Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI TEME LA TEMPESTA PERFETTA. CRESCITA DEBOLE, ASTA BTP DESERTA E RENDIMENTI IN SALITA, POPOLAZIONE CHE INVECCHIA, PRODUTTIVITA’ STAGNANTE E MARGINI FISCALI RIDOTTI
Crescita debole, asta Btp deserta e rendimenti in salita accendono i riflettori sul governo Meloni. Altro che semplice contabilità. Il debito italiano torna a essere un’arma politica. È in questa zona grigia che, secondo fonti finanziarie e istituzionali, riemergono i soliti attori: Fondo Monetario Internazionale, Ocse e quel sottobosco di “manine” che si muove tra Roma e le capitali europee. Il copione è noto: quando i conti si complicano, le pressioni aumentano. E oggi i numeri iniziano a mandare segnali tutt’altro che rassicuranti.
I numeri che pesano: crescita al palo e debito verso il 140% Secondo le stime riportate, la crescita italiana resta debole: +0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027, tra le peggiori performance tra le economie avanzate. Un ritmo che non basta a sostenere un debito destinato a salire fino al 140% del Pil tra il 2025 e il 2029. Un mix pericoloso, aggravato da fattori strutturali: popolazione che invecchia, produttività stagnante, margini fiscali ridotti. Il risultato è un sistema più esposto agli shock. Ma il vero campanello d’allarme arriva dai mercati. E non è solo una questione di numeri: è una questione di fiducia.
Lo spread Btp-Bund resta intorno ai 79 punti, ma il dato più significativo è il rendimento del decennale, arrivato a sfiorare il 3,9%. Non è ancora emergenza, ma è una crepa che si allarga. E quando i mercati iniziano a frenare, la pressione politica sale. A rendere il quadro ancora più fragile c’è lo shock energetico. L’Italia importa circa il 38% delle forniture, restando esposta alle tensioni internazionali. Questo aumenta il rischio Paese e alimenta la narrativa della vulnerabilità. Una narrativa che, nei circuiti finanziari, può trasformarsi rapidamente in pressione concreta. In questo contesto, il bersaglio diventa inevitabilmente Giorgia Meloni. Non con attacchi diretti, ma attraverso report, previsioni e raccomandazioni. Il parallelo con il passato è inevitabile: lo schema visto ai tempi di Silvio Berlusconi,
quando lo spread diventò strumento politico. Oggi il meccanismo sembra ripartire, in forma più sofisticata ma con lo stesso obiettivo: aumentare la pressione.
E poi ci sono loro: le “manine”. Tecnici, funzionari, advisor che si muovono tra istituzioni italiane e internazionali. Non complotti, ma dinamiche consolidate. Un ecosistema che orienta decisioni e percezioni. “Non serve forzare”, spiegano fonti economiche. “Basta accompagnare i segnali”. E i segnali, oggi, iniziano a essere chiari. Il confine tra economia e politica si assottiglia sempre di più. Il debito diventa leva, i mercati amplificatore, le istituzioni moltiplicatore. Con una crescita debole, rendimenti in salita e aste Btp che non andrebbero come si vorrebbe, il rischio è che si riapra una stagione già vista. La domanda torna a rimbalzare nei palazzi romani: è solo una fase economica difficile o l’inizio dell’offensiva finale sul governo? La tempesta perfetta? Perché quando la fiducia si ritira, anche di poco, qualcuno – dentro e fuori – è sempre pronto ad approfittarne.
(da lespresso.it)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE IL 50% VEDE IL RAPPORTO CON GLI STATI UNITI COME UN RISCHIO
C’è un dato che, più di tutti, racconta il tempo che stiamo vivendo: quasi un italiano su
due (47,8%), secondo i sondaggi di Only Numbers, ha già iniziato a risparmiare sui consumi energetici. Non è una scelta ideologica, né il segnale di una improvvisa svolta ecologista collettiva, ma una necessità concreta. Ancora una volta è il portafoglio, prima ancora della politica, a dettare le priorità. La guerra in Medio
Oriente, lontana geograficamente ma ormai vicinissima nelle sue conseguenze, sta producendo effetti immediati e tangibili: bollette più care, incertezza diffusa, nuove paure… E come spesso accade nei momenti di pressione economica, sono le famiglie – e in particolare le donne (48,6%) come emerge dal sondaggio – a farsi carico per prime dell’adattamento quotidiano.
