti. La manager incasserà subito 300 mila euro, mentre la parte restante le sarà versata in tre anni.
L’accordo, però, è subordinato «alla nomina a presidente del consiglio di amministrazione di Eni», altrimenti Di Foggia riceverà l’intera «indennità integrativa di fine rapporto spettante per la posizione di direttore generale».
Si chiude così una vicenda al limite del grottesco, ma figlia anche di un’interpretazione maldestra della direttiva Giorgetti del 2023 che chiedeva ai manager delle aziende partecipate dal Mef di rinunciare ai trattamenti di fine rapporto.
Di Foggia, però, nel suo braccio di ferro con il governo ha sottovalutato lo statuto di Terna. Se lo avesse conosciuto a fondo, probabilmente, non avrebbe chiesto alla premier Giorgia Meloni di andare a presiedere l’Eni. Per capire cosa sia successo, occorre tornare alla settimana dopo Pasqua, quando la premier chiama Di Foggia e nella telefonata di cortesia – che non ha riservato all’ex ad di Leonardo, Roberto Cingolani – la informa che non verrà confermata alla guida di Terna.
La manager, quindi, chiede garanzie per il futuro: la premier le propone di fermarsi un anno per andare a guidare, nel 2027, Open Fiber, la cui nomina spetterà a Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Peraltro, il mandato è chiaro: sovrintendere alla nascita della rete unica procedendo al matrimonio tra Open Fiber e Fibercop.
Di Foggia ci riflette, ma per accettare chiede la promessa della premier venga messa nero su bianco. Una richiesta irrituale, oltre che irricevibile. A questo punto è proprio Di Foggia chiedere di essere indicata per la presidenza di Eni e la premier acconsente. Dando per scontato che la manager fosse a conoscenza della prassi interna a Cdp che da qualche anno vieta di erogare l’indennità di risoluzione del rapporto per i passaggi tra società del gruppo.
Non per nulla il suo predecessore Stefano Donnarumma, nel 2023, aveva scelto di restare fermo un anno anziché approdare subito alla guida di Cdp Equity: nel 2024, poi è diventato ad di Ferrovie dello Stato. Stesso percorso seguito anche da Luigi
Ferraris: uscito nel 2020 da Terna ha aspettato un anno per prendere la guida di Fs. Nel 2017 Matteo Del Fante incassò una buonuscita da 3,8 milioni di euro (meno dei 7,3 che voleva Di Foggia) prima di passare in Poste, ma era un’alta epoca e Cdp non aveva ancora messo ordine alle regole di governance.
Di Foggia si è resa conto che la situazione si è intensificata al punto che diversi hanno iniziato a mettere in discussione la sua candidatura al vertice di Eni. Le liste del Mef sono bloccate e non modificabili, ma nel frattempo erano iniziati sondaggi su possibili figure sulle quali far confluire i voti per Di Foggia, da Cristina Sgubin a Benedetta Fiorini, candidate dal Tesoro, a Emma Marcegaglia – presentata dalla lista di minoranza dell’imprenditore Romano Minozzi. Motivo per cui la manager ha voluto blindare il proprio paracadute con un accordo di ferro: senza la presidenza dell’Eni, incasserà l’intera spettanza di fine rapporto.
Formalmente Di Foggia terminerà di lavorare per Terna il 5 maggio alla vigilia dell’assemblea di Eni; intanto, sarà il presidente Igor De Biasio – destinato a guidare l’Enav – ad assumere i poteri per la gestione immediata della società, «con le stesse prerogative e gli stessi limiti in precedenza previsti per l’ad, fino all’assemblea del 12 maggio 2026».
(da La Stampa)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
SI POTRA’ ANCORA DIRE CHE HA RAGIONE PER UNA VOLTA GIULI, IL GOVERNO E LA UE CHE NON VOGLIONO IL PADIGLIONE RUSSO ALLA BIENNALE?
Adesso sono diventati tutti dei parnassiani, perfino i leghisti, i grillini e gli altri
ammiratori di Putin, raffinati esteti chiusi nella torre d’avorio della Biennale a godersi l’art pour l’art declamando banalità sulla cultura che c’entra nulla con la politica. E Pietrangelo Buttafuoco viene celebrato a giornali unificati per la sua resistenza in difesa del Bello e del Buono contro quei brutti e cattivi che non vogliono permettergli di costruire con la Russia occasioni di dialogo e ponti culturali e altri luoghi comuni.
Che poi quella di Buttafuoco sia una delle poche nomine sensate fatte dalla destra maldestra in campo culturale è pacifico: del resto, per rendersi conto della pochezza dei camerati sistemati su poltrone più grandi di loro non occorre neanche uscire da Venezia, basta fare un salto alla Fenice.
