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SULL’IRAN TRUMP E’ IN UN CUL DE SAC: TEME DI FALLIRE COME JIMMY CARTER. IL “WALL STREET JOURNAL” METTE IN LUCE I DUBBI SULLE CAPACITA’ DI GESTIRE LA CRISI DA PARTE DEL “NERONE DELLA CASA BIANCA”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

LA BASE “MAGA” E’ IN SUBBUGLIO: HA ELETTO IL TYCOON PER NON DOVER PIU’ FARE GUERRE IN GIRO PER IL MONDO E SI RITROVA CON UN CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE I CUI EFFETTI PESANO SUL PORTAFOGLI

Quando gli iraniani erano riusciti ad abbattere un caccia americano, Donald Trump aveva ordinato ai militari di andare subito a soccorrere il pilota disperso.
«I consiglieri avevano tenuto il presidente fuori dalla stanza dove ricevevano gli aggiornamenti sull’operazione minuto per minuto, perché credevano che la sua impazienza non sarebbe stata d’aiuto».
Così ha scritto il Wall Street Journal, in un retroscena sui giorni più complicati della guerra, intitolato “Behind Trump’s Public Bravado on the War, He Grapples With His Own Fears”. Dunque dietro alla spavalderia che il capo della Casa Bianca mette in mostra ogni giorno nella sfida contro gli ayatollah, ci sarebbero invece le sue paure.
Prima fra tutte quella di non uscire dal conflitto con qualcosa che possa rivendicare come una vittoria, aprendo invece la porta ad una sconfitta elettorale nelle midterm di novembre, che agita i suoi consiglieri più stretti.
La ricostruzione del quotidiano finanziario di Manhattan rivela il lato meno pubblico e quindi meno noto del presidente, alimentando i timori sulla sua capacità di gestire la crisi. La sera del Venerdì Santo, saputo dell’aereo abbattuto, «aveva urlato per ore ai suoi aiutanti».
Si era lamentato degli europei che non lo aiutavano, il prezzo della benzina salito in media sopra i 4 dollari al gallone, e il timore di ripetere il fallimento di Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi del 1979, all’inizio della rivoluzione khomeinista: «Che casino!».
Quando sabato il disperso era stato salvato, Trump era andato a letto dopo le due del mattino, ma sei ore dopo era riapparso sui social, col famoso messaggio in cui sollecitata i «pazzi bastardi» iraniani a riaprire il «fottuto Stretto, altrimenti vivrete nell’inferno».
Di pugno suo ci aveva aggiunto una preghiera ad Allah, «per sembrare il più instabile e offensivo possibile, nella convinzione che ciò avrebbe portato gli avversari al tavolo della trattativa».
Quindi aveva chiesto ai suoi collaboratori: «Come sta funzionando?». Non bene.
Perciò martedì aveva fatto seguire il messaggio in cui minacciava di far morire in una sola notte «un’intera civiltà», se la Repubblica islamica non avesse accettato la pace nei suoi termini.
Nemmeno 90 minuti dopo aveva annunciato il precario cessate il fuoco che sarà in gioco durante i negoziati di Islamabad, se si terranno come lui spera e porteranno all’intesa che pretende.
La singolarità di Trump non è nuova e non sorprende, ma in questo caso va oltre gli aspetti caratteriali. Dietro a questa instabilità, infatti, c’è stavolta la paura di fallire. Il rischio che la guerra si risolva in un disastro come quello patito da Carter nel 1979, e quindi la necessità di risolverla in fretta, prima che diventi il marchio della sua presidenza.
La base Maga lo aveva eletto anche per la promessa di mettere fine ai conflitti eterni, soprattutto in Medio Oriente, e quindi non è mai stata convinta della “escursione” iraniana. Ora però gli effetti iniziano a sentirli nelle proprie tasche tutti gli americani, e quando questo accade in genere se ne ricordano alle urne. Non a caso la “signora di ghiaccio” Susie Wiles, potente capo di gabinetto alla Casa Bianca, da giorni sta tenendo riunioni di emergenza con collaboratori, operativi e sostenitori del Gop, per evitare il collasso alle midterm.
Finora la narrativa prevalente dava per persa la Camera, ma secondo il New York Times ora anche il Senato potrebbe finire in gioco. Non è facile, perché per conquistarlo i democratici dovrebbero conservare tutti i loro 13 seggi in palio, inclusi quelli di Michigan e Georgia più traballanti, e rubarne almeno quattro ai repubblicani, dove il Maine sembra a portata di mano, ma North Carolina, Ohio e Alaska restano lontani. Eppure dietro le quinte se ne parla, per il terrore dei sostenitori di Trump
Perdere anche solo la Camera avrebbe un triplice effetto devastante: renderebbe Donald un’anatra zoppa, cancellando le ambizioni di un terzo mandato; paralizzerebbe la sua agenda legislativa, lasciandogli solo i decreti; consentirebbe ai democratici di lanciare inchieste sull’amministrazione a tutto spiano, che anche senza il terzo impeachment la deraglierebbero.
(da agenzie)