Ridurre, ottimizzare, rinunciare: una gestione silenziosa che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali. Tuttavia, questo sforzo non pesa allo stesso modo su tutti. Per alcuni significa riorganizzare i consumi, per altri rinunciare a ciò che era già essenziale. È qui che la crisi energetica smette di essere solo un tema economico e diventa una questione sociale, che amplifica disuguaglianze già esistenti. Sotto la superficie dei comportamenti individuali si muove una frattura politica e culturale sempre più evidente. Il 41,5% degli italiani si dice favorevole a rimuovere le sanzioni alla Russia pur di tornare a un’energia più accessibile. È un dato che non può essere liquidato come semplice nostalgia del passato o cinismo economico, è, invece, il segnale di un disagio reale, che mette in discussione l’equilibrio tra principi geopolitici e sostenibilità sociale.
L’Italia, su questo, si divide nettamente. Da una parte un centrosinistra che difende la linea delle sanzioni come scelta di campo etica e strategica (54,1%); dall’altra un centrodestra (54,3%), con aperture significative anche dal Movimento 5 Stelle (44,7%), più disposti a rimettere in discussione quei vincoli in nome di una maggiore tutela interna.
Non è solo uno scontro tra schieramenti, ma il riflesso di due diverse idee di priorità nazionale. A complicare ulteriormente il quadro c’è il rapporto con gli Stati Uniti e, in particolare, con il suo presidente Donald Trump. Più della metà degli italiani percepisce questo legame come un rischio, segno di una fiducia tutt’altro che consolidata nei confronti dell’alleato storico. E quando l’80,1% dell’opinione pubblica ritiene che sia stato superato ogni limite, la politica estera smette di essere materia per specialisti e diventa sentimento diffuso. Eppure, in uno scenario attraversato da tensioni, paure e divisioni, emerge un elemento apparentemente controcorrente: il desiderio di stabilità. La fiducia nella presidente del Consiglio e nel suo partito non registra scosse significative, come se, in una fase di incertezza
globale, una parte compatta del Paese preferisse ancorarsi a un punto fermo piuttosto che avventurarsi nell’ignoto.
Anche le opposizioni, del resto, non mostrano variazioni rilevanti. È forse questa la chiave di lettura più interessante: gli italiani stanno cambiando comportamenti, opinioni e priorità, ma non cercano necessariamente una rottura. Piuttosto, sembrano chiedere protezione, gradualità, rassicurazione. Domandano risposte concrete più che battaglie simboliche, stabilità più che scosse. Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi di fronte a un Paese bloccato: non solo nella percezione dei cittadini, ma nella realtà quotidiana. Ce ne accorgiamo alla pompa di benzina o mentre facciamo la spesa nel nostro negozio di fiducia, ci scopriamo più poveri, e sempre meno capaci di pianificare il futuro. Ed è proprio qui che si gioca la sfida per la politica: intercettare fino in fondo questa domanda diffusa, prima che si trasformi in disillusione. Continuare a leggere il Paese attraverso categorie che da oltre trent’anni strutturano il dibattito in centrodestra e centrosinistra, atlantismo e sovranismo, rischia di non essere più adeguato.
Perché mentre il confronto pubblico resta spesso astratto, nelle case degli italiani accade altro: si spegne una luce in più, si abbassa il termostato, si rinvia una spesa. Piccoli gesti, apparentemente marginali, che raccontano però una realtà molto concreta. È lì, in quella quotidianità silenziosa, che si misura davvero lo stato di salute della nazione. C’è però un rischio ancora più profondo, meno visibile, ma forse più insidioso: che questa capacità di adattamento si trasformi in assuefazione. Che il ridurre, il rinunciare, il rimandare diventino la normalità accettata, e non più una fase da superare. Perché un Paese che si abitua a restringere i propri orizzonti è un Paese che, lentamente, smette di immaginare il futuro.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
NEL SERVIZIO C’È LA TESTIMONIANZA DI AMANDA UNGARO, EX MODELLA BRASILIANA E PER VENT’ANNI COMPAGNA DELL’ITALO-AMERICANO. UNGARO SOSTIENE CHE ZAMPOLLI CUSTODISCA DEI SEGRETI SUL RAPPORTO TRA MELANIA TRUMP E EPSTEIN: “TRA PAOLO E MELANIA C’È UN PATTO. NE SONO SICURA AL CENTO PER CENTO. LEI HA PAURA CHE LUI POSSA RIVELARE CIRCOSTANZE COMPROMETTENTI”
Paolo Zampolli ha diffidato la trasmissione Report dal mandare in onda la sua intervista sul caso Epstein, in programma domenica 19 aprile. A renderlo noto è stato Sigfrido Ranucci su Facebook: «L’inviato speciale di Trump ci ha diffidati dal mandare in onda il servizio su Epstein e Melania Trump che lo riguarda», scrive Ranucci.