Ma l’arte non è mai apolitica, come tutto ciò che esprime una visione del mondo. E men che meno può essere indipendente in un regime come quello russo. Infatti, come ha documentato Anna Zafesova sulla Stampa del 13 marzo, a gestire il padiglione russo ci saranno un po’di gerarchi putiniani come la figlia del ministro degli Esteri.
Nel 2007, il Deutsches Historisches Museum di Berlino allestì una bellissima mostra, Kunst und Propaganda im Streit der Nationen 1930-1945, “Arte e propaganda nello scontro delle nazioni”, in cui metteva a confronto l’Italia mussoliniana, la Germania nazista, l’Urss stalinista e gli Usa del New Deal (fra parentesi, quella che ne usciva meglio era l’Italia, perché, a differenza dei loro
remoti discendenti, i fascisti doc un’idea di politica culturale l’avevano, magari sbagliata ma l’avevano, e sapevano pure farla).
Oggi fa rabbrividire che all’Esposizione universale di Parigi del 1937 ci fosse un padiglione tedesco progettato da Speer e sormontato da un’enorme aquila con la croce uncinata, mentre dall’altra parte del viale l’Urss rispondeva con una statua dell’operaio e della kolchoziana alta 24 metri e mezzo.
Domani forse ci scandalizzerà che alla Biennale espongano i protegé di Putin, e non importa se “non faranno propaganda”, come dicono i coeurs simples e anche chi semplice non è, ma in malafede sì.
Già il mero fatto di esserci, alla faccia delle sanzioni europee, è un fatto politico e uno schiaffo all’Ucraina, che infatti l’ha giustamente interpretato così. Anche perché non è che la Biennale stia su Marte.
È autonoma, certo, ma non può far finta che non sia in corso una guerra, che ci siano delle sanzioni decise e applicate anche da noi e che insomma esista ancora la Serenissima e Venezia possa fare la sua politica estera infischiandosene del resto d’Italia e del contesto internazionale.
Anche la Scala è autonoma, ma ha dovuto mandare via Valery Gergiev che è un artista sommo ma anche un propagandista putiniano.
Quindi fa bene Bruxelles a tagliare i fondi, farebbe bene Roma a intervenire sul serio, ha ragione Giuli a non andare all’inaugurazione e Meloni a dire che la politica estera italiana la fa il governo italiano e non la Biennale (anzi, a ben pensarci forse la vera notizia è questa: la destra che in campo culturale ne fa una giusta. C’è sempre una prima volta).
(da “la Stampa”
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
ARRIVATI SOLO ALTRI 4 PICCOLI FINANZIAMENTI DA SOSTENITORI
È un petroliere italiano il primo sostenitore finanziario di Roberto Vannacci. Lo scorso 15 aprile la Compagnia petrolifera Piemontese (C.P.P.) ha donato infatti a Futuro Nazionale un contributo diretto di 30mila euro, che è stato regolarmente registrato e pubblicato nella sezione amministrazione trasparente del sito del nuovo partito del generale. Il versamento è il primo ottenuto da una persona giuridica da quando è nata la forza politica. Fra il 6 marzo e il 13 aprile sono arrivati quattro piccoli finanziamenti da singoli sostenitori: Massimo Perrone (500 euro), Vergine Fernandez (2 mila euro), Cristina Sciarra (3 mila euro) e Marcello Bertucci (mille euro). Altre 70mila euro sono arrivati dalla Associazione “Il Mondo al contrario”,
che era il movimento precedente di Vannacci, che ha anche fornito in natura servizi, stampa materiali e supporto organizzativo per un valore di 13.300 euro.
Il petroliere Finzi ha voluto donare al generale anche se nell’ultimo bilancio ha perso soldi
La Compagnia Petrolifera Piemontese, primo sponsor di Vannacci, è posseduta da Stefano Maurizio Finzi, titolare del 100% delle azioni, anche se il 33,35% è lasciato in usufrutto a Giuliana File (86 anni). L’ultima volta che la società aveva versato un contributo a un partito è stato nel 2020, quando aveva versato 5 mila euro al Comitato Giovanni Toti in vista delle elezioni regionali in Liguria. La C.P.P. nell’ultimo bilancio disponibile, quello del 2024, aveva registrato un fatturato di 84,733 milioni di euro, in deciso rialzo rispetto ai 72,719 milioni di euro dell’anno precedente. Però aveva chiuso i conti in rosso con una perdita di 48.233 euro (l’anno prima aveva guadagnato 357.602 euro). La sua attività principale è quella della gestione diretta di una rete di distributori di carburante.