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LA PRESA DI TAJANI SU FORZA ITALIA SI È RIDOTTA DOPO IL SILURAMENTO DEI SUOI “DIOSCURI”, BARELLI E GASPARRI. IL PARTITO ORA È IN EBOLLIZIONE: LA MINORANZA INTERNA E LA STESSA MARINA BERLUSCONI VOGLIONO RIMUOVERE FULVIO MARTUSCIELLO DA CAPOGRUPPO DI FORZA ITALIA A BRUXELLES

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

AL SUO POSTO LETIZIA MORATTI O MASSIMILIANO SALINI… E TAJANI? RESTA IN TRINCEA BLOCCANDO LA NOMINA DI FEDERICO FRENI ALLA CONSOB PER FORZARE IL GOVERNO A TROVARE UNA SISTEMAZIONE AL SUO CONSUOCERO BARELLI. L’EX MONARCHICO CIOCIARO SI SBATTE PER UN POSTO PER LA SUA FEDELISSIMA CHIARA TENERINI

La presa di Tajani su Forza Italia si è notevolmente affievolita dopo il siluramento, voluto da Marina Berlusconi, dei suoi dioscuri Paolo Barelli e Maurizio Gasparri.
Tra liti sui congressi, lotte dai lunghi coltelli tra i pasdaran dell’attuale segretario e i fedelissimi della famiglia Berlusconi, il partito è in ebollizione al punto che la minoranza interna e la stessa Cavaliera vogliono rimuovere Fulvio Martusciello dal ruolo di capogruppo di Forza Italia a Bruxelles.
Per prendere il suo posto, ci sarebbe una corsa a due tra “Mestizia” Moratti e Massimiliano Salini, molto vicino a Marina. E quel merluzzone di Tajani? Resta in trincea bloccando la nomina di Federico Freni alla Consob per forzare il governo a trovare una sistemazione al suo consuocero Paolo Barelli.
Sulla strada per portare il sottosegretario leghista alla presidenza della Consob si mettono di traverso anche le tre autorità Ue che vigilano su banche, finanza ed assicurazioni, senza contare l’inchiesta della procura di Milano sul “concerto” nella scalata a Mediobanca-Generali.
L’ex monarchico ciociaro, inoltre, si sta sbattendo molto anche per trovare un posto alla sua fedelissima Chiara Tenerini
(da Dagoreport)

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FILIPPO MOSTICONE, GIOVANE MILITANTE DI FDI A SORA, QUERELA MASSIMILIANO BRUNI, DIRIGENTE PROVICIALE MELONIANO E ASSISTENTE LOCALE DELL’EURODEPUTATO NICOLA PROCACCINI: “MI HA COLPITO CON UNO SCHIAFFO”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

L’AGGRESSIONE SAREBBE AVVENUTA DURANTE IL CONGRESSO DEI GIOVANI DI FDI…LA VERSIONE DEI FATTI È AL VAGLIO DEI CARABINIERI DI SORA