Ma cosa contiene l’inchiesta? Secondo le anticipazioni del programma, i giornalisti della tramissione Rai hanno raccolto in Brasile la testimonianza esclusiva di Amanda Ungaro, ex compagna di Zampolli, che avrebbe parlato per la prima volta dei presunti legami tra l’imprenditore italiano, il presidente degli Stati Uniti, la First Lady e il finanziere pedofilo.
Ungaro sostiene che il ruolo di Zampolli sia diverso da quello ufficiale: «Il suo rapporto con Trump passa attraverso Melania», afferma l’ex modella, che dopo il divorzio è stata espulsa dagli Stati Uniti dall’Ice. Accuse respinte dall’imprenditore, che le definisce una «vendetta personale».
Secondo il racconto della donna, Zampolli si sarebbe a lungo presentato come il “cupido” della coppia presidenziale, sostenendo di aver fatto incontrare Melania e
Trump. «Ora però nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia si legge che fu Epstein a farlo», accusa l’intervistata.
Sempre secondo Ungaro, tra Melania e l’imprenditore esisterebbe un accordo per garantirsi il suo silenzio: «C’è un patto tra loro, ne sono certa al cento per cento – dichiara la donna -. Melania ha un interesse a tenere stretto Paolo perché ha paura che lui possa dire o rivelare circostanze compromettenti».
Nel post, Ranucci riferisce che il legale di Zampolli sostiene l’irrilevanza della presenza del nome del suo assistito nei cosiddetti Epstein files e definisce infondate le dichiarazioni di Ungaro, aggiungendo che il passaggio sulle «donne brasiliane» – tra cui «Avete sentito che le donne brasiliane fanno i casini a tutti?» e altri insulti – sarebbe stato pronunciato «off the record».
«Zampolli compare negli Epstein files decine di volte e per sua stessa ammissione ha avuto a che fare con Epstein. Ci ha ricevuti a casa sua dopo essere stato informato per iscritto dei temi dell’intervista – prosegue Ranucci -. Ha risposto per più di un’ora alle nostre domande e addirittura, rispetto al passaggio a margine dell’intervista in cui parla delle “donne brasiliane”, la telecamera è stata riaccesa dopo una sua esplicita richiesta.
Zampolli non è un privato cittadino, è l’inviato del Presidente degli Stati Uniti per le partnership globali, e quello che dice, e come lo dice, è di interesse pubblico». Per tutti questi motivi, Report «mandarà in onda il servizio», conclude il giornalista.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
“COSÌ TEHERAN EVITA L’ESCALATION TOTALE E MANTIENE UNA PRESSIONE CONTINUA. IL PARADOSSO AMERICANO: GLI USA SONO ENTRATI IN GUERRA PER RIDURRE LA MINACCIA IRANIANA, MA NE HANNO ATTIVATA UNA NUOVA”
Un’apertura lampo, durata meno di 24 ore, poi il ritorno alla strategia della tensione.
Lo Stretto di Hormuz si conferma il barometro di questa crisi: si apre come segnale politico, si richiude in risposta agli slanci lessicali di Donald Trump e alle difficoltà nel trovare convergenze con Teheran sul programma nucleare.
Ieri sera Trump ha convocato una riunione nella Situation Room della Casa Bianca per discutere della recrudescenza della crisi nello Stretto di Hormuz e dei negoziati con l’Iran. Potrebbe decidere di abbordare le petroliere iraniane o legate all’Iran in transito, o peggio. Un funzionario statunitense ha dichiarato che, se non ci sarà presto una svolta, la guerra potrebbe riprendere nei prossimi giorni.
La riunione è stata presieduta dal vicepresidente JD Vance – che dovrebbe partecipare al prossimo round di negoziati con l’Iran -, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa Pete Hegseth e al Tesoro Scott Bessent, secondo un funzionario statunitense.
Alla riunione hanno partecipato anche la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il direttore della Cia John Ratcliffe e il presidente dei Capi di Stato Maggiore riuniti Dan Caine.
Nel frattempo, sul piano diplomatico, emergono elementi che rivelano l’estensione e la profondità del negoziato. Secondo indiscrezioni circolate tra fonti diplomatiche regionali, Washington avrebbe avanzato una proposta economica da 20 miliardi in asset congelati, condizionata alla consegna da parte iraniana dei 450 chilogrammi di uranio arricchito.
Un “tesoretto” che gli Ayatollah avrebbero nascosto durante la “guerra dei dodici giorni” dello scorso giugno. La Casa Bianca, ufficialmente, continua a sostenere che i colloqui «stanno andando bene» e che «diverse cose sono già concordate», ma allo stesso tempo mantiene la pressione militare ed economica e ribadisce che senza un accordo completo non ci saranno concessioni.