Il conto per donazioni e tessere a Intesa San Paolo nella sede a due passi da Mediobanca
Il conto corrente per le donazioni al partito di Vannacci è stato aperto a Banca Intesa San Paolo nella sede storica del vecchio Banco Ambrosiano dietro piazza della Scala e a due passi dalla sede di Mediobanca di via Filodrammatici. Sullo stesso conto corrente confluiranno i proventi del tesseramento lanciato dal generale da qual che settimana. Ma le cifre sono piccole: 10 euro per i soci ordinari, 20 euro per i soci sostenitori e cifra libera per i soci simpatizzanti che però non avranno diritto di voto negli organi interni (a differenza delle altre due categorie di soci). Tessere ad hoc anche per minori fra i 16 e i 18 anni, che però non possono iscriversi online e per farlo hanno bisogno della firma dei genitori in presenza.
(da Open)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
ORFINI (PD): “MA NON TI VERGOGNI?”
Anche quest’anno la festa della Liberazione è stata segnata da tensioni e polemiche.
In un post sui social la premier ha condannato gli scontri che si sono verificati nelle piazze italiane. Assente dall’elenco gli spari contro i due attivisti dell’Anpi a margine del corteo a Roma. “Aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina”, e poi ancora “sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati; cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati”, a Milano “la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo. Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema”, ha scritto.
Immediate le reazioni delle opposizioni che hanno accusato Meloni di strumentalizzare i fatti.”Con le parole sgrammaticate, fuori misura, strumentali di questa sera la presidente del Consiglio conferma che con i valori del 25 Aprile continua ad avere ben poca dimestichezza. Abbiamo un problema. Ricapitolando: si è pure dimenticata degli spari ai militanti dell’Anpi a Roma”, ha scritto sui social Nicola Fratoianni di Avs
Si è aggiunto il deputato Matteo Orfini Pd: “Ma davvero fai questo elenco dimenticandoti dei due col fazzoletto dell’Anpi feriti dagli spari di un motociclista in mimetica? Ma non ti vergogni?”.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA SCRITTRICE E POETESSA EBREA PRENDE POSIZIONE SUI FATTI DI MILANO
È metà pomeriggio quando Edith Bruck legge le notizie che arrivano dalla
manifestazione di Milano per il 25 aprile. La Brigata Ebraica bloccata, insultata, poi allontanata dal corteo. Un gesto violento, l’ennesima manifestazione di
antisemitismo, commentano in molti. Edith Bruck, scrittrice, poetessa, sopravvissuta ai campi di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen, ha uno sguardo diverso, una visione lucida che non fa sconti a nessuno.
Portare le bandiere israeliane in piazza è stato «uno sbaglio», spiega. Non una provocazione ma un modo per approfittare di un momento in cui quelle bandiere e la stella di David «non c’entravano nulla». «La Brigata ebraica aveva il diritto di sfilare ma con la bandiera italiana. Si tratta di un corteo che riguarda l’Italia non Israele».
Non dovevano esserci le bandiere di Israele in piazza?
«Credo che sia stato uno sbaglio portarle perché il 25 aprile riguarda la liberazione dell’Italia dal fascismo. Che c’entrano Israele e la sua bandiera? Vogliono portarla dappertutto ma non è corretto. Sfilino con la bandiera italiana quelli della Brigata ebraica e ringrazino il cielo di essere stati liberati dal fascismo. Nella piazza del 25 aprile doveva esserci posto solo per i simboli della liberazione e dell’antifascismo. Invece, sia da una parte che dall’altra, ne hanno approfittato per portare alla ribalta questioni del tutto fuori luogo».
Secondo lei è stata una provocazione da parte della Brigata Ebraica portare le bandiere con la stella di David?
«No, solo uno sbaglio. Tutti pensano di fare una cosa giusta per la loro causa infilandosi al corteo del 25 aprile, ma è una manifestazione che riguarda l’Italia liberata dal fascismo. Stop».
Anche se è solo uno sbaglio e non una provocazione, ha causato ancora una volta episodi gravi di antisemitismo. Tra gli insulti contro la Brigata Ebraica hanno urlato anche “saponette mancate”, un chiaro riferimento ai lager dove si diceva che i nazisti producessero sapone utilizzando il grasso dei corpi degli ebrei sterminati.
«Purtroppo, l’antisemitismo non finisce mai, ormai è eterno. Sono nata nell’antisemitismo e morirò circondata da un antisemitismo sempre più forte e diffuso. Finché sarà in corso il conflitto con i palestinesi, l’odio potrà solo crescere e avvelenare l’intera società. Tutto questo è molto preoccupante e triste»
L’antisemitismo sta aumentando: gli ebrei nel mondo dovrebbero prendersela solo con chi li offende oppure anche con il governo Netanyahu e con le sue continue violazioni del diritto internazionale e delle basi dell’umanità?