Emergono sviluppi sull’episodio avvenuto nella serata di ieri, 17 aprile, all’esterno dell’Hotel Memmina di Frosinone, durante il congresso provinciale di Gioventù Nazionale, movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Dopo quanto emerso nelle prime ore, questa mattina è stata formalmente presentata una querela da parte di Filippo Mosticone, coordinatore cittadino del partito a Sora.
Nel documento depositato presso il Comando dei Carabinieri di Sora, Mosticone ricostruisce quanto accaduto indicando come autore della presunta aggressione Massimiliano Bruni, dirigente provinciale del partito. Secondo la denuncia, il confronto sarebbe nato per motivi legati a dinamiche interne e comunicazioni politiche, degenerando poi in un contatto fisico avvenuto in luogo pubblico e alla presenza di numerosi testimoni.
Sempre nella querela, viene descritto un episodio caratterizzato – secondo la versione di Mosticone – da un approccio ritenuto minaccioso, seguito da una colluttazione e da uno schiaffo al volto.
“Mi afferrava con entrambe le mani per il collo e mi spingeva con forza verso la carreggiata stradale, percorsa in quel frangente da numerose autovetture procedenti a velocità elevata, esponendomi concretamente al rischio di essere investito da un
veicolo in transito. Continuando a stringermi il collo con la mano sinistra, il Bruni mi colpiva con un forte schiaffo al volto con la mano destra”. Si legge nella querela.
L’intervento di alcune persone presenti avrebbe interrotto la situazione, evitando ulteriori conseguenze.
Il documento fa inoltre riferimento ad altri episodi precedenti che, secondo Mosticone, delineerebbero una condotta reiterata, pur specificando che tali circostanze non erano state all’epoca formalmente denunciate per non arrecare danno all’immagine del partito. Ma stavolta il giovane Mosticone, classe 2001, ha deciso di mettere tutto nero su bianco.
Sulla vicenda sono ora chiamate a fare chiarezza le autorità competenti, i carabinieri della Compagnia di Sora dovranno verificare i fatti, ascoltare i testimoni, alcuni dei quali già citati da Mosticone nella sua querela, e accertare eventuali responsabilità. Al momento, si tratta di accuse contenute in un atto di parte e, come tali, tutte da verificare nel rispetto del principio di presunzione di innocenza.
Bruni, dal canto suo, avrà tutto il diritto di fornire la sua versione dei fatti. Contattato dalla nostra redazione, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, lasciando tuttavia trapelare che la sua posizione sull’accaduto è diametralmente opposta e che si riserverà di poter fare una contro denuncia. “È la seconda volta che questa persona mi istiga in pubblico. Si è avvicinato affrontandomi faccia a faccia ed io con la mano l’ho solo allontanato”, ha commentato.
Saranno le indagini a chiarire quanto avvenuto ieri sera davanti all’hotel Memmina durante il Congresso dei Giovani del partito della Meloni. Congresso al quale hanno partecipato i dirigenti provinciali di Fratelli d’Italia.
Il Presidente provinciale di FdI, Massimo Ruspandini, dopo aver precisato che sarà la magistratura a dover accertare i fatti, ha commentato: “Qualora fosse accertato quanto denunciato, la mia condanna è totale. Ripudiamo ogni episodio di violenza”.
La dichiarazione di Mosticone
“Mai avrei immaginato di ritrovarmi di nuovo a commentare una violenza che stavolta fa molto più male: colpirmi al congresso di Gioventù Nazionale, non vuol
dire tirare uno schiaffo al mio volto, ma al movimento in cui sono entrato a 15 anni e che mi ha cresciuto insegnandomi i valori del senso di comunità e del rispetto.
Ragazzi che hanno il coraggio di spendersi ogni giorno nei loro paesi portando avanti le nostre battaglie e che non possono vedere un momento sacro profanato dalla violenza di chi, comportandosi in questo modo, e non per la prima volta, ha dato prova di non condividere le condizioni di esistenza nella nostra casa umana prima che politica.
Per fortuna sto bene, grazie soltanto a chi, lì presente, ha allontanato il soggetto che stava continuando a spingermi per strada. Inutile dire che, come nelle altre occasioni, non ho ricevuto scuse.
Ho deciso di denunciare l’accadimento alle autorità competenti, dopo che per due volte in passato ho preferito soprassedere per scongiurare altre ripercussioni nei confronti del nostro partito che, per il suo DNA, non può mai essere rappresentato in nessuna sede, men che meno quelle politico-istituzionali, da chi vede nella ingiustificabile violenza un mezzo per dirimere il sacrosanto dibattito interno.
Andiamo avanti forti e orgogliosi di appartenere a un partito che sa valorizzare i giovani, al fianco del confermato presidente provinciale di GN Armando Conte e del nostro coordinatore provinciale Massimo Ruspandini che da sempre consiglia e investe nei giovanissimi del nostro partito”. – Ha commentato Filippo Mosticone.
(da FrosinoneNews)

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FECCIA RAZZISTA: A PIETRASANTA, IN PROVINCIA DI LUCCA, UN CAMERIERE SENEGALESE È STATO AGGREDITO A CALCI E PUGNI DA UN GRUPPO DI 6 PERSONE. IL BRANCO AVREBBE INIZIATO A INSULTARE IL 34ENNE CON OFFESE RAZZISTE. QUANDO L’UOMO HA REAGITO AGLI INSULTI, GLI AGGRESSORI LO HANNO PICCHIATO

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

SOLO L’INTERVENTO DEGLI ALTRI CLIENTI DEL LOCALE HA EVITATO CHE LA SITUAZIONE DEGENERASSE…L’UOMO È FINITO IN OSPEDALE CON UN TRAUMA CRANICO