Se le ultime quarantott’ore della guerra tra Usa e Iran appaiono caotiche è perché vengono lette come una sequenza incoerente: Hormuz che “riapre” e poi torna sotto controllo iraniano, Trump che annuncia una svolta negoziale, Teheran che
smentisce, la tregua in Libano accettata con riluttanza da Israele. In realtà vi è una logica unitaria.
Gli sviluppi più recenti mostrano che la crisi è entrata nel suo punto critico. La riunione nella Situation Room, convocata da Trump, segnala che il tempo politico si sta esaurendo. Il cessate il fuoco scade tra pochi giorni e non c’è ancora una data per nuovi colloqui. È qui che il quadro si chiarisce.
Teheran riattiva la leva marittima per rafforzare la propria posizione; Washington accelera: o accordo, o escalation. La pressione non interrompe il negoziato. Lo definisce. La coercizione è il negoziato.
Il primo nodo è Hormuz. Teheran lo riporta sotto controllo per trasformarlo da leva episodica a leva strutturale. Non si tratta di chiudere lo Stretto, ma governarlo: autorizzare, limitare, modulare il passaggio.
Non interruzione dei flussi, ma gestione politica dei flussi. Così l’Iran evita l’escalation totale e mantiene una pressione continua e modulabile. La sfida non è solo agli Usa ma anche all’idea che la circolazione energetica globale sia neutrale. Il greggio diventa strumento negoziale.
Il secondo nodo è la contraddizione americana. Washington difende la libertà di navigazione, ma mantiene il blocco sui porti iraniani. Ne deriva una simmetria coercitiva: gli Usa limitano il commercio iraniano, l’Iran quello globale. È un doppio soffocamento, una navigazione intermittente e instabile.
Per anni si è ritenuto che la leva iraniana fosse il nucleare. La bomba è deterrenza teorica; Hormuz è coercizione immediata. Colpisce prezzi, assicurazioni, traffici, consenso politico. Non serve chiudere lo Stretto, basta rendere il rischio non assicurabile. È per questo che a Teheran si parla di “bomba economica”.Il terzo nodo è il paradosso americano. Gli Usa sono entrati in guerra per ridurre la minaccia iraniana, ma ne hanno attivata una nuova. Il blocco navale forza il negoziato ma non elimina la capacità di Teheran di trasformare uno stretto internazionale in leva sistemica.
Il quarto nodo è la dinamica negoziale. Trump anticipa politicamente un accordo che non esiste; dichiara la vittoria per costringere l’avversario a confermarla o
smentirla pagando un costo politico. Ma la strategia incontra un limite. L’Iran non può apparire sconfitto proprio quando la sua leva funziona.
Il quinto nodo è il nucleare. Non tanto la capacità futura, ma lo stock esistente di uranio.
Per Teheran è un’assicurazione sulla vita; cederlo significherebbe perdere l’ultima garanzia strategica. Per Washington lasciarlo significherebbe ammettere il fallimento della guerra.
A questo si aggiunge il nodo dei fondi congelati: per l’Iran sopravvivenza, per gli Usa leva residua. Energia, nucleare e finanza convergono nello stesso dossier.
Poi c’è il Libano, diventato una condizione del negoziato. La tregua tra Israele e Beirut non risolve il conflitto, ma rimuove l’ostacolo che bloccava qualsiasi apertura con Teheran. Questo spiega la pressione americana su Netanyahu: per riaprire Hormuz, Washington deve contenere il fronte libanese. Ma la tregua è intrinsecamente instabile. Israele mantiene una riserva di autodifesa che gli consente di colpire in qualsiasi momento, rendendone imprevedibile la tenuta.
Qui emerge una divergenza più profonda: per gli Usa, la condizione di uscita è riaprire Hormuz; per Israele, continuare a colpire Hezbollah resta prioritario. Questa asimmetria non è solo strategica, ma anche politica. Le elezioni autunnali in entrambi i Paesi la irrigidiscono, inducendo Washington a chiudere la crisi e Israele a mantenerla aperta.
Il settimo nodo è il Pakistan. Senza Islamabad, e senza la copertura implicita della Cina, il negoziato non esisterebbe. Non perché offra una soluzione, ma perché è l’unico spazio in cui due attori che non possono parlarsi direttamente riescono a interagire senza collassare politicamente. In questa fase non media soltanto: rende possibile il contatto.