«Di sicuro le azioni del governo Netanyahu rappresentano un danno per tutti gli ebrei del mondo e aumenta l’antisemitismo”
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2026 Riccardo Fucile
I VENTI MESI DI LOTTA PARTIGIANA NON POTEVANO (E NON DOVEVANO) NASCONDERE CIÒ CHE L’ITALIA ERA STATA DAL 1922 IN POI; NON DOVEVANO ESIMERCI DAL RICORDARE CHE IL 10 GIUGNO 1940, QUANDO MUSSOLINI DICHIARÒ GUERRA, LE PIAZZE GREMITE AVEVANO ESULTATO. ABBIAMO FINTO CHE IL VENTENNIO FOSSE UNA PARENTESI NELLA STORIA NAZIONALE E CI SIAMO RIVESTITI DI UNA VERGINITÀ CHE PERMETTEVA DI PROSEGUIRE COME SE NULLA FOSSE AVVENUTO. QUANDO NON SI FANNO I CONTI CON IL PASSATO, IL PASSATO NON PASSA”
25 aprile polemici ce ne sono stati molti, ci sono state via via proposte di abolire la festa e riprogrammarla all’8 maggio (giorno di resa della Germania nazista), denunce di appropriazione della data da parte delle forze della Sinistra, richieste di commemorare insieme caduti partigiani e militi di Salò.
Quest’anno la polemica è andata oltre diventando sfregio: la coppia di iscritti all’Anpi, con tanto di fazzoletto al collo, colpiti a Roma dai colpi di una pistola ad aria compressa, ha sapore di un agguato di matrice politica; la Brigata Ebraica (una formazione di volontari ebrei che dal settembre 1944 partecipò alla campagna d’Italia a fianco dell’esercito britannico) costretta ad abbandonare il corteo di Milano dalle contestazioni dei Pro Pal è una manifestazione violenta di intolleranza Perché il 25 aprile continua a non essere una data condivisa da tutti? Per tante ragioni. Ma una su tutte: perché l’Italia non ha fatto i conti con il proprio passato. Nella primavera 1945 l’Italia è un Paese che ha scatenato la guerra accanto alla Germania di Hitler e l’ha persa: quando a Parigi si trovano i vincitori per discutere la riorganizzazione del mondo, ci sono ventisette Paesi, ma non c’è la Germania, non c’è il Giappone e non c’è l’Italia. Quando mai, a scuola, qualcuno ci ha insegnato che l’Italia ha perso la guerra?
Per tutti i manuali, la fine della guerra è il 25 aprile, l’insurrezione partigiana, la liberazione delle città del Nord. La Resistenza è l’unica esperienza del periodo che ci ha messo dalla parte giusta della storia, ci ha regalato la Costituzione, ha forgiato una nuova classe dirigente: ma i venti mesi di lotta partigiana non potevano (e non dovevano) nascondere ciò che l’Italia era stata dal 1922 in poi; non dovevano assolvere dalle troppe complicità, dai troppi silenzi, dalle troppe collaborazioni di cui la dittatura si era giovata; non dovevano esimerci dal ricordare che il 10 giugno 1940, quando Mussolini dichiarò la guerra, le piazze gremite di balilla, avanguardisti e giovani italiane avevano esultato.
Come ha scritto un grande storico liberale, Rosario Romeo, «la Resistenza, opera di una minoranza, è stata usata dalla maggioranza degli italiani per sentirsi esonerati dal dovere di fare i conti con il proprio passato».
Abbiamo finto che il Ventennio fosse una parentesi nella storia nazionale, «la malattia che colpisce un corpo sano», e ci siamo rivestiti di una verginità che permetteva di proseguire come se nulla fosse avvenuto. «In Italia finché c’è stato Mussolini c’erano 45 milioni di fascisti – pare abbia detto Churchill – dal giorn
dopo 45 milioni di antifascisti: ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti».
Che si tratti di una dichiarazione autentica o di una attribuzione, il suo valore non cambia: noi italiani non abbiamo fatto i conti con il passato, non siamo partiti dall’esperienza resistenziale per trasformare il sacrificio in consapevolezza. Ci siamo adagiati dietro una narrazione autoassolutoria, che proprio per questo ha comportato fraintendimenti, equivoci, dubbi. Quando non si fanno i conti con il passato, il passato non passa
Gianni Oliva
per “la Stampa”-
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