Aggredito e picchiato, mentre sta lavorando, da un gruppo di persone. Un episodio violento e drammatico, quello andato in scena intorno all’una della notte fra sabato e domenica in piazza del Duomo che ha visto l’aggredito, un senegalese 34 enne, finire al pronto soccorso dell’ospedale Versilia per un trauma cranico refertato, al momento, con cinque giorni di prognosi.
«Possiamo dire che è andata bene perché, vista la dinamica, il ragazzo che ha preso colpi da questo gruppo di persone anche una volta finito a terra, ha veramente rischiato tanto», le parole dell’avvocato Gianluca Pajatto che assiste il giovane.
A innescare il tutto, se un innesco plausibile esiste in questi casi, sarebbe stata una richiesta di spiegazioni fatta dal ragazzo, cameriere in un locale di piazza Duomo, ad alcuni clienti che lo avrebbero insultato mentre stava servendo ai tavoli.
«Gli hanno rivolto un epiteto razzista», la precisazione del legale. Ma la richiesta di spiegazioni fa scattare «la reazione di questo gruppo di persone. Lo hanno colpito con calci e pugni: fortunatamente sono intervenuti altri avventori del locale e tutto è sembrato finire lì», le parole di Pajatto.
Il 34 enne si allontana, ancora scosso per l’accaduto, ma viene raggiunto dallo stesso gruppetto che torna a colpirlo, come descritto nella denuncia presentata contro ignoti al comando dei carabinieri di Forte dei Marmi «con gli aggressori che poi si sono dileguati, allontanandosi dalla zona. Il giovane abita da anni in Italia, lavora come cameriere ed è ovviamente sconvolto per quanto gli è successo. Ha dolori alla testa, a un occhio, alle gambe, alla schiena. Saranno necessari ulteriori controlli. Quella che ha subìto è stata una vera e propria aggressione che non ha alcuna giustificazione», sottolinea Pajatto.
(da www.iltirreno.it)

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GIUSEPPINA DI FOGGIA, L’AD IN USCITA DI TERNA, NON VUOLE FARE A MENO DEI 7,3 MILIONI DI BUONUSCITA, COME INVECE CHIESTO DAL TESORO E DA PALAZZO CHIGI: LA MANAGER, GRAZIE AI BUONI RAPPORTI CON ARIANNA MELONI, E’ STATA INDICATA ALLA PRESIDENZA ENI, CON UNO STIPENDIO DI POCO SUPERIORE AI 500 MILA EURO LORDI ANNUI

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

AL MEF E A PALAZZO CHIGI SI ASPETTANO CHE, ALMENO, LA MANAGER RINUNCI ALLA CARICA AL VERTICE DI ENI. MA COSÌ SERVE TROVARE UNA SOSTITUTA (CIRCOLA IL NOME DI EMMA MARCEGAGLIA, PROFILO NON GRADITO AL MEF)

Di per sé sarebbe una banale faccenda di sottopotere, ma la buonuscita da 7,3 milioni che Giuseppina Di Foggia, l’amministratrice delegata in uscita di Terna, pretende pur essendo stata appena indicata alla presidenza dell’Eni sta mandando in fibrillazione il governo.
A questo punto si rischia una vera figuraccia, visto che sia al ministero
dell’Economia sia a Palazzo Chigi si aspettano che la manager risolva lo stallo non rinunciando ai soldi, ma alla prestigiosa carica al vertice del colosso petrolifero.
Di Foggia, ex Nokia Italia, è stata nominata nel maggio 2023 alla guida della società della rete elettrica grazie ai buoni rapporti con Arianna Meloni, sorella della premier.
Due settimane fa, il governo ha deciso di non rinnovarle il mandato ma, a sorpresa, l’ha designata alla presidenza dell’Eni, incarico prestigioso ma con uno stipendio di poco superiore ai 500 mila euro lordi annui, assai meno dei 3,8 (bonus compresi) percepiti in Terna lo scorso anno. Ieri le opposizioni hanno iniziato ad alzare il tiro, visto lo stallo in cui è caduto l’esecutivo.
Secondo il ministero, infatti, Di Foggia dovrebbe rinunciare alla buonuscita. Due sono gli impedimenti tecnici: Terna ed Eni sono entrambe società controllate da Cassa depositi e prestiti e per un passaggio tra società controllate non possono esserci indennità per le stesse policy interne di Cdp; l’altro è che per accettare la presidenza di Eni, Di Foggia dovrebbe dimettersi da Terna prima dell’assemblea del Cane a sei zampe in agenda il 6 maggio, visto che in base allo statuto di Terna non può ricoprire le due cariche insieme.
Domenica il ministero di Giorgetti ha diffuso una nota di avvertimento alla manager, dopo che da Palazzo Chigi era stato fatto filtrare tutto il malumore della premier Meloni. “Già dal 2023 il Mef, in qualità di socio, ha dato specifiche direttive che nelle società partecipate dovessero essere esclusi o, in ogni caso, rigorosamente delimitati i casi e l’entità delle indennità da corrispondere a fine mandato”
Di Foggia non pare però voler rinunciare alla buonuscita, forte anche di pareri legali portati in Cda dal responsabile affari legali della società Danilo Del Gaizo (commissionati agli studi Staiano e Chiomenti). Ieri si è tenuto un secondo cda straordinario di Terna, dopo quello della scorsa settimana che avrebbe affrontato – oltre ai costi saliti alle stelle dell’elettrodotto con la Tunisia (da 650 milioni a 1,2 miliardi) – anche il tema della buonuscita di Di Foggia. Su quest’ultimo punto, il Consiglio si riunirà nuovamente entro 15 giorni. Ieri la manager, almeno in una prima fase, era assente perché all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università La Sapienza.
Da quanto filtra, il cda non pare intenzionato a concedere la buonuscita se approderà all’Eni. Su input del presidente Igor De Biasio è stato anche commissionato un altro parere legale. Stando a quanto filtra, De Biasio avrebbe addirittura rinunciato al suo trattamento di fine mandato per dare un segnale alla manager, notizia che potrebbe essere annunciata oggi.
Altro segnale è arrivato dal consigliere in quota Mef, Stefano Cappiello, indicato per il Cda di Eni che si è dimesso in ossequio allo statuto.Se la manager non rinuncia ai soldi o almeno a una buona parte dovrà rinunciare all’Eni, questa almeno è la linea di Chigi e ministero.
Nel secondo caso, come detto, sarebbe una figuraccia. Il governo dovrebbe trovare una sostituta (circola il nome di Emma Marcegaglia, che ha già ricoperto il ruolo nel 2014-17, nome però non gradito al Mef) e spiegare al mercato perché si è arrivati a un cambio a pochi giorni dall’assemblea. Non una bella scena.
(da Il Fatto Quotidiano)