Siamo in una crisi che ha cambiato forma. Hormuz non è riaperto né chiuso: è gestito. Il nucleare non è risolto: è congelato nella sfiducia.La diplomazia non sostituisce la pressione: la incorpora. Quello che appare come caos è l’effetto di due strategie che si scontrano senza trovare ancora un punto di equilibrio
Nessuna delle due parti è disposta a cedere la propria leva senza una garanzia credibile dall’altra. Poiché questa garanzia non esiste, la crisi resta sospesa. Ed è questa sospensione, più della guerra aperta, a renderla pericolosa e imprevedibile.
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE ARRIVA DOPO CHE UN GIUDICE DI GRADO INFERIORE AVEVA BLOCCATO I LAVORI NELL’EX ALA EST DELLA WHITE HOUSE. IL NATIONAL TRUST FOR HISTORIC PRESERVATION HA INTENTATO CAUSA PER BLOCCARE IL PROGETTO
Una Corte d’appello federale ha autorizzato il presidente Usa Donald Trump a proseguire la costruzione di una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca, pronunciandosi un giorno dopo che un giudice di grado inferiore aveva continuato a bloccare i lavori in superficie sul sito dell’ex ala Est.
Un collegio di tre giudici della Corte d’appello degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia ha sospeso temporaneamente l’ordinanza del giudice distrettuale, Richard Leon, che bloccava parte del progetto. Il collegio ha fissato un’udienza per il 5 giugno per esaminare il caso.
Nella sua sentenza di giovedì scorso, Leon aveva continuato a bloccare i lavori di ampliamento della sala da ballo di 8.400 metri quadrati, consentendo solo la
prosecuzione di quelli sotterranei per un bunker e altre “strutture per la sicurezza nazionale” presenti sul posto.
Lo scorso autunno Trump ha demolito l’ala Est della Casa Bianca per costruire al suo posto appunto un’enorme sala da ballo.
Il National Trust for Historic Preservation ha poi intentato causa per bloccare i lavori, sostenendo che il tycoon avesse oltrepassato i propri poteri procedendo con il progetto senza prima ottenere l’approvazione delle principali agenzie federali e del Congresso.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 19th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOVIMENTO JANFADA E’ STATO LANCIATO IL 29 MARZO E DA ALLORA LE ADESIONI SONO STATE GIA’ 27 MILIONI
Migliaia di donne di tutte le età hanno partecipato, ieri, a una marcia a Teheran per
dimostrare la loro disponibilità a difendere l’Iran da qualsiasi aggressione nemica, anche imbracciando le armi. Si tratta di donne che si sono registrate online alla campagna Janfada, mettendosi a disposizione per sostenere con il loro contributo, anche sul campo, se necessario, le forze armate iraniane.
Le adesioni online
Lanciata il 29 marzo come campagna di messa a disposizione per difendere l’Iran, la campagna Janfada ha raccolto da subito risultati definiti straordinari: sono oggi infatti già27 milioni gli iraniani che hanno deciso di procedere con la loro registrazione online al movimento. Si tratta di una campagna di mobilitazione popolare che ha l’intento di mostrare sostegno alla nuova Guida Suprema, l’Ayatollah Mojtaba Khamenei, e alle forze armate iraniane. Come sottolinea APT, però, la registrazione online non ha valore ufficiale e non comporta alcun «obbligo militare formale»: i cittadini sono invitati a registrarsi semplicemente con il loro nome, numero di telefono e provincia di provenienza. Il messaggio comunque mira a dare un segnale preciso: il fronte compatto del popolo iraniano.
Cosa significa “Janfada”
I media iraniani riportano che, sin dalle prime ore del 29 marzo, data in cui la campagna di registrazione è stata aperta online, «utenti dei social media, cittadini comuni, personalità del mondo della cultura e dello sport, religiosi e funzionari politici si sono uniti al movimento in diversi modi» e hanno espresso pubblicamente il loro sostegno. Il nome Janfada, tradotto spesso come «Sacrifico la mia vita» per l’Iran, allude al coinvolgimento dei suoi iscritti nella difesa del loro Paese. Sono molte le manifestazioni, spesso notturne, dei membri Janfada che si
svolgono ogni giorno in Iran, e con le quali la gente vuole mandare un messaggio: «Se necessario, noi ci siamo»
Il messaggio di Mojtaba Khamenei
In occasione del quarantesimo giorno dall’attacco congiunto Usa-Israele sull’Iran, la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei aveva inviato un messaggio diretto ai membri del movimento Janfada: «Indubbiamente, le vostre vibranti voci nelle piazze pubbliche hanno un profondo impatto sull’esito dei negoziati. Allo stesso modo, il numero sorprendente e sempre crescente di milioni di persone che partecipano alla campagna Janfada è un fattore determinante in questo contesto».