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STARMER HA I GIORNI CONTATI. IL PREMIER INGLESE SI COSPARGE IL CAPO DI CENERE PER L’AFFAIRE MANDELSON, L’EX AMBASCIATORE NEGLI USA LICENZIATO PERCHÉ COINVOLTO NELLO SCANDALO EPSTEIN

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

“LA NOMINA È STATA UN MIO ERRORE. NESSUNO DEL MINISTERO DEGLI ESTERI MI HA DETTO CHE MANDELSON NON AVEVA SUPERATO I TEST DI IDONEITÀ DEI SERVIZI SEGRETI”. MA OLLY ROBBINS, L’EX FUNZIONARIO DEL MINISTERO CHE SAPEVA DELLA BOCCIATURA DELL’EX AMBASCIATORE, LO SMENTISCE: “L’UFFICIO PRIVATO DI STARMER CI AVEVA RIPETUTAMENTE CHIESTO “È GIÀ STATO OTTENUTO L’OK DEI SERVIZI?” … IL 7 MAGGIO SI VOTERA’ IN GALLES E SCOZIA E PER IL LABOUR DI STARMER SI PROSPETTA UNA SONORA BATOSTA CHE POTREBBE PORTARE ALLE SUE DIMISSIONI

Sir Olly Robbins, l’ex più alto funzionario del Foreign Office, silurato con l’accusa di non aver rivelato “deliberatamente” che Peter Mandelson non aveva superato il controllo di sicurezza interno (vetting) per la nomina politica ad ambasciatore negli Usa, ha denunciato “un’atmosfera di pressione” da parte del governo laburista del premier Keir Starmer nei suoi confronti e “un approccio sprezzante” rispetto alla vicenda. Robbins lo ha dichiarato all’inizio della sua audizione in Parlamento davanti ai deputati del Foreign Affairs Committee.
L’ex segretario generale del ministero degli Esteri, considerato come un capro espiatorio nella vicenda che sta facendo tremare il premier laburista, ha dichiarato alla commissione parlamentare che c’era “un’atmosfera di sollecitazioni continue”
per ottenere l’accertamento di sicurezza nei confronti dell’ex eminenza grigia del New Labour, ricostruendo quanto era accaduto nel gennaio del 2025:
“Per tutto il mese di gennaio, francamente, il mio ufficio e quello del ministro degli Esteri erano sotto pressione costante”. Ha sottolineato inoltre che l’ufficio privato di Starmer aveva ripetutamente chiesto “è già stato ottenuto?”, riferendosi al nulla osta per Mandelson. E ancora: “Non ho mai riscontrato, per quanto ricordo, alcun interesse sul se, ma solo sul quando”.
«Lo so, molti deputati penseranno che questa storia è incredibile. Invece è tutto vero». Esordisce così Keir Starmer ieri, non nel teatro dell’assurdo, ma nel Parlamento britannico di Westminster.
I deputati dell’opposizione rispondono con urla e «buuu». Il «patto col diavolo» Lord Peter Mandelson, l’ex ambasciatore a Washington licenziato perché pesantemente coinvolto nello scandalo Epstein, sta maledicendo e trascinando il primo ministro nel baratro, a soli due anni dal suo trionfo elettorale.
Starmer, già a picco nei sondaggi per i primi due anni schizofrenici al governo, è aggrappato agli ultimi pezzi del suo potere e la sua fine politica potrebbe essere solo questione di tempo. Forse giorni, perché il 7 maggio ci sono elezioni nazionali (in Galles e Scozia) e amministrative che prevedono una disfatta epocale per il Labour, cui sarà difficile sopravvivere.
O forse ore, perché stamattina alle 9 in Parlamento, Sir Olly Robbins, il potentissimo mandarino umiliato da Starmer, parlerà per la prima volta in Commissione Esteri, dopo il suo controverso siluramento. A Downing Street già tremano.
La “storia incredibile” di Starmer è che «nessuno del Ministero degli Esteri ha detto a me o a un altro membro del mio esecutivo che a inizio 2025 Mandelson non aveva superato i test di idoneità dei servizi segreti. Nessuno. Altrimenti non avrei mai confermato Mandelson come ambasciatore. È stato un mio errore, ma è sconvolgente che il primo ministro sia tenuto all’oscuro di una vicenda così grave».
Riassunto delle puntate precedenti: il Guardian scopre che, a gennaio 2025, quando Starmer ha già annunciato la scelta di Mandelson, i servizi definiscono il Lord non idoneo per la nomina, per motivi ancora oscuri. Eppure, «il principe delle tenebre» viene comunque inviato a Washington come nuovo ambasciatore, per poi essersi licenziato (e successivamente arrestato) solo 7 mesi dopo, a causa degli Epstein Files e della sua amicizia strettissima con il pedofilo americano.
Perché Mandelson ha ottenuto comunque la nomina? Starmer accusa il «sistema», ovvero Robbins, allora segretario permanente del Ministero degli Esteri, e l’intero Foreign Office «di aver insabbiato le riserve» dei servizi sull’ex architetto del New Labour di Blair, accusato dai giornali inglesi anche di relazioni pericolose con Cina e Russia.
(da agenzie)