Il ruolo della donna in Iran
Le manifestazioni di piazza riportate anche sui media iraniani hanno indubbiamente un secondo fine: non solo quello di mostrare il largo coinvolgimento da parte della popolazione a sostegno del governo iraniano, ma anche quello delle donne iraniane favorevoli al regime. Dopo anni nei quali in occidente è stato fatto trapelare solo il ruolo sofferente e mortificato rivestito nella società iraniana dalla popolazione femminile, e le uniche donne che sembravano avere avuto il coraggio di scendere in piazza erano quelle contro il regime nelle manifestazioni degli ultimi mesi, queste immagini e video di piazza mirano a screditare la visione occidentale, proponendo l’immagine delle donne come partecipanti e attive nella difesa del Paese.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
FULMINEA LA RIABILITAZIONE DI SCHLEIN, ZIMBELLO PREDILETTO DELLE VECCHIE SERATE… E SILVIA SALIS NEL GIRO DI DUE WEEKEND È DIVENTATA LA JANE FONDA DEL CAMPO LARGO
Nelle “cene romane” del mercoledì o del giovedì – mai di sabato, di sabato escono solo i cafoni – il talk of the town è il grande distacco. Il lungo addio. Goodbye Giorgia! Anzi: ma chi te conosce!
Nei vasti appartamenti tra Prati e Aventino, sede naturale del potere informale italiano, seduti a tavola tra plotoni di giornalisti, imprenditori, ex sottosegretari, demi-monde di Palazzo Chigi, imprecisati “uomini di Fazzolari” (ci sono sempre), ex cda Rai, cinematografari, qualche spin doctor in libera uscita da Milano, con una o più “Claudie Conte” al seguito, la grande giostra del riposizionamento gira a pieno ritmo già da un po’.
“Io ad Atreju? Guarda che ti sbagli…”; “No no, non ho scritto un libro con Sangiuliano, era una prefazione, me l’ha chiesta la casa editrice”; “e poi basta con questa romanità”, detto a Roma o anche “Mamdani mi sta piacendo molto… bella la pied-à-terre tax!”, detto da chi non vede l’ora di farsi tassare la seconda o terza o quarta casa a Sabaudia o all’Argentario.
Fulminea anche la riabilitazione di Schlein, zimbello prediletto delle vecchie serate… “hai visto che senso delle istituzioni! La difesa di Meloni… una cosa bellissima, matura. E poi, vogliamo dirlo, ma com’è migliorata?”.
A tavola poi grande sdegno per l’affaire Regeni, inteso come documentario, “e poi Aldrovrandi!… e poi la sceneggiatura di Bertolucci!” – ma sottovoce, à la Marzullo, quei pochi che Regeni l’hanno visto confessano che “certo proprio bruttino, proprio didascalico, senza idee”… forse Regeni meritava di meglio (che sarebbe anche stata un’ottima risposta di Giuli e Mollicone, ma ormai ci si sgancia da tutto, anche dalle proprie commissioni).
Quando la conversazione finisce su Silvia Salis ecco silenzi, pause, occhiate interlocutorie. Fino a tre cene fa ci si lasciava ancora andare – “ma chi, quella della ginnastica?”– ma nel giro di due weekend e un rave è diventata la Jane Fonda del campo largo.
“Ora potrebbe sparigliare tutto”, dicono, in un arco che va da Forza Italia alla Flotilla, da Cuba libre a Marina Berlusconi. Anche se nessuno sa bene come. Anche se nessuno sa bene perché. Ma che importa.
Le “cene romane” sono il vero termometro del paese – anche quando il paese fa sistematicamente il contrario di quanto si è stabilito a tavola. Però qui si sa bene che gli italiani non ti riconfermano. Mai. E’ una cosa di principio. Quasi costituzionale.
Una chance si dà a tutti – è la democrazia, ci mancherebbe. Ma la riconferma di seguito no. Quella è roba da regime – e poi di che parliamo a cena per i prossimi cinque anni? Il pendolo deve oscillare. L’alternanza è una legge di natura. Mai farsi trovare impreparati. Eccoci qui, pronti per una nuova Primavera, come il libro di Conte, peraltro subito divorato – “scorre benissimo… si legge come un romanzo!”.
(da Il Foglio)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO SCONCIO, INSORGE TUTTA L’OPPOSIZIONE, MA NON SOLO: DICONO NO ANCHE GLI AVVOCATI E LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA… MAGI SCRIVE A MATTARELLA
Nel decreto approvato ieri dal Senato, un emendamento della maggioranza introduce
un compenso per il legale che assiste i migranti per i rimpatri volontari. Il Consiglio nazionale forense si dissocia dalla norma: “La Camera intervenga. In stesura non interpellati e non rientra in nostre competenze”. L’Organismo congressuale forense proclama lo stato di agitazione contro la novità: “Si ledono i diritti dei migranti”. Le reazioni politiche: “Siamo a un passo dall’Ice di Trump”
Venerdì 17 aprile l’aula del Senato ha approvato il decreto sicurezza che ora passa alla Camera con tempi stretti. Tra le novità inserite c’è un emendamento della maggioranza che una prevede una “spinta” ai rimpatri volontari assistiti dei migranti. Per incentivarli si è pensato a un compenso per l’avvocato che offre consulenza legale e informazioni al migrante interessato. La norma ha provocato dure critiche dalle opposizioni, mentre il Consiglio nazionale forense si è dissociato chiedendo modifiche a Montecitorio.
La novità
Secondo l’emendamento, con la modifica scatta un compenso al legale della stessa misura del contributo economico oggi previsto per il migrante, e pari a 615 euro. Sarà riconosciuto “ad esito della partenza dello straniero”. Nella relazione illustrativa dell’emendamento sono riportati i dati del ministero dell’Interno per cui nel triennio 2023-2025 sono stati circa 2500 i cittadini stranieri che hanno chiesto e aderito ai rimpatri volontari assistiti, in media 800 l’anno.
Consiglio nazionale forense si dissocia da norma
In una nota, il Consiglio nazionale forense ha preso oggi le distanze dalla norma che introduce un contribuito agli avvocati per l’assistenza legale sui rimpatri volontari dei migranti. “In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio nazionale forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione”. Contenuta nell’articolo 30 bis del decreto, la novità è stata introdotta con un emendamento di maggioranza e prevede la “collaborazione” del Consiglio nell’assistenza legale e un suo ruolo nei contributi economici ai legali. Il Cnf quindi “chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”.
Organismo congressuale forense: stato agitazione contro norma
Anche l’Organismo congressuale forense (che è l’organismo di rappresentanza sindacale dell’avvocatura italiana) ha ribadito la contrarietà al decreto sicurezza lanciando lo stato di agitazione riguardo, in particolare, alla norma che prevede un compenso economico per l’avvocato che dia assistenza a un migrante nella pratica per il rimpatrio volontario. In una nota l’Organismo spiega: “Si introduce un compenso all’avvocato, subordinato esclusivamente all’assistenza al rimpatrio volontario del migrante e da corrispondere all’esito della partenza dello straniero. Il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro
ordinamento. La persona, migrante o cittadino che sia, ha diritto a una difesa effettiva e a un difensore che sia e appaia privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito. L’Organismo congressuale forense afferma che l’attività difensiva ha, quale sua prerogativa, la libertà da qualunque potere e che alcun compenso può essere subordinato o previsto solo in ragione di una sorta di collaborazione da parte dell’avvocato nel conformare la sua attività e le sue scelte agli obiettivi perseguiti dalla politica”. Da qui la proclamazione dello stato di agitazione degli avvocati “in attesa che, in sede di successivo passaggio alla Camera, si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e dello Stato di diritto”.
Le reazioni politiche: “Siamo a un passo dall’Ice di Trump”
Numerose le reazioni critiche dalle opposizioni. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale Pd in una nota scrive: “Quanto previsto dall’articolo 30 bis del decreto sicurezza approvato in Senato è gravissimo. In sostanza, il Cnf darà un ‘premio’ economico all’avvocato il cui migrante effettivamente parta e torni nel suo Paese di origine. Un incentivo per gli avvocati alla remigrazione dei loro assistiti. Avvocati che, al contrario, perderanno il patrocinio a spese dello Stato nel caso in cui i i migranti facciano ricorso contro l’espulsione. Una vergogna normativa che lede la stessa dignità dei professionisti e rispetto alla quale, mi auguro, che l’avvocatura faccia sentire la sua voce”. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, dice che “nel nuovo decreto sicurezza siamo a un passo dall’Ice di Trump: la maggioranza ha infatti previsto un premio in denaro di 615 euro per quegli avvocati che fanno rimpatriare i loro clienti migranti. Praticamente una taglia tipo selvaggio West, dove i diritti sono calpestati e chi dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini stranieri viene incentivato economicamente a non farlo. Totalmente incostituzionale, contrario al principio del giusto processo e totalmente contrario persino al codice penale, che punisce il patrocinio infedele per chi svolge la professione legale”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
SECRETATE LE RISPOSTE DEI PM DI MILANO ALL’ANTIMAFIA. L’INDAGINE ROMANA SUI SENESE È FONDATA SU DUE PILASTRI. IL PRIMO RIGUARDA IL TRAFFICO DI DROGA. IL SECONDO È FINANZIARIO
L’inchiesta su mafia e politica sbarca (anche) a Roma. La Procura capitolina acquisirà i verbali di Gioacchino Amico e di Bernardo Pace, collaboratori dell’indagine Hydra in corso a Milano. Il primo è l’uomo del clan Senese in Lombardia, con in tasca un selfie scattato con Giorgia Meloni nel 2019. Il secondo era un boss vicino a Matteo Messina Denaro, che ai pm milanesi stava raccontando i legami del “consorzio delle mafie” con politici di livello nazionale. Il 17 marzo, però, è stato trovato morto in carcere a Torino. Sulla sua morte, liquidata come “suicidio”, indaga la procura piemontese. Non solo.