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LA RESA DI ORBAN: DOPO AVER PERSO LE ELEZIONI, IL FILO-PUTINIANO SBLOCCA I 90 MILIARDI DI PRESTITI PER L’UCRAINA. CON IL SUO VETO, IL PREMIER UNGHERESE AVEVA PARALIZZATO LA UE PER TRE MESI

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

DOPO LA VITTORIA DI PETER MAGYAR, ZELENSKY HA ANNUNCIATO DI RIPRISTINARE L’OLEODOTTO “DRUZHBA”, BOMBARDATO DAI RUSSI, CHE PORTA IL GREGGIO IN EUROPA …LA MINACCIA DI MAGYAR A NETANYAHU: “SE VIENE IN UNGHERIA LO ARRESTIAMO”

In Ungheria e in Europa la musica è cambiata. E una conferma è arrivata ieri dalla decisione di Budapest di sbloccare i 90 miliardi di prestiti per l’Ucraina non appena il petrolio ricomincerà a fluire attraverso l’oleodotto Druzhba. L’annuncio ufficiale è arrivato dal premier uscente Viktor Orbán in una lettera al presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Ma è una pura formalità.
In realtà l’autocrate aveva paralizzato la Ue per tre mesi proprio con la scusa dell’oleodotto bombardato dai russi: pretendeva lo riparasse Kiev. E intanto insultava quotidianamente il presidente ucraino Zelensky e riempiva l’etere di fake news sull’Ucraina. All’indomani della vittoria elettorale del suo rivale, Peter Magyar, il presidente ucraino, visibilmente sollevato, ha annunciato che avrebbe ripristinato Druzhba. Di conseguenza Budapest mollerà la presa sui 90 miliardi di
L’Ungheria con Magyar volta pagina. Se Benjamin Netanyahu, condannato dalla Corte penale internazionale per violazioni dei diritti umani e crimini di guerra, entrerà nel Paese sarà arrestato, ha dichiarato il premier in pectore. «Ho chiarito che l’Ungheria intende rimanere membro della Corte penale internazionale».
Una delle sue principali promesse, del resto, riguarda il ripristino della legalità e la lotta alla corruzione. E una delle premesse per restituire in Ungheria i pesi e contrappesi che Orbán aveva smontato sistematicamente, sarà quella di sostituire le più alte cariche della magistratura e i vertici dello Stato. Per Magyar i capi della Procura generale, della Corte costituzionale, della Curia e delle altre alte corti, tutti fedelissimi di Orbán, hanno tempo fino al 31 maggio per rassegnare le dimissioni, ha chiarito ieri.
(da agenzia)

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SONO MIGLIAIA I DOCUMENTI E GLI ATTI SEQUESTRATI NELL’AMBITO DELL’INDAGINE SULLA ‘SQUADRA FIORE’ CHE VEDE INDAGATE 11 PERSONE TRA CUI ANCHE L’EX NUMERO DUE DEL DIS, GIUSEPPE DEL DEO

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI”: “DEL DEO NON È UN AGENTE SEGRETO QUALSIASI. HA AVUTO UN RAPPORTO IDILLIACO CON GIORGIA MELONI GIÀ PRIMA CHE DIVENTASSE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. IL SOTTOSEGRETARIO MANTOVANO HA SCELTO I NUOVI VERTICI DEI SERVIZI CERCANDO PROFILI DISTANTI DALLA GALASSIA DEL DEO-SALADINO. E NON È UN CASO CHE FONTI AUTOREVOLI VICINE ALL’INDAGINE RIFERISCANO DI UNA PROFICUA COLLABORAZIONE DELLA “NUOVA” AISI, CHE HA FORNITO QUANTO RICHIESTO SUGLI AFFIDAMENTI GESTITI DA DEL DEO CON LA SOCIETÀ SIND”

Sono migliaia i documenti e gli atti sequestrati ieri dal Ros, su richiesta della Procura di Roma, nell’ambito dell’indagine sulla ‘squadra Fiore’ che vede indagate 11 persone tra cui anche l’ex numero due del Dis, Giuseppe Del Deo. Server, file e materiale cartaceo che dovrà ora essere analizzato dagli inquirenti. Parallelamente gli investigatori lavoreranno sui telefoni cellulari e i device sequestrati agli indagati. “Una gran massa di dati dai quali potrebbero arrivare elementi utili alle indagini”, spiegano gli inquirenti che nelle prossime ore dovrebbero incontrarsi a piazzale Clodio per fare il punto dopo le perquisizioni.
Fin dove arriverà l’ultimo scandalo maturato nel ventre delle istituzioni è presto per dirlo. La caratura dei personaggi coinvolti lascia ipotizzare un orizzonte ampio: dipende da quanto affiorerà dalle perquisizioni e dunque dall’acquisizione di materiale sensibile contenuto nei telefoni, nelle chat, negli archivi informatici dei computer o in quelli cartacei nascosti chissà in quale anfratto.
La certezza è che nel mezzo di questa trama da Prima Repubblica, tra fondi riservati dei servizi segreti e spionaggio illegale, i protagonisti, cioè gli indagati, conducono lungo la linea di confine del potere dove convivono mondi che sarebbe meglio tenere separati per opportunità e soprattutto per evitare conflitti di interessi, materia che negli altri paesi porta a dimissioni immediate mentre in Italia suscita al
massimo un’interrogazione parlamentare senza risposta. Tuttavia l’inchiesta su Carmine Saladino e su Giuseppe Del Deo è un problema per la maggioranza di governo
Saldino è il fondatore dell’azienda di cybersicurezza Maticmind, oggi governata da tutt’altra dirigenza, che ha collaborato all’inchiesta della procura. Il secondo è stato vice direttore prima dell’Aisi (il controspionaggio interno) e poi, su nomina del governo Meloni, del Dis, l’agenzia che coordina l’attività dell’Aisi e dell’Aise. Entrambi i profili conducono nei corridoi del governo di Giorgia Meloni.
Del Deo, infatti, non è un agente segreto qualsiasi. Ha avuto un rapporto idilliaco con la presidente del Consiglio già prima che diventasse tale. Ma la fiducia è sempre a tempo in certi mondi. Ed è venuta meno per alcuni fatti svelati da Domani: prima lo strano armeggiare attorno all’auto dell’ex compagno della premier da parte di non meglio precisati soggetti (spioni, poi declassati a delinquenti comuni); poi le verifiche (abusive?) sul conto del capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Gaetano Caputi, disposte dall’Aisi, o meglio, come hanno raccontato i testimoni, proprio su ordine di Del Deo. Una vicenda che il governo ha preferito dimenticare in fretta, senza fornire mai una risposta […]: Meloni era stata informata da Del Deo del monitoraggio sull’alto burocrate con cui lavora fianco a fianco?
Del Deo è stato prepensionato con un decreto ad hoc, garantendogli comunque un’uscita ben remunerata. Il provvedimento rivela una certa fretta di allontanare una figura fidatissima diventata improvvisamente scomoda. E per dire dell’incandescenza della faccenda, il decreto è stato tenuto riservatissimo e tale sarebbe rimasto se questo giornale non lo avesse scovato.
La pubblicazione ha suscitato l’ira di un altro esponente del governo: Guido Crosetto, ministro della Difesa, che durante il recente passato da lobbista delle industrie degli armamenti ha stretto solidi rapporti in quell’ambiente, con particolare riguardo alla cybersicurezza.
Ed è questo l’habitat, dove girano cifre da capogiro, in cui si è sempre mosso Saladino: un tempo amico del ministro Crosetto, tanto da concedergli in affitto un suo appartamento, e pure lui legato a Del Deo. Saladino è oggi indagato per truffa
relativamente alle manovre che hanno portato alla cessione della sua Maticmind al fondo Cvc e a Cassa depositi e prestiti.
Ma in questa trama le intersezioni di queste tre parabole umane non sono finite. Perché attorno alla vecchia Maticmind si intrecciano altri affari che conducono a persone intime del ministro della Difesa. Di questa truppa ha fatto parte Giancarlo Innocenzi Botti, sottosegretario con Berlusconi, già socio del figlio del ministro e tuttora azionista assieme alla moglie di Crosetto in un’azienda attiva nel campo della sanità privata. Botti ha avuto da Maticmind una consulenza che è durata fino al 2023 (ultimo pagamento nel 2024) del valore di 100mila euro l’anno. Botti non è tra gli indagati, ma sulle consulenze ottenute sono in corso verifiche dei pm.
Senza contare i suoi affari a Dubai. Lì, dove Botti ha società e ufficio di super lusso, il ministro si è fatto trovare quando gli aerei americani hanno iniziato a bombardare l’Iran e Teheran ha risposto con missili sui paesi del Golfo. […] Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e autorità delegata ai servizi segreti, ha scelto i nuovi vertici cercando profili che fossero distanti dalla galassia Del Deo-Saladino.
E non è un caso che fonti autorevoli vicine all’indagine riferiscano di una proficua collaborazione della “nuova” Aisi, che ha fornito quanto richiesto sugli affidamenti gestiti da Del Deo con la società Sind, che Saladino ha voluto a tutti i costi acquisire prima di vendere Maticmind.
(da EditorialeDomani)