I pm della Dda di Roma, coordinati dall’aggiunta Maria Cristina Palaia, sentiranno nella Capitale lo stesso Amico, nell’ambito dell’inchiesta più ampia sul gruppo criminale legato al camorrista romano Michele Senese detto “’O Pazzo”.
Tutto ciò mentre le risposte dei magistrati milanesi alla Commissione Antimafia, in trasferta giovedì, sull’ex sottosegretario Andrea Delmastro sono state secretate, su richiesta degli stessi investigatori.
La mossa della Procura di Roma, giunta a margine di un incontro di coordinamento tra i pm capitolini e meneghini, non è banale. Fin qui le inchieste sul clan non avevano mai sfiorato la politica nazionale. L’indagine romana sui Senese è fondata su due grandi pilastri. Il primo riguarda la parte criminale vera e propria: il traffico di droga, le piazze di spaccio e le commistioni con il tifo organizzato, in cu
converge anche quella sui mandanti dell’omicidio dell’ex capo ultrà laziale Fabrizio Piscitelli detto “Diabolik”.
Il secondo pilastro è finanziario: il riciclaggio nel mercato “legale” e la rete dei ristoranti. Da qui nasce il rivolo legato alla “Bisteccheria d’Italia”, in cui Delmastro e altri politici piemontesi (tutti non indagati) erano soci di Miriam Caroccia, figlia di Mauro, prestanome dei Senese. È in questo filone “economico” che potrebbero confluire gli atti milanesi. Tesserato di FdI, secondo Report Amico è stato in grado per un periodo di accedere liberamente in Parlamento. Ed è proprio a due passi da Montecitorio che nel 2020 ha incontrato due parlamentari del partito di Meloni, Paola Frassinetti e Carmela Bucalo.
Nelle intercettazioni, l’uomo dei Senese si vanta di avere contatti con altri politici come il sottosegretario Nicola Molteni (Lega), Giorgio Mulè (FI), gli ex ministri Renato Brunetta e Angelino Alfano. I diretti interessati hanno sempre negato di conoscerlo.
Dei verbali di Amico e Pace si è parlato a Milano durante le audizioni dell’Antimafia, che ha sentito il procuratore Marcello Viola e i pm che indagano su Hydra. La parte politicamente rilevante è stata secretata su richiesta della Procura.
Le domande, in anticipo sui commissari, le ha poste la presidente Chiara Colosimo: ci sono punti di contatto fra l’inchiesta Hydra e la vicenda Delmastro? La risposta è secretata e i verbali di Amico e Pace al momento non sono stati consegnati alla Commissione.
Colosimo ha chiesto pure se il selfie di Amico con Giorgia Meloni sia negli atti dell’inchiesta. Risposta della pm Alessandra Cerreti: non è agli atti perché non era più nel telefono del pentito, al momento del sequestro. Ma ha poi aggiunto che Amico ne ha parlato ai pm spiegando che quella foto l’aveva mandata in giro per far vedere con chi era e dove.
In polemica con Colosimo è Roberto Scarpinato, senatore M5s, perché – sostiene – la presidente non ha rispettato gli ordini di intervento, nonostante l’ex Pg di Palermo fosse il primo iscritto a parlare e avesse annunciato di dover lasciare i lavori alle ore 16. Scarpinato aveva preparato 13 domande “riguardanti le frequentazioni e i rapporti a Milano e a Roma di colletti bianchi del clan Senese co
esponenti apicali di FdI, desumibili da intercettazioni e da altre indagini, nonché sui capitali di origine opaca e schermati all’estero di società a cui sono interessati altri personaggi, sempre di FdI, con ruoli ministeriali”. E invece ha avuto la parola solo nel momento in cui doveva andare via.
Per Scarpinato si tratta dunque di “bullismo istituzionale della maggioranza”.
(da Il Fatto Quotidiano)
argomento: Politica | Commenta »