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CHI COMANDA IN IRAN? DI MOJTABA KHAMENEI, ELETTO GUIDA SUPREMA LO SCORSO 8 MARZO, ANCORA NON C’E’ TRACCIA. A CAUSA DEL VUOTO DI POTERE, SI SCONTRANO LE “COLOMBE” GHALIBAF E ARAGHCHI, CHE LAVORANO PER UN ACCORDO CON GLI USA, CON I PASDARAN, CHE LI ACCUSANO DI “TRADIMENTO”

Aprile 21st, 2026 Riccardo Fucile

ALLA FACCIA DI CHI SPERAVA DI UNA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO LA DITTATURA, A TEHERAN LE PIAZZE SI RIEMPIONO DI SOSTENITORI DEL REGIME CHE URLANO SLOGAN CONTRO IL NEGOZIATO … QUANDO HA ANNUNCIATO CHE LO STRETTO DI HORMUZ SAREBBE STATO RIAPERTO, ARAGHCHI È STATO BERSAGLIATO DAI PASDARAN, CHE LO ACCUSAVANO DI AVER MOSTRATO DEBOLEZZA

È dovuto andare in tv, Mohammed Ghalibaf, per spiegare che il negoziato con gli americani non è «un tradimento», ma la continuazione della guerra con altri mezzi per difendere le conquiste realizzate «sul campo di battaglia».
A dire, anche, che con l’America bisogna parlare perché è non è pensabile sconfiggere una superpotenza con la sola forza. L’intervista serviva a fermare l’ondata di attacchi che ha travolto lui e il suo vice-negoziatore, il ministro degli esteri Abbas Araghchi, dopo il primo round di trattative a Islamabad e la successiva riapertura di Hormuz, subito rinnegata dai Pasdaran.
Ghalibaf e Araghchi sono finiti nel mirino dei più intransigenti che considerano qualsiasi negoziato con gli Stati Uniti un cedimento. Questa tensione ai vertici del potere in Iran contribuisce a spiegare la difficoltà di arrivare a un accordo, da par
iraniana, e anche di decidere se partecipare o meno a nuovi negoziati: chi comanda davvero a Teheran?
Dopo il primo round di colloqui, nelle piazze che ormai da sette settimane si riempiono di sostenitori del regime, donne in nero avvolte nel chador e uomini armati urlavano slogan contro il negoziato. Quando ha annunciato che lo stretto sarebbe stato riaperto «completamente», Araghchi è stato bersagliato dalle agenzie di stampa legate ai Pasdaran, come Tasnim, che lo accusavano di aver mostrato debolezza.
L’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei ha fatto emergere una nuova generazione di politici e comandanti militari in Iran, ma anche scavato nuove divisioni tra pragmatici e fondamentalisti, tra chi considera necessario un negoziato per liberare l’Iran dall’isolamento economico in cui è costretto e chi invece punta all’autarchia e alla cosiddetta “economia di resistenza”.
Il figlio Mojtaba, ferito, debilitato, sembra incapace di imporre una linea unica. Senza una leadership centrale forte, le divergenze sono esplose al punto che durante i negoziati in Pakistan i mediatori sono dovuti intervenire per placare le liti. «Le loro discussioni erano così feroci che i mediatori pachistani hanno trascorso tanto tempo a fare da arbitri tra gli iraniani quanto a trattare con gli americani», racconta l’Economist.
Anche se è improbabile che si sia mosso senza la benedizione dei comandi militari, Araghchi appartiene all’ala dei pragmatici come il suo vice, Majid Takht-Ravanchi, il presidente Pezeshkian o l’ex presidente Rouhani, inclini al dialogo diversamente dagli ultraradicali di cui fanno parte il capo dei Pasdaran, Ahmed Vahidi, il segretario del consiglio supremo, Mohammad Bagher Zolghadr, e personaggi meno in vista come l’ex ministro dell’intelligence dell’Ircg, Hossein Taeb, e Mohammad Ali Jafari.
(da Repubblica)

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